DISSECTION

The Somberlain

1993 - No Fashion Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
28/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

"Avevo il desiderio di creare il "metal of death" (death metal) in una maniera differente,  portare avanti (questa idea) e rilasciare l'oscurità della mia anima in forma musicale"

Così rispondeva un giovane Jon Nödtveidt - in un'intervista per la Abyss Zine del 1993 - alla domanda con cui il giornalista gli chiedeva spiegazioni circa l'origine della band. Tuttavia, fermiamoci un attimo e facciamo qualche passo indietro. Siamo in anni particolari, pungenti, in cui l'evoluzione musicale raggiungeva picchi assoluti; gruppi come Metallica, Slayer, Anthrax e Megadeth continuavano la loro cavalcata discografica generando pilastri del thrash metal come "South of Heaven" e "?And Justice for All". Esatto, siamo nel 1988 e grazie alla spinta dei Big Four dalla Bay Area statunitense, altri gruppi come Deicide, Possessed, Death, Obituary, Morbid Angel intuirono che bisognava spingersi anche più a largo, iniziando a creare album dal sentore di "morte". Tuttavia, senza dare troppo lustro in questa sede, alle suddette realtà, così immense ed importanti da non aver (quasi) bisogno di presentazione, spostiamo la nostra attenzione su una piccola cittadina della costa svedese nord-occidentale: Strömstad. Qui, tutto ebbe inizio. Influenzati da gruppi come Slayer e Candlemass, quattro adolescenti - riuniti sotto al nome di Siren's Yell - pubblicarono il loro primo ed ultimo demo, con la volontà di chiudere il complesso un anno più tardi a causa dell'uscita del batterista. Si tratta di Jon Nödtveidt, il bassista Peter Palmdahl, il batterista Ole Öhman ed il chitarrista Mattias Johansson. L'esperienza però non era per nulla terminata. Qualche mese più tardi, Nödtveidt entrò a far parte dei Rabbit's Carrot, band che comprendeva lo stesso Öhman alla batteria. Il suo ingresso garantì quindi un cambiamento sostanziale del complesso, donando quel nunc plus ultra che spingeva più verso il death metal, piuttosto che per il thrash metal. In ogni caso, questa esperienza terminò anch'essa in breve tempo, in quanto sia Nödtveidt che Öhman si dissero decisi nel voler creare qualcosa di più oscuro. Del resto, siamo sul finire degli anni '80 e inizi degli anni '90 e lo spirito tetro, freddo e maligno di questi anni non fece altro che fare da filo conduttore per tutti coloro che seppero coglierlo; senza andare troppo lontano, gruppi norvegesi come Darkthrone e Mayhem diedero vita a quella che viene conosciuta da tutti come la "seconda ondata black metal" grazie ad album come "Soulside Journey" ed EP come "Deathcrush" con cui - sebbene ancora di stampo death metal -  iniziarono a delinearsi i principi della trasformazione estrema, palesata - quest'ultima - anche in Italia (come in altre parti del mondo) per merito dell'oscuro contributo di Mortuary Drape e Necrodeath. Nondimeno, rincasando in territorio svedese, nell'autunno del 1989, Nödtveidt, insieme al bassista Palmadahl e - aggiuntosi in definitiva nella primavera del 1990 - il batterista Öhman, diede vita ad uno dei progetti musicali più oscuri e affascinanti del tempo: i Dissection. Registrato il primo demo, sotto forma di rehearsal-tape, dal nome "Severing Into Shreds", ecco che l'entrata nella formazione di Mattias Johansson (proveniente dagli ex Siren's Yell e Nosferatu) come secondo chitarrista, garantiva al gruppo una solida base per avviarsi ad un serio debutto. Non a caso, nell'ottobre del 1990, i Dissection debuttarono dal vivo come spalla ai - certamente più consolidati - Entombed. Certamente questo non fece altro che sottolineare la portata del gruppo e consolidare il proprio nome nel registro dei gruppi svedesi degni di nota. La scalata era ancora ripida però, erano ancora agli inizi e, per salire di qualche scalino, nell'inverno dello stesso anno, entrarono in studio per registrare il primo demo ufficiale: "The Grief Prophecy" la cui copertina venne realizzata dall'artista Kristian Wåhlin, in arte Necrolord, famoso per aver collaborato con gruppi come Dark Funeral, Bathory, Emperor, King Diamond e tanti altri ancora. Mentre il demo, agli inizi del 1991, aveva già riscosso 300 vendita totali nel panorama underground svedese, e mentre il chitarrista Johansson venne sostituito da John Zwetsloot - che garantì una stabilizzazione ancora maggiore durante le esibizioni nella costa occidentale -, un'etichetta francese dal nome Corpsegrinder Records  notò il carisma dei nostri, offrendogli un contratto per la pubblicazione di un EP. Ecco che, pochi mesi più tardi, nell'autunno dello stesso anno, la band si trovava già in studio di registrazione per realizzare quello che prese il nome di "Into Ininite Obscurity". Proprio in questa occasione il gruppo scelse quello che divenne il logo definitivo del gruppo: il tridente infuocato, utilizzato come stampa sulle magliette per commercializzare il disco. Uscito in edizione limitata di appena 1000 copie, ecco che questa prima, vera, pubblicazione dei Nostri gli permise di accrescere ancora di più la conoscenza della loro realtà nella scena metal estrema ed avviarsi - direi ufficialmente - nel panorama europeo. In aggiunta, il summenzionato spirito che legava ogni artista alla (seconda) ondata black metal, non faceva altro che accentuare la mutua collaborazione (intellettuale, spirituale, economica o quant'altro) tra personaggi appartenenti allo stesso "branco". Numerose furono le manifestazioni di collaborazione, persino tra artisti di Paesi diversi e lontani; ad hoc, nell'aprile del 1991, i Dissection presero parte alla commemorazione della morte suicida di Per Yngve Ohlin, in arte Dead, l'ex cantante svedese, affetto dalla sindrome di Cotard (N.d.R la sindrome psichiatrica caratterizzata da una illusione di essere morti, di aver perso qualsiasi organo e/o tutto il sangue), fondatore del gruppo Morbid, celebri per il demo "December Moon", e cantante - per un breve periodo - nei Mayhem in cui era solito, durante i concerti arrivare a gesti estremi, proprio come dichiarò lui in un'intervista nel 1990: "Mi sfreggiai le braccia con un coltello e una bottiglia rotta di Coca Cola. Molte persone lì erano buone a nulla e non voglio che loro guardino i nostri concerti! Prima che iniziassimo a suonare c'era una folla di circa 300 persone, ma durante il secondo brano "Necro Lust", iniziammo a lanciare le teste di maiale. Solo 50 rimasero, mi piacque! Mi innervosisco con quelle persone con la testa fra le nuvole, così strofinai il sangue sulle mie braccia, noi vogliamo spaventare coloro che non dovrebbero essere ai nostri concerti". Dunque il cordoglio della scena black metal, manifestato in un concerto a Falkenberg in cui i Dissection suonarono una reinterpretazione di Freezing Moon (una delle canzoni simbolo dell'ex cantante, insieme a Night Eternal, accreditata come ultimo lascito del suddetto e rinvenuta sulla scena del suicidio dal leader Euronymous)a cui seguì una ristampa di "The Grief Prophecy" con un artwork realizzato dallo stesso Dead, sublimava la visione di una scena underground non fine a se stessa, piuttosto esoterica, ristretta ai pochi che avevano il coraggio di farne parte. Se da una parte, la morte aveva suggellato il mito, dall'altra Jon Nödtveidt continuava il suo percorso; proprio nel novembre del 1991 iniziò un progetto parallelo, dal nome Satanized, insieme al cantante Per Alexandersson (membro dei Nifelheim), Johan Norman e Tobias Kjellgren (batterista nei Decameron). Ad onor del vero, non furono chissà quanto produttivi tuttavia importanti per la storia discografica dei nostri in quanto alcune tracce registrate in questo periodo, verranno incluse nella raccolta The Past Is Alive (The Early Mischief).  Un mese più tardi, mentre il compositore ed autore dei testi, leader del gruppo, viveva questa sua storia musicale parallela, lo stesso Jon e Öhman vennero ufficialmente invitati a partecipare ad un concerto dei Mayhem tenutosi ad Askim, un piccolo comune norvegese. Qui, tra uno scambio di opinioni, nacque l'amicizia e la connessione spirituale-ideologica tra il cantautore svedese ed il produttore discografico norvegese Øystein Aarseth, grazie al quale - il primo - venne introdotto nel cosiddetto Black Metal Inner Circle, il gruppo di artisti o semplici individui che condividevano un ideale unico di rivalsa e misero a soqquadro l'intera Norvegia agli inizi degli anni '90. Siamo quindi alla fine del 1991 ed il Mondo aveva iniziato a vedere la luce del fuoco ed il gelo del ghiaccio grazie ad album come "Immortal", "Fuck Me Jesus" degli svedesi Marduk, "Ritual" dei Master's Hammer. In ogni caso il tempo passava e la veemente ed irrefrenabile ambizione e volontà di canalizzare quell'oscurità che avevano dentro, nella primavera dell'anno successivo, vide la luce un ulteriore demo intitolato "The Somberlain", a cui fece seguito, nei primi mesi del 1993, ancora un altro demo contenente una reinterpretazione del brano Elizabeth Bathory degli ungheresi Tormentor, scelta proprio per una questione di rispetto - secondo lo stesso Jon - verso un gruppo tanto sconosciuto quanto di culto. Queste ultime self-released fruttarono in maniera esponenziale, arrivando sotto all'occhio vigile ed interessato della No Fashion Records con la quale, poco tempo dopo, il gruppo si impegnava a firmare un contratto per un solo album. Siamo dunque nel marzo del 1993 ed I fatti di cronaca che I media perpetravano a livello mondiale riguardo quanto accadeva in Norvegia, non facevano altro che creare una paura ed alimentare il "mito" della scena black metal. Mentre le chiese venivano arse, negli Hellspawn Studios di Finspang in Svezia (le cui mura videro anche la nascita di album come "Dark Endless" e "Those of the Unlight" degli svedesi Marduk), i quattro ragazzi iniziarono le sessioni di registrazione per l'album di debutto dal titolo The Somberlain con l'affiancamento e la produzione di Dan Swanö, membro del gruppo progressive death metal Edge of Sanity. Tuttavia non poteva andare tutto come previsto e le pieghe erano dietro l'angolo. Una volta completata la fase di registrazione e di mixaggio, l'ultimo ed importante passo era la pubblicazione, peccato per un inconveniente: il ragazzo che gestiva la No Fashion Records, non riusciva ad arrivare nemmeno ad una situazione di pareggio economico a causa dei troppi contratti stipulati con troppi gruppi e questo, ovviamente, causò non solo problemi finanziari ma anche ritardi. Quando il loro album - scriveva Jon in risposta alla Abyss Zine - era pronto ad essere debuttato, il gestore dell'etichetta cedette quest'ultima alla House of Kicks (una major svedese) la quale, un po' per incoscienza ed un po' per mancata attenzione, svalutò qualche album preso dentro il gruppo dal precedente gestore. In maniera subitanea, nell'estate del 1993, arrivò al gruppo la notizia dell'omicidio di Euronymous da parte di Varg Vikernes la notte del 10 agosto 1993, con cui, ricordiamo, Jon aveva stretto un forte legame. Un legame così saldo, sottolineato dallo stesso compositore svedese in una dichiarazione in cui lo definiva un "alleato guerriero della morte!", continuando dicendo: "Ci conoscevamo bene entrambi. Ora lui vive per sempre come il suo nome, Euronymous - Prince of Death!". Così, The Somberlain divenne l'album "dedicato a Euronymous ed ai maledetti Mayhem" ed ottenne un importante responso nella scena europea. Nel frattempo, prima ancora della fine delle registrazioni e la pubblicazione, i quattro si trasferirono a Göteborg e qui, Nödtveidt era impegnati in alcuni altri progetti, tra cui ricordiamo The Black (con cui pubblicò "The Priest of Satan" nel 1993) e gli Ophthalamia, il gruppo comprendente il cantante degli Abruptum "IT", esordendo nel 1994 con "A Journey in Darkness". Partiamo, perciò, in questo percorso tra i brandelli di storia.

Black Horizons

Muoviamo questo primo passo, con rispetto, scrutando i Black Horizons (trad. Orizzonti Oscuri). Una voce sussurrante, che sembra pronunciare: "Frost is spreading across the plains, to welcome the eternal night" (trad. Il gelo si sta diffondendo attraverso le pianure, per accogliere la notte eterna) in backword (N.d.R. al contrario), ci accoglie con un piccolo tappeto sonoro generato dall'ausilio una tastiera. Fin da questi primi secondi, i nostri, sembrano voler diffonderci quel senso di angoscia e di pungente atmosfera, tipica dei momenti clue di un vecchio film horror, con l'intento alzare la nostra attenzione e rivolgerla completamente al brano. Ci riescono benissimo, ricreando un clima importante, oscuro e avvolgente che - sebbene per pochi millisecondi - colpisce all'orecchio come un cecchino. Immediatamente questo ghiaccio iniziale, prodotto dal metaforico abbassamento di temperatura, si spacca in mille pezzi con l'entrata della scalpitante batteria di Ole accompagnata da una frenetica sei corde marziale e melodica allo stesso tempo. Basta poi un rintocco di crash come arbitro che sancisce un cambio di tempo; la doppia cassa abbassa i toni, continuando comunque a ben chiudere il cerchio strumentale, mentre Jon e Zwetsloot intonano delle note di chitarra incalzanti e che sprigionano particolare violenza emotiva. Il percorso sul carro del cocchiere continua imperterrito, mentre il crash sancisce la linea ritmica ed acuisce nell'insieme, violentando e sradicando - metaforicamente, sempre - ogni albero sulla propria strada. Questo insieme ritmico così tellurico ci accompagna e ci permette di godere a pieno di quello che Jon, lo scrittore della maggior parte dei testi nei Dissection, ci vuole comunicare. Immagini sfuocate ma presenti grazie al canto dello stesso Jon che, diciottenne, si improvvisa in uno scream sporcato divenuto successivamente suo segno distintivo. Dall'alto della Torre, scrutiamo il paesaggio di sotto; si staglia un fiume di sangue in un flusso funesto e la visione è talmente chiara, sebbene stessimo scrutando nella Notte, che persino si riescono ad udire le parole provenienti da villaggi lontani. Le prime strofe ci introducono quindi in un contesto abbastanza tetro, proprio come volevano dimostrare i nostri. Mentre quest'incipit viene comunque accompagnato da giri di sei corde e battiti di blast-beat che riescono a ben cadenzare l'avanzare delle strofe, sicché immediatamente il ritornello riprende piede, introducendoci al cospetto di una realtà che lascia intendere molto: "Io sono l'onnipotente, dalla vasta sapienza. Io sono la grande ombra e dalla luce del giorno nella mia torre mi sottraggo alla vista. Ho visto l'Abisso e tutto ciò che implica. Sono la grande ombra e sono nato nel peccato". Jon, Ole, Peter e Zwetsloot sono in gamba e lo dimostrano spudoratamente in questo primo brano divenuto vessillo del gruppo con il passare del tempo. In questo contesto così astratto ma al tempo stesso così pragmatico, scorgiamo "la tua ombra spazzata via come un angelo sbiadito al grigio", poi si alza lo sguardo ed "i tuoi occhi erano come deboli candele che lasciano le proprie fiamme morire" mentre "il tuo freddo e pallido viso, una volta pieno di vita, ora è lacerata da spine di ghiaccio e la tua torre caduta sul terreno". La violenza compositiva continua la sua marciata, seppur melodica ed al tempo stesso maligna, ben incorniciano quel genere che lo stesso Jon Nödtveidt amava definire "Majestic Satanic Metal of Death". D'improvviso, al fulmicotone, la scena viene strappata dalle mani di quella forza bruta, collassando in velocità ma non in intensità. Delle leggeri note reiterate vengono perpetrate dalla chitarra principale mentre il tempo viene scandito dal rintocco del crash ed il battito duplice della doppia cassa, basta così poco per suggellare emotivamente un brano nel cuore e nella mente di qualcuno. Una perfetta combinazione che trova il suo culmine quando dal basso degli Inferi emerge con profonda e luciferina intenzione un breve grido di guerra, intriso di occulto, del leader del gruppo. Ecco che prende il sopravvento, stagliandosi sul tappeto melodico in sottofondo, un altrettanto refrain generato dalle dita di Jon, che fa da ruffiano per anticiparci quello che sarà il punto massimo del brano, dopo un primo, leggero, gioco di corde acustiche e battito di tamburo di stampo surreali, quasi ipnotico: il vocalizzo acuto di Dan Swanö, che mette i brividi al solo ascolto, con il ritorno - imperante - dell'assetto ritmico. Questo però non bastava, per rendere ancora più avvolgente ed oscuro, il quartetto ci profila un coro solido, penetrante e confacente al contesto sonoro. Nuvole oscure, incombenti e sconfinate, piuttosto che tetre ombre, minacciano il regno smarrito e oscuro. Il nostro viaggio agli Inferi è quindi giunto; questo è il luogo, la terra dell'orizzonte oscuro. Le sponde ricoperte dai corpi dei seguaci; ivi la trionfale vendetta troverà il suo corso, detronizzando definitivamente il sovrano di questo sfracello.  Dunque: "ammira il mio Regno del peccato!". Ecco che si chiude così un brano diventato per molti il simbolo dei Dissection. Il primo brano che apre il primo album dei nostri. Un brano che funge da psicopompo per quei defunti spirituali ma che allo stesso tempo vuole essere colto da pochi. I più si accorgeranno di un richiamo alla figura di Satana, sovrano indiscusso di quel regno dagli Orizzonti Oscuri?ma quanto ancora deve aver conosciuto se stesso un uomo per comprendere a pieno il significato degli Dei? Tutto dipende dal tipo di approccio e di "abisso" che ognuno di noi porta con se. Non esitate a chiedere a voi stessi e ad andare più affondo delle mere parole. Sebbene ognuno, nel complesso, abbia il proprio tipo di tradizione ed ideologia, il concetto intrinseco di ritorno alle radici e di smascherare il falso Dio ed i falsi Dei è comunque comune. Quel Satana ctonio, voltatosi all'onnipotenza di Dio, mise in discussione proprio quest'ultima con la propria, vasta, saggezza. Tuttavia, tutt'altro - se solo vorreste - può rispecchiare il significato, spostando la sua accezione verso concetti più psicologici, verso quel vasto regno dell'Io su cui incombono le ombre delle incertezze e le nuvole nere della depressione. Arriverà la ferale vendetta a detronizzare queste oscurità, entrate soltanto nella Torre della vostra coscienza e non rinnegate, bensì accettate e seguite la Verità. Basta solo, parafrasando la risposta di Jon in un'intervista, "leggerle più nel profondo". 

The Somberlain

Continuando questo percorso, tocchiamo il terreno umidiccio del prossimo brano: la title track The Somberlain, la cui traduzione non è del tutto certa; molti sono coloro i quali si sono voluti immolare nella spiegazione logica del titolo di un brano così importante, purtroppo però, il termine in se non ha risonanza nella lingua inglese ma - perché c'è sempre un ma - alcuni dei più accorti diedero una versione piuttosto accreditata che vedeva nel titolo il termine "somber lane", o - in italiano - "sentiero della via oscura". Ad aprirci la via un lento ma fosco e funebre accordo di chitarra eseguito da Jon, sottolineato con la stessa linea compositiva in sottofondo, semplicemente un rafforzativo della componente melodica principale, grazie alle mani di Zwetsloot. Su questa marcia, ci incamminiamo in un ambiente abissale, nascosto ma pungente per merito della doppia cassa ed il suo sposalizio funesto con la velocità ed il crash. Una martellante marcia che batte come un ariete sulle pareti della mente fino a quando il compositore svedese non sublima l'immagine decantando  - con la graffiante e bellicosa voce - strofe intime, traghettatrici di specifiche emozioni: "Precipito ancora ed ancora, lì dove la luce è andata via; potrei sentire l'oscurità abbracciare la mia anima". Un tetro abbraccio che vanifica persino l'agonia ed il dolore, che ad un certo punto, unitamente alla solitudine, idealizzano la visione; alla stregua, lo stesso Jon con un grido ribelle, sofferente ma veemente, sottolinea: "ho capito che ero lì, lì dove appartengo", accompagnato da un giro di chitarra e del basso di Palmdahl travolgente, figlio di quelle influenze death metal d'oltreoceano. La cavalcata, per altro, non si smentisce, il nostro lungo viaggio è appena iniziato, attraverso l'infinità dell'anima, oltre l'umana mortalità?lì esiste ciò che cerchiamo: la tranquillità ove poter prosperare nel male in eterno. Una visione piuttosto iconica, ideologica ma che colpisce a bandiere spiegate: si prospetta dunque una visione piuttosto personale del suicidio, un argomento toccante e determinante, un azione estrema dettata da un percorso logorante ma che - negli occhi di chi peregrina sul terreno di quest'ultimo -sembra essere il gesto migliore da fare per raggiungere la tranquillità. Inizia dunque una lenta e melodica ed affascinante combinazione strumentale che accompagna il viaggio dell'anima: su terre di cristallo, frutteti di rancore, sofferenza e lacrime, la nostra esistenza continua a sentir la chiamata di questo meraviglioso silenzio. Un'oscura bruma ci divora mentre scorgiamo il monumento del nostro passato, raggiungendo la terra del riposo spirituale. E' il giorno quindi della discesa, la discesa nel divino dominio del maligno?su queste parole si riaccende la fiamma nera degli strumenti, intenti nel richiamare la sacralità del ritornello: "I am the Somberlain" grida il diciottenne Nödtveidt, invocando - con una voce demoniaca ed il peculiare scream insieme - il Lord of Infernal affinché faccia da tramite, donandogli la forza di attraversare i cancelli, di fare quel passo nel vuoto che permetta di giungere a quella trasformazione - in una visione del tutto spirituale - dell'anima. "Perché sono Notte Eterna" dice, "precede il mio maligno e divino dominio". A tal proposito, quest'ultimo verso che funge da chiusura lirica e compositiva, ridimensiona ed esalta la visione riservata e profonda di Jon, scrittore delle liriche, di concetti che - per i suoi coetanei, generalizzando - erano tutto fuorché materia di studio intimo. L'elevazione dell'essere; la fulgida cesura che rappresenta la morte non è altro che un ponte per l'ascesa spirituale. Parafrasando Seneca, l'elevazione dell'Uomo oltre la sua Natura è la sublimazione dello stesso, per questo si e' notte eterna che precede il proprio dominio. Per governare (se stessi) bisogna prima osservare l'abisso ed accoglierlo in se divenendo un'unica cosa.

Crimson Towers

Come un momento di respiro nello scorgere le profondità, arriva Crimson Towers (trad. Torri Cremisi); un brano acustico-strumentale creato dalle mani di John Zwetsloot che ci permette di avere una pausa in seguito ai tormentati ed oscuri episodi d'apertura. Un intermezzo di breve durata che con il suo insieme melodico-medievale e le pizzicate note continua a scavare nelle profondità dell'anima per sostenere a mezz'aria l'atmosfera maligna e avvolgente creata nell'incipit. Un sentimento estetico, fecondatore di sensazioni nuove, improbabili se solo si confrontasse il pezzo con la linea generale, ci permette di immergerci ulteriormente in questo album, abbracciando candidamente la mente e lo spirito, come un sollievo. Ciononostante, la melodia così medievaleggiante non è del tutto fuori tema. Una chiave di Volta che permette di comprendere come esista perennemente una dualità (veemenza - distensione) che converge nel punto di una bellezza estetica, universale, che aiuta come connessione con il Divino che è in noi ed intorno a noi, sia pur essa più o meno incline a temi convenzionalmente ritenuti "maligni".

A Land Forlorn

E' tempo ora di giungere in A Land Forlorn (trad. Una Terra Dimenticata). Non siamo più gli unici ad aver intrapreso questo cammino, il battito di doppia cassa iniziale ,così deciso e veemente, rappresenta la marcia funesta della stirpe di avventori che adorano l'oscurità. Quel gruppo di Uomini temerari che abbracciano la propria ombra, superando se stessi. Immediatamente parte il cavalcante incedere della chitarra principale di Jon, accompagnata dagli altri strumenti, in un complesso tanto avvolgente quanto melodico che con la sua andatura lenta ci segue fin quando non giungiamo all'entrata in scena del carismatico canto del diciottenne svedese con cui parte, in contemporanea, una ritmica più accattivante e truce, caratterizzata da un tempo sancito dal piede di Öhman. Il giovane batterista preme sull'acceleratore e, dopo questa breccia nel timpano, la cavalcata del ride continua con il doppio pedale e la melodica ed incisiva linea di sei corde; l'insieme funge da trampolino di lancio per comprendere una prima strofa improntata sul superare i propri limiti, con la fiamma che arde in corpo. Siamo la più atroce ed oscura vendetta che cerca la propria preda. Le dita di Jon continuano nella creazione di un riff pesante, su cui far scoppiare ancora la sua voce come una tempesta maligna, di fulmini e possanza. "Siamo la marcia della profanità, la Razza più oscura che risorgerà di nuovo, contro lo stormo dei deboli, avvicinandosi alla terra dimenticata", ecco l'apoftegma dei nostri che si manifestano come coloro che riporteranno in auge quella terra dimenticata; sulle note dell'ensemble strumentale, il significato prende forma, che la "terra dimenticata" sia effettivamente quel territorio spirituale abbandonato con l'avvento del monoteismo abramitico? Rinunciamo un attimo a questi sproloqui concedendoci all'arrivo dell'orda di sanguinari che riprenderanno tra le mani la Verità. Giunge, dunque, l'orda, in quella terra dimenticata, ove le anime più oscure verranno liberate ed il Regno della Dannazione risorgerà; una marcia profana, fiamme alte contro quello stormo di deboli che vedranno la riconquista di un territorio asciutto, arido, vedranno la tragedia sotto i loro occhi e l'infinita tristezza li corroderà perché non sanno ciò che hanno oscurato, rovinato. Gli intenti dei nostri sono chiari: riprendersi un territorio ormai inaridito dalla Luce del sole che acceca le menti dei più deboli, un Sole che potrebbe essere un sinonimo per indicare il Dio cristiano che rese dannata una figura archetipa come il demone, come Satana.

Heaven's Damnation

Proprio una melodia dannata e decisa apre l'Heaven's Damnation (trad. la Dannazione del Paradiso). Un giro di note incalzante e melodico ci introduce in questo minaccioso episodio; il canto graffiato e maligno del nostro ci trasporta su oceani di sangue e regni di terrore dove la notte semina il proprio freddo e su cui un oscuro inverno mira, come un vascello, la sei corde ed il doppio pedale marciano insieme, martellanti e affilati ma comunque dal taglio arrotondato come son soliti fare i nostri, ricordando dei remi che guidano l'andamento dell'insieme. Guardiamo il cielo piangere lacrime color cremisi, impregnate della nebbia di un ardente odio introdotto da un altrettanto ardente silenzio degli strumenti, il quali, poco dopo, vene rotto dalla pesante sei corde di Jon. Quello che i quattro ragazzi voglio provare a portarci è un una dichiarazione d'intenti mossa contro il Paradiso; una minaccia di dannazione accompagnata da ritmiche spinose ed al contempo avvolgenti. Polveri di un passato remoto, anni di oblio, ecco la visione mostrataci in una profonda osservazione di ciò che ne sarà del Paradiso. Attraverso le foreste profane, delle grida di coloro i quali si son svegliati dal sonno che li abbracciava sotto l'albero della Morte, emergono dalla Notte, all'incedere della marziale chitarra che cadenza i loro passi. Ancora una volta ci mostrano non solo le loro influenze artistiche ma anche la volontà di ricreare una diversa visione prospettica di un tema assai particolare ed aberrante per i più. Immedesimandosi nelle proprie parole, il nostro ci traspare chiaramente immerso in questo caos oscuro che lo accompagnerà per il resto della sua vita in un crescendo spirituale e materiale. Al bruciare d'innanzi alla Luce, lasciamoci cadere nelle braccia dell'abominio, dell'Eterna Notte, fianco a fianco di quelle anime antiche, sulle note della sei corde acustica di Zwetsloot con cui, come un outro di un episodio cinematografico, rendono una sublime atmosfera che permea gli intenti di questo brano, acuendo il picco metaforico di questo episodio.

Frozen

Giungiamo, dopo aver incontrato la perdizione del Regno dei Cieli, tormentato da pioggia cremisi, oscurità e fuoco, ad un brano il cui titolo preannuncia un tema diametralmente opposto all'archetipico fuoco infernale : Frozen (trad. Ghiacciato). La differenza di relazioni del brano, si estende fin dall'incipit, scandito da battiti di rullante ed il peculiare ritmo melodico ed incalzante, una marcia lenta ma implacabile che si sublima con la voce di Jon. Un insieme strumentale particolarmente oscuro e gelido - per l'appunto - ci introduce in un luogo aldilà di ogni luce, ove, accarezzato da una fredda brezza e dall'oscurità, la luce della Luna risveglia l'immortalità che si nutre di sangue mortale. Stiamo parlando proprio di una delle figure divenute parte dell'immaginario folkloristico collettivo: il vampiro. I tratti di questo brano iniziano quindi a delinearsi, sia dal punto di vista melodico che lirico, rendendoci partecipi di una delle track più unica che rara dell'intero gruppo; in effetti, il tema vampiresco non è propriamente attribuibile alle tematiche classiche dei Dissection tanto quanto i temi satanisti. Tuttavia, parliamo sempre di tematiche oscure, che generano in qualche modo un sovvertimento della realtà sempre troppo alla Luce, spesso accecata persino da quest'ultima. L'assetto strumentale aiuta a galvanizzare l'ambientazione che i nostri cercano di ricreare tramite le parole, grazie a pesanti ritmiche, reiterate ed alternate ad interessanti intermezzi più veloci, scanditi dal crash e dalla doppia cassa di Ole Öhman. Continua dunque l'ascolto e l'immersione nel racconto imbattendoci in un vento gelido, quello stesso movimento d'aria causato dallo spiegarsi delle ali di quella figura mitologica e demoniaca passata alla storia grazie, uno più di tutti, al romanzo di Bram Stoker (con cui, tra l'altro, lo stesso disse di voler sovvertire l'ipocrisia e la società vittoriana). Un volo nell'oscurità è quello che compie questo figlio della Transilvania, dal cuore e dall'anima ormai gelide e dalla voglia irrefrenabile di sangue che lo permea di una forza indicibile. Un volo accompagnato, in chiusura, da un assolo di chitarra con note alte che sottolineano la maestosità e la freddezza di questo episodio.

In the Cold Winds of Nowhere

Dopo lo stacco sinfonico, ci imbattiamo in un'altra traccia ripresa da demo precedenti. In questo episodio ci troviamo d'innanzi a In the Cold Winds of Nowhere (trad. Nei Venti Freddi del Nulla), proveniente dal 1992, da quel demo intitolato "The Somberlain" che funse da prototipo grezzo di alcuni brani presentati con la presente pubblicazione di debutto. Ad aprirci il varco iniziale di questo brano è un'incalzante e lento  gioco tra batteria e sei corde che con la classica andatura peculiare dei nostri ci accompagna diretti verso l'introduzione della voce. Parte così il nostro viaggio nelle tenebre interiori, alla ricerca del nostro subconscio, è la tentazione di scoprire il vero se stesso che ci spinge. La carica adrenalinica sale inesorabilmente con l'incedere delle pelli, il giro di chitarra, poi, riesce a connettere l'insieme strumentale in maniera perfetta riuscendo a rendere truce un brano così introspettivo. Siam sulla strada per un viaggio infinito, all'insegna dell'eternità, mentre nel profondo abbiamo coscienza che per liberarsi di queste spoglie terrene abbiam solo bisogno di sentire i rintocchi della campana della morte. Proprio a queste parole il timpano viene invaso da un assolo energico, acuto ed avvolgente di Zwetsloot che termina con un grido trasandato di Jon. Proprio quest'ultimo fa da spartiacque tra la - se vogliamo - prima parte del brano e la seconda, caratterizzata da un ensemble melodico ripetuto, più truce ed al tempo stesso oscuro che ci trasporta nel nostro subconscio, nei venti freddi del nulla. Una forza distruttrice ed al tempo stesso creatrice, ecco la morte che ci abbraccia cadendo nell'armonia più oscura, nell'abisso senza ritorno. Solo lei riesce a lenire le sofferenze delle anime che si dimenano su questa Terra, trasportati sempre e costantemente da quei venti freddi. Stiamo dunque parlando di una particolare ed interessante visione del nostro che vede contrapporsi una morte fisica ed una spirituale, nel profondo della nostra mente, ove l'oscurità regna in collaborazione con la luce. E' proprio un grido di riscoperta del proprio buio quello dei Dissection, su note spinte, tremolanti e comunque accattivanti, che fanno da cornice ad un viaggio interiore di uno ma che poi è di tutti. Tuttavia aprite le orecchie e scavate di più, sorpassate i cancelli e lasciatevi accarezzare dalle correnti.

The Grief Prophecy/Shadows over a Lost Kingdom

Sempre di più ci avviciniamo verso il termine di questo - fino ad ora - eccellente debutto che segnò la carriera dei Nostri ineccepibilmente. Su questo ulteriore scalino troviamo un doppio brano, ovvero un'unione di due brani provenienti da due demo diverse: The Grief Prophecy/Shadows over a Lost Kingdom (trad. La profezia del Dolore/Ombre sul Regno Perduto). Ad imprimere l'incipit ci pensa un accordo pesante, dolorante - per l'appunto - che si insinua facilmente nella mente dell'ascoltatore, facendolo immergere subito nel cambio di ritmo, sempre lento, oscuro che in modo reiterato prende piede fin dai primi minuti. Accordi semplici su cui si staglia il grido maligno di Jon, sfumando con l'incedere del tempo. Una melodia death metal che rende il senso di dolore e l'immagine delle ombre. Prendiamo dunque un posto importante, anelando la crociata per riprendere il possesso del Regno Perduto, quello di cui abbiamo parlato in tracce precedenti.  La fame di conquista si fa imperante e preannuncia la profezia citata nel titolo della track. Forti come asce, la sei corde ed i rintocchi del crash tagliano nettamente l'atmosfera, creato una sorta di intermezzo di (relativamente) breve durata all'interno del platter di rara fattura. Un'aura maligna permea questo brano; sarà per la graffiante voce di Nödtveidt decisamente oscura e tagliente, sarà per il cupo assetto strumentale che coagula questo ennesimo episodio. Un brano semplice nel complesso, persino nella lirica, tuttavia porta con se i sentimenti di (ancora più) giovani artisti, essendo un insieme di tracce provenienti da demo di qualche anno prima. Una profezia di guerra, rinascita e di sangue che ci accompagna in questo viaggio nella tenebra del gruppo.

Mistress of the Bleeding Sorrow

Giungiamo ora alle ultime due tracce che compongono "The Somberlain". Proprio dall'omonima demo del 1992, ecco che - ovviamente perfezionata - ci arriva dritto nel nostro padiglione auricolare Mistress of the Bleeding Sorrow (trad. Amante del Sanguinante Dolore) introdotta dal doppio pedale di Ole (a cui venne affidato il songwriting del brano precedente). Immediatamente un ritmo pantagruelico echeggia nell'aria come un tornado. Un fine lavoro e gioco di melodia ci accompagna in un lungo incipit, in una meravigliosa espressione di un sanguinante dolore. Provate ad immaginare e a farvi penetrare dalle note create dai nostri, sorprendentemente avanti per il loro tempo. Un connubio perfetto di ombra e dolenza. Affrontiamo d'impatto il destino, con la notte che si cala giù dal cielo in segno di dolore. Un omaggio alla vita è quello dei nostri, con intricati refrain, battenti rullanti e assoli sulfurei ed oltre l'umana percezione. Siamo i discepoli di noi stessi, alla ricerca di una compagna di vita, un'amante nel dolore dilaniante che ci guida in un percorso prestabilito. Si innalza il grido di una bestia dal basso, un suono struggente e maligno che sublima l'incedere del brano grazie alle note alte della chitarra ritmica che ci trasporta verso la tappa che sancisce il termine del brano in modo spaccato, preciso, chiudendo la ricerca. Vediamo dunque in questo modo: l'amante del sanguinante dolore non è altro che la vita; compagna fedele della morte nell'incessante scorrere del tempo. Un percorso filosofico di presa di coscienza tramutato in note taglienti ma al tempo stesso avvolgenti che intimano e sottolineano un semplice ritornello attuo a creare la giusta atmosfera. Siamo sempre lì, insomma, sul filo tra la vita e la morte, spinti un giorno da un lato ed uno dall'altro; mentre cala la notte, infatti, tutto si confonde, niente ha più dei lineamenti specifici e chiari, resta solo a noi capire - attraverso dei viaggio interiori - ed accettare questa nostra dualità. A tal proposito mi viene in mente una citazione del pittore Edvard Munch in cui diceva: "Dal mio corpo in putrefazione cresceranno dei fiori, e io sarò dentro di loro: questa è l'eternità".

Feathers Fell

Abbiamo attraversato la bruma, le più avvolgenti oscurità ed abbiamo toccato persino la rinascita, ora è il momento di chiudere questo viaggio con Feathers Fell (trad. Cadono Piume). Con coerenza, ci troviamo d'innanzi ad un terzo brano strumentale che riprende il tema melodico dei precedenti e che, come appunto un doppio pedale, cadenza l'intero platter. Ancora una volta - ma con accezione positiva - abbiamo modo di godere di una sessione di pochi secondi di chitarra acustica che intona in modo egregio quella nostalgica e a tratti fantastica atmosfera che ci ha trasportato negli altri due brani precedenti. Giunti al termine del disco, si manifesta come una perfetta outro con cui condensare tutte le emozioni e le profonde dissertazione di argomenti profondi, viscerali. Culmina quindi con delle piume che cadono, a simboleggiare l'immanenza dell'esistenza (che sia umana o semplicemente di questo debutto dei nostri) creando un trono per emozioni forti, modellanti dell'animo umano...come quelli dati dalla morte e dalla vita.

Conclusioni

In fase conclusiva, c'è davvero poco e molto - al tempo stesso - da dire.  Ci troviamo di fronte ad un album sentito, penetrante, carico di (sinistra) filosofia. Pensare che all'età di appena 17 anni, i nostri siano riusciti a creare un lavoro di questo calibro continua e continuerà perennemente ad affascinare e ripresentare la solita domanda: "come è possibile?". La verità risiede nell'essenza. Nella dinamicità dell'animo umano che ha bisogno di espressione; se artisti come Edvard Munch, citato in precedenza, hanno trovato il loro canale espressivo nella pittura, altrettanti l'hanno trovato nella musica, trasformandola in vere opere d'arte. Certamente, considerando nell'insieme, potrebbe risultare a tratti ripetitivo per via di alcuni comparti ritmici utilizzati più e più volte ma la caratteristica che colpisce fin da subito l'ascoltatore medio, non avvezzo ai generi estremi, è la loro attitudine nello spaziare in melodie e atmosfere molto diverse tra loro, permettendo a tutti di apprezzare la loro musica e solo a pochi di carpirne la loro profondità. Di primo acchito abbiamo davanti, senza ombra di dubbio, uno degli album più rappresentativi del black e death metal melodico, sovrano indiscusso genitore della successiva pubblicazione (Storm of the Light's Bane) ancora più oscura, ascetica, ammantata di atra atmosfera. Provenienti da una cittadina piuttosto piccola, hanno iniziato a scalare le vette in modo esponenziale, sottoscrivendo l'importanza che i Paesi scandinavi hanno avuto nella crescita di un genere tanto di nicchia quanto sdoganato. Più di qualcuno dirà, infatti, che il black metal sia ormai alla merce' di tutti ma io continuerò a dire che si tratta di un genere per pochi, per chi ha attitudine e capacità di comprendere e di camminare nel buio delle parole e della musica. Un genere che può dire tanto o dire poco a chi non è pronto ad accogliere eccellenze come questo album. "The Somberlain" rimarrà sempre un salto nel buio dell'ombra di Jon Nödtveidt e dei suoi compagni, semplicemente all'altezza dell'epoca e di altre pubblicazioni che hanno permeato gli anni '90. Un lavoro sofisticato con cui i nostri si sono messi in gioco fin da giovani riuscendo a coniugare in modo esemplare le varie influenze che li hanno segnati a grandi linee; siamo, tra l'altro, nel periodo migliore per gruppi come gli Entombed che con il loro "Left Hand Path" hanno in qualche modo dato input al quartetto per riuscire a collegare con un filo rosso le numerose sfaccettature artistiche di ognuno di loro. In definitiva possiamo dire che, contestualizzato nel periodo di uscita, "The Somberlain" è un omaggio a loro stessi e alla scena mondiale con cui hanno seminato in modo più che perfetto per l'avvenire.

1) Black Horizons
2) The Somberlain
3) Crimson Towers
4) A Land Forlorn
5) Heaven's Damnation
6) Frozen
7) In the Cold Winds of Nowhere
8) The Grief Prophecy/Shadows over a Lost Kingdom
9) Mistress of the Bleeding Sorrow
10) Feathers Fell
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