DRACONIAN

The Burning Halo

2006 - Napalm Records

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
23/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Lisa Johansson, Andreas Jacobsson, Johan Ericson e Jerry Torstensson si sono ormai imposti prepotentemente nello sconfinato mondo del Doom Death metal, con due album per molti l'apice della loro carriera; tutt'oggi considerabili dei capitoli fondamentali per la buona conoscenza del genere, se non addirittura un ottimo punto di partenza. Si uniscono nel 1994 sotto il nome di Kerberos, e sin da subito cominciano a lottare contro costanti cambi di formazione. Si trasformeranno dunque in Draconian e col nome muterà anche il loro stile, inizialmente molto più vicino ad un Death melodico con forti influenze Black. Dalle loro menti e da quelle di tutti i membri che si susseguiranno in queste prime fasi nasceranno ben quattro demo dalla qualità contenutistica sempre crescente, tanto che le ultime in specialmodo presero a somigliare più a dei veri e propri Full Length, che a dei tapes "dimostrativi". La loro è stata una storia difficile, e soltanto nel 2003, grazie ad un contratto firmato con la "Napalm Records", dopo ben nove anni dalla loro fondazione, riescono finalmente a rilasciare un primo album di inediti: "Where Lovers Mourn". Qui i Draconian compiono un definitivo passo avanti rispetto alle loro demo e decidono di impegnarsi per dare il massimo, ora che avevano finalmente ricevuto l'opportunità di fare qualcosa che non avevano potuto fare per anni. La "Napalm.." infatti li lascia totalmente liberi di suonare qualunque cosa essi vogliano, così i Nostri impegnano tutto il loro talento per scavalcare il genere di partenza: non volevano arrivare oltre quel che sapevano effettivamente fare, non oltre le loro capacità e non oltre la loro creatività. Volevano andare oltre la musica, oltre i generi, volevano fare qualcosa in più; volevano fare quel qualcosa che nessuno mai fa. Avevano una sola occasione, e così decisero di sfruttarla al massimo: i Draconian volevano osare, azzardare, fare un salto nel buio e creare. Magari strafare, ma esser certi di farlo bene e farlo meglio di tutti. Quel che ne venne fuori fu un prodotto in grado di bloccare la mascella di chiunque e che anche oggi, dopo oltre dieci anni, è riconosciuto all'unanimità come un capolavoro indiscusso. Un'autentica, vera esplosione di creatività, innescata dalle giovani menti dei Draconian. Nel 2005, ancora per la "Napalm Records" (ormai conscia del grande talento della band), viene dunque rilasciato "Arcane Rain Fell", il quale vide alle sue spalle un lavoro ancora maggiore che nel disco precedenter. Un nuovo album, i Draconian erano consci di non poter deludere; anzi, non potevano affatto permettersi neanche soltanto di non "sorprendere". Si cambiano le carte in tavola, la band decide di non voler giocare più lo stesso gioco. La struttura portante della loro musica rimane fondamentalmente la stessa, ma sono i dettagli a fare le enormi differenze, in questo "Arcane Rain Fell": viene abbandonato il magnifico violino abbondantemente utilizzato nell'album precedente e con esso anche la forte componente gothic. Viene intensificato il Doom/Death e le atmosfere sono alterate grazie al massiccio utilizzo dei sintetizzatori e delle chitarre distortissime, che le creano (mentre prima, queste ultime erano affidate appunto al violino). Anche questo disco, sostenuto da un concept estremamente affascinante e ricco di richiami alla letteratura, è stato estremamente apprezzato sia da pubblico che da critica, venendo considerato tutt'oggi come il loro miglior album, se non il migliore in assoluto in ambito Doom/Death. Che si ami il sapore Gothic trasudante da "Where Lovers Mourn" e tutta la sua malvagia eleganza, o che si preferisca la disperata desolazione diabolica ricca di contrasti ed odio di "Arcane Rain Fell", è certo il fatto che i Draconian in quest'inizio di carriera abbiano svolto un lavoro eccezionale ed assolutamente molto al di sopra della media. Essendo riusciti, potenzialmente, a creare due capolavori di fila. La band, dopo "Arcane..", aveva già dichiarato che avrebbe continuato a far musica così come aveva fatto fino ad ora; sempre continuando a sperimentare, sempre provando a "compiere un tuffo nel vuoto" a proprio rischio e pericolo. Avrebbero potuto creare ancora altri capolavori, come anche grandi fallimenti, ma non gli interessava. Come avevano fatto capire molto bene, ciò che a loro importava era semplicemente creare musica. Prima di continuare questo loro "percorso", però, la band sentiva come se avesse dei conti in sospeso da dover risolvere quanto prima, un debito da saldare col proprio passato: la necessità di omaggiarlo prima di distaccarvisi completamente. Nel 2005, subito dopo l'uscita di "Arcane Rain Fell", prima di impegnarsi ancora nello scrivere nuovo materiale, la band comincia un lavoro di accurata selezione del loro vecchio repertorio presente nelle quattro demo (che abbiamo già appurato essere grosse quanto album;  per poi poterlo riscrivere, e riadattare al loro stile attuale, così da creare un nuovo disco grazie anche all'affiancamento di alcuni brani inediti. Nasce, nel 2006, "The Burning Halo", sempre licenziato dalla "Napalm Records" nonché prodotto da Andreas e Johan.

She Dies

Opener del disco, "She Dies (Ella muore)": proprio come succedeva nei due album precedenti, s'innalza lenta con una chitarra dapprima distante e che con calma si farà sempre più spazio, fino ad esplodere con una forza incontrastata, esprimendo perfettamente lo stile Doom/Death della band. Il riff semplice è accompagnato solo da una batteria e dura soltanto pochi secondi, dopo i quali l'atmosfera viene spenta come una candela e saremo immersi nell'oscurità di un riff violento e lento. La voce di Jacobsson rimane poco espressiva, nel tentativo di esprimere ancora una volta il tormento interiore di un'anima abbandonata a sé: la malignità ci abbandona e siamo riavvolti da fragorose chitarre melodiche, che disegnano un maestoso intermezzo lento e desolato quanto breve. La voce angelica di Lisa Johansson è ancora una volta qui a rappresentare i pensieri tormentati di una mente: "Cado come la pioggia d'autunno.. / Tu sei il mio tutto". La musica sembra spegnersi, perdere d'intensità tutta d'un colpo subito dopo queste parole, ed il basso sarà immediatamente il nostro unico punto di riferimento, capace di condurci dritti nella rabbia di Jacobsson. Dopo questa strofa le due voci s'intrecceranno, il legame fra le due anime che cantano oramai è all'apice ed è anche distrutto. Le voci svaniscono e l'unico protagonista diventa Ericson con la sua chitarra solista, ed il riff ora più intenso e  forte, posto solo come ponte per la prossima strofa. Una chitarra acustica, il suono di uccelli ed una voce pulita, con uno strano riverbero appena accennato. Il brano prende una svolta abbandonando totalmente, almeno temporaneamente, la sua impronta Metal; con delle chitarre che ricordano invece più il Progressive Rock, e l'atmosfera generale che richiama al Gothic Rock. Tutto ciò dura però poco, solo un attimo fugace. Viene raggiunta la consapevolezza che anche se tutto è dimenticato, nulla è cambiato e l'unico desiderio della propria vita è abbandonare questo mondo in compagnia di "lei": con queste parole, le chitarre tornano ad esplodere accompagnate dal sintetizzatore e dal potente growl di Jacobsson. Presto sopraggiungerà anche l'eterea voce femminile di Lisa Johansson  ad accompagnare il tutto per un decadente trionfo finale lunghissimo che ci poterà all'altrettanto lungo finale di pianoforte. Poche cose nella vita son brutte come il perdere un amore a causa della morte: l'essere costretto a separarti per sempre da una persona che ami e che sai ti ama a sua volta, senza poter far nulla per impedirlo. I Draconian nella loro semplicità, sono riusciti a creare delle bellissime atmosfere cariche d'emozioni. Sfruttando un topos certo assai comune, quello del sentimento naufragato a causa della morte; eppure, sono comunque riusciti ad emozionarci e quasi a calarci nei panni dell'innamorato, distrutto ed annichilito dalla perdita della sua Lei. 

Through Infectious Waters

Through Infectious Waters (A Sickness Elegy) - Attraverso le acque infestate (Un elogio alla malattia)" si apre da subito con delle orchestrazioni le quali delineano da subito l'animo marcatamente Gothic intrinseco del brano, seppur questo si spingerà pesantemente verso lidi Death Metal. Con una marcia dal forte impatto e dal grande potenziale veniamo introdotti al brano vero e proprio, con un'intro realizzata da una voce spettrale, capace con il suo parlato inquietante di recitare per intero la prima strofa. Il brano prende ora una maggiore impronta Death con un riff veloce e divertente, abbinato al growl furioso, seppure il tutto rimanga ancorato agli stilemi dei Draconian, in grado comunque di reggere un'atmosfera cupa e mastodontica. Le brevi e precise orchestrazioni ci fanno rimanere saldi ancor di più nell'atmosfera Gothic, mentre Jacobsson decanta dell'eterna condanna umana. La musica ci abbandona così come il growl, rimaniamo in compagnia del solo sintetizzatore per un singolo istante, quando sopraggiunge la voce di Lisa Johansson accompagnata dalla chitarra. Dopo pochi versi la sua voce sarà accompagnata da un growl distorto e violento sottolineato da un blast beat. Questi pochi versi consistono comunque in una breve parentesi annebbiata: il riff di prima torna ad aggredirci, rapido e spietato insieme al growl, mentre i versi sempre più ripetitivi cominceranno ad ipnotizzarci ed entrare nella nostra memoria, stampandovisi in maniera perenne. Sopraggiunge quindi un assolo che tenta di donare colore all'oscurità del blast beat e che come al solito ci lascia apprezzare, seppur per breve tempo, le doti di Ericson. Si presenta un nuovo riff ancor più caotico e sostenuto dall'utilizzo sempre più massivo di orchestrazioni create ad arte dalla precisione chirurgica del tastierista Karlsson. Spiccano proprio le tastiere, in questa fase, che seppur vogliono essere solo un leggero sottofondo al riff energico di chitarra (nel momento di maggior enfasi del brano) riescono ad attirare l'attenzione su di loro e su tutte le melodie che esse costruiscono. Il tutto ancora una volta rallenta per dar spazio alla voce femminile e far emergere il lato gothic: arrivati a metà brano, la struttura della canzone viene totalmente stravolta e sarà il solo instaurarsi di una marcatissima atmosfera, fino alla conclusione. Inizialmente avremo l'impressione di ascoltare degli archi, poi soltanto delle chitarre ad accompagnare una voce appena udibile, poi ancora degli archi. Le chitarre esploderanno ad accogliere un growl cupo mentre le delle orchestrazioni creeranno un trionfo quasi glorioso, per poi svanire. Avremo una melodia ad accompagnare (in netto contrasto) il growl, e quando anche questo svanirà ecco tornare il suono degli archi e soprattutto del pianoforte, che ora diventa unico vero protagonista. Le chitarre si spengono, gli archi reggono tutta la struttura ed il pianoforte crea melodie meravigliose, ancora una volta in netto contrasto con quando abbiamo ascoltato sia uditivamente che concettualmente. Non solo l'atmosfera gloriosa e trionfante del finale sarà talmente tanto in contrasto da sembrare fuori luogo (seppure il contrasto forte che si crea e il come viene creato è davvero piacevole), ma c'è da dire che quanto viene cantato nel brano è tutt'altro che trionfante o minimamente "bello". L'elogio alla malattia dei Draconian è un testo che vuole essere raccapricciante; rimane molto criptico mostrandoci scene "suggestive" basate sul dolore e sulla morte, sulla sofferenza e sull'inevitabile trapasso. Il nichilismo più totale è alla base del tutto, portandoci all'ovvia conclusione: noi siamo tutto, ma al tempo stesso siamo niente. Durante tutta la vita ci portiamo dentro un peso, qualcosa di marcio e di doloroso che non riusciamo a scrollarci di dosso; un fardello il quale ci affligge la mente e ci tormenta l'anima, senza pietà. Questa malattia della vita ci condanna  tutti alla stessa condizione, poiché nessuno può sfuggirvi. La malattia della vita che spezza le ali di chi la vive è la vita stessa e, come dice Jacobsson nelle ultime parole di questo brano. "Non ci sono ulteriori parole che devono essere pronunciate".  Il dolore, in quanto tale, è suddivisibile in due fasi facilmente distinguibili, nelle quali tutti quanti sono passati e passeranno. La prima è la percezione dello stesso: il domandarsi perché esso ci sia, rendendoci la vita così insopportabile. Durante questa prima fase si è avversi al dolore, quest'ultimo ci appare estremamente negativo; tentiamo di combatterlo, ci sforziamo e falliamo. Ciò ci porta alla seconda fase: l'accettazione del dolore in quanto tale e quale parte di noi. Essendo una parte di noi stessi non lo si può combattere, non lo si può scacciare né si potrebbe vivere senza. Non rimane che attendere, in compagnia di esso, e sperare che quando si sia fatto da parte la nostra anima continui ad appartenerci, seppur morente.

The Dying

La maestria dei Draconian ci porta ad avvertire chiaramente questo tipo di disagio in "The Dying (Morente)", brano che porta avanti il discorso già affrontato. Due chitarre pesanti di un Doom estremamente oscuro aprono il brano e la mostruosa voce di Jacobsson comincia a narrarci di anime dalle ali spezzate e dalle vite disperate, non aventi diritto alla salvezza od alla redenzione. Seppur questo sia un picco estremamente Death Doom mai raggiunto dalla band, continua a rimanere dominante la loro vena melodica; in questo senso, il motivetto che si ascolta fra le liriche rimane facilmente impresso, e ci trascina sin da subito. Terminata questa prima strofa scopriamo la vera anima del brano: la voce di Lisa ci accompagna mediante una melodia ipnotica quanto semplice, e tutta la bellezza che i Draconian riescano a sprigionare viene diffusa dal pianoforte. E' qui, dunque, la vera essenza di questo brano: il pianoforte estremamente malinconico che accompagna la meravigliosa voce di Lisa Johansson (qui in una delle sue prove più toccanti), la quale ci descrive la profondità del suo dolore. Quando si affronta il dolore vero e lo si vede per quel che è si può solo gridare, poi rimanere soli e piangere. La chitarra ed il pianoforte ci accompagnano verso un altro declino di odio, che presto sfocerà in vera e propria violenza inaudita. Questo ci porta in una nuova fase, nella quale assistiamo alla totale scomparsa dei sogni e delle speranze. Da qui, ancora una volta si torna all'accettazione del dolore con la bellissima strofa della vocalist, preceduta però da un ponte nel quale si afferma un concetto, il quale delinea per sempre il proprio approccio con il triste sentimento: "Il sole non sorgerà mai più". Un'affermazione del genere non ci permette di ricadere in un circolo vizioso, è definitiva. Ancora una volta la chitarra soffusa e le tastiere studiate alla perfezione ci guidano in melodie misteriose ed affascinanti disegnate dalla voce di Lisa Johansson, quasi perfetta. Una chitarra cupa, poche parole in growl che con un linguaggio mistico rimarcano la desolazione del momento e poi la chitarra solista di Ericson, la quale conclude definitivamente il brano.

Serenade Of Sorrow

Terminati gli inediti, è ora tempo di approcciarsi al materiale già comparso in precedenza, agli albori della discografia dei Nostri. "Serenade Of Sorrow (Serenata di dolore)" è un brano proveniente dalla demo "The Closed Eyes Of Paradise": non è difficile da capire, sia per la musica che per la tematica molto cara ai primi Draconian, soprattutto quelli precedenti al primo album. Un brano il quale si apre con delle tastiere maestose ed una chitarra per niente incisiva; un ensemble il quale ci trasporta in un mondo sovrannaturale dove si è svolto il più grande evento di tutti i tempi. Lucifero è stato scacciato dal paradiso ed ora comincia a decantare il suo odio verso tutto ciò che conosceva. Il paradiso è passato da essere il luogo perfetto ad un luogo carico di ipocrisia e menzogne. Ben presto, la voce di Lisa si unisce a quella di Jacobsson creando un effetto fuori dal comune mentre la musica ricerca le vecchie atmosfere dei Draconian, soprattutto quelle create tramite il violino, ricreato qui da Karlsson ed il suo talento alla tastiera. Il racconto del brano si svolge come uno scambio di battute fra esseri sovrannaturali, infernali e non, che avranno qualcosa da dire in merito alle parole rabbiose di Lucifero. Il brano scorre lineare per due minuti, poi la musica si ferma: rimane infatti solo un violino, a farsi udire. La batteria comincia a portare il tempo e la voce angelica di Lisa Johansson ci accompagna teneramente in questo passaggio facendo le veci dello spirito santo. Dura solo pochi secondi dopodiché veniamo disturbati dalla furia prorompente di Jacobsson (Lucifero) il quale mostra, urlando a squarciagola, l'ingiustizia di dio e dichiara di non essere un suo "figlio" né di volerlo essere. Il ritmo altalenante del brano è sempre più persistente. Entra in scena un blast beat, un assolo e la musica diventa stranamente cupa e carica d'odio. Torna Jacobsson a far le veci del principe degli inferi: le orchestrazioni in sottofondo sono costanti e contribuiscono ora più che mai a creare quell'atmosfera infernale e caotica. Tornano infine lucifero e le due voci, su un riff purtroppo anonimo: traspare comunque il lato alquanto oscuro e maligno di un dio che di divino sembra avere ben poco. In netto contrasto con la "giustizia" che si vuole concedere all'angelo caduto.

Morningstar

L'immenso talento di Andreas Karlsson si rivela tutto in "Morningstar (Stella del mattino)", il più grande inno ad innalzare Lucifero (e tutto quel che possa significare il motto "Non Serviam") mai scritto dai Draconian, sin dalle primissime battute. Le sue orchestrazioni sono perfette, accompagnate dalla chitarra di Ericson, e le tastiere risultano di un sapore estremamente Gothic capace di rimandare leggermente agli Swallow The Sun. La poesia iniziale, quasi sussurrata da Jacobsson, ci narra in prima persona di ciò che "egli" abbia fatto affinché agli uomini fosse data la visione del vero: e cioè che gli venisse mostrato quanto la notte ed in generale l'oscurità siano effettivamente ciò che l'umanità dovrebbe abbracciare, in contrasto con la falsa luce divina. Il bellissimo riff di chitarra, che ricalca la melodia delle tastiere, esplode con fragore trasportando con sé un turbinio di energia ed emozione contenute sia nella musica che nelle parole ora urlate da un growl sofferente e maligno. "Io ho visto il pianto degli angeli / Essi sono schiavi della paura e del dolore / Io so che l'oscurità ci salverà tutti". Con il growl che si trascina sempre più al centro della scena giunge poi la batteria, che a colpi di rullante crea quella che sembra essere una marcia furiosa ed incalzante. Le tastiere si fanno sentire in sottofondo e la voce continua il suo racconto, al quale ora si aggiungono anche parole di speranza e di odio verso un nemico ancora non esplicitato, seppur sia facile intuire di chi parliamo. La musica si spegne tutta, sembra essersi chiuso il sipario e calato il silenzio. Gli archi riecheggiano un istante, poi ricompare il suono armonioso e squillante del pianoforte, accompagnato dalla voce di Lisa Johansson. In sottofondo avremo il lamento disperato di un growl distorto e malato, il quale si contorce a tempo con le parole, prendendo ancora il possesso del brano al ripresentarsi del riff. Il tiranno deve essere maledetto, il dolore va abbracciato con le proprie paure per essere combattuto. Alla fine tutti saranno ripagati per questa ribellione: che nessuno rimanga cieco alla volontà di un mostro fatto di menzogne e odio verso le proprie creature. Siamo a solo metà del brano quando gli echi del passato dei Draconian (passato da cui proviene questo brano, facendo parte di una vecchia demo) si fanno sentire come mai prima.  La chitarra accelera, accelera tantissimo. Abbandona ogni sorta di tratto Doom ed anche di Death Metal: seppur leggermente, il brano si tinge vagamente del nero maligno del Black Metal più sinfonico (essendo comunque estremamente contaminato e personale). Il riff di chitarra si scatena in tutta la sua collera mentre le orchestrazioni di Karlsson si fanno sentire mantenendo carica l'oscurità del brano. Il blast beat comincia a martellare velocissimo, ma la voce rimane un Growl che non si avvicina neanche lontanamente a qualcosa di Black. Il brano rallenta ed entra anche la voce di Lisa, cristallina come sempre, ad accompagnare il tutto mentre il basso massiccio come mai prima fa da sfondo a quest'invito alla guerra apocalittica contro dio. L'oscurità deve avvolgere i cieli poiché in essa si trova la verità, il dio di luce è un dio di menzogna. Il rullante torna a colpire al ritmo della marcia suonata prima: una chitarra, poi ancora il pianoforte con quella melodia che ormai riecheggia nella nostra mente quasi come un canto di vittoria. Viene ripresa la prima strofa dalla voce di Lisa e stavolta colui che porta la verità ammette di essere Lucifero, l'angelo della luce, il quale fugge dal giorno e vuol vivere nella notte. Si ode un tono estremamente oscuro nella parte finale, quando le voci diventano quasi corali e con un canto quasi diabolico ci portano al finale: una melodia trascinata di chitarra sfuma nel silenzio.

The Gothic Embrace

Le tastiere cariche di atmosfera aprono "The Gothic Embrace (L'abbraccio gotico)". Una voce distorta, lieve e tranquilla ci mostra le volontà di Lucifero, l'angelo caduto, qui umanizzato e detentore di un'atroce agonia interiore. L'unico desiderio che gli rimane, solo ed abbandonato com'è, è quello di una carezza o un abbraccio, desideri che gli ricordano gli antichi tempi da lui rinnegati e che quindi aumentano il dolore da lui provato. Un growl in concomitanza con la chitarra ci introduce nel vivo del brano con un riff malinconico ed energico, purtroppo non eccessivamente originale ed al contempo recante la certa impressione di esser già stato sentito. In netto contrasto con l'amarezza espressa dalle parole abbiamo una musica estremamente gloriosa e trionfante. Il ritmo si spezza, la musica diventa tranquilla: tutto si basa su un giro semplice del pianoforte creato ad arte per accompagnare la voce di Lisa Johansson, che con la sua solita espressività impersonifica l'angelo perduto, Lucifero, narrando dell'amore che gli fu negato e di tutto ciò che perse. Anche lei sembra proclamare con forza la condanna che affligge l'anima dell'angelo caduto, considerandolo quasi un martire. Il riff di chitarra torna ad essere quello energico e melanconico di prima, il growl forte continua a decantare odio. Una batteria estremamente offuscata, come se fosse posta in distanza, un pianoforte appena accennato ed una voce con un forte riverbero sono le uniche cose che ascoltiamo; Lucifero, che per questo solo istante sembra voler rimpiangere ciò che ha fatto ammettendo quasi una sua colpa, si dispera in lacrime. Si sente un violino, la chitarra esplode subito dopo di esso ed entrambi creano una strofa dai forti contrasti musicali, che sfocerà poi in quello che sembra un vero e proprio coro sempre più maestoso ad accompagnare l'ira di un growl sempre più delirante. Un lungo assolo di chitarra molto semplice ci introduce al finale del brano: dopo l'ultima strofa in growl partirà un blast beat accompagnato da un pesante basso, frangente durante il quale Lisa Johansson prenderà le veci di Lucifero e concluderà ogni suo pensiero esprimendo il desiderio di una notte eterna.

On Sunday They Will Kill The World

Terminato il lotto di brani originali, i Draconian decidono di chiudere con due cover: "On Sunday They Will Kill The World (Di Domenica Essi Uccideranno Il Mondo)" è un brano originariamente scritto nel 1970 della band olandese Ekseption. Esso si presenta come una semplice filastrocca per bambini che ripete quasi le stesse parole durante l'intera durata di una strofa, e con un ritmo ed una cadenza estremamente facili da ricordare. I Draconian tentano di sottolineare la tragicità della strofa principale, il coro, rispetto a tutto il resto; e riescono a donare una nota goth a tutto il brano così da renderlo estremamente godibile. Un bel riff di chitarra apre accompagnato da un sorprendente sintetizzatore, che scandisce il tempo dell'intero brano mentre la tragica verità viene rivelata dall'oscuro growl di Jacobsson: "in una domenica essi uccideranno il mondo / E di lunedì essi strilleranno e piangeranno". L'orrore viene compiuto dalle proprie mani, eppure si procede, ancora ed ancora. La seconda strofa è cantata dalla limpida voce di Lisa Johansson, però il ritmo delle parole rimane lo stesso. La Nostra ancora una volta è chiamata a prendere la voce della ragione: sostenendo il fatto che molti, udendo queste parole drammatiche, rideranno e se ne befferanno. Nessuno crederà seriamente che noi siamo in grado di compiere atrocità tali verso noi stessi, un giorno come un altro. Quando succederà ce ne renderemo conto, e sarà troppo tardi. Il resto del brano, appunto come una filastrocca, è un'alternanza fra queste due strofe  spesso intervallate da qualche breve intermezzo: nonostante ciò non risulta mai ripetitivo, anzi è estremamente ipnotico da ascoltare, ed incanta non poco.

Forever My Queen

Si chiude con "Forever My Queen (Per sempre la mia regina)" è una cover di un brano dei Pentagram, leggende statunitensi del Doom Metal. Un pezzo originariamente pubblicato in una demo del 1973, "Bias Recording Studio", contenente in tutto cinque tracce. Il brano venne inserito un vero e proprio disco solo nel 1998, inserito nella tracklist della compilation "Human Hurricane". Sebbene fosse stato "rilegato" ad apparire nella prima demo, divenne ben presto uno dei loro pezzi più famosi, grazie alle innumerevoli riproposizioni dal vivo. Il brano ci racconta di un uomo che ama una donna e sa per certo che anch'ella lo ama. Un testo semplice e lineare, dunque, il quale esalta sicuramente uno dei principali aspetti della vita del frontman Bobby Liebling. Il suo vivere "da Rockstar" lo ha spesso portato ad intrecciare avventure d'ogni sorta. Che la sua "regina" lo sia rimasta solo per una notte? Non possiamo saperlo. Sta di fatto che i protagonisti delle liriche sono letteralmente persi l'uno per l'altra in un trasporto affettivo denso di passionalità. Lui non voleva né credeva che sarebbe riuscito a spingersi così oltre, eppure è accaduto. Ed ora, vuole che lei sia la sua amata per sempre. L'intera canzone si basa soltanto su un riff ed un assolo, semplici e divertenti, come del resto è sempre stato lo stile dei Pentagram. Fortissimi debitori nei riguardi dei Black Sabbath, il gruppo di Liebling ha fatto della propria coerenza stilistica un vero e proprio marchio di fabbrica, qui nemmeno troppo offuscato dai Draconian, seppur con qualche accorgimento in più. Il riff è stato reso molto più pesante rispetto alla versione originale ed il cantato è in growl, così da donare a tutto un'atmosfera death. Un brano scorre piacevole senza lasciare però particolari impressioni, negative o positive che siano. Una cover "ben riuscita" ma sinceramente nulla più di questo. L'omaggio di un gruppo ad una formazione storica, la quale ha significato (e continua a significare) tantissimo per il Doom, assieme ai Sabbath stessi.

Conclusioni

I Draconian si fermano durante il loro cammino, bloccati dal peso degli anni trascorsi, e decidono dunque di compiere un passo difficile; che, rese di fatto, scontenti in molti: guardarsi indietro, fornendo di conseguenza una panoramica di tutto ciò che era stato fatto fino a quel punto. Un'operazione "amarcord" se vogliamo, forse dettata dalla consapevolezza di non poter gettare al vento un intero decennio, lasciandolo lì ad essere dimenticato per sempre. Un ultimo sguardo a ciò che fu, prima di partire imboccando una nuova via. Proprio basandosi per l'ultima volta su quanto già fatto, sul loro stile dalle origini fino al 2006, e sull'amore che persisteva per quel capitolo importantissimo della loro vita artistica; prima di dedicarsi al futuro, i Draconian si concentravano su loro stessi, cimentandosi in un doppio lavoro. Cominciavano infatti a scrivere tre nuovi brani, mentre selezionavano e riscrivevano tre vecchi brani fatti risorgere dalle ceneri delle prime demo. Tutti questi pezzi dovevano essere adattati in un solo stile, dovevano diventare parte di un solo album: "The Birning Halo", un omaggio "dai Draconian ai Draconian", così come son stati fino ad ora. E' così dunque possibile dividere il sudetto platter in due (ma per la precisione tre) parti ben distinte. Nella prima ci saranno i brani nuovi, scritti appositamente per quest'album basandosi sullo stile generale dei primi due dischi. Nel loro complesso compongono il punto più alto del disco, con picchi che sfiorano l'eccellenza. E ben poco c'è da ridire nei confronti di questa prima metà album, se non che dobbiamo menzionare particolari note di merito alle straordinarie doti di Ericson alle chitarre ed alla voce femminile (che qui trova uno dei punti più alti dell'intera carriera della band). Oltre ciò, è necessaria una menzione da farsi necessariamente al tastierista Andreas Karlsson, qui presente per l'ultima volta con il gruppo, il quale mostra tutto il suo talento in ogni modo possibile, deliziandoci in ogni occasione. Nella seconda parte, invece, ritroviamo i brani ripresi dalla demo "The Cosed Eyes Of Paradise": con "Morningstar" si toccano picchi di eccellenza insperati, un brano perfetto in ogni suo aspetto in grado di sorprendere fino alla fine. Probabilmente la miglior canzone del disco. Per quel che concerne, "Gothic Embrace" e "Serenade Of Sorrow", questi ultimi saranno pur sempre dei bei brani elaborati e raffinati sempre nello stile dei Draconian.. tuttavia, risultano leggermente ripetitivi, specialmente per quanto riguarda "Serenade.." che, oltre all'atmosfera , non sembra avere particolari spunti interessanti. Il disco si compone di una terza parte, composta da due cover realizzate sicuramente in modo magistrale: le quali, però, non aggiungono nulla non solo al lavoro qui svolto dalla band ma nulla in generale al contesto tutto, essendo mere (e non troppo personali, in alcuni casi) riproposizioni di brani già esistenti. Forse risulta interessante il modo in cui è stato realizzato "On Sunday They Will Kill The World", snaturandone la struttura iniziale, ma non le intenzioni alla base. Qualche altro ri-arrangiamento o brano scritto ex novo avrebbe aggiunto sicuramente molto, ma molto di più. Il gruppo, con questo disco, per la prima volta non ha voluto osare: niente rischi, niente tuffi nel vuoto. Tutto è rimandato alla prossima, per ora si rimane a contemplare territori già scoperti. Il risultato è comunque un lavoro che non si discosta minimamente dal loro stile né porta niente di nuovo (e le cover sembrano messe lì, solo per allungare il brodo). Purtroppo non tenta neanche di elevarsi dai lavori precedenti. Rimane questo un platter estremamente bello e godibile, comunque un disco dei Draconian, ma non certo un capitolo fondamentale, capace di aggiungere un altro importante tassello alla discografia dei Nostri.

1) She Dies
2) Through Infectious Waters
3) The Dying
4) Serenade Of Sorrow
5) Morningstar
6) The Gothic Embrace
7) On Sunday They Will Kill The World
8) Forever My Queen
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