DISSECTION

The Past is Alive (The Early Mischief)

1997 - Necropolis Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
27/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

La dualità complementare che permea ciò che ci circonda, rende possibile capire come quel vento vantaggioso che aveva portato i Dissection ad affermarsi al fianco di nomi prestigiosi come i Morbid Angel durante una lunga e complessa serie di esibizioni, quest'ultime terminate con il Gods Of Darkness Tour - al fianco di Cradle of Filth, In Flames e Dimmu Borgir (con cui registrarono lo split video in vhs sul palco del Wacken Open Air, dal titolo "Live&Plugged, Vol.2"), svoltò il suo viso frigidamente.  Se già in precedenza le trame imbastite per le vele erano state provate dalla deiezione di Jon Zwetsloot ancor prima della pubblicazione di "Storm of the Light's Bane", ecco che, con l'imporsi della ridda intorno al globo dei concerti, persino il bassista Peter Palmdahl (rimpiazzato dal fratello di Jon, Emil Nödtveidt) e la seconda chitarra Johan Norman, abbandonarono la barca senza importanti spiegazioni. Così Jon vede chiudersi le porte di coloro con cui era iniziato tutto, come un presagio di un cambiamento molto più grande, prossimo a verificarsi. In effetti, parallelamente ad una fuggevole pausa dai palchi e dopo aver iniziato un nuovo progetto dal nome De Infernali che ebbe vita breve con la pubblicazione di un solo disco (ovvero "Symphonia De Infernali"), Jon - unico componente originario rimasto nel complesso - fu coinvolto in un episodio che segnerà tanto la sua persona quanto il gruppo in egual maniera: l'omicidio di Josef Ben Maddour. Passato alla storia come il "Keillers Park murder", il delitto ebbe dinamiche davvero singolari. In una sera tra il 21 ed il 22 luglio del 1997, tra l'aria estiva svedese - tanto fresca quanto pungente, Jon ed il suo amico ventenne, iraniano e nazionalizzato svedese, Vlad, insieme ad altri due loro amici, passavano il loro tempo come qualsiasi ragazzo medio della loro età: a bere e a girare tra i vari bar e pubs di Göteborg, la seconda cittadina più grande di tutta la Svezia (dove si trasferirono per facilitare le registrazioni e le prove in studio). Passata la notte, giunte le prime ore dell'alba e con loro il ritorno alle proprie abitazioni dei due amici con cui passarono la serata precedente, Nödtveidt e Vlad iniziarono a girovagare nel centro città. Camminando tra i palazzi e le strade cittadine, passarono proprio davanti ad un parco conosciuto per essere luogo d'incontro per molti ragazzi omossessuali; proprio qui furono fermati da uno sconosciuto il quale, di primo acchito ed incuriosito dall'abbigliamento dei due (tipicamente con croci rovesciate, t-shirts decisamente inopportune di qualche gruppo, etc.), chiese loro - come primo approccio - se fossero dei Satanisti, aggiungendo che era interessato ad approfondire quel culto. Immediatamente i due, decisamente indisposti e lungi dal voler essere fermati con una tale domanda, lo spinsero indietro, mentre il ragazzo insisteva curiosamente. Alche', Jon e Vlad, una volta conosciuto il nome di Meddour, lo invitarono a seguirli dritti a casa del primo; tuttavia, proprio durante il tragitto, il modo di comportarsi e le attenzioni che Josef riservava per i due, non lasciava che intendere chiaramente il suo orientamento sessuale, facendo innervosire i due giovani. Giunti di fronte a casa di Jon, osservando come Meddour sembrava spaventato e si rifiutava di entrarci, i tre decisero di riprendere a camminare, continuando a parlare di satanismo al Keillers Park, se non prima che Jon fosse entrato nel suo appartamento per prende il taser ed una pistola, con chiare intenzioni. Una volta giunti al parco, Vlad prese il taser da Nödtveidt, provando e fallendo nell'immobilizzare Meddour, il quale iniziò a correre spaventato senza successo, perché prima un colpo di pistola alla schiena e poi un secondo colpo alla testa furono scagliati da Vlad (sebbene in una prima confessione quest'ultimo diede la colpa a Jon, ammettendo - solo dopo le confessioni di Jon - la realtà dei fatti). Fu poi il pomeriggio del 23 luglio - intorno alle 16:30 - che un sedicenne scoprì il corpo esanime dell'uomo, nel Keillers Park, dando il via alle indagini. Dopo aver collegato ogni dettaglio, aver fatto gli accertamenti che interessavano la vittima (scoprendo il nome, l'età e tutte le informazioni del caso), la polizia si lanciò immediatamente contro il fidanzato della vittima, un po' per la nomea che portava la coppia di avere un temperamento particolarmente collerico, un po' per la mancanza di alibi. Sembrava che la pista da seguire fosse quella, fino a quando, il 15 dicembre del 1997, una ventitreenne entrò nel comando di polizia di Stoccolma, lamentandosi di come il suo ragazzo di nome Vlad, l'avesse picchiata e minacciata di morte, aggiungendo di quando un giorno le confessò di essere stato il carnefice, insieme al suo amico Jon, dell'omicidio di Keillers Park. Indi per cui, ogni accusa contro il fidanzato della vittima cadde, e la polizia si diresse immediatamente a casa di Vlad arrestandolo il giorno stesso e trovando, nell'insieme, una pistola carica da 9mm. Jon, invece, fu sorpreso il 18 dicembre. Passarono i mesi e le varie inchieste e le varie prove furono collezionate ed unite, arrivando al 6 luglio del 1998 in cui la corte distrettuale di Göteborg dichiarò colpevole Nödtveidt per aver aiutato nell'omicidio e per il possesso illegale di armi da fuoco, condannandolo a ben otto anni di bagno penale. Fu poi nel 25 settembre del '98 che la Corte d'Appello della Svezia Occidentale confermò il verdetto ed allungò a ben dieci anni la pena. Vien da se dire che quel cambiamento citato in partenza si era pressoché rivelato, lasciando un ulteriore segno indelebile (oltre al suicidio di Pelle Ohlin, l'accoltellamento di Faust ai danni di un omosessuale a Lillhammer e l'uccisione di Euronymous da parte di Varg Vikernes) nel panorama e nella visione generale che tutto il globo aveva del black metal. In aggiunta, quando i due vennero arrestati, la polizia - oltre a trovare altari nelle abitazioni di entrambi - trovò un cranio umano nell'appartamento di Vlad (aggravando la condanna per "possesso di parti umane"). Il danno provocato all'immaginario comune della scena black metal, si espanse persino al culto satanista e, in particolare, all'organizzazione di cui Jon ed il suo amico facevano parte: il Misanthropic Luciferian Order. Durante l'investigazione, la polizia interrogò molti ex-adepti, scoprendo di come venivano praticate "cerimonie occulte che includevano meditazione ed invocazione di demoni ma anche sacrifici animali" e di come, quasi una settimana precedente all'omicidio, lo stesso Vlad - durante alcuni discorsi - risultasse estremista ed intento nel voler praticare sacrifici umani...ma tutto si fermava a semplici lunghe conversazioni e, solo una volta a casa di Jon, nella redazione di una lista di possibili vittime in cui compariva non solo il nome della ragazza di Nödtveidt ma persino il nome di alcuni membri dei Dissection. In ogni caso, sapete, il - cosiddetto - "Quarto Potere" ed il tempo, possono travisare tanto, troppe cose, e lasciare ancora tante e troppe cose alla merce' di chiunque, contorcendo le verità. Senza entrare dunque nel dettaglio di situazioni parallele, più o meno contestabili, contriamoci su ciò che accadde musicalmente qualche tempo indietro. Ancor prima dell'omicidio, una volta che tutti i componenti primevi del gruppo avevano lasciato libera la sedia, Jon cercò comunque di mettere in piedi una piccola formazione per iniziare a scrivere quello che doveva diventare il loro terzo full-length. Come abbiamo visto, però, la vita l'aveva portato da altre parti. Ciononostante, il 20 luglio del 1997, l'americana Necropolis Records - che aveva già avuto modo di affermarsi sul mercato grazie al licenziamento di opere insradicabili  come "The Grand Psychotic Castle" dei Tartaros ma anche "Dark Endless" degli svedesi Marduk - volle omaggiare l'ascesa dei Dissection con una compilation che racchiudeva non solo estratti di demo od album precedenti ma persino di progetti paralleli dei componenti del gruppo. Stiamo dunque parlando dell'unica compilation che compare sotto la voce "discografia" dei nostri, ovvero: The Past is Alive (The Early Mischief). Direi che sia giunto dunque il momento, dopo aver fatto il quadro storico, di immergerci in questa unica antologia.

Shadows Over a Lost kingdom

All'improvviso veniamo sbattuti e trasportati nel 1991, ai TBV Studios di Smogen, in Svezia. Tra le mura ovattate della sala prove, i nostri registravano quello che diviene, qui, incipit della raccolta. Stiamo parlando di una traccia estratta primariamente dal secondo demo del 1992 dal titolo "Into Infinite Obscurity", a sua volta ripresa ed incastonata nel celebre album di debutto con cui iniziavano il loro cammino nel sentiero oscuro. Ecco che giunge "Shadows Over a Lost Kingdom" (Ombre Sopra il Regno Perduto). Ed è proprio con un intreccio ombroso della sei corde, dell'ancora presente Zwetsloot,  che ci affonda nel brano fin dai primi secondi, chiamando a raccolta gli ascoltatori. Giunge, dunque, sferragliando con i rintocchi cadenzati della sua batteria Ole Ohman, mentre la chitarra di Jon si presenta al pubblico con la sua acuta dimostranza. Basta poco per le classiche presentazioni che con fredda attitudine e, direi, poca esperienza, Jon si mostra al microfono con una leggera e sgradevole intonazione, dando il via all'accelerometro scandito dalla batteria e dalla ritmica. Immediatamente sembra come dover essere trasportati di forza in un viaggio nottetempo. Rimbomba, come se fosse proveniente da un altro piano della coscienza, la voce di quello che sembrerebbe essere Lucifero: "Ho viaggiato attraverso l'eternità e regnerò di nuovo". Continuiamo, come ombre, ad osservare la scena, intrisa di fiamme e fuliggine che corrodono e radono al tappeto le mura del Regno dei Cieli, in una crociata intrisa di sangue. L'andatura strumentale che ne consegue risulta dunque incalzante per l'atroce campagna di recupero di un regno corrotto dalla Luce. Ecco che quindi Lucifero si ripresenta sotto forma della voce angusta e inumana di Jon, il quale - all'ascolto della chiamata al mistero delle ombre su quel Regno perduto, ci annuncia: "Gli Antichi, il loro sonno ed io, risorgeremo di nuovo dal mare...ecco la profezia". Ecco che il manifesto di lotta contro le, cosiddette, forze del bene si concretizza ed inasprisce il duello, come se i Dissection fossero i portatori di una verità nascosta ed, al tempo stesso, crociati di una battaglia senza eguali tra due forze polarizzate. I nostri divengono "ombre" che marciano su un Impero perduto, regalando ombra laddove risulti tutto alla Luce, in un'era in cui vigono le regole del "Padre".

Frozen

Approdiamo sulle sponde ghiacciate di "Frozen" (Ghiacciato), proveniente dal lontano 1992 e dalla demo "The Somberlain" prima e dall'omonimo primo full-length dopo. L'incipit di una rullante battuto freneticamente ci accoglie come neve che scende precipitosamente dal cielo e si proietta sul terreno. Proprio su quest'ultimo tappeto (sonoro) la distintiva melodia ghiacciata ed, al tempo stesso, avvolgente della sei corde di Jon, incalza l'atmosfera splendidamente, trasportandoci in un limbo parallelo, come ad avvisarci di aver varcato una soglia straniera rispetto all'ambiente materiale che ci circonda. Lentamente le pelli iniziano a battere diversamente, introducendo un virulento movimento della sei corde ed il grido irruente di Jon che conferma l'esserci introdotti in un mondo gelido, oltre ogni luce. Ci troviamo in balia della più fredda e nera delle brezze, accarezzati dall'oscurità. Dormienti di un gelido sonno, veniamo svegliati dalla luce della Luna che tocca ogni angolo, rendendoci schiavi di un desiderio irreprimibile: prosciugare la mortalità insita nell'Uomo attraverso il trangugiare del sangue umano. In una tale atmosfera, si delineano le idee di fondo di Jon, il quale, amante di tematiche più vicini possibile all'oscurità, ci mostra, in prima persona, la chiara tracotanza di un vampiro. Gli accordi degli strumenti rallentano inneggiando un giro di chitarra intrigante con cui si palesa quella fredda brezza ed oscura immortalità in cui fummo annegati. Dal quel giorno continuiamo ad assaporare il profumo del sangue che ci rende così forti, persino capaci di spiegar le ali e volare nel freddo vento invernale. Ecco che Jon, come se volesse mostrare la possanza, lascia condurre il brano dagli accordi perfetto tra chitarre, basso e batteria, se non prima di aver lasciato (e lanciato) un urlo liberatorio e malefico. Il battito della doppia cassa scandisce immediatamente il tempo e, come una scossa tellurica, viene accompagnato dal fuggente riffing del principe oscuro Jon. Le lacrime diventano fiamme ed il freddo che portiamo in corpo, ghiaccia la pelle, il cuore e l'anima. Del resto siamo figli della Transilvania, landa di impervi racconti, e nella cui solitudine possiamo mostrare a pieno l'estati che portiamo in corpo. Il cadenzato incedere di Ole si tramuta in quella furia delle fiamme dell'Inferno che ci hanno accolti. Diventati progenie avernale, possiamo vivere solo nell'oscurità del Mondo a cui apparteniamo, incatenati ad una servitù unica. Ecco che, in fase di chiusura del brano, il ritmo diviene vertiginoso e la voce si sdoppia, assumendo le fattezze di una doppia identità. Come se fossimo a metà tra due mondi e stessimo sorpassando la soglia per lanciarci in un prossimo episodio, se non prima di aver chiuse le porte gelide di questo racconto. Risulta dunque essere una lente d'ingrandimento dei Nostri su un personaggio che ha sempre generato quasi un timore reverenziale; una figura sconosciuta che desta stupore per la sua immagine tanto dannata quanto incompresa. La tecnica di scrittura di chiare influenze gotiche, sublimano l'intenzione di voler plasmare un racconto sotto forma di musica ed in prima persona. Dando lustro alle emozioni a cavallo tra l'irrefrenabile istinto ed il profondo pensiero di dannazione. 

Feathers Fell

Mentre la gelida brezza di "Frozen" si inizia a dissipare, noi continuiamo il nostro percorso rimanendo, tuttavia, nel 1992 e negli studi di registrazione di Smogen. Ivi, un - allora adolescente - Zwetsloot componeva la melodia che prese parte sempre al demo dello stesso anno, omonimo del platter di debutto. Stiamo parlando di "Feathers Fell" (Cadono Piume) e della sua calda armonia liberata dalla chitarra. Ebbene, mentre nelle versioni successive del brano abbiamo potuto godere di una traduzione in chiave classica (con l'utilizzo del pianoforte), nella prima ed ufficiale forma, il librare nell'aria delle piume che cadono viene narrato sulle note di una chitarra. Mentre il reiterato incedere della stessa sostanza strumentale crea un tappeto sonoro di riguardevole impatto, il nostro Jon sussurra come se non volesse disturbare la quiete dell'atmosfera create in poco tempo. Come se ci stesse cullando in un idilliaco racconto, pone d'avanti l'immagine delle  piume, le quali cadono come foglie dagli alberi. Mentre il sangue scorre come  acqua dal mare, al ritmo delle dita di Zwetsloot sulla chitarra gli Angeli gridano come pioggia battente. Sembra, dunque, il quadro che identifica la caducità dell'essere umano, nella sua forma mortale. Tra la sofferenza ed il dolore che scorrono come fiumi e gridano silenziosamente. Lasciatevi ispirare dalla maestosità di questo brano, ponendo l'accento sulla semplicità d'esecuzione e l'ermeticità delle parole. Molti amano complicarsi la vita per seguire la velocità del mondo moderno ma, giungendo all'essenziale, dovremmo tornare ai tempi passati in cui si aveva persino il coraggio di osservare le piume cadere.

Son of the Mourning

Lasciatevi indietro la calma e compostezza dell'osservare le piume che cadono, poiché ora si presenta una traccia assai smodata: Son of the Mourning (Figlio del Lutto).  In questo caso, ad aprirci il sipario, si presentano freneticamente Nödtveidt e Öhman, palesemente imbastiti di una carica frantumatrice, mentre, poco dopo, si staglia un primo sussurro al microfono che offre uno squarcio in questo martellante incedere degli strumenti. Basta poco che sopraggiunge la voce graffiata del nostro il quale si pone sopra alla doppia cassa imperante nel sottofondo. Come un'orazione, è giunto il momento di rivolgerci al figlio citato nel titolo del brano, richiamando, quindi, la prole maligna, le cui ali oscure e tinte di nero attendono solo di aprirsi su "Dio", per gettar ombra e lasciar che vengano dimenticate le bugie perpetrate per mezzo di lui. Giunge, quindi, il turno di prender posizione per la sei corde, che ricarda le trame acuendole fino al riemergere del racconto. Il rampollo del cordoglio non può che rivelarsi come un dono fatto alla Terra, soppiantatore di Cristo e spargitore della propria forza sul genere umano. Esplicitamente il ritmo diviene più arrotondato per favorire una distensione dell'estasi consumata fin dall'inizio, lasciandoci scorgere, come se avessimo irrotto nel muro di anime irrequiete, la viltà in cui si perde il figlio desolato.  Ciononostante, continua imperterrito il ripetuto e turbinoso recitare dell'ensemble, accompagnato da un grido lacerante che trasporta con se il grido successivo: "Hai provato la sofferenza e quella colomba di vita è ormai morta, paralizzata e terrorizzata dalla paura che provi dentro. Catturata dal flusso di sangue. [...] Immortale ma ora è come se sanguinasse per sempre!", a sua volta sviluppato su un tappeto sonoro più rilassato. Resta letteralmente poco tempo per goderci di un acquietamento del mare in tempesta degli strumenti poiché, quasi nell'immediato, conclude Jon, gridando come la verità altro non è che il sangue colante del falso redentore e di come, oramai, il figlio del lutto abbia ormai preso il controllo, concludendo con l'ultima sfuriata del complesso. In definitiva, mentre da un lato scorgiamo un inneggiamento palese alla Morte e a Satana, dall'altro è meno chiara intuizione l'influenza radicata in fase di scrittura della musica. La prima volta che venne registrato il brano, risale sempre al 1991 in quel di Smogen. Non a caso, il suddetto, è stato presentato la prima volta nel secondo demo "Into Infinite Obscurity".  In questi primi anni '90, era ormai entrato sugli scaffali di tutti gli appassionati del genere, un disco che ha segnato un cambio dal death metal classico: "Scum", dei Napalm Death. Non sarebbe corretto, indi per cui, non menzionare come i nostri abbiano voluto mostrare uno degli ascendenti sotto i quali si sono uniti; aldilà del death metal più vetusto (ma mai passato di moda) ed il thrash più puro, il grindcore, figlio della metà degli anni '80, risulta decisamente predominante in questo episodio. Senza se e senza ma.

Mistress of the Bleeding Sorrow

Un granitico timpano accompagna l'entrata in scena di Mistress of the Bleeding Sorrow (Amante del Sanguinante Dolore). Basta così poco, giusto qualche battito, che si staglia, senza mezze misure, il pantagruelico marciare della sei corde, il quale continua ad echeggiare nell'aria creando un'atmosfera movimentata. Una sublime manifestazione d'intesa ritmica tra Jon e le pelli, prossima nel dover essere soppiantata da un altrettanto sanguinante e peculiare accordo, chiamando a se, come un turbine, la furia che da lì a poco si scatenerà. Ebbene, ecco che i tetri strumenti percepiscono l'oscurità, tramutandola sotto forma di note, fintanto che viene acuito il penombroso cammino di questo percorso emozionale, con la distesa performance di Jon alla sei corde. Da lì a poco interviene con perizia il cantautore svedese, elargendo il suo canto straziato ed oscuro: "Sto affrontando il mio destino, come il piacere ha portato la disciplina ad essere me, per ere ho cercato la mia sposa". Questo il grido dolorante di chi, da quando ha perso la propria compagna, ha visto come unica guida sul selciato della vita un solo conduttore, ovvero il dolore. Su queste parole, il ritmo discende pesantemente, quasi toccando una vena funerea, permeando lo scandire delle frasi. Ecco che, proprio come oscurità che cade, il protagonista si vede accompagnato solo e soltanto dal dolore, con la sola speranza che la sua amante del dolore ascolterà il suo richiamo. All'improvviso, come le citate tenebre, il suono cade per un battito di ciglia, come svegliando, da un profondo sonno, un acuto assolo, aitante nel voler trasmettere il sentimento di tribolazione che accompagna la dichiarazione a parole. Ciononostante, ritorna lo struggente dimenarsi, sul determinato tappeto strumentale, ricollegandosi alle sopra citate parole: "Sono entrato nell'aldilà...quando quelle parole vennero gridate al cielo", a cui segue una marcia astutamente martellante che permette di risentire riecheggiare i timpani d'inizio traccia ma che preparano solamente al breve e congeniale assolo con cui si conclude questo sofferente brano. Dire, quindi, che i temi portanti dei Dissection possono essere facilmente riassunti in "satanismo" e "morte", risulta un insulto. Come abbiamo potuto ascoltare in questa traccia proveniente dal demo omonimo del primo full-length, la variazione di stili, ritmi e arpeggi presenti, materializza, togliendo ogni dubbio, le facce che compongono ciò che è il gruppo tutto. In questo estratto, possiamo altamente notare il tema della sofferenza, che in modo atavico disturba, violenta e si contrappone persino al protagonista stesso, diventando soggetto e non più oggetto. 

In the Cold Winds of Nowhere

Le forti folate di vento che si abbattevano sulla costa occidentale svedese, patria originaria dei nostri, erano sicuramente rimaste impresse in ogni battito ferale e gelido di ogni traccia. Nessuna esenzione, quindi, per questo ennesimo estratto dal marzo del 1992: "In the Cold Winds of Nowhere" (Nei freddi venti del Nulla). Proveniente da un periodo in cui tergiversavano il fuoco ed il ferro in tutta la Norvegia per via dell'Inner Circle, sancendo la nascita di una sorta di stereotipo che lascerà il marchio su tutto il genere estremo, il brano si presenta con un tetro ed avvolgente intrecciarsi di Jon e la batteria, generando una melodia ammantata di funerea matrice. Il reiterato incedere di questo schizzo iniziale si sublima poco dopo con un cambio melodico intrapreso dalla sei corde, introducendoci al già conosciuto canto greve del cantautore svedese. Con l'aiuto del complesso, sembra aver varcato una soglia impercettibile, alla ricerca del nostro subconscio...un'indagine dedita alla scoperta di se stessi. Cosa spinge così tanto da portarci in questo circolo, se non il bisogno di svelare l'oscuro? La volontà di varcare quel portone che nasconde la fine di una vita vuota, scarsa di aspettative. Integerrimi continua la ridda degli strumenti, lasciandoci ad un intermezzo prima del ritorno del racconto. Su queste note si ripresenta, senza farsi attendere, Jon: "Un viaggio attraverso le mie visioni, così chiare che mi permettono di guardare l'eternità aprirsi, non appena spengo la luce vitale". Parole che palesano un desiderio profondo di lasciare le umane spoglie, seguendo la tentazione di un (fatale) attimo. Nondimeno l'intermezzo ricalca i suoi passi, trasportandoci, senza indugio, verso un cambio di ritmica ed un assolo tuonante di Nödtveidt. Prima dell'entrata in scena dell'acuta esibizione di quest'ultimo, possiamo percepire come chi parla si senta perso e colpito dai venti freddi, nel bel mezzo del nulla, per merito di un sussurro breve ma intenso che anticipa quanto suddetto. Quindi possiamo comprendere il ruolo tagliente e martellante della doppia cassa che accompagna l'esecuzione magistrale della sei corde, prendendo il posto di quello che sono le forze sprigionate dalla bufera (emozionale). Sembra che l'idea di quel gesto introdotto nella prima parte sia stata concretizzata, lasciando emergere un grido tormentato che lascia presagire tutto e niente, se non fosse per una melodia di sottofondo squisitamente sublima che incornicia l'ipotetica scena. Le parole però possono toglierci ogni dubbio; per questo il nostro si ripresenta, mostrandoci come, il protagonista stia cadendo, esanime, in quell'armonico sonno, scoprendo come quelle sue visioni e profezie non celavano alcuna falsità. "Arrivo - dice - nell'abisso", morendo e lasciandosi guarire dalla morte, mentre l'atmosfera si condensa e sublima con il ritorno di quel leit motiv ritmico che ci ha accompagnato come intermezzo, chiudendo il sipario. La traccia si esprime, quindi, senza ghirigori; mostrando un assoluta sofferenza ed affrontando il tema del suicidio in un'ottica catartica, come se, compiendo il fatidico gesto, ogni pena o colpa venga azzerata. Viene quindi messo a parole il dimenarsi dell'anima in un tumultuoso turbine, lasciando intendere come la persona, incatenata a quei patimenti, si possa sentire abbandonata nel mezzo del nulla.  

Into Infinite Obscurity

Giunge il momento di lasciarsi sopraffare dal delicato reticolo di melodie ed emozioni mosso dall'interludio "Into Infinite Obscurity" (Nell'Oscurità Infinita). Proveniente dall'omonimo demo, trova alle sue radici il prestigioso lavoro sulla sei corde di John Zwetsloot, il quale si ripresenta sotto la veste di ingegnoso artigiano delle note. Altrettanto sublime è lo scandire del tempo con questa meravigliosa melodia di sottofondo, capace di aprire letteralmente una porta verso l'oscurità. Si presenta, agli ascoltatori, con congeniale e ripetuto ingranaggio sonoro di ispirazione barocca, capace di risvegliare in noi quell'allora celata vena legata ad emozioni profonde, occulte. Grazie, quindi, al suo semplice arpeggio ed alla precisa interpretazione che dura poco più di un minuto, i nostri hanno modo di mostrare al mondo come abbiano la stoffa di poter creare feroci arrangiamenti ma anche ispiranti melodie totalmente differenti. Armonici e gentili risultano i sentimenti perpetrati in questa sede d'ascolto, dando modo - sebbene sia una traccia strumentale - di poter sognare ad occhi aperti, lasciandosi cadere nel caldo e dolce abbraccio della Notte senza l'ausilio di parole che sottolineano e danno modo di sognare. Ivi il sogno è materia primaria, ingrediente fondamentale che permette di assaporare ogni nota fino allo stremo. Inutile dire come i Dissection, in ogni episodio strumentale, possano aver concentrato emozioni in un modo unico, elitario, che solo pochi eletti riescono a fare e a comprendere. 

The Call of the Mist

Deliziati dall'ammaliante intermezzo che ci ha portato in destinazioni altrettanto intriganti, facciamo qualche passo nel 1991. In questo anno veniva rilasciato il primo demo dei nostri, dal titolo: "The Grief Prophecy". Quest'ultimo - possiamo dire - condensava un'immatura formazione, sia dal punto di vista meramente cronologico (di fatti, i nostri avevano intorno ai 15/16 anni) che di maturità dello stile musicale. Proprio del dicembre del 1990, registrato negli Strömstad Studios e facente parte del suddetto primo biglietto da visita dei Dissection, ecco che sopraggiunge il roboante "The Call of the Mist" (Il Richiamo della Nebbia). Si spalanca immediatamente il percorso con le vibrazioni della chitarra sottolineate dallo scandire del tempo con il crash, incitando ad un suono pesante e strabordante di veemenza. Poco più di subito ed il brano inizia a palesarsi maggiormente con l'incursione di un ritmo più accelerato ma, al contempo, ugualmente feroce, tracciando il percorso per ciò che avverrà entro qualche secondo, laddove il ritmo pressante cambierà faccia. Quest'ultimo ci permette, dopo pochi secondi, di godere dell'entrata di una voce profonda, oscura. Un canto talmente atro che sembra richiamare, dalla pece nera, le anime dei dannati.  Ecco che, su un ritmo ancora incalzante, incomincia il percorso con il growl del cantautore svedese. Sopra le nostre teste, possiamo scorgere un cielo oscurato. Senza indugio, con questa atmosfera orrorifica, si presentano visioni tristi di un passato ormai lontano, richiamando un destino sconosciuto. Queste antiche visioni, scivolano velocemente dagli occhi chiusi, mentre, in alto nel cielo, oltre il cenotafio, una vetusta forza si rialza. Ed ancora ritorna uno scandire del tempo meno furente, lasciando spazio, tuttavia, ad un ritorno di quella fiamma oscura accesa con la voce di Jon. Ci immergiamo nuovamente nell'immagine volutamente espressa dai nostri, avendo modo di toccare con mano quel terreno maligno e placido su cui i morti parlano e camminano. Ecco sopraggiungere il richiamo della nebbia, soffocatrice di ogni vita e portatrice di distruzione. Ecco che il nostro, al microfono, ingaggia un ardente e penetrante accenno di voce che, con il sopraggiungere della successiva strofa, richiama a se un alone spettrale. Sull'andatura incessante degli strumenti, si concretizza il richiamo: "Divora, con blasfemia eterna, le mie anime. Sono colui che compiange chi morì per te, ingoiato dall'abbraccio oscuro. Apri i foschi cancelli...". Espressione di un death metal crudo, senza mezzi termini e registrato nelle profonde viscere dell'Inferno, questo richiamo della nebbia, prelude ad un avvicinamento sempre maggiore - e non solamente scenico - dei nostri e di Jon, in particolare, ad una oscurità rivelatrice. Pensare che così giovane, ha avuto la capacità di far fuoriuscire una voce così greve ed inumana, sembra quasi impossibile, sebbene il testo, nella sua semplicità semantica, diventa indizio di un pensiero che, con gli anni, maturerà parallelamente alla scrittura dei brani, diventando quello che è passato poi alla storia.  

Severed Into Shreds

Passiamo, ora, ad una traccia che ripercorre le scie che abbiamo lasciato, tuttavia appartenente ad una sessione di registrazione in sala prove del 1990: "Severed Into Shreds" (Tagliato a Brandelli). Con la qualità audio proveniente dalle più recondite celle infernali, possiamo cogliere la chitarra di Jon che incomincia ad introdurci all'episodio, catafratto da un'agghiacciante modo di cadenzare il suono, pungente e preciso come l'ago di un chirurgo. D'improvviso il grido in growl, ovattato dall'evidente scarsezza sonoro in quella sala prove. Parte, poco dopo, il battito del rullante e subito il piede di Ole che impera nel sottofondo, mentre la gola del cantautore svedese inneggia ad un nuovo racconto. Prestando particolare orecchio possiamo ben intendere come, inconsapevoli del destino che ci attende, veniamo trasportati in basso dal Principe dell'Oscurità. Siamo, dunque, all'Inferno; tra fiumi di pensieri morbosi ed esseri viventi che ti ridono in faccia. Mentre gli altri strumenti rimangono sulla loro linea, la sei corde si intreccia in un intermezzo per nulla scontato, scontrandosi in un tumultuoso verseggiare del nostro. Sembra come se ci fossimo addormentati, impauriti del destino prossimo venturo, crescendo morti in questo melmoso ambiente. Severamente ritorna l'ensemble, tempestoso senza mezzi termini, la cui aura malefica ed imprecisa si acuisce per merito di un'immagine altrettanto oscena. Corpi morti, spezzati e feriti, sofferenti e chiedenti pietà. Ecco che l'inferno si palesa con maggiore enfasi, mostrando cosa potrebbe mai succedere a chi finisce nelle sue braccia; gancio dopo gancio, la pelle viene portata via, mentre un fiume di sangue man mano cresce. Una severa e maligna esecuzione, lenta e dolorosa esecuzione quella di tagliare in brandelli il corpo di un malcapitato. Ecco che il brano termina, infine, con l'intonazione d'incipit, chiudendosi velocemente, con altrettanta perizia d'esecuzione. Giunge all'orecchio ed all'occhio, come questo brano sia particolarmente influenzato da quella corrente definita tutt'oggi come "brutal death", sorta sul finire degli anni '80 grazie a gruppi come Cannibal Corpse, Suffocation e Cryptopsy. Dalla cruenta atmosfera suscitata dalle parole, alla veemente esecuzione, i nostri han voluto dimostrare, in tutto e per tutto, lo sputo velenoso e l'anima maligna in modo più esplicito. Nell'insieme si può ben comprendere la coerenza tra il racconto e l'arrangiamento degli strumenti, non tralasciando la qualità di registrazione che sottolinea la visione, rendendola maggiormente avvolgente ed infernale. Jon ed i suoi compagni, ancora adolescenti, portavano già in grembo quell'anima bruta che si riverserà, in modo più controllato, nei loro successivi lavori, donando un'anima ed un corpo all'incontrollata sete di rivolta di un gruppo di ragazzini in sala prove.

Satanized

In parallelo alla nascita e crescita dei Dissection, Jon e gli altri membri del gruppo, di tanto in tanto, erano soliti riunirsi insieme a membri di altri gruppi appartenenti alla scena estrema (svedese), dando vita a progetti paralleli. Nel 1991, Nödtveidt, Thomas Backelin (militante in gruppi come Sacramentum e Decameron) ed Tobias Kjellgren e Johan Norman (entrambi entrati a far parte, successivamente rispetto al suddetto anno, dei Dissection), diedero la nascita ai Satanized. Ebbene, vi chiederete cosa c'entrino nella nostra antologia...presto svelato il mistero. Nel 1991, il summenzionato gruppo, pubblicò "Rehearsal '91", l'unico demo rilasciato. Proprio da quest'ultimo son state estratte le due tracce conclusive della compilation. A ricoprire il ruolo di penultima traccia del lotto, troviamo l'omonima "Satanized" (Satanizzato). In lontananza possiamo scorgere, fin da subito, l'arrivo di un riffing eseguito da Norman in pieno stile Slayer, marciante come un'onda pronta a distruggere ogni cosa una volta arrivata a riva. Presto incomincia a scandire il passo lo scoccare del crash dalle mani di Kjellgren per poi scoppiare con furia nella doppia cassa. Non si fa certamente attendere il nostro caro Jon, allora sempre adolescente, il quale incomincia un canto luciferino che, miscelato alla fioca qualità audio, diventa un tutt'uno con il chiaro e tellurico incedere degli strumenti. La pagina scritta questa volta riprende i pensieri di un uomo il quale, in cerca del senso della vita, si dedica alle pagine di Satana, sanguinante in mezzo al bivio tra Inferno e Paradiso. Un corpo morente che annuncia la disfatta dell'essere, mentre angeli caduti giungono al cospetto della figura...ed ecco che diviene devoto a Satana in persona. Il ritmo mantiene alta la tensione, mentre, senza cautela e con sfrontatezza, Jon innesca un assolo oscuro che sembra dare voce ancor più presente in quell'occhio del ciclone generato dall'accoppiata degli strumenti. Senza nemmeno un attimo di tregua, il complesso raggiunge il ritorno nella mente dell'uomo: "Vieni avanti ed apri la porta, stiamo bruciando il simbolo del Cristo e per sempre saremo satanizzati. Demoni giungono per me, mentre il mio corpo sta morendo ed io non sono più me stesso". Questi sono i pensieri del protagonista, firmato il patto di sangue che lega la sua anima in cambio di potere. Mentre tutto queste viene processato nella sua mente e la sua possanza trasformata in musica, legioni di odio conquistano terreno; sotto il suo incantesimo maligno tutto cadrà ai suoi pedi, allontanando le persone da Cristo. Ancor prima di chiudere senza indugio e senza sfumature varie ed eventuali, ecco l'apoftegma decisivo: "Sono nato satanizzato e così sarò", decretando e plasmando, così, il suo destino. Ecco che il testo non lascia alcuna illazione futile, marcando piuttosto il senso di onnipotenza ed aggressività musicale che girava tutt'attorno ai quattro ragazzi svedesi, ancora presi nel voler dimostrare, a se stessi prima e agli altri dopo, il loro cuore giovane e brutale.

Born in Fire

A coronare l'antologia licenziata dall'etichetta americana, troviamo un secondo estratto dall'unica pubblicazione dei Satanized: Born in Fire (Nato dal Fuoco). Come proveniente dalle viscere recondite della Gehenna, la chitarra in mano a Jon inizia a produrre un arrangiamento nefasto, reiterato ed avvolgente, acuito dall'entrata in scena del battere delle bacchette sul crash dello svedese Kjellgren. La voce di Alexandersson, penetrante e mal registrata, aitante nel godimento di una registrazione in sala prove di una tale qualità scadente, porta con se come un grido di rabbia ed estasi, incorniciata dalle martellanti pelli che non si fermano un attimo. Non di meno è Norman e la chitarra ritmica che riprendono, senza alcun indugio, l'ensemble generato all'incipit, perpetrando la violenza sonora come atto di riscatto in un mondo fatto di armonia. In breve tempo, il brano si esaurisce marciando sugli stessi passi lasciati fin dall'inizio, liberando l'anima con un ultimo grido perverso ed infernale. Ecco che questa traccia finale che chiude il cerchio di una compilation proposta come una raccolta dei brani più significativi, atta ad omaggiare i Dissection, in un periodo particolarmente poco prospero per i nostri, racchiude il concetto ultimo dei sopra citati. Quando Jon e compagni decisero di dare vita al progetto, in primis l'idea era quella di trasportare in musica l'acutezza del metal oscuro della morte; una musica senza fronzoli, carica di odio, violenza ed anticonformista. Ecco che i Satanized ed i Dissection diventano espressione, in questa sede, di questo concetto. Entrambi figli delle stesse menti e di anni in cui una particolare aura tetra veleggiava tutt'attorno alla musica, dando voce a coloro i quali riuscivano a carpirne il messaggio. Così abbiamo avuto modo di poter godere di menti come Varg Vikernes, dietro Burzum, Emperor, Darkthrone e molte altre realtà ancora più in profondità nella scena musicale dell'epoca.  In un tumulto individuale, possiamo scorgere la rinascita, dalle proprie ceneri, di un fuoco che schiarisce i pensieri e riesce a donare linfa vitale per la creatività e la spiritualità di ogni artista. Questo è il senso che voglio attribuire a questo brano: una (ri)nascita dell'individuo dal fuoco spirituale e misterico, che incomincia a bruciare con ardore - proprio come possiamo desumere dall'incedere esiziale degli strumenti e del canto - fino a ridurre in brandelli quella luce accecante della Ragione, facendoci ritornare, in ultimo, alle radici dell'inconscio e dei nostri Antenati. 

Conclusioni

Per nulla scontato deve risultare - a mio avviso - la pubblicazione di una compilation, poiché cuore pulsante ed essenziale indice di ciò che è il fondamento di un progetto, ed ancor più di un gruppo come i Dissection. Maturato in un momento, come abbiamo potuto constatare, spinoso per la vita stessa di Jon Nödtveidt e per il gruppo che aveva formato qualche anno addietro, questa antologia riesce a mostrare uno specchio abbastanza ampio di visione di quello che è stato (ed era) il percorso non poco lineare del complesso, tra deiezioni, tra un passato florido di concerti ed uno poco maturo. Nel tragitto che possiamo seguire nell'ascolto di un brano dopo l'altro, si riescono a percepire le differenze principali di vedute e di trasformazioni che vi sono state negli anni. No, non parlo della sola crescita della qualità del suono, ovviamente influenzata dalle possibilità economiche e dalla sempre più crescente ricerca attuata fin dalla firma del contratto con la Nuclear Blast; il mio discorso vuole arrivare principalmente ad un punto in cui ci è permesso scorgere la crescita spirituale ed intestina di colui che scriveva, principalmente, tutti i testi di cui possiamo godere: Jon. Quando nel 1989 il gruppo aveva iniziato a muovere i primi passi su questa Terra, erano solo dei ragazzini, appena adolescenti e senza alcuna esperienza significativa coloro i quali avevano dato una forma all'idea tutta. Col passare degli anni, il business e le esperienze personali - ed aggiungerei in particolare del cantautore svedese - avevano fornito della capacità di trovare molti espedienti in fase di scrittura dei testi e degli arrangiamenti, creando quello che è passato alla storia e che conosciamo sotto il nome di "The Somberlain" e "Storm of the Light's Bane". L'incontro di Jon con il MLO aveva decisamente corrotto il suo pensiero ma ciò non significava assolutamente un male. La perfetta sincronia tra lui e la setta aveva dato modo di riuscire a plasmare i pensieri che erano rimasti sepolti in quel ragazzo, lucidando ed edificando una forte corazza spirituale. Parallelamente, ecco che abbiamo avuto il primo incontro - sebbene non diretto - tra due paralleli della stessa persona: i Satanized ed i Dissection. In queste due realtà il minimo comune multiplo era stato il desiderio profondo di voler creare dell'insano satanic black/death metal, avvalendosi dell'ausilio di componenti appartenenti ad altri gruppi della stessa scena dell'epoca. Anche grazie a questa collaborazione, Jon riuscì a trovare nuovi membri per soppiantare John Zwetsloot e Ole Ohman, usciti dal gruppo per diverse motivazioni, non del tutto certe. Acuta e, quantomeno, interessante operazione quella della Necropolis Records, decisa nel voler sottolineare l'ascesa dei nostri, consolidando l'impressione che si era avuta fin dal primo ascolto dell'album di debutto. Decidere di fornire di nuova linfa e di portare in auge tracce appartenenti a contesti passati (come quelle presenti nei demo e quelle dei Satanized), riesce a dare una prova di cio' che di Dissection stavano diventando. Banale sarebbe dire che cio' che hanno saputo portare in musica, non abbia particolarmente colpito e fomentato migliaia di persone, garantedo un bacino di utenza, ai loro concerti, ben superiore delle aspettative. La presente raccolta si compone quindi di una multipla faccia, a partire dall'intro che ci prospetta in un luogo ombroso, passando per le lande ghiacciate e le nebbie piu' avvolgenti, giungendo infine al fuoco che sacralizza l'intero operato dei nostri. Grazie al muoversi delle dita sulla sei corde, creando ritmiche gelide come in "In the Cold Winds of Nowhere", piuttosto che leggiadre sinfonie di matrice neoclassica riscontrabili nel grandioso episodio portato in vita da "Feathers Fell ed ancora accurate motoseghe strumentali come in "Severed into Shreds", ma anche in virtu' delle imperanti quanto evocativi battiti delle pelli, arrivando alla voce malsana e composta da oscura attitudine, ramificata in ogni brano, abbiamo avuto l'opportunita' di crearci uno spettro di cio' di cui sono possibili i Dissection. Coerenti con il significato del loro nome, mentre erano prossimi nel dover vivere anni di fermo, a causa della pena da scontare del frontman, i nostri si diedero alla dissezione di ogni loro influenza, incorporandola e amalgamandola con le acute intuizioni, dando voce al proprio pensiero ed al proprio sentire, riuscend a toccare tasti particolari ed introspettivi, grazie alle perforanti tematiche che da sempre, fino a quel momento, ruotavano sulla morte e sull'oscurita' che e' in ognuno di noi. Lasciate perdere, vi direi, cari lettori, i vostri pensieri, le vostre preoccupazioni e - perche' no - anche le vostre convinzioni; abbandonate quegli stereotipi provenienti da background monoteistici di divisione del mondo nella classica dualita' "bene-male", che in assoluto non appartiene all'Uomo; piuttosto perdetevi nelle sale annebbiate dalle chitarre, dalle melodie, dal canto viscerale che non lascia alcuna via di scampo a futili illazioni. Questo e' il messaggio di un "passato che vive ancora", proprio come narrato nel titolo della compilation. Sebbene sia charo come ci siano delle imperfezioni che non rendono questa pubblicazione come "perfetta". Molte altre sono le tracce che avrebbero meritato in posto all'interno di questa selezione di brani, molto piu' meritevoli di portare il vessillo dell'essenza dei nostri. Del resto le compilation servono anche a questo, ad avvicinare, nuovi ascoltatori, mostrando l'acme del gruppo. 

1) Shadows Over a Lost kingdom
2) Frozen
3) Feathers Fell
4) Son of the Mourning
5) Mistress of the Bleeding Sorrow
6) In the Cold Winds of Nowhere
7) Into Infinite Obscurity
8) The Call of the Mist
9) Severed Into Shreds
10) Satanized
11) Born in Fire
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