DEVILDRIVER

The Fury Of Our Maker's Hand

2005 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
25/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Prosegue la nostra analisi nella discografia dei DevilDriver, il secondo gruppo di Dez Fafara, in precedenza front man dei Coal Chamber; li abbiamo lasciati dopo l’Omonimo Debutto, il quale presentava forti elementi nu metal accostati a tendenze più groove/thrash metal, dando inizio ad un processo che continua nel 2005 nel secondo lavoro "The Fury Of Our Maker's Hand".  Prodotto in isolamento presso il Sonic Ranch Studios, il disco porta un titolo dedicato alla vita frenetica del leader, e vede John Boecklin alla batteria e seconda chitarra, John Miller al basso e chitarra, accompagnato dai chitarristi Jeffrey Kendrick e Mike Spreitzer e naturalmente Fafara alla voce; esso guadagna il primo vero successo commerciale e di critica alla band, allontanandosi decisamente dai suoni nu metal, ormai osteggiati apertamente dalle riviste di settore, e abbracciando con più fermezza le radici groove e thrash. Non si tratta però solo di questo, la presenza di più chitarristi permette anche una certa varietà di composizione e l’innesto di parti ora tecniche, ora evocative, ora dirette, ora controllate, in un metal moderno e dal gusto urbano che sa essere conciso e tirato, ma che offre anche una minima varietà di percorso e un’identità che lo allontana dall’essere un clone; certo i punti di riferimento sono presenti, tra momenti più meccanici alla Fear Factory, ma senza l’industrial o le tastiere, e groove alla Pantera o alla Machine Head o alcune claustrofobie alla Meshuggah, e parti generalmente thrash legate ai grandi nomi americani (pensate a TestamentSlayerMetallica). Un lavoro più consapevole che supera il semplice progetto tra amici, e abbraccia l’identità di un nuovo corso proiettato nel nuovo millennio, il quale caratterizzerà la produzione della band; il tutto supportato come nella migliore tradizione anche da estensivi concerti che porteranno la band a suonare con i già citati Fear Factory e Machine Head, ma anche con gli In Flames, fino ad essere per la prima volta headliner nel “Burning Daylight Tour”. I nostri hanno quindi modo di presentarsi al pubblico riproponendo con perizia il suono dei due dischi in sede live, guadagnandosi l’apprezzamento di chi già seguiva una certa corrente in cui il gruppo entra a pieno titolo con consapevolezza. Cestinare del tutto il debutto, come detto in fase di recensione, sarebbe ingiusto, ma è chiaro che il vero inizio si ha da qui, con un progetto che ha chiaro quello che vuole essere e che taglia i ponti con il passato, pur conservandone alcuni elementi; non più dei “Coal Chamber V.2.0”, ma un gruppo a se stante che farà parlare di se per i suoi propri meriti musicali e costituirà sempre più la band di Fafara.



"End Of the Line" si apre con un delicato arpeggio di chitarra dalle tinte progressive, il quale si sviluppa in crescendo insieme a linee dal sapore "alla The Cure"; l'effetto è inedito per i nostri, offrendo un'atmosfera onirica e soave. Si avanza fino al cinquantesimo minuto, dove un riffing più corposo e la batteria prendono posto aumentando la tensione del brano; ecco quindi una doppia cassa in rullante che accelera il tutto, pur mantenendo sotto controllo il tiro. Finalmente al minuto e tre esplode una cavalcata dalle chitarre trita carne e dai montanti spezza ossa; evoluzioni con scale claustrofobiche prendono piede, lasciando poi posto ad una cesura sulla quale si dipanano i versi di Fafara. Ora quindi l'andamento si posiziona su un groove metal più familiare, ricco di ritmica sincopata tanto nella strumentazione, quanto nel cantato del nostro; al secondo minuto ci si raccoglie in un breve rallentamento ritmato, il quale poi si libra in mitragliate di chitarra alternate a rullanti di batteria. Ritrovano poi spazio i riff di matrice thrash dalle melodie vorticanti ed accattivanti, che presentano un suono più maturo, ora claustrofobico, ora più diretto; si gioca ancora con stacchi e riprese, giocando sul compartimento bombardante di riffing e drumming pestato, e anche nelle pause le cose non si fanno meno taglienti. Al terzo minuto e venti quindi una sequenza di scale esaltanti fa da substrato per colpi di chitarra come fucili; ma le sorprese non si riducono ad una ripetizione di questi motivi, e al terzo minuto e trentacinque concorrono dei solenni fraseggi che cementificano la natura più thrash del pezzo, giostrandosi con impennate e rallentamenti progressivi, dove poi prendono posto anche chitarre squillanti. La struttura generale è un bombardamento continuo dai ritmi sincopati, il quale prosegue potente fino al quarto minuto e ventotto; qui si va più lineare su una corsa rocciosa dove il cantante non lesina le sue grida feroci. Dopo una cesura roboante troviamo il gran finale scatenato, grazie alla ripresa di mitragliate e rullanti, fino alla chiusura improvvisa; un'ottima dichiarazione d'intenti che stabilisce i toni più duri del lavoro, improntato su una dimensione più groove/thrash e meno legata al nu metal. Il testo è una dichiarazione d’intenti da parte di Fafara, legata al suo stile di vita diretto e caotico; c’è qualcosa nell’aria, e le candele vengono bruciate ad entrambe le estremità, ricordando amari tradimenti, chiavi di scheletro (quelle che servono ad aprire ogni serratura) e case da infestare. Tutto è ok per il nostro, consapevole di alcune sue decisioni folli prese in passato; qualcuno direbbe che non c’è uno spettro di possibilità, ma "The ghosts in my mind, they're one of a kind, They tell me what to do, and it's shut down you - I fantasmi nella mia mente, sono speciali, mi dicono cosa fare, e si tratta di abbatterti" dichiara ironicamente il protagonista. Si continua con il monologo, tra desideri di impiccare chi lo ha fatto soffrire, e considerazioni sulla propria educazione dura ricevuta nella vita; quando tutte le porte si chiudono ci si ritrova intrappolati alla fine della linea, ma non ci si dispera: rimane solo da scrollarsi la polvere di dosso, e affrontare come in passato tutto, perché non c’è altra soluzione. "Driving Down The Darkness - Guidando Nelle Tenebre" parte in quarta con batteria martellante e "tribale" sovrapposta ad un loop continuo di chitarra; esso prosegue assumendo toni sempre più aspri e solenni, in un crescendo dall'ottimo effetto. Si aggiungono poi fraseggi in discesa e galoppate rocciose in sottofondo, creando una tensione dinamica che prende spazio in un galoppo segnato dalla batteria ritmata; ecco quindi motivi progressivi che completano il quadro collimando al quarantottesimo secondo. Qui Fafara interviene con il suo cantato spezzato ormai familiare, mentre i riff taglienti di chitarra si prodigano in giri massacranti; al minuto e sei dopo alcuni colpi di piatti che fanno da breve pausa parte il ritornello potente ricco di suoni sempre più tirati di chitarra e drumming. Ecco che il cantante si da ad un'interpretazione ritmata supportata dalle chitarre convergenti, piena di pathos; si prosegue poi con i toni battaglieri dai montanti costanti e dalla batteria robusta. Si ripete quindi quanto appena sentito poco fa, con un crescendo che esplode nel ritornello; esso può ricordarci alternativamente dei Fear Factory meno cibernetici, o dei Meshuggah più sani, chiamando comunque in causa anche questa volta una certa tendenza più groove/thrash. Al secondo minuto e trentuno parte un gioco di batteria e riffing corposi, il quale poi si fa ancora più bombardante; ecco che esplode quindi in suoni severi e circolari accompagnati da blast incisivi. Fafara prende posto con un ritornello rabbioso, che segue l'andamento del drumming, sovrapponendosi ai riff combattivi; l'ennesima esplosione è supportata da fraseggi tetri, ripetuti mentre si accelera con il resto della strumentazione, fino al finale improvviso dove falcate monolitiche si aprono ad un ultima marcia di chitarra. Il testo è un’allegoria sull’affrontare da soli le situazioni difficili; abbattuto tramite mondi, questa volta la linea è stata superata, e bisogna sapere cosa c’è oltre. I lupi arrivano ad ucciderci, e le correnti scorrono forti; pensiamo di essere nel giusto, ma invece ci sbagliamo, e ciò che era prima ora è andato. Rimani da solo, rimani forte di fronte alla follia consiglia Fafara; "Driving down the darkness, Stricken by the madness, Praying for forgiveness, While you play god (with my life) - Esplorando le tenebre, colpito dalla follia, pregando per il perdono, mentre giochi a fare Dio (con la mia vita)" continua approfondendo l’immaginario viaggio nella tenebra. E’ lui contro tutti, non c’è tempo per le chiacchere, ma solo per le azioni, e se la testa del nemico s’innalza, lui la taglierà,  cambiando quello che deve; è stanco delle parole che fanno bruciare le sue orecchie, meglio se gli altri incominciano ad allontanarsi, mentre lui da solo affronterà la follia. Ironicamente pregherà per il suo nemico, affinché lui non venga a prenderlo; un testo da “tough life” non certo inedito per il cantante californiano, non certo timido o parco di parole dirette e dichiarazioni altisonanti. Vengono poi ripetuti i concetti precedenti, ristabilendo il messaggio che nonostante l’uso d’immagini, è chiaro ed incisivo. Grinfucked - Fottuto Con Il Sorriso" ci sorprende con chitarre psichedeliche e lisergiche, che creano un'atmosfera allucinata e distorta, sulla quale trovano spazio piatti e rulli di batteria; al quattordicesimo secondo scoppia una falcata decisa di chitarra, la quale si dipana nei suoi giri solenni. Al ventottesimo secondo una serie di montanti ritmati proseguono su riff a moto sega ripetuti in loop, collimando in una cesura con rullanti di batteria; ecco che parte il cantato di Fafara supportato dalla strumentazione incalzante e spezzata. Notiamo un andamento più vicino al passato del nostro, anche se sempre robusto; al cinquantesimo secondo i toni s'inaspriscono ancora di più, anticipando però la serie di rullanti marziali che poco dopo si accompagnano alle urla cupe del cantante, alternati a contrazioni improvvise. Ecco che al minuto e dodici un fraseggio solenne prende posto con le sue scale tecniche, dipanandosi fino al minuto e ventisei; qui riprende l'andamento ritmato dalle chitarre a moto sega e dai colpi sincopati di batteria, sui quali Fafara segue nel cantato il loro modus operandi. Si sale fino al minuto e trentatré, dove riprende posto il galoppo feroce di chitarre rocciose, fraseggi tetri e semi growl cupi; i toni sono sempre più concitati, esplodendo poi in un motivo apocalittico con rullanti, spezzato ad episodi da bordate violente. Riprende quotazione il fraseggio vorticante dai toni molto vicini ai momenti più cupi dei già citati Meshuggah; esso evolve al secondo minuto e diciassette in un'aspra sequenza tagliente e frastornante dove le chitarre si aprono al rumore mantenendo però una tetra melodia. Ma la struttura è mutevole e subito dopo una serie di rullanti di pedale da terremoto si accompagnano a chitarre dissonanti in un'atmosfera alienante e greve dai connotati quasi doom; ecco nuovi epici fraseggi che creano costruzioni melodiche sempre più isteriche che si vanno ad infrangere nel secondo minuto e cinquantatre. Qui un arpeggio greve di basso riprende il motivo, fino ad essere spezzato da un battito di batteria; riprendono le chitarre vorticanti e solenni, lanciate verso il finale. Qui un'ultima corsa ripresenta i toni più serrati, fino ad un grido improvviso del nostro che chiude il brano; un pezzo che mostra un gruppo che gioca di più con il proprio songwriting, basandosi anche su atmosfere e suoni più pesanti e grevi. Il testo è una dichiarazione di guerra contro qualcuno che ha fregato in passato il nostro, e a cui ora presenta il conto; le luci sono accese, ma nessuno è a casa, e Fafara si rammarica di non aver lasciato da solo l’oggetto del suo odio. Esso non sa sopportare la tensione, è solo, e ora esultando il protagonista s’immagina zoccoli e granate a mano, e un mare di se, di forse, di possibilità a vuoto; il letto è fatto, e un latro uomo è caduto. In passato il nemico ha preso vantaggio su di lui, e l’ha manipolato, ma ora "This time the advantage is mine, This time vengeance is mine - Questa volta il vantaggio è mio, questa volta la vendetta è mia", e invita con ironia a cercare tesori senza una mappa, cioè senza il potere che aveva prima. Non tornerà indietro questa volta quindi, e il debito è pienamente pagato non sarà fottuto con un sorriso; fregato una volta colpa dell’altro, ma due volte colpa sua, e ora tocca a lui essere quello che compie l’oggetto del titolo. Un amico? Un’amante (come lasciato intendere da alcune parti descritte)?  Tutto può essere, certo è che ancora una volta Fafara non le manda a diree non porge certo l’altra guancia.  "Hold Back The Day" si apre con suoni metallici in salire, sui quali poi si aggiunge un fraseggio lieve di chitarra dai toni acustici; troviamo anche feedback squillanti, che completano il salendo della composizione. Al ventiseiesimo secondo partono una serie di impennate rocciose di chitarra e rulli di batteria, i quali più evolvono in una corsa con melodie vorticanti che prende sempre più energia; Fafara interviene con le sue vocals aggressive, mentre in sottofondo si organizzano giri circolari di chitarra ripetuti. Al minuto e undici acrobazie spericolate di chitarra segnano l'andamento, creando un movimento sincopato dal largo respiro; si arriva quindi ai fraseggi squillanti del minuto e ventidue, che creano una melodia sottile e ripetuta. Si torna poi alla cavalcata diretta di rullanti di pedale e loop taglienti di chitarra, sui quali il cantante delinea il suo ritornello feroce; al minuto e cinquantacinque i groove discordanti riprendono posto insieme ai ritmi di drumming forsennato. Ritroviamo le alternanze precedenti con parti più picchiate, e fraseggi quasi spettrali che mantengono la componente melodica; largo quindi ancora al ritornello lanciato ed esaltante, per un pezzo abbastanza diretto ed immediato, ricco di adrenalina. Al secondo minuto e cinquanta ci si ferma con una serie di bordate taglienti di chitarra che fanno da cesura: ecco quindi una marcia a moto sega con batteria cadenzata e cantato quasi in un mantra gutturale. Riprendono posizione le melodie vorticanti, prima del ritorno del ritornello trascinante; il finale vede nuove impennate rocciose sulle quali Fafara declama il testo, in un effetto ottimo che viene improvvisamente bloccato dalla chiusura del brano. Il già citato testo è una critica verso la cieca fede, religiosa o di altro tipo, e la facile manipolazione che comporta:  scavando sempre più a fondo, si arriva dove solo gli idioti possono, trovando mezzi per uccidere il proprio padrone. Perché non il proprio creatore allora? Meglio lasciare il compito ai propri padroni, che siano loro a disconoscere; mettiamo la nostra fede nella foschia, e facciamo quello che dobbiamo. Sta diventando troppo forte per questi dipartiti, dimenticato e lasciato solo; "Miles to go and skys to fly, Hold back the day - Miglia da fare e cieli da volare, trattieni il giorno" perché l’ora più tarda è prima dell’alba, ovvero la rinascita; ora si afferra con durezza dalla propria bara, a due metri e andando in profondità. Se sentiamo il terreno in cima duro, significa che si sta indebolendo,  come le torri create dalle persone in vita, che diventano fragili e crollano; “che si fottano” sentenzia il nostro senza remore, e le loro opinioni che ingannano gli onesti (riferimento alle chiese e al potere che le ha create, un potere fin troppo temporale). Un brano ancora senza peli sulla lingua dove Fafara non teme di dire la propria e dove non risparmia termini duri ed attacchi. "Sin & Sacrifice - Peccato & Sacrificio" è introdotta da arpeggi di chitarra ammalianti accompagnati da cimbali di batteria; piatti distribuiti prendono poi posto, fino alla fine dell'introduzione. Ecco quindi un riffing roccioso e tecnico dai connotati thrash che prende piede insieme a fraseggi epocali, creando una solenne melodia epica; ma al posto di esplodere, ecco poi suoni ancora più sognanti e progressivi, con giochi di cavalcate, evoluzioni stridule, e drumming compatto. Il songwriting si dimostra quindi decisamente evoluto, con parti iniziali più lunghe ed elaborate; al minuto e trentuno il cantato di Farara segue una ritmica marziale giocata sui colpi a marcia della batteria, alternati a robuste bordate di chitarra. La tensione va crescendo con colpi sempre più sincopati, fino al ritornello; qui tornano i fraseggi melodici dalle scale altisonanti, mentre poi si apre un momento con montanti lenti e suggestivi. Ecco quindi melodie magistrali che chiudono il ritornello, mentre poi riprende la marcia ritmata e sincopata, giocata su voce, batteria, chitarre; riviviamo quindi la sua accelerazione, e lo scoppio di melodie quasi operistiche, seguite da montanti epici. Il riffing si fa roccioso grazie a loop ripetuti, in una galoppata continua che si trascina verso una cesura con giri circolari e colpi possenti di chitarra ripetuti; ecco quindi evoluzioni circolari dal gusto più tecnico, che poi degenerano in suoni discordanti mentre Fafara si da a grida rauche. Tornano quindi i toni altisonanti ed epici, e al quarto minuto e trenta non si risparmiano assoli classici regalandoci un finale intriso di melodia; la conclusione è lasciata ad effetti vocali in riverbero e digressioni di strumentazione, mantenendo quell'atmosfera esaltante che permane tutto l'episodio. Una band come detto più libera e meno ancorata al passato, che presenta un suono che rielabora i dettami del metal recente o meno, ora in chiave più robusta, ora più melodica; il taglio con il passato prettamente crossover/nu metal si fa sempre più sentire, anche se rimane una certa componente "urbana" nel suono del gruppo. Il testo è una considerazione fatta dal nostro sulla sua vita e sui suoi peccati, che sa non termineranno, ma che a volte lo perseguitano; sudori notturni che si rimpiangono, pensieri occasionali di suicidio, fino a che non ci si sente ok come in un semaforo verde che scatta, ma con la lingua legata. Le vecchie abitudini muoiono difficilmente, ed egli sa di aver vissuto velocemente, e che la strada verso giù è lunga, tentando tutti; si arriva  a richiedere un segno, un aiuto, in quella che è la lunga strada tra il peccato e il sacrificio. "Lost sleep, count sheep, Can"t see them to get my mind off of things, Toss and turn, candles burn, Grinding teeth and night endlessly - Sonno perso, conto le pecore, non riesco a fare in modo che mi distraggano, lancio e giro, le candele bruciano, digrigno denti e la notte è senza fine" si dichiara, richiamando poi la parte precedente che conclude il breve teso, questa volta introverso ed intimista, rivolto a se stesso piuttosto che al mondo che viene di solito criticato da Fafara; i conti quindi si pagano anche con il proprio io, e si ha l’umiltà di riconoscere i propri errori, pur sapendo che si faranno ancora. "Ripped Apart - Squarciato" ci accoglie senza fronzoli, grazie ad un riffing a moto sega che si sviluppa nei suoi giri taglienti; ecco subito dopo un montante roccioso, che poi conosce la compagnia di un drumming pestato. Non mancano evoluzioni thrash che arrivano al trentesimo secondo; qui fraseggi squillanti si aggiungono alle vocals profonde di Fafara mentre la ritmica si fa tribale ed incalzante, Ci si apre quindi ad impennate decise che sottolineano gli andamenti del cantante; al cinquantunesimo secondo una cesura con digressioni rocciose raccoglie tutta l'energia con un ritornello ritmato che va sempre più diventando aggressivo. Ecco quindi nuovi rullanti di batteria e giri sega ossa di chitarra; ripartono quindi i fraseggi esaltanti che mantengono un atmosfera appassionante, mentre il drumming si apre a duri colpi di piatti. La trama melodica s'infittisce con suoni squillanti, prima di lasciare il passo a nuove bordate; si ripete la cesura già incontrata, che ancora una volta degenera in una cavalcata martellante e pestata che aumenta al tensione del brano. Al secondo minuto e dieci troviamo una sezione più ariosa giocata sui battiti a marcia della batteria e su fraseggi ripetuti in sottofondo, creando un andamento che poi si fa più energico grazie a riff rocciosi di sana scuola tharsh; il risultato è un groove trascinante, potenziato in seguito dalle grida di Fafara. Largo quindi ad evoluzioni tecniche e a giochi geometrici di chitarra, mentre il cantante libera tutta la sua ferocia in grida in riverbero; rullanti di pedale incalzano il ritmo, mentre tocca poi a chitarre mitraglianti tenere il passo, mentre suoni squillanti si delineano in sottofondo in una concomitanza di elementi epocale. Il finale è segnato da un'improvvisa coda acustica che riprende la melodia portante in chiave più delicata, ripetuta fino alla conclusione in riverbero. Il testo torna sulle coordinate dell’attacco contro i falsi e gli ipocriti che Fafara ha incontrato in vita sua; essi vivono per primi in una casa di vetro, ma tirano pietre (modo di dire anglosassone), mentre il nostro non critica o simpatizza. Gira voce che qualcuno ha qualcosa da dire su di lui, ma egli non ha nulla di concreto su di lui, continua solo a ripetersi; una seconda mente, una seconda pelle, un secondo sguardo, bisogna andare dentro, squarciato a vista, con una lingua biforcuta. "It's like a razor when you want to use it, And use it wrong, And I dont compromise or socialise - E' come un rasoio quando lo vuoi usare, e lo usi male, e io non faccio compromessi e non vengo incontro" dichiara combattivo, alzando poi i toni dopo la ripetizione del concetto: quando si rivedranno, sarà l’ira di lanciare, l’ora di lasciarsi andare, perché ora il nostro sente la rabbia salire, per colpa di chi continua a lanciare pietre anche se lui non critica e non simpatizza, mantenendosi neutro. "Pale Horse Apocalypse" prosegue sulla direzione finora tracciata, proponendo in apertura un fraseggio tagliente con batteria marciante; ecco quindi una serie di bordate incalzanti in sottofondo che ne aumentano il dinamismo. Al ventitreesimo secondo interviene Fafara con un cantato rauco, mentre la strumentazione si apre a segmenti ritmati di matrice più crossover; il drumming è affidato a rullanti di pedale e colpi secchi, mantenendo robusto il suono. Al quarantaquattresimo secondo la struttura rallenta in un ritornello solenne e strisciante, con falcate ripetute nei loro colpi di mitra, mentre i piatti di batteria ne delineano l’andamento; Fafara segue il nuovo corso con le sue vocals, mentre poco dopo le chitarre accelerano lanciandosi in una corsa energica. Essa prosegue con un groove infettivo, facendosi sempre più serrata e ricca di ritmo;  al minuto e ventinove rullanti e fraseggi dal gusto solenne arricchiscono il movimento, ristabilendo i canoni più tradizionalmente metal. Largo poi a giri rallentati sempre alternati a piatti e sottolineati dai toni aspri del cantante; dopo una brevissima cesura con grida e loop riprendono i montanti esaltanti ricreando la ritmica in salire già precedentemente incontrata. Al secondo minuto e quindici la scena è rubata da fraseggi tecnici  e feedback in sottofondo; ma ecco che subito il tutto si converte in un più moderno suono di chitarra greve e meccanica, che va salendo diventando sempre più squillante, raccogliendo la tensione poi esplosa. Ecco quindi nuove bordate thrash rocciose, mentre melodie oscure si stagliano in un crescendo tecnico ammaliante; cimbali, blast e rullanti si occupano della parte ritmica, mentre i colpi di chitarra non lesinano brutalità marziali e taglienti. Si ripropongono gli andamenti precedenti in un gioco di rimandi, collimando in un ultima corsa lanciata; saranno invece i giri lenti e rocciosi ripetuti in loop a segnare la conclusione mentre Fafara declama con toni rabbiosi il suo odio. Il testo è un ennesimo attacco verso chi ha tradito la fiducia di Fafara e ha sparso menzogne su di lui, o più in generale un attacco a chi mente e sacrifica la vita altrui (i politici?);  vengono percorse miglia su un terreno ghiacciato, in strade solitarie e poco percorse, dove vengono vendute anime sulle quali in realtà non si vanta diritto, scegliendo chi va e chi rimane. Il pallido cavallo dell’apocalisse ha l’alito stantio di un traditore, a causa del quale molte vite vengono crocefisse; perentorio dichiara "Every mistake that you"ve made, Is more dirt on the grave, That you've been digging, Not for yourself but for us, Fuck you - Ogni sbaglio che hai fatto è altro terreno sulla tomba che stai scavando, non per te stesso, ma per noi, fottiti" non accettando il controllo, e tagliando i ponti con la causa delle menzogne. Tutti sono stati gettati in mezzo al fuoco, tra gli spari, e qualcuno vivrà, mentre altri moriranno, in un mondo capovolto creato dai bugiardi; si prosegue con i termini poco lusinghieri usati in precedenza, immaginando fiumi rosso sangue che investono tutto, in uno scenario di morte imposta su vittime innocenti a causa delle decisioni di altri. Il nostro è ancora una volta aperto nelle sue opinioni e senza peli sulla lingua, come ha sempre dimostrato di essere nei suoi testi. "Just Run - Corri" si palesa con plumbee atmosfere lisergiche grazie ad una chitarra lontana e un basso greve e sfumato; ecco però che quindicesimo secondo esplodono rullanti di batteria e giri di chitarra compatti. Si apre quindi una corsa con grida di Fafara e fraseggi in sottofondo che riprendono la melodia spettrale iniziale, in un ottimo effetto che lega i diversi elementi; il tutto collima in un effetto pestato di batteria.  Dopodiché ci si assesta su un groove ritmato con giri taglienti e drumming cadenzato, mentre il cantato esprime il testo con andamento spezzato in una modalità ormai familiare;  al minuto e dieci i toni si fanno più aspri raccogliendo tutta la tensione prodotta. Ecco un ritornello groove che ancora una volta ci rimanda ai Fear Factory, in questa occasione però a quelli più notturni del loro non primissimo periodo; i fraseggi dal gusto quasi dark e post punk in sottofondo aumentano questa sensazione, in un brano che lega montanti rocciosi e suggestioni emotiva. I primi tornano poi in rilevanza con i loro giri rocciosi, mentre Fafara riprende con il suo cantato aspro; ancora una volta poi ci si apre in una corsa ritmata che collima nuovamente nel ritornello ricco di atmosfera, sorretto dalla batteria incalzante e dai riff di sottofondo. Al secondo minuto e trentasette tutto si ferma e lascia posto ad un monolitico riffing roccioso e rallentato, mentre piatti di batteria segnano il passo sospesi; alcuni giri squillanti fanno comparse alternate, mentre il drumming poi accelera in rullanti. I toni si fanno man mano più minacciosi, aprendosi in una serie di groove potenti, sui quali partono i rullanti di pedale; la soluzione non può essere che la ripresa del ritornello e di tutti i suoi elementi, montanti taglienti e chitarre evocative in primis. Esso prosegue fino a collimare in nuovi suoni dalle falcate rocciose, riproponendo quel gusto groove/thrash che ormai caratterizza i nostri; una serie  di chitarre discordanti segnano la conclusione improvvisa di quello che, come da titolo, è un pezzo veloce e pulsante. Il testo parla di auto determinazione e saper contare su se stessi nelle difficoltà della vita, tema autobiografico non certo inedito per Fafara; dobbiamo correre, ma il coraggio senza convinzione è, alla meglio, apatia, dobbiamo essere veloci per non finire come gli altri. Nessuno ci ha insegnato come conformarci al branco, dobbiamo quindi trovare la nostra strada, e aiutarci da soli se slittiamo, perché probabilmente nessuno sarà li per noi; ora dobbiamo andarcene, allontanarci dal piccolo luogo in cui siamo nati, per salvarci, e prendere controllo della nostra vita. L’erba è più verde dall’altra parte, nessuno esce vivo da questa situazione, "It's up to you to survive, There's a monster on your side - Sta a te sopravvivere, c'è un mostro dalla tua parte" dobbiamo ricordare; Fafara si appoggia alla sua fede, e il suo credere al destino, sa che tutto migliorerà, perché peggio non può andare. Bisogna comunque essere veloci, correre e salvarsi in tempo. Un messaggio “positivo”, ma che esorta a fare la differenza da soli nella vita, perché abbiamo solo noi su cui contare, in pieno stile del nostro. "Impending Disaster - Disastro Imminente" parte in quarta con un riffing a moto sega dal gusto quasi death, sorretto da rullanti di batteria e piatti cadenzati; ecco poi montanti e fraseggi più melodici, che prendono la rincorsa lanciandosi poi in una galoppata dove Fafara canta sincopato con toni aspri, mentre le chitarre si aprono a giri in loop. Dopo una cesura con grida, drumming martellante e digressioni, ecco che esplode il ritornello esaltante dai toni solenni giocati su chitarre thrash e devastanti rullanti di pedale; segue dopo un breve stop con effetti vocali la ripresa dei suoni vorticanti e geometrici sui quali il cantante segue le modalità spezzate della strumentazione. I montanti si ripetono in sequenza, con intrusioni di parti più serrate,  in un gioco d’intrecci basato su accelerazioni possenti; non si risparmia quindi sugli effetti dinamici e sui cambi improvvisi; è inevitabile il ritorno del ritornello arioso e solenne al secondo minuto, il quale poi cresce d’intensità grazie a rullanti e bordate. Esso si ferma al secondo minuto e venti, dove chitarre distorte ed effetti vorticanti lanciano la composizione in una montagna russa sonora farneticante e rallentata; i suoni si fanno poi ancora più aspri fino all’introduzione di un fraseggio tagliente con inediti effetti inquietanti di sospiri. Esce qui l’anima più sperimentale del gruppo, mantenendo tempi trattenuti mutuati in chiave diversa le passate esperienze nu metal; si prosegue così mentre il pezzo va sfumando in dissolvenza, proseguendo con un loop ossessivo di chitarra, effetti, e rullanti improvvisi di batteria, percependo nella chiusura anche intrusioni da console di studio. Un brano abbastanza semplice e veloce per buona parte della sua durata, che però non manca di mantenere l’attenzione dell’ascoltatore grazie a trovate stilistiche “mutanti” che segnano sempre più il corso dei nostri; il suono è ancora ibrido, per quanto ora tendente più verso il metal di matrice thrash, e le lezioni del passato vengono ripescate e riadattate come in questa occasione.  Il testo parla di una sofferta amicizia, dove si guarda sprofondare l’altro, sapendo di poter fare poco per aiutarlo, condividendo i suoi stessi difetti ed errori; c’è dello sporco su di lui e del fango sulla schiena dell’altro, che sta inseguendo da giorni i suoi incubi, mentre si cavalca con il male, riuscendo finalmente a non stargli in mezzo. Ma lo si vede mentre avvolge e trascina giù il proprio amico, non riuscendo ad aiutarlo quando lui non può aiutarsi da solo; "I can't yell at you because, I've yelled at myself so many times, Hard times, hard times, Goddamn we're two of a kind - Non posso sgridarti, perchè mi sono sgridato da solo tante volte, tempi difficili, tempi difficili. Maledizione, siamo uguali" si dispera Fafara con consapevolezza atroce, guardando come l’altro nasconde i suoi sentimenti e i pensieri malvagi che nascono dalla dura vita nel pericolo. E’ questo sporco in comune che li unisce, ma il nostro non può che chiedersi di chi è la colpa se il karma continua a punire con cose cattive; non è certo un filosofo il cantante, ma nemmeno un idiota, dimostrando di sapersi fare più di una domanda sulla vita e sulle conseguenze e i meccanismi delle azioni, proprie ed altui, senza mai fare sermoni, ma dando il suo punto di vista. "Bear Witness Unto - Sii Testimone Fino Alla Fine"  ci accoglie con un fraseggio tecnico dalle scale vorticanti, sul quale s’innestano batteria tecnica e loop di chitarra aggressivi; il tutto poi lanciato in una cavalcata compulsivo dal grande effetto. Al quarantaquattresimo secondo Fafara interviene con il suo cantato cavernoso, mentre la strumentazione si fa ossessiva con beat pestati e giri di chitarra ripetuti ad oltranza; largo poi a solenni riff di matrice thrash, precisi e affilati, mentre la batteria si mantiene compulsiva. Al minuto e ventidue una serie di fraseggi tetri sorreggono il cantato, sviluppato in un ritornello dalle vocals sdoppiate, dove la ritmica domina la scena con rullanti improvvisi; si assestano poi cavalcate improvvise che accelerano i ritmi con drumming impazzito e chitarre corrosive. Tornano i modi pulsanti che innalzano l’adrenalina, mentre Fafara assume toni infernali; inevitabilmente si sfocia nel groove precedente, giocato su giri assassini e blast di batteria. Quest’ultima si fa più pestata, arrivando fino al ritornello solenne e rallentato, ricco di bordate e rullanti che ne delimitano l’andamento; al terzo minuto e otto tutto si ferma per passare ad una digressione distorta che poi si accompagna ad evoluzioni tecniche e piatti di batteria scavata da rullanti ed impennate. Il cantante riprende con il cantato solenne e doppio, sottolineato e ripreso dalle melodie di chitarra; il finale è quindi affidato  ad un’improvvisa e breve corsa lanciata verso l’oblio, segnando la chiusura con accelerazioni di chitarra e con un ultimo verso del vocalist. Altro pezzo questo dalla struttura non troppo complicata, ma che mostra tracce di tecnicismo usato con parsimonia in un contesto globale diretto e senza fronzoli; parole come neo thrash, groove, metalcore possono applicarsi, chiamando in causa realtà come i Pantera, ma grazie al lavoro di Fafara e ad alcune trovate, la band mantiene una sua identità riconoscibile. Il testo esprime un punto di non ritorno, dove o si esplode, o si trova una via di cambiamento; stanotte si grida in vano, e mentre tutti i re dovranno cadere, dobbiamo prendere una decisione, scappare o combattere, e Fafara decide di combattere infiammando la nottata. Ci chiede di essere testimoni della sua solitudine fino in fondo, "Under the gun and without a knife, Its going off without a hitch, Get done!!! - Sotto il tiro di una pistola e senza un coltello, sta procedendo senza problemi, Fallo!!!"  esorta, forse a se stesso; dobbiamo nuotare o affogare stanotte, non può fermare quello che sente, verrà suonata la campana e sarà gettato il dado, mentre si affida al destino, desideroso di portare disastro. Un testo breve ed esplicito, che mostra la furia concettuale e pratica che caratterizza la vita del travagliato cantante, che non ha problemi a portare ciò nella sua musica, suo mezzo d’espressione totale. "Before The Hangman's Noose - Davanti Al Cappio Del Boia" è introdotta da chitarre dissonanti stratificate su un drumming strisciante, in un effetto post rock allucinogeno; i montanti rocciosi mantengono l’anima metal, mentre Fafara  compare con le sue grida. Al quindicesimo secondo il movimento si apre ad un galoppo tagliente sul quale poi terribili bordate assassine trovano posto insieme a fraseggi solenni; la violenza urbana prende posto con loop di chitarra e cantato sincopato. Ecco poi l’arioso ritornello sottolineato dalle melodie di chitarra, dove però anche i riff a moto sega rimangono ben presenti; esso si alterna con la ripresa dell’andamento più diretto varie volte, in un contesto sonoro potente, e dal sapore di cemento, dove non mancano rime avvincenti e giochi di chitarra trascinanti. Al secondo minuto e cinque circa riprendono le dissonanze squillanti di inizio brano, sempre intervallate con chitarre robuste; i toni si fanno poi più atmosferici con fraseggi ariosi, vocals supplicanti e improvvisi blast di batteria; si culmina in una cesura con digressione, che inevitabilmente culmina in una cavalcata lanciatissima dove chitarre, batteria e voce s’inseguono a tutta velocità. I ritmi martellanti vengono ripetuti fino alla bordate conclusiva, dove s’intromettono riff da battaglia; la chiusura è dietro alle porte, improvvise e segnata anche qui da un’ultima esclamazione di Fafara. Un pezzo spacca ossa dall’animo moderno, ma allo stesso tempo ancorato alla tradizione thrash, veloce e dinamico, fatto per far muovere la testa e pogare durante i concerti, funzionale quindi alla natura immediata dei nostri; il gruppo ha imparato quali sono gli assi nella manica su cui giocare, e lo fa senza problemi  senza scordarsi di assestare qualche variazione stilistica per non ripetersi. Il testo parla dell’accettazione con fede di ciò che non possiamo controllare ed è più grande di noi, dell’inevitabile; è un buon giorno per morire, anche se a dire il vero l’acqua sembra fredda e gli alberi volano mentre si viaggia, e il Sole tramonta. A volte il nostro vuole rimanere, a volte andare, e a volte deve viaggiare con la situazione, sapendo a cosa conducono quei binari , ma non ciò che arriverà al momento; un treno che lui crede essere diretto all’Inferno, professando poi "Before all hell breaks loose, Before the hangman's noose, And as the sun goes down, I'll say, It's a good day to die, a good day to die - Prima che il casino scoppi, prima del cappio del boia, e mentre il Sole tramonta, dirò che è un buon giorno per morire ". Non ci sono più fermate, bisogna timbrare il biglietto, è un viaggio di sola andata, mentre l’ombra di un uomo si avvicina, forse il proprio boia; viene poi ripetuto il testo in una cantilena che cementifica il concetto: la consapevolezza di trovarsi su un percorso pericoloso, che in ogni caso finisce per tutti nello stesso modo, consapevoli della nostra mortalità. Non rimane che accettare ogni giorno come l’ultimo, e vivere a pieno la vita senza rimpianti, preparati a tutto, ma sapendo che non tutto è nelle nostre mani; un altro episodio meditativo di Fafara, che però medita mentre corre, senza indugiare o cadere mai nell’immobilismo. "The Fury Of Our Maker's Hand" è il finale dell’album, il quale sembra volersi mantenere sulla riga precedente; non a caso subito ci investono chitarre roboanti e piatti di batteria, in un motivo incalzante già a piena velocità. Le bordate crescono d’intensità, aggiungendo un fraseggio melodico; a sorpresa al ventitreesimo secondo abbiamo anche un arpeggio oscuro che ci rimanda a connotati dark alla The Cure, mantenendo il gioco d’influenze. L’andamento si assesta poi su una marcia rocciosa dove Fafara interviene con le sue grida e il basso ben udibile si prodiga in giri squillanti; il ritornello arioso squarcia il tutto prima con suoni ariosi, poi con una tirata diretta e veloce. Tornano quindi gli arpeggi evocativi e striscianti, presto però sostituiti dai riff rocciosi dai toni marziali, sui quali fraseggi classici trovano spazio prima di lasciare posto alla cesura melodica che fa da transizione; si ripropone il ritornello adrenalinico, ricco di esaltanti strutture in salire, che sfociano poi in rullanti di batteria e suoni tecnici. Questa volta non si passa però a rallentamenti, anzi il tutto si fa ancora più aspro con batteria pestata e chitarre feroci; bisogna attendere il secondo minuto e trentanove per il ritorno dei più calmi arpeggi onirici pieni di melodia e gusto equilibrato, sotto i quali si stagliano rullanti di pedale. Fafara interviene con un cantato in pulito malinconico, aumentando l’effetto delicato qui ottenuto, ma non dobbiamo adagiarci: dopo un raccoglimento con piatti di batteria, riprende la corsa diretta, la quale ritmata dal drumming e dia riff si lancia verso la ripresa dell’andamento precedente, irrobustito dai rullanti di pedale. Qui le due vocals, quelle feroci e quelle malinconiche, duettano in uno scontro/incontro che corrisponde all’unione nella strumentazione tra riff, batteria, e fraseggi delicati; un culmine emotivo che si ripete ossessivo mentre il pezzo va sfumando in dissolvenza. Ecco però che rimane solo un fraseggio sognate e progressivo ad alto volume, il quale segna la vera conclusione del pezzo che vuole essere evocativa; i toni sono quindi vicini a quelli dell’inizio del pezzo d’apertura del disco, segnando una sorta di conclusione a cerchio. Il testo sembra continuare il tema del brano precedente, ma con un occhio rivolto all’uomo e alla sua opera spesso negativa;  Fafara si considera solo un uomo, un errore con un dei sentimenti e un’anima, incatenato, fragile e pieno di dolore. Nessuno sa perché viviamo, ridiamo, piangiamo, nemmeno lui, e per questo non gli rimane che tenere la testa alta e cercare di essere sopra agli altri;  perché nessuno sa dove soffierà il vento, e  "One day the tides will turn, One day the fields will burn, One day the seas will churn, The fury of out maker's hand - Un giorno la marea cambierà, un giorno I campi bruceranno, un giorno il mare si agiterà, la furia del nostro creatore". L’uomo è un errore esiliato ed isolato,  che ha vita tramite fiato divino, ma è sempre in guerra con se stesso, sia un predicatore, un santo, un bugiardo, dalla pietra al fuco, la polvere dell’uomo;  essendo credente il nostro evoca il suo salvatore, ma chiede a tutti cosa faranno, quando arriverà l’onda, e la fine sarà alle porte.  Caustico e diretto, qui il cantante da al sua visione del Mondo e delle persone, e dove tutto ciò ci condurrà nel lungo termine.





Bonus TrackEdizione Limitata



Nell’edizione limitata del disco troviamo tre inediti, Unlucky13, Guilty As Sine Digging Up The Corpses (quest’ultima dalla colonna sonora di “Resident Evil: Apocalypse”), più tre brani live che ripresentano I Could Care Lessdal debutto, e i brani qui sentiti Hold Back The Day e Ripped Apartil primo inedito è un brano pulsante e lanciatissimo giocato su cavalcate furiose e rallentamenti thrash, dove i riff rocciosi si arricchiscono delle vocals sincopate di Fafara e del drumming martellante. Qui l’atmosfera è tesa e potente, con esplosioni tecniche di fraseggi veloci e grida in screming, tagliate da blast violenti; nulla d’inedito, ma di sicuro un buon pezzo ricco d’energia che mostra l’animo più diretto e aggressivo della band, nonché le influenze più marcatamente robuste che ormai caratterizzano i nostri. Si parte quindi con una serie di bordate che poi evolvono in un riffing roccioso e compatto, il quale si sviluppa in giri vorticanti e si accompagna a rulli martellanti; dopo una cesura ritmata che sale di potenza, esplode il cantato sincopato sorretto dai groove taglienti e dalla batteria serrata. Concorrono poi rallentamenti pesanti dove i piatti e i loop creano un’atmosfera monolitica, alternata con parti più veloci e dirette; al minuto e diciassette riprendono quindi le galoppate tecniche dall’effetto trascinante, le quali vedono chitarre potenti e drumming possente in coordinazione. Si rallentata ancora con una cesura ritmata, che ancora una volta trova sfogo in sferrate marziali di chitarra, le quali scolpiscono l’andamento; ecco quindi l’intervento di fraseggi melodici che contribuiscono all’atmosfera del brano. Si torna poi alle mitragliate di chitarra, che si librano poi in giri vorticanti che si dilungano fino al secondo minuto e quaranta; qui giochi trattenuti creano un bel groove marciante, sorretto dai piatti di batteria e dalle bordate di chitarra accoppiate a fraseggi squillanti. Inevitabile il ritorno delle chitarre a mitra, così come delle accelerazioni sempre più robuste, che concludono il pezzo con martellamenti di batteria, e un effetto di feedback finale. Il testo tratta della credenza superstiziosa del 13 come un numero sfortunato (nel mondo anglosassone); ecco quindi gli atti classici della sfortuna, camminiamo sotto le scale, rompiamo sette specchi, ottenendo la sfortuna per sette anni, non dobbiamo bere a mezzanotte, e non dobbiamo rovesciare il sale. E’ tutta insicurezza, e il nostro ride mentre i carri funebri passano, mentre ci dice poi “Never look in the evil eye, Hold my breath in cemeteries, Many ill wishes for my enemies - Mai guardare in faccia il male, trattengo il respiro nei cimiteri, molti pensieri malvagi verso i miei nemici” in una sorta di cantilena propiziatoria; esorta a cessare il fuoco e acchiappare il giorno, mentre lui rimpiange il giorno in cui (qualche persone non a lui grata) è nata. Dobbiamo andare avanti e buttare fuori dal nostro petto tutto, con fortuna (ironicamente) sopravvivremo alla ghigliottina, ma niente è come sembra con il numero tredici; ma Fafara non ha paura, e durante i temporali sta sotto soffitti flebili, non teme i gatti neri, anzi tutto da forza alla sua rabbia, così come anche la notte stessa. Bussa sul legno a mezzanotte, sapendo che è l’ora degli spettri, che non teme, e poi ripete i versi precedenti, con un semplice messaggio: la fortuna e la sfortuna al creiamo noi, non certo eventi casuali. Il secondo ci offre dopo dei rullanti d’apertura un fraseggio squillante  e tecnico dai connotati melodici, dopo il quale parte un riffing roccioso e strisciante, sul quale Fafara si da ad un cantato cupo; il ritornello vede al ripetizione delle chitarre tecniche e dei loop di chitarra, senza esagerare con le velocità, ma neanche rallentare troppo. Concorrono in sottofondo suoni grevi, mentre si susseguono le alternanze precedenti senza rinunciare ad una cesura con arpeggi e colpi secchi di batteria che segnano le grida del cantante; l’atmosfera è quasi blues, un blues naturalmente metallico e oscuro, mostrando un pezzo interessante che avrebbe meritato di finire nella scaletta principale, anche se non molto vario e abbastanza breve nei suoi tre minuti. Esso si apre quindi con un riffing squillante e pieno di melodia, giocato su scale concentriche ripetute; parte quindi la sezione più diretta dove sopravvivono però i giochi tecnici, che supportano il cantato aggressivo di Fafara in un incedere imponente. Al quarantanovesimo secondo parte il ritornello con loop grandiosi e sottolineature squillanti di chitarra, il quale poi cede ancora il passo ai toni rocciosi; la ripetizione vede una continua alternanza tra i due momenti, che si ha fino al minuto e cinquantadue. Qui un fraseggio melodico e le grida del cantante fanno da cesura, mentre i piatti cadenzati segnano il ritmo contratto; ecco quindi una serie di bordate tempestanti con batteria massacrante, delimitate poi da un rullante. Riparte il loop ossessivo con parti squillanti, fino ai rullanti di pedale e i fraseggi epici del finale, il quale prevede una semplice conclusione con un colpo di piatto ed un’ultima esclamazione di Fafara. Il testo tratta del rammarico per una relazione finita, e che non si può recuperare;  le foglie morte sul terreno annunciano a Fafara che lei non è li con lui, ma lui nella sua mente le accarezza i capelli, la bacia, bacia il terreno pure, ma lei non c’è. “I’m innocent and you’re guilty of the charges that are coming in, Guilty as sin, My heart is hit, even when, you are far away, I look to the sky, and ask the clouds to rain - Io sono innocente e tu sei colpevole delle accuse che arrivano, Colpevole come il peccato, Il mio cuore è colpito, anche se sei lontana, Guardo il cielo, e chiedo alle nuvole di piovere” prosegue con dolore, parlando poi di come le sue ali non possano essere legate (ovvero non si può limitare la sua libertà), ma anche di come ora la sua Luna è in eclissi quando la raggiunge; ma la colpa è ance propria, si parla di sangue sul letto, che è ora sangue sulle sue mani, perché non c’era quando doveva; ora è lui colpevole delle accuse e lei innocente, in un inversione delle parti. Non rimane che chiedersi perché non possono stare assieme e sistemare tutto, perché non riescono; ma ormai tutto è fatto, e il viaggio verso la Luna eclissata continua, con rammarico profondo. Il terzo brano è invece un episodio più controllato dove parti oniriche sono alternate ad esplosioni metal; il cantato aggressivo di Fafara si alterna a riff nervosi stagliati sul fraseggio melodico in loop. Nel ritornello domina la componente più aggressiva,  sempre però concentrata in toni lenti; non manca anche un drumming tribale che fa al sua breve comparsa, lasciando poi il passo alle scariche precedenti alternate a solenni melodie. Ecco quindi un intro melodico dagli arpeggi delicati, pretso però alternato ad aperture violente dove la voce di Fafara si fa nervosa e violenta, così come le scosse di chitarra che ne sottolineano l’andamento; la tensione è tutta in crescendo e sott’inteso, e trova sfogo nei riff rocciosi del ritornello, dove i toni cavernosi del cantante si sposa perfettamente con esso, insieme al drumming presente. Non mancano effetti vorticanti di studio, sui quali poi riprende al melodia portante dal fraseggio ammaliante; inevitabile la nuova esplosione con loop a motosega e cantato assassino, continuando il lavoro di accelerazioni alternate a rallentamenti quasi tribali, duri e devastanti. Non mancano poi suoni spettrali ed altisonanti grazie a chitarre baritonali, completando l’effetto generale di grandiosità; si si lancia poi in una corsa ritmata fatta di loop e piatti, che va a consumarsi nuovamente nel fraseggio familiare, scolpito dai blast controllati. Essa si chiude con una marcia possente di chitarra e rullanti distribuiti, che poi vede bordate improvvise ripetute varie volte, fino alla conclusione; un altro episodio interessante che non sarebbe sfigurato nell’album, che vede anche poi squillanti fraseggi epici ed oscuri, e brevi corse improvvise che alzano l’adrenalina. Il testo riprende un tema molto caro a Fafara e già incontrato: quello dei bugiardi e dei traditori che parlano alle spalle. “RACCONTAMI UN’ALTRA STORIA” incita sprezzante il nostro, dicendoci poi come tutti hanno storie da dire, annoiandolo, e che alla fine sono nervosi, sapendo di mentire; “Everyone's got skeletons in their closet, Don't ask me where they got it, You should've told the truth a long time ago, Liar, Liar! (I told you so) - Tutti hanno scheletri nell’armadio, Non chiedermi da dove vengono, Dovresti aver detto la verità tempo fa, Bugiardo! Bugiardo! (te l’avevo detto)” dichiara trionfante, perché prima o poi i nodi vengono al pettine, e chi mente sta solo dissotterrando i cadaveri della propria vita, che lo perseguitano. Si continua con le storie, che ora perseguitano il nostro, ma dove qualcuno ha eliminato il lupo della situazione, modificando le cose a suo piacimento; Fafara ripete quindi i concetti espressi, e non può che concludere con l’idea che non doveva fare entrare quella persona piena di peccato nella sua vita, persona che ora è andata via e che non rimpiange, così come non rimpiange le sue bugie e i suoi continui segreti malcelati. I live ci mostrano versioni fedeli a quanto sentito su disco, riproposte con perizia per un pubblico esaltato dalla performance: ecco quindi melodie  e groove pulsanti riff circolari e batteria battagliera nel primo brano, mentre l’anima più groove esce nei due successivi, forse ancora più roboanti in sede live, come nei ritornelli secchi del secondo e nelle raffiche a mitra del terzo, dove sopravvivono anche i fraseggi dalle scale altisonanti e le parti più dissonanti ed oscure. I Could Care Lesssi apre con il pubblico acclamante dopo il quale parte il fraseggio melodico ammaliante e dalle punte squillanti, sul quale poi si organizzano colpi di chitarra propulsivi e la voce pulita di Fafara; grazie al drumming cadenzato si crea un senso di energia sonora che sale, mantenendo però la melodia iniziale è sempre presente. Al trentottesimo secondo le chitarre si danno ad un riffing più diretto ricco di giri rocciosi, sul quale si organizzano varie contrazioni; Il suono si fa poi ancora più diretto con un groove greve che lascia il passo ad un loop sega ossa con rullanti di batteria; al minuto e diciannove si guadagna una maggiore velocità con il ritornello reiterato con enfasi da Fafara, mentre le chitarre perseguono dirette e il drumming si fa pestato. Si continua poi familiari riff circolari contratti da breve pause, che creano un movimento roccioso e sincopato che si ripropone in una sequenza trascinante; ecco che al minuto e cinquanta uno stop segna il ritorno del fraseggio melodico iniziale, sul quale ancora una volta ripartono le chitarre taglienti e la batteria cadenzata. Proseguiamo con le bordate insistenti e i rullanti di batteria, fino alle impennate dirette dove il cantante ripete ossessivo il ritornello accompagnato dalla ritmica battagliera; nuove scale vorticanti si aprono al secondo minuto e trenta, portando avanti il brano con il groove ripetuto interrotto solo da brevi pause. Si ripropone quindi il fraseggio portante, sul quale compaiono ad intermittenza bordate improvvise in un andamento nervoso che poi si libera in un riffing diretto con drumming diretto; ecco il finale con scariche sonore imperanti e rullanti che chiudono poi il tutto con un’ultima cavalcata lanciata che si consuma lasciando poi spazio alle esclamazioni del pubblico, che seguono l’incoraggiamento di Fafara a fare casino. Hold Back The Dayripropone i suoi suoni metallici in salire, qui quasi industriali, mentre Fafara incita il pubblico, così come poi il fraseggio di chitarra portante; ecco quindi i feedback squillanti, riproponendo l’effetto in salire della composizione. Partono poi una serie di chitarre rocciose e robuste accompagnate da rulli di batteria, i quali più evolvono in una corsa con melodie vorticanti che prende sempre più energia; Fafara interviene con le sue vocals aggressive, mentre in sottofondo si organizzano giri circolari di chitarra ripetuti. Si crea poi un movimento sincopato dal largo respiro, il quale ci accompagna fino ai fraseggi squillanti del minuto e venti, che creano una melodia sottile e ripetuta. Si torna poi alla cavalcata diretta di rullanti di pedale e loop taglienti di chitarra severi, sui quali il cantante delinea il suo ritornello feroce; i groove discordanti riprendono posto insieme ai ritmi di drumming forsennato. Ritroviamo le alternanze precedenti con parti più picchiate, e fraseggi quasi spettrali che mantengono la componente melodica; largo quindi ancora al ritornello lanciato ed esaltante, per un pezzo abbastanza diretto ed immediato, ricco di adrenalina. Al secondo minuto e cinquanta ci si ferma con una serie di bordate taglienti di chitarra che fanno da cesura con un temporale sonoro di grande potenza: ecco quindi una marcia a moto sega con batteria cadenzata e cantato quasi in un mantra gutturale. Riprendono posizione le melodie vorticanti, prima del ritorno del ritornello trascinante; il finale vede nuove impennate rocciose sulle quali Fafara declama il testo, in un effetto ottimo che viene improvvisamente bloccato dalla chiusura del brano, lasciando spazio al pubblico esaltato e alle incitazioni di Fafara. Ripped Apart parte dopo la presentazione di Fafara, grazie ad un riffing a moto sega che si sviluppa nei suoi giri taglienti; ecco subito dopo un montante roccioso, che poi conosce la compagnia di un drumming pestato, mentre il cantante continua ad incitare il pubblico. Non mancano evoluzioni thrash dove fraseggi squillanti si aggiungono alle vocals profonde di Fafara mentre la ritmica si fa tribale ed incalzante, Ci si apre quindi ad impennate decise che sottolineano gli andamenti del cantante; si ha quindi una cesura con digressioni rocciose raccoglie tutta l'energia con un ritornello ritmato che va sempre più diventando aggressivo. I rullanti di batteria e giri sega ossa di chitarra fanno da costante nel brano insieme ai fraseggi esaltanti che mantengono un atmosfera appassionante, mentre il drumming si apre a duri colpi di piatti; la linea melodica è mantenuta dai suoni squillanti, prima di lasciare il passo a nuove bordate. Si ripete la cesura già incontrata, che ancora una volta degenera in una cavalcata martellante e pestata che aumenta al tensione del brano. Al secondo minuto e dodici troviamo una sezione più ariosa giocata sui battiti a marcia della batteria e su fraseggi ripetuti in sottofondo, creando un andamento che poi si fa più energico grazie a riff rocciosi di sana scuola tharsh; il risultato è un groove trascinante, potenziato in seguito dalle grida di Fafara sincopate e urgenti come le chitarre discordanti; largo quindi ad evoluzioni tecniche e a giochi geometrici di chitarra, mentre il cantante libera tutta la sua ferocia in grida disumane e fraseggi alieni tagliano il pezzo in sottofondo. Essi prendono poi il sopravvento mentre il cantante recita sofferto e in pulito il testo, fino a consumarsi in un grido ed un feedback noise che va a scemare in dissolvenza, chiudendo questa versione del pezzo. 



Tirando le somme: un disco di groove metal che si affianca al metalcore e al neo thrash di inizio millennio, ma che non si adagia nella copia, rielaborando il tutto in qualcosa che va oltre la somma delle parti. Dal passato nu metal Fafara conserva un certo gusto per la libera contaminazione e struttura, largo quindi ad arpeggi post punk e dark, parti tecniche e progressive, ritmi spezzati, bassi grevi, dissonanze ed accordature basse, così come a sani assalti diretti fatti di chitarre rocciose e drumming pestato; i pezzi si permettono di essere ora concisi e semplici, ora più elaborati, piazzando qualche sorpresa la dove l’ascoltatore non se lo aspetta, mantenendo alta l’attenzione e allontanando la noia. Non è nella natura del nostro indugiare troppo nell’elaborazione, quindi ogni brano è adatto alla sede live e non sfocia mai in sperimentazioni intellettuali o complicate; allo stesso tempo però Fafara è abbastanza furbo da evitare la semplicità estrema di alcuni episodi del passato, incorporando gli elementi prima citati, o presentando sempre alcuni giochi di alternanza ben calibrati. Il merito va comunque anche ai compagni di squadra, musicisti capaci e professionali che eseguono in modo impeccabile le proprie parti, e anche alla produzione di Colin Richardson, esperto di certi suoni, mai troppo sporca o troppo patinata, adatta ad un suono urbano che non vuole ne alienare il pubblico più mainstream, ne rinunciare ad una buona dose di robustezza; un equilibrio totale insomma che fa la fortuna dei Devildriver, aprendo le porte per lo sviluppo del gruppo. La lezione viene imparata ed assorbita, e riusata, in chiave ancora più violenta, nel successivo “The Last Kind Words” il quale incorpora anche elementi melo death nel suono e irrobustisce le parti thrash e dona anche assoli  dal gusto classico; uno sviluppo insomma tutto in divenire che è in corso e che vivremo di recensione in recensione. Il viaggio è solo all’inizio!


1) End Of the Line    
2) Driving Down The Darkness       
3) Grinfucked
4) Hold Back the Day           
5) Sin & Sacrifice
6) Ripped Apart       
7) Pale Horse Apocalypse   
8) Just Run    
9) Impending Disaster         
10) Bear Witness Unto        
11) Before The Hangman's Noose  
12) The Fury Of Our Maker's Hand

Bonus Track edizione limitata:

13) Unlucky13
14) Guilty As Sin
15) Digging Up The Corpses
16) I Could Care Less (live)
17) Hold Back The Day (live)
18) Ripped Apart (live)

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