DRACONIAN

Where Lovers Mourn

2003 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
12/09/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I Draconian nascono nel 1994 a Saffle, in Svezia, per mano di Johan Ericson (allora alla batteria ed oggi unico membro rimasto di questa prima formazione), del bassista e vocalist Jesper Stolpe e del chitarrista Andy Hindenäs: all'epoca erano chiamati Kerberos, dediti ad un Melodeath pesantemente influenzato da stilemi tipicamente Black Metal.  Infatti, nei brani che componevano il loro primissimo repertorio (ma in generale anche nei testi dei loro primi demo, soprattutto il secondo) erano numerosi i riferimenti a Satana, all'occulto, all'inferno ed alla dannazione. Il registro stilistico, musicale e tematico non mutò fino a quando entrò nella band, sette mesi dopo la nascita dei Kerberos,  Anders Jacobsson; il quale portò con sé quelle forti influenze Gothic che più in avanti avrebbero caratterizzato la band, rendendola quella che oggi conosciamo. Dall'ingresso di Anders in poi, avvenuto in un momento particolarmente "strategico" (il gruppo non aveva ancora inciso nulla ed era pronto a re-inventarsi), inoltre, la band prenderà il nome definitivo di Draconian. Il 27 Ottobre del 1995 i Nostri si recarono dunque in studio ed in soli due giorni registrarono la prima di quattro Demo, le quali precedettero di fatto l'uscita di un primo Full Length e furono "testimoni" di un susseguirsi di avvenimenti tortuosi che minarono di fatto il percorso della formazione, più volte portando i Draconian vicini anche allo scioglimento. La prima Demo registrata è "Shades Of A Lost Moon", pubblicata nel Febbraio del '96: questa presenta uno stile molto diverso da quello al quale i Draconian ci avrebbero abituati in futuro. Tutta la produzione è grezza, la qualità della registrazione è scarsa. Per di più, sono percepibilissimi dei veri e propri errori (assai palesi) di missaggio in alcuni brani; nonostante ciò questa Demo risulta gradevole e si lascia ascoltare, tanto da venir apprezzata anche all'epoca per via di vari fattori. Al suo interno, infatti, essa contiene molti spunti inusuali per l'epoca d'uscita e che più avanti sarebbero stati  addirittura elevati e raffinati, tanto da divenire le colonne portanti della musica della band. Infatti, nonostante la musica sia molto più pesante e con influenze molto diverse e molto più estreme da quella loro attuale, nel sound risulta predominante una componente melodica che accompagna tutta la Demo. Forte è anche la componente Goth (seppur non dominante come sarà in futuro) e per le prime volte nel genere si può ascoltare il suono di un flauto, suonato da Jessica Eriksson, ingaggiata per l'occasione. Ai synth, invece, troviamo Susanne Arvidsson. Il resto della formazione, invece è così ripartito e composto: Anders Jacobsson alla voce,Johan Ericson alla batteria, Jesper al basso ed Andreas alla chitarra. All'inizio del 1997, la band (con qualche cambio di formazione che vede Johan Ericson suonare anche i synth, Anders Jacobsson anche il flauto e l'ingresso nella band di Magnus Bergstrom come seconda chitarra) rientra quindi in studio, non essendo riuscita a trovare alcun contratto col primo Demo. Viene registrata "In Glorious Victory", con la speranza di avere maggior fortuna. Particolarità, tutti i brani parlano della cacciata di Lucifero dal paradiso e della sua discesa nell'inferno con i demoni: lo stile musicale, al contrario di come si potrebbe pensare, si allontana ulteriormente dal loro sound caratteristico avvicinandosi invece al Black/Death Metal più rozzo e melodico. Un'inversione di marcia che non reca comunque la considerazione sperata, tanto che la band rischia lo scioglimento anche a causa dell'obbligo di leva, che coinvolge due membri, obbligati a lasciare temporaneamente il progetto. Finalmente, nel 1999, i Draconian (dopo numerose difficoltà interne) tornano a registrare e stavolta stravolgono completamente il loro sound. All'inizio del 2000 viene rilasciato "Frozen Features" demo di sole due tracce, il quale vede nella lineup i tre soli "originals" Johan, Jesper ed Anders occuparsi rispettivamente di chitarra, basso e voce. Troviamo ancora una volta Magnus come secondo chitarrista, mentre alla batteria spicca Jerry Torstensson. Il gruppo è quindi supportato dal tastierista Andreas Karlsson. Più avanti, esattamente nel 2002, viene rilasciata una demo dalla lunghezza impressionante, tanto da poter essere considerata un vero e proprio album (avendo alla sua base, inoltre, un tema da poterla far assurgere a vero e proprio concept): "The Closed Eyes Of Paradise". Arrivati a questo punto, le vere intenzioni dei Draconian vennero prepotentemente fuori; il loro sound si affermò definitivamente, mostrando in pompa magna le proprie velleità death perfettamente incorporate in un Goth Doom monolitico ed imponente. Un buon rilascio, seppur la produzione rimase su livelli bassi come tutte le loro demo. Bassi se non infimi, situazione che cominciò a pesare all'ensemble svedese, insoddisfatto dei propri lavori. La formazione continuò inoltre a cambiare: Hindenäs  tornò in qualità di chitarrista e Johan riprese a suonare la batteria (vista la momentanea defezione di Torstensson); sempre parlando di ritorni, poi, notiamo come la voce femminile sia quella di Susanne, temporaneamente rediviva. Appunto temporaneamente, visto che la band registrò "Dark Oceans We Cry", altra Demo che potrebbe essere presa come un vero e proprio album e che inoltre vide l'arrivo della vocalist Lisa Johansson. Altri scossoni e cambi minarono poi la stabilità della line-up, la quale riaccolse Torstensson come batterista e segnò Johan come chitarrista assieme a Magnus. Il resto dei componenti rimase dunque a svolgere le normali mansioni. Tornando al contenuto di "Dark..", i brani contenuti in questa demo-album sarebbero stati ripresi più avanti, tanto che in questo lavoro possiamo trovare quello che oggi è considerato da molti come il più grande capolavoro dei Draconian, ovvero "Death Come Near Me", presente comunque in una versione ancora "embrionale". Un notevole salto di qualità, che fu supportato da un bel numero di live shows, i quali procurarono molti consensi ai Nostri svedesi. Finalmente, i Draconian ottennero un contratto discografico, firmando per la "Napalm Records", la quale gli permise di lavorare finalmente in condizioni più che accettabili, beneficiando di serietà e professionalità. Venne così alla luce "Where Lovers Mourn", registrato nel Giugno 2003 negli studi "Mega", prodotto dalla stessa band con l'aiuto alla consolle fornito da Chris Silver, quest'ultimo già membro di band come Sundown e Cemetary. Quel che abbiamo ora fra le mani è dunque un disco caratterizzato da una lunga e travagliata gestazione. Il definitivo punto di arrivo e di inizio per una band che, nonostante i mille problemi, decise di andare avanti, lottando sino all'ultimo, cercando in tutti i modi di realizzare il proprio sogno. A livello di line-up, quest'ultima sempre mutevole, troviamo quindi Anders Jacobsson e Lisa Johansson alla voce, Johan Ericson tornato alla chitarra ed affiancato da Magnus, Thomas Jäger subentrato a Jesper Stolpe, Andreas Karlsson alla tastiera ed il confermato Torstensson alla batteria. Come special guest troviamo, inoltre, Olof Göthlin nel ruolo di violinista.

The Cry Of Silence

Il disco si apre con "The Cry Of Silence (Il pianto del silenzio)", già incontrata nella demo "Frozen Features" e per l'occasione completamente riarrangiata e ri-registrata. Udiamo la chitarra comparire poco a poco, in sordina, stabilizzandosi presto in un crescendo che la vedrà in seguito raggiungere il culmine, poco dopo l'inizio. L'atmosfera instauratasi, ora molto più presente, accompagnerà e chiuderà il brano, aleggiando perpetuamente su di ogni nota emessa. Ascoltiamo dunque una chitarra fredda e tagliente, che sa farsi spazio in quell'ambiente desolato descritto dal Synth, mediante l'utilizzo di un riff ipnotico che darà poi spazio alla batteria, forte ed incisiva. Un istante di silenzio ed il lamento della chitarra riprende il suo incedere lento: se questo era ipnotico all'inizio, risulta ora esserlo ancor di più, grazie ad una melodia sinistra, scandita con gravità e solennità. Ancor più ipnotica sarà la voce delicata di Lisa Johansson, che dopo un breve parlato di una voce maschile entrerà con la sua ugola e delicata, in totale contrasto con la musica agghiacciante che ascoltiamo, la quale potrebbe vagamente suscitare qualche sensazione Doom. La componente "gotica" apportata dalle tastiere e dalla voce femminile, tuttavia, disperde la pesantezza tipica del Doom facendo sfociare il tutto in un qualcosa si più "romantico", inteso nel senso letterario del termine. Una voce femminile che verrà di seguito bruscamente interrotta da un cantato estremo dai toni furiosi, ad opera di Jacobsson.Un cantato che molto risente di espedienti Death, il quale va molto ben a coniugarsi con la lenta e decadente parte strumentale, che anche quando si sforza d'esser più melodica, non riesce a non suscitare un profondo disagio interiore, una profonda sofferenza nell'ascoltatore. Minuto 5:50, dopo un sussurro catacombale fa la sua comparsa un delicato arpeggio; sormontato da un battere di tamburi, il quale sancirà un inasprimento della canzone, che si velocizzerà andando quasi ad approdare (vagamente) verso lidi Melodeath. Si prosegue spediti, con l'acido ed urticante scream di Jacobsson grande mattatore del frangente. Il tutto si dissolve quindi in un ritorno dei tempi più lenti, i quali vedono anche il ritorno di Lisa, magnifica interprete e perfetta contraltare del suo collega. Altra variazione al minuto 7:48, quando i tempi di batteria divengono leggermente più concitati del solito e dei cori epici fungono da perfetto background per il cantato estremo, quest'ultimo sempre più efficace. Si continua così sino al minuto 9:18, momento in cui, dopo una lieve decelerazione, si prende a correre in maniera marcata. Eco dei Children of Bodom si fanno abbastanza presenti e dunque Jacobsson può beneficiare di un sound più spedito e diretto, se vogliamo. Non si rinuncia alla melodia ma si continua a correre, in un tripudio di emozionalità e di pathos magnificamente espressi a suon di sei corde ispiratissime e desiderose di farsi udire. Esattamente al minuto 10:51 tutto termina, abbandonandoci quindi ad un mesto pianoforte, il quale ha il compito, con le sue note delicate e piangenti, di chiudere un primo brano veramente d'impatto. Ben presto giungerà anche un oboe a donar man forte allo strumento a tasti, rendendo l'insieme sempre più decadente e cupo, triste se vogliamo. Un brano, dunque, che in tutta la sua lunghezza si disegna così, fra una furia disperata ed una melodia angelica che arriveranno ad intrecciarsi e cantare insieme mentre la musica diverrà sempre più violenta rimanendo però lenta e triste, melodica ma in grado di fustigare a suon di tempi monolitici. Il testo, dal canto suo, si dimostra perfettamente in linea con quanto effettivamente cantato dai due vocalist. Le Nostre voci infatti ci narreranno una vera e propria poesia, incentrata sul desiderio di morte che solo chi ha versato milioni di lacrime in silenzio può provare. Lacrime gettate senza essere visti e senza voler essere visti, sperando di morire ora invisibili, proprio come le gocce che cadono dai nostri occhi. E' proprio quando siamo soli, infatti, che riusciamo a vedere e toccare distintamente il nostro dolore. Tutti i nostri pensieri scorrono dinnanzi ai nostri occhi, in una triste processione; ci assalgono e non ci lasciano dormire, ci massacrano a colpi di ricordi dolorosi. Fallimenti, tradimenti, delusioni.. tutto torna ad occupare il nostro cuore e la nostra anima, i quali non riescono più a reggere così tanto peso. Crogiolarsi nel dolore è l'unico modo possibile per raggiungere presto il nostro destino, ovvero quello di morire nel silenzio, non lasciando tracce. Senza più speranze, senza più amore, senza più nessuno che possa anche solo pronunciare una parola di incoraggiamento. La solitudine ci attanaglia e dunque ci spinge ogni giorno di più fra le braccia della morte, la quale verrà ben presto (almeno, lo speriamo) a consolarci. E' finita e non c'è più niente da fare, il fondo è stato ampiamente toccato e siamo talmente stanchi da non riuscire nemmeno a pensare di risalire. 

Silent Winter

 Si continua con "Silent Winter" (Inverno Silenzioso)". Questo brano è definibile come una "scarica d'adrenalina", in perfetta quasi antitesi con la open track, invece stabilizzatasi su registri assai più malinconici, cupi, bui e decadenti. Rincarando la dose, "Silent.." risulta forse il pezzo più veloce ed arrabbiato di tutto il disco. Nonostante ciò, tuttavia, è bene ricordare che non si arriverà mai alla brutalità del Death Metal più oltranzista e "classico": infatti, anche in questo brano si noterà la forte presenza di una continua atmosfera desolata e questa volta costruita in maniera anche più sapiente rispetto al brano precedente; un'atmosfera, trademark di tutto il disco, che in questo episodio riesce ad inseririrsi perfettamente nella furia ceca del tutto descrittaci da Lucifero in persona. Si parte sin da subito con un tagliente e veloce riff di chitarra, molto semplice e potente, sostenuto dalla batteria che colpisce solo grancassa e rullante; il tutto viene tenuto insieme dallo splendido quanto oscuro violino di Olof Gothlin, decisamente a suo agio in questo frangente. La presenza di uno strumento ad arco, infatti, non rende affatto il tutto più dolce o armonioso né assolutamente melodioso, anzi: Olaf riesce nel difficile compito di rendere il tutto ancor più inquieto e disturbante. Entrano le vocals di Jacobsson col suo scream tagliente e quasi soffocante, qui a fare le veci di Lucifero, mentre l'angelo caduto tenta di esprimere la sua rabbia e la sua agonia, dovute al suo esilio dal cielo in una terra fredda e desolata. Il riff portante cambia leggermente, diventa diventando più melodioso ed acuto mentre ritorna la voce di Lisa, quasi distorta e con un forte riverbero, a cantare solo due versi prima che ricominci tutto come prima. Ancora una strofa velocissima cantata dalla furiosa voce di Jacobsson ed ancora una volta Lisa a fungere da contraltare, e di nuovo tutto cambia. Al suono di "Luciferi", frangente cantato in maniera quasi onirica da Lisa Johansson, comincia un botta e risposta fra i due vocalist mentre la musica sotto scandirà l'enfasi su ogni verso pronunciato, con delle scale che saliranno e scenderanno, eseguite con abilità magistrale sia dal violino che dalle chitarre. Entrambi i cordofoni risultano assai espressivi e capaci di donare il giusto tocco di potenza nei punti che più richiedono. Jacobsson ha appena il tempo di descriverci lo scenario desolato e di morte che si apre dinnanzi allo sguardo di Lucifero, l'inferno nel quale l'angelo è caduto, nel quale vaga ricordando tutto ciò che ha perso; appena le sue parole si esauriscono, ecco sopraggiungere un pianoforte di un'eleganza meravigliosa, accompagnato dalla chitarra elettrica. L'unico momento di respiro in questo caotico, anche se il tutto dura poco, solo il tempo di capire che "La vita è il teatro della morte" ed ecco che ritorna tutto com'era. Desolato e distruttivo si fa strada il riff iniziale, senza pietà, con Jacobsson che torna a mordere con la sua voce potente. Dopo un'altra interruzione, sempre al suono di "Luciferi" il brano si conclude d'improvviso. Avrete intuito nei riferimenti sparsi quanto il tema centrale del brano sia in effetti il Diavolo. Tuttavia, più che narrare la storia biblica del personaggio, i Draconian vogliono concentrarsi sull'aspetto più "umano" di Lucifero, ovvero il suo mondo affettivo. Tutto quell'insieme di sensazioni ed emozioni in grado di metterlo in subbuglio, di farlo agire non come un essere votato dal male ma come un essere dominato da una profonda tristezza. Il suo ego è infatti martoriato da migliaia di pensieri, negativi e dolorosi. Egli è stato cacciato da un giardino in perenne fioritura, sbattuto senza pietà in una landa desolata ove piange le sue lacrime congelate. Chiede un ultimo abbraccio, disperato, sognando che qualcuno posso cogliere i suoi ultimi sospiri, ora che solo il fiore della Morte sboccia per lui. I passaggi poetici dei versi, ricchi di metafore, rendono comunque le liriche di difficile interpretazione: la storia di Lucifero sembra effettivamente quella di una persona qualsiasi, la quale sentendosi tradita e schivata dal mondo non fa altro che far della sua tristezza una sorta di scudo, di situazione nella quale cercare di reinventarsi. Lo stesso Lucifero, in una strofa, arriva a dire che chiunque fugga dal sole e dalla tranquillità del giorno è degno di ricompense e considerazione. E che, dopo tutto, nelle sue lacrime "sboccia il fiore della verità". Come se il demone avesse deciso di abbandonare una situazione felice solo in apparenza, in grado di non soddisfarlo. La sensazione di abbandono fa male, malissimo, lacera le sue carni, anche se la conoscenza della Verità allevia il suo dolore. Come ben sappiamo, infatti, il Diavolo divenne tale per essersi ribellato a Dio, non volendo accontentarsi di ciò che il suo padrone gli imponeva, desiderando conoscere e sapere quanto più potesse.

A Slumber Did My Spirit Seal

Torna  ora un'atmosfera ovattata, in contrasto con quanto abbiamo udito, grazie alla comparsa di "A Slumber Did My Spirit Seal (Un sonno sigillò il mio spirito)", grande omaggio che i Nostri svedesi recano al poeta inglese William Wordsworth, il quale compose questa poesia nel 1799. Una poesia, è il caso di dirlo, musicata in maniera elegantissima, come non si era mai visto. Dopo 25 secondi di atmosfera cupa e  rilassante al tempo stesso, creata da un sintetizzatore ed una chitarra appena ascoltabile, subentra possente la voce di Lisa Johansson, supportata da una sei corde che scandirà l'incedere lento e maestoso del brano. La musica si muoverà sulle parole di Wordsworth con fare epico e decadente, riuscendo ad esprimere perfettamente l'oniricità del componimento. Nella seconda strofa, dopo un intermezzo impreziosito dal suono del violino, su di una musica rimasta sostanzialmente invariata giunge la voce di Jacobsson ad intrecciarsi con la sua controparte femminile. Però, questa volta, sembra totalmente annullato l'effetto di rabbia e disperazione:  infatti, in questa strofa non si farà altro che aumentare la nostra alienazione dalla realtà, trascinandoci completamente in quel mondo disegnato dalle parole di Wordsworth e al quale tanto sembra ispirata la copertina di quest'album. Seguirà un breve assolo di chitarra, senza virtuosismi e niente che voglia essere eccessivo o esagerato. Pare essere perfetto per dov'è messo; ci lascia l'assolo e si presenta una chitarra molto leggera, la quale dà inizio ad una strofa cantata solo da Johansson, dopodiché il brano esplode di tutta l'energia di cui i Draconian sono capaci. Un tripudio di emozioni  emesse dalla chitarra, dalle tastiere nonché dall'immancabile violino ora più tagliente che mai, un ensemble che scandirà le ultime malvagie note dopo il cantato di Jacobsson. Questo è il brano più elegante e forse anche il più riuscito dell'intero disco, nel quale ci viene raccontato, con una perfetta armonia fra il testo e la musica, quello che sembrerebbe lo stato di un essere, in bilico fra l'esistere e il non esistere. Visto da un protagonista, forse il poeta stesso, il quale ci parla appunto di un sonno nel quale è piombato e che dunque gli permette di osservare questo spirito del sogno. Un qualcuno identificato con l'aggettivo femminile "she" ("lei"), che vive nella terra, negli alberi e nel tutto, ma che contemporaneamente sembra non vivere: figura eternamente giovane, non soggetta alle leggi del tempo. E che come l'uomo che narra, non ha paure umane. Non vede, non sente, sembra totalmente avulsa alla realtà rimbombante e disturbante della vita di tutti i giorni. Vive comunque, volteggiando nell'aere. Quasi come fosse un essere di solo spirito, vive e vive costantemente in questo limbo eterno, con la grazia di una regina. Sembra quasi che il componimento voglia glorificare questo status di totale atarassia, di calma epicurea. Uno stato di totale abbandono, nel quale poter finalmente posare le proprie membra stanche, affaticate dallo scorrere veloce e crudele di un tempo distruttore. Pace definitiva, quiete totale. Non ci è dato sapere se la quiete venga intesa nel senso foscoliano del termine (la morte, in poche parole), e molti indizi sembrerebbero farci propendere per il sonno eterno. Fatto sta che la poesia giunge dopo due testi assai sofferti, una poesia che spezza il ritmo sia musicalmente sia liricamente. In grado, quindi, di donarci pace, facendoci rilassare e disperdendo ogni tristezza, dubbio o pensiero pessimistico.

In Solitude

La successiva "In solitude (In solitudine)riesce ad essere il perfetto connubio fra i due brani precedenti. Avremo la forza e la cattiveria ascoltate in "Silent Winter", ma anche l'eleganza, la raffinatezza e quella maestosa e lenta atmosfera decadente che ha di fatto caratterizzato. "A Slumber Did My Spirit Seal". Curiosità: questo brano, proprio come il primo "The Cry Of Silence", l'abbiamo già trovato nella demo "Frozen Freatures" ma anche stavolta è ri-registrato in maniera professionale, limato in alcune imperfezioni. La band, in linea di massima, ha deciso di lasciare la struttura originale del pezzo, scritto inoltre con l'ex componente Susanne Arvidsson che si occupò delle liriche. La canzone si apre con un violino che, ormai sembra quasi scontato dirlo, risulta perfetto nella sua resa. Questo viene poi seguito dalla batteria e dalla chitarra di Jhoan Ericson, perfettamente a suo agio nell'impugnare la sei corde, mantenendo gli animi ancora "calmi". Improvvisamente la musica diventa pesante ed entra il growl più cupo di Jacobsson, su di una "melodia" incalzante. Ecco che ritorna la voce di Lisa, ipnotica come non mai, un'ugola che  in questo brano mostra tutto il suo talento canoro. Fungendo da perfetto "mr. Hyde", Jacobsson mostra quindi gli artigli, comparendo imperialmente e sciorinando tutta la disperazione che può essere cantata. Alla fine di ogni strofa avremo prova , inoltre, di quanto talentuose siano le chitarre, capaci di intrecciarsi a meraviglia con dei brevi intermezzi studiati, insieme al violino. Asce che esploderanno, esattamente a metà del brano, con un assolo gelido ed anche questo perfetto, capace di aumentare enormemente il pathos sino ad ora espresso. La melodia malata dei riff, quella malinconia costante in ogni nota, sarà impressa nella nostra mente in maniera inevitabile; la ricorderemo a lungo, continuando a cantare quei motivetti distorti. Dopo l'assolo, avremo poi il piacere di ascoltare la voce di Lisa Johansson in una strofa, vicino alla fine; un momento dedicato completamente a lei e alla sua espressività. Dalla melodia ancora malinconica e malata quanto gloriosa, questa sarà la parentesi finale che sancirà la "condanna", la quale avverrà al suono della voce perfetta della cantante. Condanna, avete letto bene: proprio perché questo brano parla di una drastica condanna, espressa in due strofe particolarmente significative: "In solitudine.. per sempre!! Per sempre vedrò, udirò, gusterò, annuserò.. per sempre sentirò la solitudine!! Questa vita così solitaria.. forse dovrei farla finita una volta per sempre. Si, dovrei!".  Versi durissimi che affrontano un problema grave, quello della depressione derivante da un forte senso di abbandono. Uno status terribile, alienante, doloroso: uno status in grado di farci sentire totalmente inutili, incapaci di comprendere con il mondo reale. Parole che sembrano rievocare le vicende personali della poetessa Emily Dickinson, che ci narrano di un eremitismo spontaneo e non spontaneo. Una condizione che affligge, che tortura. Sappiamo che la solitudine è la nostra unica amica e confidente, che mai nessun altro potrà prendere il suo posto. Cerchiamo di accettarla, di farla entrare nella nostra vita.. eppure, continuiamo a soffrire dopo ogni suo gelido abbraccio. Famiglia, amici.. tutto sembra perso, nessuno è in grado di accendere anche solo una fiammella di speranza, nei nostri cuori. Ci chiudiamo in casa, piangenti, al buio totale. Siamo soli e non possiamo farci nulla, questa è la condanna definitiva. Una condanna sancita da noi stessi, dalla nostra malsana voglia solitudine, dal nostro dissidio interiore, dall'apatia alla quale siamo condannati e dalla quale non ci siamo mai liberati. Capiamo quindi che la nostra vita deve finire qui: questa esistenza portata al limite, senza un senso, è diventata solo una danza triste senza alcuno scopo, che continua in perpetuo senza variazioni. L'unico modo per cambiare le cose è dunque farla cessare, in maniera drastica. 

Reversio Ad Secessum

Giungiamo alla seconda metà del disco con "Reversio ad secessum (Tornare alla partenza)", quinto pezzo del lotto. E' questo, forse, il brano più complesso da descrivere: sembrerà completamente omogeneo per tutta la sua durata e allo stesso tempo sarà eterogeneo in tutte le sue parti, caratteristica che di fatto lo rende quasi indescrivibile. Un brano in costante mutazione, senza un vero e proprio scheletro, che si muove lento ed inesorabile, ma senza mai farci capire in quale direzione. Il violino qui sarà spesso assente e la chitarra sarà talmente semplice da essere ridotta quasi al solo compito di dover sostenere l'atmosfera, ad eccezione dei brevi momenti in cui diventa protagonista. Il nostro unico punto d riferimento sarà il pianoforte, che qui spicca su tutti; e considerando il resto dei brani, questo sarà quindi il pezzo in cui lo strumento a tasti sarà maggiormente presente. Dopo un potente inizio, nel quale su delle chitarre melodiose la voce di Jacobsson scandirà dei versi in latino che conterranno il significato dell'intero brano, ecco che riavremo la voce femminile a farla da padrone. Una voce questa volta soffusa e morbida, praticamente immersa in un' atmosfera molto cupa. Una parentesi in cui a dominare sarà il sintetizzatore, strumento che renderà il tutto ancora più gelido. Il ritmo si spezza, arriva la melodia e il tutto è tranquillo, sorretto prima dal un leggero violino accompagnato dalla voce di Lisa Johansson e poi da arpeggi di chitarra. Al minuto 2:30 avremo una breve apparizione del pianoforte che lascerà poi il posto alla chitarra, la quale si manifesterà in tutta la sua potenza, sostenuta dal growl di Jacobsson. La chitarra di Ericson però non diventerà protagonista, andando infatti ad accompagnarsi con il pianoforte di Karlsson che riesce qui ad essere praticamente perfetto, a livello di espressione e tecnica. Tutto il brano sarà così, continuerà in questa maniera, in un continuo ripetersi della stessa melodia, ossessivamente e senza ma risultare ripetitivo. Un brano sfuggente ed a tratti impalpabile, concitato ed etereo, monocorde e policromatico allo stesso tempo. Un pezzo che affida alle nostre capacità cognitive, al nostro cuore ed alla nostra anima, la capacità di tingere su tela le immagini più disparate. Come dice il titolo, si torna al punto di partenza ed infatti la melodia finale sarà la stessa di quella iniziale. Tutto il testo risulta strutturarsi su di una contemplazione notturna del proprio dolore, e della futilità della propria vita. I pensieri distrutti, cupi e tristi di un uomo che invano pregava per la sua esistenza, per la salvezza finale, per un po' di gloria o comunque pace. Alla fine, il Nostro si ritrovava sempre lì dov'era ora e dove sarà sempre. Un perpetuo "ritorno a casa", in un luogo dell'anima dal quale evidentemente non può scappare. Tenta di uscire dal recinto, di scavalcare, di correre.. ma tutto pare inutile. Le solite quattro mura, i soliti pensieri, lo stesso male di vivere. Niente può consolarlo o sollevarlo dalle sue pene, nulla può salvarlo: questo è il suo destino, ed egli non può fare altro che accettarlo, sedendosi con la testa fra le mani e piangendo. Piangendo le lacrime più amare che può, che se non altro lo aiuteranno, con il loro sgorgare, ad esorcizzare un po' di quel dolore insopportabile che lo tormenta. Una vita gettata in pasto a preghiere vane, nella speranza di liberarsi della propria condizione e con la certezza che ciò non sarebbe avvenuto: quindi, il protagonista contempla la notte, ed almeno in ciò trova giovamento, mentre le sue illusioni appassiscono. 

The Amaranth

Preceduta solo da un'intro di violino, tutta la potenza canora di Lisa Johansson esploderà aprendo di fatto "The Amaranth (L'Amaranto)", un brano che avrà quindi il compito di mostrarci ancora una volta e maggiormente in pompa magna il talento della giovane svedese. In questo frangente, proprio lei sarà la voce della dea dell'amore, la voce di Venere, riuscendo nell'impresa di rendere alla perfezione tutta la bellezza nonché tutta la maestosità della divinità in questione. Le capacità espressive di Lisa risultano quindi eccezionali durante tutta la sua parte, quest'ultima quasi interrotta da un riff, neanche troppo ispirato, ma comunque divertente e decisamente adatto al contesto, molto potente e vicino al Death. Un riff che quindi sorregge la voce cupa di Jacobsson, il quale interviene per recar potenza al contesto. Il semplice riff gli dona infatti una forza eccezionale, e la sua ugola ha quindi il compito di raccontarci dell'amore che ha perduto e che ora ricorda con amarezza ed afflizione. Di quella vecchia storia, il Nostro ne ricorda le cose belle, le cose brutte, ricorda com'era prima e quanto soffra ora. Al minuto 2:00 il ritmo viene spezzato e con una chitarra ora molto più leggera la voce di Jacobsson smette di rimembrare il passato, prendendo invece ad esprimere i suoi desideri. La sua vita, senza "lei", non ha senso; tutto è freddo e morto. Egli sogna quindi di poter volare via insieme alla sua bella, ed invece è costretto a questa vita. In lei splende l'essenza stessa della dea Venere, la musa ispiratrice di ogni persona innamorata, di chiunque senta il suo cuore dominato dalla bellezza dell'amore. Tutto torna come nella prima strofa, la voce femminile dominante, con la voce femminile accompagnata in quest'occasione dal growl. Assistiamo successivamente a quella che sembra una conversazione fra i due personaggi: l'uno si chiede se lei tornerà mai da lui e l'altro si domanda lo stesso, quasi come se ascoltasse le sue preghiere. Con un ultimo cambio di riff avremo l'ultimo scambio di battute che sancirà la fine del brano, in un frangente dominato dalla chitarra. Un pezzo particolarmente ispirato e basato quindi su sentimenti contrastanti: da una parte l'amor perduto, da una parte l'amor che vuol tornare, in un modo o nell'altro. Una rassegnazione che non predomina e che anzi spinge i personaggi protagonisti quasi ad incontrarsi, a riunirsi. Uno dei pochissimi testi dei Draconian in cui a dominare non è la depressione mista ad oscurità infendibile ed ineluttabile. 

Akherousia

 Ormai prossimi alla conclusione di questo viaggio gotico e decadente, è tempo di approcciarsi alla brevissima "Akherousia": la quiete, un attimo prima del gran finale. "Akherousia" è difatti l'anticipazione di dell'inevitabile fine di tutte le cose, che tutti temono anche se lo negano, preferendo non pensare. Cosa si potrebbe mai fare in un tale contesto di morte, se non esprimere un solo desiderio, quello di esser portati via? Questo è "Akherousia", un desiderio misto a paura ed angoscia. La speranza di salvezza unita al timore della morte, della fine totale. Musicalmente, ci troviamo dinnanzi ad una canzone semplicissima, la quale ha appunto più la funzione di intro per la prossima track che una vita a sé stante. Una parentesi che non rimarrà mai particolarmente impressa. Una chitarra acustica, delicata e di quando in quando accompagnata da note di pianoforte, sorregge meravigliosamente la voce di Lisa, espressiva e cristallina. Abbiamo quindi una seconda parte in cui Jacobs sussurra dei versi pregni di rassegnazione, giusto il tempo di lasciare il posto alla sua collega, la quale torna quindi a scandire le ultime fasi del brano, assieme ad un meraviglioso ed etereo connubio di violino, chitarra e pianoforte. La vera forza di questo brano è la poesia della quale è composto; dopo di questo breve momento di quiete e raffinatezza, sappiamo bene che c'è solo una cosa che ci aspetta e che non potremo mai evitare: la fine.

It Grieves My Heart

La quale giunge con "It Grieves My Heart (Il Mio Cuore S'Affligge)", ultimo brano del lotto. Un pezzo in cui la musica parla praticamente da sola; dopo una breve intro, il brano esplode subitamente, con le chitarre che stridono, piangono e si lamentano: tutto è chiaro e si capisce subito l'intenzione generale del gruppo, quella di concludere in maniera mastodontica un disco fino ad ora da considerarsi incredibilmente bello. Le prime due strofe saranno l'elevazione massima dello spirito gotico della band, uno spirito teso ed elegante, il trionfo delle due voci, delle chitarre, del pianoforte, del violino. Tutto collaborerà per colpire al punto giusto, svolgendo la missione di risultare propedeutico al messaggio di sottofondo delle liriche, espresso senza troppi fronzoli: il mondo è vuoto, superficiale e ciò ci addolora. Riusciamo quasi a sentire questa costante disarmonia nel tutto, pur recando gli strumenti un'armonia unica, formando un connubio potentissimo capace però di esprimere il nostro sentimento di rottura, come l'anima che prorompe in mille schegge impazzite, simbolo del caos, della fine di tutto. Quando crediamo di aver capito come sarà la canzone, però, ecco che tutto cambia: una scarica di violenza e brutalità si sprigiona da ogni strumento, tutto si avvicina mostruosamente al Death Metal più Doom, prendendo le distanze dal Gothic; tutta la cattiveria la si ritrova non solo musicalmente, ma anche nelle lyrics, in un connubio allucinante di misantropia e disprezzo per l'umanità. L'odio per ogni cosa vana, superflua, inutile che affligge la nostra esistenza, radicato nei nostri modi di vivere e che qui si fa sentire con violenza, mediante l'adozione di riff veloci e quanto mai martellanti. L'odio verso l'insensata vita religiosa, la paura della morte e il non accettarla: l'umanità viene vista come una massa di persone che non dureranno più che una manciata d'anni, che svaniranno via con la loro morte. Persone sono viste con disprezzo e che procurano un disagio a chi di questa vita non ne può letteralmente più. Successivamente, tutto si ferma ed una chitarra che ricorda vagamente gli Swallow The Sun ci riporta al Doom/Goth. Ripresa la ragione, ecco che le chitarre riprendono a lamentarsi. In questo mondo malato non si può vivere, ciò non fa che "affliggere il nostro cuore", eppure non possiamo liberarcene. Sul finale, la voce femminile (insieme al Growl)ci accompagna dunque con il pianoforte alle ultime frasi: a chiudere il disco sarà una voce recitante di un uomo, il suono di un respiro e la chitarra che svanisce lentamente. Poi, il silenzio. Il silenzio della cupa rassegnazione, dopo tanto odio dimostrato. Odio e sofferenza, due componenti in grado di dominare la scena, dimostrandosi figlie dello stesso sentimento: la tristezza. L'odio per l'umanità è dovuto al fatto che siamo purtroppo confinati ad una condizione di totale e sostanziale solitudine. Niente risulta aggradarci, niente ci consola, non riusciamo ad amare. Percepiamo la vita come un peso e vogliamo liberarcene ad ogni costo. Per cui, qualsiasi cosa ci ricordi lo slancio vitale è a noi in odio. Le persone, tutto ciò che esse rappresentano, i loro ideali, la loro fede: tutto dovrebbe sparire, distruggersi, sgretolarsi. Di contro, a dominare è la sofferenza. Siamo difatti costretti nostro malgrado in questo status, non avendolo certo scelto noi e non avendolo certo cercato. Tutto è purtroppo capitato, per uno strano scherzo del destino. Odiare ed inveire al cielo, con le lacrime agli occhi, è l'unica cosa rimasta da farsi.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine dell'ascolto di questo bellissimo disco, risultano diverse le considerazioni da farsi, tanto il cammino è stato impegnativo ed assai stimolante. Inutile girarci, però, troppo intorno: detto senza mezzi termini, i Draconian segnano con questo disco (per molti, opinione assai più che condivisa) il punto più alto della loro carriera nonché del Gothic/Doom in generale. Una credenza che mi sento in linea di massima di poter accettare e difendere, visto si che, per molti versi, gli esaltatori del gruppo svedese potrebbero benissimo aver ragione. Senza ombra di dubbio, questo è un disco di grandissimo valore artistico, la cui solidità è caratterizzata in primis da un'immensa varietà compositiva, che si mostra ovunque fosse stato possibile alla band inserire qualcosa che "variasse" sul tema, rendendo quindi il tutto più dinamico e ricco di sfumature differenze. Si sente, si percepisce nitidamente, lungo i solchi di "Where Lovers Mourn", un sovrabbondare di idee e di voglia di fare che di certo non sono venuti a mancare nel futuro, ma che qui sono espressi al massimo del loro splendore, in maniera schietta e genuina, tipica della gioventù musicale. Motivo per il quale "Where.." risulta un album estremamente eterogeneo, diverso quasi in ogni brano per stile, composizione, struttura e qualunque cosa possa venire in mente. Arriviamo quindi ad un altro punto di forza, del gruppo come del lavoro generale. Nonostante la grande presenza di elementi assai variegati, fatti coesistere fra di loro in un contesto certo ampio ma comunque non certo privo di "costrizioni", i Draconian sono riusciti nell'impresa di dare una perfetta forma al tutto, creando un insieme perfetto e dotato di un'eleganza spaventosa, privo di sbavature o sbandante. Un insieme perfetto, liscio come il marmo e capace di mostrarci un gruppo perfettamente consapevole dei suoi mezzi. Una band giunta al tanto agognato full-length dopo un gran numero di autoproduzioni, dopo tante difficoltà, dopo cambi di line-up, alla costante ricerca di una stabilità qui finalmente trovata. Ed espressa c on il supporto fondamentale di un'etichetta, di uno studio di registrazione professionale, con la complicità di un produttore capace. Un altro aspetto da non trascurare è infatti il lavoro alla consolle, svolto in maniera eccezionale, che fa sembrare "Where.." lontano anni luce dale grezze autoproduzioni degli esordi. I tapes dei primi anni rimangono una bella testimonianza di quel che i Draconian furono, certamente: tuttavia, la vera essenza della band viene espressa proprio a partire da questo album. Il quale è poi impreziosito con dei testi in grado di commuovere e toccare anche il più duro degli animi. Insomma, un gran bel lavoro, suonato alla perfezione, vario, mai noioso, denso di pathos e dramma, di sensazioni e soluzioni sempre differenti. I Draconian, qui, erano giovani e pieni di idee: un buongiorno che si vide dal mattino, visto che in futuro gli svedesi avrebbero infatti continuato il loro cammino. Per ora, erano contenti di averlo iniziato.. e si sente.

1) The Cry Of Silence
2) Silent Winter
3) A Slumber Did My Spirit Seal
4) In Solitude
5) Reversio Ad Secessum
6) The Amaranth
7) Akherousia
8) It Grieves My Heart
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