DIMMU BORGIR

Death Cult Armageddon

2003 - Nuclear Blast

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
30/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Recensione

Registrato presso gli "Studio Fredman" di Goteborg (Svezia), nel 2003 i Dimmu Borgir diedero alle stampe "Deat Cult Armageddon", sesto album della loro carriera. In questo lavoro troviamo la stessa identica formazione del suo predecessore, ovvero Shagrath alla voce, Silenoz alla chitarra, Galder alla seconda sei corde, Ics Vortex al basso e backing vocals, Mustis alle tastiere e sintetizzatori e il grande Nicholas Barker alla batteria. Formazione che, ribadiamo nuovamente, risulta essere la migliore in assoluto. Questa volta non troviamo, però, una ulteriore evoluzione nella loro proposta come praticamente è accaduto ad ogni loro uscita, bensì un proseguo stilistico che altro non è che la degna continuazione dell'ottimo "Puritanical Euphoric Misanthropia" del 2001. Se il sound è prettamente ancorato ad uno stile synphonic black metal con richiami thrash, a livello di songwriting troviamo un'inclinazione verso tematiche riguardanti l'Apocalisse, e sul marciume generale che ci circonda, quindi un qualcosa di diverso dal solito satanismo misantropico, ma che si rivela comunque più oscuro e minaccioso. Anche questa volta, la band vanta la collaborazione con un'orchestra: questa volta non vediamo più la partecipazione della sinfonica di Goteborg, ma quella di Praga, comprendente ben cinquanta elementi. Le song sono piuttosto articolate e ben strutturate, con soluzioni a volte rischiose ma che alla lunga risultano assolutamente vincenti; il tutto sta a dimostrare che la band non ha paura di sperimentare o di rischiare, inaugurando così un nuovo corso che sembra essere vincente su più fronti. Curiosamente, in questo disco possiamo trovare la quarta traccia, "Vredesbyrd", e la settima "Allehelgens dod i Helveds Rike" cantate in lingua norvegese, una sorta di ritorno alle origini dunque, dato che le prime due release ("For All Tid" e "Stormblast") erano caratterizzate da testi cantati interamente in tale lingua. Se si poteva temere un ammorbidimento del suono, dopo aver pubblicato nella loro carriera dei lavori di assoluto spessore, le vostre paure saranno presto estirpate; qui troverete il proverbiale pane per i vostri denti. Si, perché "Death Cult Armageddon" è un concentrato di furia e potenza, che dimostra come i Nostri norvegesi non abbiano perso un minimo di smalto, ma anzi sono di nuovo intenti a proporci un prodotto assolutamente devastante. Undici tracce potenti e grandiose, prodotte in maniera certosina per esaltarne la furia, condite dalla volontà suprema dei Dimmu Borgir di dimostrare ancora una volta di essere i leader indiscussi di un movimento che ha saputo farsi strada nella folla grazie proprio a band come loro. Piccola nota: su "Progenies of the Great Apocalypse", secondo brano del lotto, e su "Heavenly Perverse", ultima song di questo disco, troviamo la partecipazione straordinaria alla voce nientemeno che di Abbath, mente e braccio della seminale ed importantissima black metal band Immortal. Entrambe le band, tra l'altro, non hanno mai nascosto la reciproca e totale ammirazione, e di conseguenza pare che tale collaborazione sia avvenuta praticamente in maniera spontanea nonché reciproca. Scopriamo dunque cosa si cela dietro questo disco, e lasciamoci travolgere dall'Apocalisse.

Un suono minaccioso ed indefinibile, che riesce nell'immediato a creare una sensazione di allerta, apre "Allegiance", open track incaricata di mostrarci le potenzialità di questo album. Le chitarre arrivano per enfatizzare l'esasperazione, con suoni cauti e malevoli. A questi viene aggiunta, in un secondo momento, una piccola parte orchestrale che aggiunge a sua volta un tassello importante ed emotivo. Una voce filtrata e parlata pone ai nastri di partenza i nostri norvegesi che, dopo due colpi secchi di pedale e crash stoppato, con la voce di Shagrath ad eruttare minimalisticamente, partono furiosamente e definitivamente con blast-beat e chitarre al fulmicotone intente a non lasciare alcuno scampo. Quando fa capolino la prima strofa, i toni si calmano leggermente per poi riprendere imperterriti a macinare incessantemente violenza. Entra in scena l'orchestra e i toni diventano più gotici, con una voce parlata e molto filtrata, intenta a smorzare l'anima oscura che la song in questione sembra possedere. I continui rintocchi di ride ed i riff leggeri fanno da preludio ad una parte ritmica molto suggestiva, arricchita come di consueto dalle orchestrazioni e dalle tastiere di Mustis. Questa parte molto accattivante si ripete una seconda volta e sembra che la traccia sia destinata a prendere una direzione piuttosto lenta e ripetitiva; ma i Dimmu Borgir sono qui per smentirci, e infatti ecco che improvvisamente una doppia cassa viaggia senza sosta, con le tastiere impazzite ed una sezione ritmica imponente, che fanno di questa parte un qualcosa di semplicemente sensazionale. L'orchestra si ripresenta impetuosa ad accompagnare un sound esasperato, ma mai fine a se stesso. Shagrath riparte in maniera decisa, e la velocità diminuisce nuovamente a favore di un'inclinazione sonora più "romantica", se possiamo dire così. Una voce filtratissima e tamburi perfettamente in sincrono ci ripresentano delle sonorità pompose e suadenti con tanto di urla laceranti che sanciscono la fine del pezzo. Decisamente un ottimo inizio, a tratti annichilente tanta è la potenza espressa in certi frangenti. La cosa che salta subito all'orecchio è il perfetto connubio tra melodia e violenza, le quali vengono rese dalla band come se avessero bisogno l'una dell'altra. Liricamente parlando, dunque, ci troviamo dinnanzi a temi riguardanti l'Apocalisse ed i suoi messaggeri: l'Inferno sta aspettando qualcuno di valoroso, per tramutarlo in un cavaliere mortale. Viene trovato qualcuno disposto a morire per i valori maledetti, un distruttore che non ha paura di spargere sangue. L'unica sua compagna di morte è la solitudine, che cresce in lui giorno dopo giorno, alimentandone la propria sete di vendetta. Ha versato sangue per la propria causa, così come hanno fatto i suoi compagni, ma talmente grande è l'euforia che cresce esponenzialmente nella foga delle proprie azioni, che viene dimenticato ogni tipo di dolore fisico. Quando arriva la tanto agognata gloria, ecco la morte a far capolino pronta ad accoglierlo per offrirgli l'opportunità di servire e proteggere le terre desolate della follia, con coraggio, orgoglio e dedizione. La genesi di un cavaliere dell'Apocalisse, insomma, uno dei quattro messaggeri che porteranno pestilenza e miseria fra la popolazione mondiale, quando sarà il momento. "Progenies of the Great Apocalypse" ha un inizio ad dir poco sontuoso, con un'orchestra assolutamente sugli scudi, ed una sezione ritmica ottimamente funzionale che funge, in questo caso, da perfetto accompagnamento. I suoni sono perfetti e nel momento in cui la voce di Abbath (qui alla sua prima comparsa) entra in scena, sono gli strumenti della band ad essere i protagonisti. Elemento da sottolineare, comunque. è la splendida partitura sinfonica posta in sottofondo e la perfetta maestria di Mustis nel tessere note eccezionali, che trasformano la musica dei Nostri in una autentica opera d'arte messa in note. I toni rallentano vistosamente come ad inizio brano, ed ecco la doppia cassa di Barker che non si fa attendere, mentre Silenoz e Galder macinano riff semplici, ma incredibilmente efficaci. Al minuto 2:20 è il momento dei dare spazio alla voce pulita di Vortex, il quale non fa altro che impreziosire ulteriormente una song, che fin qui è semplicemente perfetta in ogni sua singola parte. Dopo una bella dose di doppio pedale, troviamo un'orchestrazione lasciata libera da ogni nota distorta, che in solitaria riesce ad ammaliare per bellezza e raffinatezza fino a trovare una voce estremamente filtrata, con il solito Mustis che in sordina riesce sempre a farsi apprezzare. Il tutto prosegue in questo modo per poi lasciarsi andare in un assalto sonoro furioso, quasi come se una bestia fosse stata incantata fino a questo momento da delle note rilassanti e magnifiche, ma ora tutto d'un tratto riprendesse possesso delle sue facoltà, ergendosi in tutta la sua potenza e terrificante violenza. Se la prima traccia risultava essere in equilibrio perfetto tra sonorità black e sinfonie magniloquenti, qui viene esaltato ancora di più il contesto, esprimendosi il tutto in una traccia di enorme spessore e ricercata magnificenza. Come da titolo, viene raccontata appunto la progenie di questa Apocalisse, mediante il racconto di una battaglia dettata dall'odio dell'uomo verso l'uomo. Non è permesso nessun tipo di tolleranza, il nemico va sconfitto perché così è scritto e così deve essere fatto. Una volta individuato l'obbiettivo, gli occhi smettono di vedere, si iniettano del male che ognuno di noi si porta dentro, quel male pronto ad esplodere ed invadere con il suo potere chi osa intromettersi nel nostro cammino. Reclamiamo il trono che ci spetta di diritto, e chi osa avvicinarsi verrà sistematicamente terminato. Affrontiamo il buio solenne che invade il nostro cuore, cercando uno spiraglio di luce attraverso il fuoco solenne, in cerca della verità e della libertà totale. Non importa se un Dio, una volta al suo cospetto, non ci concederà la grazia; noi lottiamo per una cosa che ci deve appartenere di diritto e che nessuno si deve permettere di minare, ovvero la libertà. Che la battaglia abbia inizio. "Lepers Among Us" si presenta con un rumore disturbante prodotto da uno sciame di insetti, una sorta di piaga minacciosa che si avvicina sempre di più e si stabilizza su corpi inermi, pronta a divorarne la carne e depositare le proprie larve nelle ferite. Quando la song prende effettivamente forma, troviamo un sound piuttosto thrasheggiante, con una tempistica che, almeno inizialmente, è lenta ma piuttosto affascinante. Quasi nell'immediato però, la doppia cassa ed i riff diventano devastanti e accompagnano Shagrath in una prima strofa decisamente sparata a mille per violenza ed efferatezza. I toni si abbassano nuovamente e la voce diventa una sorta di accompagnamento spirituale, nel quale rintocchi di tastiere porgono la sezione ritmica sui nastri di partenza. La sezione è pronta a picchiare durissimo in modo da stordire il malcapitato, e si continua a velocità esagerata fino a quando uno stop improvviso mette in risalto la bravura di Mustis, che trova una soluzione semplice ma perfetta per tenere alta la tensione, mentre udiamo una voce femminile che recita una piccola parte e le vocals del singer che vengono filtrate in maniera quasi irriconoscibile. Le chitarre impazzano per trovare una sorta di equilibrio, e mentre l'atmosfera si fa sempre più pesante, si torna verso i lidi musicali iniziali che vanno a chiudere una buona song che non raggiunge il livello delle due precedenti, ma che riesce a farsi apprezzare per la sua sfrontatezza e per essere comunque di buon livello qualitativo. Se proprio vogliamo trovare una pecca, trovo in questo caso la voce di Shagrath a tratti forzata, come se a volte perdesse il controllo dell'uso del proprio scream, che rispetto ai lavori precedenti sembra essere un po' giù di tono. Si parla di una minaccia imminente, una minaccia chiamata religione. La principale causa di bagni di sangue è lì a portata di mano, dimostrando senza troppa difficoltà il fallimento della fede. Le false promesse alterano il nostro stato mentale, e non ci sarà conforto alcuno quando scopriremo che tutto quello che ci è stato messo in testa si rivelerà solo fango e sporcizia. Consapevole ed arricchita da questa triste verità, l'Oscurità non si farà attendere ed avvolgerà ognuno di noi. E' arrivato il momento di un nuovo inizio, con nuove certezze e nuove realtà; giustizia sarà finalmente fatta, è inevitabile e soprattutto necessario. I giusti finalmente avranno la riconoscenza che si meritano, mentre i falsi soccomberanno nell'oscurità più profonda. Le cose giuste non hanno bisogno di nessun tipo di giuria spirituale o terrena e la battaglia per la libertà entra nel vivo del cuore oscuro di chi vuole a tutti i costi sottometterci con menzogne e vergognosi atti di tradimento. Con "Vredesbyrd" il gruppo torna un po' alle proprie origini, cantando in lingua madre questa quarta traccia. Con un suono crescente velocissimo, i Nostri partono subito all'attacco con doppia cassa e riff penetranti, e la voce di Shagrath che si trova a proprio agio dopo una buona prima strofa. Bellissima la parte successivamente strumentale, con chitarre spettacolari che si sovrastano alla perfezione sciorinando delle splendide note accompagnate dal drumming incessante di Nicholas. Seconda strofa con tanto di tastiere e orchestrazioni sontuose, e troviamo un primo cambio di tempo e soprattutto di struttura. Viene lasciato ampio spazio alla sinfonia sempre controllata a dovere da una sezione ritmica imponente e da un cantato molto coinvolgente, per poi ripartire in maniera non esageratamente spinta con una voce nuovamente filtrata al limite del comprensibile. Si ritorna su binari iniziali con la voce solitaria che ne annuncia l'incedere, e viene riproposta la spettacolare parte chitarristica che arricchisce moltissimo questo splendido brano che si propone essere uno dei migliori dell'intero disco. La terra è ormai diventata maledetta, e crescere su questa terra vorrebbe dire nascere già compromesso, proprio come un seme piantato in un posto desolato e bruciato, dove le possibilità di sopravvivenza sono pari a zero. La fede ormai è solo disgusto e arroganza, ed il disprezzo verso un qualcosa di così falso viene accompagnato da un misto di compassione e rabbia. Inesorabile, la morte arriverà e accetterà la nostra offerta, prendendoci tra le proprie braccia, lasciando così un mondo interamente corrotto ed ormai diventato invivibile. Se si arriva a pensare che la morte sia la soluzione migliore per alleviare le sofferenze e lasciarci alle spalle tutte le ingiustizie e le atrocità che ci circondano ogni giorno, il tutto dovrebbe indurci pensare che effettivamente qualcosa non va. L'uomo è in lotta con tutti e con tutto, e questo da sempre. Tutto ciò è determinato dal fatto che egli ha una sete di potere maledetta, e poco importa se per raggiungere questo potere vengono scatenate guerre con migliaia di morti. Di conseguenza, la terra stessa ne risente così come l'animo umano, che non accetta più di farsi coinvolgere in queste disumane mattanze, e di conseguenza anche la fede stessa viene inesorabilmente a mancare. "For The World Dictate Our Death" inizia con una richiesta via radio, quasi come una sorta di aiuto urlato nel bel mezzo di un probabile conflitto. L'inizio musicale è assolutamente di stampo black metal, furente ed incalzante con riff maligni e potenti. I toni però, si smorzano quasi immediatamente e sopraggiunge il cantato di Shagrath, che in questo frangente riesce a raggiungere una tonalità molto più marcata ed incisiva, mentre la sezione ritmica viaggia su mid-tempo piuttosto canonici, accentuati dal lavoro di Barker alla doppia cassa, il quale risulta non essere mai particolarmente veloce o variegato. La seconda parte di brano restituisce, in chiusura di una seconda strofa che non si fa ricordare decisamente per qualità, una bella parte cadenzata con chitarre sugli scudi ed un basso che ne accentua l'incedere minaccioso. Il brano non accenna a decollare, rimanendo su una tempistica che punta più su sulla suspance, fino a che non arrivano le tastiere che compiono un lavoro importante per quanto riguarda l'atmosfera e donano quell'anima piuttosto oscura che si andava ricercando, ma che il resto della band non riusciva effettivamente a trovare. Il ritmo aumenta vertiginosamente, come in un crescendo impetuoso dove ricompaiono le sonorità tipicamente del genere e concludono un brano non certo memorabile, ma che a tratti riesce a coinvolgere ed a sorprendere positivamente pur non raggiungendo i picchi delle song precedenti. Si rimane ad osservare i devoti alla causa morire senza pietà, in un confilitto senza fine. Ci sono sostanzialmente due schieramenti: c'è chi non vuole vedere effettivamente come stanno volgendo le cose, e non vuole ammettere che ormai non ci sia più una speranza di sopravvivenza. Questi combatteranno delle battaglie e delle guerre già perse in partenza, in quanto il loro ottimismo non li salverà. Per chi è realmente in cerca della salvezza, invece, purtroppo dinnanzi agli occhi si parranno solo terre aride e desolate, come le anime di coloro che hanno massacrato la propria vita e quella altrui. I seguaci di un credo che si è rivelato disastroso verranno inghiottiti dal deserto che ne consumerà l'esistenza fino a provocarne la morte. L'uomo sta odiando questo mondo, ma nonostante ciò continua a perpetuare la vita; ma i suoi figli cosa si troveranno davanti, una volta divenuti consapevoli? Distruzione e depressione totale creata dai propri discendenti. "Blood Hunger Doctrine" riprende a livello musicale il discorso e la voglia di sperimentare che era già palesemente presente nell'album precedente. Difatti, l'inizio ha quel sapore un po' "industriale", con un suono che va via via crescendo e che riesce nell'intento di proiettare l'ascoltatore in una landa desolata e priva di vita. Una chitarra molto incisiva fa la sua comparsa, raggiunta ad hoc da una batteria dal ritmo cadenzato e depressivo. Uno stop assolutamente idoneo per proporre un effetto sorpresa, e ci troviamo ad ascoltare l'orchestra in tutta la sua magnificenza, con partiture molto toccanti e di sicuro effetto. Quando il singer entra in scena, notiamo che la voce è estremamente effettata e i toni lentissimi e claustrofobici. A tratti sentiamo solamente le tastiere e la voce di Shagrath, mentre il resto della band compare e scompare come niente fosse; l'effetto generato è altamente coinvolgente, soprattutto per la raffinatezza della struttura melodica che viene risaltata come non mai in questo brano. Si tende quasi a voler far sognare chi si appresta ad intraprendere una sorta di viaggio spirituale, con qualche intermezzo caratterizzato da uno scream vero e proprio. Un brano piuttosto corto che viaggia praticamente sulle stesse coordinate dall'inizio alla fine, ma che come nel caso di "Puritania", canzone contenuta della precedente release, non risulta solamente un brano spartiacque, ma una vera e propria esperienza tutta da assaporare. Si parla della doppia personalità che da sempre caratterizza l'essere umano. Come una qualsiasi forma d'arte, anche noi non siamo immuni da pregi e difetti, e con la natura cerchiamo sempre di essere buoni, nonché consapevoli dei frutti che la vita in ogni momento ci regala spontaneamente. Nel momento in cui dobbiamo fare le nostre scelte, però, nel nostro libero arbitrio si cela il male. Viene a galla la volontà di uccidere, di torturare e porre sofferenza verso noi stessi. Il tempo è inesorabile, e mano a mano che scorre, si ha sempre di più l'impressione che il massacro collettivo sia ormai arrivato a compimento. Il problema è che non esiste una sorta di rimborso verso le azioni atroci che siamo in grado di compiere, di conseguenza non possiamo più tornare in dietro per porre rimedio a tutta questa devastazione. Il dolore si alza inesorabile verso questo Armageddon creato da noi, ormai siamo arrivati ad un punto di non ritorno e le conseguenze sono ormai inevitabili. "Allehelgens Dod i Helveds Rike" è il settimo brano del lotto nonché il secondo ad essere cantato in lingua madre. La partenza è piuttosto furiosa e di stampo tipicamente black, dove troviamo partiture decisamente forti e batteria in costante stato di martellamento. Il cantato è molto efficace ed i riff sono taglienti al punto giusto, si prosegue con blast-beat conditi da un'ottima performance di Mustis, che richiama molto le sonorità di "Spiritual Black Dimensions". Il ritmo si posiziona in modo più controllato, mentre l'orchestra svolge un lavoro sontuoso nel ricreare una perfetta atmosfera sognante ma al tempo stesso quasi disturbante. Al minuto 2:21 veniamo travolti da una voce pulita, ma non la consueta voce altisonante alla quale Vortex ci ha abituati, anzi, lo stesso si cimenta in tonalità più basse risultando altrettanto ed oltremodo efficace. La doppia cassa di Nicholas riprende a picchiare duro, così come tutta la sezione ritmica che non lascia scampo in quanto ad efferatezza sonora. Molto belle risultano essere le chitarre che vengono ripetutamente stoppate creando un bell'effetto sospensivo che lascia con il fiato strozzato. Mentre si continua con questo incedere impetuoso, la sinfonia emerge in un tripudio di suoni evocativi che aspettano solo di essere interrotti da continue urla di Shagrath, le quali fanno terminare un brano molto violento e di sicuro fascino. In questo frangente, viene vista la figura di Dio come una specie di tiranno che fin dall'inizio ha voluto mettere alla prova le debolezze dell'uomo con quel gusto sadico che si può percepire nel suo operato. Una specie di test che ha messo davanti l'uomo ad una scelta di non poco conto. Infatti il comportamento fragile dell'animo umano viene castigato praticamente nell'immediato, con quella tentazione che la valle dell'eden ha voluto proporre, posizionando il frutto proibito davanti ai nostri occhi. Ecco che, una volta aver compiuto il peccato, arriva sistematicamente il rifiuto da chi dice di essere il nostro padre, e si è costretti a considerare la sofferenza impartitaci come una punizione eterna per aver ceduto alla tentazione. La scintilla diventa fuoco, e siamo costretti ad inginocchiarci per la vergogna di aver disubbidito e messo così a repentaglio la credibilità della razza umana. Ma non tutto è perduto, perché esiste un'altra entità pronta ad accoglierci; Satana in persona, che rispecchia il male dell'uomo in tutto e per tutto. Lui non ci volta le spalle, lui non ci mette alla prova, vuole solamente la nostra totale fedeltà così da poter compiere questa vendetta verso colui che lo ha relegato nel regno degli Inferi. Si dice che esista una volontà divina, che Dio perdona tutti perché è misericordioso. Ma è stato lui a declassare Lucifero facendolo diventare a tutti gli effetti il principe del male, così come altri angeli che non ne hanno seguito il suo volere. Quindi, l'essere umano come potrà trovare pace sapendo che una volta giudicati, non è detto che si arrivi in Paradiso? Poco importa, perché ci sarà sempre qualcuno pronto ad accoglierci, nel bene o nel male. Con un inizio più sui canoni thrash parte "Cataclysm Children", che dopo una bella rullata ed un urlo da parte di Shagrath si cimenta in una cavalcata inesorabile fino ad un rallentamento generale. Il cantato non è ossessivo e le ritmiche non spingono troppo sull'acceleratore, eccezion fatta per la doppia cassa di Barker che incessantemente continua il suo percorso di distruzione. Le tastiere svolgono nuovamente una parte importante per la struttura del brano, che cerca di farsi apprezzare nonostante un incedere piuttosto pacato ma disinvolto. Nel momento in cui la strumentazione si ferma, troviamo la chitarra ritmica filtrata che si cimenta in un riffing particolare e di conseguenza, quando sopraggiunge lo screaming anch'esso filtratissimo, l'effetto generato è quello di una leggera confusione generale. Mustis tenta di fare breccia nel cuore del brano e ci riesce alla grandissima, con una serie di note pregevoli ed una melodia melanconica da brividi. Shagrath dal canto suo e con i consueti effetti vocali, sembra essere questa volta perfettamente integrato nel contesto donando quell'oscurità meritevole di attenzione. Le chitarre si lasciano andare in una distorsione potente con un sottofondo melodico spettacolare che va a scontrarsi con una base massiccia e un drumming impetuoso; ritroviamo in seguito le asce in splendida forma, udiamo un assolo discreto e mai invadente, sorretto da una cassa incessante, un insieme che prelude la fine del brano. In sostanza è una buona traccia, che trova il suo apice grazie alle parti di tastiera che sono incredibilmente efficaci e di grande impatto emotivo. Chi è nato nell'abisso cerca invano il proprio credo. Il cuore è oscuro fin dalla nascita, con un fuoco interiore che brucia incessantemente. Bisogna avere la forza di reagire, ma non cercando un supporto spirituale come molti vogliono farci credere, ma anzi raccogliendo le proprie forze, mostrando le proprie ferite senza averne vergogna, recuperando tutto l'odio e la rabbia che in questi anni ci hanno soffocato. Troppe volte tanti hanno provato ad incantarci con il loro sorriso ingannevole solo per tenerci sotto controllo e farci stare buoni. E' il momento di dire basta, di alzarci e chiedere a gran voce la nostra libertà. Per guadagnare la nostra vittoria siamo disposti a morire, e allora diciamo che è meglio il piombo che penetra nella nostra carne piuttosto che essere guidati dalla menzogne. La ribellione è ad un punto cruciale, l'Apocalisse è al culmine e la scelta è solo una, o vivere nella falsità facendoci prendere in giro per l'eternità, o cercare di portare a casa la nostra dignità al costo della propria vita. "Eradication Instinct Defined" ha un inizio operistico molto intenso, con strumenti a fiato in grande spolvero, che si conclude con violini magniloquenti e a tratti terrificanti. Questa progressione sinfonica si protrae per ben due minuti scarsi, per poi esplodere con un urlo straziante e una strumentazione imponente che ne spezza la tranquillità dettata inizialmente. L'incedere non è tra i più cattivi, ma con l'aiuto della filarmonica di Praga, il senso di smarrimento è praticamente dietro l'angolo. Le ritmiche sono pesanti ed i riff belli carichi, ma la differenza la fa la parte sinfonica che è praticamente la colonna su cui si erge tutta la song. I continui rintocchi di ride di Nicholas sono perfetti per creare una situazione spregevole e capace di gettare nello sconforto più totale l'ascoltatore. Una serie di campionamenti accompagnano la struttura melodica, e mentre le urla di Shagrath emergono possenti troviamo un accenno di prepotenza incline a diventare una sorta di avvertimento per un possibile assalto sonoro. Assalto che in realtà non avviene, fatta esclusione per qualche sporadica sfuriata di doppia cassa, ed il brano si chiude con una specie di suono rimandante un gong tibetano. In sostanza, ci troviamo a parlare di una traccia che, fatta esclusione l'orchestra che svolge un lavoro superbo, risulta essere un pochino stanca e fatica a tenere alta la concentrazione dell'ascoltatore. Alle persone degne del dono della vita, viene paradossalmente impedito di viverla in maniera spensierata. I terreni volti un tempo a sfamare la gente e quindi a contribuire alla vita stessa sono cosparsi di rifiuti umani, che con il loro veleno proveniente dalle loro anime marce ne impediscono la prosperità. Il valore della vita è arrivato a considerarsi meno di zero, e non esiste alcuna compassione verso il nostro genere. La depravazione è lo strumento messo a nostra disposizione per distruggere l'umanità, l'ignoranza è l'arma ultima per infliggere il colpo di grazia. Non ci sarà nessun rimorso, siamo ormai destinati ad ucciderci tutti; andremo avanti per la nostra strada e se sarà necessario faremo detonare interamente l'esplosivo che annichilirà il genere umano. Spazziamo via la nostra razza, lasciando tracce di una civiltà che ha saputo solamente estinguersi per ignoranza e per disperazione, consapevole che un futuro non ci sarebbe stato. Sirene che segnalano un pericolo imminente, soldati in marcia verso il nemico con tanto di spari di mitra mentre aerei da guerra sorvolano i cieli. Non è un film tipicamente di guerra, ma è l'inizio particolare di "Unorthodox Manifesto". Questa intro spiana la strada a colpi di tom ripetuti, con tanto di chitarre minacciose che acconsentono il vocalist ad iniziare con il suo screaming infernale. Inizialmente non si eccede con troppa violenza, ma quando Nicholas decide di alzare il tiro allora l'atmosfera si fa più violenta, con tanto di voce filtrata particolarmente inquietante. I passaggi di chitarra sono molto ben assortiti ed un break improvviso preannuncia una furia che da li a breve verrà esposta in maniera prepotente in modo da non lasciare superstiti. Un breve assolo (non troppo vincente, per la verità) smorza un po' la tensione fino a quando Shagrath, ancora con voce filtrata, consente all'orchestrazione di manifestarsi, visto che fin qui questa componente (parlando di questo brano specifico) ha trovato poco spazio per esibirsi. Molto bella infatti, risulta essere questa parte sinfonica, con acuti di rara bellezza che bene si sposano con l'integrazione della struttura del brano. Un secondo assolo di chitarra un po' più incisivo rende giustizia ad un momento quasi catartico, mentre il solito Barker non accenna a staccare i piedi dai pedali, come fosse una macchina da guerra. Tocca alle tastiere di Mustis essere protagoniste, anche se solo per il finale di song; tastiere che sfumano lentamente fino a non udirne più le gesta. Una traccia particolare fin dall'inizio che mette un pochino in ombra la parte prettamente sinfonica la quale, seppur presente, svolge nel complesso un ruolo marginale, compiendo comunque un lavoro di accompagnamento che sicuramente incrementa la validità della song. La guerra viene vista dagli occhi di un soldato, il quale si rende conto di essere una sorta di ago della bilancia. Può essere infatti un portatore di morte e di male, come un portatore di luce e speranza. Una volta arrivati ad un certo punto, la follia ti assale, ed è li che non esistono più limitazioni. Riaffiorano i ricordi, viene stampato in testa il perché di questa guerra e di conseguenza non si vede l'ora di una sospirata resa dei conti. Le armi peggiori non sono quelle che vengono imbracciate e cariche di malevolo piombo, ma sono i nostri pensieri, la nostra sete di vendetta e l'istinto omicida che pervade in ognuno di noi davanti a certe ingiustizie. Sappiamo benissimo qual è il nostro obbiettivo, ognuno di noi è destinato a compierlo consapevole delle conseguenze che questo potrebbe comportare. Tutta questa oscurità arriva dal profondo della nostra anima e si muove attraverso di noi cercando in qualche modo di uscire, di trovare un pretesto per venire fuori e manifestarsi in tutta la sua ferocia. Per questo, ogni momento che passa è decisivo cambiamento del nostro destino, e sta a noi decidere se farci prendere dall'istinto o cercare di fermarsi quando si è ancora in tempo. "Heavenly Perverse" è l'ultima traccia di questo lavoro, e vede nuovamente la partecipazione di Abbath. Troviamo un inizio che è dettato da un arpeggio piuttosto oscuro, con dei versi di corvi insottofondo che ne sorvolano l'esecuzione. I primi riff sono cupi e malati, e le urla del singer non fanno altro che alzare la tensione in maniera esponenziale. Una prima strofa fila liscia senza lasciare troppo il segno, mentre la parte strumentale si fa apprezzare per atmosfere cupe ed oscure. Dopo un urlo da parte di Shagrath, ecco che entra in scena Abbath con la sua inconfondibile voce afona, e dobbiamo dire che risulta essere incredibilmente convincente, complice una base molto curata e ben suonata. Si ritorna tra cambi di tempo e riffing che esprime marciume da tutti i pori, mentre le tempistiche si acuiscono gradualmente per poi fermarsi nuovamente per rifiatare. Una bellissima apertura ariosa da parte della sinfonica di Praga riporta le atmosfere care ai primi lavori della band, coinvolgendo oltremodo chi si trova ad ascoltare. Si riparte picchiando duro, e la furia di Nicholas esce allo scoperto, accompagnato magistralmente dalle chitarre possenti che non risparmiano nessuno. Altro cambio di tempo, e ci ritroviamo a rifiatare per un attimo in attesa di un nuovo assalto sonoro che non tarda troppo ad arrivare con rullate schizofreniche che chiudono così, un lavoro esemplare. La ricerca continua ed esasperata di una improbabile redenzione diventa solamente una menzogna piena di avidità. Ci chiudiamo nel nostro mondo pieno di speranza, una sorta di veleno che scorre nelle vene e non c'è cura che possa guarirci. Tutto questo succede per colpa della superficialità, perché non riusciamo a distinguere, o meglio, combattere le falsità che continuamente ci viene proposta. Quando ci accorgeremo di tutto ciò, molte lacrime verranno versate, con la consapevolezza di aver vissuto una vita ad inseguire un qualcosa che effettivamente non esiste. Vale la pena quindi, vivere in schiavitù, perché è proprio di questo che si tratta, lasciando che il tempo scorra inesorabile, senza averla veramente vissuta questa breve vita che ci è stata concessa? Lasciate che ognuno creda in se stesso, non in qualcosa o qualcuno di cui non si ha la sicurezza assoluta che possa esistere. Lasciate che siano solo il vostro pensiero e la vostra volontà a spingervi a fare anche le più banali azioni quotidiane, e non fatevi influenzare da nessuno. La vita è solo nostra, non lasciamo che ci venga rovinata da falsi profeti.


Bonus Track

La traccia inclusa come bonus nell'edizione limited non è nient'altro che "Satan My Master", inno al Principe delle Tenebre prodotto dal grandissimo Quorthon con i suoi magnifici Bathory. Questa brave traccia, incisa nel 1984 ed in origine pensata per arricchire la tracklist del leggendario e suo contemporaneo "Bathory" (ma in seguito pubblicata solo nella raccolta "Jubileum Volume III" del 1998) viene riproposta in maniera più grezza rispetto al resto dell'album, ma meno ruvida se paragonata all'originale. La partenza è senza troppi fronzoli con chitarre che tagliano come rasoi e batteria che ininterrottamente macina bordate sul rullante dall'inizio alla fine. La voce è resa in maniera grezza, complice sicuramente una registrazione appositamente tendente al lo-fi per far avvicinare lo stile di Shagrath a quello di Quothon, ed anche se ovviamente tutti i paragoni del caso cadono uno dopo l'altro (l'ispirazione dell'oscuro Maestro svedese è certa, ma le due band risultano comunque agli antipodi per molti versi), rimane comunque un bell'omaggio ad una band che sicuramente è presente tra le influenze del gruppo, e soprattutto un omaggio ad una splendida realtà che ha scritto pagine memorabili nel libro nero del metal estremo. A metà brano è presente un assolo altisonante che nella prima versione si udiva appena e possiamo dire che anche se l'atmosfera non può essere oltremodo la medesima dell'originale, diciamo che come riproposizione è piuttosto ben riuscita. Il testo è breve e soprattutto diretto, un continuo inneggiare a Satana in modo altisonante. Satana è il nostro maestro, e lo dimostriamo sbeffeggiando il cattolicesimo mediante l'atto del capovolgimento della croce, simbolo cristiano per eccellenza. Arriviamo addirittura a menomarci mediante il taglio dei polsi, per far scorrere il sangue ed offrirlo al demonio, segno da parte nostra di devozione e di incoraggiamento nei suoi riguardi, per fargli possedere la nostra anima. "Ricordati di me quando il giorno del giudizio sarà vicino", queste le parole del Demonio, il quale ci invita a non dimenticarsi di lui.

Tirando dunque le somme, cosa possiamo dire di questo disco? Un'ora abbondante di musica coinvolgente e maestosa. Queste sono le prime impressioni che saltano alla mente una volta terminato l'ascolto dell'album. Possiamo dire con certezza che questo lavoro è il proseguo perfetto del disco precedente, anzi, a tratti è ancora più violento ed oscuro, come a dimostrare che i Nostri non stessero prendendo una direzione più "morbida" come qualcuno avrebbe potuto tranquillamente pensare. I tratti distintivi della loro proposta ci sono tutti, a volte si possono udire squarci provenienti dal passato, senza però snaturare un'inevitabile evoluzione sonora intrapresa tempo fa. L'orchestra, ormai diventata un'effettiva aggiunta al sound dei Nostri, si dimostra molto ben strutturata ed a tratti perfetta in certe situazioni, complice (e non mi stancherò mai di dirlo) la bravura e la professionalità e l'orecchio musicale di Mustis, che riesce sempre a capire sempre alla perfezione cosa serva al sound per renderlo più maestoso, e come integrare tutto questo. La voce di Vortex non viene utilizzata molto spesso, ma direi che i suoi inserti arrivano sempre al momento giusto, mentre un appunto vorrei farlo sulla voce di Shagrath: se nel disco precedente si intravedeva un'insistenza nell'uso di filtri vocali atti a conferire un maggior phatos al contesto generale, questo effetto in questo caso viene talvolta abusato. Non sappiamo se effettivamente sia una scelta voluta o serva a nascondere un cedimento vocale del singer in certi frangenti, fatto sta che un minor uso di filtri avrebbe risaltato il lato più malefico di certi episodi. Comunque sia, quello che ci rimane è un disco con i fiocchi che si farà apprezzare forse più del precedente in quanto ad attitudine, e che manterrà comunque compatta quella schiera di adepti che hanno apprezzato fin qui le gesta dei Nostri norvegesi. Bisogna riconoscere che i Dimmu Borgir non hanno ancora sbagliato un colpo, sfornando dischi genericamente e sostanzialmente diversi, ma di livello qualitativo altissimo. Grande band, senza ombra di dubbio.

1) Allegiance
2) Progenies of the Great Apocalypse
3) Lepers Among Us
4) Vredesbyrd
5) For the World to Dictate Our Death
6) Blood Hunger Doctrine
7) Allehelgens Dod I Helveds Rike
8) Cataclysm Children
9) Eradication Instincts Defined
10) Unorthodox Manifesto
11) Heavenly Perverse

Bonus Track:
12) Satan my Master
(Bathory cover)

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