DIMMU BORGIR

Eonian

2018 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
07/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Parlare dei Dimmu Borgir non è sempre facile. Sono sempre stati una band in continua evoluzione e non tutti hanno saputo apprezzare questa loro dote. Certo è che rispetto agli esordi, di strada ne hanno fatta veramente molta ma non sempre sono riusciti ad imboccare quella giusta. Facciamo qualche passo indietro. Gli anni 90 sono stati degli anni fondamentali per il movimento black metal, e moltissime band hanno prodotto dei lavori che rimarranno per sempre stampati nella storia nella musica estrema. Pensiamo per un attimo ai Darkthrone con il loro Under A Funeral Moon; un disco gelido e spietato che portò la band di Fenriz e Nocturno Culto ad un livello quasi impensabile. Oppure agli Immortal con il cattivissimo Pure Holocaust, gli svedesi Marduk con Those of the Unlight, oppure agli Emperor con il mini cd omonimo. Ecco, proprio la band di Ihsahn fu tra le prime ad inserire parti di tastiere nel loro sound, il quale pur risultando sempre feroce e gelido come una fredda notte d'inverno in Norvegia, era dotato di quella atmosfera mistica e spaventosa che contribuì alla band di riscuotere consensi in ogni parte del mondo. Arriviamo dunque a questo fatidico 1995, dove un giovane Shagrath con il compagno Silenoz, fecero uscire un album, il debut, For All Tid. Una release magica, influenzata pesantemente dalle sonore solennità di Bathory, dove non era la violenza ad essere la protagonista principale o le urla in screaming del singer, ma bensì il lavoro di tastiere dell'allora musicista Stian Aarstad il quale dipingeva perfettamente su tela un paesaggio desolante ed infernale, senza bisogno di suonare per forza velocissimi. L'anno dopo fu la volta di Stormblast, il quale continuava il percorso del suo predecessore aggiungendo quella creatività in più che fece uscire la band dall'underground. Una volta fuori, i Nostri firmarono per Nuclear Blast e nel 1997 partorirono Enthrone Darkness Triumphant. Fu un successo quasi inaspettato, complice forse anche una produzione meno sporca e meno "black metal". Il maggiore pregio di questo lavoro fu quello di contenere dei brani che simboleggiano tutt'oggi quello che i Dimmu Borgir furono e che purtroppo molti, forse troppi rimpiangono. Una prima svolta avvenne nel 1999 con l'uscita di Spiritual Black Dimension che vedeva tra le fila non più Aarstad ma bensì il talentuoso e giovane tastierista Oyvind Johan Mustaparta (aka. Mustis). Molti tendono a considerare Spiritual... una specie di disco interlocutorio che piace e non piace; in realtà è un bel lavoro, non certo paragonabile ad Enthrone... sia chiaro, ma a tratti veramente interessante. Si notano immediatamente delle grosse differenze rispetto al passato, come per esempio una maggiore dose di voci pulite (in questo caso la band si avvalse come special guest di ICS Vortex), ed una minore attitudine black a favore di un thrash/black sempre convincente ma ben lontano da quello che probabilmente i fan si sarebbero aspettati. La vera svolta però arrivò 2001 con Puritanical Euphoric Misanthropia. Un'uscita potentissima e ferocissima che spostava ancora di più il proprio sound su lidi thrash/black farcendo il tutto con orchestrazioni e sezioni di tastiera ottimamente ben congegnati. Mostruoso fu il lavoro dell'allora batterista Nicolas Barker (ex Cradle of Filth), così come decisivo fu il contributo di Vortex ormai in pianta stabile nella fortezza oscura. Non tutti apprezzarono questo cambio così radicale, ma la band non si preoccupò molto di questo fatto e continuò per la propria strada. Due anni più tardi arrivò Death Cult Armageddon che ricalcava a piene mani quanto fatto su Puritanical, ma che era dotato di una ferocia se vogliamo ancora più cruda. Fu un successo su tutti i fronti, ma purtroppo da quel momento i Dimmu Borgir persero quella vena creativa che gli aveva fin qui contraddistinti. Il successivo In Sorte Diaboli infatti, pur annoverando tra le proprie fila lo storico batterista dei Mayhem ed Arcturus Hellhammer, non convinse appieno il pubblico, facendo storcere in naso a moltissimi fan di vecchia data. Tralasciando la nuova versione risuonata di Stormblast (che non è male intendiamoci, ma perde molto del suo fascino originale), è con Abrahadabra che i Nostri norvegesi perdono del tutto la loro credibilità. Licenziati Mustis e Vortex, Shagrath, Silenoz e Galder (Old Man's Child), decisero di continuare con una formazione a tre e chiamando solo per i propri live degli special guest per permettere al gruppo di potersi esibire tranquillamente dal vivo. Abrahadabra dicevamo; un'opera imponente per quanto riguarda le orchestrazioni e la pomposità del sound generale, ma privo della cosa fondamentale... un'idea. Dieci canzoni prive di anima (non tutte per la verità ma gran parte), buttate li senza una logica precisa e puntando praticamente tutto sulla solennità della Norwegian Radio Orchestra e della Schola Cantorum Choir sacrificando ogni tipo di atmosfera rendendo il tutto piatto ed inconcludente. Succede poi, che dopo innumerevoli tour promozionali in giro per il pianeta, la band si prende una lunghissima pausa in studio. Se non consideriamo sette anni più tardi il trascurabilissimo ep Dimmu Borgir, e il comunque ottimo live album Forces of the Northern Night, ci sono voluti ben otto anni per avere tra le mani un nuovo disco di inediti, un lasso di tempo considerevole che ha fatto pensare ai più, che la band si sarebbe addirittura estinta. Eonian arriva nel maggio del 2018 e vede una band in parte rinnovata che vede come ossatura principale i tre musicisti citati poco sopra. Troviamo infatti a completare la line up Daray alla batteria, mentre per le tastiere ed il basso se ne occupano gli stessi Shagrath, Galder e Silenoz. Questo nuovo lavoro viene preceduto da due signoli; il primo è Interdimensional Summit, un brano discreto ma con poco mordente, il secondo invece è Council of Wolves and Snakes che delude praticamente sotto ogni punto di vista. Ora, dopo così tanti anni la domanda lecita sarebbe: cosa dobbiamo aspettarci da questa nuova uscita? Proseguiranno la strada intrapresa con il deludente Abrahadabra oppure avranno cambiato per l'ennesima volta le carte in tavola? Bhé, non ci resta che scoprirlo insieme con la nostra consueta ed approfondita analisi.

The Unveiling

Partiamo dunque con il primo dei dieci brani proposti dalla band norvegese, e lo facciamo attraverso "The Unveiling (L'Inaugurazione)". L'inizio è spiazzante, con un sound industriale che ne preannuncia il primo riff di scuola black metal. Purtroppo però, il brano mostra immediatamente il fianco ad un mid tempo lentissimo e dagli immediati inserti coristici che si donano quell'epicità che la band vuole trasmettere ma sinceramente non partiamo proprio bene. Fortunatamente le cose prendono una piega migliore Con un bel riff velocissimo ed una doppia cassa che martella a più non posso, ma ancora una volta il sound viene improvvisamente arrestato a favore di una comunque buona sezione di tastiere, per poi riprendere a raffica con una voce, quella dei Shagrath, decisamente interessante. Il mondo in cui viviamo, tutto quello che ci circonda e di conseguenza ogni cosa con cui possiamo interagire, è totalmente corrotto e portato alla deriva. L'inganno è dietro l'angolo, si muove silenziosamente e colpisce quando meno lo si aspetta. Ci troviamo così a navigare in acque torbide immersi nel fango, una palude che piano piano ci trascina verso il fondo spegnendo definitivamente la nostra anima. Tutti vogliono trovare una cura per poter vivere in maniera consona, ma questi ipotetici scienziati cercano in tutti i modi di salvare il salvabile, ignorando però la cosa fondamentale da salvaguardare: l'anima. Tutti noi crediamo di essere reali, vivi e di vedere realmente tutto ciò che ci accade intorno. Non abbiamo ancora capito che viviamo in un mondo di sogni, dove ogni tipo di conoscenza è nascosta per far credere che tutto quello che stiamo assaporando sia la cosa giusta. Ancora una volta le tastiere di Geir Bratland (preso in prestito dagli Apotygma Berzerk) la fanno da padrone, così come le voci del coro che smorzano fin troppo quanto di buono fatto dalle chitarre. Il vocalist per lo meno risulta essere sempre piuttosto convincente, ma questo continuo alternarsi velocità/mid tempo alla lunga rischia di stancare parecchio. Silenoz e Galder rendono le distorsioni pesanti e massicce e ci trasportano in una zona d'ombra dove i nostri occhi si inondano di confusione diventando totalmente ciechi. Questo tremendo velo posto sul nostro viso atto a non rivelare ciò che è reale riesce a nascondere il presente lasciando solamente trasparire dei flebili raggi d'illusione. Un buio quasi totale che mette angoscia ed ansia, ed è sintomo di oscuri presagi sul proseguo della nostra esistenza. Il brano rallenta ancora di più, troppo per i miei gusti, e la band giustamente cerca di tamponare questa cosa cercando di creare delle atmosfere orchestrali che sinceramente lasciano un po' il tempo che trovano, facendo risultare il tutto forse troppo pacchiano e veramente poco ispirato. Diciamo che come opener mi sarei aspettato molto di più dai Dimmu Borgir, ma non tanto per il nome che portano, bensì credevo che con un inizio terremotante avrebbero per lo meno dato delle sensazioni positive sul proseguo del nostro ascolto. Invece mi ritrovo ad ascoltare un pezzo lineare che come inizia praticamente finisce, senza una trovata degna di nota. Una cosa positiva in effetti c'è: interessante il lavoro di tastiere che risultano essere piacevoli e mai invadenti.

Interdimensional Summit

Il primo singolo rilasciato dalla band per dare un assaggio a questo nuovo Eonian porta il nome di "Interdimensional Summit (Vertice Interdimensionale)". L'introduzione è pomposa grazie ad un uso massiccio delle orchestrazioni, presentandosi maestosa e pulitissima. La sezione ritmica fa la propria comparsa quasi nell'immediato, così come troviamo praticamente da subito le due chitarre di Galder e Silenoz, le quali però non riescono a farsi strada tra la troppa epicità del sound. Quando Shagrath fa la sua comparsa, il brano si toglie le vesti maestose ascoltate in questo inizio per fare in modo di iniziare ad intraprendere questo viaggio interdimensionale. Partiamo così alla volta di un percorso mistico impantanato dall'illusione e cresciuto solamente da inganni e bugie. L'unica cosa che conta ora, è cercare di fuggire da questo folto grembo di ignoranza, diventando così noi stessi dei ricercatori di verità. Il pre-chorus che ne segue è chiaramentedi stampo sinfonico, se vogliamo anche troppo, ma l'interpretazione della band e del singer in particolare è piuttosto buona ed interessante. Tutto ciò che abbiamo visto ed osservato fino a questo momento, improvvisamente si rivela per ciò che è. Quello che voglio cercare di farvi capire, è che non tutto quello che sembra in apparenza superficiale o importante in realtà lo sia veramente. Dobbiamo imparare a vedere oltre le cose e non fermarci sempre e solamente alle apparenze. Ad un occhio allenato non esistono le coincidenze, e più osserviamo una cosa e più ci rendiamo conto che questa non un senso vero e proprio. "Se non puoi vedere, non puoi saperlo davvero", questa frase non fa altro che ribadire questo concetto. Se in definitiva non vogliamo o non possiamo vedere qualcosa nella sua profondità , non potremmo mai sapere cosa si celi dietro realmente. Il ritornello che ne segue è di una orecchiabilità quasi disarmante, e seppur risulti ben studiato e ben eseguito, si ha la sensazione che la band abbia voluto giocare facile proponendo questo pezzo come primo singolo. Un chorus che dopo solamente un paio di ascolti si stampa in testa indelebilmente, ma pensandoci bene, da una band black metal non ci si aspetta questo. Per carità, certe soluzioni potrebbero anche dare una variante interessante se inserite nel contesto giusto, ma non mi sento dire che questo sia il caso. Il brano prosegue con una parte piuttosto melodica dataci dagli strumenti distorti, una sorta di rallentamento generale (non che prima la velocità fosse sostenuta, tutt'altro), che si arresta per permettere ai coristi di tracciare una strada a senso unico per poi ripartire finalmente con le tastiere, le quali sembrano finalmente aver ripreso quel ruolo fondamentale per l'economia del pezzo, cosa che ultimamente accadeva sempre più di rado. Una porzione di brano anche piuttosto interessante, finché non veniamo travolti ancora una volta dal ritornello che però in questo frangente sempre godere di una marcia in più. Una volta terminato, è l'assolo di Galder a venirci in soccorso che seppur piacevole da ascoltare risulta essere di una sfacciataggine disarmante. Leggero, morbido e privo di mordente, si riprende sul finale grazie ad un tapping furioso che permette alla sezione ritmica di imporsi finalmente producendo un sound corposo e massiccio. Durante il nostro percorso, troviamo delle altre anime come la nostra intente a scoprire i segreti della verità a noi a lungo celate, creando una scia di pagine bruciate dietro alle nostre spalle che stanno proprio a significare la nostra vita per come l'abbiamo sempre conosciuta e vissuta. Scopriamo che in sostanza si tratta di un grande bluff, e quindi dobbiamo per forza di cose cercare di ripartire da zero. Veniamo dunque gettati nell'oscurità, viaggiando da soli come fossimo un'unica entità. Una volta che saremo in grado di liberarci da tutte queste illusioni, prenderemo il nostro primo ed ultimo respiro e realizzeremo finalmente che la vita viene sempre dopo la morte e non viceversa come abbiamo sempre creduto. Le tastiere purtroppo soffocano a causa di un'orchestrazione sempre troppo presente, ed il brano va a concludersi con ancora una volta il ritornello ed un inasprimento musicale che però non riesce a dare quella marcia in più che tutti bene o male si aspettavano. Un pezzo insomma che a tratti mostra delle buone idee, ma che si perde nel nulla a causa di quella eccessiva voglia di risultare a tutti i costi maestoso ed imponente. Un'occasione sprecata insomma.

Aeteric

Un sound delicato proveniente da molto lontano, si avvicina con fare minaccioso coadiuvato da un buon drumming pronto a sfociare in un blast beat furioso. Le orchestrazioni funzionano e danno un quind interessante nel creare una giusta atrmosfera. Si presenta così "Aeteric", soffice e malvagia. Purtroppo però il riff che ne segue è molto thrasheggiante, forse troppo, e smorza molto quanto di buono fatto in questi primi secondi di introduzione. Sembra di sentire un po' i Satyricon dell'ultimo periodo, e il che non è proprio un complimento. Shagrath ingrana abbastanza bene con la sua voce ruvida, il quale ci invita a conoscere noi stessi, a governare il nostro spirito attraverso la profonda assimilazione dell'oscurità. Nella nostra voce trova dimora una luce splendente, quella stessa luce che in fondo ci mantiene vivi ma al tempo stesso ci avvolge attraverso le proprie fiamme. Una sottile linea che separa la felicità dalla disperazione, e sta solamente a noi trovare il giusto equilibrio tra le due cose. Il male che ci circonda sembra non avere mai una fine, anzi, continua a crescere a dismisura, e di conseguenza veniamo praticamente nutriti dal disprezzo e dalla malvagità. "Dobbiamo morire, di nuovo", perché la vera sofferenza arriva dopo la morte, non prima. Quello che accade nell'istante antecedente è solo un assaggio di quello che poi subiremmo a livello emotivo una volta varcate le soglie dell'inferno. Dobbiamo conoscere il nostro passato per poter affrontare il presente, ma soprattutto per prepararci ad un futuro sempre più ostile e pieno di insidie. Uno stop ben eseguito lascia sfogo ad un ottimo momento atmosferico dove, questa volta, i cori sono ben incastonati nel brano. Il lavoro di tastiere è ottimo, semplice ma di sicuro effetto; effetto che però va a perdersi con una maestosità fin troppo imponente, ma che sinceramente non guasta poi molto e soprattutto non è fastidiosa o invasiva. Il pezzo riparte lineare, con il solito riff portante ed il solito drumming non troppo convincente che però viene risaltato da un doppia cassa velocissima che fa da vera e propria corazza alle continue tempeste che la vita ci vuole fare affrontare. Bisogna saper controllare i propri istinti, la materia e soprattutto il nostro spirito. Non è di certo una cosa semplice, ma se non facciamo almeno un tentativo allora ecco che questi conflitti si scagliano con tutta la loro forza con una forza talmente dirompente da non poterla in nessun modo arginare. E' come se uno tsunami di proporzioni immani si presentasse davanti a noi sogghignando in lontananza, sapendo benissimo di avere di fronte un individuo debole e privo di qualsiasi spirito di sopravvivenza. Se al contrario ci mostriamo davanti a lui con la nostra forza, aiutati dall'armatura del nostro spirito, ecco che a quel punto sarà lui a dover ritirarsi, o per lo meno, non avrà certo vita facile nel riuscire a spazzarci via. Se lo farà, avrà trovato chi il coraggio lo ha usato fino alla fine ed avrà trovato un degno avversario. Un ultimo accenno coristico con tanto di doppia cassa furente fa in modo che Aeteric scompaia improvvisamente lasciando una buona sensazione generale che avrebbe potuto essere certamente migliore se i Dimmu Borgir avessero avuto il coraggio di osare qualcosa di più.

Council of Wolves and Snake

Passiamo ora a quello che è il secondo singolo rilasciato per la promozione di questo nuovo Eonian, ed andiamo a parlare di "Council of Wolves and Snake (Il consiglio dei Lupi e del Seprente)". Si parte con un suono di tastiera particolare che viene scandito dai continui rintocchi di ride da parte del batterista. Il tutto vuole creare un senso di disagio e pericolo che viene accentuato da un soffio di vento posto come sottofondo e da un ululato di un lupo solitario. Lo scenario che andiamo ad immaginare è quello di trovarci in un abisso profondo dove possiamo scorgere questo splendido animale imponente intento ad osservarci dalla cima di una montagna innevata. Le due asce di Silenoz e Galder rompono questo momento mistico, mentre i tom del drummer si fanno sentire facendoci credere che il brano decollerà da li a breve. Invece il sound diventa ancora più lento con la voce di Shagrath che si dimostra si profonda ed espressiva, ma totalmente priva di qualsiasi mordente. Il coro ed una voce che si può udire in lontananza non sono purtroppo resi al meglio, influenzando negativamente una prima parte che già di per sé non risulta essere molto interessante. Ormai sprofondati in questo abisso, cerchiamo di abbracciare una nuova alba tuffandoci di prepotenza in questo vortice oscuro denudati di qualunque cosa. "Cedi all'abbraccio del drago" questo essere mostruoso ma così affascinante ed imponente, è il simbolo della forza scatenata dal male e che ha l'intento di farci arrendere alla volontà degli dei oscuri. Dei che ci maneggiano come pedine in un gioco che andremo a conoscere e provare sulla nostra pelle. In questo luogo nessuno sa nulla, nessuno chiede nulla, eppure nel regno di questo gioco sacro tutti sanno tutto e conoscono ogni cosa. Il brano viaggia in questa maniera per più di due minuti, e detto sinceramente, la noia inizia a prendere il sopravvento. Poi fortunatamente la band ricorda di dover suonare anche po' pesante, e quindi ecco che le vocals si fanno più cattive, le chitarre accennano un momento di velocità e la sezione ritmica spinge quel tanto che basta sull'acceleratore grazie ad una buona doppia cassa e ad un basso finalmente udibile. Un bel momento questo che fan ben sperare per il proseguo dell'ascolto dopo una prima parte sinceramente quasi dimenticabile. Ad un tratto però, tutto si arresta per permettere ad un arpeggio discreto e alle tastiere di svolgere un ottimo lavoro che cerca in qualche modo di andare a ripescare quei momenti di inizio carriera che appunto erano contraddistinti da atmosfere surreali e malvagie che tanto avevano fatto sognare. E devo dire sinceramente che un piccolissimo ricordo di quei tempi lo si può anche percepire, solamente che il tutto viene rovinato ancora una volta dal solito coro che ci riporta aimé alla realtà. Ecco che vediamo gli dei avvicinarsi in sella a questi draghi che emanano fiamme alate e portano con sé segreti inenarrabili. Sono qui per prenderci, per portarci via definitivamente da questa dimensione da noi conosciuta per condurci nei meandri oscuri del loro regno. Ed ecco dunque che cediamo all'abbraccio del drago venuto appositamente per noi. Pochi sono quelli che possono avere il privilegio di entrare in questo regno, di varcare la soglia dell'aldilà per goderne l'eternità. La morte non è la fine di tutto, è solamente l'inizio del piacere. Un piacere che faticherà ad arrivare perché lo farà attraverso la sofferenza e la disperazione, ma una volta che ci accoglierà potremmo goderne di tutti i benefici. Il ritornello non è particolarmente interessante, ed anche se la band prova a spingere in maniera pressoché identica alla precedente, tutto viene vanificato da un ulteriore rallentamento generale che sinceramente lascia il tempo che trova. Il pezzo termina come aveva iniziato, cioè con questa lenta agonia sonora che stanca ed annoia oltremodo. Può essere interessante il fatto di usare simbolicamente figure come il lupo (abituale nemico dell'essere umano e cacciatore dello stesso) e del serpente (simbolo del forte legame con la vita stessa), per costruire un viaggio che porta la vita ad essere scolpita dalla morte stessa e che un giorno ne reclamerà la custodia. L'inizio è a dir poco soporifero, e sopportare due minuti abbondanti di tale monotonia è veramente troppo. I cori, il ritornello ed i fraseggi di chitarra sono elementari e non riescono a dare quella spinta tanto desiderata. L'unica cosa che ho trovato interessante è stato quel breve ma intenso momento in cui quell'arpeggio è convolato a nozze con le tastiere ricreando un piccolo momento magico che è quasi riuscito ad immergermi in questo maledetto regno di cui la band ne è messaggera.

The Empyrean Phoenix

La Fenice. Questo animale mitologico che rinasce dalle proprie ceneri è un uccello di fuoco che simboleggia proprio una nuova rinascita. "The Empyrean Phoenix (L'impero Fenice)" ci trova impreparati su ciò che ci sta per accadere. Il degrado viene portato avanti da dei presunti legionari che vogliono fare terra bruciata intorno a loro. Una sensazione di desolazione dettata proprio da un arpeggio lentissimo che viene seguito se un buon riff e da un'altrettanta interessante parte di batteria. Le vocals di Shagrath in questo caso è interessante e particolarmente "cattiva", mentre il sound in generale è ben proposto senza però essere particolarmente incisivo. Questi legionari portatori di malattie e disgrazie vanno predicando la pace, una pace che però si rivela essere contraffatta e bugiarda. Ci conducono in un tunnel dove l'oscurità offusca la nostra vista in maniera tale da non rendersi conto di quanto in profondità stiamo miserabilmente cadendo. Eppure c'è una luce, lo sappiamo che esiste, ma viene tenuta nascosta e ben protetta segretamente per non concederci nessuna via di speranza. Quando il brano sembra prendere una piega particolarmente interessante, ecco che torniamo ad ascoltare nuovamente un rallentamento forse esagerato, ma fortunatamente la band riprende le redini del gioco e cerca di spingere cercando di creare quella giusta atmosfera che sembra poter venir fuori da un momento all'altro. Fin qui le orchestrazioni non vengono chiamate in causa più del dovuto, ed il risultato si sente. Fortunatamente in questo brano la band sembra aver capito che non bisogna per forza inserire cori o maestosità varie per rendere un pezzo particolarmente vincente. Proseguiamo il nostro viaggio attraverso questo oblio fino a quando l'umiliazione imposta non scatena quel qualcosa che ci da una spinta decisiva verso la rinascita. Qualcosa inizia a bruciare dentro di noi, un fuoco improvviso sembra essersi risvegliato improvvisamente in maniera tale da creare un'esplosione di vita che fino a pochi istanti fa era praticamente impensabile. Questa volta però, ecco che l'abbondanza di orchestrazioni si palesa davanti a noi, e dopo una buona prova data dalle tastiere, ci si ritrova con una sensazione di forzatura per poter allungare il brano. Terminata questa parte però, i Dimmu Borgir riprendono in mano la situazione, e lo fanno con un assolo non particolarmente esaltante per la verità che però, una volta terminato, riaffiora per un momento quell'animo black metal che la band sa di avere nel profondo ma che sembra volerlo tenere a riposo per chissà quale oscuro motivo. Nella vita insomma, ci si presentano molti bivi e non sempre si ha la lucidità di imboccare quelli giusti. Molte tempeste dovremmo ancora affrontare, molte difficoltà si presenteranno, ma se saremo in grado di rinascere dopo ogni batosta presa, allora davanti a noi si materializzerà un'autostrada che ci condurrà alla nostra meta. Questa quinta traccia, sinceramente mi fa venire rabbia. Si perché si capisce che Shagrath e compagnia sanno ancora comporre qualcosa di buono senza ricorrere a tutti i costi a chissà quali soluzioni. Il problema è che anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un episodio riuscito a metà, con buoni spunti ma non ancora in grado di farci sobbalzare dalla sedia. Peccato perché le premesse erano veramente buone.

Lightbringer

Una voce maligna recita queste parole: "Lucifer Lux Lucifer". Così inizia "Lightbringer (Portatore di Luce)". Il modus operandi è inizialmente lento e sinceramente un po' troppo simile ad episodi precedenti. Fortunatamente però, il drumming diventa improvvisamente tempestoso, il riffing tagliente, ma soprattutto dobbiamo segnalare un'ottima prova delle tastiere, le quali trasmettono atmosfere esoteriche da tutti i pori. Il singer è in piena sintonia con il resto della band e la sua voce è ben strutturata ed incisiva. Lucifero, questo essere che un tempo era uno degli angeli più belli del creato, in seguito diventò un essere di una malignità impressionante, capace di scatenare guerre e disperazione. Ci invita a scoprire il coraggio, a tirarlo fuori senza mai cedere ad alcun compromesso, dove ogni tipo di verità che andremo a scoprire non è altro quella che abbiamo sempre conosciuto. Anche in questo caso non mancano di certo cori ed orchestrazioni varie, ma il tutto è amalgamato molto bene, soprattutto troviamo interessantissime le parti di tastiera che si rivelano delicatissime e che fanno proprio da contrasto con una ritmica piuttosto forsennata ed annichilente, Tutti noi dobbiamo affrontare un processo di crescita spirituale, ma non crediate che questo processo non abbia un costo. Andare avanti nell'intento di incontrare uno dei signori supremi del male non è certo cosa semplice e di conseguenza dobbiamo sacrificare qualcosa per poterci per lo meno avvicinare. Le strade che si paleseranno davanti a noi saranno sempre più impercorribili, e solamente chi saprà sopportare il dolore estremo riuscirà a proseguire il proprio cammino. La nostra ombra assume le sembianze di un drago, e questo essere ci condurrà attraverso l'ultimo impervio sentiero spiegando le proprie ali, rendendo così cosciente l'oscurità del nostro arrivo. Il brano prosegue molto bene, e tra blast beat, riffs ben assestati e sezioni melodiche, posso dire che finalmente ci troviamo al cospetto di un ottimo brano; almeno fino a questo momento. Crescere e prosperare, questo è lo scopo del nostro pellegrinaggio, ma tutto ha un costo. Ogni cosa ha un prezzo, perché non stiamo viaggiando alla volta del Signore il quale perdona tutto e tutti e non vuole mai niente in cambio. No, qui dovremmo versare sangue, dare sfogo a tutte le nostre emozioni, ma soprattutto soffrire come animali. Siamo ormai vicini alla nostra meta, ed i segreti dell'esistenza sono li a portata di mano. La fine non attrae mai la paura, ma è proprio quello che cerchiamo. L'inizio, un nuovo inizio è vicino. Lucifero è li, ci attende con il suo sguardo da guru del male; sarà lui il nostro portatore di luce. Lightbringer si lascia andare all'ennesima parte tastieristica bellissima e carica di atmosfera, così come tutta la band non si lascia andare a tecnicismi vari ma si limita in maniera impeccabile ad accompagnare un cantato veramente ben eseguito e coinvolgente. Finalmente. Finalmente una canzone degna di essere chiamata tale. Sinceramente non ci speravo quasi più e sono contento che i Dimmu Borgir siano riusciti a smentirmi. Questa si che è una song interessante e veramente piacevole da ascoltare. Funziona forse tutto fin troppo bene, ma il risultato finale è un qualcosa che ci invoglia ad essere riascoltato. Voce grintosa, cori inseriti al momento giusto, riff azzeccati, un drumming capace di evolversi durante lo scorrere del tempo, ma soprattutto un grandissimo lavoro dietro i tasti di avorio. Veramente una bella sorpresa, che tanto sorpresa non avrebbe dovuto comunque essere.

I am Sovereign

Una marcia macabra piuttosto interessante fa da introduzione al prossimo brano che andremo ad analizzare. Stiamo parlando di "I Am Sovereign (Sono il Sovrano)", la quale si presenta piuttosto bene anche grazie alle rullate appunto marziali da parte del drummer. Purtroppo però quando il brano si avvia, troviamo una sezione coristica che fa cadere un po' le braccia risultando fuori luogo e messa li proprio per riempire. I am Sovereign si dimostra fin da subito a due volti: il primo è quello dove ci viene presentata una band che riesce a dare sfogo a soluzioni ben fatte, mentre l'altro è caratterizzato da troppa pomposità che fa risultare tutto troppo plastificato. Nella vita, la nostra vita, a volte bisogna saper osare. Vale la pena superare quel limite di conoscenza e di realtà che forse a volte sembra insormontabile. Siamo i sovrani di noi stessi, dobbiamo esserlo facendo in modo di chiudere ogni tipo di dolore e sofferenza senza dover provare alcun ritegno per ciò che facciamo. Anche la mente ha bisogno di riposare e dobbiamo avere la capacità di annullarci per ritrovare quelle energie che ci possano permettere di elevarci ad un livello mai visto prima. La perseveranza non ha alcuno scopo nella vita terrena, a meno che non venga usata per poter intraprendere il cammino dell'eternità. Il brano si riprende molto bene e possiamo udire degli ottimi passaggi atmosferici conditi da bridge importanti e riff a volte veramente massicci. Ecco, in questo caso le parti orchestrali assumono un valore aggiunto all'economia generale, ed è con grande soddisfazione che giunti a metà, il rallentamento generato dalla band è assolutamente vincente e coinvolgente. Piacevole da ascoltare e soprattutto integrato alla perfezione. I Dimmu Borgir riprendono a spingere, non ossessivamente, ma in maniera intelligente e ben calibrata. La conoscenza che l'uomo va cercando da millenni non ha una fine vera e propria; mentre insegniamo agli altri come affrontare questo viaggio attraverso l'eternità, noi stessi impariamo nuove nozioni a riguardo, mentre parliamo esternando ogni nostra conoscenza, ne cerchiamo altre fonti, e quello che cerchiamo e troviamo automaticamente veniamo istruiti. Questo della conoscenza è un viaggio pericoloso e a volte bisogna sapere quando concluderlo senza per forza dover arrivare alla fine. Ciò che cerchiamo non è qui in mezzo a noi ma è dall'altro lato delle nostre paure. Ben nascoste, certe verità si potranno trovare solamente se sapremo combattere queste paure, scansandole una volta per tutte per poter vedere cosa realmente nascondono. La parte centrale è veramente interessante, la doppia cassa viaggia che è un piacere e le atmosfere ricreate dall'orchestra e dai cori sono incastonate benissimo per ricreare uno scenario oscuro e desolante. Ottimo il lavoro della band e devo ricredermi da quella che era la mia prima impressione dopo soli pochi secondi di ascolto. In effetti l'inizio non era male ma poi il pezzo si perde immediatamente demoralizzando non poco. Per fortuna, e con grande sorpresa, improvvisamente il registro cambia notevolmente presentandoci uno dei brani migliori dell'intero lotto. Quasi sette minuti non sono certo una durata esigua, ma devo ammettere che non pesano, anzi, filano via lisci senza alcun problema. Se devo essere onesto, è forse il secondo episodio che invoglia ad essere riascoltato, dimostrazione che Silenoz e soci sanno come coinvolgere i propri fan e chi comunque li ascolta.

Archaic Corrispondence

"Archaic Correspondence (Corrispondenza Arcaica)" parte con un riff ben assestato e le tastiere tessono una bella tela atmosferica. La band parte subito fortissimo con chitarre serrate e doppia cassa a martello. Ottima anche la voce si Shagrath il quale sputa veleno ogni qual volta apre le fauci. Sembra quasi che una bestia affamata si sia finalmente risvegliata. Il brano non perde colpi e viaggia spedito come non accadeva da tempo. Anche in questo caso veniamo coinvolti in un viaggio; quello della migrazione dell'anima nel momento in cui lascia la carne per affrontare un nuovo percorso. La nostra destinazione è l'orizzonte e quando essa salpa definitivamente, tutta l'energia proveniente dal suo interno da quella spinta di cui ha bisogno. La vita è solamente una prova, non una fine vera e propria. Se vogliamo, possiamo dire che l'esistenza terrena sia solo l'inizio di una avventura che proseguirà solamente dopo la morte. Gli stop and go sono atti a smorzare un po' la tensione e addirittura possiamo ascoltare delle leggere sonorità industriali che in fondo stanno anche bene in questo preciso contesto. La chiave per poter svoltare e dare un senso alla nostra anima è quello di riuscire a lasciarsi una volta per tutte ogni cosa alle spalle. Certo non è una cosa semplice perché comunque durante la nostra esistenza siamo in qualche modo legati a determinate circostanze o a determinati episodi. Nella nostra mente sono presenti delle ombre che sono in agguato per impedirci questo nuovo inizio, e la soluzione migliore è proprio quella di perdersi ed annullare noi stessi. Così facendo queste ombre diventano il nostro passato ed una volta riusciti a fare questo passaggio arriveremo finalmente al traguardo. Quale traguardo però non è dato saperlo e dovremmo essere noi a capire quando sarà il momento giusto per fermarci. I cori si presentano impetuosi ma presto vengono sotterrati da una furia quasi incontrollata che si fa attendere per qualche istante da una sezione di brano che sembra far fatica a decollare, ma che nasconde un animo crudele. Ancora una volta i passaggi di tastiere sono molto efficaci, fino a quando ecco che i Dimmu Borgir spingono sull'acceleratore e massacrano ogni cosa. E' un vero piacere assistere a queste sfuriate e ci fanno ricordare i tempi di Puritanical Euphoric Misanthropia oppure del successivo Death Cult Armageddon. Altro stop dove solo le tastiere sono protagoniste, ed ecco che Shagrath sussurra le ultime parole (un po' alla Dani Filth per dirla tutta) facendo concludere una song che convince per buona parte della sua durata. Il corpo in sostanza, diviene una prigione per le nostre anime. Queste, una volte liberate da queste prigioni, intraprendono un lungo percorso per poter essere giudicate e di conseguenza collocate in paradiso se meritevoli, oppure all'inferno. Lo stesso Platone parlò dell'immortalità dell'anima andando controcorrente con quelle teorie descritte nella Bibbia. Ad esempio descrisse che una volta che il corpo muore, il suo spirito si liberi come una farfalla per vagare in mezzo alla gente; oppure che tutto ciò che conservi di buono questo torni a Dio, considerando l'immortalità come una qualità di ogni individuo senza render conto del rapporto (devoto o meno) con Dio stesso. Concetti che nella Bibbia non possiamo trovare. Eppure molti padri di chiesa e teologi sposarono queste teorie ed abbracciarono il pensiero di Platone per come trattò la materia in questione. Archaic Corrispondence riesce ad essere cattiva e spietata quando delicata ed atmosferica. Un connubio che la band ha sempre saputo fondere in maniera personale e ricercata, ma che per qualche motivo troppo spesso non emerge come dovrebbe. Un altro pezzo ben eseguito che potrebbe diventare uno dei probabili cavalli di battaglia in sede live.

Alpha Aeon Omega

Con "Alpha Aeon Omega" ci accingiamo quasi alla conclusione di questo nuovo Eonian. L' Alfa e l' Omega sono la prima e l'ultima delle lettere dell'alfabeto greco e vengono citate da Dio nell'apocalisse di Giovanni: "Io sono l'alfa e l'omega, il primo e l'ultimo, il principio e la fine". Introdotta da sonorità liriche che danno proprio la sensazione di una fine imminente, ecco che i blast beat innescano un tripudio di suoni devastanti che vengono accompagnati perfettamente da orchestrazioni lugubri e disperate. Il brano rallenta tantissimo e la voce di Shagrath si presta ad essere quella di un narratore, il quale ci racconta di una ascesa verso una montagna di cui non vediamo la cima. Quando la conoscenza non trova un giudizio, il cambiamento è inevitabile. E' la fine; quando la transizione sembra sul punto di essere arrivata alla conclusione ecco che capiamo che l'unico modo per poterla acquisire è quello di sentirla dentro di noi. I messaggeri dell'oscurità sono coloro che sono i veri fornitori della luce della conoscenza del mondo e salendo sempre più su a questo monte, si ha la reale percezione della realtà. Liberi finalmente, liberi dall'illusione della mortalità. La band spinge fortissimo ed i momenti di rallentamento sono molto ben integrati e non distolgono per niente l'attenzione che viene generata. Certo è che quando i Dimmu Borgir pesatno duro lo fanno dannatamente bene. Dall'alto della montagna notiamo che tutte le porte sono a noi aperte e capiamo che ora ogni cosa deve e farà il proprio corso abbandonando ogni vecchio paradigma. Continuiamo la nostra ascesa, e ci spingiamo sempre più in alto per scoprire sempre nuove verità, perché non saremo mai sazi di scoprire e di vedere. Il singer alterna il cantato vero e proprio con questa sua narrazione che porta con se segreti che mai prima d'ora avremmo immaginato esistessero. Un piccolo momento di "stanca" arriva intorno ai due minuti e mezzo con una chitarra che sinceramente non dice nulla per quanto riguarda il coinvolgimento, ma devo dire che questa volta (al contrario di quanto accaduto praticamente in ogni brano) l'inserimento dei coristi in questo preciso istante è un valore aggiunto. Anzi, devo ammettere che è proprio ben fatto. Ottima la sezione ritmica, ed ottimo il riff serrato delle asce che nei momenti di furia cieca riescono a far riemergere quell'attitudine black che si intravede durante l'ascolto del disco, ma che non riesce mai a venire fuori come dovrebbe. Ecco, diciamo che in questo brano, questa attitudine per lo meno cerca di tirare fuori la testa dal guscio riuscendo ad essere anche piacevolmente violenta. Un flusso di luce è sempre ben presente e va a colpire la cima che ancora non riusciamo a scorgere, ma che sappiamo che una volta arrivati saremo finalmente liberi. Questa volta saremo noi ad osservare dall'alto le tombe che bruciano, la gente che soffre e le pene che ogni anima dovrà patire prima di arrivare ai piedi della montagna ed intraprendere a loro volta questa interminabile scalata. Per una volta, una maledetta volta, ci sentiamo veramente liberi e questa libertà non è arrivata per caso ma è arrivata grazie alla determinazione di voler conoscere e di voler fuggire da ogni tipo di supplizio. La song si avvia alla sua conclusione con un' ultima sfuriata da parte della band che si spegne con le ultime orchestrazioni, ponendo così fine ad un ottimo brano. Interessante anche questo Alpha Aeon Omega. Interessante perché credo che riesca a fondere perfettamente sinfonia e violenza sonora come non accadeva da molto molto tempo.

Rite of Passage

Siamo arrivati dunque alla fine del nostro viaggio con l'ultimo brano presente in questo nuovo disco. "Rite of Passage (Rito di Passaggio)" è una strumentale che si presenta con una pioggia battente ed un arpeggio oscuro e malato. Il continuo battito delle gocce d'acqua sul terreno sono veramente rilassanti, ma ad un certo punto ecco che la strumentazione fa la propria comparsa in maniera netta e decisa. Un mid tempo molto interessante con un sottofondo orchestrale che arricchisce quel tanto che basta una situazione che si fa sempre più desolante e malinconica. Le tastiere incutono depressione, una malinconia interiore che si instaura nella nostra mente e che non vuole proprio saperne di abbandonarci. Gli archi si muovono sinuosi, i timpani decretano sentenze, mentre le chitarre ci accompagnano in questo ultimo rito di passaggio che ci consegnerà la vita eterna. La batteria è precisa e chirurgica, il basso molto ben equilibrato, ma i veri protagonisti sono senza ombra di dubbio i ragazzi dell'orchestra. Riescono a trasmettere inquietudine e tolgono ogni tipo di speranza mentre la band ricopre solamente un ruolo di accompagnamento, molto ben equilibrato, ma pur sempre accompagnamento. Un po' come accaduto in Puritanical Euphoric Misanthropia con la conclusiva (e maestosa) Perfection of Vanity, I Nostri norvegesi vogliono dare una degna conclusione a questo Eonian tramite un pezzo strumentale ed evocativo. Diciamo che non siamo sui livelli del brano appena accennato ma è comunque una buona conclusione per un disco un po' altalenante che ha dei buoni spunti che non vengono sempre sfruttati a dovere.

Conclusioni

Ed eccoci qui a decretare la sentenza per Eonian. I Dimmu Borgir sono una band che la si ama o la si odia c'è poco da fare. Chiaramente dopo così tanto tempo lontano dalle scene, le aspettative erano lecitamente alte, forse addirittura altissime. Si perché dopo il mediocre Abrahadabra si pretendeva e si voleva un lavoro che potesse tirar su le sorti di un nome altisonante come quello dei tre norvegesi. Quindi come dobbiamo inquadrare questo nuovo lavoro? Non è facile a dire il vero. Iniziamo col dire che è sicuramente meglio del suo predecessore, e visto il lasso di tempo trascorso tra i due album, sarebbe tragico se questo fosse il contrario. Io dividerei Eonian in due tronconi ben separati tra loro. Il primo è quello che parte dal primo brano The Unveiling fino ad arrivare a The Empyrean Phoenix, dove purtroppo ci troviamo di fronte ad una band confusa che ha messo queste cinque tracce iniziali in un calderone di sonorità ed epicità che trasmette solamente confusione, con parti orchestrali piuttosto noiose e sonorità non propriamente allettanti. Insomma, direi che questa prima parte (forse giusto The Empyrean... si salva) non invoglia certo il proseguo dell'ascolto. Il secondo troncone invece, quello che va da Lightbringer alla conclusiva e strumentale Rite of Passage, ci dimostra che la fortezza oscura è ancora viva e sa come intrattenere il pubblico con brani magari non eccezionali, ma che sanno certamente dire la loro soprattutto in veste live. Ho notato anche con molto piacere che Shagrath ha abbandonato finalmente quegli inutili filtri vocali che da In Sorte Diaboli in poi avevano caratterizzato praticamente ogni singolo brano, risultando oltremodo fastidiosi e che facevano pensare che il singer avesse perso quel mordente che lo ha sempre caratterizzato. Fortunatamente questa volta sembra essere tornato in forma ed il suo timbro è sempre ben riconoscibile. Altra cosa che ho apprezzato è stato l'uso sapiente delle parti di tastiere, le quali sono sempre inserite in maniera intelligente e con quel loro suono a goccia, diventano praticamente il tratto distintivo dell'intero lavoro. Ottimo anche il lavoro dietro le pelli, sempre preciso e costante, mentre non riesco ad elogiare troppo le due chitarre di Silenoz e Galder. Entrambi sono degli ottimi chitarristi, e salvo qualche sporadico momento, sembra che si limitino a fare il compitino e niente più. Insomma, da due pezzi da novanta come loro ci si aspetta sempre quel qualcosa in più, ed invece ci ritroviamo ad ascoltare dei riff che non hanno niente di affascinante ed a mio avviso, non riescono ad essere incisivi come dovrebbero. La produzione come di consueto è così cristallina e perfetta da risultare quasi finta, ma i Dimmu Borgir si sa, hanno sempre curato in maniera maniacale ogni aspetto di ogni loro uscita, e complice anche la Nuclear Blast che cerca in tutti i modi di far risultare pulitissime ogni band del proprio roaster (non sempre però ottenendo risultati sperati), ecco che il cerchio si chiude consegnandoci un album praticamente perfetto a livello sonoro. Nel nostro caso non è certo una nota negativa, anche perché con l'inclusione dei una vera e propria orchestra i suoni devo essere ben distribuiti e bilanciati. Un'altra cosa che ho apprezzato poco sinceramente è la cover di Eonian; un'immagine che vuole essere anche enigmatica ma che in realtà dice poco o nulla a livello visivo. E' vero sono dettagli, ma anche l'occhio vuole la sua parte e a mio parere bisognerebbe curare di più anche questo aspetto. Dicevamo che non siamo fortunatamente al cospetto di un nuovo Abrahadabra, ma dobbiamo anche dire che abbiamo ascoltato il suo naturale successore. Migliore certo, ma pur sempre contaminato da una forte dose di voler inserire a tutti costi delle soluzioni che avrebbero potuto benissimo non esserci. La sostanziale differenza tra i due album è che il primo, come detto in fase di introduzione, non aveva un'idea ben precisa ed era privo di un'anima. Eonian per lo meno mostra un'idea di base ed anche se non è espressa al meglio (soprattutto nella prima parte), la si può intravedere ascoltandolo più volte. Si perché questo nuovo parto necessita di vari ascolti, e non sempre si riesce a coglierne l'essenza e questo è più un difetto che un pregio. Anche ascoltando varie volte, si ha la chiara sensazione che i Nostri avrebbero dovuto e potuto fare molto di più. Forse è anche colpa di quella maledetta aspettativa di cui parlavamo poco sopra; fatto sta che manca qualcosa, quella scintilla, quel guizzo o quella trovata che avrebbe dovuto esserci. Non parlo di un ritorno al passato perché quello ormai non lo rivedremo più, ma dopo otto anni era lecito aspettarsi qualcosa di più. Occasione mancata? No, ma sicuramente la prossima volta saremo ancora qui a discutere se i Dimmu Borgir siano tornati veramente o se ancora una volta, rimarremmo delusi dalle loro scelte stilistiche. Anche se ormai dividono il pubblico ed i fan a metà, io vi dico di dare una possibilità ad Eonian e poi di trarre le vostre conclusioni. Fatelo a mente sgombra senza pensare al passato, perché quello come detto, non tornerà mai più. Notizia di pochi mesi fa, è l'ingresso in pianta stabile del bassista Victor Brandt, vedendo così la band trasformata in una formazione a quattro e non più composta solamente dai tre membri principali.

1) The Unveiling
2) Interdimensional Summit
3) Aeteric
4) Council of Wolves and Snake
5) The Empyrean Phoenix
6) Lightbringer
7) I am Sovereign
8) Archaic Corrispondence
9) Alpha Aeon Omega
10) Rite of Passage
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