DIMMU BORGIR

Vredesbyrd

2004 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
08/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

Se con "Spiritual Black Dimensions", pubblicato nel 1999 per la Nuclear Blast, si iniziava ad intravedere un cambiamento per quanto riguardava il sound e l'attitudine della band, con il successivo "Puritanical Euphoric Misanthropia" questi cambiamenti divennero praticamente effettivi. Di conseguenza, molti si sarebbero aspettati una sorta di ammorbidimento da parte dei nostri visto e considerato che oltre ad un aumento nell'utilizzo delle tastiere, i Dimmu Borgir iniziarono ad avvalorarsi di una orchestra sinfonica vera e propria per rendere le loro produzioni ancora più maestose e corpose. Invece ecco che nel 2003 sfornano un lavoro che, se vogliamo, risulta essere ancora più devastante sotto il profilo musicale rispetto al già ottimo lavoro precedente. Stiamo parlando di "Death Cult Armageddon", un disco potente che mette a tacere chi fino a quel momento dava la band per venduta e finita. Le coordinate sono praticamente le medesime e non è sbagliato dire che ci troviamo di fronte al perfetto successore di "Puritanical Euphoric Misanthropia". La formazione ormai rodata ci presenta il trio Shagrath-Silenoz-Galder rispettivamente alla voce, chitarra ritmica e seconda chitarra, Mustis alle tastiere, ICS Vortex ad occuparsi di basso e backing vocals, ed infine il possente Nicholas Barker (ex Cradle of Filth e Lock Up) alla batteria. Il disco in questione è costellato da molte tracce convincenti, sia sotto il profilo tecnico/musicale, sia per le liriche piuttosto ben ispirate. Come giusto che sia, andiamo a parlare di un singolo "Vredesbyrd" estratto proprio dall'ultima fin qui fatica dei nostri norvegesi, che con quasi un anno di distanza e con grande furbizia, mettono sul mercato le due migliori canzoni contenute nel full-lenght. Stiamo parlando appunto della splendida "Vredesbyrd", l'unico brano cantato in lingua madre, ovvero il norvegese, e dell'altrettanto maestosa "Progenies of the Great Apocalypse" da cui è tratto il primo videoclip, e che è divenuta in seguito uno dei veri cavalli di battaglia in sede live. Le versioni proposte sono leggermente accorciate per permetterne il passaggio in radio ed in tv (ovviamente,passaggio non avvenuto qui da noi, o se proprio ridotto al minimo del minimo indispensabile..) in modo da non risultare troppo lunghe e rispettare i tempi radiofonici. La cover proposta per questo singolo è un qualcosa di diverso dal solito se consideriamo le altre uscite da collezione, dove per la prima volta viene messa in copertina la band al completo in una posa "molto black metal", che verrà presa come modello per la vendita del loro merchandise ufficiale. La band è ormai avviata al successo, e questo ennesimo singolo non fa altro che confermare il momento d'oro che la band sta attraversando. Passiamo ora alla descrizione di questo lavoro e gustiamoci queste due perle di assoluto valore.

Vredesbyrd (radio edit)

Ad aprire le danze è proprio "Vredesbyrd", la quale inizia con un suono che parte leggermente in sordina, ma in seguito cresce velocissima per esplodere in una prima strofa immediata e travolgente, che con il contributo di una orchestrazione imponente, emerge in maniera spettacolare. Dopo una prima strofa molto ispirata da parte dello stesso Shagrath, ecco che le il duo Silenoz/Galder ci propone una magnifica rincorsa tra chitarre, con un refrain a dir poco spettacolare che ne esalta le qualità individuali e soprattutto dimostra che i nostri ci sanno fare eccome, a livello di amalgama e di band. Un primo cambio di tempo viene a galla con tocchi di charleston alternati ad un pedale singolo, dove il cantato diventa cadenzato diventando un perfetto compagno degli strumenti che risultano essere alquanto pesanti e soffocanti. Si cambia nuovamente con una rullata piuttosto controllata che da il là alla voce questa volta filtrata in maniera esasperata alternata al vero e proprio scream per poi tornare su binari più oscuri e cadenzati fino ad un nuovo attacco frontale dettato dalla batteria di Barker e da una orchestra imponente. Le urla del frontman appaiono disumane e nell'immediato compaiono ancora una volta le vocals filtratissime che annunciano una sezione strumentale più che altro a favore di una orchestra che si destreggia molto bene accompagnata solamente dalle rullate del drummer. Il tutto sembra sospeso in attesa di un nuovo bombardamento sonoro che non tarda ad arrivare, preannunciato da uno screming solitario e riproposto molto bene con le due chitarre che tessono un tappeto magnifico aiutati ancora una volta da una batteria ed un basso in grande spolvero e da atmosfere sognanti e precise. Si conclude così un brano eccellente sotto il profilo musicale, che convince dall'inizio alla fine e non stanca mai. Nessun calo di tono e nessun calo di attenzione sono le armi vincenti di una song ineccepibile che verrà ricordata tra le migliori mai partorite dalla band nella sua nuova incarnazione. La nostra terra così come la conosciamo non esiste più. E' diventata maledetta, e nascere in questo momento vorrebbe dire nascere già compromessi. Veniamo paragonati ad un seme piantato in una terra bruciata, la cui sopravvivenza dipende solamente dalla forza che abbiamo dentro noi stessi, quella che ci sprona a voler affrontare questa nuova realtà. La fede è ormai diventata arroganza e disgusto, ed il disprezzo verso un qualcosa di così falso viene accompagnato da rabbia e compassione. Ad un certo punto, stanchi di queste situazioni, cercheremo la morte, e lei cercherà di assecondare la nostra richiesta accogliendoci tra le proprie braccia e facendoci abbandonare un mondo ormai diventato invivibile. Se un giorno arriveremmo a pensare veramente che l'unica soluzione di libertà e di pace sia la morte, allora dovremmo iniziare a pensare che veramente qualcosa non stia andando per il verso giusto. Tutto questo odio che circonda l'uomo è dettato dalla sua sete infinita di potere, quella che ci trasciniamo dietro da millenni. Non importa se per raggiungere l'obbiettivo dobbiamo uccidere i nostri simili e destabilizzare il nostro mondo, l'importante per noi è vincere su tutto e tutti e raggiungere lo status di "potenti". Con tutte queste guerre e tutti questi morti che continuano ad esserci, anche la terra ne risente pesantemente, così come l'animo umano che ad un certo punto rifiuta tutte queste carneficine, accorgendosi però di aver perso irrimediabilmente quell'ancora di salvezza chiamata speranza.

Progenies of the Great Apocalypse (radio edit)

Secondo ed ultimo brano contenuto in questo singolo è "Progenies of the Great Apocalypse" aperta da un'orchestrazione imponente che si ferma con l'ingresso in pompa magna della band che propone immediatamente una prima strofa molto coinvolgente e particolarmente efficace. I musicisti toccano vette incredibili in quanto a potenza ed atmosfera, e dopo una bella cavalcata di doppio pedale ed una voce leggermente filtrata, troviamo con piacere le clean vocals di ICS Vortex, il quale con ispirata vena espressiva, dona un tocco magico alla song. In questo caso viene ridotta una parte sostanzialmente importante del brano, ma che comunque non ne toglie affatto il fascino misterioso che aleggia continuamente durante l'ascolto. Con una esplosione vera e propria, veniamo accolti da una sinfonia molto delicata ed espressiva, e lo stesso Shagrath ci guida con una voce molto flebile verso una esplosione sonora che si conclude con un riffing pesantissimo ma non necessariamente veloce. Si prosegue sempre spingendo veramente poco sull'acceleratore, ma è proprio questa la caratteristica vincente che fa di questo brano un episodio decisamente affascinante. Questo pezzo si conclude con le urla disumane da parte del singer, e da un ronzio apocalittico che preannuncia una piaga distruttiva. I tagli questa volta sono piuttosto sostanziali, e a perdere è soprattutto la durata del brano che viene mutilato di quasi due minuti. In sostanza però, c'è da dire che il risultato è comunque ottimo e vengono lasciate tutte le caratteristiche principali che fanno di questa traccia una delle migliori dell'intero disco. La prestazione dei nostri è veramente di grande livello, e riescono benissimo a fondere quella cattiveria di base accompagnata da sonorità esaltanti e melodie di grande appagamento. Viene raccontata appunto, la Progenie di una imminente apocalisse dettata mediante il racconto di una battaglia furiosa dell'uomo contro l'uomo stesso. Non esiste alcun tipo di tolleranza, il nemico va sconfitto ad ogni costo perché così è scritto e così deve essere. Una volta individuato l'obbiettivo da distruggere, si perde il senso della vista per come lo intendiamo noi, gli occhi vengono iniettati di sangue e del male che si cela in ognuno di noi. Un male che attende di essere liberato nel momento in cui qualcuno decide di intromettersi nel nostro cammino. Siamo così pronti ad affrontare il buio più cupo che invade il nostro cuore cercando uno spiraglio attraverso il fuoco solenne, in cerca costante della verità e della verità totale. Non importa quindi se una volta arrivati al cospetto di un Dio non ci verrà concessa la grazia; noi lotteremo per un valore che ci deve appartenere di diritto e che nessuno potrà mai privarci: la libertà.

Conclusioni

Arrivati alla fine di questo prezioso singolo, possiamo benissimo dire che va al di là della semplice operazione commerciale. I brani contenuti in esso sono di una bellezza inconfutabile, e poco importa se non sono le versioni estese presenti su disco. La qualità è molto elevata e la band ha avuto la faccia tosta di andare sul sicuro con un prodotto ben confezionato che racchiude due delle gemme contenute nel gioiello "Death Cult Armageddon". Lo stato di grazia della band si conferma ancora una volta con uscite di grande valore artistico e, diciamolo pure, votato a vendere il più possibile, ma non si può certo negare che facciano uscire lavori tanto per riempire un mercato già ampiamente affollato. Sette minuti intensi che vogliono essere la ciliegina sulla torta che a sua volta va ad arricchire un album estremamente violento per quello che la band riesce oggi a proporci, e che va ad arricchire ulteriormente una discografia piuttosto imponente in attesa di una nuova release che, a questo punto, attendiamo impazienti. Proprio per vedere come e se i nostri norvegesi riusciranno ancora una volta a distinguersi verso una concorrenza che si fa sempre più agguerrita. Sicuramente con il prossimo album ci saranno delle sorprese (come per esempio la fuoriuscita del batterista Barker), e starà ai fan decidere se queste novità saranno gradite od inizieranno a creare dei malumori. Noi attendiamo fiduciosi, consapevoli che i Dimmu Borgir sono dei musicisti di grande livello e dotati di grande creatività. Certamente, l'aver tagliato in maniera sostanziale i brani qui proposti potrà non fare felicissimi i fan più intransigenti, ma c'è comunque da capire i Nostri: non è facile conciliare il mondo estremo con i gusti del pubblico più ampio al quale vogliono rivolgersi, ed è chiaro che due pezzi come questi, ascoltati da un neofita nella loro interezza, potrebbero risultare eccessivamente pesanti e portarlo a malgiudicare la band. Accettato questo compromesso, i Dimmu Borgir riescono comunque a non snaturarsi, conciliando la loro attitudine oscura con il mondo della radio. Un mondo intransigente e forse diverso da gruppi come i nostri norvegesi, ma che se sapientemente sfruttato può comunque aiutare. In fondo, si tratta unicamente di furbizia: con una buona dose di questa qualità, si possono aggirare facilmente anche le barriere a prima vista più insormontabili.

1) Vredesbyrd (radio edit)
2) Progenies of the Great Apocalypse (radio edit)
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