DEVILDRIVER

The Last Kind Words

2007 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
31/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia dei californiani DevilDriver capitanati da Dez Fafara, precedentemente leader dei Coal Chamber (band recentemente tornata in vita proprio con il nostro sempre come leader; li avevamo lasciati con "The Fury Of Our Maker's Hand" del 2005, lavoro che finalmente lanciava la carriera del gruppo con un proprio suono caratterizzato da tendenze groove e thrash con qualche sperimentazione, e ora a due anni di distanza nel 2007 li ritroviamo con "The Last Kind Words - Le Ultime Parole Gentili", il loro terzo album. L'esuberante cantante statunitense è accompagnato ancora una volta da  John Boecklin (chitarra, batteria, basso), Mike Spreitzer (chitarra, basso), Jon Miller (basso, chitarra) e da Jeff Kendrick (chitarra), la stessa formazione dell'album precedente, registrato sempre presso i Sonic Ranch Studios; ma non si tratta di una copia carbone del suddetto, poiché prosegue qui l'evoluzione del sound della band.  Un successo commerciale e di critica, ma osteggiato da alcuni per l'introduzione di un nuovo elemento nell'equazione: il melodeath di scuola In Flames e The Haunted, unito saldamente alle tendenze metalcore, groove, heavy e thrash già prima presenti. Del tutto abbandonato ora è ogni riferimento al passato nu metal/crossover del nostro, tanto nella musica che ora usa più assoli e riff mitraglianti, quanto nel suo cantato, che ora rinuncia al pulito in favore di un growl costante; questo può rendere il tutto meno "catchy" alle orecchie di alcuni fan della prima ora, ma permette un suono e un'atmosfera più robusti e aggressivi, inserendo ora pienamente il gruppo sotto l'ala del metal moderno più diretto e legato alla tradizione, senza però rinunciare a suonare come un disco della sua epoca. Non è comunque tutto rose e fiori, infatti i brani tendono a volte ad assomigliarsi tra di loro distinguendosi meno rispetto al passato recente, causa per assurdo probabilmente la trovata direzione artistica che gioca meno sulla sperimentazione; il risultato è dunque un buon disco di transizione, che getta elementi che saranno elaborati e presentati in chiave ancora migliore nel successivo "Pray For Villains", un tassello necessario che ci regala dei brani diretti e mai troppo lunghi e che scorre senza intoppi, o scioccanti sorprese. Il disco comunque piace ai fan come detto, e permette al gruppo di consolidare sia i primi, sia i detrattori, creandosi un seguito e degli "haters" come ogni gruppo che è riuscito ad avere un minimo di successo; il passato di Fafara gli verrà sempre rinfacciato, ma il nostro come spesso nella vita non da caso alla cosa e prosegue sulla sua strada tra alti e bassi, facendo sostanzialmente quello che vuole, e raccogliendo così dei risultati che evidentemente per lui sono conferma della bontà della sua proposta.



Si parte con "Not All Who Wander Are Lost" e con dei colpi di batteria intervallati da montanti rocciosi di chitarra; ecco che dei rullanti s'intersecano con fraseggi modulanti, in un effetto in crescendo dal sapore marziale. Le urla effettate di Fafara entrano in gioco, contribuendo all'energia sempre più esplosiva del brano; ecco trittici di riff death/thrash che si fanno strada mentre al quarantunesimo secondo parte il cantato sincopato del nostro. Un loop distruttivo di chitarre e batteria spinge in avanti al composizione con potenza, mentre rullanti continui creano impennate sonore; al minuto e due parte il ritornello giocato su contrazioni di chitarra ripetute e alternanze con rullanti di pedale. La cacofonia sale con un drumming sempre più pestato, fino al minuto e venti; qui si riprende con i ritornelli ritmici supportati da falcate di chitarra e nuovi attacchi di drumming possente. Ci si lancia quindi in una nuova cavalcata veloce e ricca di chitarre squillanti, trascinando l'ascoltatore con se; largo a nuove contrazioni ed alternanze che creano andamenti sincopati, anche grazie al cantato di Fafara ora più pulito, ora più gridato, ma sempre giocato su ritmiche spezzate. Notiamo un songwriting ora distaccato dalle tendenze urbane, e influenzato da un certo death melodico, anche nella batteria martellante; al secondo minuto e sedici ritroviamo montanti decisi e fraseggi solenni, mentre presto troviamo assoli grandiosi accompagnati da rullanti di batteria e loop in sottofondo; l'atmosfera si fa appassionata e melodica, con scale tecniche che perdurano fino al terzo minuto e nove, quando si passa a dissonanze marziali e attacchi rocciosi. Ecco quindi che si prosegue su queste coordinate fino alla chiusura improvvisa; un brano energico e arrabbiato che ci mostra pienamente il suono raggiunto dai Devildriver, distanziato dal loro passato e proiettato verso il futuro. Il testo è un messaggio di speranza ed autodeterminazione tipico del pensiero di Fafara; solo gli dei conoscono le cose veramente, e guardano dentro di noi, dentro gli occhi di un uomo morto, anche se non ci sono abbastanza ore in un giorno, e ci si chiede cosa verrà visto il giorno in cui il Mondo crollerà, e non ci sarà più tempo. Tutti i sogni e le speranze non significano nulla, rimane solo una via verso il nulla; "I believe, do anything at all costs , You must believe, Not all who wander are lost - Io ci credo e faccio tutto ad ogni costo, anche te devi credere che non tutti vagabondi sono perduti" ci dice però il nostro, contrastando queste cupe visioni con un messaggio positivo. Legato all'albero del dolore, egli compiange il prossimo, di fronte all'uomo dallo sguardo morto che ha un peso fatto di fede e un debito da pagare con l'inferno, realizza che non ci sono abbastanza ore e che non rimane nulla da chiedersi; bisogna essere pronti per la distruzione, ripetendo poi le parole prima apocalittiche, poi di speranza. In Texas qualcosa inietta nell'occhio (frase oscura), mentre le notti definiscono il cielo; un ennesimo messaggio in parte criptico legato alla vita del nostro e alle vicende che la caratterizzano, dalle quali trae le proprie lezioni che poi condivide nei suoi testi. "Clouds Over California" ci accoglie con un riffing bellico lanciato sin dall'inizio, il quale trita l'etere mentre i piatti di batteria s'innalzano; fraseggi melodici fanno capolino mentre la tensione si alza con l'aggiunta di elementi. Al ventiduesimo secondo prende piede un bel motivo melodico dilaniato ad intervalli da rullanti, fino ad una distorsione del trentatreesimo secondo; qui scoppia una cavalcata rocciosa dai suoni possenti, mentre Fafara s'intromette con urla. Parte il cantato gridato, mentre il songwriting si dispiega con loop e melodie squillanti che caricano i fendenti  di chitarra; al minuto e undici il tutto si fa più contratto, con movimenti sincopati che presto si traducono in bordate punitive. Al minuto e ventidue tornano le melodie squillanti, mentre il ritornello viene giocato sul cantato aggressivo, i rullanti, e i loop di chitarra; ci si ferma al minuto e trentatré con una cesura rallentata dove il fraseggio rimane sospeso. Ma presto riprendono i montanti rocciosi e i fraseggi taglienti, mentre il drumming si lancia potente; la melodia portante si ripresenta quindi, ritrovando posto nella struttura del brano, così come la voce assassina di Fafara. La cacofonia diventa più incisiva, con rullanti di pedale e riff chirurgici; al secondo minuto e ventitré partono scariche elettriche fatte musica, mentre un motivo tecnico si sviluppa, legandosi presto ad assoli spettrali e taglienti. Ecco quindi scale elaborate, che collimano in un proseguimento della cavalcata principale, dove il loop melodico si lega al cantato cavernoso di Fafara e ai riff granitici; al terzo minuto e ventotto abbiamo giochi di batteria e montanti, intervallati da riffing più diretti. Il cantante interviene nell’atmosfera thrash con un verso maligno, mentre si prosegue a ripetizione in un movimento martellante che va sempre più in dissolvenza, chiudendo così il pezzo; un altro episodio ben strutturato che conferma il trovato songwriting della band, meno sperimentale, ma più deciso e diretto. Il testo prosegue i temi cari a Fafara legati alle avversità della vita e l'affrontarle in modo deciso e determinato; dobbiamo farci avanti per la chiamata del bestiame, ed affrontare il fiume del male che non possiamo controllare, mentre modi malvagi e bugie velenose sono la natura umana travestita. Persi in questo Mondo, oltre ogni limite, abbiamo la Morte al nostro fianco; ma oggi il nostro ha giurato che non piangerà a lutto, mentre le nuvole sorvolano la California. "If that's the way it's gonna be then I'll fuckin' go it alone, I'm a saint in sinner's eyes - Se è così che deve essere allora andrò fottutamente da solo, sono un santo negli occhi di un peccatore" continua spavaldo il nostro, mentre maledice le nuvole sopra la California e chiama all'obbedienza mentre il caos esplode; con gli occhi stanchi e insanguinati, ti prendiamo pieno di orgoglio e peccato, il quale ti prenderà e ti spezzerà, ti farà a pezzi. Se è così che deve andare, il nostro andrà da solo, un santo negli occhi dei peccatori, mentre le nuvole sovrastano ancora la California, così come la chiamata all'obbedienza. "Bound By The Moon" inizia con con un riffing dal gusto melo death, energico e dilaniato dal drumming che gioca con attacchi e rullanti; si continua così fino alla cesura del diciottesimo secondo, ritmata, dopo la quale l'andamento si fa pestato con batteria cadenzata e cantato di Fafara effettato. Al trentesimo secondo il tutto si libera con una linea sincopata supportata da riff violenti e batteria vivace; al quarantottesimo secondo parte il ritornello dalle falcate epocali, il quale poi si libera con melodie death mischiate a tendenze groove, con tanto di fraseggi ben strutturati. Al minuto e sedici riprende la corsa con giri di chitarra ripetuti e rulli di doppia cassa, mentre Fafara si sgola nelle sue dichiarazioni; ecco che si ripropone il ritornello precedente, sempre con un raccoglimento che esplode in una nuova cavalcata melodica, supportata poi da scale tecniche. La batteria pestata si fa sempre più martellante, ma al secondo minuto e quattro riprende il songwriting sincopato giocato su riff thrash e drumming dilatato; s'inseriscono qui assoli appassionati e dilungati, mentre il loop massacrante si protrae. Al secondo minuto e quaranta i giri di chitarra si fanno più ariosi, ma sempre decisi, proseguendo con belle costruzioni sonore che continuano a mostrare il lato più tecnico della band; torna la batteria pestata, sulla quale al secondo minuto e cinquantotto Fafara si prodiga in un cantato rabbioso supportato da fraseggi tecnici. Si collima in nuovi momenti robusti con arpeggi di basso, giochi tecnici di chitarra, piatti e rullanti, e una melodia distorta; il tutto va anche questa volta scemando in una dissolvenza, chiudendo con la ripetizione ossessiva il brano qui ascoltato, caratterizzato da alcune parti più groove, ma sempre influenzato dalla corrente melo death. l testo torna al tema già presente in vari testi dei nostri legato al fare gruppo tra pochi solitari, uniti da legami forti e personalità indipendente; fratelli e sorelle a cui si rivolge, mentre il Signore si prende con calma il suo tempo, e senza ragione e significato, il fallimento non è nostro. Come lupi verso una vergine, l'intenzione è chiara, in guerra con se stessi e con il destino, e in contrasto con la paura, i tempi duri ti porteranno giù e tutto il nostro correre, sarà la morte del narratore; quando ci chiederanno di questo, noi diremo che lui stava "Running in the company of wolves, It's the company we keep, Brotherhood Bound by the moon! - Correndo insieme ai lupi, è la compagnia che teniamo, Una fratellanza unita dalla Luna!". E' stato presso la ruota (della vita), ma oggi era asciutta, ed egli ci informa del fatto che ha passato la vita a fuggire dal suicidio, chiedendosi se è un idiota a continuare a seguire un sogno che crede non possa fallire, e per questo con orgoglio tutti lo esultano. I nostri vagheranno, mentre i lupi hanno stuprato la vergine, che giace sanguinante sulla brughiera; immagini forti per un testo che gioca su molte figure e immagini, come spesso accade con i nostri. "Horn Of Betrayal" è introdotta da claustrofobie squillanti, a cui presto  però seguono dei montanti di batteria, sui quali si creano fraseggi diretti dalla bella melodia; al ventinovesimo secondo Fafara parte con un cantato più legato al suo recente passato, a noi familiare, mentre le chitarre proseguono con loop squillanti e la batteria si alterna in rullanti e attacchi diretti. Al cinquantasettesimo secondo partono toni più squillanti e concentrati; al minuto e sei dopo una breve interruzione prende piede un ritornello roccioso dal sapore urbano, confermano un episodio più vicino ai dischi precedenti, dove i riff squillanti si alternano a digressioni con rullanti. Ecco al minuto e trentatré la ripresa dei motivi melodici strutturati tramite fraseggi, in una ripetizione ammaliante; partono poi suoni rocciosi, sui quali Fafara si da ad un cantato ancora una volta molto ritmato e caratterizzato da rime. Tornano poi i fraseggi squillanti, interrotti al secondo minuto e venti da una cesura; ecco una batteria cadenzata e montanti thrash rocciosi alternati a giri con piatti. Fafara si ripresenta con le sue grida, mentre la marcia martellante prosegue solenne; al terzo minuto e diciassette le chitarre si fanno più ariose e melodiche, aprendosi poi ad assoli dalla bella melodia armoniosa, la quale perdura mentre troviamo trotti di chitarra e rullanti di pedale. Con, va detto, non molta fantasia il finale è sempre affidato ad una dissolvenza, svelando un difetto del disco: ci si adagia un po' nelle formule ripetute per gestire i pezzi, trasformando a volte il trovato equilibrio in pigrizia compositiva. Il testo affronta il tema della delusione e del tradimento da parte di altri, sul quale cero Fafara non passa sopra; si chiede cosa diavolo vogliano da lui, dato che è chiaro che non sono grati, e valuta che a volte è meglio stare zitti, mentre non le cicatrici, non la verità, ma le ferite raccontano la storia di come sono andate le cose, er di cosa si fa per l'onore e la gloria. Il silenzio è asfissiante, e ci si chiede se il fine giustifica i mezzi, e come quella gente possa dormire tranquilla; "The horn of betrayal, Sounds loudly for the fallen, While mine eyes are worlds away - Il corno del tradimento, suona squillante per il caduto, Mentre i miei occhi distano mondi interi " prosegue, mentre vediamo i codardi inginocchiarsi, ladri e bugiardi. I demoni dimorano dentro di noi, e per questo il nostro si morde la lingua quando tratta dei traditori, il cui cuore va amputato, mentre canta il ritornello del "vattene", e impreca contro di loro, nel silenzio avvilente. A causa di menzogne e blasfemia, essi sono morti per lui, e il giorno dei morti per lui è una festa, durante la quale si sposta da un trono di teschi e ossa, per trovare un altro regno; metafore e frasi anche dirette trovano posto come sempre nei testi di Fafara che mai la manda a dire. "These Fighting Words" parte con una marcia di batteria e chitarre in crescendo, la quale prende sempre più potenza; al ventunesimo  secondo si configura una serie di bordate sulle quali Fafara dialoga in pulito. Ecco poi dei fraseggi melodici che chiudono questa prima parte; al quarantaduesimo secondo si prosegue con una cavalcata interrotta brevemente al cinquantaduesimo. Ora abbiamo un andamento contratto con bordate squillanti e meccaniche, alternate a riff rocciosi; ma la melodia torna nel ritornello, dove rullanti di batteria fanno da impianto ritmico, mentre chitarre e cantato creano un'atmosfera epica. Al minuto e trentacinque si torna con i suoni più claustrofobici, supportati dai rullanti, ma non dobbiamo attendere molto per un ritorno del ritornello ieratico ed altisonante; esso si gioca sempre su batteria possente e strutture vocali e sonore avvincenti. Al secondo minuto e sette un arpeggio melodico fa da cesura, con il suo gusto armonioso e delicato, sottinteso però da una digressione rocciosa; compaiono giochi di batteria, mentre poi esplode un bel assolo classico dalle scale tecniche vorticanti, mentre la doppia cassa prosegue in sottofondo assieme a riff corposi. Tempo quindi per una ripresa del ritornello al secondo minuto e cinquantasei, sempre epico ed appassionante, ora supportato da un drumming davvero eccezionale e da pulsioni sostenute; il finale è affidato dopo un accenno di dissolvenza, ad un arpeggio melodico, il quale chiude il tutto su note progressive. Il testo parla di scelte, rimpianti, e il dovere andare avanti nella vita; si perora la propria causa mentre si percorre il sentiero più alto eternamente, vi è scompiglio tra le onde aeree, e il nostro ascolta, rimpiangendo la casa che ieri ha lasciato, e i ricordi che lentamente decadono. Due autostrade sono le scelte ad un incrocio, e ci si chiede quale prendere, decidendo di viaggiare nel mezzo; "These fighting words deserve exile, Banished! Unbelievable, unbelievable, Invincible... Right - Queste parole da guerra meritano l'esilio, Bandito! Incredibile, incredibile...Certo" prosegue con sarcasmo, mentre abbiamo un festino per gli occhi, in cui la bestia sorge e prende quello che per lei è il suo dominio, mentre esiliato i giorni scorrono. Si ripete quindi varie volte il ritornello, in una metafora non chiarissima, che probabilmente solo il vissuto di Fafara può dare pienamente senso; un testo personale, del tipo al quale ormai siamo più che abituati con i DevilDriver e con il loro leader, il quale racconta sempre della propria vita tramite immagini e costruzioni, e delle lezioni che ha imparato, o di come affronta le cose. "Head On To Heartache (Let Them Rot)" ci accoglie con un fraseggio solenne di chiara marcatura thrash il quale si protrae deciso; al dodicesimo secondo si aggiunge un drumming imponete unito a riff circolari e arpeggi di basso. Ci si lancia quindi in un motivo trascinante fatto di bordate metalliche e ritmica sincopata; ecco una doppia cassa sulla quale si creano giochi di chitarre squillanti ripetute ad oltranza. Al cinquantunesimo secondo compare la voce di Fafara in modalità “crooner” mentre in sottofondo si delineano chitarre in fraseggio distorto, richiamando qui modi legati al passato remoto del nostro, i quali ancora a volte riaffiorano, sebbene inseriti nel nuovo contesto musicale; il ritornello che si libra mantiene il sapore urbano nelle sue falcate squillanti e nel cantato ritmato, mentre poi si prosegue con dissonanze e doppia cassa. Torniamo quindi all’andamento precedente, con batteria pulsante, il quale ci richiama episodi come quelli più crossover dei Machine Head; largo poi ai loop di chitarre e alle grida effettate, prima del ritorno verso coordinate più dirette e lanciate. La doppia cassa ricompare, e ritroviamo esattamente la sequenza appena vissuta, per un songwriting qui abbastanza semplice e ripetitivo, ma di sicura presa; bisogna arrivare al secondo minuto e quaranta per trovare un riffing roccioso che si delinea con melodie distorte. Troviamo al secondo minuto e cinquanta assoli tecnici dalle scale elaborate, supportati da doppia cassa nelle loro evoluzioni dal sapore classico; arrivati al terzo minuto e quindici parte una sequenza quasi tribale, che si trasforma però subito in una nuova cavalcata fatta di giri di chitarra e rullanti massacranti, dove la voce aggressiva di Fafara trova terreno fertile. Al terzo minuto e cinquanta ci si blocca all’improvviso per una digressione con un’eco vocale protratto e distorsioni di chitarra; continua l’effetto vocale, supportato da un arpeggio delicato e progressivo (altra idea riciclata che ritorna abbastanza presto), ed è cosi che si chiude il pezzo. Un episodio che lascia da parte il death melodico in favore di suoni decisamente più urbani e legati al passato dei nostri, e soprattutto di Fafara; manca un po’ di varietà nella sua costruzione rispetto ai punti raggiunti in altri brani, mostrando un capitolo che possiamo definire “minore” nel disco. Il testo ci riporta ai temi di sfide affrontate a testa alta e prove, caro a Fafara: sicuri e tenendoci forti per non perdere il controllo, affrontiamo tutto, sapendo che o siamo all’inferno, o nelle acque alte. Crediamo negli dei, negli zoccoli, nelle corna e nel tuono, e nei giorni di furia non dobbiamo cercare rifugio, mentre il veleno penetra; un patto è stato fatto tra in paradiso, con piena fiducia che porta presto alla tomba. Il tutto in una fredda notte d'inverno, preparando il tavolo per il banchetto; ma rimaniamo stretti e sicuri, per non perdere il controllo. "Deals with the Devil, there's no second best, It's in my nature to say fuck the rest - Hanno a che fare con il Diavolo, non c'è un secondo posto, E' nella mia natura mandare a quel paese il resto" continua il testo, ma dobbiamo stare attenti alle promesse fatte che ci possono portare al crepacuore, e ad una morte prematura; come spesso accade il significato è ambiguo e libero all'interpretazione, rielaborando in chiave astratta l'esperienza quotidiana del nostro. Non quindi un racconto cronologico o una cronaca, bensì frasi legate a suggestioni ed immagini, che sta a noi interpretare secondo il nostro sentito; immagini ricorrenti sono il paradiso e l'inferno, le corse, l'essere soli contro tutti. "Burning Sermonsi apre con un riffing marziale accompagnato da batteria altrettanto imperante; esso si struttura con bordate rocciose ripetute fino a collimare in doppia cassa ed effetti squillanti. Al ventiduesimo secondo l’energia si raccoglie con una cesura tagliente dove la voce di Fafara va innalzandosi; ecco che esplode una corsa contratta sulla quale il nostro si da ad un cantato spezzato che riprende i riff di chitarra sottostanti. Al cinquantatreesimo secondo il tutto si fa più diretto e aggressivo, alternandosi a giri circolari che delimitano l’andamento; troviamo poi nuove falcate ed esplosioni in rullanti di doppia cassa e dissonanze accennate, trovando un sound pulsante e altisonante. L’atmosfera è decisamente nervosa, strutturata tramite le alternanze continue tra i movimenti più diretti e quelli più sincopati, in un gioco di trattenute e rilasciate; al secondo minuto parte un fraseggio devastante sul quale la voce rabbiosa di Fafara si staglia con veemenza. Ecco rullanti che ne sott’intendono le grida, mentre ritroviamo la doppia cassa con dissonanze; al secondo minuto e ventitré un fraseggio tecnico prende piede, lasciando poi posto ad un’epica punta.  Ma il songwriting è qui mutevole, e troviamo chitarre squillanti e claustrofobiche interrotte da tirate in doppia cassa; torniamo dunque sulle solite coordinate, mentre al terzo minuto e tre compaiono sparuti assoli che presto si dissolvono. Ecco ora una marcia di batteria e riff, simile a quella iniziale, sulla quale compaiono solo una volta le grida di Fafara, prima di chiudere il pezzo; un episodio più tecnico e variegato rispetto al precedente, che si assesta sulla media del disco, in una parte centrale un po’ fiacca rispetto ai pezzi iniziali. Il testo è una sorta di "secchiata di realtà" verso qualcuno, forse Fafara stesso, che continua a ricadere negli stessi errori; ci si scusa per essere portatori di brutte notizie, ma si dice che la persona porta il peso come una scusa, per tenere la pressione e non cadere, mentre ama i soliti vizi e ha bisogno di soddisfarli. L'accusato prende delle pillole per dormire, poiché nessuno riesce davvero ad uscire da questa situazione, quindi ci troviamo in una festa di pietà dove i segni dicono: UCCIDI; le ragnatele ci avvolgono, e anche le bugie che abbiamo scelto, mentre l'amore è in rovine, e un tradimento mostrerà la verità rendendola esposta per tutti. "This burning heart is a burning sermon, With whiskey it burns - Questo cuore bruciante è un sermone che brucia, Con il whiskey " prosegue, pensando a come è preso, consumato, vendicato, in una Betlemme di miseria, creata sul dolore, una casa d'inganni; ora arriva il confronto, il codardo deve svegliarsi perché ormai la linea è affondata nella sabbia, e tutti i nodi vengono al pettine e vengono esposti senza remore. Si prosegue quindi con i concetti espressi, esprimendo ora disgusto e rabbia per un tradimento personale subito, il quale funziona come un richiamo alla realtà; ciò che è proprio viene difeso, così come la propria dignità violata. Ritroviamo quindi la dura moralità della strada tipica del cantante, che rielabora in se fondamenti cattolici e li applica alla legge della vita; una moralità dove il porgi l'altra guancia ha un limite, che una volta superato porta a conseguenze. "Monsters Of The Deep" inizia con un basso sferragliante e greve accompagnato da piatti cadenzati, in un’atmosfera post metal claustrofobica; alcuni riff rocciosi incominciano ad inserirsi nella struttura, così come falcate serrate e dissonanze. Elementi thrash e groove trovano posto, mentre al quarantesimo secondo parte il cantato aggressivo di Fafara sottolineato da un drumming contratto; ci si libera quindi in una corsa a media velocità dove rullanti e riff pesanti sono protagonisti, alternandosi ad alcune impennate e parti più convergenti. Notiamo suoni più rallentati e monolitici, quasi orientati verso una sorta di sludge-groove; largo quindi a chitarre ribassate e movimenti grevi e striscianti, dall’atmosfera asfissiante e paludosa. Al minuto e ventinove partono assoli elaborati dalle scale tetre e tecniche, i quali si consumano alternandosi con falcate devastanti ed avvincenti, in un ritornello fatto di contrasti dove l’elemento più progressivo s’innesta su quello abissale; i ruggiti del cantante trovano un territorio qui più che adatto, supportando le evoluzioni sonore. Al secondo minuto e ventotto torniamo sulle coordinate precedenti, sempre grevi e stridenti, mentre dopo un’impennata di batteria troviamo un bel motivo dalla melodia malinconica; al secondo minuto e cinquantasette intervengono nuovi assoli elaborati, arricchendo il reparto emotivo di un pezzo altrimenti meccanico e claustrofobico. Essi vanno ad esaurirsi con una punta squillante al terzo minuto e undici, dove troviamo una cavalcata grigia fatta di doppia cassa  e riff sferraglianti; la parte finale è affidata ad una marcia da tregenda con giri rocciosi e piatti cadenzati, la quale si lancia intervallata a giri  distorti verso al conclusione. Un esperimento riuscito che usa si pochi elementi, ma in maniera ottimale riuscendo a creare confluenza tra parti grevi e brevi innesti ben ponderati di elementi più classici. Il testo prosegue sulla linea dell'introspezione e sull'uso di immagini religiose per rappresentare il proprio calvario personale; ci si chiede se c'è una terra promessa, oppure si sta viaggiando per nulla, e se le strade sono lastricate d'oro (ovvero se portano al paradiso), o se si sta scivolando nel muschio che cresce lentamente. "Every man has his conscience, Sanity - Ogni uomo ha la sua coscienza, sanità" annuncia il testo, ma viene lasciato solo lungo la via, trasportato in una imbarcazione che lo porta verso i mostri del suo profondo; mettiamo i nostri occhi su spiagge rocciose, dove dobbiamo girare intorno a scogli, senza parlare della paura, perché nessuno ci ascolta. Il breve testo viene poi quindi ripetuto, illustrando ancora questo viaggio simbolico dove siamo lasciati soli in balia della strada verso gli orrori personali del nostro animo; è per questo che non possiamo permetterci il terrore, e dobbiamo avere la forza di affrontare il tutto da soli, come in un epico viaggio nell'oceano pieno di pericoli e creature da affrontare. Ennesimo uso di metafore e simboli da parte di Fafara, per trattare di argomenti molto più concreti di quanto possa sembrare, ma astratti ad uso e consumo dell'ascoltatore. "Tirades Of Truth" è introdotta da un arpeggio delicato, sul quale però presto si inseriscono riff e batteria in rullanti; ecco che si sviluppa in un fraseggio ripetuto, mentre il drumming va salendo. Al trentaseiesimo secondo parte una sequenza rocciosa fatta di falcate decise e rullanti di pedale segnati da piatti cadenzati, mentre poi il suono si fa più squillante e meccanico; l’evoluzione tecnica è tutta in divenire, e al cinquantatreesimo secondo compaiono fraseggi altisonanti dal sapore heavy metal,  mutuati dalla scuola melo death. Non a caso parte poi una tirata con riff circolari e doppia cassa, dove compaiono le urla di Fafara; largo poi a giri ripetuti e contrazioni di batteria e vocali, che riprendono i trotti di chitarra. Al minuto e trentasette tutto si fa più diretto e furioso, rilasciando la rabbia trattenuta in una serie di riff e colpi di batteria, alternati a melodie e groove moderni basati su fraseggi; al minuto e cinquantacinque si torna con galoppi devastanti fatti di chitarre distorte e doppia cassa, i quali si alternano a giri più aperti. Al secondo minuto e undici parte una marcia fatta di piatti e chitarre contratte, sui quali si dilunga un verso di Fafara; si riparte quindi con riff rocciosi che si Lanciano poco dopo con il drumming pestato. Largo al ritornello melodico, che presto si converte in nuove sezioni veloci e massacranti, per un brano  che torna ai livelli di potenza di inizio disco, e mostra un certo tecnicismo nel songwriting; Il terzo minuto è segnato da nuove mitragliate sonore, rocciose e serrate nel loro incedere, le quali avanzano mastodontiche. Al terzo minuto e dieci si aprono chitarre squillanti dai giri grevi in una sequenza claustrofobica; essa evolve in un riffing sottolineato da punte squillanti, combattivo e potente. Ci si lancia quindi in una marcia di doppia cassa pestata e riff ora sotterranei, ora in superficie, in un buon gioco sonoro reiterato; al terzo minuto e quarantacinque abbiamo una serie di falcate rumorose, che però presto lasciano posto al ritornello melodico. Ecco pulsioni rocciose di chitarra ripetute con violenza thrash, creando un movimento sincopato; ma il songwriting si alterna con nuovi fraseggi melodici, fino al  quarto minuto e diciannove. Qui una batteria quasi tribale fa ad cesura, sovrastata dalle vocals gridate di Fafara e da un arpeggio delicato; sotto si configurano falcate ripetute dall’effetto trascinante, le quali proseguono con gli altri elementi fino al quarto minuto e quarantacinque. Qui parte la conclusione, rallentata in un fraseggio strisciante e piatti dilatati, con punte squillanti, fino alla digressione che sfocia nell’episodio che segue. Il testo sembra voler continuare il viaggio interiore di cui si parlava nel pezzo precedente; si affronta il vento tramite il nostro guscio mortale, e ciò non fallirà mentre scoppia al distruzione, camminando tra ombre definite dalla nostra sofferenza, nutrendo lo spirito grazie all'intercessione divina. Fuori dal fuoco, non c’è spazio per la compassione, abbandonata per il desiderio; sermoni della verità portano occhi arrabbiati e appannati, fatti da fiati divini in una valle fatta dalle decisioni dei morti, mentre ascoltiamo il giudizio. "The last kind words ever said will be, You will live below angels, And above beasts - Le ultime parole gentili mai dette saranno, Vivi sotto gli angeli, E sopra le bestie" declama quindi il testo, mentre sappiamo ora che la strada per la tentazione è spesso cara, piena di pericoli però, ma sappiamo anche che lo spirito umano  può ruggire, anche se non abbiamo al possibilità durante la vita mortale di diventare dei noi stessi; e anche i cieli non sono innocenti, mentre viene ripetuto il messaggio del ritornello, duro riferimento alla condizione umana e al suo percorso imperfetto. Ancora una volta un giudizio sulla propria vita diventa argomento universale, arricchito da immagini bibliche e riferimenti spesso arcani ed oscuri, che astraggono il tutto; Fafara non si pone come maestro di vita, anzi critica le proprie azioni per primo, cercando però di creare così una mappa che possa essere visibile a tutti durante il viaggio. "When Summoned" si apre con un riffing fragoroso accompagnato da piatti di batteria e bordate distribuite; all'undicesimo secondo esplode l’energia trattenuta, grazie a cimbali e loop taglienti. Ecco allora che dopo una cesura con bordate cadenzate parte un galoppo roccioso e contratto, sul quale Fafara interviene con cantato aggressivo; al quarantesimo secondo le cose si fanno ancora più dirette, sempre con riff massacranti e batteria ben presente. Al cinquantesimo abbiamo un ritornello dove l’andamento del cantante viene ripreso dalle chitarre imperanti e distorte; riecco quindi la doppia cassa con fraseggi dalle melodie squillanti. Si collima la minuto e dieci, dove una cesura distorta vede dei piatti cadenzati e dei rullanti in salire; superata questa fase abbiamo delle chitarre dagli effetti squillanti e una doppia cassa martellante che accompagna una corsa folle fatta di grida e chitarre demoniche. I fraseggi si fanno poi più ariosi, ma la tensione complessiva rimane alta; ecco spettrali suoni intervallati con impennate rocciose dall’anima thrash, dove al batteria si da a colpi pestate. In sottofondo percepiamo dissonanze accennate, ma è il riffing costante a dominare nei suoi toni rocciosi, i quali saturano insieme al drumming diretto la sezione finale, la quale conclude su note veloci questo episodio più breve, ma non privo di momenti esaltanti. Il testo è tutta una metafora sul raggiungere il punto di rottura, e far uscire la bestia che è in noi; il protagonista ha gli occhi pieni di sangue ed è avvelenato, un insieme di rabbia da evitare. "Extended forgiveness, and then got bit... They call it the breaking point - Perdono esteso, poi sono stato punto... Lo definiscono il punto di rottura" puntualizza senza mezzi termini, e ora dobbiamo presentarci al varco ed essere contati, quando veniamo chiamati; nulla è inciso nella pietra, e noi raccogliamo ciò che abbiamo seminato, e per lui tutto è chiaro: la fama può andare a quel paese, se richiede la sua anima. Stremato per la scalata, senza fiato,  rimane comunque capace di proseguire, e ironicamente da saluto alla vita corta e piena di problemi, accettando con forza il fato; una rabbia positiva quindi che lo fa andare avanti, e che si traduce in giusta retribuzione verso chi lo ha danneggiato invece di aiutarlo in un'esistenza già di per se difficile. Un tema non certo inedito nella discografia dei nostri, anzi caro a Fafara, e legato alla sua idea della vita e dell'autodeterminazione; chi tradisce la sua fiducia e/o si rivela un problema, viene affrontato da lui senza mezzi termini sostituendo il perdono con rabbia  e furia, nella quale non prova remore alcuna. "The Axe Shall Fall" è il pezzo finale della versione standard del disco, introdotto da un effetto in salire dai suoni “subacquei”; al quattordicesimo secondo un rullo segna il passaggio a un riffing distorto e batteria ritmata. Al trentaduesimo compare Fafara con un cantato urbano e sincopato tipico del suo stile,  mentre le chitarre ne seguono l’andamento con bordate spezzate e fraseggi taglienti; al quarantottesimo secondo si delinea il ritornello energico basato su loop rocciosi, rullanti di pedale, e chitarre squillanti. Si prosegue poi diretti fino al minuto e dodici, dove troviamo una breve cesura con fraseggio distorto; dopo di essa ripartono contrazioni belliche dalla doppia cassa in terremoto sonoro e grida aspre di Fafara. Al minuto e ventinove parte una sezione giocata su fraseggi contratti, la quale però presto lascia spazio  a nuovi giri circolari e cronache vocali da parte del nostro; eccoci al minuto e cinquantaquattro dove l’atmosfera torna più concitata grazie a riff circolari e batteria pestata. Una breve cesura segna il ritorno ai terremoti di doppia cassa e al ritornello potente e trascinante; al secondo minuto e diciassette  prendono piede riff marziali delineati da dissonanze squillanti. Ecco all’improvviso assoli tecnici supportati da giri di basso grevi in sottofondo, mostrando la varietà stilistica del pezzo, che prosegue la ritrovata qualità dell’ultima sezione del disco; al secondo minuto e cinquanta ritroviamo falcate distruttive alterate con piatti cadenzati. Mentre poi si aggiungono fraseggi notturni ed epici, e la batteria si fa pestata; al terzo minuto e ventiquattro il tutto evolve con giri carichi di melodia appassionante, i quali poi rimangono protagonisti in solitario in una cesura delicata. Con sorpresa al terzo minuto e quarantanove il tutto si apre ad un arpeggio acustico con batteria ben presente, creando un’atmosfera sognante dove si aggiungono suoni d’organo progressivi; si prosegue quindi così a lungo, fino alla sfumatura finale che chiude il tutto mantenendo atmosfere anni settanta delicate ed eleganti, completando il songwriting variegato del pezzo  che conclude l’album su una nota positiva. Il testo ci offre un altro giro in un immaginario severo, quasi biblico, pieno di giudizio morale verso il prossimo e se stessi; questo abominio non vedrà la fine dei giorni, seduto sul trono delle menzogne divelto dalla voce dall'alto, mentre la morte era solo un sogno, non un disastro devastante, e i nostri diritti di passaggio sono dati dal passato che non possiamo cambiare. Si impreca contro il nemico e il cavallo su cui trotta, intimandogli di sedersi e stare zitto come una tomba; questa volta ne è uscito pulito, ma il nostro aspetta seduto, mentre beve vino. Il peso dei suoi peccati e del male lo trascineranno in basso, e l'ascia cadrà sull'angelo con una sola ala (simbolo del male) spezzando l'incantesimo, ma chiedendosi se fermerà la caduta; in ogni caso chi pecca contro i suoi simili deve essere così punito, e ciò viene accettato con leggero sarcasmo dal nostro. "With a hollow heart, And hollow eyes, A cry from the cross, Serpents in disguise - Con un cuore vuoto, E occhi vuoti, Un pianto dalla croce, Serpenti travestiti" prosegue il testo, cuori di sfiducia che disprezziamo, mentre lui continua a sedere e a guardare, bevendo vino; il testo quindi prosegue ripetendo i concetti ad oltranza, ripresentando le immagini dell'esecuzione legate al contesto morale duro e perentorio tipico del nostro.



Bonus Track Edizione "Hot Topic"



"Damning the Heavens" è la traccia bonus contenuta nell’edizione special del disco per la catena Hot Topic, traccia che curiosamente sarà contenuta anche nell’edizione speciale del disco successivo, insieme ad altre; il breve pezzo che non supera i due minuti e un quarto si apre con un rullante in salire accompagnato da fraseggi di chitarra veloci. Al decimo secondo un verso gridato di Fafara fa da cesura, dopo la quale parte un riffing potente sostenuto dalla doppia cassa e dai versi  concitati del cantante; al trentatreesimo ecco che parte il ritornello dal forte sapore groove, caratterizzato da ritmi martellanti di chitarra e batteria, squarciati da alcune falcate. Si continua senza molte variazioni su una linea senza fronzoli fatta di attacchi di chitarra mutuati in riff potenti e batteria sempre combattiva; al primo minuto un verso effettato fa da cesura, dopo la quale (senza molto stupore) riesplode il ritornello precedente, sempre caratterizzato da riff vivaci e ripetizioni ipnotiche. Al minuto e dodici parte una cesura pulsante con batteria cadenzata e rullanti, sulla quale abbiamo una parte parlata evocativa; ecco quindi un ritornello inedito dal sapore melodico dove i giri di chitarra riprendono gli andamenti vocali del cantante. Fraseggi squillanti creano scale tecniche, raggiungendo un apice a cui segue il movimento familiare; ecco che si torna sulle bordate decise, lanciate verso il finale segnato da ultimi giochi di chitarra. Il testo ci offre visioni desertiche autunnali, dal significato astratto e non chiaro, con allusioni a sacrifici e rituali notturni dai rimandi misteriosi ed intimi; è mezzanotte, e nel cielo le stelle diventano vive, e fanno splendere l'anima mentre il deserto chiama il nostro a casa, mentre il peccato è pesante, e la morte lo potrebbe tenere lontano dalla porta, cosa che egli scongiura di non fare. Ci viene chiesto se siamo pronti a morire, se siamo stati consacrati dal sangue purificato, mentre la Luna d'Ottobre è arrivata mai troppo presto, e mentre malediciamo l'Estate, il diavolo entra in noi; "Cold wing sings, dark kiss on her back, His mark upon the bow, guided us along - La fredda ala canta, un bacio oscuro sulla sua schiena, Il suo marchio sull'arco, ci ha guidati nel percorso", e quando seppelliamo la bestia, è meglio se chiudiamo i suoi occhi, e copriamo il suo sangue. Ciò che abbiamo visto prima nelle stelle, e ora nelle carte, laverà via tutto, mentre continuiamo a maledire i cieli, vivendo in questo mondo dove dobbiamo andare avanti; si prosegue quindi con la ripetizione del testo, con l'imprecazione contro il cielo silenzioso, e le immagini di rituali simbolici e sinistri.



Tirando le somme: un disco di transizione necessario allo sviluppo della band, ma con alcuni elementi che lo rendono meno riuscito rispetto ad altri episodi della discografia dei nostri; sono inseriti, specialmente all’inizio, nuovi elementi melo death, ma dopo la prima parte si perde un po’ di forza e freschezza, ripetendo diverse volte le stesse soluzioni e strutture in diversi brani. Vi è una sorta di incoerenza tra voglia di trovare nuovi elementi, e l’adagiarsi sul sicuro, cosa quest’ultima che in passato non è avvenuta, con i suoi pro e i suoi contro; la parte centrale del disco risulta particolarmente “colpevole” di questo, con alcune retromarce verso anche il passato non recente, che sembrava essere stato superato ed elaborato. L’idea data è quella di una band non del tutto sicura su come proseguire la propria carriera,  con sezioni di stesura testi discordanti tra loro; è chiaro che molte cose devono essere metabolizzate e certe decisioni prese. Come detto il successivo “Pray For Villains” vedrà proprio questo, portando a compimento le intuizioni che qui incominciano a mostrarsi; intanto il gruppo promuove l’ultimo disco presso il Download Festival in Inghilterra con una scaletta che un po’ rispecchia il loro suono ora “schizofrenico”, accompagnandosi a Linkin Park, Iron Miaden e My Chemical Romance, e successivamente compariranno al Ozzfest, carrozzone un tempo simbolo dell’ondata nu metal e crossover, ma ormai già in declino di popolarità. In ogni caso ormai l’immagine della band è ben cementificata comparendo in riviste come Kerrang! e videogiochi come Rock Band (qui con il singolo "Clouds Over California"); ciò sia nel bene che nel male, i DevilDriver sono simbolo di quel movimento groove con tendenze “core” che pesca a piene mani dal vocabolario metal, movimento odiato da alcuni puristi, che vedono i nostri come simbolo di ogni suo male, e amato da altri, specie giovani fan senza pregiudizi, che li acclamano. Non più una novità quindi, bensì il gruppo con il quale Fafara viene ora identificato, mentre prima era il gruppo ad essere “il nuovo progetto di quello dei Coal Chamber”; rimane ora solo da andare avanti, come sempre imperterrito ed incurante delle critiche, facendo quello che sente di fare ed esprimendo con la musica il suono che vuole fare e le sue idee sulla vita, anch’esse accolte diversamente, tra chi lo reputa arrogante e chi senza peli sulla lingua e diretto. Il viaggio insomma continua, entrando nella seconda fase della carriera della band, che non deve più farsi un nome, ma sviluppare quello che ha ottenuto; proseguiamo con il già citato “Pray For Villains” e i suoi miglioramenti.


1) Not All Who Wander Are Lost   
2) Clouds Over California    
3) Bound By The Moon       
4) Horn Of Betrayal 
5) These Fighting Words     
6) Head On To Heartache
(Let Them Rot) 
7) Burning Sermon  
8) Monsters Of The Deep    
9) Tirades Of Truth  
10) When Summoned         
11) The Axe Shall Fall          

Bonus Track Edizione Hot Topic:

12) Damning the Heavens

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