DISSECTION

Live in Stockholm 2004

2009 - Escapi Music

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
27/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

"Post fata resurgo"

Questo il motto attribuito alla creatura leggendaria della Fenice. Una locuzione latina che impera in contesti esoterici e che incita nel dover avere fiducia nelle proprie capacità, andando oltre quelle che possono essere le difficoltà che si incontrano durante la vita. In effetti, il concetto si veste bene per quanto riguarda gli svedesi Dissection, come abbiamo potuto osservare, dopo la pubblicazione dell'ultimo album del 2006 in cui veniva a delinearsi un ritorno alle scene in seguito alla fatidica reclusione dietro le sbarre del mastermind Jon Nödtveidt.  Impossibile non ammettere che hanno dimostrato al mondo tutto che son veramente duri a morire. Verrebbe quasi da dire che è prerogativa dei veri Artisti non piegarsi di fronte alle avversità, lasciando che il loro flusso continui a scorrere come un fiume in piena, oscurando con la verità del "fare Arte" il loro passato. Ma, in ogni caso, quello che c'è stato non può essere dimenticato, messo in un angolino o tralasciato per pura mitizzazione. La pubblicazione di "Reinkaos" si colloca in un periodo in cui da ogni dove venivano licenziati lavori come "Christ Illusion" degli Slayer, piuttosto che "Monotheist" dei Celtic Frost, passando a "A Light in the Dark" dei Metal Church. Insomma, una coppa piena di ottime pubblicazioni quella del 2006, che lasciò andar via l'amaro in bocca a tutti gli ascoltatori dei Dissection, permettendo di godere del loro ritorno. Ma gli anni iniziarono a scorrere da quella data di uscita del suddetto album; gli animi ritornarono ad ardere ed il pubblico iniziava ad acclamare la loro ricomparsa sui palchi europei e non.  Il vessillo che portava il nome "Dissection" continuava ad essere alzato, in virtu' di tutto un passato ricco di deiezioni, concerti, crisi spirituali, avvicendamenti sui palchi e tanto altro ancora, che contribuirono a creare una quanto meno capace struttura per affrontare le crisi mediatiche che ci furono con il coinvolgimento dello stesso Jon nell'omicidio a Keillers Park. Con il ritorno in scena, tutto sembrava andare correttamente, tra un concerto ed un altro venivano pubblicati alcuni singoli che facevano parte della scaletta del suddetto platter. Tuttavia il 13 agosto 2006, tutto cambiò di nuovo. Un gruppo plasmato dalla ribellione, dalla spiritualità, dagli istinti dei protagonisti di questa avventura, pose un cartello con su scritto "fine". Di nuovo? Vi chiederete voi;  in realtà niente di decisamente illegale come era già successo in passato, quanto un vero e proprio atto di ribellione, misto a - probabilmente - qualche sintomo di masochismo. Proprio quel giorno, infatti, fu ritrovato nel suo appartamento ad Hässelby, il corpo di Jon, esanime e con un foro in petto creato dal fucile che era lì vicino. Le dichiarazioni della polizia ci suggeriscono che era stato trovato all'interno di un cerchio formato da piccole candele, con insieme la "Satanic Bible". Quest'ultimo particolare smentito dal chitarrista Set Teitan, il quale precisò che si trattava di un grimorio satanico, qualcosa di simile al Liber Azerate, del tutto differente dall'opera di LaVey (per cui, tra l'altro, Jon non aveva molta simpatia). Si venne quindi a delineare una linea di confine che vedeva quello che poteva essere un suicidio rituale, come linea di demarcazione tra un passato brillante, a tratti tentennante ma comunque vivo ed un futuro perso, ammantato da una fitta coltre nera. Quello di cui andremo a disquisire oggidì, è un concentrato del famoso concerto che si tenne nel 2004 (non appena Jon uscì dalla prigione) a Stoccolma. Inizialmente uscito in edizioni separate (una con all'interno anche il DVD del concerto, dal titolo "Rebirth of Dissection"), ebbe il suo licenziamento definitivo con la Escapi Music il 22 settembre 2009. Uscito quindi postumo dalla scomparsa del giovane Jon, riesce a far ritornare alla memoria gli istanti in cui migliaia di spettatori urlanti godevano di un richiamo che proveniva direttamente dalle profondità dell'Inferno. Ma non indugiamo ulteriormente, piuttosto lanciamoci a capofitto in questo penultimo tassello del mosaico.

A the Fathomless Depths

L'urlo degli spettatori che acclamano i nostri, ci lascia trasportare al momento in cui entra in scena l'arrangiamento di "At The Fathomless Depths" (Nelle Incommensurabili Profondità).  Un incipit degno di nota; oscuro, ammantato di greve atmosfera e di una fitta nebbia che introduce l'arrivo dei nostri, come un Apocalisse che porta con se i cavalieri. La luce sul palco illumina solo la bandiera di sfondo, con il teschio simbolo del gruppo. Mentre la chitarra avanza, all'improvviso vediamo arrivare sul palco i nostri quattro cavalieri dell'Apocalisse. Mentre la folla li acclama e mostra il calore nei loro riguardi. Sembra quindi di addentrarci in un bosco tetro, ove non arriva luce. Sicuramente l'emozione è tanta, come tanta è l'aspettativa verso la bufera pronta a scatenarsi. Non esistono catene pronte a fermarli, ormai prendono piede sul palco e nell'oscurità attrezzano gli strumenti. Manca poco, davvero poco e poi, questa sulfureo richiamo cesserà, aprendo le porte dell'abisso. Dimentichiamoci per un attimo di stare di fronte a coloro che abbiamo da sempre ascoltato solo tramite un giradischi o un lettore CD ed immedesimiamoci in definitiva in un contesto che ci culla con una nenia elaborata ed indissolubile. Come abbiamo gia' visto in passato, questa track e' sempre stata sfruttata dai nostri come opener, che sia nei loro concerti o che sia in altre pubblicazioni. In effetti si presta benissimo nel voler rappresentare una entrata, quasi un confino in un mondo sotterraneo, che sia quasi quello del giovane Jon, piuttosto che quello del gruppo tutto.

Night's Blood

Jon è cambiato. La prima cosa che si nota è il suo fisico prestante, la sua altezza, la sua sicurezza che non appartiene più al ragazzino di qualche anno fa ma ad un uomo che ha dovuto prendersi le responsabilità di sbagli commessi. Per la gioia di tutti, parte immediatamente dopo l'intro strumentale, il celebre brano Night's Blood (Sangue della Notte). Orchestrato con maestria e mordente dai quattro cavalieri, in una gravosa dualità tra le pelli e la chitarra di Jon, che, come vediamo, vuole farsi sentire sul palco. Una introduzione marcata dalla sei corde di John, mentre la telecamera si barcamena tra il palco ed il conclamante pubblico. Proprio sulla scia di questo riff energico, il gruppo esordisce con il suo peculiare canto graffiato, trasportandoci nelle profondità anticipate durante l'incipit. Ode alla morte vestita della meravigliosa solitudine. Il tutto si svolge tra il tepore ed il freddo, in pieno autunno, in una notte dove tappeti di foglie che cadono, fanno da padroni, identificando l'aspetto effimero della vita: "Permeami, o' Notte, come hai fatto con la foresta, perché il mio cuore è freddo, freddo come il ghiaccio". Con questa citazione, continua la loro ridda in questa serata, con sottofondo di martellante incedere dell'ensemble. Una smania, quel respiro del dolore, fatta del sangue della notte che segue  lungo la strada, facendoci toccare l'oscurità. Jon lascia un grido atroce che si spande in tutta la sala. Quegli occhi dal colore magnetico, bruciano come il fuoco dell'Inferno; occhi che han catturato chi con la propria oscurità devastò quella bontà costruita per millenni. Una classica sinfonia irrompe dalle casse. Un chiaroscuro intermezzo che avvolge la sofferenza e la forza scaturita dalle parole iniziali: "Solitudine è colei che accompagna in questa notte autunnale, una notte che congela le grida mentre nel bosco una flebile luce continua ad emergere". I ragazzi accorsi al concerto sono infervorati, sperando che il prossimo sia il loro brano preferito. Ma il tutto non è ancora terminato, poiché ci aspetta un lungo viaggio durante tutta questa notte, ricca di entusiasmo, emozioni e arte. "Senti il richiamo, il respiro del dolore, il sangue della notte", continuano in questo modo i quattro cavalieri, come se volessero incitare nel guardare oltre quella notte, in quel concerto. Sembra quasi un rituale, un richiamo che vuole avvolgere di un manto oscuro la platea, divorare e smembrare le sicurezze di chiunque, lasciando infervorare solo e soltanto l'animo turbolento, quello particolarmente apprezzato e che vuole liberarsi in una notte cosi' violenta. Esiste un richiamo di coloro che si dicono "non essere mai nati", quei demoni che vivono nell'ombra, nel silenzio, nella vittoria...contro un mondo governato da esseri bugiardi che non vogliono. 

Frozen

Si sentono il rumore delle bacchette che scandiscono il tempo, prima dell'arrivo del gelido Frozen (Ghiacciato). Un ensemble strumentale nero ci apre ad una nuova immagine, proveniente dai primi anni del gruppo.  In un luogo ove la luce non tocca, accarezzato da una fredda brezza e dall'oscurità, la luce della Luna risveglia l'immortalità che si nutre di sangue mortale. I nostri portano in scena una traccia che ha come tema portante la figura del vampiro. Le luci verdi acuiscono l'atmosfera, mischiandosi al nero tutt'attorno, mentre gli strumenti sublimano il racconto che i nostri cercano di proporre ai presenti (e non). Si prosegue l'immersione nel racconto, imbattendoci in una fredda corrente, magari generato dal librarsi in volo del vampiro. Un volo ad ali spiegate nel tetro abisso. Il figlio della Transilvania viene accompagnato dalla furia dei ragazzi svedesi che coinvolgono gli spettatori in platea, come se stessero vivendo la furia del vampiro che si abbatte sulle malcapitate vittime. Gelidi riff accompagnati dall'emozione del momento, permettono di vivere a pieno il coinvolgimento. Siamo quindi trasportati da queste ali vampiresche, pronti a continuare con il concerto e con le dovute precisazione che ci permettono di addentrarci maggiormente nel mondo che stiamo vivendo.  

Maha Kali

Ci raggiunge senza mezzi termini un brano proveniente dall'ultima fatica del gruppo: "Maha Kali". Fin da subito risulta anche più diretto il nuovo modo di fare musica, mostrandoci fin dal primo secondo il forte suono generato dalla chitarra, che presto si unisce alla melodia ritmica ed il battere delle pelli di Asklund, realizzando una connessione  con l'immagine terrifica della Dea. Le parole di Jon identificano un prostrarsi verso di Lei: "Maha Kali, madre oscura danza per me; lascia che la purezza della tua nudità mi svegli, tuoi sono i fuochi della liberazione che mi porteranno beatitudine, tue le crudeli spade che mi renderanno libero". Veniamo introdotti in una sorta di rituale, incorniciato dall'accordo degli strumenti. Il ripetersi di una certa partitura si fa imperante; come il tempo, risulta ciclico ed altrettanto maligno. Un caotico ordine che si manifesta con opere e parole. Un femminino che distrugge e crea, Madre della Morte che fonde Vita. Vediamo ergersi una specie di richiamo a voce alta, stagliandosi sul tappeto strumentale; la voce riprende il suo posto, mostrando un altro epiteto attribuito alla grande Kali: "Smashana Kali, mi brucio per te [...]" rivelando una successiva ed estrema forma della stessa Dea, la forma più terrifica. In questa immagine, si intravede l'intento di Jon di abbracciare il più estremo dei desideri. Il pubblico  incita le strofe della canzone e presto il ritmo diviene più lento, quasi contemplativo, poiché sta per giungere un canto particolare: "O' Kali, la tua arte è ha radici nei terreni di cremazione, così ho trasformato il mio cuore in uno di questo, affinché' tu possa danzarci sopra incessantemente; O' Madre, non ho nessun altro desiderio nel mio cuore. Il Fuoco di una pira funebre brucia in esso". Meravigliose strofe che si sublimano con l'aggiunta degli strumenti e dalle luci che giocano veramente un ruolo fondamentale. Ci si avvicina verso il termine del brano ed ecco che come un mantra, viene ripetuto il ritornello: "Jai Maha Kali, Jai Ma Kalika; Kali Mata, namo nama", chiudendo con un piccolo assolo creato ad hoc da Set Teitan e con note acuminate, fendenti. Ma, secondo voi quale dovrebbe essere il motivo di un richiamo a questa deita' cosi' lontana (apparentemente)? Beh, Lei incarna un po' il lato terrifico, caotico dell'esistenza. Quindi risulta abbastanza facile dover comprendere l'approccio dei nostri che - come possiamo desumere dalla visione del MLO - diviene fonte di Creazione, sublimazione e ascesi. Come abbiamo potuto constatare dalla disamina di "Reinkaos", la visione della morte deve essere rivista, in visione di un culto della stessa che porta ad una liberazione della vita terrena. Una visione abbastanza lontana dalle masse ma che determina inevitabilmente un cambio radicale. L'invocazione a Kali risulta essere una delle tante sfaccettature di venerazione che Jon ha nei confronti della matrice caotica dell'esistenza.

Soulreaper

Come ben sappiamo, il tema della morte ha sempre ricoperto un ruolo importante nella storia dei Dissection, infatti ci propongono in questa nuova veste il brano dal titolo Soulreaper (Rapitore di Anime). Giunge però il momento di questa traccia, aperta dalla furia della sei corde che prende piede, mentre immediatamente subentra un Inno alla Morte. "Piangi, o' burrasca desolata, dai vita ai tuoi venti amari; piangi attraverso il cuore e l'anima; un bacio avvelenato così letalmente freddo; svanisci pena e dolore intestino". Una tempesta è in dirittura di arrivo, se non già magnificamente iniziata con la precedente apertura, attraverso gli Imperi creati da nere lacrime, sulle ali del  vento di uno spettro che con la falce tocca con furore. Il Rapitore di Anime, l'oscura Mietitrice prende possesso del palco, mentre il roboante battito del rullante e del crash scandiscono il tempo, dando anche un certo accenno di timore reverenziale per la sua immagine. La parte strumentale aumenta il coinvolgimento mentre le luci e la leggera foschia artificiale rendono la perfetta coniugazione. I ragazzi al parterre sembrano amare profondamento il brano, dimenandosi alle transenne, spingendosi come se volessero riuscire a toccare con un dito i nostri. Una bufera arriva di soppiatto, prendendosi tutta la scena in questa proverbiale immagine distruttiva. La voce di Jon riesce sempre a stupide e dal vivo rende ancora di più lo stridente racconto. Quando torna il ritornello le braccia al cielo si uniscono come per unirsi al richiamo del soulreaper, aggiungendo grida che incitano in modo cadenzato il gruppo a continuare. Un'immagine forte, prorompente e dinamica. Una furia vera e propria. Un turbolente vortice che arriva e spazza ogni cosa, in un turbine sulfureo di instancabile movimento. Se questo brano ha preso e devastato ogni cosa durante l'ascolto del disco, dal vivo prende ancora maggior enfasi grazie alla presenza scenica, minimale e pulita dei nostri. Vento di dolore, angoscie, che parte e libera le anime dal velo della dannazione e le porta solo e soltanto da colui che non ha nome e viso: la Morte. Il presente brano diviene ricco di frenesia per merito della veloce esecuzione di Asklund con il doppio pedale, rintoccando quasi al ritmo dei bpm del cuore di chiunque stia sotto al palco. 

No Dreams breed in breathless sleep

Per continuare il percorso, un intermezzo altrettanto interessante ci viene proposto ed estratto direttamente dal secondo full-length. Ecco trovarci di fronte a No Dreams Breed in Breathless Sleep (Nessun Sogno cresce nel Sonno Strozzato). Possiamo godere di un coagulo di emozioni e sentimenti che piano piano vanno a cristallizzarsi. Un iconica brano tanto malinconico quanto tipicamente barocco. Un ripetersi di note che riescono a toccare l'anima, giungendo come spine lente ma inesorabilmente pungenti, che penetrano la carne, la squarciano e si impiantano all'interno. Il tutto in un ambiente come quello del concerto, buio, illuminato solo da una piccola luce che illumina lo sfondo. Ma in questo senso, non esiste spazio in cui un individuo non può perdersi su note di questo risma, perché sembra di averle sempre avute in mente. Sembra come se prendessero con le mani e con violenza tutta l'estasi creata fino a questo punto ed accarezzassero l'animo come si accarezza il proprio amante. L'esperienza assume maggior enfasi poiché vissuta in comune con molti altri che condividono le stesse emozioni e la stessa pelle d'oca. Bisogna essere fortunati per cogliere il significato intrinseco di ogni minuto di questa creazione eccezionale, in quanto non a tutti è concesso addentrarsi nelle proprie profondità, ad altri nemmeno si palesa di fronte lo squarcio per poterlo fare. Quindi e' bene godersi questi momenti, perché non torneranno tanto facilmente.

where dead angels lie

Giungiamo sulle sponde di un luogo particolare, amaro e freddo...quelle di Where Dead Angels lie (Dove gli Angelo morti giacciono). Partiamo con un arrangiamento acustico, ammantato di tenebrosa atmosfera, e veniamo presi per mano dalla batteria che si staglia furente sugli strumenti. Jon si avvicina al microfono e ci racconta come all'alba dei tempi un angelo danzava circondato da un'aura luminosa. Tuttavia, nell'oscurità, qualcosa era presente ed osservava quanto si stava muovendo. Passata la notte, l'angelo sussurrò: "Notte dolorosa, attraente, la tua nera bellezza mi ossessiona". Il cuore di quell'angelo si trasformò in ghiaccio e quell'oscurità discendente avvolse tutto quel manto innevato che copriva il terreno. La luce fa emergere i contorni di un angelo disteso per terra e da una pallida pelle, mentre il suo viso ci dona un'espressione di dolore. Ancora la brina ricopre la pianura, poiché il calore del sole nulla può fare. Un grido si staglia, mentre Jon da un tono alla sua aggressività prima di continuare con il suo racconto sulle note melodiche ed affascinanti che abbiamo modo di ascoltare (quasi) dal vivo. L'angelo giace disteso, con diamanti di ghiaccio e un rosso vivido, mentre ci avviciniamo ad assistere al riff principale che si manifesta come un sunto di chiari sentimenti. Ma i nostri fanno sentire viva la presenza delle strofe cantate al microfono, non solo con l'aiuto degli strumenti ma anche con una certa sensibilità che si riesce a respirare. Poco dopo, in seguito ad un avvicendarsi di ritornelli e di acclamazioni, i nostri chiudono il brano cadenzando la melodia caotica e tempestosa di un brano smaccatamente vincente. Le pompose ed articolate chitarre diventano meravigliosa merce di uno scambio equo tra emozioni, palpitazioni del momento ed il significato del brano stesso. Risulta sconvolgente vedere come l'ormai adulto Jon continui con tutto il suo cuore a suonare e cantare un brano che scrisse quando era da poco adolescente. Il presente diventa una vera e propria bomba ad orologeria in cui l'immagine dell'Angelo, solitamente vista come salvifica e protettrice, secondo una visione cristiano-cattolica, si ritrovi fredda sotto un velo di neve che con il suo freddo pungente tiene il corpo come avvolgo in un sonno profondo. La fine di un'epoca di sopprusi, di Angeli che combattono Demoni, di menzogne ed imperdonabili azioni. Basta un solo ascolto di questo brano ed un attimo di immersione tra le righe del testo che sembra di rivivere quegli anni in cui la Scandinavia era messa a ferro e fuoco da ragazzi uniti sotto un solo stendardo: il black metal.

Retribution - Storm of the Light's Bane

Giunge ora il momento di Retribution - Storm of the Light's Bane (Castigo - Tempesta della Rovina della Luce). Dopo aver presentato i componenti del gruppo, e quindi Set Teitan, Tomas Asklund e Brice Leclercq, Jon incita il pubblico nel continuare il titolo del brano. Immediatamente le mani si giostrano sulla chitarra principale e quella ritmica, iniziando ad imbastire un inizio del brano impetuoso, facendoci ricordare quel meraviglioso momento di quando ascoltammo per la prima volta l'album "Storm of the Light's Bane". Un meraviglioso accenno di chitarra che si mescola con l'incedere delle meravigliose ritmiche della batteria. Il pubblico impazzisce mentre i cavalli della batteria prendono il sopravvento e percorrono la ridda che porterà il brano al suo acme. Le transenne sembrano cedere e l'attesa per il meraviglioso ritornello sembra fatti sentire. Si parla di un ritorno di Colui che porta Tenebra, Vendetta per quel Dio menzognero che ha lacerato le menti di moltissimi fedeli. Un cruento barcamenarsi su istintivi riffing e assemblaggi ritmici che sembrano invocare la tenebra che diviene Luce. E se è dal Caos che nascono le stelle danzanti (per dirla alla Nietzsche maniera), be' allora ci troviamo di fronte ad una interpretazione caotica e generatrice di un'atmosfera ricca di pathos e di rabbia. "Salute a te o' dolorosa alba, spargi la tua flebile luce, affinché' tu possa regnare per tanto tempo" ecco che forse possiamo comprendere l'associazione con Lucifero, stella del mattino. Viene annunciata una catastrofe senza eguali, in cui si sfideranno le forze del bene e del male, in un'ultima battaglia. Il significato che vuole passare è che dunque il male è ovunque e non può essere sorpassato, quindi bisogna avere rispetto e riverenza poiché arriverà a regnare in eterno.  La morte di quel Dio menzognero diviene il Castigo che il titolo del brano vuole passarci come idea. Un castigo che le forze del male aspettano da anni, in un chiaro segno di indissolubile ribellione che - ora come ora possiamo dirlo in definitiva - ha caratterizzato la vita dei Dissection.  Un annichilimento che gli strumenti trasformano in musica e che riesce a richiamare l'attenzione dei presenti e di chiunque ascolti il brano. Questo insieme strumentale, che unisce melodia a furiosi battiti, ci cattura l'anima, risvegliando il piacere di scoprire ancora di più, di ascoltare ancora di più'...come una droga non possiamo farne più a meno. Il fragore del momento accentua questa immagine della Morte che arriva sul suo destriero, facendoci ritornare in mente la meravigliosa opera di Necrolord, usata come artwork delle prime due opere. In questa si stagliava la figura della morte con una clessidra in mano, in mezzo ad un paesaggio morto, fermo e freddo, governato dalla neve e da toni e colori scuri, violacei e grigiastri. 

Unhallowed

Continuiamo con un riff che introduce Unhallowed (Non consacrato). Una introduzione veramente furiosa e con tutti gli stilemi tipici di un black metal primordiale a cui segue uno classicamente più melodico, ci abbracciano in questo continuo. Jon sembra amare particolarmente questo brano, divorando ogni secondo come un treno in corsa. Piantati i semi del Nero, ovvero piaga, pestilenza e dolore, aspettiamo che si abbattino ben presto in quel momento del giorno che vede sia la luce che la notte. Giunge il tempo che i possenti guerrieri dal sangue sconsacrato, uniti spalla contro spalla per combattere la supremazia della luce, si uniscano. Sembra di assistere ad una vera e propria marcia che cadenza il passo di questi ultimi, pronti a distruggere il regno di Dio. L'arrangiamento aumenta la sua velocità, dimostrandoci di come- anche dal vivo - i nostri siano padroni indiscussi della scena. Sembra di essere circondati da un paesaggio tetro, pronti a muovere guerra contro le scialbe forze del bene. Ed infatti, come un urlo di battaglia, parte un battito di doppia cassa e la bruciante chitarra  che insieme mantengono alto i battiti del cuore. "La tua maestosità è la nostra; saremo il tuo strumento e la spada che porterà loro la dannazione" .  Possano le loro anime bruciare, essere dunque trafitte dalle nostre lame e non andare in pace, piangendo lacrime amare. Sembra che l'Apocalisse stia per giungere senza preavviso su quel palco, permettendo alla suggestione, al tempo ed anche alla classica durezza ed emozione di un concerto del genere può provocare. Ogni parola che pronuncia Jon, è una parola sconsacrata; un tassello immancabile per ricreare un quadro altrettanto indimenticabile. Non voglio fermarmi e non si fermano. Presto la Notte scenderà e le legioni colpiranno il castello che si sono creati nel tempo. Il destino si rivelerà come un leone dagli artigli affilati, pronto a colpire e a cibarsi persino della carcassa. Ma ancora nulla può dirsi perduto, poiché ancora il concerto non è terminato...possiamo dire di esserne a circa metà ma l'emozione aumenta proporzionalmente al minutaggio ed in chiusura i nostri danno un piccolo assaggio di un gioco con le corde della chitarra.

Thorns of Crimson Death

Tutto diviene improvvisamente nero, sembra che il palco sia stato inghiottito dall'oscurità ma le voci dei presenti continuano ad inneggiare come in un'arena il nome dei Dissection. Ritorna dopo poco la flebile luce che illumina quel grande palco, mentre Jon ringrazia i presenti e nell'immediato annuncia il prossimo brano. Senza alcuna sosta, è tempo di esplorare una delle tracce più particolari di "Storm of the Light's Bane": Thorns of Crimson Death (Spine di una Morte Cremisi).  Un accordo commovente e malinconico  prende il sopravvento fin dall'inizio, introducendoci il brano in tutta la sua magnifica essenza. Che sia la classica quiete prima della tempesta? Be' lo vedremo. Effettivamente, dopo la  piccola ed eclatante distorsione delle chitarre prende il comando Jon ,  accompagnato dalla batteria e da un sottofondo strumentale che diviene quasi matrice di molte composizione del metal estremo che conosciamo. Le immagini ci vengono subito proposte:  pianure spaventosamente silenziose e ghiacciate che si stagliano in un continuum dello spazio tempo. Sembra essere giunti d'innanzi un luogo angosciante, dove il Male continua ad esistere custodendone il nexus. Gli anni che passarono sono ormai secoli e tutti coloro che son morti sembrano ormai essere stati dimenticati sebbene continui a vivere la memoria . Asklund batte il timpano e  sancisce l'infiammante marcia del brano, donando un particolare avvolgente ed oscuro in sottofondo, mentre Sei Teitan ritorna e si presta a sottolineare le parole: "Senti i cori. Era forse il vento che portava indietro le loro grida? Una volta furono forgiati dal sangue, affilati dalle spine della morte color cremisi". Ed è attraverso l'aria che le loro voci possono essere riascoltate e ritornano in vita dopo troppo tempo catturati da un sonno profondo, sebbene la Morte non ha dato prova della loro dipartita. Scolpiti da tempi oscuri, frammenti di storie e racconti, vengono continuamente catturati e legati al vento che si lamenta e porta di nuovo in vita le loro grida. Un silenzio sopraggiunge, prima che Jon riparta con un grido graffiato, che nella traccia originale era sostenuto dalla voce di Erik Hagstedt, in arte "Legion" dei Marduk. Concludendo con un'ultima strofa prima di raggiungere la chiusura della traccia: "Senti i cori. Era il vento a riportare le loro grida. Forgiati nel sangue dalla tragedia. Erano oscure le spine della morte color cremisi.

Heaven's Damnation

Senza volersi fermare, i nostri riprendono immediatamente le redini in mano, aprendo le porte di Heaven's Damnation (la Dannazione del Paradiso). Si parte con note che incalzano in un melodico particolare. il canto graffiato e maligno di Jon, ci trasporta su oceani di sangue e regni di terrore dove la notte semina il proprio freddo e su cui un oscuro inverno mira. I ragazzi in platea si dimenano, fanno headbanging e si spingono per dimostrare la loro foga ed emozione. In tutto questo la sei corde ed il doppio pedale marciano insieme. Guardiamo il cielo piangere lacrime color cremisi, impregnate della nebbia di un ardente odio.. Quello che i quattro ragazzi muovono, è una minaccia mossa contro il Paradiso.  Anni di oblio ed ecco la visione mostrataci in una profonda osservazione di ciò che ne sarà del Paradiso. Foreste maledette, una natura contaminata dal Male che si manifesta nell'incedere degli strumenti.  Ci mostrano un caos oscuro fatto di eterna notte, che riesce a risveglia istinti e pulsioni primordiali e distruttivi, grazie all'ensemble strumentali. Jon e Teitan continuano la ridda con la chitarra, riuscendo a tenere attivo il palco ed il pubblico. Subito un piccolo silenzio per poi ripartire con note melodiche ed assai contenute, quasi come una cornice di un quadro che in questa dimensione vuole rappresentare una musica che sublima quella dannazione.

In the Cold Winds of Nowhere

Nemmeno il tempo di riprenderci che In the Cold Winds of Nowhere (Nei Venti Freddi del Nulla), proveniente dal 1992, fa la sua entrata. La carica adrenalinica sale senza sosta con il battere della batteria, mentre gli altri strumenti giocano un ruolo chiave nel creare un'atmosfera capace di catturare l'essenza del brano.. Siam sulla strada per un viaggio senza fine, all'insegna dell'eternità, mentre nel profondo abbiamo coscienza che per liberarsi di queste spoglie terrene abbiam solo bisogno di sentire i rintocchi della campana della morte. Un assolo si fa prestante ed  avvolgente, terminando con il grido di Jon. Proprio quest'ultimo fa da spartiacque tra la prima parte del brano e la seconda, caratterizzata da un ensemble melodico ripetuto, più truce ed al tempo stesso oscuro che ci trasporta nel nostro subconscio, nei venti freddi del nulla. Una forza distruttrice ed al tempo stesso creatrice, ecco la morte che ci abbraccia cadendo nell'armonia più oscura, nell'abisso senza ritorno. Soltanto da lei possiamo curare le sofferenze delle anime che si dimenano su questa Terra, trasportati sempre e costantemente da quei venti freddi. Stiamo dunque parlando di una particolare ed interessante visione del nostro che vede contrapporsi una morte fisica ed una spirituale, nel profondo della nostra mente, ove l'oscurità regna in equilibrio con la luce. Il brano si veste di una sorta di presagio di quello che ora sappiamo. Di quel suicidio quasi rituale che ha permesso allo stesso frontman di liberarsi delle spoglie terrene ed andare via con onore. I venti freddi diventano una metafora per designare l'ultimo sospiro prima di morire. La brezza che sta prendendo in pieno i ragazzi dal palco è  difficile, energica e canale di determinate emozioni che, forse inconsciamente, lo stesso Jon ha inserito nella sua giovinezza.

Elisabeth Bathori

Altro brano presente nel DVD del live album e che dimostra essere una ode ad uno dei gruppi della scena estrema, talvolta bistrattati. Stiamo parlando dei Tormentor e questa è Elisabeth Bathori. Rullo di piatti per Asklund, mentre Jon accorda la chitarra e tra l'incitamento dei ragazzi in platea, inizia alzando le braccia al cielo ed incitando tutti a gridare e cantare. Parte Jon con il canto graffiato: "Questa è la storia di Elisabeth Bathori, il cui sangue è nostro...puro sangue ungherese". In lontananza un castello oscuro, mentre le campane suonano e le donne piangono. Questa notte Elisabeth non riposerà, terribilmente corrotta e ammaliata dagli occhi chiusi delle ragazze uccise per suo ordine. Un'immagine atroce si ricompone d'innanzi ai nostri occhi mentre il cadenzato incedere si presenta: corpi morte di giovani donzelle su mistici cerchi, sotto le cui unghia vengono inseriti degli aghi ed i loro corpi morti sotterrati. Il reiterato proseguo della chitarra di Teitan, mentre Brice continua a marcare il metro con cui vengono delineati i punti del brano grazie al suo basso, la situazione si presenta più critica del previsto. Un amante, probabilmente il servo della contessa, si fa avanti: "quanto ardisco il tuo respiro grazie al quale i desideri diventano verità.  Sono un peccatore amante della morte. Le preghiere malefiche sono accolte da Elisabeth Bathori, contessa del mio fuoco. Sei il suo sacrificio, darai il tuo sangue e lei si farà un bagno nella tua essenza". Una donna potente e senza pietà, la quale è riuscita ad accaparrarsi la nomea di Contessa Sanguinaria con le sue pratica di ricerca della giovinezza. Riprendendo il testo dei creatori del brano, i Dissection la presentano come "cacciata dai suoi desideri più selvaggi" . Una donna insaziabile, anelante la giovinezza per mezzo del bagno nel sangue delle vergini. Un brano sicuramente inaspettato, quasi mai proposto in sede live ma che i nostri hanno voluto indirizzarci per chissà quale ragione. Si parla infatti di una cover molto vecchia, appartenente ai primi anni '90, con cui si accaparrarono un posto in diverse classifiche. Con la cover riuscirono persino a partecipare alla celebre compilation 'W.A.R. Compilation, Vol. 1", riuscendo a conquistarsi le lodi ed apprezzamenti (e raggiungendo a firmare un contratto) con la No Colours Records. Personalmente, se gia' i Tormentor resero celebre questo brano con la loro tipica esecuzione, i Dissection la portano ad un livello ulteriore, creando un vero e proprio ponte per altre tipologie di cover che possiamo trovare nell'EP del 1996 dal titolo "Where Dead Angels Lie".

The Somberlain

Continuando questo percorso, tocca al celebre The Somberlain. D'innanzi a noi si staglia una via tetra, avvolgente, scandita dai battiti di batteria e dalla sei corde di Jon. Un tappeto sonoro su cui ci incamminiamo per raggiungere l'inizio vero e proprio di uno dei brani più conosciuti dei nostri, tra l'altro title-track del primissimo album pubblicato anni orsono. Una cadenzata e furiosa marcia che irrompe i timpani, mentre si mostrano sul palco nel loro tipico modo di essere.  Presto Jon si avvicina alla microfono, dopo essere stato vicino al bordo del palco ed inizia a decantare: "Precipito ancora ed ancora, lì dove la luce è andata via; potrei sentire l'oscurità abbracciare la mia anima". Alla stregua di quanto abbiamo appena avuto modo di ascoltare, lo stesso Jon con un ribelle canto, continua: "ho capito che ero lì, lì dove appartengo", accompagnato dai leggeri ma decisi colpi di Asklund. Il viaggio è iniziato, attraverso l'infinità dell'anima, oltre l'umana mortalità lì esiste ciò che cerchiamo: la tranquillità ove poter prosperare nel male in eterno. Una visione piuttosto ricca di simboli e di idee, capace di far resuscitare l'idea personale del suicidio, che come ora sappiamo, risulta essere un argomento abbastanza vicino al nostro frontman. Viene visto come la fine di un percorso di peregrinaggio, una sublimazione dell'essere che termina di patire, liberandosi della forma mortale. Proprio per accompagnare la logorante immagine che si desta, l'atmosfera cambia, variando nella sua dimensione e mostrandoci - anche solo con l'uso degli strumenti - delle terre di cristallo, frutteti di rancore, sofferenza e lacrime, la nostra esistenza continua a sentir la chiamata di questo meraviglioso silenzio. Una tetra bruma ci inghiottisce mentre guardandoci indietro riusciamo a scorgere il monumento del nostro passato, raggiungendo la terra del riposo spirituale. Il giorno quindi della discesa, la discesa nel divino dominio del maligno. Proprio su quest'ultima immagine passataci, la fiamma degli strumenti torna a brillare, tornando a richiamare e sottolineare la solennità del ritornello: "I am the Somberlain" grida Nödtveidt guardando il pubblico, forse cercando quella forza di attraversare i cancelli, di fare quel passo nel vuoto che permetta di giungere a quella trasformazione - in una visione del tutto spirituale - dell'anima. "Perché sono Notte Eterna".

A Land Forlorn

Siamo giunti al termine di questo intimo incontro. A voler rappresentare la cesura di questo giorno, arriva dopo i ringraziamenti A Land Forlorn (Una Terra Dimenticata). La doppia cassa iniziale di Asklund rivela un cammino brumoso ed oscuro quale quello che abbiamo percorso fino ad ora. Quel gruppo di Uomini temerari che abbracciano la propria ombra, superando se stessi, probabilmente siamo proprio noi. Senza aspettare troppo, la chitarra principale di Jon fa la sua entrata sulla scena, legata alla successiva entrata degli altri strumenti che riescono a creare la perfetta e decisa sintonia per questa ultima ridda sul palco. Il batterista preme sul pedale dell'acceleratore e la cavalcata prosegue con le sei corde di Jon e Set Teitan, mentre Brice mantiene il ritmo, rimanendo in disparte ma facendosi sentire in ogni dove. Un ensemble di strumenti che sembrano danzare per riuscire a ricreare un trampolino di lancio per comprendere una prima strofa improntata sul superare i propri limiti. "Siamo la più atroce ed oscura vendetta che cerca la propria preda", così Jon elargisce con il suo eloquio. Le dita continuano nella creazione di un riff prestante, dovendo sostenere il peso e la stanchezza che dopo un'ora di ininterrotta musica si fa sentire. Immediatamente riprende il ritmo e con la voce continua a delineare la presenza dei protagonisti: "Siamo la marcia della profanità, la Razza più oscura che risorgerà di nuovo, contro lo stormo dei deboli, avvicinandosi alla terra dimenticata"; sulla fitta rete tessuta dagli strumenti il significato prende forma, mostrando sprazzi di immagini di una "terra dimenticata", probabilmente quella di un passato rinnegato in favore di un Dio menzognero. Lasciamo alle spalle gli sproloquio e osserviamo il giungere di un'orda in quella terra dimenticata, ove le anime più oscure verranno liberate ed il Regno della Dannazione risorgerà; un incedere maligno, accompagnato da alte fiamme. Gli intenti sono palesi: riprendersi un territorio ormai inaridito dalla Luce del sole che acceca le menti dei più deboli. Cosa che questa sera hanno fatto ampiamente, divorando il palco e permettendo ad un pubblico giovane e non di godersi un'esperienza unica e - per via di cose - irripetibile.

Conclusioni

"Il Satanista decide della sua vita e della sua morte, preferendo andarsene con un sorriso sulle labbra quando ha raggiunto l'acme della sua vita; decide di andare oltre ogni cosa, trascendere l'umana esistenza. Tuttavia è completamente anti-satanico decidere di terminare la propria vita solo perché si è tristi. Il Satanista muore ma è forte, non debole per l'età, malattia o depressione, preferendo la morte al disonore! La Morte è l'orgasmo della Vita. Vivete la vostra vita nel modo più intenso possibile!"

Questa è la frase con cui, in un'intervista, il nostro Jon mostra la sua personale visione, forgiata dal percorso spirituale intrapreso  con il MLO (acronimo di Misanthropic Luciferian Order). Forse servirebbe analizzarla, cercandola di estrapolarla dal contesto in cui è nata per proiettarla a dopo la sua morte. In effetti in questo live possiamo scorgere un Jon vivo, a tratti serioso ma capace comunque di mostrare un determinato spirito che solleva gli animi dei presenti, facendo divertire e sentire partecipi chi dalla platea ha avuto la fortuna di assistere ad uno degli ultimi concerti del frontman. Il presente disco, come anticipato prima, uscì come un CD bonus insieme al DVD "Rebirth of Dissection" del 2006, tuttavia successivamente si decise, solo dopo poche uscite, di accorpare le due pubblicazioni in una, creando il presente "Live in Stockholm". Per una questione di minutaggio, la Escapi Music decise di non inserire alcuni brani che comparivano originariamente nel DVD ma che fanno parte della carriera artistica dei nostri e pertanto ho deciso di unirli di mio pugno a questa opera. In effetti il presente live rappresenta il sunto di anni ed anni di idee, pubblicazioni, creazioni strumentali e tanto altro ancora, riuscendo a realizzare un lavoro pregno di ogni aspetto, facendoci viaggiare dai primi momenti in cui spingevano su arrangiamenti più melodici ma comunque spinti, arrivando all'intermezzo del meraviglioso periodo di "Storm of the Light's Bane" in cui possiamo constatare una crescita ulteriore, giungendo al cambiamento radicale avvenuto con l'ultimo "Reinkaos", in cui si mostra una successiva crescita non solo spirituale, fisica e intellettuale ma anche a livello artistico. A mio avviso il presente live si presta facilmente all'interpretazione di un testamento che - solo e soltanto a postumi - possiamo considerare necessario. La morte di Jon sconvolse tutto e tutti. Non ce lo si aspettava. Ricordo che quando lessi la notizia su un giornale svedese online, ero addirittura impietrito per via di un gesto così estremo. Eppure è cosi, la morte colpisce solo chi resta. Perché in verità lui sapeva cosa stava facendo, non era un folle, tantomeno un visionario che voleva fare audience.  Proprio in questo live mostra di essere freddo, come se volesse dare un omaggio, un dono a tutti ma allontanarsi piano piano per non gettare tutto al vento. Dalla data del concerto mancava veramente poco a quel giorno fatidico, un solo mese separava dal raggiungimento con un'elevazione superiore. Come detto in fase di introduzione, il lavoro uscì decisamente postumo dalla sua dipartita, permettendo di lasciare un ricordo definitivo di questa classica avventura. In definitiva il live risulta coinvolgente, capace di catturare l'orecchio di chi ascolta da casa o il corpo tutto di chi era il fortunato che sostava sotto il palco. Sebbene i nostri non siano stati i classici tipi che mostrano "giochi di prestigio" sullo stage ma preferiscono non fermarsi e proseguire imperterriti il proprio cammino, con qualche incitamento al pubblico qui e li' e qualche problema tecnico rivisto velocemente, i Dissection si confermano essere quello che sono sempre stati: fedeli a se stessi. Per questo reputo che, anche nell'ultimo periodo e - soprattutto direi - con quello che successe dopo, si meritino il prestigio che il loro nome ha cucito addosso, anche se solo riservato a pochi eletti rispetto a nomi piu' grandi della stessa scena del metal estremo.

1) A the Fathomless Depths
2) Night's Blood
3) Frozen
4) Maha Kali
5) Soulreaper
6) No Dreams breed in breathless sleep
7) where dead angels lie
8) Retribution - Storm of the Light's Bane
9) Unhallowed
10) Thorns of Crimson Death
11) Heaven's Damnation
12) In the Cold Winds of Nowhere
13) Elisabeth Bathori
14) The Somberlain
15) A Land Forlorn
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