DISSECTION

Live Rebirth

2010 - High Roller Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
13/07/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Sembra un'eternità solo a pensarci. Diciassette anni di carriera, pregna di alti e bassi, dell'avvicendarsi di numerosi artisti sui palchi e nelle sale prova,  di spiacevoli avvenimenti che hanno in qualche modo sporcato l'immagine del gruppo e dei suoi componenti, insieme a qualche goccia di mistico sarcasmo che scorre nel sottosuolo di ogni traccia e di ogni strofa. Questo quello che i Dissection ci hanno offerto nel corso della loro vita artistica, sebbene sia molto altro quello che il mastermind Jon Nödtveidt ha passato ai suoi amici e agli amanti della sua musica. Ripercorrendo il percorso che hanno lasciato in eredità, si può scorgere la sintomatica vena matura che pompa il sangue del gruppo. Il ragazzo svedese delle origini, entrato da qualche anno nell'adolescenza, è ormai cresciuto e con lui giunge a noi il percorso spirituale che fin da piccolo lo ha spinto verso l'ombra del bosco, sempre meno toccata dai raggi solari. Ciò nonostante, quella tenebra che tanto poteva pietrificare e fare da fertile terreno per l'angoscia e la pazzia, ha voluto manifestarsi nella sua forma più arrotondata: l'arte. Se per James Joyce, parlare di "arte" significa riunire, modellare e rendere fluidi quei suoni che la Natura stessa ci offre in commistione all'inconscio, allora possiamo affermare con molta certezza che i Dissection abbiano raggiunto un certo tipo di espressione artistica che trae ispirazione dal profondo essere dello stesso artista; e man mano che cresceva e percorreva il proprio cammino, Jon stesso asserisce di voler trovare e creare un qualcosa di unico con i Dissection, in cui ogni componente condivide questa voluttuosa esperienza esoterica trasformata in musica. Ma il lavoro svolto nel corso degli anni, ha permesso di creare un'entità - quella dei Dissection - capace di solcare il tempo e suscitare l'interesse di voler cercare oltre, di adempiere a compiti che si realizzano solo attraverso la propria sperimentazione. La presente pubblicazione vuole infatti approfondire e donare al pubblico del gruppo un "ritorno" in seguito alla dipartita di Jon. Non a caso si parla proprio di "Live Rebirth". Non appena uscito dal carcere, lo stesso Jon volle tornare sulle scene con la pubblicazione dell'ultimo lavoro scritto ed intitolato "REINKAOS", senonché cavalcando i palchi in diversi concerti, offrendo anche ai nuovi fan di poter godere della loro immagine. Rimane curioso pensare come la melodica vena iniziale, partorita da "The Somberlain", tramutata pian piano in aguzza manifestazione mortifera di "Storm of the Light's Bane", per poi continuare con il summenzionato ultimo full-length, rappresenti una fase di crescita artistica comunque non indifferente; sicuramente matura e coerente con se stessi. La copertina, decisamente accattivante, ci richiama grandemente all'espressione dei nostri che vogliono mostrare su quel palco l'oscurità e la luce di cui sono capaci. Il teschio alato che ormai è diventato vessillo del gruppo, capeggia sullo sfondo nero come una bandiera che porta morte e distruzione. Sicuramente da citare è la realizzazione dell'artwork di una delle pubblicazioni da parte dell'artista italiano Daniele Valeriani, magnifico ed espressivo creatore di opere dal significato alchemico e distruttore. Basterebbe continuare a guardare dentro gli occhi cavi del teschio per comprendere quanto ci sia sotto dal punto di vista artistico e su ogni livello della costruzione.  La presente pubblicazione del 2010, uscita sotto l'ala della High Roller Records, vuole ricordare ancora una volta l'essenza della dissezione in mille pezzi della fetta artistica di questi individui, per questo allora lanciamoci anche noi in questa riproposta decisamente interessante e pubblicata in due dischi.

At the Fathomless Depths

Ad aprire il primo disco, la incombente e ineccepibile classica traccia di apertura di ogni concerto: At the Fathomless Depths (Nelle incommensurabili profondità). L'ingresso sul palco si ammanta di greve atmosfera, mentre le corde della chitarra vibrano al tocco delle mani geniali di Jon. L'insieme di strumenti apre il varco verso l'abisso annunciato nel titolo e come la luce che ricopre languidamente questa entrata, si apprestano piano piano a raggiungere e prendere le redini del palco scenico. L'incedere della batteria, poi i battiti del tamburo che cadenzano la marcia simbolica delle legioni del male verso il basso, il nero più assoluto. Più ascoltiamo e più ci rendiamo conto di come ci sia una sorta di matrice creativa che manipola la nostra attenzione, portandoci inevitabilmente a sprofondare - come in ipnosi - nella vorticosa nube che ricopre le nostre teste, che viene man mano a formarsi come per dissipare ogni dubbio riguardo la dannazione in cui siamo prossimo a cadere. Liberati dalle catene mentali che ci accompagnano quotidianamente, possiamo realmente abbassarci e giungere agli abissi del lavoro artistico dei nostri, condizionati dal fervido bagaglio che ognuno di noi porta con se e trasforma le note in emozioni cariche di liberazione per alcuni, per altri di intensa partecipazione emotiva.

Night's Blood

A seguire, la peculiare e mortifera Night's Blood (Sangue della Notte) che prosegue quel lavoro di completo avvolgimento percettivo in cui siamo caduti fin dal primo ascolto. Realizzato con dovizia di particolari, troviamo immediatamente Jon che vuole mostrare la sua possanza sul palco e che con gli altri cavalieri porta distruzione e tormento per questa notte. Riff energici, batteria ruggente ed il basso di potenzia al solo rintocco di crash che annuncia l'ode alla morte di cui si veste questo brano. Come su un fiume in piena, fatto di musica e parole, veniamo trasportati in un luogo freddo, autunnale, dove il terreno si è trasformato in un dorato tappeto di foglie; subito il grido graffiato di Jon che fonde vita: "Permeami, o' Notte, come hai fatto con la foresta, perché il mio cuore è freddo, freddo come il ghiaccio". Sotto note inspessite da scosse telluriche perpetrate dalle pelli, Jon lancia un urlo squarciante, dato da un respiro di dolore e sangue che si mischia al nero pece di quella Notte. Giunge a noi un imponente intermezzo di matrice sofferente, che brucia come il fuoco dell'Inferno ma che rafforza il fervore e l'estasi che i ragazzi accorsi questa sera sotto il palco, portano con se. "Senti il richiamo, il respiro di dolore, il sangue della notte" incitano i Dissection con emozione ed entusiasmo chi partecipa a questa sorta di rituale notturno fatto di polvere, lacrime ed emozione. Si manifesta un richiamo verso coloro che son sempre esistiti, i Demoni che governano l'animo turbolento di chiunque cerchi risposte. Così solo i nostri iniziano ad incendiare quel palco, dando lustro ad un'intera carriera ricca di fervide emozioni e profonde tonalità.  Questa notte verrà sparso del sangue, probabilmente quello di coloro che vivono nella Luce, che hanno paura dell'Ombra e razionalmente si allontanano da quello che gli è Madre: la Notte.

Frozen

Dopo la notte sanguinolenta, il ticchettio delle bacchette scandisce il tempo del nuovo passo di questa notte: Frozen (Ghiacciato). Siamo d'innanzi ad brano immaginifico che giunge a noi dagli albori del gruppo. La Notte fa da padrona anche qui, la brezza gelida sfiora languidamente la pelle, mentre la luce lunare chiama e risveglia antiche forze immortali, nutrite da mortali fluidi. Si tratta della figura del vampiro, divenuta mito e ingrediente fondamentale del folklore europeo per il suo aspetto così enigmatico, notturno ed offuscato. . Il figlio della Notte, accompagnato dall'ensemble degli svedesi, si permea di gelidi riff che permettono realizzare l'atroce destino di un mortale che incontra la sua preda. Le ali del vampiro si spiegano, iniziando a spingerlo verso l'aria, mentre la chitarra insieme alla batteria diventa unica forza motrice del brano che vuole passare la gelida atmosfera del momento. Ancora una volta i presenti possono affermare di vivere un momento unico, particolare, intriso di mistici aspetti sanguinolenti. I cavalieri del nord, con le loro maglie nere ed il teschio di sfondo creano il giusto momento di richiamo a quella figura che tanto è diventata parte della letteratura europea da venir bistrattata. 

Maha Kali

Siamo giunti al termine del lato "A" del primo disco, con un estratto direttamente dall'ultimo lavoro dei nostri, ovvero "REINKAOS". Stiamo parlando proprio di Maha Kali, che si staglia sulla scena con il  suo peculiare assetto strumentale, decisamente differente rispetto ai brani proposti fino ad ora.  Immediatamente la batteria di Asklund si presenta al pubblico, vincente ma in commistione con il carico suono dato dalla chitarra, generando quel giusto assetto elettrico che ci collega all'immagine della Dea Kali. Un brano che vuole manipolare la nostra essenza, corroborata da concetti moderni di differenza e screditamento della parte femminile in ognuno di noi. Proprio sul tappeto strumentale, ricamato dalla celere batteria, incastonata nel mosaico come un rubino dalla chitarra, si aggiunge la voce di Jon che con fare quasi simpatetico ci offre uno spaccato interessante, quasi una invocazione alla Dea terrifica: "Maha Kali, madre oscura, danza per me; lascia che la purezza della tua nudità mi svegli. Tuoi sono i fuochi della liberazione che mi porteranno beatitudine, tue le crudeli spade che mi renderanno libero". Proprio da questo estratto, carpiamo come la musica ci offra un ingrediente fondamentale, che fa danzare e libera dalle catene imposte da secoli. Inizia quindi l'arpeggio della chitarra ritmica, stagliatasi sugli altri strumenti e creatrice di caos e distruzione. Ecco "Shamshana Kali", altro epiteto della Dea, connesso alla morte e quindi alla vita. Proprio mentre ci avviciniamo al termine, ecco che come un mantra viene ripetuto il ritornello: "Jai Maha Kali, Jai Ma Kalika; Kali Mata, namo nama", chiudendo con un piccolo assolo creato ad hoc da Set Teitan, dotato di fendenti ritmiche. Averci offerto questo brano, significa probabilmente offrirci finalmente una certa attenzione riguardante molte delle pratiche connesse al MLO, ovvero l'ordine esoterico in cui Jon entrò a far parte. Si riesce a percepire quasi l'assoluta riverenza verso un'entità così antica ed immensa, generatrice e distruttrice del Cosmo. Ancora una volta, certamente uno estratto interessante.

Soulreaper

Ormai è chiaro: il tema della morte ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale nelle tematiche dei Dissection. Anche per questo, questa sera ci propongono  il brano dal titolo Soulreaper (Rapitore di Anime). Aperta dalla tempestosa sei corde che prende piede e si materializza sul palco come un tornado, mentre Jon arranca un'Ode alla Morte: "Piangi, o' burrasca desolata, dai vita ai tuoi venti amari; piangi attraverso il cuore e l'anima; un bacio avvelenato così letalmente freddo; svanisci pena e dolore intestino". Il palco diviene come una bufera che tutto raccoglie, e si crea sulle note magnifiche dei compositori svedesi. Il palco diviene oggetto del piacere dell'oscura Mietitrice, mentre gli spettatori si accaniscono e i battiti di crash glorificano il momento. Grazie al loro appeal, coinvolgono i presenti e chi guarda in differita, creando un alone di mistero che si acuisce grazie  alle luci e la leggera foschia artificiale che rendono la perfetta coniugazione tra brano e atmosfera. Sembrano tutti in preda all'estasi, incapaci di reagire e pronti a spingersi l'uno con l'altro per far capire quanto siano coinvolti in questa serata.  Giunge, nel giro di poco tempo, una seconda ondata della bufera strumentale, che cattura ulteriormente la scena in questa proverbiale immagine distruttiva. Un'immagine prorompente ed avvolgente, che quando torna il ritornello, si fa sentire terribilmente, lasciando che i ragazzi sotto il palco alzino le braccia al cielo, unendosi  al richiamo del soulreaper, incitando a continuare.  Si presenta come un brano pieno di frenesia, estasi mortifera che richiama grazie alle note spiccate e geniale composte dai ragazzi svedesi. Se già all'interno dei dischi della loro discografia ci aveva rapito con il suo ritmo, dal vivo sembra proprio catturarci, legarci e non lasciarci andare. Infine, potremmo intendere questo brano - come anticipato all'inizio - un inno alla Morte che tutto unisce e rende uguale, intesa come una burrasca desolata che arriva quando meno te lo aspetti, ti cattura e non ti permette di divincolarti ulteriormente ma anzi ti bacia con le sue labbra intrise di veleno mortale.

Dreams Breed in Breathless Sleep

Per continuare, arriva il momento di accogliere un brano apparentemente candido, morbido e articolato nella sua semplicità: Dreams Breed in Breathless Sleep (Nessun Sogno cresce nel Sonno Strozzato). Fin dai primi momenti, si può dire che si viene catturati dalla sublimazione di emozioni e sentimenti che lentamente si uniscono e canalizzano in queste note decisamente singolari. Indubbiamente, un brano iconico, tanto malinconico quanto tipicamente di altri tempi. Un sussegui di note cadenzate che penetrano nell'anima in maniera lenta ma decisamente pungente - come spine di rose che non riescono a scalfire in maniera chirurgica la punta di un dito, che penetrano la carne, la aprono e restano all'interno. Originariamente il brano era composto dalle magnifiche mani di Alexandra Bogh, artista indefinita ma dotata di particolare talento. Oggi, però, ci troviamo in questo ambiente oscuro, ogni tanto illuminano da flebili luci di scena che rendono ancora più catartico il momento. Come dicevo, note semplici ma pungenti, capaci di prendere le emozioni e trasformarle in estasi compositiva, che funge da perfetto intermezzo in questa notte. E se la meraviglia viene quando si ascolta da soli, oggi ci sono migliaia di ragazzi che condividono magari gli stessi sentimenti e sensazioni all'ascolto di questo brano. Per questo, forse, bisogna essere capaci di cogliere il significato intrinseco di ogni momento di silenzio tra una nota e l'altra, bisogna avere una certa sensibilità d'animo per potervici addentrare.

Where Dead Angels Lie

Ma certamente la serata non finisce, ce n'è ancora per molto. A coronare i prossimi minuti, arriva un brano devastante nella sua bellezza: Where Dead Angels lie (Dove gli Angelo morti giacciono). Un guizzo di chitarra, poi subito la granitica batteria ed infine Jon che si avvicina al microfono e ci racconta come all'inizio dei tempi, in un momento primordiale, un angelo danzava beatamente circondato da un'aura luminosa; qualcosa però, nell'oscurità, era presente e lo osservava. Passata la notte, l'angelo sussurrò: "Notte dolorosa, attraente, la tua nera bellezza mi ossessiona". Già questo potrebbe essere un apoftegma che identifica l'essenza nera del gruppo, tuttavia, poco dopo Il cuore di quell'angelo si trasformò in ghiaccio e quell'Oscurità che si stava nascondendo nell'ombra, avvolse tutto quel manto innevato che copriva il terreno. Alla luce, si delinea la figura di un angelo disteso per terra, caratterizzato da una pallida pelle, come se fosse morto, come se fosse spirato, mentre il suo viso ci suggerisce un'espressione di dolore, ricca di inquietudine e tormento. La brina ricopre la pianura, sembra non volersene andare e lasciare spazio al verde, poiché il calore del sole nulla può fare in una condizione così gelida. Ma nel mentre, un grido si staglia sulle note affascinanti che dal vivo risplendono ulteriormente. L'angelo giace disteso, con diamanti di ghiaccio e un rosso vivido. Il riff portante si avvicina e con sensazionale sensibilità, Jon continua con i suoi compagni a dilettarsi con gli strumenti e con il microfono. Poco dopo i furiosi strumenti che si avvicendano senza sosta, ci avviciniamo al termine del brano. Potremmo dire che il brano rappresenti una rappresentazione della fine di secoli e secoli di soprusi perpetrati da religioni monoteistiche con cui nulla vogliono avere a che fare i Dissection. La sensibilità dell'Angelo in questo caso viene sotterrata dalla fredda neve, simbolo di una triste fine di quell'innocenza presente in ognuno di noi. Si potrebbe dire che rappresenti un po' anche una rappresentazione spasmodica dell'interesse verso la Notte, tipica di ogni bambino, affascinato dalla parte oscura del bosco.

Retribution - Storm of the Light's Bane

Eccoci ad assaporare le prime note generate dalla chitarra che annunciano l'arrivo di Retribution - Storm of the Light's Bane (Castigo - Tempesta della Rovina della Luce). Un piccolo e leggero accenno di chitarra, che immediatamente si unisce alle pelli della batteria, poi il brano parte ed i ragazzi giunti sotto al palco iniziano ad incitare, capendo che arrivava il momento di uno dei brani più ricordati. Brice si giostra vorticosamente con il basso, mentre Set Teitan offre la sua caparbietà con la ritmica, facendo battere le transenne ed offrendo uno spettacolo unico che preannuncia l'arrivo del successivo ritornello. L'immagine che scaturisce dalla voce di Jon, ci apre il sipario del Portatore di tenebra e vendetta per quel Dio usurpatore che ha causato la morte di mille fedeli.  Sembra di ascoltare un istintivo susseguirsi di strutture strumentali create ad hoc per il richiamo delle oscurità più profonde. Acute misurazioni stilistiche che invocano il Chaos per arrivare al Cosmo, il solve et coagula che si manifesta nella successiva strofa: "Salute a te o' dolorosa alba, spargi la tua flebile luce, affinché tu possa regnare per tanto tempo". Subito ci viene annunciata una catastrofe senza precedenti, in cui si sfideranno le forze del bene e del male, in un'ultima battaglia e porterà alla vittoria di Lucifero, stella del mattino. Se esiste un equilibrio allora è giusto dover portare timore reverenziale per entrambe le "parti", affinché' possa regnare Tenebra che è creatrice e Luce. E se volessimo parlare del "castigo" che ci suggerisce il titolo? Allora dovremmo trattare della morte di Dio, il menzognero. Una sorta di rivalsa delle forze del male in contrapposizione ad anni di buona condotta delle forze del bene che hanno reso schiavi l'Uomo, annichilendone la natura. Gli schiocchi del castigo allora si manifestano sotto forma di note musicali e di battiti di bacchette sulle pelli, dando vita all'insieme strumentale che unisce costruzioni ritmiche capace di catturarci l'anima e risvegliare il piacere istintivo che nasce dalla "libertà di poter essere". Non basterà certamente questa sera per scatenare il putiferio rivoluzionario che i Dissection vogliono portare ma, in tutta tranquillità, questo diventa fonte di perfetto riscontro e incipit dell'opera.

Unhollowed

Senza troppi fronzoli, arriva Unhallowed (Non consacrato). Fin dal primo ascolto, possiamo constatare come sia uno dei brani con un incipit caratterizzato da una unica forma di caoticita' fatta in musica grazie alle mani dei nostri e a cui segue un tenebroso e melodico riff che avvolge l'atmosfera, la placa e la modella. Le luci ballano, la batteria aumenta il ritmo ed il tutto si crea ad hoc per permetterci di prendere la forma di Colui che semina i semi oscuri della pestilenza, del dolore e della mestizia, in attesa che facciano i loro frutti e l'ordine venga stravolto. Presto giunge il momento che i possenti guerrieri dal sangue sconsacrato, uniti spalla contro spalla per combattere la supremazia della luce, si uniscano e partano per la ridda contro le forze del bene. Dal palco sembra uscire una vera e propria orda che marcia inesorabilmente mentre, proprio in contemporanea, l'ensemble domina la scena con ritmiche più veloci. Il paesaggio che si mostra davanti è intriso di tetra atmosfera, pronto ad accogliere i cavalieri sconsacrati. Pun battito di doppia cassa mentre la sferrante chitarra gioca promuovendo un insieme che mantiene alto il ritmo. Le parole rendono chiara l'ode: "La tua maestosità è la nostra; saremo il tuo strumento e la spada che porterà loro la dannazione".   Quel palco viene intriso della dannazione di quelle anime, trafitte dalle lance acuminate dei cavalieri sconsacrati e pronti ad accogliere inesorabilmente l'Apocalisse che sembra abbattersi su quel palco. Le parole che fuoriescono dalla bocca di Jon sembrano intrise di un maledetto unguento, decisamente pronto a scatenare il caos. Non esiste salvezza per chi vuole trovarla ma il crepuscolo delle scialbe forze del bene che credono di avere in pugno ciò che le circonda. L'estasi ci accompagna ancora di più dopo l'ascolto di quest'ultimo brano, dando maggior lustro a quella sfera maledetta che sopraggiunge ad ogni accordo di quell'insieme di strumenti, toccando corde particolari ed irose e pronte a destare la malvagità in ognuno di noi senza alcuna decorazione o bontà ma avvolti nella notte che fa da mantello a ciò che accade.

Thorns of Crimson Death

Tra le tracce più carismatiche appartenenti al secondo full-length dei nostri, troviamo decisamente Thorns of Crimson Death (Spine di una Morte Cremisi), presentatoci da un'atmosfera color nero scuro, ricca di nebbia e di qualche sprizzo verde. Per molti risulterà decisamente strano definire questa traccia come "carismatica" ma fin dal primo ascolto di quell'accordo così malinconico e toccante, sembra prendere ritmo in noi una certa essenza riconoscibile e pungente nella sua forma così diretta. Sembra che ci prepari ad immergerci in qualcosa di veramente profondo, plasmato dall'emozione del momento in commistione all'energia scaturita da dentro ogni artista presente su quel palco. Passano pochi secondi, una piccola distorsione di chitarra si staglia dal palco e immediatamente Jon prende lo stage accompagnato dalla corroborante unione delle pelli di Asklund e la ritmica di Set Teitan. Di primo acchito sembrerebbe difficile riuscire ad immaginare quello che le parole di Jon vogliono passarci ma basta davvero chiudere gli occhi per un attimo per percepire quelle pianure spaventosamente ghiacciate e silenziose che sormontano la linea della spazio-tempo. Sembrano passati ormai anni, forse secoli da quel giorno della battaglia probabilmente preannunciata in tracce precedenti. I secondi passati e l'emozione rimane ancora forte, il cuore batte a più non posso mentre Asklund sancisce la marcia con il suo particolare ritmo in sottofondo; il tutto viene decorato da Teitan che ritorna in prima fila e si presta a sottolineare le parole: "Senti i cori. Era forse il vento che portava indietro le loro grida? Una volta furono forgiati dal sangue, affilati dalle spine della morte color cremisi".  Il tutto si ricollega a quel celebre duello tra le forze oscure e quelle della luce; richiama senza troppi problemi quelle voce dei morti in battaglia che ritornano attraverso l'aria, sebbene sembrano essere caduti in un sonno profondo e senza fine, con una via di scampo suggerita dalla Morte che ancora sembra non essersi presentata. Che siano, queste, semplici racconti scolpiti da tempi oscuri, magari frammenti di storie che vengono continuamente ripescati e legati al vento come con una corda, lasciando che si lamenti e si faccia sentire, portando di nuovo in vita le loro grida? Probabilmente solo il silenzio può darci una risposta ed è proprio quello che sopraggiunge, prima che Jon riparta con un grido graffiato per  concludere  con un ultimo sussulto strumentale unito alla terribile voce che ci ricorda come siano stati i cori del vento a portar battaglia, morte e distruzione.

Heaven's Damnation

Come ci annuncia il nome, la chitarra arrangia dal palco una linea dannata che apre le porte di Heaven's Damnation (La Dannazione del Paradiso). Mentre il tumultuoso incedere della chitarra si presta ad acuire l'atmosfera ed il battito della doppia cassa vuole scandire inesorabilmente i battiti del nostro cuore, veniamo trasportati dalla voce di Jon su oceani di sangue e regni di terrore, dove solo la notte semina il proprio freddo e su cui un oscuro inverno è pronto ad abbattersi; immaginiamo di trovarci sopra un vascello pronto a solcare i mari, allorché' gli strumenti danno il via al muoversi dei remi mentre le onde diventano sempre più alte, portandoci a dover esprimere un certo oscuro inneggiamento sotto al palco, in cui sembra esserci estasi che permea ogni individuo accorso lì sotto e che spinge come le onde fanno sui legni della nave.  L'atmosfera apocalittica si prostra davanti:  il cielo sembra piangere lacrime color cremisi, impregnate della nebbia di un acceso odio, sottolineato dall'acuminata forma che prendono le note scaturite dagli strumenti, in un silenzioso e tenebroso momenti che poco dopo viene interrotto dai pesantgi passi della sei corde di Jon. Ci troviamo d'innanzi una vera e propria dichiarazione d'intenti distruttivi contro il Paradiso, annunciando  una imminente minaccia di dannazione. Mentre l'ensemble ci punge come spine, veniamo travolti da polveri di un passato remoto, provenienti da anni di oblio, mostrandoci come quello che diventerà il Paradiso, sarà molto simile ad un deserto dimenticato da tutti. Attraverso le foreste profane, delle grida di coloro i quali si son svegliati dal sonno che li abbracciava sotto l'albero della Morte, come guerrieri che emergono dalla Notte, all'incedere della marziale chitarra che sancisce la sequenza dei loro passi. Su quel palco sembra essere scesa la Notte, mentre Jon vuole quasi dimostrare come si stia immedesimando nelle parole che pronuncia, immerso in quel  caos che - col senno di poi- sappiamo bene ha fatto parte della sua vita sotto diverse forme. Spegniamo la luce e lasciamoci abbracciare dall'aberrante eterna Notte, madre di ogni creatura e splendida incarnazione del caos che muta forma e diviene spettro che vendica anni di prigionia.

In the Cold Winds of Nowhere

Un breve momento di stasi, di calma apparente che vuole tranquillizzare dopo l'assurda presa di posizione del precedente brano. Bastano davvero pochi minuti e come un ripetersi incessante della medesima sensazione, arriva senza avviso In the Cold Winds of Nowhere (Nei Venti Freddi del Nulla), brano nato nel 1992, da quel primevo demo intitolato "The Somberlain" che iniziò a dar forma alla loro discografia. Una massiccia ed incalzante danza tra il suono della batteria e della sei corde, ci dirige come un fiume e senza avviso all'introduzione della voce di Jon. In questa greve introduzione, partiamo in questo ulteriore viaggio, mentre la scossa di adrenalina che ci pervade ogni singolo centimetro del nostro corpo, accompagna senza timore alcuno il più feroce suono della doppia cassa, decorato dal giro di chitarra di Jon. Siamo ormai pronti a viaggiare su una strada che ci porta verso un viaggio senza fine, intriso di eternità  che ci suggerisce l'unica via per la liberazione dalle spoglie terrene che stanno in definitiva strette: sentire i rintocchi della campana della Morte. Come se volessero passarci il suono di queste ultime, il rintocco del crash della batteria entra in scena, accompagnato successivamente dalla chitarra di Jon. Si apre in questo modo quella parte del brano meno introspettiva ma più forte,  talvolta melodica ed oscura e talvolta ricca di una strada che porta dritti verso le profondità del subconscio. Di cosa credete sia fatto questo brano se non di una forza distruttrice ed al tempo stesso creatrice, rappresentata dal nome della Morte che nel suo più tetro abbraccio ci permette di  cadere nell'armonia più oscura, nell'abisso senza ritorno. Solo lei riesce a lenire le sofferenze delle anime che si dimenano su questa Terra, trasportati sempre e costantemente da quei venti freddi che gelano il profondo di ognuno di noi. Un brano ricco di particolare atmosfera che quasi ci annuncia quella tremenda sensazione di liberazione che lo stesso Jon proverà qualche anno più tardi rispetto al periodo di creazione ed ideazione del presente brano. I venti che ci chiamano dal titolo sono carichi di sofferenza, talvolta come forti pugnalate alla schiena che mostrano la sofferenza di una vita nel buio del nulla, di un paesaggio di cui ormai sembra davvero essere rimasto nulla, neppure uno spiraglio di luce ma solo gelo e mestizia.

Elisabeth Bathori

Il tempo scorre e ci avviciniamo quasi al termine di questa esperienza. Come tutti, nessuno non può vantare nel proprio lavoro di anni almeno una cover di un gruppo che per loro ha rappresentato un'ispirazione; prendiamo per esempio il presente brano, cover dei celebri ungheresi Tormentor, dal titolo Elisabeth Bathori. Chi, se non loro, potevano trattare di un argomento così truce come quello di uno dei killer più spietati della storia. Ad introdurci nel seguente cammino, troviamo una strofa delineata con la voce importante di Jon, iniziando col presentarci la fautrice di tali crimini: "Questa è la storia di Elisabeth Bathori, il cui sangue è nostro...puro sangue ungherese". La ferocia del black metal si manifesta irrimediabilmente nelle prime parti strumentali di questo brano, in commistione alla sporca voce del nostro che ci anticipa la crudele immagine a cui dobbiamo far riferimento. Immaginiamo di essere dentro un castello oscuro, mentre le campane suonano e le donne piangono con veli sporchi di sangue. Il respiro della notte non è certamente calmo ma bensì unito alla sete di sangue di Elisabeth, corrotta dal male e affamata di vergini. Un'immagine atroce ci offusca la visione: corpi di ragazze giovani, posti su cerchi di oscura fattura, sotto le cui unghia vengono inseriti degli aghi ed i loro corpi morti sotterrati. Le chitarre fremono, la voce fa un sussulto e la batteria si potenzia, donando un maggior languido abbraccio sinfonico in questa notte intrisa di misticismo e paura. Dal palco sentiamo immediatamente una sublime voce che incita: "quanto ardisco il tuo respiro grazie al quale i desideri diventano verità.  Sono un peccatore amante della morte. Le preghiere malefiche sono accolte da Elisabeth Bathori, contessa del mio fuoco. Sei il suo sacrificio, darai il tuo sangue e lei si farà un bagno nella tua essenza". La storia che stiamo vivendo diviene ad un tratto come divisa tra una visione della contessa che offre i propri pensieri e quella di un umile servo della stessa che prepara le donzelle all'essere sacrificate. Subito il brano accoglie uno stacco sinfonico che diventa un preludio ad una risata sadica, cosciente di quello che si sta consumando in queste ore. La contessa sembra essere ritornata alla sua giovinezza più pura, irrorata dall'essenza della povera sventurata. Sporca di sangue, pronta a celebrare questa notte, il servo annuncia: "E' la tua notte Contessa, cacciata dai tuoi desideri più selvaggi, impossessata da un peccato bestiale, sei la Dea dell'Amore". La storia che ci hanno portato questa notte i nostri, racconta la storia di questa donna mefistofelica, sinistra e abbastanza potente, conosciuta per i suoi efferati omicidi in virtu' della ricerca dell'eterna giovinezza. Una donna insaziabile, traditrice, sfruttatrice e capace di voler solamente usare pratiche magiche per sfamare i propri desideri selvaggi e totalmente amorali. Che si tratti di realta' o finzione, questo non ci è dato saperlo. Sappiamo, tuttavia, che la sua figura storica sia realmente esistita ed è diventata parte integrante di una serie di racconti dell'orrore che celebrano il male in un periodo oscuro. Tuttavia, i Dissection hanno voluto proporcela sotto questa forma, consci di star creando timore ed interesse nelle menti dei particolari ascoltatori. Il presente brano, divenne importante al suo tempo per la sua capacita' di ammaliare (proprio come usanza della contessa) e catturare, non a caso fu quello che rese possibile la conoscenza della No Colours Records nel lontano 1993.

The Somberlain

Un passo dietro l'altro, giungiamo ad uno dei brani più conosciuti, acclamati, tipici dei loro concerti: The Somberlain.  Tanti furono negli anni coloro i quali si cimentarono nella traduzione del titolo di questo estratto, proveniente dal primo album dei nostri. In realta' l'ipotesa che più si potrebbe ritenere come interessante, richiama il connubio tra il termine inglese "somber" e  "lane", quindi fondendoli insieme in "sentiero della via oscura". Veniamo immediatamente accolti da un melodico, tetro e funerei accordo di chitarra eseguito da Jon che sancisce l'entrata imminente in scena del suo compagno Asklund con la batteria funesta. Si sente un certo divertimento nel susseguirsi di ogni parte compositiva, mentre il ritmo si mantiene alto e i battiti tellurici della batteria coronano l'attimo prima che la voce oscura di Jon prenda il suo posto sul palco, decantando strofe metaforiche e profonde: "Precipito ancora ed ancora, lì dove la luce è andata via; potrei sentire l'oscurità abbracciare la mia anima". Il brano si precipita come un viaggio interiore, nella propria solitudine e nella propria angoscia, una discesa in cui si comprende solo dopo che si tratta di qualcosa di necessario, come ci suggeriscono con la strofa successiva: "ho capito che ero lì, lì dove appartengo". La cavalcata della chitarra, in combutta con la batteria, che tra l'altro non smentiscono le tetre combinazioni provenienti da tempi remoti, acuiscono il percorso del nostro viaggiare attraverso l'eternità dell'anima e l'oscurità della via. Non possiamo certo dire che si tratti di quella tranquillità semplice e alla portata di tutti, bensì di quella fittizia ove poter prosperare nel male in eterno. Quella che ci viene passata, possiamo dire essere una visione piuttosto costruita ma che permea l'atmosfera di questo concerto di una fitta tenebra ma che colpisce senza rimorso. Senza alcuna pausa, ritorna la componente strumentale nella sua magnificenza, accompagnando l'anima su  "terre di cristallo, frutteti di rancore, sofferenza e lacrime", dimostrando come la nostra esistenza resti in silenzio e cerchi di sentire la chiamata di questo meraviglioso silenzio. Guardando al passato potremo trovare il presente e costruire il futuro, peccato che una fosca bruma ci accoglie come col brano sia nella realta'. Presto giungerà il giorno in cui i cancelli infernali saranno aperti e permetteranno di oltrepassare e giungere ai confini del regno del male. "Perché sono Notte Eterna" dice su quel palco, vestito di nero, l'ormai trentenne Jon. Proprio con quest'ultimo apoftegma, potremmo connettere tutto quello che successe dopo, a partire dal suo suicidio, probabilmente escogitato e sentito come personale, come qualcosa che poneva termine ad un percorso individuale di riscoperta, talvolta non accettato, talvolta contestato ma comunque personale

A Land Forlorn

Il viaggio è stato lungo, impegnativo, coinvolgente ma resta ancora un passo per raggiungere il traguardo: A Land Forlorn (Una Terra Dimenticata). Sembra di essere in un film, sotto uno di quegli oscuri cieli notturni in cui marciano imperanti curiosi e tetro esecutori del male. Un gruppo di uomini che senza paura alcuna combattono fianco a fianco della propria ombra per ricongiungersi con qualcosa sopra di loro. Il battito di doppia cassa vuole smuovere il terreno sotto i loro ed i nostri piedi, partendo nella cavalcata della chitarra di Set Teitan  che smuove gli animi dei cavalieri e delle genti poste sotto al palco, unito alla classica e temeraria batteria di Asklund che smuove guerra. Il batterista sceglie di premere sull'acceleratore, creando un successo che coordina l'avanzata di Jon, che taccia tutti dimostrando con la successiva strofa come sia essenziale superare i propri limiti, guidati dalla fiamma che arde in corpo , permettendo la creazione di quella oscura vendetta che si materializza sotto le nostre forme. Allorche' Jon continua con le sue dita a smuovere l'aria dal palco, creando sinfonie distruttive dalla propria sei corde, su cui si appoggiano le parole che recitano: "siamo la marcia della profanità, la Razza più oscura che risorgerà di nuovo, contro lo stormo dei deboli, avvicinandosi alla terra dimenticata". Probabilmente siamo pronti a combattere per ottenere quella terra dimenticata, ove le anime più oscure verranno liberate ed il Regno della Dannazione risorgerà. Ad accompagnare il tutto, subentra un marciare infiammato che profondamente uccide ma che unisce l'orda di genti che marciano insieme per l'unione ultima e la riconquista di quel dannato luogo. Queste sono le loro ultime volontà che ci passano dal palco i cavalieri della Morte. Completamente assuefatti e come in estasi, ci mostrano le immagini di questa guerra contro chi ha usurpato il trono del male, legittimamente affidati in origine a chi controllare le forze oscure. Presto a Cesare arriverà ciò che è suo di diritto, senza discussione ma con la sola distruzione che preannuncia una ricostruzione.

Conclusioni

Ebbene, la conclusione di questo live album sancisce in definitiva e senza mezzi termini anche il termine di un progetto iniziato tanti anni orsono, ovvero quello dei Dissection. Numerose sono le situazione che si sono avvicendate nel corso di questi anni, più o meno forti ma comunque significative per la diversa manifestazione che hanno avuto nel corso del tempo. Sicuramente un evento traumatizzante e che ha colpito inesorabilmente il gruppo, si riscontra nella morte tramite suicidio del frontman Jon, il cui corpo venne rinvenuto in casa e - sembrerebbe secondo alcuni commenti della polizia - all'interno di un cerchio tracciato sul pavimento. Ovviamente molte possono essere le diverse diramazioni del pensiero che ci spingono a realizzare quanto sia stato più o meno giusto questo suo gesto ma, in ogni caso, importante rimane analizzare la sua opera artistica, senza dover toccare la sua figura di essere umano. Fin dai primi minuti di questo concerto, l'atmosfera era carica di elettricità e distruzione manifesta che richiamava particolarmente una certa sfera caotica che univa tutti i componenti. Ogni accenno di chitarra diventata flusso con il quale si materializzava un ricordo, un'emozione legata al passato, mentre il battito della batteria di Asklund voleva mantenere alto il battito del cuore come se ci si dovesse risvegliare in preda a qualche attacco di follia. La cosa strabiliante ed ancora più interessante è notare come risulti essere stato necessario e a tratti importante la presenza di ognuno di coloro i quali hanno scelto di presenziare in questo live. Jon ha saputo cogliere l'essenza, negli anni, di una musica che corrompeva e scardinava la concezione dell'utilizzo delle liriche come semplice mezzo da usare all'interno di una composizione, facendola diventare uno strumento per catalizzare la poetica oscura che risiedeva in lui, fin da quando aveva appena diciassette anni. Il concetto che ruota intorno al gruppo, ovvero quello della morte e della sua manifestazione, raggiunge un maggior apice con il loro ultimo lavoro e, in particolar modo, con il brano che ci hanno voluto proporre in sede, chiamato "Maha Kali". L'aspetto terrifico e distruttivo della Dea, può solamente rendere giustizia ed onore ad un qualcosa di ben più profondo radicato nell'arcaicità dell'anima dello stesso Jon, permettendo la fuoriuscita di odio generazione di un nuovo ciclo. Immergersi in questo live, annuncia anche una certa accuratezza ed introspezione, sia per quanto concerne la precisione metodologica con cui i nostri si presentano al pubblico e sia per la vena artistica che risiede nella forma del pensiero che scaturisce anche alla vista di uno dei gruppi più interessanti della scena scandinava del metal estremo. Non una semplice rimpatriata, non un incontro di sorta che prometteva a priori un certo coinvolgimento ma, bensì, quasi un live studiato e registrato come ultimo processo di trasformazione del gruppo, prima della chiusura dello stesso. Non lasciamoci vincere dalla tristezza per la perdita di un caro artista che ha riversato tanto nella sua arte e nella sua creatura, anche a discapito di certi individui che hanno cercato di sabotarlo. Per comprendere pienamente l'opera Dissection, risulta necessario doversi immergere in una pozza oscura e pregna di emozioni, aventi come flusso continuo ed irroratore la certezza di una sorta di culto della morte, quasi un'ossessione vissuta passivamente ma decisamente liberatrice.

1) At the Fathomless Depths
2) Night's Blood
3) Frozen
4) Maha Kali
5) Soulreaper
6) Dreams Breed in Breathless Sleep
7) Where Dead Angels Lie
8) Retribution - Storm of the Light's Bane
9) Unhollowed
10) Thorns of Crimson Death
11) Heaven's Damnation
12) In the Cold Winds of Nowhere
13) Elisabeth Bathori
14) The Somberlain
15) A Land Forlorn
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