DEVILDRIVER

Winter Kills

2013 - Napalm Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
21/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Si conclude oggi il nostro viaggio nella discografia dei DevilDriver, il gruppo di Dez Fafara, leader anche dei Coal Chamber e rispettivamente figlio e nipote dei due attori Tiger e Stanley Fafara, presenti da bambini nella serie "Il carissimo Billy"degli anni sessanta; il loro, per ora, ultimo album qui recensito è "Winter Kills - L'Inverno Uccide", il quale nel 2013 ha messo a riposa la band, indicativamente fino al 2016, in modo da dare tempo al nostro di concentrarsi sul ritorno della sua altra band, e sulle sue questioni personali. Un viaggio che ci ha portati dall'Omonimo Debutto del 2003, ancora pesantemente ancorato al suono crossover e nu metal del passato, al loro primo vero e proprio disco groove metal del 2005 "The Fury Of Our Maker's Hand" (per molti il loro vero debutto) il quale ha incominciato a raccogliere consensi di pubblico e critica, ampliati con le influenze melo death dei seguenti "The Last Kind Words" del 2007 e "Pray For Villains" del 2009, quest'ultimo probabilmente l'apice della loro carriera; come visto il seguente "Beast" del 2011 ha dimostrato un songwriting meno interessante, troppo sbilanciato spesso verso l'attacco sonoro, perdendo molta della forza della band, giocata sulle epiche melodie progressive e sull'uso di inaspettati momenti ricchi di pathos. Questo forse è legato alla volontà di distaccarsi dalla corrente metalcore e grovve a cui spesso la band viene associata (non a torto dato il loro suono), spesso tacciata di essere commerciale, "il nu metal degli anni 2000"; in ogni caso questa strada prosegue anche nel disco qui affrontato, andando ancora una volta a discapito di quella che è in realtà la forza maggiore dei DevilDriver. Troviamo quindi qui spesso attacchi caotici in un suono che però non è né carne né pesce: non abbastanza brutale e serrato per essere un distacco totale in nome del metal estremo, ma neanche una ripresa dei groove trascinati che spesso hanno fatto al fortuna del gruppo. La line up vede Fafara insieme a Mike Spreitzer  (chitarra, basso, programming), Jeff Kendrick (chitarre) e John Boecklin (batteria, chitarra, basso), mentre John Miller, licenziato in precedenza durante un tour in Inghilterra per problemi di dipendenza, viene sostituito dal bassista Chris Towning, new entry in una formazione finora sempre uguale; non è l'unico cambiamento, infatti s'interrompe qui lo storico sodalizio tra Fafara e la Roadrunner Records, passando alla Napalm Records, la quale pubblicherà nel 2015 anche il ritorno dei Coal Chamber "Rivals". Un disco quindi di cambiamenti, che conclude momentaneamente la carriera dei nostri non con il botto, ma con un episodio medio, ascoltabile, con i suoi meriti, ma lontano dalle vette raggiunte nei momenti migliori; la tecnica è sempre dalla parte della band, così come la professionalità e la competenza,  ma spesso si viaggia con il pilota automatico, senza lasciare il segno, e non arricchendo la discografia della band con brani memorabili come molti di quelli già incontrati. Anche la performance vocale di Fafara non è al massimo, spesso sacrificando  la versatilità  del passato in nome di urla continue, che non riescono però ad essere veramente potenti, risultando a tratti monotone e poco incisive; insomma un momento stanco e con crisi d'idee, che fa da punto della situazione e ci lascia con alcune domande riguardo all'evoluzione del gruppo.

Oath Of the Abyss

Si parte con "Oath Of the Abyss - Patto Dell'Abisso" e con dei suoni ambientali in levare, i quali prendono sempre più piede, liberando poi un fraseggio serrato dalle melodie dissonanti, con punte squillanti; la batteria segue il movimento con rullanti ripetuti, mentre si prosegue con l'andamento. Al trentasettesimo secondo si passa ad un riffing diretto, sul quale Fafara parte con delle grida inserite nei giri di chitarra e nei colpi di drumming; largo poi a bordate ritmate, in un movimento contratto che riprende gli andamenti del cantante. Al minuto e otto si parte con movimenti ancora più serrate, mentre la ritmica prosegue potente collimando in rullanti spacca ossa; ecco che riprende il ritornello iniziale dalla melodia squillante, ripetuta mentre la batteria prosegue tra cassa e rullanti, e Fafara si prodiga nel suo cantato altisonante. Ripartono quindi le falcate in loop, dalle punte squillanti, prima della ripresa di riff rocciosi dai toni più thrash, come sempre delimitati da giri squillanti; si riprende con le alternanze già affrontate, con un suono che si fa più serrato con fraseggi notturni, prima di scatenare nuovamente il ritornello, vero momento portante del pezzo con le sue melodie. Al terzo minuto diciotto abbiamo una sequenza tribale di accordatura bassa e batteria cadenzata, la quale ci da respiro, strisciando, prima dell'esplosione in fraseggi tetri mentre Fafara si da a vocals emotive; si evolve poi in suoni ancora più ariosi ed evocativi, sorretti da trotti di batteria, alternati però al movimento tribale in un gioco di botta e risposta. Al quarto minuto e undici si libera una corsa in doppia cassa dove in sottofondo percepiamo arpeggi grevi che riprendono la melodia portante; essa inevitabilmente torna in tutta al sua potenza, restaurando il ritornello a noi familiare. Partono poi fraseggi squillanti, i quali strutturano insieme al drumming una marcia, che assume poi con bordate squillanti e batteria pestata toni combattivi; il finale improvviso è segnato da un'altra coda ambient, ricollegandosi all'inizio del pezzo, scivolando verso il silenzio. Il testo ci mostra temi di rancore e di sfida non certo nuovi per Fafara, sempre con un diavolo per capello; negli abissi della disperazione, noi attiriamo il giudizio dei cieli con preghiere, mentre lui ha bevuto fino a che l'acqua è diventata whiskey, e fino a che essa è finita. Ci dice di evitare di essere coloro che bussano alla sua porta, perché non ci raccoglierà da per terra, e che non dobbiamo aggredirlo con la bocca sporca di sangue, perché lui non c'era quando i patti sono stati infranti; "You sold me out, I sold myself in, I picked up the claw! You dealt me out, I dealt myself in! And love is NOT the law! Not the law! - Mi ha venduto, Mi sono ri-venduto per tornare, Ho preso la sbarra! Mi hai escluso, Mi sono intromesso! E l'amore NON è la legge! Non è la legge!" prosegue il testo, mentre una Luna nera porta sventura, e porta tenebra facendoci temere che la fine sia vicina, e siamo pallidi come fantasmi. Ci chiede cosa vediamo, cosa sappiamo, perché è tempo di arruolarci nel Patto dell'Abisso; si maledice l'ascesa, che non arriverà mai, e si avverte di stare attenti a chi s'incolpa, perché lo abbiamo ferito dentro, e ora stiamo disseppellendo un cadavere. Vengono poi ripetuti i versi iniziali, in un testo il cui vero significato solo Fafara può davvero conoscere, presentando comunque immagini di giudizio e rivalsa.

Ruthless

 "Ruthless - Senza Scupoli" inizia con suoni etnici sorretti da atmosfere tese in sottofondo; presto però parte un fraseggio greve con batteria pulsante, dai toni distorti, il quale poi evolve in riff marziali delimitati da blast. Al quarantunesimo secondo le grida di Fafara si accompagnano al movimento contratto con rullanti di pedale, instaurando un gioco squillante che subito dopo si converte in un andamento roccioso basato sulle chitarre incalzanti e sui piatti di batteria; al minuto e ventidue le cose si fanno più concitate, con grida sgolate e corse con rullanti e giri veloci, in un ritornello aggressivo e ritmato. Torniamo poi alla marcia monolitica, la quale avanza pulsante, delimitata da alcuni rullanti; notiamo il lavoro di batteria di Boecklin, il quale anche nei momenti più lineari si mantiene potente e ben strutturato. Si continua così fino al secondo minuto e tre, dove riprende al corsa a media velocità con rullanti, attacchi aggressivi di Fafara, e punte squillanti di chitarra; all'improvviso si passa però ad un fraseggio più evocativo, il quale si accompagna con piatti di batteria e alcuni giri squillanti, prima di fermarsi in un arpeggio melodico epico e dai toni classici. Esso si tramuta poi in una digressione che sembra darci un falso finale; ma il tutto viene negato da un'esplosione di rullanti di pedale e giri grevi, in una marcia dai ritmi possenti, che poi si converte in fraseggi appassionanti e andamenti contratti.  Al terzo minuto e ventiquattro riprendono i movimenti marziali, sottintesi da giri grevi e ferrosi di basso, i quali accompagnano il cantato sincopato di Fafara, il quale si fa sempre più distorto ed aggressivo, aggiungendo poi la doppia cassa in un'ultima cavalcata a media velocità; bordate squillanti si alternano poi a rullanti e giri ripetuti, i quali vanno a concludere l'episodio. Troviamo qui molti pregi del suono dei DevilDriver, ma notiamo già un fatto: le intuizioni melodiche ed epiche non vengono sviluppate come in passato, presto spezzate dalle parti più dure e dirette, ripetute ad oltranza. Questo non permette la riuscita di brani veramente epici, come quelli incontrati in passato, e neanche che quanto sentito ci rimanga davvero in testa; un peccato data la professionalità dei componenti, sempre pronti a sfornare riff, fraseggi e parti ritmiche che si destreggiano tra movimento dritto e raccoglimenti. Il testo è costituito su rime sincopate ricche di immagini minacciose verso qualcuno che il nostro odia, modus operandi non certo nuovo per Fafara, spesso portato a fantasie violente di rivalsa; egli viene definito un portatore di distruzione, uno shogun del dispiacere, un mercante di morte complice di tutti. La verità è che la paura lo fregherà, quindi è meglio se finisce la sua birra, e se ne prende un'altra; un ritratto agghiacciante di come si era, una pietà promessa, ma poi sostituita dalla distruzione. Nonostante tutto si giura di farcela, ma ora nonostante le falsità dell'altro, Fafara è consumato dalla rabbia degli dei; egli vedrà l'altro nel sangue, lasciato morto, con la faccia nel fango, perché ormai è spietato. Si maledice il traditore, un male antico, e si profetizza che si nasconderà davanti alla volontà di potenza; vengono poi ripetuti i versi precedenti in un mantra, dicendo poi "Look what you've done to me, Now with candlelight I pray, Love is not the law, Underneath the harvest moon - Guarda cosa mi hai fatto, Ora prego al lume di candela, L'amore non è legge sotto la Luna da raccolto" con tono di sfida. Ritroviamo ancora quindi le parole precedenti, in un testo semplice e ricco di ripetizioni, non certo la summa creativa del suo mondo tematico; a volte il cantante diventa un po' una caricatura, con dei testi troppo grossolani e da "tough guy" difficili da prendere sul serio.

Desperate Times

"Desperate Times - Tempi Disperati" presenta un inizio effettato con suoni spezzati, il quale poi subito lascia il posto ad una cavalcata pestata e roboante, la quale si apre a rullanti di pedale e punte con bordate; al ventiseiesimo secondo Fafara interviene con le sue grida sgolate, mentre il movimento sonoro prosegue dritto e pulsante con loop di chitarra taglienti e drumming deciso; troviamo alcune impennate ariose delineate da rullanti, mentre al quarantaseiesimo secondo prende piede un inno contratto dove chitarre taglienti e batteria ricalcano gli andamenti del cantato. Si viaggia poi con impennate verso il ritornello segnato da suoni squillanti come violini, sorretti da rullanti e colpi pestati; ritroviamo qui molta dell'influenza melo death degli ultimi album, ricollegando i nostri ancora una volta alle tendenze di band come gli Arch Enemy, filtrate naturalmente da una certa sensibilità groove. Al minuto e diciassette si riprende con la corsa pestata, sempre sottolineata da bordate grevi e rullanti, mentre Fafara si da al suo cantato, qui a tratti più urbano e legato al suo passato;  i toni si fanno poi ancora più immediati dopo una cesura di raccoglimento con rullanti, aprendosi in una cavalcata alternata con parti ariose e serrate. Riparte quindi l'inno ritmato, il quale ancora una volta evolve nel bel ritornello, sempre evocativo ed ammaliante; il brano si disconosce subito come uno dei migliori presenti nell'album, capace di trovare equilibrio tra aggressione e melodia, anche se avrebbe fatto piacere sentire il ritornello ancora più sviluppato nelle sue azzeccate note. Dopo una pausa con una digressione riprende al corsa, questa volta pestata con doppia cassa e riff granitici e dissonanze; al secondo minuto e quaranta il tutto si fa ancora più urgente, prima con drumming cadenzato e suoni vorticanti, poi con una corsa in rullanti di pedale, presto però fermata da riff rocciosi in marcia da combattimento. Essi proseguono apocalittici, prima di prendere più velocità con rullanti; invece però di aprirsi a duna corsa, troviamo giri grevi ripetuti, sui quali Fafara si da a versi gutturali e grida distorte. Si aggiungono quindi fraseggi a sirena in un'atmosfera tesa  e protratta; essa s'infrange al terzo minuto e ventuno con rullanti, prima della ripresa del ritornello e dei suoi giri epici. Si prosegue quindi con batteria prima ritmata con piatti, poi lanciata in rullanti di pedale e colpi potenti; il finale viene affidato ad un riffing roccioso e dilatato, il quale evolve in giri decisi, fino al grido in riverbero del cantante, il quale mette fine a tutto. Il testo prosegue con i temi di vendetta e giudizio che dominano fin qui il lavoro; l'acqua santa non ci aiuterà ora, lui giace qui, dove gli è stata promessa la morte, durante il suo ultimo respiro, e poco è cambiato, quindi dobbiamo mostrare un po' di spina dorsale, ricordandoci che se teniamo un cane cattivo con noi, gli altri non morderanno. Ciò che è fatto è fatto, e dobbiamo mantenere le cose stabili, mentre l'inferno arriva con lui, con cuore nero, mentre il corpo è blu, in notte enfatizzate mentre affogava con noi; alziamo al sua coppa, perché la sconfitta non esiste. "Desperate times, Call for desperate measures, Go ahead and pour that gasoline, Nothing's certain but the unforeseen, If you think I'll bend, You're sadly mistaken - Tempi disperati, Richiedono misure disperate, Vai avanti e versa la benzina, Niente è certo, se non il non prevedibile, Se pensi che mi piegherò, Ti sbagli di grosso" prosegue il testo, dicendoci poi in ironia che siccome non può fermare la morte, lei ha fermato lui con gentilezza. I bagagli tengono, ma siamo solo noi nella strada per l'immortalità, mentre tendiamo a scegliere il nostro veleno, e lui qui giace dove gli è stata promessa la morte nell'ultimo respiro; la sconfitta non esiste, e in tempi disperati, bisogna adottare misure disperate. Un testo pieno d'immagini elaborate, che richiama quelli del passato del gruppo, il cui vero senso è chiaro solo a Fafara; noi possiamo darne uno nostro in base alla nostra vita ed esperienze. 

Winter Kills

La Title Track si apre con un riffing roccioso, sul quale presto si aggiungono bordate graffiantipiatti e giri di basso; al sedicesimo secondo si aggiunge un fraseggio squillante, il quale si protrae sulle sue note, mentre in sottofondo sentiamo grida in salire, mentre i toni si fanno più emotivi e solenni. Si configura poi una cavalcata aggressiva con chitarre frenetiche e rullanti combattivi, mentre il cantante prosegue con grida indemoniate; al cinquantaquattresimo secondo il tutto si fa più sincopato, prima di aprirsi nel ritornello dai giri taglienti e dal drumming ritmato, il quale si alterna con alcuni rullanti di raccoglimento. Largo poi a sequenze tribali accompagnate dal fraseggio già incontrato, in un'atmosfera solenne che ancora una volta si libera in chitarre ariose e grida da parte del cantante; partono quindi giochi roboanti di drumming serrato e chitarre dalle bordate grevi, instaurando una marcia ferita dalle vocals di Fafara. Al secondo minuto e dieci riesplode il ritornello, sorretto da fraseggi serrati e delineato da rullanti; ritroviamo quindi il suono ormai familiare, che ancora una volta esplode in una coda epica ed emotiva, dalla ritmica giostrata su piatti cadenzati. Il tutto si fa poi ancora più atmosferico con chitarre ieratiche e dilatate accompagnate da rullanti; si passa quindi a pedali decisi e suoni notturni, per un altro episodio che tutto sommato si dimostra all'altezza, confermandoci una parte centrale del disco che da il meglio del lavoro qui recensito. Al terzo minuto e cinquanta ritroviamo il ritornello, il quale segue la solita evoluzione, sfociando però questa volta in una serie di falcate epiche con rullanti e chitarre ariose, mentre Fafara grida in riverbero il testo disperato; lo spazio è quindi lasciato a riffing contratti con piatti ritmati, mentre poi tornano le vocals effettate, che accompagnano l'andamento sempre più roccioso, fino alla sua dissoluzione. Il testo non ha un chiaro significato, mischiando metafore invernali con visioni quasi religiose e avvertimenti a guardarsi le spalle, raggiungendo un livello molto astratto difficilmente interpretabile, se non siamo il diretto interessato, ovvero Fafara; è qualcosa di posseduto, che costruisce sulle spalle del nostro, è una realtà, e senza una scaletta di salvataggio, non c'è paradiso per noi, mentre lui non riposa e non dorme senza un occhio vigile, senza pentimento, senza mai dimenticare, non c'è bisogno di dirlo. Il tempo e la distanza spazzano via oceani, e il tempo non può capirci, la distanza e il tempo creano un canyon così vasto, mentre non ci guarda morire; ci viene intimato di guardarlo mentre ci parla, perché nella novità vi è verità, chiedendoci di amarlo e di seguirlo con i pochi, mentre tutto è posseduto. L'amore, la fede dove gli angeli volano, non sono altro che una bugia che stiamo vivendo, e lui non è il male; ci dice di ricordarci quanto ci dice, che ci sarà un cambio nelle guardia, ora c'è gelo sul davanzale e l'inverno uccide, mentre poi confusamente ci si chiede se non c'è più senso del racconto, presentando una nuova religione mentre e vediamo una luce fatta male, facendoci capire che è meglio guardarci alle spalle di notte. "Like a spark into your heartache, Did you quorum, separate from, Still they prayed, Split your skull just for fun, (not run?) We'll be here til the job is done, Til the job is done! - Come una scintilla nel tuo mal di cuore, hai fatto quorum, hai separato? Ma continuavano a cacciare, A spaccare il tuo teschio per divertimento (non corri?) Staremo qui fino a lavoro compiuto, Fino a lavoro compiuto! " prosegue il testo, con toni ora minacciosi, mentre nell'aria c'è un gelo coperto dalla tenebra, e ci si chiede se i cieli si stanno aprendo; un testo visionario e difficilmente interpretabile, il cui vero significato non è dato sapere davvero.

The Appetite

 "The Appetite - L'Appetito" ci accoglie con un fraseggio delicato il quale si dipana nelle sue note progressive, con cimbali e piatti dilatati in sottofondo; al diciannovesimo secondo parte un riff roccioso che fa da montante, prima dell'aggiunta di un motivo squillante con drumming pulsante. Esso poi evolve in una corsa con batteria decisa e  punte roboanti; al quarantaduesimo secondo una digressione fa ad cesura seguita da un raccoglimento di qualche secondo. Ecco che ora parte un andamento incalzante, dove le grida di Fafara si legano  a giri taglienti e blast ripetuti ,mentre in sottofondo percepiamo giri squillanti di basso;  largo poi ad impennate solenni, mentre la tensione sonora si mantiene alta e potente. Al minuto e venti il movimento torna a farsi pulsante, insieme a fraseggi discordanti pieni d'immediatezza sonora; essi proseguono delineati da alcune bordate, prima di lanciarsi in una corsa a media velocità, interrotta poi da nuove marce contratte. Si continua quindi con riff rocciosi, che evolvono con alternanze già incontrate in scariche massacranti con giri di basso pulsanti; largo poi a chitarre ariose e tetre, mentre permane il marasma sonoro in sottofondo. Ritroviamo dopo alcuni rullanti di raccoglimento con giri veloci il fraseggio squillante sorretto dal drumming pestato e dalle urla di Fafara;  ecco quindi falcate  rocciose protratte fino al secondo minuto e cinquantadue, dove un suono di chitarra dissonante sott'intende andamenti contratti, i quali esplodono in cascate ritmiche dalle aperture ariose. Inevitabile l'assolo tecnico che poi evolve da questo movimento, ricco di note elaborate, accompagnato da piatti cadenzati e rullanti spacca ossa; esso prosegue  a lungo, con una coda progressiva dal sapore classico, mentre il drumming  si mantiene ritmato. Si riparte al terzo minuto e cinquantadue con corse forsennate delineate dai fraseggi squillanti e dalle bordate taglienti, fino a punte dai rullanti decisi; si arriva quindi alla conclusione rocciosa con montanti sottolineati dalle grida di Fafara e  dalla batteria decisa, mentre si finisce in una serie di contrazioni, lasciando poi tutto in mano ai rullanti e ad alcuni colpi di conclusione. Il testo è l'ennesima dimostrazione di violenza verbale e minaccia, diretta a chi ha creato problemi nella vita del nostro, e che ora non è più benvenuto; gli occhi infuocati sono su di noi, la nostra presenza è una violazione, e se non andiamo via saremo annichiliti, ed è meglio per entrambe le parti se ci  separiamo. Dobbiamo prendere tutto con le pinze, prendere tutto al limite, il mondo con una tempesta, tenendo la testa e togliendoci i guanti, prendendo la nostra vita nelle mani e vivendo alla giornata; nessuno dopo tutto ci ha promesso un domani, ma dobbiamo tenere i cani a bada. Ci viene chiesto se abbiamo l'appetito, le aspettative da mantenere, perché la nostra coppa di dolore è piena di disprezzo, e lui ci prega più volte; "Don't dwell, it's my burden to bare, Fall time season it's in the air, It's best for both parties, If we just part - Non pensarci, è il mio peso da portare, L'Autunno è nell'aria, è meglio per entrambi, se ci dividiamo" continua il testo, chiedendoci ancora se abbiamo l'appetito, se abbiamo i suoi occhi infuocati su di noi. Se pensiamo che a lui importi della nostra vita, sbagliamo di grosso, lui ci ha estromesso dalla sua esistenza;  un testo in pieno stile Fafara, il quale riversa nella musica le sue frustrazioni e rabbia personali, trovando una valvola di sfogo.

Gutted

"Gutted - Sventrato" parte con un riffing roboante dalle bordate decise, sottolineate da un drumming pesante; al tredicesimo secondo Fafara grida rabbioso con una serie di falcate che lo  accompagnano potenti. S'instaura quindi un andamento sincopato, feroce e claustrofobico, che ci ricorda dei Meshuggah meno folli e più controllati, delineato da alcuni giri squillanti; intanto il cantano prosegue, psicotico tanto quanto l'andamento strumentale, sempre all'insegna di suoni violenti. Al cinquantunesimo secondo ci si lancia in cavalcate discordanti ricche di giri taglienti e batteria cadenzata, le quali poi lasciano posto a fraseggi in loop, mentre il ritornello si delinea con rullanti e gridai cavernose da parte di Fafara; largo poi ad altri movimenti contratti tipici del pezzo, in marce rocciose piene di rabbia  e grida. Si torna alla sequenza claustrofobica, giostrata con mitragliate di chitarra e piatti pulsanti; i toni si fanno sempre più rocciosi e combattivi, aprendosi ad attacchi concentrati. Essi trovano poi sfogo in cavalcate scordate dai suoni distorti; inevitabile il ritorno al ritornello con rullanti di pedale e fraseggi altisonanti, il quale prosegue poi rallentando in alcuni tratti, per un'atmosfera più ragionata. Ma ecco che al secondo minuto e trentaquattro ritroviamo le marce contratte dal suono secco e roccioso; esse danno poi vita ad una serie di bordate ritmate con drumming ad incudine e raffiche di chitarra death, mentre Fafara si lancia in grida sgolate che diventano sempre più rabbiose. Proseguiamo quindi all'insegna della violenza, mentre i giri caotici si fanno strada senza pietà, assumendo poi una ritmica sempre più pressante e battagliera; il finale è quindi marziale, con una serie di raffiche ripetute fino alla chiusura del pezzo. Il testo ci offre un altro esempio non certo poetico o alto di scrittura, mostrando ancora una volta la faccia più terra terra e forse grossolana del nostro; ci viene intimato di rimangiarci quanto detto, perché in autunno ci sono cuori neri in giro, e le luci brillanti diminuiscono. Siamo maledetti sia se lo facciamo, sia se non lo facciamo,  e ci consiglia di non riposare, o perderemo le nostre nove vite; brucia chiaro tra le vastità e le stelle, non importa come lo chiamiamo, non ne abbiamo mai fatta una giusta per lui. La nostra mente è più debole, quindi ci sentiamo quello che non siamo, in un ascino che neanche lui sa nominare; deve esserci qualche compromesso possibile, dobbiamo rimangiarci quanto detto. Confuso, conflittuale, giustificato, meglio bruciare che voltarci, dobbiamo scegliere i nostri alleati, il prezzo è pesante e non dobbiamo parlare di amore perso, perché nei suoi occhi siamo un sacrifico; tutto è infervorato per il risultato del dado, e ci ritroviamo sventrati, fottutamente sventrati. "Death smiled. Covered up your past, So you do your best not to flaunt it, bitch! There's nothing left but broken dreams and it seems, That's the way you want it - La morte sorrise. Il tuo passato è sepolto, Quindi fai del tuo meglio per non spifferalo, stronzo! Non c'è altro che sogni infranti, e sembra che sia questo che tu vuoi" prosegue il testo, ripetendo poi il concetto di rimangiarci quanto detto; un testo dominato dalla rabbia, con immagini ancora una volta molto da duro che lasciano il tempo che trovano. 

Curses And Epitaphs

Curses And Epitaphs - Maledizioni Ed Epitaffi" si apre con suoni sognanti ed atmosferici, in un fraseggio in mono dagli effetti acquatici; al ventiseiesimo secondo si sale con un riffing epico, accompagnato nelle sue note ammalianti da rullanti e piatti pestati. Si prosegue con i giri ripetuti fino al cinquantacinquesimo secondo, dove troviamo un trotto incalzante dal gusto thrash, sul quale Fafara si da ad un cantato ritmato e feroce; rullanti di pedale e suoni duri accompagnano il tutto, mentre alcuni giri squillanti delimitano l'andamento. Al minuto e ventitré si apre un ritornello marziale, ricco di chitarre a motosega e attacchi di batteria; dopo una cesura di raccoglimento di alcuni secondi riparte il fraseggio epico, sottolineato dai rullanti di pedale ed arpeggi in sottofondo, mentre le vocals pur feroci, ne riprendono la melodia. Torniamo quindi alle marce contratte e taglienti, per un episodio compatto e battagliero che vuole assaltare l'ascoltatore; si aggiungono alcune parti discordanti, mentre i muri di chitarra precedentemente incontrati si ripresentano,  sempre con ritmica marziale  giocata tra rullanti a tamburo e parti in pedale. Al secondo minuto e cinquanta un fraseggio distorto fa da breve pausa, dopo la quale riprende il ritornello più arioso, dalla malinconica melodia ripetuta; arriviamo così al terzo minuto e sedici, dove tutto si fa pulsante con giri taglienti e drumming dai piatti cadenzati, aprendosi ad alternanze con fraseggi post rock scodarti e colpi secchi di batteria. Raggiunto un apice emotivo, si ripetono giri rocciosi, mentre alcune impennate danno poi spazio ad un assolo effettato, il quale evolve in giri altisonanti, seguiti dalla batteria pestata; modus operandi questo più volte usato nell'album, mostrando una certa tendenza al "pilota automatico" in sede di songwriting, rendendo meno unici anche i momenti migliori qui riscontrati.  Si collima al quarto minuto e trentadue, dove alcuni piatti fanno da cesura, prima della ripresa del ritornello, il quale poi si lancia in una cavalcata finale dalle bordate decise, la quale chiude con alcune impennate il pezzo; il sapore lasciato in bocca è ambiguo, non possiamo parlare di un brutto pezzo, ma percepiamo che poteva essere qualcosa di più, con quale ripetizione in meno e qualche dilatazione nelle melodie ariose ed epiche. Il testo  sembra una considerazione sulle delusioni della vita, dall'infanzia, fino alla vita adulta; il nostro è stato freddato, un altro colpo, come è potuto accadere? Deve guardare il suo passato, sentire i suoi peccati, è la morte per il morto. "Watch your step, take the reins, And fill your veins tonight.. fill it! Full of the evening!Keep the flame, earn your name. Try to escape, all the hell that is coming your way! Self- assured, there's no cure, lost what you had, all so sad! And I can't do anything! - Attento ai tuoi passi, prendi el redini, E riempi le tue vene stanotte... riempile! Mantieni la fiamma, guadagnati il tuo nome. Prova a fuggire, da tutto l'inferno che ti arriverà addosso! Stai sicuro, non c'è cura, hai perso quanto avevi, è così triste! E non posso farci nulla! " prosegue il testo,  e tutti i sogni della gioventù, i dispiaceri della vecchiaia, tutti glia negli che piangono, sono persi per l'eternità. I tentativi disperati non dureranno, mentre cerchiamo di purificare il passato, abbiamo solo maledizioni ed epitaffi; dobbiamo controllare i nostri passi e prendere controllo dell'uragano, dobbiamo sentire il ciclone con tutta la sua furia. Ormai è andato troppo oltre, ma non dobbiamo mai rimpiangere ciò che avevamo, ormai non possiamo fare nulla; i giorni sono lunghi, ma le notti ancora di più. Il suo tempo è stato speso, e si è creato un'armatura al cuore e ora è più forte, dobbiamo solo aspettare più a lungo. Un immagine di analisi della propria vita alla fine di essa, evocando l'immagine dell'omicidio con colpi di pistola, insomma continuano gli immaginari urbani, sede tematica dei pezzi del nostro. 

Caring's Overkill

"Caring's Overkill - Eccesso Di Attenzioni" s'introduce con piatti a cui segue un fraseggio dissonante accompagnato da riff rocciosi, intervallato con alcuni giri squillanti; ecco che al quattordicesimo secondo arrivano baritoni claustrofobici, ripetuti in sequenza. Partono quindi le vocals effettate di Fafara, sorrette dal fraseggio notturno e da ritmiche potenti dai blast cadenzati; i ritmi si fanno quindi più caotici, con muri di chitarra tagliente e grida feroci. Al contrario delle aspettative però, non si arriva ad un'esplosione, bensì al cinquantottesimo secondo ritorna il fraseggio ripetuto, dando spazio alla sua anti melodia ossessiva; ecco che poi parte si una cavalcata sinistra con rullanti di pedale e suoni severi di chitarra, in un ritornello aggressivo dove il cantante si da ad un'interpretazione sentita. Tornano poi i giri discordanti sorretti dai rulli di batteria, con alcune punte più altisonanti; si ripresenta poi il fraseggio dominate, con drumming a pressa, ripetendo gli andamenti precedenti. Largo quindi alla parte più controllata al secondo minuto e due, la quale anche questa volta anticipa il ritornello con rullanti di pedale e chitarre epiche; ci si lancia dopo di esso in una cavalcata ritmata ricca di suoni scordati e squillanti. Arrivati al secondo minuto trentotto parte un fraseggio melodico dal gusto quasi power metal, con atmosfere ariose ed arpeggi struggenti in sottofondo; esso lascia presto il passo ad un assolo dalle note altisonanti, che come al solito sale nelle sue scale con virtuosismi. Si accompagna poi ad attacchi di pedale in una sequenza molto metal, la quale va ad infrangersi contro il terzo minuto e ventuno; qui troviamo una pausa con piatti cadenzati, mentre continuano i toni squillanti della chitarra in solitario. Al terzo minuto e trentasei riprende il ritornello, segnato da muri di batteria e chitarre solenni, mentre Fafara ripete sgolato i suoi versi potenti; si passa quindi ad una cavalcata in doppia cassa, dove sopravvivono le melodie, mentre s'intromettono parti vocali effettate come in una registrazione. Il finale è affidato quindi a ritmi contratti, i quali poi sfociano in giochi di batteria e urla; gli ultimi secondi vedono il ritorno del fraseggio, ora sospeso in solitario fino alla conclusione in dissolvenza. Un altro episodio che sa di già sentito, per una parte centrale del disco che mostra la sua debolezza: mancanza di voglia di variare come in passatosi seguendo una linea con poche variazioni, reiterata spesso nei brani. Il testo tratta di problemi relazionali con le donne, dove il sospetto è sempre in agguato, così come la lotta continua; condannato dall'inizio, gli ha spezzato il cuore, con pensieri dementi che eclissano il tempo, mentre ora quella parte di lui è esiliata, e ora è un addio, dividi ed impera. Lei porta le sue corna come sacre corone, e non esiste una corrente tanto forte da tenerla giù, mentre lui le chiede dove è stata, sicuro che era ancora fuori a nascondere i corpi del reato, e ogni volta che gli chiede che c'è, è sotto attacco. Nata per bruciare, dice ciò che vuole, ma al cosa sta prendendo peso, e le sue attenzioni sono eccessive, mentre tutto va a rotoli; a volte ci vuole una bella caduta, dopo tutto, per sapere dove si è, e ora lei è appesa alle gengive, e quindi può fare solo ciò che può. "My ears can't believe what they cannot hear, My eyes are blinded from what they cannot see, It drags me down, drags me down! My burden to bare, nothing matters but the rain, these pills that eventually keep me sane. The pain I feel the battles won, Phoenix wings embrace the sun!  Le mie orecchie non credono a ciò che non sentono, I miei occhi sono accecati da ciò che non vedono, Mi spinge giù, mi porta giù! Il mio peso da portare, Importa solo della pioggia, e di queste pillole che mi mantengono sano. Il dolore che sento a battaglia vinta, Le ali della fenice avvolgono il Sole!" termina il testo, continuando le immagini di disfatta e lotta continua qui affrontate.

Haunting Refrain

"Haunting Refrain - Refrain Che Perseguita" tiene fede al suo nome aprendosi, appunto, con un refrain in salire, il quale assume sempre più consistenza fino ad evolvere in un fraseggio ritmato con giri rocciosi di chitarra effettati; esso prosegue con toni quasi etnici in un suono lisergico che trova sfogo solo al quinto minuto con un drumming pulsante con rullanti e piatti e giri di chitarra altisonanti. Al minuto e cinque partono suoni squillanti con bordate granitiche, il quale si accompagna a pulsioni di drumming e andamenti meccanici; ecco che arriva il cantato feroce di Fafara, sottolineato da andamenti contratti di chitarra e batteria ricca di movimenti incalzanti. Al minuto e quarantanove abbiamo una sequenza contratta che riprende i fraseggi precedenti, in un'atmosfera lanciata ricca di batteria con piatti pestati; largo quindi a giri squillanti e falcate rocciose, mentre le grida si prodigano in ritornelli sincopati ed ossessivi.  Si prosegue poi con alternanze concitate tra suoni squillanti e parti più dirette, tornando poi al secondo minuto e ventotto al drumming pulsante ai riff ariosi contornati dalle vocals di Fafara; ecco che si torna a ritornello spericolato, vera anima del brano con i suoi movimenti spezzati imperanti. Al terzo minuto partono una serie di bordate devastanti, sottolineate da piatti; esse vanno poi a sostituirsi con un fraseggio tecnico con drumming giocato sui piatti ripetuti, in un'energia raccolta, la quale poi si libera con costruzioni elaborate e squillanti dal gusto classico. Si arriva così dopo una lunga sezione progressiva al quarto minuto e sedici, dove una digressione accompagnata da bordate marziali fa da cesura; subito dopo parte un fraseggio severo, il quale si ripete con i suoi giri scanditi da blast, fino a scomparire in dissolvenza chiudendo così il brano. Il testo tratta di temi di debolezza mentale ed emotiva, e d'inadeguatezza, dove ci si sente perseguitati; tutto ciò che sentiamo è l'urlo di una megera, mentre le parole mordono e lasciano il segno, e anche ora il tempio ci attende; "Those thoughts won't take you far. You're no good so others scatter, Turn your back to others laughter, Between the pillars it's all misfortune. Under the guise, in the name of Luna, Get a life. I can't get a word in edgewise. Give me a hand, give it a rest. Now you criticize, all bets are off - Quei pensieri non ti porteranno lontano. Non fai nulla di buono quindi gli altri fuggono, Gira le spalle alle risate altrui, Tra i pilastri ci sono solo sfortune. Sotto la guisa, nel nome di Luna, Fatti una vita. Non ho parole per dirtelo in modo laterale. Dammi una mano, falla finita. Ora critichi, le scommesse sono chiuse" prosegue il testo, invocando la potenza e la visione interiore, e il modo giusto di infiammare la notte, mentre lui vede la sua memoria in ogni faccia, un inno che lo perseguita. Quando le grida hanno tutte lo stesso nome, disconnesso, si cade nel proprio nome, e cercano di convincerci che le sfortune sono benedizioni, e viceversa; ma è solo un maledetto problema, un inno che ci perseguita. Un altro esempio della vita di Fafara estrapolata e resa astratta, in modo da usarla per il tema dei brani dei DevilDriver; come sempre il custode dei veri significati è lui, mentre noi possiamo interpretare secondo il nostro vissuto e pensiero.

Tripping Over Tombstones

"Tripping Over Tombstones - Inciampando Sulle Lapidi" ci accoglie con  un suono distorto e sgraziato di chitarra sottolineato dal basso, il quale prosegue fino al diciassettesimo secondo; ecco che un riffing martellante si fa strada tra colpi cadenzati e impennate di rullante, mentre Fafara declama il testo con tono aggressivo. Ci si lancia quindi in falcate geometriche, ricche di fraseggi squillanti e ritmica combattiva; al quarantottesimo secondo parte il movimento diretto a marcia rocciosa, delimitato da alcuni giri vorticanti. Esso si lancia poi in una mitragliata esaltante con batteria pulsante e urla cavernose del cantante, protratte fino allo scoppio del ritornello caotico ricco di giri ariosi; largo poi a fraseggi claustrofobici ad accordatura bassa, ancora una volta collegati all'esempio dei Meshuggah. Al minuto e quarantatre i toni si fanno ancora più aggressivi, con falcate taglienti supportate dai blast pestati; si torna quindi alle marce pulsanti dai riff rocciosi, le quali poi si librano ancora una volta nel ritornello dove le vocals graffianti di Fafara vengono riprese nell'andamento dai fraseggi altisonanti di chitarra. Arriviamo al secondo minuto e ventitré, dove scariche secche si alternano con alcuni rullanti; troviamo quindi aperture più lanciate, presto però sostituite da giri discordanti che riprendono i toni grevi sorretti da arpeggi meccanici di basso. Il ritornello si delinea per l'ennesima volta, in una struttura molto semplice che riserva poche sorprese, giocata sui suoni geometrici di chitarra e sui fraseggi stridenti. La coda finale vede nuovi riff rocciosi, alternati con alcune parti sincopate, prima di darsi ad un fraseggio sferragliante; quest'ultimo chiude tutto, trascinandosi fino alla conclusione con rullanti. Il testo prosegue con i temi di autodeterminazione e di accusa, sempre cari a Fafara; colui che esita è perduto, contro la massa, non importa il prezzo. Molte mani fanno funzionare la luce, e saremo fatti a pezzi dalle sue parole; alla fine si riconosce un pilota nella tempesta, e ci augura di morire bene, perché è un fottuto addio. Il peso sulle nostre spalle sembra dannatamente pesante, e lui spera che siamo giudicati negativamente, siamo messi alle strette; ci tappiamo il naso davanti a quanto abbiamo imparato, ma se ci giriamo, i ponti sono bruciati. Nel suo cuore il nostro ha la guerra, camminando sulle lapidi, e continua "It's your fucking final hour. I've laid out my tattered heart. Into the blinding light. To avoid the dark, What did I fall into? I'm through, You've skewed the view. Sometimes salvation ain't but a door away? from you E' la tua fottuta ultima ora. Ho messo a riposo il mio cuore rovinato. Nella luce abbagliante. Per evitare le tenebre, In cosa sono caduto? Sono finito, Hai rovinato la visione. A volte la salvezza è ad una porta di distanza... da te", poiché non vi è grazia che può salvarci, siamo ad un bivio, ma noi non lo consociamo, non lo consociamo a lui per nulla; è un fottuto addio, perché è guerra per lui, guerra totale. Parole feroci e spietate, familiari per chi ha già affrontato, come noi, i suoi testi; il porgi l'altra guancia non è certo il credo di Fafara, più che portato alla vendetta. 

Sail

"Sail - Salpare" è la cover degli Awolnation, band di elettro rock alternativo americana, che chiude la versione standard del disco; ecco quindi suoni ariosi e delicati, con campionamenti marini e note delicate, i quali s'incontrano al diciassettesimo secondo con un riff imponente e marziale, il quale avanza monolitico. Ad un tratto un fraseggio propone la melodia portante del pezzo, accompagnato da rullanti e piatti cadenzati; esso si fa man mano più struggente,  con cori in sottofondo e giri elaborata. Dopo il primo minuto si presenta Fafara, il quale pur con cantato gridato, conserva l'andamento dell'originale, ripreso dai fraseggi di sottofondo; al minuto e trentanove parte il ritornello con rullanti e chitarre ariose, segnato dai cori eterei in sottofondo. Prosegue poi l'andamento solito, il quale però ora si appoggia su giri più taglienti, mentre il drumming prosegue pulsante nei piatti e nei colpi dilatati; riesplode quindi il ritornello, dal grande impatto emotivo, protratto con rullanti e giri di chitarra. Questa volta esso  evolve, dandosi alle belle melodie di voce femminile, mentre la strumentazione prosegue  sferragliante; al secondo minuto e cinquantanove un assolo elaborato prende piede con note squillanti, mentre il drumming si fa ritmato. Quest'ultimo trova poi quiete, mentre le melodie progressive e i cori proseguono, intrecciati alle esclamazioni aggressive di Fafara; il suo posto viene poi preso dalla voce femminile (offerta da tale Mary Whitman) che diventa protagonista mentre il suono prosegue appassionante. Il finale è segnato quindi da un fraseggio in dissolvenza, il quale chiede il lavoro sulle note del sogno; una cover che forse è anche migliore dell'originale, sicuramente uno dei momenti di maggior interesse di tutto il lavoro, capace di alzarne le quotazioni. Il testo tratta in modo molto semplice della sindrome da deficit di attenzione, di cui Fafara stesso soffre sin da bambino, insieme ad insonnia ed iperattività; quindi pur non essendo stato scritto da lui, calza perfettamente una spetto della sua vita, abbandonando qui le pose da duro per trattare del problema con le parole altrui. Questo è il modo in cui il protagonista mostra il suo amore, nella sua testa ormai è convinto che sia così, perché da la colpa al suo disturbo; è come gli angeli piangono, e lui da la colpa al suo orgoglio malato, e anche al suo disturbo. Non ci resta che salpare, ma poi il nostro si chiede "Maybe I should cry for help, Maybe I should kill myself, I blame it on my A.D.D. baby, baby Forse dovrei gridare aiuto, Forse dovrei uccidermi, Do la colpa alla mia sindrome da deficit di attenzione piccola, piccola", e se è di una razza diversa, o se non sta ascoltando la realtà, e quindi da la colpa ancora alla sindrome da deficit di attenzione; infine invita a salpare con lui alla volta dell'oscurità, in uno strano viaggio astratto. Un testo breve, semplice, che però regala immagini di difficoltà nei rapporti umani, ma anche di uso del disturbo come una scusa per i propri errori e difetti; capiamo ancora di più come il tutto calzi a pennello al personaggio Fafara, sempre in vena di analisi, anche se spesso altrui, ma anche su se stesso.

Shudder

La parte presente solo nell'edizione digibook del disco parte con "Shudder - Brivido", e con il suo riffing roboante sottolineato da suoni squillanti in salire; ecco che al decimo secondo si sale con un'impennata martellante, la quale esplode in un groove stridente dalle punte in rullante, mentre i piatti cadenzati ne segnano il ritmo. Le vocals di Fafara intervengo insieme a sinistre melodie di tastiera, in un'atmosfera spaziale, dove però proseguono le bordate dissonanti; al minuto e uno si crea un attacco sincopato di drumming e chitarre, il quale poi evolve con synth fantascientifici. Ora più che mai troviamo in questo brano rimandi al suono futuristico dei Fear Factory, in passato ripresi diverse volte nei riff e nelle strutture,  ma ora palesemente citati nell'uso dell'elettronica; largo poi a ritornelli epici con suoni epocali, i quali proseguono fino alla nuova esplosione di bordate e batteria incalzante, delineata poi da rullanti. Si reintroducono poi i synth misteriosi, prima della ripresa delle corse forsennate con giri squillanti, lanciate insieme a riff taglienti e drumming martellante; si ripete quindi l'introduzione con suoni futuristici, che ancora una volta sfocia nel ritornello epico dove i fraseggi squillanti s'intrecciano con ritmi ossessivi e cantato aggressivo del nostro, sfociando poi in una sezione tribale dai suoni industriali. Essa si dipana con modi vicini a certe parti malsane care ai primi Slipkont,  richiamando in causa il passato nu metal di Fafara;  il tutto si concentra in giri veloci, esplodendo poi in una corsa dissonante sorretta dalla batteria robusta in doppia cassa e dai rullanti di pedale. Al terzo minuto e undici si ripresentano i synth ammalianti, pronti a sfociare nel ritornello ormai familiare, ripetendo le alternanze concitate già incontrate; largo quindi a fraseggi notturni, i quali avanzano insieme alle falcate e alle grida inumane in dissolvenza, chiudendo così la traccia. C'è da chiedersi come mai non sia stata inserita nella versione standard, dato che presenta alcune soluzioni nuove per la band, che avrebbero regalato varietà all'opera; in ogni caso un bel pezzo, che usa in modo effettivo elementi cibernetici e malie opprimenti per un suono evocativo. Il testo tratta con immagini molto bibliche ed horror del tema solito del tradimento e della vendetta; veniamo definiti la progenie maledetta del fulmine e della morte, che corre nei distretti, mentre lui beve il sangue di angeli, con violenza e viole, in un festino perfetto. Uno giace ai piedi dell'altro, e Fafara si definisce un folle ad essersi fidato di noi, e di essere il folle di cui ci fidavamo noi, invocando poi il polvere alla polvere, con la variante della ruggine; si rifiuta di compromettersi, tremando al pensiero e ci si rifiuta reciprocamente di trovare un  accordo, e il silenzio è più presente delle lacrime dell'altra persona. Ora l'orgoglio dell'altra è ai suoi piedi, e "I'm gonna take this world, Dodging the strife, Riding the rails again in this life, Hearing death, feeling godly, Searching for medicine in the melancholy, I'm gonna take this fucking world Prenderò il mondo, evitando la fatica, Cavalcando le rotaie ancora in questa vita, Ascoltando la morte, sentendomi Dio, Cercando per la medicina nella malinconia, Prenderò questo fottuto mondo "; tutto ciò è quello che si ottiene quando tutto è perduto, il silenzio parla più della lacrime piante nell'oscurità. Come sempre un testo che si riferisce al vissuto di Fafara, rielaborato in costruzioni verbali piene di metafore e giochi di parole; nulla di nuovo sotto il Sole insomma, per un tema che ormai conosciamo a memoria e domina tutta la discografia dei nostri. 

Back Down to the Grave

"Back Down to the Grave - Giù Nella Tombaè la seconda ed ultima traccia bonus; essa ci accoglie con piatti cadenzati, a cui segue un riffing geometrico che per l'ennesima volta porta in causa suoni djent sferraglianti con rullanti di pedale. Al quattordicesimo secondo la ritmica si fa più pulsante, mentre poi abbiamo giri altisonanti di matrice più heavy, sorretti da fraseggi pieni di malinconia melodica; largo poi ad arpeggi delicati, ricchi di piatti ossessivi, mentre Fafara declama con grida il testo, raccogliendo energia. Abbiamo poi falcate roboanti, il cui andamento viene ripreso dalla batteria pestata; si libera un ritornello roccioso e devastante, giocato su muri di suono con rullanti di pedale e cantato sincopato. Esso avanza sfociando poi in una corsa in doppia cassa, folle e lanciata; un breve stop anticipa la ripresa dei giri ariosi, sui quali il cantato segue melodie aggressive, in un crescendo arricchito da fraseggi epici. Al secondo minuto e uno riprendono gli arpeggi delicati, sempre accompagnati da piatti cadenzati e chitarre dilatate ed ariose; ripartono quindi le bordate ritmate, che ancora una volta accelerano con rullanti in pedale. Inevitabile la nuova esplosione in doppia cassa dove Fafara si da a versi quasi gutturali, in un'atmosfera tirata e potente; arriviamo di nuovo al ritornello, il quale prosegue con i suoi suoni veloci mentre il drumming serrato sorregge il tutto facendo da ossatura alle evoluzioni squillanti di chitarra. Quest'ultime producono al terzo minuto e otto un assolo tecnico accompagnato da piatti pulsanti e colpi cadenzati, il quale prosegue con scale altisonanti e squillanti; collimiamo quindi in una serie di riff a mitra, i quali vengono delineati da un rullante, prima di lanciarsi ancora più veloci. Al terzo minuto e cinquantadue i toni si fanno più diretti, con chitarre aggressive e drumming battagliero, caricando fino allo stop che anticipa il ritorno ai ritornelli epici; si prosegue quindi con fraseggi altisonanti e attacchi ritmati, mentre il finale è segnato da rullanti di pedale e bordate, le quali si fanno sempre più martellanti, lasciando in chiusura spazio solo alle vocals in riverbero. Un altro episodio che ci si chiede perché sia stato escluso dall'album standard, migliore di altri che invece hanno passato il controllo, per così dire; se si vuole avere il disco, conviene quindi optare per la versione deluxe, in modo da non perdere queste due chicche. Il testo tratta di temi di disprezzo e tempo sprecato con chi non lo merita, il quale ha ingannato il nostro facendosi credere ciò che non era; la rovina è la via, mentre lo sguardo altrui è così feroce, da mettere le persone nella tomba prima del tempo. Perseguitato dai ricordi del tempo sprecato con l'altra persona, pensieri di come doveva essere lo assalgono, e comunque la rovina è l'unica via possibile; lo sguardo fa soffrire gli altri, bisogna ripararsi, perché d lontano sembra buona, ma in realtà non ha buone intenzioni, non avendo mai imparato le lezioni della vita, e bisognosa ora di confessarsi. Non ha importanza ciò che si vuole, basta prenderselo, e tornatati nella tomba, dobbiamo ammettere che non è il nostro giorno fortunato, sporchi come un pensiero denudato, dilatati nella memoria, dobbiamo ammettere di non poter essere salvati,  sporchi come la memoria messa in mostra per tutti; "You're a superstar of dysfunction! It's a miracle that you function! Gonna put you in a coffin early, so early! Haunted by the way that it was. It ended because you... made me suffer Sei una superstar della disfunzione! E' un miracolo che funzioni! Ti metterò in una bara prima del tempo, così prima! Perseguitato da come erano le cose. E' finita perchè... mi hai fatto soffrire" prosegue il testo pieno di rammarico, che poi riparte da capo ripresentando tutte le immagini finora proposte. Come sappiamo Fafara non è persona da "porgi l'altra guancia", e non ne fa mistero, ricordandocelo appena possibile; ultimo esempio quindi del mondo tematico dei DevilDriver, legato indissolubilmente con il vissuto del loro leader.  

Conclusioni

Tirando le somme un lavoro che lascia un po' a bocca asciutta; anche questa volta non possiamo parlare di disastro, la tecnica è dalla parte dei nostri, soprattutto in sede ritmica e nel lavoro di riffing e fraseggi, ma se raffrontiamo quanto qui ascoltato con il meglio del passato della band, è chiaro che qualcosa non torna. Come ripetuto in diverse occasioni, si viaggia troppo con il pilota automatico, ripetendo strutture simili ed elementi nei vari pezzi, arrivando al punto di farci predire l'andamento di quest'ultimi; l'alternanza tra fraseggi e attacchi rocciosi è all'ordine del giorno, così come la presenza nella seconda parte dei brani di assoli tecnici che si sviluppano con note prorompenti. Come sottolineato, una grossa pecca è l'attenzione minore data alle melodie epiche, le quali sono si presenti, ma poco sviluppate, e subito soffocate da attacchi monotoni e ripetuti; stando alle dichiarazioni di Fafara, la volontà era quella di creare un suono unico, non assimilabile a nessuna categoria di metal, ma nei fatti, il risultato è ben lontano da ciò, con un groove metal aggressivo con connotati vicini al melo death, suono che in realtà è presente in diversi gruppi del secondo decennio degli anni duemila. Avvertiamo quindi una band un po' stanca, un po' troppo adagiata nel modus operandi che ha creato, ma incapace anche di svilupparlo agli stessi livelli del loro passato migliore; non è un caso che dopo l'uscita del disco la line up si è sfaldata del tutto, con l'uscita dei membri storici Boecklin e Kendrik, spingendo Fafara a mettere tutto in stasi fino al 2016, concentrandosi invece sul suo "primo amore", ovvero i redivivi Coal Chamber. Potremmo essere maligni, e pensare che le ultime due uscite siano state dettate più dal bisogno di portare avanti il marchio, piuttosto che da un genuino interesse per il suono; forse avremmo ragione, forse ci sbaglieremmo, ma i risultati sono quello che contano, e di  certo "Winter Kills", e il precedente "Beast" sono due album buoni di per se, ma lontani da quanto raggiunto con "Pray For Villains", il quale prospettava una crescita che avrebbe potato la band su altri livelli. Questa lunga pausa, che nel frattempo ha visto l'arrivo dell'ex Chimaira Austin D'Amond come batterista e Neal Tiemann come chitarrista, è forse un bene, così come la presenza di sangue fresco nella formazione, il quale potrebbe portare nuove idee; congetture certo, mentre per ora abbiamo i fatti di un percorso lungo dieci anni, fatto di alti e bassi, ma che ancora è ben lontano dall'essersi concluso. Non ci resta che attendere e vedere se il prossimo capitolo della discografia dei DevilDriver sarà un punto di rinascita, o il continuo di una pericolosa tendenza che in questo caso diventerebbe davvero negativa; rimangono in ogni caso alcuni lavori, e una serie di brani, che hanno segnato il metal moderno del nuovo millennio ed entusiasmato pubblico e critica, così come attirato le ire di puristi ed haters. Quanto di meglio insomma un personaggio diretto e terra terra come Fafara può aspettarsi, pronto ad andare per la sua strada, incurante delle critiche, ma pronto a vendicarsi (se solo verbalmente, sta a lui saperlo); di sicuro il materiale per i testi futuri, non mancherà mai, data la sua attitudine che, ormai prossimo ai cinquant'anni di età e con tre figli, difficilmente potrà cambiare. Farewell, "guide del diavolo"! 

1) Oath Of the Abyss
2) Ruthless
3) Desperate Times
4) Winter Kills
5) The Appetite
6) Gutted
7) Curses And Epitaphs
8) Caring's Overkill
9) Haunting Refrain
10) Tripping Over Tombstones
11) Sail
12) Shudder
13) Back Down to the Grave
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