DIO

Holy Diver

1983 - Warner Bros.

A CURA DI
FABIO FORGIONE
08/08/2016
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10

Introduzione Recensione

Parlerò al presente. Nel corso di questa mia disamina di uno dei più grandi artisti e delle più belle voci (se non la più bella) della scena rock mondiale, parlerò al presente. Perché, per quanto mi riguarda, Ronald James Padavona, in arte Ronnie James Dio, non è mai morto. No, è semplicemente andato ad allietare con la sua indescrivibile voce quel mondo fantastico e pullulante di creature immaginarie, al quale forse ha sempre desiderato riunirsi, e che ha amato descrivere durante il mandato ricevuto dalla Musa Calliope. Mandato svolto in maniera più che eccellente, direi impeccabile, iniziando a cantare giovanissimo, nel lontano 1957, a soli quindici anni, ed entrando nel firmamento dell' Hard'n Heavy fondando la sua prima rock band, gli Elf. Con gli Elf il Folletto di Portsmouth, ribattezzatosi Dio e non certo per un irrefrenabile slancio religioso, ma per mettere ulteriormente ed orgogliosamente in risalto le proprie origini italiche (Johnny Dio era un noto gangster Italo americano quando Ronnie, adolescente, muoveva i suoi primi passi a Cortland, N.Y., nel mondo della musica) incide tre album: l'omonimo debut nel 1972, "Carolina County Ball" nel '74 e "Trying To Burn The Sun" nel '75. L'avventura con gli Elf prosegue dunque a gonfie vele, fin quando un certo Ritchie Blackmore, anch'egli appassionato di fantasy e di musica medievale, ed in crisi con i Deep Purple, non viene attratto dall'immenso talento e dai comuni gusti in fatto di tematiche del cantante. Lo recluta quindi per entrare a far parte dei nascenti Rainbow, band con la quale Ronnie incide altri tre LP: "Ritchie Blackmore's Rainbow", "Rising" e "Long Live Rock 'n Roll", finché nel 1979, in seguito ad alcuni dissapori nati col virtuoso ed eccentrico chitarrista, il Nostro non decide di abbandonare la band per approdare alla corte di sir Tony Iommi,che nel frattempo aveva licenziato un Ozzy Osbourne ormai desideroso di intraprendere la carriera solista. Con i Black Sabbath, Dio incide due album, con i quali riesce a donare una nuova nonché grande linfa vitale ad una band che si era un po'persa per strada: abbiamo quindi il celeberrimo "Heaven And Hell" (1980) e l'altrettanto famoso "Mob Rules" (1981). Ma il deciso cambio di sonorità e di contenuti di cui il folletto è alfiere mal si sposa con l'attitudine cupa e funerea da sempre inconfondibile trademark del combo di Birmingham; e, nonostante l'ottimo riscontro ottenuto dalle due release (soprattutto la prima) Ronnie, per l'intensificarsi di alcuni dissapori con Iommi e Butler, si separa consensualmente dal gruppo dopo aver inciso il "Live Evil". Ed è proprio da questo split clamoroso e per certi versi assurdo (pare infatti che il pomo della discordia fu rappresentato da un eccessivo innalzamento dei volumi della batteria, da Iommi frettolosamente ed erroneamente attribuito al cantante) che nascono quindi i Dio, una band nella quale il Nostro avrebbe potuto continuare il suo percorso stilistico, a suo dire troppo "inadatto" ai Black Sabbath, troppo orientati verso tematiche più cupe ed oscure. Proprio in quegli anni, infatti, Ronnie aveva ancor più maturato le sue passioni per la letteratura fantasy e fantascientifica, per l'epica e per i romanzi d'avventura, desiderando profondere queste sue conoscenze nella sua musica. Nel giro di un anno, Ronnie mette su una band eccezionale, portando con sé il batterista Vinny Appice dai Black Sabbath, reclutando l'ex bassista dei Rainbow, Jimmy Bain e (intuizione geniale tipica solo dei più grandi) convocando un giovanissimo e semisconosciuto chitarrista irlandese di nome Vivian Campbell, militante negli Sweet Savage, una band della scena underground della N.W.O.B.H.M. La scelta si rivelerà, come vedremo, azzeccatissima, non solo per il grandissimo talento mostrato dal giovane guitarist (verrà da molti paragonato ad Eddie Van Halen) ma, soprattutto, per la sua naturale inclinazione ad interpretare al meglio le direttive stilistiche di Ronnie. "Holy Diver", prima release ufficiale dei Dio, vede dunque  la luce nel maggio 1983; un lavoro registrato presso i "Sound City" di Los Angeles e prodotto dallo stesso Dio, in collaborazione con un vero e proprio team di italo americani (engineering a cura di Angelo Arcuri e masterizzato da George Marino, collaboratore di AC/DC e Led Zeppelin, in futuro anche di Guns n' Roses e Bon Jovi), la cui uscita viene patrocinata da ben tre etichette: la "Warner Bros." per il Nord America, la "Vertigo" per il Regno Unito e la "Mercury Records" per Europa e Giappone. Il disco vede la luce nel periodo d'oro della N.W.O.B.H.M.,con numerose bands nel pieno del loro estro compositivo (Iron Maiden, Judas Priest, Saxon, Motorhead, Raven, Venom tanto per citarne alcune), pronte a darsi battaglia sul mercato a colpi di album sensazionali e tour mondiali di notevoli  proporzioni. Ma tutto ciò non sembra impensierire più di tanto il buon Ronnie il quale, facendo appello ai sentimenti più reconditi e misteriosi che albergano nel suo animo, oltre che alla sua innata attitudine Heavy, tira fuori quello che è in breve tempo divenuto non solo il suo disco più rappresentativo, ma anche uno dei più grandi dischi Heavy Metal di sempre, ottenendo le certificazioni di Disco d'Oro negli Usa nel 1984 e Disco di Platino nel 1989; senza scordarsi il Disco d'Argento ottenuto nell'84 nel Regno Unito. Prepotentemente, maestosamente,con la semplicità e il disincanto tipici delle menti eccelse, il Nostro colloca la sua opera lì, nell'Olimpo dei più grandi di sempre, nell' iperuranio, quel mondo fatto di simboli ai quali facciamo riferimento quando cerchiamo un referente materiale di un concetto supremo di bellezza, parto di una mente che va aldilà della umana comprensione. È  questo che ha fatto Ronnie con "Holy Diver", ha creato e consegnato a noi tutti un ideale di perfezione artistica, simbolica, emotiva, umana. La materializzazione delle sue esperienze oniriche che rimandano a epoche remote,che rievocano creature fantastiche e luoghi al limite dell' immaginario, è affidata  ad un cerchio piatto  in vinile di colore nero lucido, della durata di  quarantuno minuti e mezzo. Tramite quel cerchio piatto, noi comuni mortali, abbiamo libero accesso al suo mondo, diventiamo partecipi dei suoi racconti ma anche dei suoi deliri e delle sue paure. Perle di rara bellezza si susseguono l'un l'altra, carmi immortali destinati a rimanere indelebili nei nostri animi, vestigia di un'era della musica che è stata, e che non tornerà. Non posso e non voglio stilare una classifica, semplicemente perché non vi è, in questo disco, un brano "meno bello" dell'altro; tutti, allo stesso modo, incarnano le varie sfaccettature dell'animo dell' artista. Ecco allora la rocciosa e furente opener a farsi portavoce della sua parte più rabbiosa, il meraviglioso anthem della title track ad incarnare il suo lato più intimistico, l'oscura "Gypsy" preposta a mostrare la sua vena più cupa e sinistra, "Straight Through The Heart" a sviscerare il piglio del poeta, "Rainbow in The Dark" a racchiudere in sé, in un ideale abbraccio, tutte le peculiarità presenti nell'opera, in un mistico compendio che la erge a summa della sua produzione. Il tutto, inoltre, degnamente rappresentato da un artwork particolarissimo ed iconografico, potente ed a tratti shockante, viste le enormi polemiche che attirò sin dall'uscita del disco. Su di essa troviamo, per la prima volta, quella che sarà la mascotte ufficiale dei Dio, ovvero Murray, il demone oscuro perennemente intento a sfoggiare il famoso "horns up", gesto del quale Ronnie si è sempre considerato "inventore", gareggiando spalla a spalla con un certo Gene Simmons, il quale anch'egli rivendica la paternità della suddetta iconografia. Curioso come il gesto sia divenuto parte dell'immaginario di Dio grazie a sua nonna, originaria del Sud Italia, la quale era solita "far le corna" per scacciare le energie negative. Tornando all'artwork, la figura di Murray viene presentata da Ronnie con un vero e proprio racconto fantasy, scritto di suo pugno: il "mostro" non è altri che una creatura leggendaria, figlia di un antico sovrano d'una stirpe vissuta sulla terra milioni di anni fa. Giacché un avversario di suo padre predisse al Re che egli sarebbe morto a causa del suo primogenito, il padre di Murray ordinò l'uccisione del figlio, il quale venne salvato dalla madre, in extremis. La donna lo rinchiuse in una caverna ai confini del mondo, cibandolo con una potente pozione elfica, la quale lo avrebbe reso forte ed in grado di combattere il male, tuttavia l'avrebbe fatto piombare in un sonno semi-perpetuo, dal quale si sarebbe risvegliato dopo eoni. Al suo risveglio, Murray si trovò nella nostra civiltà; nessun umano, tuttavia, voleva avere a che fare con lui, scappando alla sua vista. L'unico essere che gli si avvicinò e lo considerò suo amico fu proprio il nostro Ronnie, il quale lo ribattezzò proprio Murray (il nome originale della creatura era Murralsee) e cominciò a conversare con lui, facendosi narrare miti e leggende arcane, le quali finirono dunque nei testi di "Holy Diver". Per ringraziarlo di tutto ciò, Dio propose a Murray di venir raffigurato sulla copertina del disco, in modo tale che tutti avrebbero finalmente potuto "conoscerlo", senza inorridire. Giungiamo dunque a questo artwork, definito "shockante", proprio perché in esso il demone è intento a scagliare in acqua un prete incatenato, il quale osserva il cielo con uno sguardo stralunato, quasi chiedendo aiuto. Una cover art che attirò l'ira di numerose associazioni religiose, tuttavia il cantante spiegò che non v'era intento dissacratore, dietro il disegno: era una scena interpretabile in mille modi, figlia delle sue passioni per miti e racconti. Una polemica che tuttavia non si spense, visto anche che il logo della band, se "capovolto", secondo molti descriverebbe la parola "Devil", proprio per via dei particolari caratteri in cui il monicker "DIO" è scritto. Altra faccenda che Ronnie smentì, definendola una pura coincidenza e null'altro. Insomma, gli elementi tipici di ogni disco leggendario sono, or dunque, tutti presenti. Spero, nel mio piccolo, di riuscire a render la dovuta giustizia ad un capolavoro immarcescibile, addentrandomi or ora nell'analisi dei brani.

Stand Up And Shout

I tre minuti e venti secondi iniziali di questo LP sono occupati da "Stand Up And Shout (Alzati ed urla!)", e il buon Ronnie rompe subito gli indugi, sgomberando il campo da ogni equivoco. Ciò che intende offrire ai suoi fans non è altro che puro e semplice Heavy Metal, quello classico, sanguigno,veloce, furente, suonato con l'anima. L'attacco del pezzo è la quintessenza dell'adrenalina applicata alla musica, lo straordinario e sorprendente Campbell (ahimè, non mi rassegnerò mai alla sottovalutazione che ha accompagnato questo ragazzo nell'arco della sua carriera) impazza come un forsennato tra le pieghe della ritmica, inanellando riff al fulmicotone, rapidissimi, chirurgici, straripanti. L'ottimo Bain lo segue a ruota, sostenuto dal drumming serrato preciso di Appice. L'apoteosi avviata con la rapidissima intro strumentale viene sublimata e completata dall'ingresso nel pezzo del nostro Elfo, a dir poco trionfale, come da par suo.  Il tono, alquanto contenuto e volutamente ammansito nella intonazione della strofa, diviene deflagrante sul refrain, quando l'urlo "Stand Up And Shout!!", pronunciato con tutta l'enfasi e la limpidezza di cui Ronnie è capace, diviene emblema stesso di un coinvolgimento emotivo raramente raggiungibile in un pezzo di così breve durata, in cui la band sa bene di non avere molte occasioni a disposizione per catturare l'anima dell' ascoltatore ed elevarla al rango supremo della totale sinergia. Poche occasioni dicevo, ma qui non se ne fallisce una che sia una. Subito dopo il bruciante bridge, trova infatti posto un grandissimo assolo di Campbell, veloce, roccioso, energico, e "sporcato"dal distorsore quel tanto che basta per porgere un biglietto da visita più che strabiliante (non fosse bastata l'esecuzione del riff). Non sbaglia, a parer mio, chi ha paragonato il giovane Vivian nientemeno che a Van Halen. Le analogie ci sono tutte, e sono anche evidenti. Mi permetto di aggiungere però, che rispetto all' olandese, Campbell mostra una più marcata attitudine epica nell'interpretazione, quasi naturale direi, visto il trademark compositivo di Ronnie, da sempre improntato a rievocare atmosfere fantasy e a fonderle con un sound decisamente Heavy. Dopo il momento solista, il pezzo riacquisisce il suo trend frenetico e indiavolato, in cui le scorribande vocali del singer impazzano letteralmente e, nei momenti finali, vengono raggiunte da un secondo, ruggente guitar solo, che di fatto chiude il brano, senza che la devastante ritmica faccia accusare il benché minimo calo d'intensità. Il testo è un'esortazione da parte del Folletto a vivere la propria vita, le proprie esperienze da protagonisti e non da comprimari. Ha senso prodigarsi e dare sé stessi per una causa che non si sente propria? Che valore ha intraprendere un cammino il cui tragitto e il cui obbiettivo sono stati tracciati da altri? Risposta secca: nessuno. Ed ecco che allora il Nostro rivolge il suo accorato e fiero invito ad alzarsi e urlare le proprie ragioni, a rivendicare il ruolo della propria individualità, in un mondo che, troppo spesso, l'individualità la reprime e la inibisce, perché un uomo che "vuole" e che pensa  è, da sempre, nemico dichiarato della massa uniformata. Mi sia concessa licenza di fornire una interpretazione metaforica del  testo, che ad alcuni potrà apparire scontata, ad altri forzata(è anche questo aspetto così mutevole  e variabile a rendere dannatamente affascinante il "mestiere" del recensore): dietro l'apparente distacco oggettivo dell'esortazione e della polemica, non è certo difficile individuare nei Black Sabbath i bersagli prediletti degli strali dell'autore, essendo note le divergenze e le tensioni createsi tra lo stesso Dio e la band  di Iommi ai tempi del "Live Evil", rea di aver sempre imbrigliato il suo estro compositivo all'interno dei rigidi e pedissequi schemi dello stile sabbathiano, tradizionalmente appannaggio del "dispotico"chitarrista  e del fedele Butler. Il buon Ronnie non le mandava certo a dire e, a ben vedere, il precedente, clamoroso split da Ozzy, autorizzerebbe a più di qualche lecito sospetto.

Holy Diver

Un vento soffia lugubre e sinistro (un dettaglio che pare derivare da una lunga visita di Ronnie ad un castello inglese, a proposito della quale dichiarò d'essere rimasto colpito proprio dall'impetuoso sibilo prodotto dal vento che passava tra i torrioni e i cunicoli dell'edificio), un minaccioso e prolungato ululato spezza il silenzio, mentre un evocativo sottofondo di tastiere ricrea un'atmosfera cupa e crepuscolare. Si annuncia così la title track, nonché seconda traccia e singolo di lancio dell' album. A seguire, come un fulmine che squarcia da mezzo l'aria, il riff di Campbell apre le danze, accompagnato dalle sinuose linee del basso di Bain e dai colpi secchi e precisi di Appice sul suo drumkit. L'incedere pesante, lento e malinconico prepara nel migliore dei modi l'ingresso di Ronnie nella strofa. La sua meravigliosa voce assume un tono suadente e a tratti declamatorio, quasi fosse un aedo in procinto di raccontare all'uditorio chissà quali inenarrabili  gesta. L'autocitazione del frontman nel ricalcare struttura, ritmica e melodie già ascoltate nel brano "Heaven And Hell" di sabbathiana memoria, produce un effetto davvero suggestivo e lungi dal sapere di già ascoltato; il tutto risulta invece un momento dannatamente sincero del pezzo stesso. Ad arricchire la composizione concorre poi la dicotomia, per nulla fuorviante, tra le ritmiche sincopate e l'incedere fluido e dinamico della sezione vocale della strofa, nella quale il caleidoscopico Ronnie modula la voce, cambiando più e più volte tonalità e impostazione, adattandola alle pieghe del testo, sino a farla sfociare nei sontuosi vocalizzi e nello sfarzoso falsetto del refrain. La voce del folletto è la vera arma vincente di questo brano (ma non solo di questo brano), lo specimen che caratterizza e al tempo stesso diversifica il copione compositivo. A metà brano circa,il giovane Vivian Campbell si lancia in un lungo assolo in cui fa sfoggio di tutto il suo talento e del suo immenso estro interpretativo. Tecnicamente meno impegnativo della mitragliata del brano di apertura, il pezzo appena ascoltato vive piuttosto di un pathos a tratti disturbante, che ben si sposa con le ammalianti melodie con cui il grandissimo Ronnie accompagna il brano al fade conclusivo. Le liriche del brano sono state storicamente oggetto di controversia da parte dei più svariati interpreti nel corso degli anni e, come quasi sempre quando di mezzo c'è il Rock (Metal per estensione) la polemica l'ha fatta anche questa volta da padrone. Per dare spiegazione del santo tuffatore di cui parla il testo ("Holy Diver" per l'appunto) bisogna addirittura scomodare la Bibbia, per la precisione il "Libro delle Rivelazioni" (nonché "Apocalisse di Giovanni") 12:9 e 13:1, in cui viene narrato l'episodio del lancio (il tuffo) di Satana nelle viscere della terra (dal quale si suole far derivare mitologicanente la nascita dell'  inferno), allorché, ribellatosi a Dio,  Lucifero venne dallo stesso maledetto ed espulso dalle schiere angeliche. L'altro episodio biblico narra della tigre, immagine metaforica della bestia selvaggia che emerge dalle acque. Come conciliare allora un testo apparentemente a sfondo religioso con la forma mentis di un artista che, a più riprese, nell' arco della sua carriera, si è sempre dichiarato ateo? La risposta risiede, ed è questa in fin dei conti la mia personalissima interpretazione del testo, nella volontà di farsi portavoce di un concetto molto semplice, ma forse proprio perché troppo semplice, è stato spesso difficile da recepire e assimilare, venendo talvolta addirittura frainteso. Il Male e il Bene come valori antitetici assoluti per Ronnie non esistono, ma l'uno può tranquillamente confluire nell'altro. L'artista si è servito dell' immagine del tuffatore sacro che, sprofondato nel baratro infernale, tenta di risalire in superficie cavalcando la tigre "rimasta troppo a lungo sotto il mare di mezzanotte". Ma, cavalcandola, egli avverte che la bestia selvaggia non è completamente impura, ma anche "buona" sotto molti aspetti. Per contro, volendo vedere (come pure qualcuno ha fatto) nel sacro tuffatore la figura di Gesù Cristo, il quale, dopo essere morto sulla croce, compì un viaggio psichico proprio nell'antro infernale, assaporandone dolore e disperazione e avvertendo l'aura malvagia della tigre da lui cavalcata, la tesi catartica viene più che avvalorata. La visita di Cristo, il suo inglobare in sé elementi negativi, senza però farsene contaminare, è un'esperienza indispensabile per rispettare gli equilibri delle forze in atto, così come è stato indispensabile per Satana constatare la "parte buona" della tigre. I versi cardine del brano sono quelli in cui Ronnie proclama "Tra le  bugie vellutate vi è una verità che è dura come l'acciaio. La visione non muore mai,la vita è una ruota senza fine". A tal proposito giova anche ricordare le numerose polemiche che accompagnarono la cover dell' album raffigurante Murray, come già detto, che tiene legato un prete a delle catene, in procinto di lanciarlo, presumibilmente, nelle viscere della terra. Non mancarono all'artista pesanti e diffamanti accuse di satanismo, che egli ha sempre respinto e rigettato, spiegando che un ateo non può in alcun modo essere seguace di Satana così come non può esserlo di Cristo. L'immagine dunque, altro non è che una trasposizione grafica (geniale e irriverente per chi vi scrive) della quale l'artista si è servito per ribadire e avallare ulteriormente la personale visione dell' antitesi bene/male data nel testo. Una visione del tutto immanente di due forze per nulla assolute, ma in perenne, continuo movimento che porta eternamente l'una a confluire nell' altra,in un perfetto equilibrio simbiotico. Quel che può davvero apparire provocatorio è, senza dubbio, l'essersi serviti di immagini che fanno facilmente breccia nell'animo dei cristiani più incalliti, e che (questo il buon vecchio Ronnie lo sapeva bene) avrebbero destabilizzato molte coscienze. Artista immenso, anche nell'appeal comunicativo. In sostanza, ciò che è venuto fuori è una sintesi perfetta di quello che può essere un brano Heavy Metal: un anthem memorabile sorretto da ritmiche affascinanti. Dal brano, inoltre, è stato anche tratto il primo videoclip ufficiale della band. Un videoclip a tinte "arturiane", in cui dominano ambienti "monastici", spade e cavalieri. 

Gypsy

Un frenetico assolo di Campbell, un urlo graffiante di Ronnie, cui segue la ruvida pronuncia del titolo, annunciano "Gypsy (Zingara)", terza traccia del platter. Brano che si mostra sin da subito cattivo e muscolare, sorretto da un gran lavoro di basso/batteria mandato avanti dalla scatenata coppia Bain/Appice. Il ritmo è cadenzato e il buon Ronnie interpreta le strofe, in maniera piuttosto inconsueta per lui, con voce vetrosa e perfida. L'incedere ripetitivo, quasi assillante della strofa, lascia senza respiro, mostrandoci un Ronnie che sembra quasi in preda ad un delirio, terrorizzato ma dannatamente compiaciuto. Gran lavoro, in fase ritmica, anche del giovane Campbell, il quale (tanto per mostrare di che pasta è fatto) dopo lo sfarzo dell'assolo di apertura, poco dopo metà brano, piazza un altro momento solista, assolutamente in linea con il trend del pezzo, ossia malefico, ruvido, veloce e comunque ben eseguito, dando prova di grande abilità e talento, mostrandosi perfettamente affiatato con il resto della band. Un dato che merita menzione, a proposito di questo eccezionale chitarrista, è che è stato da subito calato nel songwriting dell'album, non sfigurando affatto, anzi. Ne è prova questa come anche altre tracce, come vedremo. Non un turnista quindi, ma un prezioso ingranaggio del meccanismo che concorre in toto alla realizzazione dell' opera, cesellandola con esecuzioni tecniche da manuale. Il brano scorre via così, folle, stravagante, inconsueto,velato di quell'aura leggermente malefica percepibile anche nella mancanza di una vera e propria melodia che lo caratterizzi, quel quid che fa si che lo stesso rimanga appiccicato nella mente di chi lo ascolti. E non poteva essere altrimenti, vista la perversione cantata nel testo, in cui Ronnie, estendendo il senso della song precedente, creando anzi, a ben vedere, un vero e proprio ponte concettuale con la title track (salvo poi differire nelle conclusioni), afferma di essere stato letteralmente  rapito dalla luce (elemento solare e positivo)emanata dallo sguardo della zingara protagonista delle lyrics. Zingara votata però alle forze del male(ecco l'elemento antitetico). Ancora una volta bene e male vengono deassolutizzati, si integrano, si fondono, si intersecano e si complicano. Il frontman, come estasiato dalla bellezza della gitana, cede al fascino ingannevole e capzioso della sua bella figura e, come drogato, la "cavalca", la possiede, divenendo il suo zingaro. Non vi è modo, talvolta, di sottrarsi al fascino perverso del male, è quasi impossibile sottrarsene, quali che siano le conseguenze cui si va incontro. Specialmente quando questo ci si palesa sotto mentite spoglie, rendendoci inconsapevoli vittime di un inganno, adepti di una dottrina malsana ma prodiga di piaceri. Edonismo dunque, spudorata ricerca della gioia dei sensi che ripaga in termini di appagamento  del tutto materiale, relegando la componente spirituale a mera voce di una coscienza che non vogliamo udire,alla quale fingiamo di non dar peso.

Caught In The Middle

Con la quarta traccia, "Caught In The Middle (Perso nel mezzo)", si torna decisamente su schemi più classici. L'apertura è affidata ad un secco e tagliente riff di Campbell che, in breve, viene seguito dall' accoppiata Bain/Appice, ancora una volta intenzionata ad imprimere il proprio marchio sulla ritmica portante del brano. Ed infatti è proprio il drumwork a fare da elemento trainante, mentre, abbandonate le momentanee velleità aggressive e graffianti del pezzo precedente, Ronnie pone il suo meraviglioso sigillo già dalle prime intonazioni di strofa, sfoderando  potenza e pulizia vocale a dir poco eccellenti. Premetto che il brano in questione è tra i miei preferiti del lotto, ma non c'è certo bisogno di appellarsi a chissà quali slanci emotivi per notare come la straordinaria melodia di cui il pezzo è intriso, lasci venir fuori tutta l'anima e la passionalità di un interprete a dir poco immenso. È difficile, difficilissimo non rimanere invischiati nell'epicitá del pre-chorus, in cui Ronnie, onirico e ammaliante come non mai, ci immerge in pieno nella maestosità del refrain, perennemente accompagnato dai chirurgici fraseggi di chitarra imbastiti da Campbell. È come se tutto il brano, investito di una valenza melodica brulicante di pathos, rappresentasse un accorato esercizio di stile volto a catturare l'anima dell' ascoltatore e ad accompagnarla per voli immaginari. L'assolo centrale di Campbell è poco più di un batter di ciglia, ma è una sorta di stornello medievale, affascinante e dal sapore arcaico, che ci sembra giunto da una gioiosa festa di corte. La quartina della strofa riprende il suo tema, e il brano, classico anche nell'impostazione strutturale, prosegue il suo meraviglioso viaggio, scandagliando i sensi e allietando lo spirito, sospeso tra le sinuose, suadenti, meravigliose evocazioni melodiche del folletto. Il quale ci esorta a dare ascolto alla parte di noi che troppe volte sopprimiamo, non dandole la giusta importanza. Un po' per pigrizia, un po' per paura delle responsabilità, un po'per non sconvolgere il piccolo mondo fatto di certezze e di rassicurante normalità che ci siamo costruiti, non diamo ascolto alla parte più audace e intraprendente che alberga in noi. Che però è tutt'altro che sepolta, anzi, è lì, più viva e tenace che mai. Essa, avendo vissuto per una vita sotto una sorta di coltre fatta di indifferenza e timore, non aspetta che di  essere coltivata e portata in superficie, onde,manifestandosi, completare il quadro della nostra personalità, facendoci sentire presi nel mezzo (il titolo)delle nostre due facce della stessa medaglia. L'una, frutto di anni di convenzioni divenute fallaci; l'altra, manifestazione latente del nostro lato più orgoglioso e ribelle che è restio talvolta ad emergere, ma che, con le dovute sollecitazioni, è pronto a manifestarsi in tutta la sua potenza e a regalarci soddisfazioni insperate ed immense.

Don't Talk To Strangers

La quinta traccia, "Don't Talk To Strangers (Non parlare agli estranei)" è introdotta da delicati arpeggi di chitarra, con Ronnie che per due volte sussurra il titolo della canzone, prima di prodigarsi in due suadenti, prolungati vocalizzi in falsetto. Il pezzo inizialmente ha tutta l'aria della rock ballad, con Dio che accarezza letteralmente le strofe, accompagnate dal continuo e pacato sottofondo strumentale; quando, sul volgere della seconda strofa, un rabbioso e prolungato urlo fa da preludio alla repentina esplosione del brano. Un energico riff, sostenuto da pattern di batteria altrettanto corposi, prepara dunque la strada al concitato cantato di Ronnie, deciso, veemente, cristallino come sempre. La strofa è qui però strutturata in maniera tale da richiedere un incedere melodico particolarmente dinamico, sorretta com'è dai rapidi riff di Campbell, e il buon Dio non si lascia certo pregare (mi si passi l'immagine, assolutamente non voluta), sfoderando un'interpretazione eccezionale, sia per impeto che per disarmante modulazione vocale. Appena il tempo di una strofa, un ritornello, susseguentisi l'un l'altro a notevole velocità, quand'ecco sopraggiungere il pezzo da novanta dell'intero brano: un assolo di chitarra straripante, lungo, complesso, articolato, fulmineo in alcuni passi. Un momento che non può che autorizzare lo chapeau dinanzi a cotanto musicista, il giovane Vivian Campbell, un chitarrista con un grandissimo futuro davanti a sé. L'assolo continua imperterrito la sua inarrestabile marcia, anche quando Ronnie riprende ad intonare il refrain, accompagnandolo con secche sferragliate, espressione pura di pluriacclamati stilemi metallici. Il guitar solo varrebbe (come se non ci fosse altro) da solo l'acquisto e Il reiterato ascolto del disco. Improvvisamente, come fosse appena passata una tempesta, il pezzo torna sui binari iniziali, riacquisendo il suo mood da semi ballad, con Ronnie che torna ad essere evocativo e narrante, mentre accompagna il pezzo alla conclusione con disincanto e dolcezza. Un monito, un consiglio spassionato, una preziosa lezione di vita, vengono fuori da queste lyrics. Un concetto abbastanza semplice tutto sommato, ma forse proprio perché tanto semplice, talvolta viene ignorato se non addirittura snobbato dai più: mai fidarsi delle apparenze. Mai credere che qualcosa che ci appaia sotto una determinata luce incarni la reale essenza di ciò che vediamo o ascoltiamo. La natura ingannevole delle cose ce ne preclude di fatto anche l'esatta percezione. Qual è dunque il modo giusto per tirarci fuori da questo inganno? Semplice, dare ascolto a quella impercettibile  voce che alberga nel nostro animo, e che troppo spesso ripudiamo perché abbiamo una dannata paura che possa mettere a nudo le nostre debolezze, le nostre incertezze ed esitazioni. Quella voce, in fin dei conti, altro non è che la nostra coscienza che ci mette in guardia dal commettere errori che potrebbero costarci davvero cari, impedendoci il raggiungimento della felicità. La nostra coscienza sa fin troppo bene dove risieda la verità, ed è lì, pronta per intervenire in nostro favore, svelandoci gli inganni messi in atto da perversi meccanismi che vorrebbero allontanarci dalla felicità, pronta a ricordarci che non tutto è in realtà come sembra, e che dobbiamo scacciare dalla nostra mente pensieri ingannevoli, impedendo loro di prendere il sopravvento. Percorso certamente non così scontato come potrebbe apparire, ma che comunque possiamo intraprendere e portare a termine grazie alla nostra forza di volontà.

Straight Through The Heart

In un disco che sembra essere composto di hits, arriva poderosa e roboante la sesta traccia, "Straight Through The Heart (Dritto al Cuore)". L'attacco è di quelli secchi e decisi: un riff assassino apre le danze, ruvido e possente, e percorre per intero tutto l'arco dei tre minuti e quaranta secondi di cui è composto il brano. Morboso, venefico, quasi assillante nel suo incedere lento e cadenzato, trasuda rabbia e potenza perversa. La sezione ritmica è condotta da un Appice padrone e ispiratissimo dietro le pelli, ad imporre un ritmo per nulla convulso e frenetico, ma dannatamente pesante e non scevro da fantasiose varianti figlie dirette dell' hard drumming settantiano. La melodia è, al solito, il pezzo forte della morfologia del brano, con un Ronnie possente e altezzoso nel toccare picchi vocali da brivido. La strofa scivola via, col suo sapore fortemente hardrockeggiante, mentre il ritornello, quasi isolato dal resto del contesto uditivo, è interpretato con piglio e cattiveria incredibili da parte dell'istrionico folletto. Un breve e suadente pre chorus, con tanto di variazione del tema melodico, fa da viatico ad un assolo di chitarra anche qui di eccezionale fattura e pregevole interpretazione. Perfettamente incastrato nelle trame del brano, mostra, ancora una volta,le sorprendenti capacità dell'ascia irlandese. Pezzo massiccio dunque, che, dopo il momento solista, riprende regolarmente il bridge, avviandosi alla conclusione, con il solito,disturbante, interminabile riff a fare da traino. Altra lezione di vita che fuoriesce dai testi di questo brano,e che mostra una inconsueta, ma non per questo non valida, attitudine ammaestrante dell'autore. Dritto al cuore recita il titolo della song, e dritti al cuore puntano i sentimenti di sorpresa e forte meraviglia di chi, avendo vissuto per una vita inseguendo ideali erroneamente ritenuti giusti, prendendo improvvisamente contezza della situazione, si vede schiacciato da una realtà che non conosceva e alla quale non sa come far fronte. Come risvegliatosi da un lungo torpore, da un letargo inibitore delle facoltà di discernimento, l'immaginario protagonista delle lyrics (identificabile, ovviamente, con ognuno di noi) scopre un mondo quasi nuovo, scopre di dover rivedere e rivalutare tutti i parametri di valutazione da adottare nei confronti del prossimo. Il doversi rapportare agli altri non è dunque visto come pacifica esperienza di vita, quanto piuttosto come un repentino doversi mettersi in discussione dinanzi a circostanze ed eventi. Chi ha vissuto sino ad un certo punto le proprie vicende con atteggiamento mentale ritenuto pressoché univoco, e quindi adeguato, vistosi catapultato in una realtà completamente nuova e diversa, non può che rimanere colpito da cotanta esperienza. I più forti e i più intelligenti sapranno come farne tesoro e ricontestualizzarsi, chi non saprà mostrare questa capacità, continuerà a vivere nell' anonimato e nell'inganno in cui si è  crogiolato per una vita intera.

Invisible

Arpeggi evocativi e atmosfere suadenti, accompagnati da una voce pacata, caratterizzano la intro della successiva settima traccia, "Invisible (Invisibile)". Ancora una volta il brano dà l'idea di essere una ballad, e, ancora una volta, la band ci spiazza con un mirabolante effetto sorpresa, allorché, sul finire della prima ed introspettiva parte di brano, un meraviglioso acuto di Ronnie preannuncia la repentina esplosione dello stesso. Riff robusti, drumming serrato, linee vocali improvvisamente divenute grezze e graffianti, conferiscono al pezzo un'aura aggressiva e ruvida. L'incedere della ritmica è espressione di un roccioso hard rock, con tanto di chitarra in evidenza e linee di basso martellanti. La strofa incalza, la melodia aggredisce letteralmente l'uditore, mentre, anche in questo caso, il ritornello sembra essere fisiologicamente accorpato alla strofa stessa. Classicissimo, in termini di tipologie hard rock, risulta essere anche il bel guitar solo, rapido e feroce come da copione, non privo di un abbastanza elevato tasso tecnico. Intendiamoci, non è tra i pezzi più esaltanti del lotto, quasi del tutto privo com'è di elementi innovativi. Ma in un brano che pecchi in originalità, è facile solitamente  riscontrare validissime componenti convergenti se non altro in ottimo esercizio di stile. È il caso di questo "Invisible", il tipico pezzo senza infamia e senza lode, accademia rock'n roll nuda e cruda. Davvero profondo e significativo risulta invece il contenuto delle lyrics, le quali mettono in scena il profondo senso di straniamento e di alienazione che colpisce talvolta gli adolescenti. Ragazzi che, a dispetto della delicatissima fase che attraversano, e che richiederebbe ben altro atteggiamento da parte dei genitori (le persone che generalmente accompagnano in maniera preponderante le fasi di crescita dell'adolescente) si accorgono di essere piuttosto in balìa dell' indifferenza. Come fotografie sbiadite, presenze quasi impercettibili costrette a vagare in una inconsapevole indifferenza da parte di chi li circonda, essi assumono i connotati di fantasmi, esseri invisibili privati quasi della propria coscienza e della propria individualità. Essere ignorati paradossalmente proprio da coloro i quali dovrebbero ricevere le attenzioni maggiori, genera nei giovani quel senso di smarrimento e di alienazione di cui accennavo pocanzi. Ad essi non resta allora che una cosa da fare: partire, allontanarsi, andarsene via per sempre. In un mondo che li vuole invisibili fantasmi, ora sono loro a prendere in mano le redini della loro vita, lontani dall'isolamento in cui la noncuranza dei cosiddetti cari li ha scaraventati. Se un domani, qualcuno di quelli che li ha relegati ai margini degli affetti, delle attenzioni, della vita in senso generale, dovesse improvvisamente accorgersi della loro assenza, e magari cercarli, chiamarli, allora saranno loro a negarsi per sempre. D'ora in poi non ci saranno più, proprio per coloro i quali li hanno resi invisibili con indifferenza e distacco. Questa sarà la loro piccola ma significativa rivincita,rendersi invisibili per sempre.

Rainbow In The Dark

L'ottava  traccia, "Rainbow In The Dark (Arcobaleno nell'oscurità)", secondo singolo estratto dall' album, è semplicemente, a parere di chi scrive, non solo il più bel brano del platter, ma in assoluto uno dei migliori brani Heavy Metal mai concepiti. Poco più di quattro minuti in cui l'autore mette in musica tutto sé stesso, la sua anima, i suoi sentimenti più reconditi. L'incipit è affidato ad un corposo riff di chitarra, accompagnato da brevi cenni di tastiera (espediente di successo del "pop metal" sperimentato con esiti altrettanto positivi un anno dopo dai Van Halen di 1984 con la mitica "Jump"). Il ritmo è estremamente trascinante, la melodia di quelle che ti rimangono appiccicate addosso per sempre, con quel cantato incredibilmente cristallino e passionale, da sempre inconfondibile marchio di fabbrica dell'elfo. Il brano, letteralmente trainato dal possente drumming del bravissimo Appice, è un poderoso monolite dalla struttura semplice ma al tempo stesso accattivante. In effetti la melodia ruota attorno all'unico riff portante del pezzo, che rimane uguale a sé stesso dal primo all'ultimo istante, non accusando il benché minimo calo di tono nemmeno negli intermezzi tra una strofa e l'altra. Il ritornello, poi, è l'ennesima dimostrazione delle immense, sconfinate potenzialità vocali di Ronnie, capace di interpretarlo ora con veemenza ora con malcelata rabbia. Devastante, deflagrante, esaltante come pochi, si staglia a metà brano, quasi a spaccarlo esattamente in due parti speculari, un assolo da parte di Campbell, lungo e complesso, ricco di variazioni armoniche e scale cromatiche ad alto tasso adrenalinico. Brano dopo brano, il giovane Vivian si ritaglia lo spazio che si merita nella multiforme costellazione dei guitar heroes del Rock, a colpi infuocati d'ascia, dimostrando di aver appreso e sintetizzato appieno la lezione di mostri sacri quali Blackmore, Iommi, Page e Tipton. Ed in effetti il giovane irlandese pare inglobare in sé le caratteristiche tecniche di un po' tutti i chitarristi citati, in un sontuoso compendio stilistico. Dicevo che in questo meraviglioso pezzo vi è tutta l'anima dell'autore, ed in effetti il testo mette in evidenza il senso di vuoto e di frustrazione derivante dall' impossibilità di mettere a frutto le proprie potenzialità, il proprio essere. Prendendo spunto da vicende biografiche, l'autore si paragona ad un arcobaleno nell'oscurità, un qualcosa di insensato e aberrante, una fucina di idee e stati d'animo che non possono manifestarsi in tutto il loro vigore e la loro potenza. È facile intuire che Ronnie individuasse il punto di maggior depressione della sua vita artistica (ma non solo) nell' esperienza trascorsa nei Black Sabbath, quando, come già accennavo in apertura di articolo, vedeva il suo estro imbrigliato dall'autoritarismo di Iommi.Come se non bastasse, all' indomani della sua dipartita dalla band, l'autore dichiarò di sentirsi fortemente inadeguato, smarrito, disperso. Fu necessario un immenso sforzo di volontà per uscire dal tunnel in cui era sprofondato, ed in questo gli giovò molto l'aiuto dell' amico Vinnie Appice. Un testo dunque fortemente intimidito, che non manca di avvolgere nelle sue spire anche un altro grandissimo della scena metal, molto amico di Ronnie, ossia Rob Halford. L'autore si fa portavoce anche del frustrante senso di alienazione dell'amico, vistosi costretto a tenere nascosta la sua omosessualità, per timore dei pregiudizi, schiavo della meschinità e della cattiveria altrui. Lui e Rob sono accomunati dallo stesso triste destino, quello di dover soffocare e reprimere parte del loro proprio essere. Ad accrescere la malinconia ed il senso di inappropriatezza del buon Ronnie, concorre anche un altro fattore, che, lungo dall' apparire irrilevante, lo ha crucciato per anni: il non essere riuscito a trovare una rima adeguata per poter inserire metricamente nella stessa strofa il suo nome e quello di Rob, essendo troppo diversi ed incompatibili. Un giorno, contemplando la cover di "Unleashed In The East", e ammirando Rob, Ronnie pensò di dedicargli alcuni versi della canzone; ma, resosi conto dell'impossibilità di inserirlo nel testo, cadde in uno stato depressivo, chiaramente alterato dalla non felice condizione in cui versava l'amico, anch'egli paragonato ad un arcobaleno nel buio, non potendo vivere apertamente la sua omosessualità. Un brano che ci consegna un Ronnie James Dio estremamente umano e molto attento alle dinamiche emotive sue, ma anche di un caro amico come Rob. Delle lyrics che, se rapportate alla durezza della veste musicale, potrebbero di primo acchito apparire fuori luogo ma che, a mio modesto parere, non fanno che conferire al pezzo un fascino imperituro, se è vero che "Rainbow In The Dark" resta, ancor oggi, una pietra miliare dell' hard 'n heavy, uno dei brani in assoluto più apprezzati da svariate generazioni.

Shame On The Night

Il robusto rock/blues della conclusiva "Shame On The Night (Vergognati, o Notte)", ci scaraventa senza troppi patemi nelle atmosfere settantiane di Black Sabbath e Deep Purple, con un brano che sembra in effetti un qualcosa a metà tra "Children Of The Sea" e "Mistreated". Benché non abbia mai lesinato critiche alla esperienza fatta con la band di Iommi, additandola come la maggiore causa della sua alienazione, il buon Ronnie la incensa a dovere, omaggiandola di un brano figlio delle sonorità più tetre e desolanti che i seventies abbiano partorito. Il mellifluo e lamentevole blues ben si sposa con linee vocali quasi pigre e indolenti da parte del frontman, ma, pur nella generale sensazione di morbosa e cadenzata lentezza che il pezzo trasuda, qualcosa nel riffing di Campbell è in grado comunque di comunicare brio ed energia, a testimonianza della consueta attitudine alla reciproca contaminazione delle varie parti che compongono il corpus sonoro dei pezzi del Nostro. E più che ai riff di chitarra non è lecito appellarsi, dal momento che il brano manca di varianti che ne mettano in risalto imprevedibilità e dinamismo,come dimostra anche l'assenza, caso unico nell' album, di un assolo di chitarra. Resta tuttavia un brano dal forte impatto live, di sicura presa sul pubblico. Dio dunque, esulando dai canoni marcatamente Heavy intrapresi in questa release, sintetizza a meraviglia e supera la lezione hard tipica dei seventies, quasi a voler dire all' ascoltatore: "non dimentichiamo da dove veniamo, la nostra estrazione musicale, le nostre radici".Ronnie in questo brano rimprovera la Notte. La rimprovera di nascondere nefasti segreti, la rimprovera di avergli mostrato cose di cui non può sentirsi completamente partecipe, di aver venduto il suo mistero al Giorno. Analogamente, rimprovera il Giorno di aver ceduto meschinamente il passo alla Notte, donandole solarità e chiarezza. Egli procede dunque con circospezione in una Notte e in un Giorno privi della loro naturale dimensione, quindi fasulli, ingannevoli. È un testo abbastanza criptico, che si presta ad una interpretazione che va aldilà del significato letterale. Non bisogna mai accettare condizioni che in un certo senso privino l'individuo delle proprie peculiarità e dei propri connotati etici, poiché, ove questo accada, il risultato non può che essere deleterio. Bisogna sempre conservare intatta la propria integrità e il proprio specimen, perché, in caso contrario, non saremmo altro che automi imbastarditi costretti a vergognarci di noi stessi per aver svenduto la nostra dignità in nome dell'esasperato senso di approvazione e di narcisismo che ci divora dall'interno. Nel caso specifico di queste lyrics, non desta stupore che l'autore abbia affidato le sue paure e le sue ansie, nonché i suoi consigli per una appagante riabilitazione, alla Notte, che il buon Ronnie ha sempre amato alla follia. A dire il vero, Ronnie amava tutte le manifestazioni della  della Natura. Amava passare lunghe ore affacciato alla finestra di casa, attendendo un segnale che preannunciasse l'arrivo del giorno, restio com'era ad usare orologi. La Notte, personalizzata ed enfatizzata, diviene dunque il canale preferenziale di cui Ronnie si serve per dare libero sfogo ad alcuni suoi dubbi esistenziali.

Conclusioni

Se dovessi ringraziare  qualcuno per aver avuto la possibilità di ascoltare ed ammirare "Holy Diver", senza dubbio la mia scelta ricadrebbe su Tony Iommi. Il quale, aldilà dei suoi mastodontici meriti artistici (ha creato il riff heavy, e da lì è nato tutto il resto, va sempre  ricordato) ha avuto la singolare capacità, complici asperità caratteriali e notevoli difficoltà di gestione dei rapporti interpersonali, di generare uno split che definire epocale suonerebbe riduttivo. Direi piuttosto che è lo split più acclamato e più prolifico della storia della nostra beneamata musica. È da quello split infatti  che prende vita una delle Heavy Metal bands più grandi di sempre, una delle release Heavy Metal più belle in assoluto, mai concepite e realizzate. Un'opera che non posso che definire straordinaria e che sarà, giova ricordarlo a scanso di equivoci, anche la migliore del personale palmares di Dio e della sua band. Ma cos'è che rende straordinaria un'opera? Cos'è che la separa dalla normalità e la eleva al rango supremo di Idea Assoluta? Molti potrebbero rispondere che è la preparazione tecnica o l'abilità dei musicisti, una spiccata attitudine interpretativa quanto un amore sincero per ciò che viene suonato. Ed in effetti è così. Ma ciò che realmente proietta un'opera in quell'Iperuranio di cui parlavo nell'introduzione, è l'anima. L'anima pensante e il coacervo di emozioni e stati d'animo che  albergano nel cuore e nella mente di chi quell'opera la crea. Ed anche un questo caso la cosa potrebbe,ai più,  apparire scontata,s e non fosse che Ronald James Padavona è un artista, un uomo dotato di una sensibilità davvero fuori dal comune. Uno di quei personaggi che non possono, non devono in alcun modo rimanere imbrigliati in accademici schemi precostituiti o, cosa anche peggiore, essere succubi di chicchessia. Artista, uomo e animo che, vistosi schiacciato e inibito da una personalità forte come la sua, ma fondamentalmente diversa in fatto di idee musicali, trascorso un prevedibile periodo di stasi e di profonda crisi interiore, ha saputo reagire. E la reazione è stata eccellente, a palese testimonianza del fatto che talvolta, nella vita, essere fustigati può produrre risultati clamorosi. Quel cuore e quella mente, coadiuvati da tre talentuosi comprimari, sono stati in grado di dare alla luce una pietra miliare dell' Heavy Metal. Un disco che racchiude in sé tutte le anime del leggendario Ronnie, quasi a rappresentarne un'ideale sintesi. Abbiamo la rabbia, la ferocia, la tracotanza tipiche dell'Heavy Metal; la saggezza di chi interpreta la vita come un processo in continuo svolgimento ed in perenne mutamento, privo di elementi dogmatici che ne assolutizzino la natura; il malizioso disincanto di chi ha vissuto svariate esperienze e ne ha fatto tesoro inestimabile; il fervente senso di giustizia di un uomo avvezzo alle contraddizioni più ambigue e fuorvianti; l'amara presa di coscienza che certi equilibri non possono esser stravolti, nonostante impegno e sacrificio profusi nella causa; la drammatica  constatazione dell' essere, per qualcuno, poco più che un'ombra, un incorporeo feticcio privo di identità, ma, nonostante tutto, riuscire a conservare intatti amor proprio e dignità. Ecco, "Holy Diver" è tutto questo, ma a dispetto di talune implicazioni apparentemente  negative che potrebbero, ad una prima analisi, darci un'idea dell'artista come di un inguaribile fatalista, un ascolto ed una lettura più approfonditi ci sveleranno un Ronnie James Dio sempre solare e positivo, fervido sostenitore della centralità dell'uomo in ogni evento, cantore di nobili gesta e sentimenti preziosi, combattente silenzioso ed elegante in un mondo visto come perenne terreno di scontro fra forze avverse. Tutto ciò mi ha sempre fatto pensare a lui come ad un umanista del Rock, colui il quale ha sostituito, nell'immaginario collettivo, l'uomo "in quanto vorrebbe essere" con "l'uomo in quanto è ", con tutte le sue debolezze, i suoi dubbi e le sue incertezze. Un concetto di umanità che parrebbe fare a cazzotti con certo superomismo di fondo nell'Heavy Metal ma che, proprio in ragione della disarmante verità di cui è latore, rende questo disco maledettamente affascinante e avulso da coordinate spazio temporali. Quel mondo fantastico che popola i sogni dell'artista Dio è lo specchio del mondo reale; esasperato, esacerbato, mistificante talvolta, ma pur sempre suo e soltanto suo. Ha cercato di renderlo accessibile a tutti con la sua opera. Chi ne sarà capace, riuscirà a percorrere insieme al Nostro i fantasiosi scenari e gli impervi sentieri di cui è costellata quest'opera, accompagnandolo in un viaggio ai confini del reale; a chi non mostrerà  la sua stessa capacità, resterà il lascito di un disco immortale, un astro destinato a brillare di luce imperitura, accanto agli altri che compongono lo sfavillante firmamento del Rock. Il linguaggio scelto è quello semplice; scarno e diretto, come solo i più grandi sanno far proprio, il linguaggio universale del Rock sanguigno che incanta, infervora e induce a meditare tramite parole ed immagini forti e di facile assimilazione. Ed è a quel linguaggio, fatto di metafore forti e talvolta criptiche, ma sempre sincero, che Ronnie si affida per darci la sua personale visione del mondo e della vita. Nei rudi e machi anni ottanta, una simile visione, onirica e romantica, era in apparente contrasto ideologico con certi trend dilaganti. Ma è anche dal saper andare controcorrente che si distinguono i più grandi, e Dio, inoppugnabilmente,lo è. Ed avrebbe continuato ad esserlo fino alla fine.

1) Stand Up And Shout
2) Holy Diver
3) Gypsy
4) Caught In The Middle
5) Don't Talk To Strangers
6) Straight Through The Heart
7) Invisible
8) Rainbow In The Dark
9) Shame On The Night