DYSTROPHYA

Decayed Skull

2014 - Unsigned / Independent

A CURA DI
MAREK
07/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

E’ sempre una gran soddisfazione, per gli amanti di un certo tipo di Metal Estremo, trovarsi dinnanzi a delle produzioni non eccelse a livello di cura del sound ma comunque prepotentemente volenterose d’affermarsi a suon di verità e genuinità. Come ampiamente dimostrato dai sottoboschi Death e Black Metal, la cultura della “Demo” (e dell’EP) è ancora largamente diffusa, generando un vero e proprio circolo di appassionati i quali sono sempre più stimolati all’acquisto (ed al collezionismo, molte volte) di queste piccole realtà, lontane dai fasti della mondanità e per questo più vere, più sincere e soprattutto veramente più estreme. Tanto più che, ultimamente, sembra essere tornata in auge anche la volontà di incidere su cassetta e nemmeno più su vinile o comunque CD, ma questa è un’altra storia. Dicevamo, dunque, delle piccole produzioni antecedenti molto spesso un full-length in piena regola: a torto, molti fan dell’ultima ora mal giudicano certe “parentesi” di varie band, ritenendo gli inizi “lo-fi” (perché molto spesso una demo ce la si produce da soli, contando solo sulle proprie forze) forse inferiori agli episodi in full-length, che invece coronano definitivamente la discografia di questo o quel gruppo. Discorso vero solo in parte, perché se oggettivamente dovessimo valutare una demo ed un full-length prendendo unicamente come termine di paragone la qualità del suono, chiaramente un disco maggiormente curato (e contante sull’aiuto di produttori / lavoranti esperti nonché di uno studio di registrazione professionale) potrebbe sicuramente surclassare un timido inizio “indipendente”. Il discorso cambia se cominciano a subentrare determinati punti di vista, maggiormente soggettivi ma comunque non bypassabili; non sono poche le band il cui zoccolo duro di fan considera le prime demo come dei capolavori, portavoce di un momento magico e selvaggio che, per forza di cose, è rimasto sigillato nel tempo e nei cuori dei grandi appassionati. Si pensi ad esempio alla leggenda italiana dell’Horror Metal, i Death SS: il primissimo periodo, il più misterioso ed arcano, è considerato tutt’oggi come uno dei picchi massimi della loro carriera, sorte condivisa con i colleghi esteri Cradle of Filth; ad oggi, la loro leggendarie demo iniziali sono considerate un culto fra tutti gli amanti del Black Metal, e molti arrivano addirittura a “rinnegare” i dischi successivi a quei tapes. Il fascino di certe produzioni sta proprio nel riuscire a svelare i veri intenti di una band, mostrarci quanto i suoi membri siano affamati d’affermazione e volenterosi di dire la loro. Non si può smettere di far musica perché non si può sin da subito contare su possibilità “importanti”.. molti ragazzi lo sanno bene, dunque lo spirito vero di quel che il Metal è rimane vivo nelle cantine, nelle sale prove, in quei luoghi dove con pochi soldi ma con tantissima voglia di “spaccare tutto” si comincia a pestare duro sui propri strumenti, nella speranza di far arrivare, un giorno, la propria musica a quanta più gente possibile. Un’attitudine che è rimasta invariata, fortunatamente: molti gruppi come i Nerocapra, tanto per fare un nome, hanno basato su di essa il proprio modo di fare musica (il loro concetto di “primitive metal” è altresì illuminante) e molte altre band hanno deciso di non rinunciare alla ruvidezza di un suono squisitamente “lo-fi” per mostrare immediatamente cosa si è capaci di fare. La buona stella arriva cercandola, non si può passare una vita seduti a terra fissando il cielo.. dunque, quest’oggi parliamo proprio di una band decisa più che mai a farsi valere a suon di calci e pugni, non temendo certo un sentiero, quello del Metal, lastricato di sassi più che appuntiti. Loro si chiamano Dystrophya, Mantua eos genuit (per la precisione, Viadana / Suzzara) e dimostrano di credere realmente in quel che fanno, denominando il loro genere musicale come un thrash / death senza compromessi (dicitura che fa sicuramente ben sperare!). Procedendo per gradi, i Dystrophya si formano dalle ceneri di gruppi quali Impaled Adultery, Vuoti Persi e Psycho Scream, ed è proprio in questi complessi che i componenti del gruppo qui recensito iniziano ad irrobustire le loro ossa di musicisti. Ben presto, la voglia di “estremo senza fronzoli” colpisce in pieno i Nostri, i quali decidono appunto di basare sulla loro comunione di intenti (la volontà di suonare un Thrash / Death grezzo e brutale, come già indicato) il sodalizio che porterà alla creazione dei Dystrophya. Abbiamo dunque Mike alla voce, Ivan al basso e Dagon alla batteria, mentre Ale e Pato vengono reclutati come coppia d’asce. Senza perdere tempo, i nostri riescono immediatamente a presentare un breve saggio delle loro potenzialità, per fare in modo di possedere sin da subito una testimonianza di quanto la loro attitudine sia vera e soprattutto per nulla “inquinata” da fattori esterni alla loro voglia di Metal. Decayed Skullè il frutto di questo duro lavoro, un EP di sei tracce registrato presso i “B-Side Music Lab” di Carpi e partorito in maniera quanto meno eclettica e variegata. I Dystrophya si basano molto sull’istinto e sulla visceralità, il loro modo di comporre è figlio di un’istintività bestial-primordiale che va letteralmente a braccetto con il genere proposto. Citando le loro stesse parole, alcuni brani hanno vita semplicemente improvvisando (“Stigmata” è il fulgido esempio di tutto questo) in sala prove, mentre in altre occasioni sono Ale e Pato i veri mattatori del tutto, ideando riff sui quali la band decide di lavorare per trarne qualcosa di valido. Può anche accadere che ad un determinato componente venga l’ispirazione e che questi proponga il suo brano  al resto del gruppo, come successo per “Pedophile Priest”, proposto da Ivan e subito piaciuto al resto dei suoi compagni d’armi. Vario il modo di comporre e varie anche le ispirazioni: Slayer, Kreator, Cannibal Corpse, Death.. mostri sacri del genere, gruppi possenti e diretti come pochi nella storia del nostro genere preferito.. insomma, la volontà c’è, i nomi illustri da cui trarre spunto anche, non resta che addentrarci nel Teschio per vedere come effettivamente suona, questo “Decayed Skull”! Let’s Play!



Ad accoglierci meravigliosamente, in tutta la sua malvagia essenza, è proprio la title track. Decayed Skullè aperta da una brevissima intro tinta di “ambient”, nella quale possiamo indistintamente udire rumori di parvenza notturna. Sembra quasi che qualcuno stia correndo all’impazzata di notte, magari in un bosco: tipico scenario da film dell’orrore, in cui la vittima corre a perdifiato cercando di scappare da un assassino che, al contrario, avanza tranquillo e pacato; con la consapevolezza che tanto, quella sera, rabboccherà il suo calice con il sangue di un innocente. La pioggia condisce l’ambientazione orrorifica, udiamo l’abbaiare di un cane ed un cupo suono rimbombante (a tratti anche un sibilo ossessivo, misto a versi di vari animali). L’insieme è strutturato in uno splendido crescendo, e siamo dunque pronti ad accogliere la track vera e propria, aperta da un riff che trasuda vecchia scuola da ogni dove. Sentendo questo demo ad “occhi chiusi”, partecipando ad una cosiddetta blind listening session, potremmo quasi pensare agli inizi di thrash metal bands come Sepultura (periodo “Morbid Visions”) e Sarcofago, dato che l’efferatezza delle chitarre (chiaramente di stampo thrash ma orientate comunque verso un blackened death) fa proprio tornare ai fasti della vecchia scuola carioca. C’è spazio per un assolo al fulmicotone sparato proprio all’inizio, mentre la chitarra ritmica mantiene sugli scudi il riff portante: un tripudio di velocità intervallata da brutali stacchi, che delineano il pezzo quasi esso fosse grezzamente scolpito in un legno di qualità grossolana. La qualità del suono è l’asso nella manica di questi ragazzi, poco da dire; grezza, violenta, perfettamente adatta alle tematiche trattate ed al genere musicale scelto. La qualità non è eccelsa ma la forza del brano risiede proprio in questo, nel suo suonare sporco “ad ogni costo”, a tratti persino disturbante. Si alternano momenti di grande velocità ad altri decisamente più cadenzati, come dimostra il momento che si estende dal minuto 1:39 al minuto 2:25, in cui i tempi rallentano ed assistiamo ad un violento quanto ipnotico incedere della band tutta. La voce di Mike è uno degli assoluti punti forti del combo, terribilmente greve, caustica e tagliente come una lama spuntata ed arrugginita, la sezione ritmica è meravigliosamente sorretta da Ivan e Dagon (quest’ultimo preciso ed ancorato al tempo come il suo omonimo al celebre monolite!) mentre Ale e Pato ci mostrano tutto il loro valore, sfoggiando un’attitudine old school davvero niente male. Sicuramente più convincente di quella di molti altri, garantito. Il brano non ci riserva molte sorprese e scorre fra velocità e rallentamenti, giungendo tosto ad un finale che sembra voler riprendere “l’ipnotismo” mostratoci ad inizio track, ma opta per una confusionaria accelerata che ci accompagna al termine di questa prima avventura. Ottimo inizio! Il testo di “Decayed Skull” sembra proprio riprendere in pieno gli stilemi tipici delle liriche Death Metal: argomenti macabri e truculenti, il tutto dominato da un’oscurità raggelante ed inserito in un contesto confuso e pregno di paura e terrore allo stato puro. Non è ben chiaro chi sia il protagonista di queste parole, ma è certamente perso nella tenebra più totale, esiliato dall’umanità e costretto a vagare senza sosta in un labirinto privo di punti di riferimento o anche solo un piccolo spiraglio di luce. Sembra proprio trattarsi, visti molti particolari, di un’esperienza unica ed irripetibile.. ovvero, la Morte, l’unica certezza sulla quale possiamo (ahinoi) contare. Sembra quasi che ci sia una “voce fuori campo” intenta a commentare tutto ciò che accade al nostro protagonista: dapprima la distruzione e l’annichilimento dei suoi ricordi più felici e spensierati (la sua infanzia cancellata di netto) e di seguito l’ansia generata dall’attesa di un giudizio (forse un Dio tiranno e dispotico che si fa beffe di noi miseri mortali?). Nel mentre, il corpo va incontro alla naturale decadenza post morte ed il teschio, come da titolo, comincia a decomporsi. Il narratore infatti invita lo sfortunato protagonista a “far tesoro” di questo istante, mentre sotto la sua bara le anime dei dannati sembrano danzare felici, dato che qualcun altro sta per unirsi alla “festa”. Non è ben chiara la seconda parte delle liriche, in cui si fa riferimento ad un figlio, anch’egli morto ed in via di decomposizione, più uno strano invito (se così vogliamo definirlo): “fregali con la violenza, è il tuo burattino, la tua puttana morta”. Un verso quanto meno singolare, forse la presenza di un figlio e l’invito a “fregare” molte persone potrebbe in qualche modo farci pensare sempre ad una figura divina, ed a Cristo in particolar modo. Egli è morto e persino lui, sulla croce, si chiese perché mai il padre lo avesse lasciato morire proprio così.. parliamo sempre di un Dio visto come tirannico e despota, che si impone con la paura e la volontà di suscitare terrore nei suoi seguaci. E’ un’interpretazione forse un po’ forzata, ma quanto meno calzante. Comunque, liriche certamente aderenti ad un determinato filone ma non per questo scontate o prevedibili. Partenza senza compromessi per la seconda traccia, Perpetual Vengeance, la quale si fregia di un particolare retrogusto Black Metal prima ondata, quello che maggiormente risentiva ancora degli influssi Death Metal. Le chitarre, cupe e possenti, ricamano un riff claustrofobico ed a tratti strangolante, riesce a farsi udire “di prepotenza” anche Dagon, che facendo rullare i suoi tamburi e pestando per bene i suoi piatti dona al pezzo quella marcia in più. Dicevamo, Black Metal “prima ondata”, proprio perché in alcuni punti la chitarra solista cerca di farci udire una melodia nera e disturbante, fredda e gelida come i ghiacci perenni della Scandinavia, mista però ad un riff massiccio che affonda le sue radici in un rabbioso Death Thrash metal: amalgamando il tutto si ottiene così un pezzo più che ottimo, decisamente ben suonato e “gelido” quanto serve a farci correre un brivido lungo la schiena. Mike è nuovamente sugli scudi ed il pezzo procede senza troppe variazioni, finché giungiamo al minuto 1:18, in cui le note delle chitarre di Ale e Pato divengono più lunghe e lasciano per un momento campo libero ad Ivan, che fa udire la sua sola presenza, intervallata ad un ritorno più tagliente della coppia chitarristica. Si riprende, in seguito, a pestare a pieno regime, riprendendo gli stilemi iniziali. La formula rimane invariata, un Death Metal sconfinante nel proto Black, giungiamo poi al minuto 2:19 in cui assistiamo ad un nuovo dilatarsi dei tempi. I riff si tingono di ineluttabilità, la voce di Mike suona quasi come quella di un profeta indemoniato, mentre su di un riff possente e non troppo veloce si ben adagia un assolo confezionato in maniera ottimale. Un accorgimento che serve a mostrare quanto i nostri non siano certo dei “picchiatori della domenica” ma anzi, ci fa capire quanto sia importante essere dei musicisti ben preparati, nonostante il pregiudizio largamente (a torto) diffuso. I Nostri non esagerano con i tecnicismi, anche qui un sound lo-fi rende perfettamente giustizia alla bestialità che i Dystrophya vogliono mostrarci, in maniera diretta e priva di fronzoli. E meno male, diremmo, dato che di questo tipo d’attitudine se ne sente fin troppo la mancanza, in questi ultimi tempi. Da lodare questa loro volontà, senza dubbio! Il brano si chiude dunque su tempi più ariosi, sfumando pian piano verso un finale ben più calmo di quello del brano precedente. Altra prova che lascia positivamente colpiti e ci invoglia a proseguire questo viaggio. Parecchio criptico in molti punti, il testo di “Perpetual Vengeance” porge il fianco a diverse interpretazioni. Dapprima ritorna il tema della morte sviluppato già nelle lyrics del brano precedente, in quanto si fa nuovamente riferimento alla “carne che muore”, sotto una pietra però definita “della distruzione”. Forse è troppo scontato definirla come la normale lapide mortuaria, il fatto che questa pietra “scortichi il cielo” può forse far pensare ad un contesto apocalittico in cui un asteroide è pronta a disintegrare l’umanità come la conosciamo. Un’apocalisse autorizzata sempre da un Dio tiranno e dispotico, dato che comunque la morte simultanea di più persone ha connotati quasi “di sacralità” o comunque mistici. Viene, difatti, esplicitamente detto quanto segue: “il tuo sangue e la tua anima verranno donati alla Stella”, stella che forse si rivela essere il Sole, astro per antonomasia con il quale questo essere sovrannaturale che ci narra la vicenda sembra identificarsi. Si susseguono espressioni di difficile decifrazione, si fa riferimento ad una sorta di invito di carattere ambiguo; “stringi i genitali del Padre”, se colleghiamo questa frase alla parola “masturbazione” già udita nei primi versi allora forse possiamo mettere in relazione l’essere che vediamo qui dipinto come un’entità ad un qualcosa di panico e malvagio al contempo. In altre parole, forse è di Satana che parliamo, essere che secondo il folklore medievale riuniva in se attributi satireschi (le corna, gli zoccoli, un comportamento lascivo) e soprattutto la malvagità come la conosciamo. Il suo potere, da che mondo è mondo, si alimenta tramite l’energia delle anime perdute. Alcune pratiche dunque magico sessuali, l’ecatombe di umani e questo comportamento ambiguo possono effettivamente ricondurci a questa figura, la cui vendetta sarà sempre, per l’appunto, perpetua e mai doma. Un attacco “à la Slayer” prima maniera apre il terzo pezzo del disco, The Devil Behind the Cross. L’attitudine thrasheggiante viene presto ridotta a comprimaria, però, in favore della ruvidissima inclinazione Death dei nostri, i quali sembrano in questo brano sfociare nella potenza di gruppi Horrid o Deicide. Forse ci troviamo dinnanzi al brano più diretto e potente dell’intero lotto, la cosiddetta “bordata” posta frequentemente a metà disco, il pezzo che ha il compito di trascinarsi tutti sulle spalle e trascinarci in un delirio di pogo che non conosce eguali. Ascoltando questo brano, difatti, sembriamo veramente presi di prepotenza e gettati là nel mezzo, intenti ad affermarci a suon di spintoni e spallate: un pezzo che farà senza dubbio la gioia degli appassionati più intransigenti! Il blast beat di Dagon sembra non voler cessare mai, Ale e Pato dal canto loro riescono a tenere ben saldo l’andamento aggressivo del brano, mentre Ivan fa il suo mestiere (e molto bene, fra l’altro) e Mike ha il compito di brutalizzare ancor di più il clima con la sua voce che, lasciate che lo si dica, sembra veramente spuntata fuori dal ventre dell’inferno. Musicalmente parlando ci troviamo dinnanzi ad una perla rara, difficile da credere, se non avessi il disco qui accanto a me, che effettivamente si tratti di una produzione recente. In questa “The Devil..” è perfettamente messo in pratica ogni punto dell’ipotetico “Manuale del Death Metal”, più aggressivi di così non si poteva veramente essere, ed il vero momento clou arriva verso il minuto 2:11, in cui tutto sembra divenire più nero che mai. Pessimismo e violenza trasudano dai riff di Ale e Pato, mentre poco dopo assistiamo ad un nuovo rallentamento. Le chitarre smettono momentaneamente di rincorrersi forsennate, decidendo di dar vita a tempi nuovamente più cadenzati. Il tutto fa pensare quasi ad alcuni episodi udibili in determinati brani di gruppi come Impetigo, e la cattiveria regna anche se non v’è velocità tagliente. A rendere l’atmosfera ancora più lugubre e sanguinolenta interviene anche una tastiera atta a riprodurre un sibilo vampiresco, un effetto sonoro adoperato nei vecchi film horror nel momento in cui veniva mostrata in tutta la sua maestosa decadenza la dimora di Dracula. Più che ai vampiri, però, questo frangente del brano fa quasi pensare ad uno zombie: lento, ma spietato e grondante sangue. Il tutto si conclude così, lasciandoci ancora una volta soddisfatti e travolti da tanti impeti. Giro di boa ampiamente superato. Molto più semplice interpretare i versi che compongono il testo di “The Devil Behind the Cross”, in quanto il brano in questione fa della schiettezza il suo punto forte. Sono liriche al vetriolo scagliate contro la Chiesa Cattolica, rea d’essere un’associazione caritatevole e misericordiosa soltanto in teoria. In pratica, il Vaticano è la più grande associazione a delinquere che sia mai venuta a crearsi nella storia dell’umanità, abile nel macchiarsi dei più terribili misfatti salvo insabbiare tutto con la scusa della “fede”. Uomini uccisi, persecuzioni, e cosa peggiore violazione dell’innocenza dei bambini. Questo è il peccato peggiore sul quale i Nostri vogliono accendere un riflettore particolarmente luminoso, in quanto (soprattutto) negli ultimi anni i casi di pedofilia ecclesiastica si sono moltiplicati in maniera tristemente allarmante. E’ scandaloso, dicono i Dystrophya, che proprio gente che si erge ad unica depositaria della carità e della misericordia si riduca a commettere tali atroci bassezze. Il sangue degli innocenti sul quale molte delle loro false credenze sguazzano ha raggiunto dei livelli di profondità preoccupante, ma questo sembra non importare a nessuno. Ad ogni angelus, ad ogni messa, tutti sono sempre lì, come ipnotizzati, pronti a prendere per oro colato le parole di un autentico messaggero del male, che sotto la sua candida tonaca nasconde in realtà un cuore nero ed accecato dalla lascivia e dalla crudeltà. Verrebbe in effetti da pensare, leggendo il titolo, che dietro quella croce si nasconda un demonio più che un Messia misericordioso. O meglio, gli insegnamenti di Cristo sono stati totalmente abbandonati e sacrificati in nome del profitto e delle perversioni di ogni suo singolo ministro, a partire dalle alte sfere sino a giungere ai gradi meno importanti. Insomma, un attacco neanche troppo velato alla doppia faccia delle istituzioni ecclesiastiche, di giorno immacolate e di notte corrotte. Sta solo a noi capire come funzionano certi mondi e fare in modo di non cascare nei loro inganni: non abbiamo bisogno di alcuna “guida spirituale” e non ci servono i loro sermoni, dobbiamo girare alla larga dalle loro lusinghe e ricordarci di quanti e quali crimini si siano macchiati, i cosiddetti “ministri di Dio”, lungo tutto il corso della loro esistenza. Riprendendo dalla conclusione di “The Devil..”, il quarto pezzo del lotto (The Last Steps of Martyr) accentua ancor di più la cadenza ed i ritmi dilatati sino ad ora uditi, producendo nel suo inizio una marcia mesta e quasi funebre, suonata con un piglio , melanconico e quasi doomeggiante. Il tutto sembra riprendere gli stessi stilemi adottati dagli Slayer in brani come “South Of Heaven” e “Seasons in the Abyss”, tuttavia aggiungendo una “sporcizia” sonora atta a rendere il tutto più rugginoso e vicino al Death Metal. Una nera melodia quasi orientaleggiante si fa dunque largo nelle nostre orecchie, almeno finché la sezione ritmica comincia a tingere di marzialità la canzone, lasciando sempre la melodia libera di esprimersi, ma introducendola in un contesto maggiormente “quadrato” e preciso. Il tutto presto si dissolve per sfociare in una nuova bordata di Death Metal, anche se in questo frangente i Nostri sembrano non volersi scatenare ed anzi, sembra quasi vogliano controllarsi per non rischiare di sparare troppo e forte. Certo l’irruenza di “the Last..” traspare con forza, ma meno delle altre track udite nel corso di questo ascolto. Il tutto sembra andare avanti senza troppi problemi, salvo poi trovarci, verso il minuto 2:32, immersi in un momento “Pedal To The Metal” nel quale i Dystrophya decidono di premere ancor di più l’acceleratore e brutalizzare maggiormente la track, la quale però gode sempre di un certo alone tetro donato dalla intro. La melodia iniziale, resa molto più “drastica”, tenta di far capolino di quando in quando, il tutto diviene più pesante e veloce ma in seguito si ripresenta la cadenza già udita. Arriviamo dunque al finale in questo gioco di alternanze, sapientemente calibrate e perfettamente poste in maniera quasi strategica, proprio per far risultare la track mai scontata e mai banale. Semplice nella sua linearità, ma comunque non “già vista” o sentita. Punto a favore per questi ragazzi, che riescono a rendere il loro operato mai una fotocopia o un ricalcare continuo degli stessi stili. Già l’inserto di tastiera della track precedente ci aveva fatto capire che i Dystrophya compongono secondo un loro gusto, pur amando la vecchia scuola.. questo pezzo ci fornisce la prova definitiva: attitudine old school ma mai, e dico mai banale o pedissequamente derivata. Ritorna il tema religioso con “The Last Steps of Martyr”, in cui viene tracciato il profilo del cosiddetto “martire”, ovvero colui che, rifiutando l’abiura e la conversione, muore per rimanere fedele fino alla fine al suo Dio, che mai vorrà rinnegare. Nonostante si parli di una morte in croce è certo che non si tratti di Cristo (in quanto lo stesso Gesù appare assieme a Dio al condannato, poco prima che egli muoia), tuttavia il testo sembra voler comunicarci tutto meno che una lode a questa figura. Più che sullo spirito di sacrificio e sulla volontà di morire per una causa, i Dystrophya sembrano voler far leva sulle atrocità verso le quali quest’uomo si sta incamminando. La sua unica fede diviene, quasi, il dolore nella più pura accezione del termine. Dolore fisico (ben sappiamo, leggendo ad esempio la storia di San Sebastiano, a cosa si andava incontro in determinati momenti) e dolore psicologico, in quanto il condannato a morte viene esposto anche al pubblico ludibrio, e agli sberleffi di una folla insensibile che è lì unicamente per poter assistere ad un atroce spettacolo di morte e sofferenze. Sembra quasi che il gruppo voglia dirci, narrandoci questa storia: è veramente necessario, tutto questo? Quale Dio vorrebbe mai questa terribile tortura? Perché sacrificarsi a questo modo? Perché condannarsi a morte e stringersi volutamente nella morsa del dolore? Non ci è dato sapere cosa abbia effettivamente spinto molte persone ad intraprendere questo cammino, sta di fatto che questo elemento è uno dei più strumentalizzati dalla Chiesa. Prendendo spunto da queste vicende, i cari ecclesiastici cercano in tutti i modi di far presa sui “fedeli”, inculcando in loro l’ideale del sacrificio ad ogni costo, senza chiedersi mai perché o se effettivamente sia giusto o sbagliato agire in tal maniera. Il nostro protagonista sembra non domandarsi nulla di tutto questo ed anzi, percorre il “sentiero della vergogna” deriso ed umiliato da tutti, nonché straziato dal dolore. Solo la morte metterà fine a queste terribili condanne alle quali è stato sottoposto, anche un po’ per sua volontà. Sempre in maniera lenta e crudele si apre la penultima track del disco, Stigmata, la quale beneficia dell’andatura cadenzata di “The Last..” pur risultando intrinsecamente più cattiva e volenterosa di sconvolgerci con il celeberrimo passo “da zombie”. Giusto ribadirlo, molto spesso una band riesce a dimostrarsi “dura” maggiormente nei momenti come questi, piuttosto che negli assalti sonori a piena velocità. E’ “facile” sfogare tutta la propria rabbia sparandola come un proiettilie, è molto più difficile canalizzarla e rilasciarla poco a poco, in maniera ben più implacabile, ghermendo l’ascoltatore come una preda. Il “cibo gratis” non è accettato dai Nostri, loro vogliono cacciare: noi siamo le prede e “Stigmata” è quel rumore nella notte che ci spinge a sudare freddo e ad essere divorati da una crisi di panico. Cosa si nasconderà mai nel buio? Quando giungerà, la nostra ora? Ecco che il brano cerca di ricreare lo stesso effetto, ben più massiccio e pesante di “The Last” e sicuramente più efficace. Riprendendo a piene mani da un certo modo di suonare piuttosto caro a colossi come gli Obituary, i Dystrophya riescono a confezionare un qualcosa di unico, in cui tutti gli accorgimenti sonori sembrano formare una perfetta collana di perle: dalla “solita” tendenza alla nera melodia della chitarra solista all’implacabile sorreggere il peso di tutto della chitarra ritmica, coadiuvata da un Ivan particolarmente efficace e da un Dagon che molto spesso, in momenti “isolati”, ci fa sentire dei tintinnanti colpi di ride. Ritorna anche la tastiera, che questa volta sembra quasi voler imitare (certo in maniera molto più “barocca” e molto meno decadente) gli accorgimenti orchestrali presenti negli album dei Celtic Frost (“To Mega Therion” in primis). Abbiamo poi un momento in cui tutti gli strumenti lasciano sola la chitarra, la quale verso il minuto 2:39 (coadiuvata da Ivan) si lancia in un vero e proprio momento Thrash Metal. Un assolo veramente più che degno, subito smorzato dal ritorno alla cadenza Death che ci accompagna sino alla fine del pezzo. Forse il migliore brano del lotto, non c’è che dire. Altro attacco nemmeno troppo velato al cattolicesimo, nelle lyrics di “Stigmata”. Come già evinciamo dal titolo, ad esser preso di mira è un fenomeno sovrannaturale che sin dall’alba dei tempi caratterizza il misticismo cattolico, ovvero la comparsa dei segni della passione di Cristo su fedeli particolarmente “devoti”. Le stigmate (o stimmate, a seconda dei casi) altro non sono che le ferite dei chiodi e della corona di spine, quelle stesse ferite che uccisero Cristo e che, per motivi inspiegabili, si trovano a comparire su persone “scelte” perché considerate maggiormente vicine a Dio. L’apparizione servirebbe, secondo la spiegazione più diffusa, a far sentire ad un mortale lo stesso dolore che Cristo sentì nel momento della crocifissione, proprio per farci capire a cosa il Messia andò incontro. L’apparizione delle Stimmate viene considerato come un miracolo benevolo e fra i più importanti: il manifestarsi di tutto questo, però, comporta atroci dolori e sgomento, più che intensificare la Fede del protagonista sembra impaurirlo mortalmente, facendolo contorcere per il dolore inumano che questi simboli creano in lui. Ancora una volta, ci si chiede come possa un Dio benevolo provocare tutto questo. In fondo, Cristo è morto per evitare ulteriori sofferenze all’umanità, non avrebbe motivo di voler “rinfacciare” sui suoi figli quel che lui passò. Sarebbe un comportamento quanto meno egoista, troppo lontano dalla concezione di “Dio” alla quale tutti siamo abituati.. ma sappiamo, purtroppo, come le cose funzionano. Il tirannico despota “celeste” sembra divertirsi un mondo a punire senza troppi problemi i suoi “fedeli”, i quali, per paura di ribellarsi, accettano con felicità ogni punizione, anche le più orribili. In questo caso, i nostri ci comunicano come nelle stimmate non esista nulla di positivo, anzi. Queste ultime sono solo un terribile fenomeno che ha del demoniaco più che del divino, e che tutto questo travaglio iniziò proprio quando Cristo venne inchiodato. Forse, sarebbe stato meglio che egli non avesse mai subito tutto ciò, se alla fine il prezzo da pagare è questo. Arriviamo dunque alla fine di questo viaggio con l’ascolto dell’ultima track, Pedophile Priest, la quale opta per una partenza veloce ed arrabbiata, distaccandosi notevolmente dalle altre tre tracce udite in precedenza. Qui domina letteralmente la più pura attitudine Death dei nostri, riusciamo a sentire lungo i solchi di questo brano la marcia essenza che caratterizzò sin da subito band pilastri del genere come Cannibal Corpse (dai quali i Dystrophya hanno sicuramente avuto modo di attingere, soprattutto se consideriamo il primissimo periodo della band, quando alla voce era presente l’allora frontman Chris Barnes), giusto per intenderci. Un pezzo che dunque fila senza troppi complimenti o compromessi, in un tripudio di riff sferraglianti e tempi forsennati. La voce di Mike è ancora una volta un fiore all’occhiello e possiamo udire ben più distintamente che in altre track il basso di Ivan, questa volta esaltato e capace di emergere nell’insieme, lasciandosi sentire ed addirittura rimanendo da solo in alcuni frangenti. Il nostro bassista riesce a ricavare il meglio dal nostro strumento, mostrando un approccio aggressivo ma comunque carico di feeling e di sintonia con la sua ascia. Piccolo momento in cui i toni divengono più “declamatori” (una sorta di “invocazione” compiuta da Mike) e tutto torna sui binari originari, ovvero: sangue e violenza. Dagon sembra letteralmente malmenare i suoi tamburi, Ale e Pato non risparmiano neanche una nota e vogliono farci capire quanta sana rabbia serva per suonare un genere come questo. La canzone sembrerebbe terminare così.. ed invece, al minuto 2:50, una melodia cantilenante prende il sopravvento sul tutto, mentre possiamo udire la batteria di Dagon  tenere mestamente e tranquillamente il tempo. Senza blast beat o colpi percussivi di una certa potenza.. semplicemente un ritmo preciso e tranquillo, che sorregge un carrilon infernale che sfumando chiude il pezzo. Un finale a sorpresa che ci lascia storditi e confusi, ma non in maniera negativa, sia chiaro. Effetto sorpresa ben riuscito, un brano (e di conseguenza un disco) che non poteva chiudersi meglio di così. Il testo di “Pedophile Priest” non lascia molto spazio all’immaginazione, e con quest’ultimo brano i nostri sferrano l’attacco decisivo a quel che, secondo loro (e molti altri) è considerabile come il peccato peggiore del quale la Chiesa si sarebbe mai potuta macchiare: la violazione dell’innocenza di un bambino. Subire abusi in tenera età comporta gravissimi danni sulla psiche e sul proseguo della vita normale, tanto più se a ricevere questa terribile piaga è un bimbo che si ritrova tradito ed umiliato da una figura che per lui avrebbe dovuto essere fonte di sicurezza, di tranquillità e di serenità. Chi mai potrebbe sospettare di un prete, di un ministro di Dio? Di un uomo sorridente e generoso, che dietro quella faccia pulita nasconde invece chissà quanta cattiveria e crudeltà? Ebbene, i maledetti decidono di concentrare la loro perversità sui bambini, proprio perché sanno che con loro avranno “terreno facile”. E’ la parola degli adulti a “contare di più”, il piccolo può aver “frainteso” o “capito male”.. tante scuse, tante terribili bugie che assicureranno ai vari criminali l’impunità. Sarà facile adescare le loro vittime: sin da piccoli siamo plagiati ed impauriti dalla storia del “diavolo”, sappiamo bene che dobbiamo “pregare” per tenerlo lontano. Ed ecco che il prete orco fa leva su questa paura, sostenendo con determinati “atti” di poter “lavare via il peccato”. Il prete protagonista del testo sembra comportarsi come la maggior parte dei suoi colleghi (purtroppo) reali. Egli è fermamente convinto di voler sfogare dei biechi istinti su di un bambino, ma al contempo (in un impeto di pazzia) è convintissimo di agire “per il Signore”, sentendosi comunque vicino a Dio. Egli crede di commettere un attimo che il Padre Eterno tollererà e bypasserà senza troppi problemi, in quanto egli è comunque nel giusto: è un Prete, un servo del Signore, si può peccare ma basta pronunciare tre o quattro “Pater Noster” per ritrovare la retta via. Rideremo, oh se rideremo, quando le loro anime saranno tormentate per l’eternità, schiacciate sotto i possenti zoccoli di Baphomet, il quale dispenserà loro la giusta punizione (eterna) che comunque mai potrà restituire la felicità ad un bambino seviziato.



Giunti a questo punto ed avendo ascoltato in toto le sei tracce proposte dai Dystrophya, possiamo dunque dedicarci ad una disamina più ampia. Non piove sicuramente sul fatto che questi ragazzi sappiano il fatto loro, e che l’espediente del “do it Yourself” li abbia aiutati molto a tirar fuori l’aggressività giusta e la volontà di mostrarsi senza troppi specchi a deformare la loro attitudine. Quel che abbiamo fra le mani è un prodotto sincero ed onesto, che ci mostra dei ragazzi volenterosi di andare avanti lungo un sentiero, come già detto, lastricato a sassi appuntiti, quello del Metal, in cui la concorrenza non manca e non mancherà mai. Quanto mostrato lungo i solchi di questo “Decayed Skull”, comunque sia, fa ben sperare. Forse è ancora troppo presto per esultare come se non ci fosse un domani, sei tracce sono comunque ancora (sostanzialmente) “poche” per poter gridare al capolavoro. Non ancora fantastico, ma molto buono, questo si. Del resto è importante la determinazione, per riuscire nel campo della musica.. e quando sforni un prodotto del genere sfruttando appieno i mezzi che in questo momento si hanno, allora questo può considerarsi già un notevole passo verso il traguardo finale. L’unico modo che i Dystrophya hanno di mostrarci quanto effettivamente valgono è quello di cimentarsi ora nella realizzazione di un full-length, nel quale dovranno per forza di cose ritagliarsi uno spazio più ampio e mostrare a tutti che la loro capacità di coinvolgere rimane intatta anche lungo una tracklist ben più importante. La rabbia e la bestialità primordiale sono presenti, delle qualità tecniche niente male riescono a convincere, in generale il clima “putrescente” che si respira ascoltando un po’ di sano Death Metal vecchia scuola fa sempre bene al cuore, e non c’è da sorprendersi del fatto che questo sound riesca ad esistere ancora, tramandato dai posteri e giunto sino a ragazzi giovani come i Nostri. Il minimo comun denominatore è sempre stato uno: LA FORZA DELL’ESPRESSIONE, il voler suonare più duri e crudi possibili, l’essere massicci, affamati e perché no, anche incazzati. Certi pregi fanno di un metallaro una vera e propria macchina da guerra, distinguendolo da chi suona unicamente per strappare qualche misero applauso o una pacca sulla spalla.. non è fortunatamente il caso dei Dystrophya, che degli applausi “consolatori” non sanno proprio che farsene. Il loro intento è uno, scatenare l’inferno suonando la musica più brutale che sia mai esistita. Incarnano alla perfezione il concetto di rabbia ancestrale che da sempre veglia e vigila su di un genere, il Nostro, che mai dovrà mescolarsi troppo con “la calma” e “la tranquillità”. Il futuro riserverà sicuramente buone cose per questo combo di Deathsters, sono pronto a scommettere che, se le cose andranno come dovranno, questa “Decayed Skull” diverrà a sua volta un piccolo culto bramato da ogni collezionista che si rispetti. Sarebbe in effetti bello, un domani, presenziare ad un concerto di questi ragazzi e vederli già affermati, magari in procinto di ristampare "Decayed Skull" vista la grande richiesta da parte dei loro fan. Il fascino dell'originale, comunque, non verrà mai battuto. Cosa aspettate, dunque, ad accaparrarvene una copia? Nient'altro da dire, se non arrivederci al prossimo disco.. con la certezza che sicuramente ne uscirà fuori qualcosa di altrettanto grandioso. Sarà sicuramente importante, peri nostri, non perdersi ed incappare in qualcuno che sappia ben valorizzare l'attitudine "lo-fi" e la vincente allergia contro gli orpelli ed i tecnicismi fini a loro stessi.


1) Decayed Skull
2) Perpetual Vengeance
3) The Devil Behind the Cross
4) The Last Steps of Martyr
5) Stigmata
6) Pedophile Priest