DISSECTION

Storm of the Light's Bane

1995 - Nuclear Blast

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
04/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Salpati al largo, dopo la pubblicazione di "The Somberlain", i Dissection erano ormai in mare, pronti a sfruttare il vento e dirigersi, passo dopo passo, verso il simulacro del metal estremo. A sottolineare questa partenza, i mesi successivi al rilascio del summenzionato platter, Jon Nödtveidt e gli altri membri, intrapresero un mini-tour di rito per la promozione del loro ultimo lavoro, girando per il Nord Europa. In effettivo, tutto sembrava andare per il liscio: il gruppo era in ascesa, il plauso degli ascoltatori era unanime e la richiesta della loro presenza sul palco si faceva imperante; tuttavia un problema intestino iniziava a delimitare la libertà del gruppo: i rapporti tra John Zwetsloot e compagni iniziarono a deteriorarsi. "Più e più volte abbiamo provato senza John ed abbiamo dovuto persino cancellare degli eventi in programma a causa della sua assenza alle prove" enunciarono in un'intervista, dando modo di far notare come, inevitabilmente, Zwetsloot andava alla deriva, cercando di uscire dal gruppo. Non molto più tardi, infatti, proprio quest'ultima supposizione si concretizzò, lasciando vuoto un posto importante. Era il 14 aprile del '94 ed il freddo tagliente norvegese che accompagnava i nostri in una loro data ad Oslo aveva praticamente rotto il ghiaccio di quella situazione incresciosa e debilitante con Zwetsloot (che successivamente continuò la sua carriera musicale in collaborazione con ex membri dei Marduk in progetti come Cardinal Sins e The Haunted) arrivata allo stremo: Jon decise di cacciarlo definitivamente. Ciononostante, la necessità di continuare a provare in studio, a registrare alcune parti per il nuovo album e ad esibirsi live accompagnò i giorni successivi a quell'episodio, forzando i tre artisti rimasti nel cercare un nuovo componente. Per fortuna quest'ultimo non tardò ad arrivare; un po' per merito della classica cerchia di conoscenze tipica di ogni ambiente artistico, e sia per merito della sua bravura, tra le fila dei Dissection prese posto Johan Norman, proveniente dalla formazione dei celebri Sacramentum. Indi per cui, liberati da questo pesante fardello di una line-up incompleta, non restava che cercare una nuova etichetta discografica che potesse rispecchiare e finanziare le loro idee. Anche qui, sebbene la delusione con la No Colours Records avesse inciso particolarmente, nel novembre dello stesso anno i nostri si accingevano a firmare il contratto con una delle label più conosciute ed imponenti: la tedesca Nuclear Blast. Giunti fin qui, sarebbe anche inutile precisare come la firma di quel foglio avesse già - in qualche modo - scritto almeno una riga del destino dei Dissection, iniziandoli ad avviarsi verso un podio meritatissimo. Non a caso, sottolineando questo loro passo importante, pochi mesi dopo i nostri vennero introdotti al resto del mondo grazie alla partecipazione in compilation come "W.A.R.  Compilation - Volume One" e "Nordic Metal: A tribute to Euronymous" - uscita per la Necropolis Records - in cui compaiono nomi come Emperor, Abruptum, Mayhem, Enslaved ed altri ancora. Ma non era abbastanza. Sul finire del mese di aprile del 1995, dopo aver passato poco più di una lunazione negli Unisound/Hellspawn Studios per la registrazione del secondo full-length, partirono per un tour in Inghilterra che regalò non poche soddisfazioni data l'affluenza e la calorosità del pubblico. Condividendo il palco con Ancient Rites, Cradle of Filth e Dark Eresy, la loro gavetta - si può dire - era partita col botto; più di quattrocento persone nella prima data e ben ottocento nelle due date di Londra. Un successo senza limiti, il cui inizio si ebbe proprio in una delle più importanti città del mondo. Il tempo passava ed il momento della pubblicazione ed annunciazione di quello che sarebbe diventato il loro secondo (capo)lavoro era sempre più vicino. Parallelamente, usando una lente d'ingrandimento in quelli che erano i percorsi di ognuno di loro, nell'estate del 1995, un evento che, come vedremo, caratterizzerà il futuro del gruppo come anche di ogni artista coinvolto, ebbe luogo: Nödtveidt e Norman entrarono ufficialmente nel Misanthropic Luciferian Order. Effettivamente, detto così, può significare tutto e niente nello stesso momento, tuttavia i più si chiederanno cosa sia il MLO chiedendosi quale importanza avesse per aver avuto un impatto di tale portata. Ebbene, per rispondere e senza dilungarci troppo (dato che avremo modo di trattarlo successivamente, dandogli la giusta importanza), una delle cose fondamentali da conoscere è che si tratta di un ordine esoterico ed occulto (ad oggi sempre attivo), sorto in Svezia proprio nel 1995, che promuoveva una corrente caosofica di travolgente influenza. Insomma stiamo proprio parlando di una setta con cui lo stesso Jon riuscirà a collaborare e a trovare la propria strada, per merito delle proprie ideologie, credenze, i propri studi e conoscenze comuni. Data questa piccola e concisa anteprima, torniamo a noi; i mesi successivi e di poco precedenti alla pubblicazione di Storm of The Light's Bane (tradotto in "La tempesta della Rovina della Luce") videro una nuova fiamma al battere delle pelli: Tobias Kjellgren (il quale prese il posto di Öhman, unitosi agli Ophthalamia, ma che diede il suo contributo comunque a questo album fino al 1997) con cui i nostri debuttarono come spalla ai monumentali Morbid Angel in un concerto a Göteborg. Insomma, questa loro performance gli garantì un'attenzione maggiore giusto in vista della nuova pubblicazione, ottenendo interesse anche da nuovi ascoltatori. Un trampolino di lancio già preparato e decorato che li seguì fino al 17 novembre 1995, giorno di uscita del suddetto. L'arsura dei venti freddi svedesi e della scarsa luce del Nord dovevano assolutamente essere trasportati in ogni riga ed angolo di questo nuovo lavoro, a partire dall'artwork affidato - di nuovo - al celebre e sempiterno Necrolord, mentre un ulteriore contributo lo possiamo trovare parlando di Dan Swanö, con il suo screaming inconfondibileIn sostanza, possiamo ben dire che, se da un lato il gruppo sia stato scosso dall'uscita di ben due membri, dall'altro han continuato a seguire i passi già calpestati, affidandosi a professionisti affermati. Dunque non indugiamo ancora in convenevoli e rinforziamo lo spirito per confrontarci con la tempesta decantata nel titolo, immergendoci - come di consueto - per questa volta nel caos primigenio e nella sua armonica dissonanza.

At the Fathomless Depths

L'onore di condurci all'inizio della bufera viene affidato ad un'intro tanto oscura quanto avvolgente: At the Fathomless Depths (trad. Nelle incommensurabili profondità). Dalle mani del nostro Jon vengono fuori assolute perfezioni e questa ne è decisamente l'esempio. Come una magnetica marcia rarefatta, la chitarra apre le porte di questo abisso, spalancando le fauci della profondità. Un insieme strategico di strumenti che introducono l'ascolto e lo preparano alla bufera imminente, come se ci stessimo per catapultare in una realtà assai funesta e caotica. Un marciare cadenzato che solo al battere del timpano della batteria crea tutt'attorno la perfetta atmosfera decadente e schietta, concisa. Una materia oscura informe che prende forma nell'assoluto nero dell'abisso con la quale possiamo prendere confidenza in quella che sarà per noi un'ora oscura, fatta di profanità e tramestio. Marcia sinfonica di accurato splendore, con i cui bagliori vengono a delinearsi le scale verso il profondo (inconscio) dove passeremo per i restanti minuti.

Night's Blood

A seguire, unito come un tutt'uno dalla traccia precedente, Night's Blood (trad. Sangue della Notte) fa il suo ingresso. Un incedere tagliente, massacrante e martellante quello della dualità tra le pelli e la chitarra di Jon a cui segue una fase melodica scritta dall'ancora presente Zwetsloot. Rappresentante una dei due brani presenti nel platter, segnate a fuoco dalla sei corde di John, abbiamo davanti una traccia furiosa, funesta, come il tema ivi trattato. Proprio sulla scia di un riffing portentoso il nostro Jon esordisce con il suo peculiare scream "della morte", trasportandoci nelle profondità preannunciate. Un inno alla morte sotto forma di strofe ben strutturate che fanno intendere come la solitudine ci accompagni in questo percorso, rivelandoci come il male si nasconda in ogni angolo, espandendosi come una piaga. E' la notte autunnale il nostro ospite, tra il tepore ed il freddo, le foglie che cadono, simbolo della stagione, che rappresentano l'aspetto effimero della vita. Ed è qui che la preghiera del nostro si spande nel tempo e nello spazio: "Permeami, o' Notte, come hai fatto con la foresta, perché il mio cuore è freddo, freddo come il ghiaccio". Continuiamo  così sulla veemente marcia della chitarra e batteria il nostro cammino, toccando il colore degli occhi della Morte che solo chi ha compreso la propria oscurità potrà governare, respirandone l'eternità. Un ritmo a tratti thrash metal, violento, macellatore di emozioni è la cornice per questo simil-monologo. E' un desiderio notturno, quel respiro del dolore, il sangue della notte che ci accompagna lungo la via e che ci fa testare con mano l'oscura delizia. Allorché , Jon lascia un attimo il microfono per riprender fiato e ripartire con un grido devastante che scaccia via ogni pensiero. Quegli occhi dal colore magnetico, bruciano come il fuoco dell'Inferno; occhi che han catturato chi con la propria oscurità devastò quella bontà costruita per millenni. Una classica cornice sinfonica rompe quel fagocitante muro del suono creato ad hoc dai nostri, una chitarra acustica che delinea la propria scena - classico dettaglio di Jon e compagni. Un avvolgente intermezzo che quasi placa la sofferenza e la forza scaturita dalle parole iniziali, quando - d'improvviso - la voce ritorna a prender corpo, non cantando ma come se stesse intraprendendo un discorso profondo con se stesso, stagliandosi sull'incedere degli strumenti, mentre - poco dopo - subentra il classico ruggire: "Solitudine è colei che accompagna in questa notte autunnale, una notte che congela le grida mentre nel bosco una flebile luce continua ad emergere". Una costruzione tanto poetica quanto profonda quella del nostro caro Nödtveidt, su note così gelide, pungenti ma ben congeniali per l'apprendere della sofferenza insita in questo monologo. Son parole arrotondate ed avvolgenti, acuminate proprio come la musica da loro composta: melodia e distruzione, armonia e dissonanza...la morte del resto e' questo. Dipende da come la si percepisce: sofferenza o liberazione.

Unhallowed

Continuiamo con un riffing alla pari di una motosega, così veniamo introdotti ad Unhallowed (trad. Non consacrato). Un incipit funesto, veloce come un tornado e con i caratteri tipici di un black metal primordiale a cui segue uno classicamente più melodico. Proprio su questo pezzo il nostro decanta il suo ruggire, divorando ogni secondo come un treno in corsa. I semi dell'oscurità son stati già piantati, piaga, pestilenza e dolore si abbatteranno ben presto al crepuscolo. In questo momento, infatti, si uniranno i così detti "usurpatori del Trono", i possenti guerrieri dal sangue sconsacrato, uniti spalla contro spalla per combattere la supremazia della luce. Possiamo ben capire come la traccia si proponga come una marcia verso la battaglia tra le forze che governano le più oscure notti e gli uomini del "debole dio". Una interpretazione piuttosto singolare, sempre con le corde tese ed il genio compositivo dei nostri. Immedesimiamoci nell'evento: circondati da un nefasto paesaggio, ai limiti del Tempo siam giunti per muover guerra alle scialbe forze del "bene". Un battito di doppia cassa e la tagliente sei corde che mantengono alto il ritmo del battere del cuore fanno da cornice a questo avvenimento. "La tua maestosità è la nostra; saremo il tuo strumento e la spada che porterà loro la dannazione" è l'apoftegma che riassume il significato ultimo del brano. La puzza di zolfo, la Notte che ci segue come uno scudo, che elimina qualsiasi differenza e ci rende invulnerabili...la maestosità dei nostri passi viene sottolineata dall'intermezzo melodico di incredibile semplicità ma anche maestosità, come un'anticipazione dello scontro distruttivo. Possano le loro anime bruciare di fiamma nera, non andare in pace e piangere le lacrime di quelle radici rinnegate ma che non possono essere cancellate. Così le grinfie dell'oscurità si accingono a colpire; l'apocalisse è giunto e così ritorna lo scream di Jon ad incidere le sue parole in questo scontro. Insomma, un "lasciate ogni speranza o voi ch'entrate", poiché siam gli usurpatori di quel trono che tanto decantate; abbandonate ogni certezza perché l'eternità farà il suo corso. Una traccia per nulla scontata, capace di far immedesimare fin dal primo momento, generando paure, curiosità, facendo vivere quella Notte come madre di una rivalsa verso chi sradicò le proprie radici, dando lustro all'aspetto caotico piuttosto che quello messo alla luce accecante del - così definito - bene. Una parte lirica ineccepibilmente composta, frutto di una collaborazione tra Jon e Tony Särkkä, il vero nome di "It" degli Abruptum, la cui indiscussa mano sull'umbra militae non può che essere stata decisiva. 

Where Dead Angels Lie

A seguire troviamo una delle tracce più conosciute per via di un titolo che riprenderanno nel successivo lavoro. Sto parlando proprio di Where Dead Angels lie (trad. Dove gli Angelo morti giacciono). Accompagnati in questo successivo episodio dalle note di acustica create dalle mani di Jon, ammantate di una oscura atmosfera, ci dirigiamo all'introduzione della sei corde elettrica che si staglia su quelle rilassanti note d'incipit in un ensemble dissonante ma tuttavia cruciale da cui prende piede il bestiale doppio pedale. La voce di Jon ci racconta con la sua classica tecnica vocale come all'alba dei tempi un angelo danzava circondato da un'aura luminosa. Tuttavia, nell'oscurità, qualcosa osservava quella scena. Alche', attesa pazientemente la notte, l'angelo sussurrò: "Notte dolorosa, attraente, la tua nera bellezza mi ossessiona". Come poteva un angelo essere stato stregato da una notte e dalle sue bugie? Facciamo presto a sapere la risposta; in verità, annuncia Jon, un incantesimo venne lanciato, a cui seguì un cielo rosso. Il cuore di quell'angelo si trasformò in ghiaccio e quell'oscurità discendente venne per avvolgere il tappeto di neve sotto il quale gli angeli giacciono congelati. Occorreva per forza un ulteriore silenzio della voce per contemplare quanto raccontato, di fatti il nostro ci svela una piccola parte strumentale di enorme valore che aggiunge prestigio ad un brano già di per se iniziato in modo eccelso. Bastano pochi secondi per ricaricarsi e ripartire alla volta di questo racconto narrato, di fatti il crepuscolo è giunto di nuovo e la brezza mattutina si spande su quelle lande. La luce fa emergere i contorni di un angelo disteso per terra e da una pallida pelle, mentre il suo viso ci dona un'espressione di dolore. Tuttavia il Sole non può combattere il freddo e la neve vince la sfida continuando a cadere su quel suolo ancora congelato, coprendo quell'angelo di bianco. Ancora la brina ricopre la pianura, dando il benvenuto alla Notte eterna, ove nessuna Luce può vincere. Un grido si erge dalle parole, Jon da sfogo alla sua aggressività prima di continuare con il suo racconto sulle note melodiche ed affascinanti. Quell'angelo caduto, vestito di bianco e decorato da cristalli di ghiaccio, tutt'attorno è ormai incorniciato da rose rosse congelate dal freddo, il cui rosso è dato da quel sangue versato da un'anima innocente. Giunge dunque il momento di incontrarci con l'assolo centrale; un concentrato di velocità, maestria e freddezza tale da accapponare la pelle. Pochi secondi per passare da una velocità ad un'altra e sprigionare un grido strozzato, il grido di quell'angelo giacente sul terreno, un ultimo grido di aiuto, circondato da un'aura sofferente. Come possiamo ben capire, da un lato la melodia ideata dal nostro e dall'altro un racconto che attinge alla pena, aiuta a delineare il perno centrale su cui si struttura l'intero disco: il tema della morte. Curioso, diranno molti, che è proprio la figura di  un angelo ad essere utilizzata come capro espiatorio di questa narrazione, tuttavia, per trovare la risposta, dobbiamo attuare un'analisi profonda ed etimologica. Secondo lo studio teologico-filosofico dell'antichità, tra gli Uomini erano presenti i geni, ovvero quei dáim?n di cui tratta Platone nel Convivio, capaci di ispirare l'Uomo, donandogli sogni, veggenza, persino aiutandolo nelle scelte e nell'elevazione oltre se stesso. In questo modo possiamo provare a capire come, sebbene ancora ventenne, avesse una cultura ben più radicata rispetto a molti altri suoi coetanei. D'altronde, la partecipazione a quello che venne chiamato Misanthropic Luciferian Order, gli permise di venire a conoscenza di molti dettagli e particolari capaci di risvegliare le radici che son rimaste incurate in ognuno di noi per colpa di religioni provenienti dal deserto ed ottenebranti (proprio come quella "notte eterna" qui' espressa in altra veste). Tuttavia è proprio nel ghiaccio, fonte di vita, che quegli angeli giacciono inermi; come se fossero pronti a risvegliarsi dopo un lungo sonno.

Retribution - Storm of the Light's Bane

Giunge ora il momento di Retribution - Storm of the Light's Bane (trad. Castigo - Tempesta della Rovina della Luce). Ancora una volta son le dita di John Zwetsloot, per questa seconda ed ultima comparsa nell'album, a decretare il background della chitarra ritmica sulla quale si staglia la principale ed i piedi di Ole Öhman alle pelli. Il canto graffiato di Jon prende in esame questa volta il Mattino, quella terribile alba che diffonde la sua fioca luce sulle lande di questa Terra. Tuttavia la sua forza è lontana dall'essere forte, piuttosto è pronta a morire e, come annuncia Jon al termine di questa prima strofa: "muori nel dolore mia cara, espira, addio...". Sembra quasi un modo per schernire quella famosa luce accecante ma non abbiamo molto tempo per comprendere a pieno il significato di questa frase che immediatamente, senza freno, la voce di Jon - accompagnata dal battere del crash, aggiunta - continua. Diverse ere si sono susseguite da quando la Luce di quel giorno hanno illuminato la Terra da cui scaturirono tutte le cose buone, tuttavia, ora come ora, la fonte di quella luce è ormai prossima a svanire al solo contatto con il terreno intriso di malignità. Il Male è ovunque, non puoi sfuggire, questo è il significato.  Siam giunti ad uno scontro ad armi impari, pronti a sfidare quella Luce accecante la cui rovina è arrivata. Le verranno spezzate le ali e la sua stirpe distrutta dalle forze oscure. Annunciata la catastrofe che si abbatterà sulle forze del "bene", l'assolo che segue si mostra singolare, unico...di difficile interpretazione. Un pezzo strumentale e melodico che a tratti potrebbe ricordare qualche influenza heavy metal di difficile intrusione. Ciononostante mostrano in questo modo di continuare a fare musica secondo il proprio "sentire", non delimitandosi la creatività ai soli stilemi dettati dal "black metal" o dal "death metal". Come se fosse una parodia al tema della morte, che nel senso stretto non è. Dal caos, dall'oscurità, dalla morte nascono le stelle danzanti parafrasando il filosofo Nietzsche. Ed è proprio il crepuscolo di quell'era oscura che marchia a fuoco la morte di "Dio". La sua creazione viene dunque invasa dal sangue avvelenato della stirpe oscura, il cielo soffoca eclissato dalla foschia d'odio e dove la bontà non riesce a raggiungere, il fuoco brucia di una fiamma nera. Presentata di nuovo una visione simile precedentemente, in questa title-track prende ancora più significato, senza mezzi termini ancora una volta. L'annichilimento totale di quel "dio", la cui luce è ormai offuscata dalla Notte che segue gli usurpatori del Trono che abbiamo incontrato precedentemente. Ecco il Castigo annunciato nel titolo: la Tempesta soffocante che annebbierà , al ritmo della batteria e della sei corde, il Cielo. Perché', ripetiamo: il Male è ovunque. 

Thorns of Crimson Death

E' tempo di esplorare una delle tracce maggiormente particolari di questo platter: Thorns of Crimson Death (trad. Spine di una Morte Cremisi). "Perché particolare?" vi chiederete, per rispondervi basta premere il tasto di avvio della traccia ed ascoltarla fin dai primi secondi. Un'accordatura malinconica che sovrasta un altrettanto lento pizzicare della sei corde ritmica in sottofondo da il suo benvenuto come un bravo padrone di casa, prima di mostrarci la natura distruttiva dello stesso strumento. Effettivamente poco dopo la distorsione delle chitarre prende le redini in mano, accompagnata dalle pelli, enunciando ancora quel particolare insieme atmosferico, malinconico, quasi maestro di molti dei lavori attualmente reperibili nel panorama black metal. Una cupola di cristallo e macerie capace di attirare l'attenzione di chiunque, portandola con le plettrate e la doppia cassa all'entrata nella scena del classico canto. Ci troviamo d'innanzi ad un nuovo racconto, dunque chiudete gli occhi - come avreste dovuto fare per tutto il lavoro - ed immergetevi in contemplativo silenzio nelle viscere del brano, nella tempesta della rovina della luce. Osservate le pianure spaventosamente silenziose e ghiacciate nel tempo. Siamo giunti d'innanzi un luogo angosciante dove il Male continua ad esistere custodendone l'essenza. Gli anni che passarono sono ormai secoli e tutti coloro che son morti sembrano ormai essere stati dimenticati sebbene continui a vivere la memoria negli spiriti dei figli della battaglia. Il timpano battuto dal Ole sancisce l'infiammante marcia del brano, donando un colore avvolgente ed oscuro in sottofondo, mentre la chitarra di Norman e Jon rientra in velocità e si presta a far da cornice alla seconda strofa: "Senti i cori. Era forse il vento che portava indietro le loro grida? Una volta furono forgiati dal sangue, affilati dalle spine della morte color cremisi". Ed è attraverso l'aria che le loro voci possono essere riascoltate e ritornano in vita dopo troppo tempo catturati da un sonno profondo, sebbene la Morte non ha dato prova della loro dipartita. Scolpiti da tempi oscuri, frammenti di storie e racconti, vengono continuamente catturati e legati al vento che si lamenta e porta di nuovo in vita le loro grida. D'improvviso ogni strumento si placa, dando lustro ed attenzione alla sola chitarra ritmica che aggiunge solo due note all'ensemble, prima di far ripartire Jon con un grido graffiato, sostenuto, per questa traccia, dalla voce di Erik Hagstedt, in arte "Legion" dei Marduk - come se volessero ricordare le grida forgiate di quegli uomini la cui storia ha voluto raccontarci. Uno strepito rarefatto ma controllato, pregno di significato che ci conduce a quella che potremmo definire la seconda parte della traccia, segnata magistralmente dalla parte strumentale dell'incipit ed accompagnata dal suono dei tuoni. Un incedere degli assoli e blast beats già incontrati ma che rallentano leggermente per rendere la marcia dei caduti e rendere onore alla visione raccontataci. Concludendo con un'ultima strofa prima della fine, sul battere della doppia cassa a mo' di tamburo: "Senti i cori. Era il vento a riportare le loro grida. Forgiati nel sangue dalla tragedia. Erano oscure le spine della morte color cremisi". Inutile lasciarsi passare sotto l'attenzione il pathos di questo brano, modellato dalle emozioni - come ogni altra traccia - in modo piuttosto singolare però. Per quale motivo il tema della "morte cremisi" è così caro al nostro? Effettivamente una risposta sarebbe difficile averla, tuttavia possiamo capire come il colore cremisi sia stato associato più volte, da alcuni studiosi, alle storie narrate nella Bibbia. Sulla base di questa considerazione possiamo provare a comprendere il perché le "spine della morte cremisi" siano oscure; probabilmente si rifanno alle distruzioni perpetrate dai cristiani i primi tempi alle culture politeiste. Migliaia di politeisti vennero uccisi e dunque la visione di questa battaglia può ben dar un luogo ed un tempo agli scritti di Jon che, impeccabili, riescono a trasportare in maniera inequiparabile, in congiunta al lavoro di tutti gli altri membri (Johan, Peter e Ole) la cui unione si riesce a percepire in ogni secondo. Del resto solo grandi artisti possono vantare una tale capacità di trasporto delle proprie emozioni in forma di arte, in questo caso musica.

Soulreaper

Ci avviciniamo al termine di quella tempesta annunciata nel titolo con una traccia che trasporta in forma musicale quello che è la coverart dell'album: Soulreaper (trad. Rapitore di Anime). Ancora una volta la turbolenza della sei corde prende piede e le viene affidato il compito di aprire il brano, mentre immediatamente parte l'enunciazione di quello che sembrerebbe un Inno a colei che tutto e tutti mette in pari: la Morte. "Piangi, o' burrasca desolata, dai vita ai tuoi venti amari; piangi attraverso il cuore e l'anima; un bacio avvelenato così letalmente freddo; svanisci pena e dolore intestino". Una tempesta è in dirittura di arrivo, se non già magnificamente iniziata con la precedente apertura, attraverso gli Imperi creati da nere lacrime, sulle ali del  vento di uno spettro la cui falce "accarezza" con furore, ecco la visione della Morte, un carme all'afflizione. Il battito del tamburo elargisce quella che è l'ultima marcia di un essere umano e con voce stridente il nostro decanta come il vento spazzerà il cielo senza Luna, mentre il riflesso di un fuoco sulfureo si proietterà nei pensieri ed all'improvviso riparte lo scream veemente con la bufera strumentale già incontrata. "Fosca burrasca, maligna tempesta del destino, avanza per assalire la creazione e portar le anime al vento, oltre i veli della dannazione, verso colui senza viso o nome" giunge come un secondo inno diretto al Maligno, esploso come una tempesta in alto mare. Prendono padronanza della scena i violenti e reiterati arrangiamenti dei nostri, intenti a rendere il più possibile la maledetta scena intrisa di crudele e poetica atmosfera che incornicia la visione del Rapitore di Anime. Un'introduzione d'autore di linee di chitarra acustica acuiscono l'ensemble emotivo, rendendo il più possibile vicino l'ascoltatore in questa tormenta persistente, come se stesse nell'occhio del ciclone, osservando la furia e sregolatezza del vento e la calma del suo roteare. Portati dalle forti correnti possiamo scorgere quel deplorevole figuro dalla vista eccelsa con cui supera il velo del tempo, guardiano della Grande Oscurità, portatore della falce e avviatore di quelle vie tanto oscure quanto la nostra anima. Nel frattempo Bone (alias Ole Öhman) martella le pelli come tuoni il cui suono si spande durante i temporali, come la chitarra di Norman e Jon che scalpitano senza freno come pioggia battente sul terreno. "Colui, il deplorevole, dalla capacità di vedere oltre il velo del tempo, protettore della Grande Oscurità. Brandisci la Falce, Rapitore di Anime, (osserva) la mia anima scura, come oscure sono le tue Vie" declama il nostro con la sua inconfondibile fosca e atroce voce - coadiuvato dal precedentemente menzionato membro degli Abruptum, mentre un cambio di tempo ci accompagna verso il termine della burrasca, accarezzati dal tagliente vento, viaggiando sugli oceani dell'Oblio, cadendo nelle mani del destino aspettando un'alba che mai giungerà al nostro cospetto. Un finale tragico e prorompente, che mantiene comunque alto il ritmo del brano, come presi al cospetto del più portentoso turbine dell'esistenza. Colui che ci attende al varco, ci dice Jon, è il sempiterno riscossore della coscienza, il tributario dell'obito. Un superbo trasporto poetico quello perpetrato in questo brano, capace - alla pari di brani come Inno a Satana dei norvegesi Emperor - di proporre un brindisi all'oscurità che si contrappone alla luce accecante, questa volta vista nella figura del soul reaper.

No Dreams Breed in Breathless Sleep

Infine, per concludere questo percorso, non poteva che essere un brano strumentale la chiave di chiusura del portone spalancatoci all'inizio con un altrettanto episodio creato ad hoc dai soli strumenti. No Dreams Breed in Breathless Sleep (trad. Nessun Sogno cresce nel Sonno Strozzato) è un punto di chiusura composto magistralmente, da nessuna mano conosciuta fino ad ora in questo platter, bensì dai tasti del piano il cui suono viene indirizzato da Alexandra Balogh, in arte "Axa" il cui personale e professionale contributo lo possiamo trovare anche nei lavori degli Ophthalamia ed in "Striðsyfirlýsing" dei Vondur, in cui militarono lo stesso It, Ole Öhman, Jim Berger (in arte "All") ed il fratello di Jon: Emil Nödtveidt. Insomma, ciò che ci ritroviamo ad ascoltare come coagulante dell'intera esperienza è una composizione sublime, malinconica ed oscura al tempo stesso, di stampo quasi barocco e classico che come una meravigliosa colonna sonora, chiude i titoli di coda. Un mesto ripetersi di note che toccano il profondo, del tutto in dissonanza con quella che è la matrice compositiva più feroce dei Dissection, sottolineando - d'altro canto - la rotondità dell'aspetto maestoso e arrendevole dell'animo umano; un susseguirsi di rabbia e pace, ove quest'ultima trova il suo zenith in quest'ultima traccia, donandoci una chiusura del sipario come se fosse stato un sogno tumultuoso, magari lo stesso sogno rubatoci dal sonno senza fiato, una perifrasi per indicare - con molta probabilità -  la caducità della vita.

Conclusioni

 "Cos'è un poeta? Una persona sconsolata che nasconde le proprie mestizie nel profondo del cuore, i cui strumenti son così ben accordati che quando piange e grida tutto passa attraverso di loro, suonando come meravigliosa musica..."

(Søren Kierkegaard?)

Sebbene siano numerose le possibili citazioni che possano interpretare ed inquadrare la figura di Jon Nödtveidt e compagni, a mio avviso quella di Kierkegaard non può che essere la più incalzante. Ascolto dopo ascolto, ogni zona d'ombra viene rivelata, mostrando una sensibilità d'animo che accende quel fuoco imperituro presente nel profondo di un artista. La magnificenza elegiaca, di parola in parola, di nota dopo nota, rendono unico un lavoro come Storm of the Light's Bane, altrimenti reso altrettanto perfetto con il contributo artistico di uno dei nomi più accreditati del periodo (ed anche oltre): Kristian Wåhlin, altresì chiamato Necrolord. Appartiene proprio al suo pennello il capolavoro passato alla storia del metal estremo, pensato, disegnati e terminato solo in seguito alla lettura delle liriche passategli dai nostri. L'unione artistica tra la musica ed il disegno, hanno ben reso come ci sia stata l'accordatura perfetta di ogni strumento umano affinché' sia stato possibile generare un'opera magna capace di scombussolare ogni animo. Qui non si parla di aver dovuto scegliere di concentrarsi solo sull'aspetto strumentale o solo sull'aspetto della stesura dei testi, si parla, invece, di una Monna Lisa del metal estremo, riuscita a far danzare gli animi più crudi e quelli più profondi, persino ad "incastrare" nella propria rete un'etichetta come la Nuclear Blast che - a detta di molti - era "un'etichetta dedita solo ai gruppi cristiani". Ad incorniciare la strabiliante tempesta che ha colpito ogni individuo, troviamo il triste Mietitore sul proprio cavallo scuro, nel mezzo di una tundra invasa dalla neve. In mano la falce mietitrice e l'archetipale clessidra, detentrice del tempo dei mortali che tutto divora e nulla lascia vivo dietro di se, mentre i contorni ed i riflessi bianchi che riprendono il colore della neve, accrescono la maestosità di quel gioco di nero e viola. Proprio quest'ultimo potrebbe giocare un ruolo chiave nella comprensione dell'insieme: non è solo, volendo, una firma di Wåhlin - il quale adoperò lo stesso anche in altri artworks, come possiamo vedere anche per la copertina ideata per In The Nightside Eclipse degli Emperor o The Secrets of the Black Arts dei Dark Funeral - ma rappresenta intrinsecamente l'unione tra il rosso ed il blu, la nobiltà e la freddezza del sangue, la saggezza , la vita e la morte in un equilibrio bilaterale che si incontra in un'unica direzione. Concludendo, abbiamo avuto modo di comprendere come ogni elemento non sia stato lasciato al caso, bensì abbia avuto un ruolo fondamentale nella composizione di ogni virgola, ogni punto ed angolo di questo immenso lavoro, pertanto, la figura della morte nella copertina risulta essere la ragion per cui questo album è nato. Citando lo stesso Jon Nödtveidt in un'intervista per Scream Magazine #27 del 1996: "It's much about death and evil that is everywhere" ( trad. è più sulla morte ed il male che sono ovunque). Storm of the Light's Bane e' il sunto di una ricerca di equilibrio tra la devastazione e l'armonia anelato da sempre piu' persone ma che, vuoi per talento o vuoi per altro, difficilemente si ha raggiunto con vette cosi' alte. Una poesia oscura di difficile comprensione il cui mero ascolto superficiale non puo' che essere lungi dalla verita'. Jon ha cosi' dimostrato al mondo intero la rabbia, il furore, la passione che accomunava molti dei giovani degli anni '90, unendo melodie a tratti barocche ad altrettante sfuriate strumentali, riuscendo a toccare corde, nell'ascoltatore, che davvero pochi riescono a toccare, menttendo tutti d'accordo. Sul filo di un rasoio di un turbine emozionale canalizzato in siffatta veste glaciale e caotico. Ricordiamoci che dal caos, dalla morte, non vi è la fine, tutt'altro. E questo, Jon, lo aveva ben chiaro in mente fin dal principio.

1) At the Fathomless Depths
2) Night's Blood
3) Unhallowed
4) Where Dead Angels Lie
5) Retribution - Storm of the Light's Bane
6) Thorns of Crimson Death
7) Soulreaper
8) No Dreams Breed in Breathless Sleep
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