DIMMU BORGIR

Forces Of The Northern Night

2017 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
21/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Con il rilascio della compilation "Dimmu Borgir", i nostri norvegesi si erano risvegliati da un torpore durato ben sette anni. Un lasso di tempo molto lungo, forse troppo, per una band che ha sempre avuto un enorme seguito, nonostante un radicale cambio di stile avvenuto sul finire degli anni novanta. Dobbiamo dire, però, la verità; se non altro, per dovere di cronaca. La compilation sopracitata ha lasciato parecchio l'amaro in bocca, come descritto nell'apposito articolo ad essa dedicato. Non tanto per la scarsa qualità del suo contenuto, bensì per il contenuto stesso. Se infatti, da una parte, il tutto è confezionato alla perfezione, con un packaging curatissimo ed una scelta dei brani piuttosto interessante, dall'altra non riscontriamo nessuna novità. E' pur vero che si tratta di una compilation, ma avremmo preferito magari un EP con anche una sola song inedita, giusto per dare quella speranza circa un imminente ritorno in pompa magna. Si è quindi trattata di una operazione puramente commerciale, trovata che sinceramente ha recato quel po' di fastidio, considerando quanto i tre norvegesi si siano fatti attendere. Ora è tempo di una seconda e ben più interessante release ufficiale, la quale (si spera) avrà il compito di risollevare le sorti dei Nostri scandinavi. Nello specifico andiamo a parlare di un sontuoso doppio album dal vivo, dal titolo "Forces Of The Northern Night & The Norwegian Radio Orchestra e Choir". Lavoro suddiviso in due dischi, mediante il quale la band va a toccare quella parte della loro discografia compresa tra il 2001 (ovvero dall'uscita di "Puritanical Euphoric Misantropia") ed il 2010 (anno del loro fino ad ora ultimo album "Abrahadabra"), con ovviamente l'immancabile brano di apertura contenuto nel disco "Enthrone Darkness Triumphant""Mourning Palace"; il pezzo che più di tutti ha praticamente decretato l'ascesa dei Dimmu Borgir nel panorama symphonic black metal. La suddivisione in due dischi non è dettata solo dalla quantità dei brani presenti, ma anche dal fatto che i Nostri hanno voluto separare due esibizioni differenti effettuate in altrettanti luoghi diversi. La prima testimonianza live è quella relativa allo show tenutosi allo Spektrum di Oslo con la Norwegian Radio Orchestra nel maggio 2011, mentre la seconda esibizione è presa direttamente dal Wacken Open Air Festival tenutosi nel 2012 con a supporto un centinaio di elementi orchestrali presenti sul palco. Con una formazione ormai consolidata e composta dai soli Shagrath (voce), Silenoz (chitarra)e Galder (seconda chitarra), i Dimmu Borgir vengono accompagnati in sede live dal batterista Daray, dal bassita Cyrus e dal tastierista Geor Bratland. Le dure e sempre più esigenti regole di mercato non possono di certo permettere ad una band di tale livello di limitarsi a pubblicare un disco senza avere tra le mani un qualcosa di sostanzioso, e difatti la Nuclear Blast viene incontro al proprio pubblico proponendo, oltre alla versione normale a due dischi, anche una versione video in formato dvd o blu ray disc, ed una con entrambi i formati con in più l'aggiunta di ben quattro cd in cui sono presenti gli interi show effettuati nelle due località. E' interessante anche notare la cover di questa pubblicazione, la quale richiama moltissimo l'interno del cover book di "Death Cult Armageddon"; con questo individuo misterioso, immobile su un tappeto di ossa, con alle spalle questo portale messo nello sfondo. Ora, si sa che la band nonostante le ultime ed altalenanti uscite in studio, in ambito live riesce sempre a dare il meglio di sé con prestazioni sempre convincenti a livello musicale e mettendo in scena uno spettacolo anche visivo sempre accattivante, facendola risultare sempre perfetta, sinonimo di qualità e garanzia. Del resto, è stato lo stesso Shagrath - in una recente intervista - a tessere le lodi del suo gruppo, del suo modo di porsi sul palcoscenico. Dapprima sottolineando quanto sia stato emozionante suonare con alle spalle una vera orchestra, avendo il terzetto sempre e solo usato synth ed effetti campionati. In seconda battuta, invitando i fan ad acquistare il dvd, con annessa frecciatina lanciata contro i moderni mezzi di diffusione musicale. Esattamente parlando di youtube, il frontman dei Dimmu Borgir ha infatti invitato i suoi fan a "boicottare" la suddetta piattaforma, assolutamente non in grado (sempre seguendo il suo discorso) di dimostrare il vero valore della band, in nessun modo. Un valore il quale può essere espresso solo tramite la professionalità e la perizia dimostrata dallo staff posto alla base di questa enorme testimonianza live che oggi andremo a recensire. Seguiamo dunque il consiglio del nostro norvegese ed addentriamoci nei meandri della più schietta e diretta essenza della Fortezza Infernale.  Non resta dunque che scendere tra il pubblico e gustarci questo grande prodotto.

Xibir

E' arrivato dunque il momento di iniziare lo show. Il pubblico presente è quello delle grandi occasioni e si può respirare una tensione che schizza subito alle stelle nel momento in cui si iniziano a sentire le note di "Xibir". Il brano di apertura dell'album Abrahadabra ha infatti la funzione di fare da introduzione a questo grande evento. La band è ormai pronta, gli ultimi ritocchi al look per lo spettacolo vengono messi a punto. La Norwegian Radio Orchestra si fa subito sentire con un suono che non fa altro che alimentare questa tensione iniziale, e mentre i coristi emettono i primi vocalizzi, si ode la folla che inizia a scaldarsi. E' arrivato il momento per la band di fare la propria comparsa sul palco, e questo lo si denota dal fatto che la gente presente inizia praticamente ad urlare. Il lavoro orchestrale è magistrale, e seppur non trattandosi di una intro ai livelli di una "Fear and Wonder", la resa complessiva è da pelle d'oca. Viole,Violini, timpani, trombe, piatti e cori sono in perfetta sintonia, e l'acustica è semplicemente fantastica, riuscendo incredibilmente ad alimentare nonché a valorizzare cotanta maestosità.

Born Treacherous

Si parte dunque, con la band ormai schierata sul palco. Appena Silenoz e Galder emettono le prime distorsioni di chitarra introducendo il brano "Born Treacherous (Nato Perfido)" i presenti vanno già in visibilio e Shagrath, senza il minimo preambolo, inizia con un cantato non aggressivo che ci introduce in luoghi oscuri e malvagi, dove risiedono le anime più dannate. In questo frangente l'orchestra norvegese mostra di sapersi muovere molto bene, costruendo un tappeto mistico che fa il proprio dovere in funzione proprio di dare una spinta vincente a questa prima parte di song. Questa sorta di tranquillità viene demolita da un blast beat feroce da parte di Daray che va a coprire non poco le orchestrazioni, complice un aumento di volume non certo indifferente. Il singer si rivolge ai fan come fosse un messaggero, e ci richiama chiedendoci di mantenere il mondo così com'è, con i nostri schiavi, in modo da poterli usare a nostro piacimento per compiere le nostre azioni. In fondo questa forma di malvagità repressa in ognuno di noi non ci dispiace affatto, anzi, diventa quasi sinonimo di liberazione e sfogo. Ritorna a capeggiare un'ottima sinfonia che viene momentaneamente lasciata protagonista a discapito dell'irruenza. La formula sembra funzionare, la gente apprezza e si esalta coprendo i cori che si riescono a sentire a malapena. Il brano riparte come proposto all'inizio per poi lasciare immediatamente spazio al chorus, il quale blocca la song improvvisamente. Si sentono solamente i coristi, e per un breve momento veniamo trasportati in questi luoghi tenebrosi e deformi dove le nostre anime compiono quel passo decisivo per diventare definitivamente dannate. Il sound si fa potentissimo ma mai veloce, come a voler sottolineare l'onnipotenza data dalla nostra cattiveria. Eppure esiste ancora qualcuno che non è in grado di capire questi concetti, e per questo, mentre la band spinge questa volta fortissimo, veniamo rimproverati di essere ciechi e di mentalità chiusa, perché non capiamo e non realizziamo che grazie alla nostra rabbia potremmo fare qualunque cosa. Abbiamo una forza che ci distingue, e questa forza è quella di comandare chiunque senza alcuna pietà per poter raggiungere qualsiasi obbiettivo. Risulteremo spietati e privi di cuore? No, non ci importa veramente, se ci saranno vittime; il sacrificio a volte è necessario per poter ottenere il massimo risultato. Fin qui i suoni sono ben bilanciati, anche se a volte i coristi scompaiono a causa di una imponenza sonora che li relega un po' dietro alle quinte. Il lavoro di tastiere è ottimo pur non risultando complesso o geniale, risultando comunque un piacevole accompagnamento alla già pomposità delle orchestrazioni. L'essere perfido è proprio questo, signori: essere sleale e subdolo nel difendere le proprie idee a discapito di chi gli stia attorno. Alla base di tutto ciò è presente la malvagità nella sua forma più grezza e pura, e compiacersi di sacrificare delle vite solo per i nostri capricci è sinonimo di potenza e follia. "Sono così, sono nato perfido". E pensare che, una volta coricatici nel nostro letto, andremo a pregare perché tutto vada per il meglio e per recuperare le forze per compiere altri atti violenti nell'indomani. Il brano termina con un tripudio di suoni distorti e sinfonici, mentre i presenti all'interno dello Spektrum esplodono con una prima ovazione verso i loro amati connazionali. Shagrath si rivolge ai presenti chiaramente in lingua madre, e tra urla e boati viene annunciato il prossimo brano. 

Gateways

"Gateways (Cancelli)" si presenta con le sole coriste a fare da apripista, per poi esplodere con una sezione ritmica imponente ed altrettante orchestrazioni belle pompate. Il suono, nemmeno a dirlo, è sontuoso ed ammaliante, l'acustica del palazzetto è assolutamente perfetta. La prima strofa usufruisce di uno screaming non particolarmente incisivo, ma del resto anche nello studio album non è che esso sia molto ispirato, e se aggiungiamo il fatto che non vengono praticamente usati i filtri vocali utilizzati nel disco, capiamo quanto questo possa influire sminuendone in parte il risultato finale. Comunque si prosegue con un ottimo lavoro da parte del drummer Daray, il quale non fa rimpiangere i suoi illustri predecessori sfornando fin qui una prestazione di assoluto livello. Con questa prima fetta di song ci viene illustrato il fattore "rinascita" così come proprio i Dimmu Borgir vogliono farcelo intendere. Inizialmente viene introdotto il succo vero e proprio della questione, per fare in modo che questa resurrezione possa avvenire. Quello che ci chiediamo, dunque, è: come possiamo fare per riavere la nostra libertà, come possiamo spezzare ogni catena che ci impedisce di risorgere più forti e determinati? Semplicemente cercando dentro noi stessi. Le chiavi della libertà, della nostra e solo nostra libertà, le abbiamo noi. Bisogna saper cercare nel profondo per trovarle, ma i Nostri ci garantiscono che ognuno di noi possiede la propria. Dopo un brevissimo intermezzo in cui è proprio l'orchestra a dettare legge, si ode un boato da parte del pubblico che, a modo suo, dà il benvenuto all'ex Animal Alpha Agnete Kjolsrud, la quale si inserisce benissimo nel ritagliarsi lo spazio a lei concesso con una prova piuttosto convincente. Se nella recensione di Abrahadabra vi avevamo detto che le sue incursioni risultavano alquanto fastidiose, in questo contesto la singer sembra aver trovato la dimensione a lei più consona, convincendo pienamente i presenti. Dopo la sua prova il sound si fa più oscuro, la chitarra di Silenoz asseconda l'orchestra in modo da inculcarci bene in mente che solo chi ha la voglia e la volontà di vedere oltre le semplici cose che si palesano quotidianamente davanti a noi, ha la vera possibilità di avvicinarsi a questa rinascita. Colui che invece decide di propria scelta di rimanere chiuso di mente, rimarrà per sempre con le proprie convinzioni e continuerà certamente a soffrire in silenzio. Il brano riprende da dove era stato interrotto, ovvero con quelle orchestrazioni pompatissime ed una voce che a tratti si nasconde un po', soffocata da una miriade di sonorità che ne vanno a coprire l'operato. Improvvisamente parte un blast beat furioso, per poi assestarsi per permettere ancora ad Agnete di esibirsi in maniera se vogliamo decisamente più convincente che in precedenza. Nel duettare con il connazionale Shagrath, traspare un velo di tristezza nella loro interpretazione, dove lo sconforto e l'impossibilità di cambiare anche solo minimamente il corso di quello che le nostre azioni hanno prodotto, prendono una volta per tutte il sopravvento. Forse troppo spesso non ci rendiamo conto dell'importanza di essere liberi, ed è un errore gravissimo perché l'essere liberi dona quella spinta in più per poter affrontare le cose. Le scelte alla fine sono solamente nostre, ed il destino è la conseguenza diretta di queste scelte. Siamo noi a scegliere se tenere chiusa una porta o viceversa tenerla aperta, se essere dei guaritori o dei falsari. In definitiva, cosa vogliono dirci i Dimmu Borgir? Semplicemente che noi siamo i creatori di noi stessi, che non possiamo certo cambiare il corso delle cose ma possiamo decidere come poterle intraprendere. Il brano termina con l'immancabile applauso finale e ringraziamento da parte del singer.

Dimmu Borgir (Orchestra)

Un leggero brusio di persone accoglie la prossima traccia, ovvero "Dimmu Borgir (Fortezza Oscura) - Orchestra" dove la band decide di congedarsi momentaneamente dai propri sostenitori lasciando campo libero alle orchestrazioni. Veniamo accolti dalle prime voci coriste, morbide ma decise, condite quel tanto che basta da strumenti a corda i quali danzano letteralmente all'interno di un palazzetto stracolmo di gente. Viole, violoncelli e violini si muovono sinuosi, morbidi e leggiadri nascondendo però un alone di mistero. Il suono è delicato, bellissimo nel suo procedere così intenso e mistico. Sentiamo i primi fiati approdare come se nulla fosse, accompagnati dal battito di mani dei presenti che fungono da vero e proprio metronomo. Il sound si fa improvvisamente più minaccioso, oserei dire oscuro, dove con un impeto deciso si erge imponente una sonorità che sembra volerci strattonare a tutti i costi. Questo momento viene improvvisamente interrotto dall'ennesima trovata delicata, la quale nasconde un oscuro presagio. La pomposità generale aumenta a livelli inaspettati, la tensione inizia a farsi sentire e qualcosa sta per succedere. La battaglia tra il cristianesimo e chi ne vuole vedere la fine ha finalmente inizio, ed il brano termina con un suono apocalittico che accoglie meritati applausi. La cosa interessante e che salta subito all'orecchio, è la totale partecipazione emotiva da parte del pubblico, il quale osserva ed ascolta in totale silenzio questo manifesto di pura musica classica come se fosse in qualche modo estasiato da cotanta bellezza; quasi ipnotizzato, direi. 

Dimmu Borgir

Dimmu Borgir tornano a farsi vedere sul palco proponendo nientemeno che... "Dimmu Borgir (Fortezza Oscura)". No, non è un deja vù, è solamente la versione completa del brano precedentemente ascoltato. Introdotta da un fragoroso applauso, troviamo ancora una volta le voci coriste a fungere da introduzione, permettendo al sound distorto di subentrare in tutta la propria magnificenza. La batteria segue un mid tempo classico, mentre il singer Shagrath ci illumina la strada del nostro destino. Quel percorso da lui illuminato però è proprio quello che abbiamo cercato di evitare fino ad ora. E' arrivato il momento di rispondere alla chiamata delle armi, le forze della luce fredda del nord vanno a mischiarsi con quelle della notte oscura del sud. Un doppio pedale insistente sorretto da un'orchestra bella corposa dà sfogo a tutta la magnificenza strumentale dei Nostri, i quali diventano un tutt'uno con la sinfonia a noi proposta. E' giunto il momento di affrontare sostanzialmente noi stessi, di affrontare le nostre paure ed i numerosi pericoli che la vita ci pone davanti in ogni singolo momento. Le scelte da noi compiute fino a questo momento hanno delineato la nostra personalità ed il nostro essere uomini, ma ora è giunto il momento di compiere il passo più importante: quale ponte decidere di attraversare? Quale invece lasciar bruciare? Prima di dare una risposta effettiva veniamo assaliti da un sound che si fa sì più lento, ma anche più deprimente e sconfortante. La scelta è difficile, estremamente difficile e sappiamo benissimo che l'inganno è li dietro l'angolo pronto ad aspettarci. Eppure dobbiamo cercare di superare questa fase eliminando a tutti i costi i più deboli per fare in modo da non sentire più il loro pianto. Chi decide di rimanere in gioco in questo pericoloso e decisivo bivio vitale, deve anche superare l'ostacolo che ci vede attratti in maniera irrefrenabile verso le spire della fiamma nera. I nemici un giorno si ritroveranno a dover fronteggiare una sconfitta ormai già scritta, mentre noi ci ritroveremo in un luogo che non è fatto per sognatori, dove fuoco e lava saranno lì pronti ad inghiottirci, e dove arriverà il momento di decidere se il fuoco sarà con noi o contro di noi, nell'ultimo caso bruciandoci per l'eternità. Il singer lascia spazio agli strumenti, i quali si muovono benissimo in territori sinfonici creando un grande phatos emotivo. Ad un momento di calma però, complice l'incitamento di Shagrath con relativa pronta risposta del pubblico, il suono deflagra in maniera imponente con una sezione ritmica devastante ed un riffing generale a dir poco esplosivo. La doppia cassa è di una violenza esagerata, ed il tutto è condito da una prova sopra le righe dei due chitarristi Silenoz Galder. Una frase in particolare deve essere menzione di riflessione, ovvero: "Quando il primo è l'ultimo e l'ultimo è primo, sarete voi a scegliere cosa essere", riferimento chiaro alla parabola evangelica in cui Gesù disse: "Beati gli ultimi perché saranno i primi ad entrare nel regno dei cieli". Qui però parliamo dell'ingresso nel regno del male, e saremmo noi a scegliere da che parte stare e soprattutto a cosa credere. Una guerra insomma tra cristianesimo e chi ne vuole vedere la fine, che non vuole avere una reale conclusione. Una disputa violentissima che dovrà per forza di cose terminare solamente quando una delle due fazioni cadrà definitivamente. 

Chess With the Abyss

Proseguiamo ancora una volta con un brano tratto da "Abrahadabra" ed andiamo a parlare di "Chess With the Abyss (A Scacchi con l'Abisso)", la quale viene presentata dal singer con una voce particolarmente oscura. Un primo riff che emana odore di sporcizia da tutti i pori permette ad una bella sezione ritmica di proporsi con tanto di accompagnamento coristico molto ben riuscito. Quando subentra lo scream di Shagrath i toni si fanno più lenti, per poi riprendersi in maniera perentoria fino alla prossima strofa. Il pubblico assiste alla cerimonia di rinascita del male narrata dalla band, dove vecchi sogni, e forse non solo quelli, tornano a galla per insidiarsi in modo definitivo. La resa sonora è a dir poco eccellente e le chitarre assumono quella rozzezza tipica del black metal. Il singer incita la folla, che dal canto suo, risponde in maniera entusiasta. Il brano accelera improvvisamente con scariche di doppia cassa disumane ed urla demoniache. Questa parte totalmente strumentale è affascinante in ambito live e contribuisce a creare quella tensione e quella carica di adrenalina necessaria per invocare il male. Un male che è momentaneamente bloccato all'interno di un utero e non vede l'ora di poter prendere vita al suo interno, per poi finalmente uscire lacerandone il corpo ospitante. Il dolore eterno offusca la mente e si percepisce una sensazione di vuoto totale all'interno di un ulteriore vuoto. Bisogna trovare un modo per poter scoraggiare il demonio, bisogna trovare un qualcosa che non gli permetta di rinascere. Se il ritmo della song assume connotati più "tranquilli" confezionando un effetto di relativo rilassamento, quello che ci aspetta subito dopo è una scarica di tale violenza la quale viene riversata nelle nostre orecchie come un tornado nel pieno della propria forza. Si cerca un raggio di sole, una luce, o qualsiasi cosa possa cercare di fermare l'avanzata di questa vita che porterà morte. Cerchiamo in qualche modo, insomma, di tenere dentro di noi questo male, ma purtroppo ogni tentativo risulta essere invano. Il supremo principe degli inferi è rinato, e vuole essere la nostra ancora di salvezza. L'oscurità nasce ogni giorno e ci avvolge nelle tenebre cercando di portarci via ogni qual volta cala il sole. E mentre noi non ci rendiamo veramente conto che ogni giorno potrebbe essere il nostro ultimo giorno di vita, Lui lavora nell'ombra per far affiorare in ognuno di noi quell'istinto primordiale atto a distruggere ogni cosa che ci circonda. Noi stessi compresi. Sul finale possiamo udire un tripudio di suoni dettati sia dalla band che dall'orchestra, ponendo fine così alle speranza umane di una qualsivoglia salvezza. Gli applausi conclusivi ci permettono di cogliere tutta l'ammirazione verso una band che, in sede live, riesce sempre e comunque a dare il meglio di sé, trasformando dei pezzi in studio magari non propriamente dei must, ma che dal vivo assumono delle proporzioni di notevole importanza.

Ritualist

"Ritualist (Ritualista)" inizia, come nel disco in studio, con una frase in latino recitata al contrario da una voce fuori campo: "In Nomine dei Nostri Satanas Luciferi" (In nome del nostro dio, Satana, il portatore di luce). Un arpeggio dalle tinte classiche ma dal retrogusto oscuro permette alla band di partire in quarta con un blast beat feroce e chitarre dal tipico sapore retrò. Il tutto viene accompagnato dal suono delle tastiere di Bratland il quale srotola un tappeto perfetto per fare in modo che il singer inizi la propria messa. Una vera e propria celebrazione del male, dove sacerdoti ormai devoti a Satana, vanno a compiere dei veri e propri sacrifici umani proprio tramite riti esoterici. La frase iniziale recitata in latino è solamente il preludio a tutto ciò, e si inneggia proprio al principe delle tenebre che dovrebbe essere portatore di luce e speranza. Shagrath pare essere a proprio agio in queste prime battute, sfoderando una prestazione sicuramente di livello. Il ritornello è contornato da un'ottima prova orchestrale, dove gli strumenti a corda sono assoluti protagonisti. La band torna a picchiare durissimo, mentre la sinfonia rincorre a perdifiato un tappeto sonoro imponente. Anche quando ci troviamo di fronte ad un leggero rallentamento aleggia quell'aura malsana che va a travolgere l'intero palazzetto mietendo vittime su vittime. L'intento è chiaro; uccidere chiunque tenti di ostacolare il progresso "religioso". Nessuno si deve permettere di manifestare una benché minima carenza verso l'ambizione di prosperità di Satana. E' tempo di spezzare quelle catene che ci tengono legati ad inutili regole, e lasciamoci definitivamente il passato alle spalle. E' tempo di abbracciare un nuovo credo, è tempo di invocare il demonio per purificarci e porre fine a queste inutili sofferenze. Il lavoro di accompagnamento di Daray dietro le pelli è precisissimo, così come le incursioni dei coristi che sembrano essere proprio la ciliegina sulla torta per esaltare un sound così pomposo. Le chitarre di Gader Silenoz tagliano, fanno male, lasciando cicatrici profonde ed inimmaginabili. Il sangue deve scorrere copioso, il sacrificio è un obbligo verso colui che ci porterà alla salvezza eterna. L'intento di questi sacerdoti è quello di farci staccare da inutili credenze e false verità, così vedremo finalmente le cose in maniera più chiara; il prossimo passo sarà quello di trovare un nuovo orizzonte ed una nuova verità. La nebbia che per moltissimi anni ha offuscato i nostri occhi, non permettendoci di vedere oltre il nostro naso, viene diradata definitivamente permettendoci di avere una visione molto più chiara della situazione. La band continua a mietere vittime e lo stesso singer ne è il perfetto esecutore. L'orrore per la nostra razza è solamente il primo passo verso la devozione per il male, e chiunque si permetta di opporsi e si rifiuti in qualche modo di seguire questa nuova strada appena tracciata appositamente per noi, verrà inesorabilmente giudicato dai sacerdoti, i quali non esiteranno a sacrificarci per rinforzare il male e purificare le anime dannate. Il brano termina con ancora il classico incitamento verso il pubblico, il quale nemmeno a dirlo, risponde sempre in maniera più che decisa. Se "Ritualist" era già di per sé uno dei brani migliori presenti nel full length, immaginate cosa può risultare versione live. Un manifesto di potenza e cattiveria che viene recepito con totale approvazione dai numerosi fan presenti.

A Jewel Traced Through Coal

E' il turno del brano "A Jewel Traced Through Coal (Un Gioiello che Risplende nel Carbone)", il quale si presenta con un suono il quale potrebbe benissimo essere inserito nel corpus di una colonna sonora, per un eventuale film horror. Al termine di questa introduzione il china di Daray annuncia l'inizio vero e proprio ed il boato del pubblico si fa assordante. I Dimmu Borgir martellano sin da subito con una impostazione black metal che da troppo tempo mancava nei loro lavori. Anche la sinfonica ci mette del suo per spingere la band al massimo, e dobbiamo dire che ci riesce pienamente. I volumi sono ben bilanciati e nonostante il caos generato da suoni potentissimi, la resa è spettacolare. Quella beatitudine tanto promessa da chi vuole guidare le nostre menti verso territori imposti, togliendoci la possibilità di scelta circa la strada da percorrere mediante il libero arbitrio, si rivela solamente un'illusione. Un orientamento debole provoca conseguenze disastrose, e se ormai abbiamo perso un pastore che ci possa guidare verso il destino da noi scelto, le immagini di questa strada ci appaiono davanti agli occhi. Trovando un breve momento di calma apparente, Shagrath invoca il pubblico a seguire i coristi mentre si cimentano in un intermezzo che sembra quasi studiato appositamente per rendere loro partecipi. Siamo consapevoli ormai di avere sopportato fin troppo tutte quelle menzogne professate da presunti predicatori, i quali con false risate e vergognosi sorrisi ci portavano verso una distruzione mentale. Il tesoro che si cela dentro ognuno di noi non si trova facendoci soggiogare da altri; bisogna cercarlo con sapienza e tutta la pazienza accumulata nei secoli, quella tipica di chi prima di noi si recò in luoghi perduti e sconosciuti per meditare e ritrovare il proprio io. Il tutto viene narrato con un filtro vocale che forse da troppo tempo viene utilizzato da parte della band per cercare di dare una spinta in più ai brani, ma che in sostanza vuole probabilmente nascondere un calo di aggressività da parte dello stesso Shagrath. Non sapremo mai se questa ipotesi sia vera o se l'utilizzo smodato di questi filtri sia indipendentemente voluto. Resta il fatto che anche in questa sede il brano viene un po' rovinato dalla troppa "sinfonia" e da queste infiltrazioni artificiali. Comunque la sostanza complessiva è resa piuttosto bene, ed in ultima battuta veniamo incitati a non fermarci mai alle apparenze: bisogna cercare di scavare a fondo in ognuno di noi per poter capire realmente chi siamo e come siamo fatti. Ognuno di noi è rivestito di "carbone", ma guardando con attenzione senza fermarsi alle apparenze, si può scovare un bellissimo gioiello che vuole risplendere e brillare di luce propria. La song va a concludersi con note proposte velocissime da parte degli strumenti a fiato, lasciando poi spazio all'immancabile applauso finale. 

Readication Instinct Defined (Orchestra)

Se fino ad ora abbiamo ascoltato solamente brani tratti dall'ultimo album "Abrahadabra" (album che si presta benissimo all'accompagnamento sinfonico, anzi è praticamente studiato per quello), finalmente andiamo a trovare "Eradication Instinct Defined (Definizione di Istinto di Eradicazione) - Orchestra", song tratta da uno dei migliori album della "seconda era" dei Dimmu Borgir, "Death Cult Armageddon". L'apertura è affidata a parti orchestrali molto interessanti che risultano essere leggermente più alte di tono rispetto alla versione in studio. Poco male dato che comunque l'essenza rimane immutata. I coristi si propongono in una sorta di lamento dove si crea una sensazione di calma e di disagio non indifferente. I fiati sembrano marciare imperterriti verso l'ignoto, mentre quando vengono chiamati in causa i violini sembra di essere avvolti dalla nebbia più fitta. Cerchiamo in qualche modo di uscire da questa coltre, ma ecco che piatti e percussioni si fanno strada aiutati in maniera decisiva da trombe le quali aumentano lo stato di ansia generato fino ad ora. Bellissimo lo stacco che avviene intorno al terzo minuto, dove i soli strumenti a corda assumono un'importanza decisiva nel creare quel malessere generale che rimane sullo stomaco provocando un enorme stato di incoscienza. Questa parte sarebbe perfetta per un film come "Hellraiser", dove l'oscurità è l'elemento portante della pellicola di Clive Barker. Così come oscuro è il sound a noi proposto. Dei leggeri sibili si possono udire, qualcosa di depravato e perverso sta accadendo ad ognuno di noi. Siamo destinati ad ucciderci a vicenda, e questa non è nient'altro che la perfetta colonna sonora della nostra morte. Un pezzo sicuramente non destinato alla sola parte musicale, ma dobbiamo dire che anche in questa veste riesce comunque a farsi apprezzare. Anzi, probabilmente essendo "denudata" della furia originale, si percepisce una sorta di malessere interiore che porta alla pazzia generale. Il tutto è studiato nei minimi particolari, e non è certo un'impresa facile trasformare un brano di violenta natura in un qualcosa di altrettanto spettacolare usando solamente elementi orchestrali. Il primo disco termina qui, e quello a cui abbiamo assistito fino in questo momento assume connotati quasi monumentali.

Vredesbyrd

Lasciamo la terra di Norvegia per approdare in territorio tedesco, in occasione del festival più importante d'Europa per quanto riguarda il genere metal. Stiamo parlando ovviamente di Wacken e più precisamente dell'edizione del 2012, la quale ha visto protagonisti (tra gli altri) anche i Dimmu Borgir. Si parte con "Vredersbyrd (La stirpe dannata)", magnifico manifesto in lingua norvegese contenuto in quell'album bestiale dal titolo "Death Cult Armageddon", il quale viene annunciato da uno Shagrath apparentemente in grande forma. Il brano parte subito a cannone con le sue incursioni sinfoniche e quella carica dirompente che tanto ci aveva esaltati in lavori passati. La prima strofa riecheggia con una leggera dispersione audio, niente di grave ovviamente, per poi annichilite la grande folla con quella chitarra stupenda che permette l'ingresso alla seconda parte di brano, ricalcante in maniera fedele quanto sentito in precedenza. La Terra, il nostro amato pianeta, è diventato ormai un luogo maledetto dimenticato da tutti. Nascere e crescere in questo posto vorrebbe dire essere già compromessi prima ancora di emettere il primo respiro. Siamo un seme piantato in una terra di nessuno, in un posto desolato ed arso, dove le possibilità di sopravvivenza sono pari allo zero. La fede è ormai diventata disgusto ed arroganza, ed il disprezzo verso un qualcosa di così falso ed ipocrita viene accompagnato da un misto di compassione e rabbia. Il brano rallenta ma non perde la propria carica, e questo il pubblico lo capisce immediatamente accompagnando con cori imponenti questa sezione strumentale e soffocante. Il singer incita ancora di più ed i presenti rispondono meravigliosamente. L'attacco improvviso è li dietro l'angolo, e la band non si fa certo pregare nel martoriare a suon di riffs i malcapitati. Inesorabile, la morte, arriverà un giorno accettando la nostra offerta, e prendendoci tra le proprie braccia lasceremo finalmente un mondo interamente corrotto ed ormai diventato invivibile. Pensiamoci un istante; se un giorno dovessimo arrivare a crede che la morte possa essere effettivamente una sorta di via di fuga per poterci lasciare alle spalle inutili sofferenze ed ingiustizie, il tutto dovrebbe indurci a pensare che effettivamente qualcosa non va. L'uomo è sempre stato in lotta con tutto e con tutti, anche con se stesso a dir la verità, e questo da sempre. La song si reindirizza per un momento verso quei territori lenti ed oppressivi, quel tanto che basta per dare lustro all'orchestra, la quale si muove perfettamente in un contesto non certo facile. Dopo una parte quasi recitata da parte dello stesso Shagrath si ritorna a godere appieno di una strofa sempre ben raccontata, ma la differenza la fa assolutamente la parte sonora, con una chitarra ed una sezione ritmica da far venire i brividi. In conclusione, veniamo alla causa di tutto ciò: il fatto che l'uomo inteso come essere pensante e cosciente ha sempre avuto una sete di potere maledetta. Poco gli importa se per raggiungere i propri obbiettivi è costretto a scatenare guerre o rovinare il pianeta in cui egli stesso risiede. La terra ne risente, così come l'animo umano che non accetta più di farsi coinvolgere in queste mattanze disumane, e quindi anche la fede stessa inizia inesorabilmente a vacillare.

Progenies of the Great Apocalypse

Sempre da Death Cult Armageddon, i Nostri vanno a pescare uno dei brani divenuti con il passare del tempo uno dei loro cavalli di battaglia; stiamo parlando di "Progenies of the Great Apocalypse (Progenitori della Grande Apocalisse)". Annunciata con "Progeneis" per due volte, con altrettante risposte del pubblico a concluderne il titolo, si parte con una sontuosissima introduzione orchestrale atta sia a scaldare gli animi che ad annunciarne la loro fine. Con una cavalcata intensa e sicuramente d'effetto, inizia la battaglia dettata dall'odio dell'uomo verso l'uomo stesso. Non deve esserci nessun tipo di tolleranza di sorta, il nemico va sconfitto perché così è stato scritto e così deve essere fatto. Qui l'intersecamento tra metal e sinfonia è praticamente perfetto, con una sinfonica sugli scudi e precisa, con i Dimmu Borgir stessi in grande spolvero. I due elementi, così contrastanti fra di loro, sembrano diventare un tutt'uno attuando una simbiosi perfetta. Questo la gente lo riceve forte e chiaro e le urla di apprezzamento ne solo la prova lampante. La dose massiccia di melodia mista ad una rabbia tutto sommato controllata, rende questa prima parte assolutamente da brividi. Lo scopo è quello di individuare l'obbiettivo, ed una volta fatto, gli occhi smettono di vedere, iniettandosi di sangue e di quel male che ognuno di noi si porta dentro. Quello stesso male che è sempre li, pronto ad esplodere ed invadere con il proprio potere chi osa intromettersi nel nostro cammino. Arriva il momento di ascoltare uno stacco di rilevante importanza, dove i coristi prendono il sopravvento strappando più di un timido applauso generale. La batteria viaggia spedita con una doppia cassa dirompente, mentre a fare contrasto sono i suoni di archi che vanno a sfiorare le corde accompagnando le chitarre sempre pronte a ruggire. Alla voce del singer viene applicato un filtro piuttosto corposo facendo risultare - di conseguenza - il suo fare altamente teatrale. Questo però è il preludio ad una esplosione sonora di proporzioni bibliche, dove i Nostri vanno a fare tabula rasa di ogni cosa. Ed è così, con questa voce e questa furia, che andiamo a reclamare il trono che ci spetta di diritto. Chi oserà anche solo avvicinarsi minimamente dovrà essere sacrificato. Affrontiamo il buio solenne che invade il nostro cuore cercando uno spiraglio di luce attraverso il fuoco, in cerca della verità e della totale libertà. Non ci importa più se, una volta arrivati al cospetto di un Dio, questi non ci concederà la grazia; noi lottiamo e lotteremo per un qualcosa che ci deve appartenere di diritto, ovvero la libertà. Le ultime battute vedono un Shagrath sempre vocalmente "disturbato", che sul finale si lascia andare ad un urlo come liberatorio il quale fa letteralmente esplodere la folla. Un urlo che simboleggia l'inizio di questa guerra, una guerra che alla fine non avrà mai un epilogo. Il brano è un qualcosa di immancabile fin dalla sua pubblicazione; la versione studio è forse più apprezzabile a livello di sfumature (dato che ce ne sono davvero moltissime), ma in sede live è un qualcosa che cattura, che ti prende e che ti trascina in un abisso senza fine. Forse il fatto che sia più diretta, forse è solo il sentire una intera orchestra dal vivo, fatto sta che è un brano imprescindibile e che non deve assolutamente mancare negli show dei Dimmu Borgir.

The Serpentine Offering

"The Serpentine Offering (La Tentazione del Serpente)" è il brano di apertura del disco In Sorte Diaboli pubblicato nel 2007. L'orchestra si mostra subito prepotente nel suo incalzare, facendo da introduzione per questa traccia. Il brano parte quindi veloce, sfacciato, sorretto da una doppia cassa molto veloce e ritmiche decisamente sostenute. La potenza iniziale viene un pochino soffocata a causa di un volume forse un po' troppo alto ad opera delle orchestrazioni, ma è comunque più che comprensibile in un contesto live all'aperto e soprattutto, dato i numerosi elementi presenti sul palco, non è nemmeno facile bilanciare sempre alla perfezione tutti i suoni. Vocalmente Shagrath si presenta piuttosto bene con uno scream che non sarà più come quello dei bei tempi ma comunque riesce a reggere egregiamente. Questo brano è l'inizio di un concept che vede come protagonista un sacerdote, il quale in un momento di estrema debolezza, vede la propria fede iniziare a vacillare in modo piuttosto preoccupante. Dinanzi a lui, proprio in questo momento, si viene a manifestare una figura viscida, una figura che va a rappresentare il male. Parliamo di un serpente, il quale storicamente viene associato all'incontro tra Adamo ed Eva nella valle dell'Eden, che indusse in tentazione proprio quest'ultima facendole raccogliere la famosa mela; gesto universalmente considerato simbolo di peccato e disobbedienza. In questo caso però non vengono usati troppi sotterfugi; questo animale si presenta per quello che è realmente, e dice chiaramente di rappresentare l'odio e l'oscurità più profondi che si celano dentro ognuno di noi. Ottima la parte strumentale, che ci viene proposta con una doppia cassa intermittente e precisissima, dove lo stesso singer sembra proprio prendere le sembianze di questa creatura tanta è la cattiveria che riesce a sprigionare dal proprio microfono. Il ritornello è espresso in maniera impeccabile ed il suo finale viene lasciato urlare dai molti presenti, facendo risultare il tutto quasi "studiato" tanta è la sintonia che si crea tra pubblico e band. In questa fase è presente una magnifica parte la quale vedeva il buon ICS Vortex cimentarsi con la sua bellissima voce pulita, ma dato che il bassista ormai non fa più parte della band, questo momento ci viene proposto dai coristi, i quali pur svolgendo un ottimo lavoro, non riescono ad ottenere lo stesso effetto. Il brano prosegue con il proprio racconto scavando in profondità nell'animo umano, cercando e trovando una ferocia isolata che non aspetta altro che di essere risvegliata. Come se si trovasse in un certo qual modo in uno stato di torpore dal quale destarsi al momento opportuno, esplodendo poi con tutta la sua malvagità. Dopo un breve rallentamento (il quale vede la voce essere filtrata in maniera importante), il sound riprende alla grande con le due chitarre che calpestano gli ascoltatori a suon di rasoiate ponendo fine, con il solito sottofondo sinfonico, al brano. Brano che si conclude con una proposta da parte di questa entità maligna sotto forma di serpe , iniettando il proprio veleno nelle vene del sacerdote in modo da poterlo "abbracciare" ed accogliere tra le proprie spire. Se già il nostro protagonista nutriva dei forti dubbi nei confronti del suo credo, viene rincarata la dose sentendosi chiedere se preferisce continuare a rimanere nell'ignoranza facendosi plagiare da false verità e promesse, oppure se vale la pena sacrificarsi abbracciando la morte non prima però di aver combattuto il cristianesimo. I dubbi alla fine diventano certezze, ed il sacerdote si concede al maligno non prima di avere patito atroci sofferenze.

Fear and Wonder

Se precedentemente abbiamo ascoltato il brano di apertura tratto da "In Sorte Diaboli", è il momento di sentire invece quello iniziale estratto da "Puritanical Euphoric Misanthropia". "Fear and Wonder (Paura e Meraviglia)?" è una introduzione strumentale meravigliosa, e se proposta su disco è affascinante ed inquietante allo stesso tempo; immaginatevi, dunque, cosa può essere con un'orchestra intera a disposizione. Il suono si muove sinuoso, la leggerezza delle voci provenienti dal coro abbracciano l'aria rendendola ancor più gelida, mentre la delicatezza degli strumenti a corda sembra volerci accompagnare per mano attraverso luoghi meravigliosi. Non fatevi ingannare; ad un certo punto questa sensazione di beatitudine viene rotta fragorosamente dall'oscurità che si palesa con decisi e violenti attacchi di violini, i quali vengono raggiunti da trombe mastodontiche che ci fanno sprofondare letteralmente negli abissi più profondi della nostra coscienza.

Kings of the Carnival Creation

Una volta terminato questo bellissimo preludio, possiamo aspettarci la comparsa di un brano, solamente: "Kings of the Carnival Creation (Re della Carnevalesca Creazione)" è il brano perfetto per continuare a massacrare gli spettatori, e quando viene annunciato con una voce volutamente disturbata, la folla impazzisce. Le prime note di tastiera sono inconfondibili e la doppia cassa è devastante nel suo essere alternata. Dopo un breve preambolo che serve a spianare il terreno, la band diventa devastante, uno schiacciasassi in movimento che non conosce ostacoli. Le chitarre risultano in questo senso a dir poco spettacolari, i plettri di Silenoz e Galder sembrano prendere fuoco per via dell'elevatissima velocità di esecuzione; e mentre la sezione ritmica impazza, la voce si fa via via più feroce. Viene trattato un tema di stampo prettamente filosofico, ovvero quello della creazione. Sì, perché la maschera dietro la quale si cela il volto di questa creazione, mostra (una volta levata) atroci battaglie e tremende carestie. La pace non esiste, è inutile cercare un qualcosa che non c'è. E' stata creata solamente per ricaricare le armi e continuare la crociata verso il cristianesimo. Le Paludi di Misantropia stanno a simboleggiare la disperazione e l'odio profondo verso il genere umano tutto. Un genere che è votato totalmente all'odio e all'autodistruzione, che non vuole accennare a cambiare attitudine. Potentissimo il suo incedere, ed anche quando viene risvegliata l'orchestra sinfonica, quello che si respira è un odore di morte e di odio. Sentire Silenoz mandarci nelle orecchie quel suono stupendo che di fatto caratterizza il brano è da applausi: ed il pubblico, recepito il messaggio, inizia ad inneggiare la band. Anche in questo caso è presente una parte cantata dall'ormai ex bassista Vortex che viene ancora una volta sostituita discretamente bene dai cori sul palco. Dico discretamente, chiaramente il valore timbrico dei coristi non si discute; ma la mancanza dello stesso bassista si sente eccome. Il brano tiene un attimo con il fiato sospeso per poi riprendere con foga ricordandoci che fin dai tempi più remoti l'essere umano è sempre stato incline ad ogni tipo di violenza ed efferatezza, uccidendo i propri simili e cercando di primeggiare su coloro i quali siano stati ritenuti indegni e deboli, considerati tali proprio dall'uomo stesso. A pensarci bene, dall'evoluzione fino ai giorni nostri non è che le cose siano di molto cambiate, anzi. Un continuo cercare sempre nuove motivazioni e metodi esponenzialmente più crudeli e devastanti per poter seminare morte. E' come se da qualche parte dentro di noi sia presente un sentimento represso e sadomasochista dal quale traiamo goduria e soddisfazione. "Godersi la sofferenza, la sanità mentale viene prosciugata", è l'esempio perfetto di quello che la canzone vuole esprimere. Come ultimo atto veniamo sovrastati da un tripudio di suoni melodiosi, e se da una parte il vocalist si trova a recitare un'ultima parte con praticamente nulla come sottofondo, dall'altra al suo termine veniamo bombardati da una potenza inaudita che esplode in tutta la sua forza travolgendo ogni cosa. E' come se in quest'ultima parte la stessa band trasse godimento nel vedere soffrire i propri spettatori, così proprio come l'uomo è abituato a fare. Un pezzo bellissimo anche in veste live, dove violenza e sinfonia trovano un punto di contatto comune che rende il tutto perfettamente bilanciato e coinvolgente.

Puritania

Un rumore di frequenze disturbate è l'inconfondibile inizio di "Puritania". Un brano altamente sperimentale contenuto nell'album "Puritanical Euphoric Minsanthropia", il quale viene accolto con un fragoroso applauso da parte del pubblico. La voce di Shagrath è filtrata all'inverosimile e la sezione ritmica è incalzante ed intermittente, mentre le chitarre risultano essere un monolite di rara potenza. Nei momenti in cui sono le tastiere a farla da padrone, il pubblico si scatena incitando a gran voce, mentre la band continua imperterrita nel proseguire un brano che non vuole e non deve temere ostacoli. Una voce così particolare nel narrare più che cantare, vuole essere quella del nostro sub-conscio, il quale prende magicamente vita nell'intento di metterci davanti la dura realtà. Autoproclamandosi come entità superiore a qualunque cosa, ci fa capire che la guerra, il dolore, la sofferenza e le menzogne sono provocate solamente da noi stessi. Siamo noi gli artefici delle nostre paure più remote e della contaminazione stessa del nostro pianeta. Il sound è chirurgico, una perfezione tale da far rimanere basiti. I Nostri sono maestri nel ricreare atmosfere che in qualche modo riescono a disturbare anche solo mentalmente l'ascoltatore. Siamo ridotti ad un cumulo di spazzatura, e quindi è arrivato il momento di far grandi pulizie. Una pulizia che potrà dirsi conclusa solamente dopo lo sterminio dell'intera razza umana. Diciamo la verità, l'uomo in tutti questi anni ha saputo solamente spargere odio, cattiveria e violenza in un mondo che ha saputo offrirci praticamente tutto per riuscire a vivere in totale armonia. Noi però siamo riusciti a gettare alle ortiche ogni cosa, e questa è la punizione giusta che dobbiamo affrontare. Le orchestrazioni a questo punto si fanno più compatte, ed il risultato finale è quel totale soffocamento che la band vuole farci subire per aver reso la nostra terra un posto invivibile. Questo dovrebbe far riflettere sulla nostra condizione, e nonostante tutto ciò continuiamo con il nostro dannato egoismo. E' veramente incredibile pensare che una razza evoluta come la nostra, dotata di una intelligenza superiore, si sia ridotta in questo stato e non riesca ancora oggi a domare i propri istinti distruttivi, anzi, provando addirittura del piacere nel veder soffrire il prossimo e nel vederlo soccombere. Dicevamo in apertura che "Purutania" è un brano sperimentale e questo, chiamiamolo azzardo, ha portato molti apprezzamenti, diventando uno dei tanti brani immancabili ad ogni loro show.

Mourning Palace

Ora, quello che andremo ad ascoltare nella sua nuova veste "orchestrale" non è nient'altro che il brano il quale ha permesso ai Dimmu Borgir di farsi conoscere in ogni parte del pianeta. Stiamo parlando di "Mourning Palace (Il palazzo del lutto)" contenuto in quel gioiello di album rispondente al nome di "Enthrone Darkness Triumphant", pubblicato nel 1997 dalla "Nuclear Blast". Un disco epocale che segnò definitivamente la carriera dei nostri norvegesi. E difatti, appena partono le prime note di tastiera, è un tripudio di approvazione. Quello che notiamo sin da subito è la maggiore componente orchestrale che va a pompare in maniera decisiva questo inizio di brano. Da notare ovviamente la voce del singer, che non è più malvagia e potente come in quegli anni; almeno, la buona volontà messa da Shagrath in questa prova è comunque da apprezzare. Le tastiere vengono aiutate da orchestrazioni di pregevole fattura ed il pubblico sembra gradire senza riserva. Il testo è ovviamente incentrato sulla figura del male, quello puro, il luogo dove le anime dei caduti si trovano, dopo un lungo viaggio, al cospetto nientemeno che di Satana. Sono in attesa del suo giudizio, straziate dal dolore e dal peccato. Il Re del male non si tira certo indietro dinnanzi alla possibilità di fare proseliti e quindi non si fa troppo attendere nel manifestarsi per poter gioire e godere immediatamente delle loro sofferenze, rafforzando così il proprio impero demoniaco. L'incedere è lento è micidiale allo stesso tempo, ed i presenti non perdono l'occasione di farsi sentire ogni qualvolta ce ne sia occasione. Una seconda parte memorabile viene sempre e comunque affiancata da una sinfonia forse un po' troppo invasiva, ma che alla fine riesce a non stonare troppo. La doppia cassa impazza, la voce graffia e le chitarre iniziano a fare sul serio. Un breve momento ed un urlo e si parte con la parte che ha reso questo brano a dir poco mostruoso. Sezione ritmica avvolgente, chitarre tiratissime ed una tastiera che rasenta la perfezione in quanto ad accompagnamento. Il tutto però è rovinato da quell'orchestra che deve esserci per forza, rischiando seriamente di compromettere questo magnifico pezzo. Nonostante tutto però, il Demone supremo ci invita ad ascoltare le sofferenze di chi ha deciso di non seguirlo e di chi invece è in attesa del suo giudizio. Eterna sarà la loro sofferenza, eterne saranno le loro disgrazie ed eterno sarà il loro dolore. Non troveranno mai la pace e saranno costretti a rivivere i momenti peggiori della loro miserabile esistenza. In definitiva, quello che i Nostri vogliono farci capire sfoderando un sound epico ma devastante, è che una volta passati nell'aldilà, e quindi dopo aver abbandonato per sempre la nostra vita terrena, non ci sarà alcun salvatore ad attenderci a braccia aperte. Nessun paradiso, nessun angelo con le ali spiegate e nessuna valle dell'Eden. Una volta attraversato lo Stige dovremmo per forza affrontare le nostre paure e tutte le nostre disperazioni, e sarà alla fine Satana a decretare il nostro destino. Che vi piaccia o meno, questa è la malvagia verità, e prima o poi dovremmo trovarci tutti davanti a lui, in ginocchio e privi soprattutto di qualsiasi speranza. Il tutto si conclude con un saluto ed un ringraziamento generale il quale scatena un applauso che sembra non avere una fine. In definitiva, un brano che fa sempre la sua grande figura; ma purtroppo, c'è un "ma". Ed il problema di base sta proprio nel fatto che le orchestrazioni cercano di avere un ruolo quasi dominante in un brano che non ne ha bisogno. "Mourning Palace" non è nata per essere "coverizzata" in questa maniera, ma è stata concepita per essere così come nella sua versione originale. Ovviamente, sulle ali dell'entusiasmo (e come dargli torto) il pubblico non può che accogliere a braccia aperte un brano di tale portata, ma se dobbiamo guardare la resa finale è da una parte sicuramente ottima, ma dall'altra risulta troppo forzata.

Perfection or Vanity

Il concerto non può certo terminare senza un'outro, e quindi andiamo ad ascoltarci "Perfection or Vanity ( Perfezione o Vanità)". La band abbandona definitivamente il palco e le prime note che arrivano dagli amplificatori sono di rara bellezza. Un suono oscuro, melodioso ma affascinante avvolge in un silenzio tombale l'intero festival. Le percussioni sono delicate, i fiati leggiadri, mentre viole, violini e contrabbassi risultano essere delicati nella loro aggressività, coadiuvati da strumenti a fiato che in qualche modo aumentano l'intensità emotiva. Una piccola porzione di coristi si fa sentire senza essere invadente, giusto quel tanto che basta per dare un certo spessore a tanta maestosità. Viene offerta anche qualche piccola variazione rispetto alla controparte originale, con l'aggiunta di qualche sonorità atta ad arricchire, ed appunto qualche breve incursione corista. Una breve conclusione che vede il suono andare a morire lentamente ed a perdersi nel labirinto del male. Applausi conclusivi decretano la resa perfetta della band, un concerto sicuramente di grande effetto che difficilmente si potrà dimenticare.

Conclusioni

Cosa dire, in ultima battuta, di questo doppio live? Che sicuramente, dopo l'uscita della poco felice compilation "Dimmu Borgir", questo contributo dal vivo risolleva parecchio le sorti della band. Tanta è la differenza, e lo sappiamo tutti, fra una semplicissima compilation di materiale riproposto ed un doppio album ricco di materiale certo conosciuto ma reso "inedito" dalle particolari esecuzioni orchestrali. Sicuramente parliamo di un prodotto confezionato alla perfezione, e come da tradizione, nulla è lasciato al caso. In questo ambito i Nostri hanno sempre immesso sul mercato dei lavori impeccabili, basti pensare al "Live & Plugged Vol. 2" pubblicato in VHS nel 1997 in compagnia degli storici Dissection durante il The Gods of Darkness tour, oppure al mastodontico "World Misanthropy" del 2002 contenente esibizioni in varie parti d'Europa, con riprese nei vari backstage ed anche le varie scorribande che durante un tour non possono proprio mancare. Il tutto ripreso sempre e comunque in maniera decisamente professionale. Questo "Forces of the Northern Night" non fa certo eccezione, consegnandoci una band sicuramente cambiata in maniera anche radicale nel tempo, ma che riesce sempre ad ottenere grandi consensi appena si appresta a salire sul palco. I brani scelti e riproposti in questo lavoro sono giustamente presi dal periodo in cui la componente sinfonica si fece più marcata, inserendo appunto quelle parti orchestrali che divennero poi una costante nei lavori successivi. Brani quali "Gateways", "The Serpentine Offering" oppure "Kings of the Carnival Creation" si prestano benissimo ad una trasposizione dal vivo con tanto di elementi sinfonici, e quindi anche la resa finale trae un certo giovamento. Se però fino ad ora abbiamo parlato più che bene della qualità e della quantità generale, che si assesta su livelli a dir poco eccellenti per quanto riguarda il livello ed il bilanciamento dei suoni e nel complesso di tutto il lavoro in generale, c'è anche da dire che ci sono delle pecche le quali - e lo ammetto caldamente -  mi hanno sinceramente fatto storcere un po' il naso. In primis, quello che ho trovato meno convincente è il primo disco. A livello sonoro rasenta la perfezione ma è praticamente tutto incentrato sull'ultimo "Abrahadabra", fatta eccezione per la versione strumentale di "Eradication Instinct Defined". Una scelta che non approvo in toto, perché a parer mio, se è vero che è il disco più sinfonico di quelli pubblicati fino ad ora, è anche vero che mi sarei aspettato una scaletta un po' più varia. Una varietà che sicuramente troviamo una volta inserito il secondo disco, ed anche se non raggiunge la perfezione sonora del precedente, risulta sicuramente più interessante. Come ultimo appunto, devo purtroppo andare a toccare un brano a dir poco sacro per i fan. "Mourning Palace", come avrete intuito durante la recensione, è un pezzo pazzesco che però non ha e non deve avere niente a che fare con suoni pompati ed estremamente sinfonici. Diciamo la verità, la song è bella proprio per la sua natura malsana, con solamente le tastiere a fare da paciere tra l'irruenza della sezione ritmica, le chitarre assassine e la voce indemoniata. In questa sua nuova veste perde molto in termini di oscurità, e nonostante dal vivo faccia sempre la sua grande figura, non possiamo non notare questo fatto. Insomma, un brano certamente validissimo e ben eseguito minato da un certo tipo di "esagerazione" in senso sonoro, come se i Dimmu Borgir avessero voluto strafare, per sorprenderci in maniera ben più esagerata del normale. Operazione riuscita solo a metà, forse sarebbe stato meglio calibrare meglio le varie incursioni, apportando solo leggerissimi inserti d'orchestra, prediligendo il lavoro di tastiera; il quale, lo ripeto, avrebbe dovuto essere maggiormente esaltato e curato, non sotterrato da roboanti sinfonie. Bellissime, ci mancherebbe; ma in questo contesto, forse troppo forzate. In definitiva però, siamo di fronte ad una pubblicazione imponente, con suoni perfetti (soprattutto nel primo disco) ed una band che, dopo troppi anni di silenzio, ha forse deciso che è arrivato il momento di uscire da questo torpore mandando in pasto ai propri fan una sorta di riassunto dei propri ultimi anni. Chiaramente, l'attesa (ora come ora) è riversata su un nuovo lavoro di inediti che speriamo non tardi troppo ad arrivare. Ma nel frattempo, non resta che inserire il disco nel nostro stereo, schiacciare il tasto play, e chiudere gli occhi. Vedrete che in un attimo sarete anche voi in mezzo alla folla ad acclamare la Fortezza Oscura.

1) Xibir
2) Born Treacherous
3) Gateways
4) Dimmu Borgir (Orchestra)
5) Dimmu Borgir
6) Chess With the Abyss
7) Ritualist
8) A Jewel Traced Through Coal
9) Readication Instinct Defined (Orchestra)
10) Vredesbyrd
11) Progenies of the Great Apocalypse
12) The Serpentine Offering
13) Fear and Wonder
14) Kings of the Carnival Creation
15) Puritania
16) Mourning Palace
17) Perfection or Vanity
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