DOMINHATE

Towards The Light

2014 - Punishment 18 Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
28/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Siete amanti sfegatati del genere death metal? Avete dunque bisogno di qualche fresca novità che vi sfami dalla vostra imperitura voglia di metallo mortuario? Bene, non c'è bisogno di cercare tanto lontano, dato che il territorio italico sembra offrirci in questi ultimi floridi periodi un panorama davvero ricco e rigoglioso composto anche da gruppi emergenti capaci di stupirci grazie ad album forti di una carica assolutamente non indifferente. Il gruppo che affronteremo stavolta è infatti italiano, autore di un death sicuramente memore della lezione "morbidangeliana" (con qualche eco lontana di gruppi "post-morbidangeliani" quali Nile , Immolation e Krisiun). Il loro nome è Dominhate e arrivano quest'anno (a settembre) sul mercato discografico con il loro primo full, "Towards Of The Light" (distribuito dalla "The Spew Records", sottoetichetta della "Punishment 18 Records"). Nati dalle ceneri degli Esequie, gruppo Thrash Death pordenonese attivo dal 2005 al 2008, i nostri mettono in piedi l'ensemble nel 2008. Nell'organico del primo nucleo della band troviamo Alex (chitarra) Steve (basso e voce) e Mik (batteria), i quali portano avanti il progetto per tutto l'anno successivo. Nell'estate del 2009 dopo l'uscita di Mik, Slippy (batteria) entra a far parte del gruppo in pianta stabile portando nuova forza e conferendo un'impronta fortemente Death metal. Nel 2011 Jesus (chitarra) completa la line up attuale. Da allora la band ha portato avanti con coerenza il loro discorso mescolando vecchie e nuove sonorità, ispirandosi, da quanto si evince nella bio, oltre ai Morbid Angel (facilissimo riconoscere la loro influenza) anche a maestri quali gli Incantation. Come già accennato è prevista nel settembre del 2014 l'uscita del loro primo parto discografico, lavoro molto carico ed intenso che non mancherà di strappare un compiaciuto sorriso a tutti gli amanti del death tout court, senza tentazioni melodic o core. Quindi anche al sottoscritto, che, ascoltando l'album diverse volte è rimasto pressoche incantato. Sembrerà un parere di parte, forse lo è, ma è sempre bello avere a che fare con qualcuno capace di recepire e riconvertire con una formula comunque propria e in maniera molto intelligente la lezione dei Morbid Angel, maestri (forse) decaduti che comunque nell'arco della loro lunga carriera non hanno mancato di infettare con i loro malvagi semi pletore di musicisti (alcuni ormai divenuti maestri: si vedano i Nile, gli Hate Eternal, i Behemoth, gli Immolation) nel nostro genere preferito. Dunque un album ottimamente realizzato, potente e forte di morbose melodie (diciamo pure catchy, ma nel senso buono) capaci di stamparsi da subito nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore. A coronare il tutto poi una stupenda copertina rigorosamente in bianco e nero (un po'alla Necros Christos) con un'ambientazione apocalittica (persone incanalate in una fenditura nella nuda roccia che camminano verso una "figura messianica", una sorta di divinità avvolta nelle nebbie) capace di rendere ancora più succulento il piatto. Dunque, finiti i preamboli ci possiamo gettare a capofitto nell'analisi completa delle varie tracce che compongono questo bel dischetto.





Si inizia con la title track "Towards Of The Light" ("Verso la Luce"), strumentale di circa un minuto e mezzo: inquietante, sinistra, si presenta alle nostre orecchie come una amalgama di sibilati tetri e lontani, suoni evanescenti e lattiginosi che potrebbero appartenere ad anime dannate colte nel loro mortifero vorticare, mormorii spenti che rievocano ancestrali recessi dei nostri abissi mentali, colmi di fantasmi e figure vacue ormai dimenticate e sepolte sotto impenetrabili stratificazioni del subconscio. Poco dopo siamo catapultati nel primo pezzo vero e proprio, ossia "The Light Of The Last Legion" (La Legione dell'Ultima Luce): un intro chitarristico dal flavour egizio (amanti dei Nile aguzzate l'orecchio...) defluisce nell'arco di una quarantina di secondi nell'urlo belluino e fortemente "dolaniano" (da Ross Dolan, leader degli Immolation) di Steve, che, abbandonate le velleità evocative dei primi istanti, ci accoglie negli imperituri reami della Violenza. Ora "lasciate ogni speranza voi che entrate" (cit.) ascoltatori, perchè da qui vi avviate verso i percorsi di un inferno sonoro lastricato di sangue e tizzoni ardenti. Ergo un susseguirsi martellante di mitragliate batteristiche e riffoni cataclismatici che sembrano ritrovare compostezza in frangenti più melodici capaci di unire potenza smisurata ed evocatività. Si vedano parti molto cesellate e direi addirittura catchy come quella sviluppata dal minuto, forte di un ottimo riff riproposto a più riprese per tutta la durata del brano. Diversi cambi di tempo ci portano (come da tradizione per certe band vassalle del metallo mortifero) ai consueti rallentamenti, come possiamo notare con evidenza, ad esempio verso i due minuti e cinquantacinque. Il pezzo, ottimo, ci da il benvenuto nel migliore dei modi in un disco che come vedremo, ha ancora tanto da offrirci. Il testo fondamentalmente è incentrato sulla negazione dei valori ottimisti e benevoli promossi dal cattolicesimo. Secondo i Dominhate, il Nulla sarà la fine dell’esistenza di ogni essere umano e di ogni vita in generale, un Nulla personificato da una nera legione che ingoierà nel suo oblio tutto il possibile: tempo, ricordi, pensieri, vite ecc. La polemica contro l’ideale del “paradiso” viene così mossa. Un unico grande inferno è il destino dell’umanità. Non è ben chiaro il ruolo del “Signore del Destino” (Lord of Destiny) presente nell’ultima strofa. Si dice che egli (he) sopravvierà all’oblio finale e scaglierà addosso all’umanità questa terribile maledizione.. forse il Diavolo, forse una Natura da intendersi nel senso Leopardiano del termine ("L’ostilità si diffonde in ogni individuo,/ la vana ricerca della vita offusca le loro menti./ Un singolo giudizio su questi uomini erranti,/ l’ultimo giudizio, l’uomo soffrirà./ La luce dell’ultima legione acceca nel buio le anime erranti,/ la Legione del Caos, portatrice del Giudizio finale./ La Fede universale crolla,/ Le profondità dell’oblio ingoiano tutto,/ tutti i Crocifissi cascano a terra./ Tutti quanti si uniscono,/ ogni uomo è il riflesso della Fine,/ la debole luce che ancora persiste è solo un altro abisso./ Nulla è più Logico, nell’eternità di questa umanità."). A seguire troviamo "In The Principle, The Great Sleep" (Al Principio, il Grande Sonno) un'altro pezzo decisamente potente, carico, capace di mietere più vittime delle Napalm: un botta e risposta tra chitarra e batteria presto cesella un riffone destinato a ripresentarsi a più battute durante tutto l'arco del pezzo. Dopo una reiterazione del suddetto (con opportune variazioni a livello ritmico), verso i trenta secondi subentra una parte più cupa, quasi claustrofobica giocata sempre sulla ripetizione dello stesso riff. Veloce quanto pachidermica, grassa e roboante, tale "zolla" defluisce in una parte strutturata su un rifferama differente, asettico e ferale, di presa meno "facile" rispetto al trascinante riffone portante. Ma oltrepassata la soglia del minuto e dieci si ricomincia, ancora scortati dal potente main riff, ancora una volta supportato da un fragoroso impianto batteristico. Menzione ancora una volta per l'ugola ultratombale e cavernosa del singer, erede legittimo del grande Ross Dolan. Come evidenziato dal titolo il brano sembra fare riferimento al "sonno": il Sonno è probabilmente inteso come “ignoranza” collettiva, e forse troviamo nuovamente velati riferimenti anti-clericali in questo brano. Si parla esplicitamente di Resurrezione, dogma tipicamente cattolico, nel quale tutti i credenti per l’appunto sperano, per sfuggire un giorno alla fine inevitabile, la Morte. Secondo i Dominhate, essa fa parte della Vita. Chi è il Re della sua esistenza gioisce del bello ma prende comunque atto del brutto e del triste. Solo accettando queste due facce si scampa al grande sonno dell’ignoranza ("Un comune destino ci unisce, nella nostra unicità:/ Il grande Sonno che attende, per molti è una Resurrezione./ Dalla massa emergeranno coloro che/ diverranno i Re della Vita,/ i Re che verranno salvati dal Grande Sonno,/ che impugneranno il potere di imporre le loro Gioie e i loro Dolori./ Il Sonno ha scelto/ chi vive e chi muore,/ chi graffia e chi calpesta,/ ogni sospiro è ormai silenzio passato."). Il quarto brano "The New Wave Of Domination" (La Nuova ondata di Dominio) assolutamente come i due precedenti è un autentica mazzata sulle gengive, un maglio scagliato a gran velocità contro le vostre ginocchia. Potente e rabbiosa sembra lasciare da parte un pizzico dell'alone catchy presente nei brani precedenti per inerpicarsi su scariche rampicanti di cieca violenza. Il brano inizia ancora una volta con un botta e risposta tra chitarra e batteria che cesellano un abbozzo di riff destinato a prendere concretezza nei secondi successivi. Un riff semplice (possibilmente con qualche lontana reminiscenza slayeriana) ma di sicuro impatto, caricato dalle scariche impietose di una batteria-schiacciasassi lanciata a gran velocità. Anche qui emergono puntuali i "rallentamenti" piazzati sapientemente per rendere il tutto meno monolitico e più variegato (ad esempio dal cinquantesimo secondo in poi). Rallentamenti che ci portano alla memoria certi Vital Remains e la cui durata non è troppo consistente (una trentina di secondi circa, come possiamo evincere dalla "dilatazione" dei tempi tra il cinquantesimo secondo al minuto e venti, non troppo dissimile da quella tra i due minuti e dieci e i due minuti e quaranta). Stavolta il messaggio che si evince dal testo è ottimistico e positivistico, a tinte “Crowleyane”: il non farci influenzare da alcunché di politico o di religioso ci rende liberi, liberi di amministrare la nostra vita come vogliamo, consci che gli unici padroni di essa siamo  noi e solo noi. Noi possiamo decidere come e quando, anche se la Libertà fa paura e tutti cercheranno di limitarla, facendoci credere di aver per forza bisogno di un Dio, sia spirituale sia terreno. Invece no: ognuno è il dio di se stesso, e grazie a questa consapevolezza possiamo dominare la nostra realtà circostante, piegandola al nostro volere ("Posa la tua mano su tutti loro,/ atrocità fuorvianti,/ la loro vita ti opprime,/ offuscano la tua Ragione, impulsi liberi, dentro di te../ loro si sottometteranno,/ il tuo sarà l’unico Volere./ Dominerai i tuoi stessi impulsi,/ i tuoi desideri saranno l’unica Legge,/ benvenuto nella nuova ondata di Dominio,/ tu Dominerai te stesso!"). "The First Seed" (Il Primo Seme) si apre con un introduzione molto atmosferica, evocativa. Un giro di chitarra ovattato, triste, scuro, si ripete trascinandoci in luoghi reconditi mai attraversati dalla mente umana, mentre laconici, pochi distanti rintocchi di batteria scandiscono il tempo. Lentamente siamo incanalati verso territori death-doom (in cui gente come gli Obituary e gli Asphyx sguazza letteralmente): il brano si rivela essere il più lento e più asfissiante del lotto, e forse tra i più belli. La struttura, macilenta e opprimente si trascina nell'arco dei suoi sei minuti abbondanti sulla scorta di una melodia marcia e purulenta strutturata in slow motion e forte di inattesi smottamenti. Verso la fine, mentre il brano continua a claudicare come un mostro morente, la batteria impone un accelerazione destinata a far crescere, con il passare dei secondi, il livello di coinvolgimento. Brano superlativo da ascoltare e riascoltare sino allo sfinimento, senza dubbio uno dei primi che mi ha colpito a primo impatto grazie al suo retrogusto funereo e alla sua morbosità. La parte testuale prende come pretesto una metafora molto forte (uno stupro) per polemizzare contro l’indottrinamento forzato e le “conversioni” non proprio spontanee di molte persone a determinate ideologie. L’atto di circuire o piegare qualcuno al proprio volere politico o religioso viene visto come una vera e propria violenza sessuale, situazione in grado di recare piacere unicamente a chi la attua e non a chi la riceve, inerme, che cerca di ribellarsi ma è purtroppo costretto a cedere al peso del suo aguzzino ("Puoi percepire la caduta di un’anima pura,/ ogni volta che ti chiamo./ Puoi vedere i tuoi arti paralizzati,/ tu vivi sotto di me./ Cerchi di rialzarti attraverso l’infinito,/ ma cadrai./ Con la sodomia ti cedo il mio “dono”, che ti riempirà./ [...]Il mio seme cresce dentro di te,/ e sarà l’unico".). La successiva "The Essence Of Choice" (L'Essenza della Scelta) torna imperiosamente su sentieri deflagranti ed incompromissori. Il brano vede smarcarsi dalle scelte fortemente atmosferiche e possibilmente doomeggianti del suo parente più prossimo per esprimersi attraverso una parossistica furia disgregatrice annichilente come una pioggia di pietre, che non dimenticando intelligenti rallentamenti, li relega nuovamente al ruolo di comprimari in questo pandemonio sonoro. Il brano inizia con un belligerante riff in fade in, destinato nell'arco di meno di dieci secondi a mettersi in evidenza in tutta la sua possenza. Il rifferama è ben scortato da una sezione ritmica schiacciasassi che come al solito non fa prigionieri, stritolando qualsiasi cosa al suo passaggio. E' la velocità a regnare sovrana tra queste note, con riff stoppati rincorsi da velocissime mitragliate batteristiche. Già a meno di un minuto assistiamo al subentrare di parti un pizzico più ragionate, di durata esigua, che comunque al solito si fanno carico di stemperare l'eccessiva compattezza del muro sonoro. Oltrepassata la soglia dei due minuti si fa strada un più marcato rallentamento destinato a durare la bellezza di una ventina di secondi. Direi abbastanza considerando la durata esigua del pezzo (neanche tre minuti). In questo brano vengono capovolti i ruoli che normalmente Luce ed Oscurità ricoprono. Se La luce è da sempre simbolo di compostezza, gioia e felicità, in questo caso diviene la metafora di una sorta di ipocrisia, uno specchietto per le allodole buono soltanto per circuire qualche povero stolto che crede in quel sommesso luccichio. Tutto ciò che la luce aborra e definisce “malsano” ed “Oscuro” è invece tutto ciò che di più vero e puro esiste al mondo. La “scelta” che l’uomo deve compiere è questa: o farsi “benedire” dall’ipocrisia di una luce falsa o addentrarsi nei meandri di un’inquietante oscurità… inquietante solo di facciata. Via più facile o più intricata? ("Silenzio,/ un vento gelido,/ la terra è sterile,/ fruste di cristallo scolpiscono la tua pelle,/ un crepuscolo perenne./ La luce è memoria,/ un grande ed esteso Ignoto/ vive attorno a te./ Una mente oscurata,/ un’anima sterile,/ che volerà verso una falsa luce che ha bisogno di te./ L’ignoto è grande ti conduce a sfuggire all’oscurità./ Qualcuno ti chiama, ti offre la Vita,/ sembra un miracolo, che brilla in una tomba,/ tu dubiti".). Si mantiene su livelli di assoluta eccellenza la successiva "Perception" (Sensazione) una delle song più coinvolgenti del lotto. La potenza assassina, rimasta inalterata, viene messa al servizio di una struttura capace di far presa al primo colpo. Il brano parte senza nessun preambolo, sparato a Mach 5, sulla scorta di un riff vagamente à la Nile gemellato da una batteria annichilente. Una brevissima pausa fa seguito ad una soluzione di reminiscenza Death (botta e risposta tra un accordo prolungato e colpi di batteria), quindi ci si incanala in una parte triturante estremamente melodica, un po' l'acme espressivo di tutto il brano. La batteria avanza veloce mentre la chitarra cesella una melodia estremamente coinvolgente (e concedetemi un pizzico epica. Sembra bizzarro ma la suddetta parte potrebbe fare la gioia persino di una band come gli Immortal). Successivamente il brano si assesta su una struttura tanto veloce quanto granitica destinata a scivolare su cambi di tempo che portano il pattern a riprendere a più riprese i vari tronconi utilizzati sino ad ora. Il brano risulta essere un capolavoro, uno dei pezzi da incorniciare in un album che sino ad ora non ci ha regalato neanche mezzo istante di noia. Spulciando nella parte testuale notiamo come ancora una volta l'ipocrisia risulta essere l'elemento centrale del brano: questa volta, l’ipocrisia è simboleggiata dal rumore. L’uomo deve liberarsi di questo, prendendo coscienza sempre con l’oscurità, per bearsi del silenzio interiore che lo calmerà dalle urla assordanti della falsità. Nonostante la tematica non sia per niente sfuggevole il testo risulta comunque abbastanza criptico ed aperto ad interpretazioni ("Una mente che conosce, una mente che ascolta,/ occhi invisibili e mute parole che conducono vite, con arcane motivazioni./ Vorresti scoprire, conoscere, non avere orecchie per ascoltare i loro silenzi./ Altri rumori ti rovinano addosso,/ in un fiume di caos,/ che annega le vite nell’Apocalisse".). Anche la seguente "Obscure The Call Of Salvation" (L'Oscura chiamata per la Salvezza) vola molto alta. Un pezzo aggressivo e diretto che mantiene inalterato il fattore velocità, magnificato da riff evocativi e ancestrali. Non ci si perde in preamboli in questi primi secondi: niente convenevoli atmosferici, solo un riffone introduttivo ribassato, reiterato per diverse volte e dopo un po' violentato da fustiganti colpi di batteria. In meno di venti secondi si fa sentire l'urlo ancestrale di Steve, che porta il riffone iniziale ad una simbiosi totale con i rintocchi freddi, meccanici e veloci della batteria. A meno di quaranta secondi cambio di tempo dal sapore vagamente speziato (qualche lontana eco dei Nile) mentre il singer ci delizia con la sua licantropica voce catacombale. Oltrepassati i cinquanta secondi la batteria diventa un "frullatore", mentre le chitarre impongono nuove melodie sempre speziate, sempre con quel vago senso orientaleggiante o egizio. Non mi fraintendete. Non ci sono invasioni di campo nei lidi dei Nile o nei territori di qualche band middle eastern, ma solo un vago richiamo di certe sonorità che possono dare l'idea - a tratti - di un archetipo oriente. Tale schema è ripetuto sino al minuto e quaranta circa, prima di uno smorzamento dei toni che porta ad uno scambio di convenevoli tra le chitarre (ovattate) destinato a confluire in un microfrangente alla "Deicide" (01:42). Da qui si ricomincia, tra cambi di tempo, riffoni assassini e tempi frullati, come nel migliore degli schemi proposti nel genere. Arriviamo quindi all'appparato testuale: riallacciandosi ai testi precedenti, ed in particolare a “In the Principle…”, i nostri ci parlano della netta contrapposizione fra coloro i quali hanno avuto il coraggio di abbandonare la luce per l’oscurità e chi invece ha preferito la falsa luce. Gli ultimi giacciono sepolti, privi di speranza, vivi e non vivi, ridotti a larve inutili, annegati nei loro stessi pianti. Chi invece ha vinto la sfida contro la falsità ed è divenuto padrone della sua vita, marcia fiero quanto un Re, proprio sulla terra ove i miserabili sono sepolti. Su questi ultimi grava ancor di più il peso dell’essere quello che sono, dato che guardando i Re si rendono conto che mai e poi mai saranno come loro, anche se hanno avuto la possibilità di rispondere alla chiamata dell’Oscurità ("Apro i miei occhi ad un cielo nero,/ sono vivo e cieco,/ sento la terra umida attorno a me./ L’umidità delle lacrime di chi grida da solo,/ vergogna e tormento per il loro destino./ Anche i miei occhi ora sono colmi di lacrime,/ io sono quello che tutto nega./ Sento da molto lontano passi pesanti e fieri di Re,/ una marcia che non può essere fermata,/ siamo sepolti sul loro sentiero./ Morti,/ siamo fuggiti da noi stessi..."). Sapientemente bilanciata tra oscuri rallentamenti e dilanianti accelerazioni la nona track "The King Without The Crown" (Il Re senza Corona), ottimo brano caratterizzato da pattern assolutamente evocativi ancora una volta forgiati nel segno dell'incompromissoria violenza. L'inizio parte fulmineo. Un riff reiterato viene scortato da un bombardamento batteristico freddo e distaccato e dalla voce putrida di Steve. Nell'arco di una ventina di secondi i tempi si fanno meno serrati lasciando spazio alla creazione di un qualche "alone melodico" (comunque putrescente ed asfissiante). In breve si ritorna a tempi sparati, che ci portano verso la quarantina di secondi ad una dilatazione dei tempi (a livello di riff, dato che la batteria inizialmente indugia ancora verso lidi ipercinetici prima di trovare un barlume di quiete). Un autentico sali-scendi emozionale ci porta a rincanalarci dapprima in frangenti veloci, scattanti, dunque in parti ancora una volta lente ed ossessive come lo spettro di un mastodonte. Impossibile non definire il brano in questione, davvero equilibrato e colmo di fascino perverso, come un altro del numerosi centri portati a segno dai nostri. Il testo sembra collegato da un sottile fil rouge a quello del precedente brano. Ma, contrariamente a quanto avviene nel brano precedente, in questa ottava traccia i nostri ci mostrano come invece vive il Re, colui che ha avuto il coraggio di schiacciare e strappare le catene dell’oppressione. Egli è un vero e proprio dio in terra: la vita è sua, è lui l’unico artefice del suo destino, in un impeto di virile potenza che lo porta ad essere temuto e rispettato da tutti ("Risorgi dai tuoi abissi,/ è tempo di conquistare!/ Arrampicati lungo il muro della soggiogazione,/ ti attende la più dura battaglia che tu abbia mai affrontato,/ assieme alla tua anima assetata di vendetta./ Ti imporrai a te stesso,/ ritornerai ad essere il tuo re,/ una sola Legge ed un solo Desiderio./ Risorgi con la Rabbia,/ odio puro per la tua vita,/ rubata da te stesso,/ quando dormivi durante la tua notte./ Il Re ritornerà,/ un solo Volere, un solo Desiderio./ Fiamme e Sangue regnano nella tua anima,/ si beano dei corpi morti dei tuoi rivali./ Afferma la tua supremazia,/ tu sei il Re di te stesso!/ Un Re senza corona."). "Redemption Of One" (La Redenzione di un Singolo) ultimo brano del lotto,  si caratterizza per un giro di chitarra molto freddo, meccanico ed impersonale, reiterato per molte volte durante tutto l'arco del pezzo. E' attraverso questo claustrofobico intarsio che il pezzo inizia. Dopo una ripetizione ossessiva e straniante portata avantio per una trentina di secondi si apre una partitura ancora più ossessiva e claustrofobica giocata tutta su un riff atonale e ribassato che nell'arco di poco ci riporta alla cesellatura iniziale. Come avvertiamo, con lo scorrere del tempo, il pezzo sembra ancora una volta, come già in "The First Seed", giocato su tempi un pizzico più dilatati, non dimenticando però a sprazzi qualche brutale e deflagrante accelerazione. Assolutamente d'antologia la parte finale, scurissima zona strumentale atmosferica capace di avvillupparsi nella nostra corteccia cerebrale come un nero serpente che tenta di pasteggiare con il nostro cervello. Il testo risulta abbastanza ambiguo, un epilogo felice quanto triste. Se la presenza dei fuochi fatui fa quasi pensare ad una vittoria finale della “cattiva” luce, l’impianto generale del testo fa pensare invece al contrario, cioè ad un trionfo della “buona” oscurità. Chiunque sia il vincitore, l’umanità si sottomette ad esso, con il compito di “divulgare” il verbo e di fare in modo che il nuovo potere sorga forte ed imbattibile ("Aspettando l’assoluzione,/ la caduta del tempo./ L’umanità attraversa il sentiero della redenzione./ Aspettando il caos,/ la caduta del tempo./ Prezioso come un anima,/ ogni essenza brama il nutrimento./ Abominio,/ una fiamma azzurra nasce dalle vite,/ fuochi fatui dai vivi attendono la loro vendetta./ Fatemi vostro schiavo,/ pervadetemi, distruggetemi,/ lacerate la verginità di questi umani!").



Dunque in questa prima release c'è già tutto: potenza, evocatività, strutture di presa abbastanza immediata e una competenza davvero fuori dal comune. I nostri sembrano dei veterani, dei navigati mestieranti tanta è la scioltezza con cui si destreggano con la malleabile amalgama del genere death metal modellandolo a loro piacimento come solo gli "esperti" sanno fare. I Dominhate, pur non avendo una lunga storia alle spalle dimostrano di avere la stoffa per fa mangiare la polvere a tanti "puledri" della scuderia death mettendosi, con questo primo riuscitissimo album, in carreggiata per rivaleggiare con chi la materia del death la mastica da molti più anni. E non è detto che con gli anni non si possano piazzare tra gli incontrastati "prime movers" del settore. Ma sarà solo il tempo a darci conferme o smentite. Per il momento abbiamo un primo parto discografico da incorniciare letteralmente, consigliabilissimo a chiunque voglia un'alternativa veramente valida al sound di tanti maestri Floridiani. Promossi senza esitazioni!


1) Towards The Light 
2) The Light Of The Last Legion 
3) In The Principle The Great Sleep 
4) The New Wave Of Domination 
5) The First Seed 
6) The Essence Of Choice 
7) Perception 
8) Obscure The Call Of Salvation 
9) King Without Crown 
10) Redemption of One