DEVILDRIVER

Pray For Villains

2009 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
12/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Prosegue la nostra analisi della discografia degli americani DevilDriver, ormai gruppo principale a pieno titolo di Dez Fafara, leader dei Coal Chamber, gruppo quest'ultimo rimasto inattivo fino al 2011; siamo nel 2009, anno d'uscita del loro quarto lavoro "Pray For Villains - Prega Per I Cattivi", dove la line up rimane quella precedente con il già citato cantante,  John Boecklin (chitarra, batteria, basso), Mike Spreitzer (chitarra, basso), Jon Miller (basso, chitarra) e da Jeff Kendrick (chitarra), lavoro prodotto presso i The Edge of the Earth Studios di Los Angeles da Logan Mader, passato chitarrista di Machine Head e Soulfly. Il disco espande il suono presentato in parte nel precedente "The Last Kind Words", il quale incorporava influenze melo death nel groove metal dai connotati thrash della band; alcune inesattezze e ripetizioni nel songwriting minavano il lavoro appena citato, mentre ora sembra che i nostri abbiano trovato finalmente una nuova via coerente e completa. Le influenze del death melodico di stampo svedese sono ora del tutto incorporate e digerite, e a livello sonoro non è difficile pensare  a gruppi come gli Arch Enemy del secondo periodo o gli ultimi At The Gates; non vengono comunque abbandonati gli elementi groove e metalcore, così come certe parti e stacchi tecnici e progressivi che fanno spesso da contro bilanciamento a sfuriate al cardiopalma, mentre ci si distanzia ancora di più dal passato nu metal di Fafara, il quale migliora anche dal punto di vista vocale, offrendo una performance più cupa e rabbiosa. Per il resto troviamo, come spesso accade con i nostri, vari elementi mutuati da tutta l'esperienza metal: assoli e melodie heavy, panzer thrash, rallentamenti vagamente doom, e quanto può essere usato per un songwriting variegato e moderno, comprese alcune dissonanze e claustrofobie care a Fear Factory e Meshuggah, e stacchi melodici che rimandano ai Machine Head. Chi ancora odia la band e la considera rappresentante di un metal "falso" non cambierà qui certo idea, ma i loro fan troveranno un gruppo più robusto rispetto al recente passato, il quale ha imboccato definitivamente una nuova via che lo porterà ad affermarsi sempre di più come un nome importante della scena "commerciale" americana e non solo; tanto che quando nel 2011 i Coal Chamber torneranno in attività (pubblicando però solo quest'anno nel 2015 il loro ritorno effettivo) saranno loro ad essere influenzati dal suono dei DevilDriver, e non viceversa come avveniva agli inizi del gruppo qui recensito. Una sfida vinta insomma da Fafara, il quale prosegue imperterrito per la sua strada, sicuro di quanto raggiunto, e di quanto vuole ancora creare.



Si parte quindi con la "Title Track" e con i suoi fraseggi oscuri pieni di atmosfera incalzante; rullanti di batteria fanno al loro comparsa, mentre al decimo secondo si aggiungono riff ripetuti in giri decisi. L’energia sale con rullanti di pedale e passaggi taglienti, fino al ventiduesimo secondo; esplodono dunque vocals rauche e terremoti ritmici, mentre si libra un motivo dalla melodia ossessiva. Eccoci ora in piena cavalcata, gestita grazie a bordate squillanti, cantato aggressivo e colpi di batteria feroce in doppia cassa; al minuto e sette parte il ritornello basato su fraseggi vorticanti e cadenzati, uniti a melodie tetre e alternanze tra screaming e riverberi in pulito. L’atmosfera è apocalittica, urbana, ma vicina a certe soluzioni di scuola Fear Factory in chiave meno cibernetica; al minuto e quarantotto riprende la cavalcata sincopata che movimenta il pezzo spingendo al composizione in avanti. Tornano quindi muri di rullanti di pedale e severi motivi, mentre ecco che riesplode il ritornello oscuro dai fraseggi epici e dalle alternanze vocali; al secondo minuto e ventinove il tutto si libera in una marcia rocciosa che macina tutto sul suo cammino. Al secondo minuto e cinquanta la scena è dominata dalla batteria spacca ossa e dai riff frenetici a sega elettrica, che raggiungono vertici quasi death, evolvendo poi in bordate distorte che spezzano il ritmo in modo convincente; al terzo minuto e diciannove esultanze campionate accompagnano blast e rullanti di pedale, mentre le chitarre corrosive proseguono in suoni dilatati ed evocativi; la chiusura è affidata quindi all’ultima ripetizione del ritornello, che termina il tutto all’insegna delle melodie già incontrate. Il testo descrive al figura di una sorta di anti eroe, probabilmente Fafara stesso, a cui alla fine le persone si rivolgono, deluse da coloro che consideravano eroi; il sangue cattivo è spalmato sull’autostrada insanguinata, mentre il nostro si dichiara fratello d’arma di un altro, pronti a sistemare tutto a modo loro, a farlo ora, senza aspettare troppo o esagerare, superando il passato e concordando di non concordare. Ogni dispiacere ha la sua causa, e la coscienza altrui non è libera, nei giorni caldi d’estate, nel sobrio settembre, questo era dedicato all’altra persona; Fafara si dichiara il custode del suo fratello, mentre tutto è ciò che sembra, e lui è un forte rivale, un amaro nemico, un migliore amico, fino alla fine, l’uomo che gli altri vorrebbero essere. "They pray for villains, When their heroes let them down, They pray for villains, When their heroes let them down, Let them down! - Pregano per i cattivi, Quando i loro eroi li deludono, Pregano per i cattivi, Quando i loro eroi li deludono, Li deludono!" prosegue il testo, mentre gli oceani incontrano il cielo, e ci si chiede se nell’ora della morte, l’altro sarà vicino; viene quindi ripetuto quanto finora visto, concludendo con una benedizione delle strade interrotte, mentre si torna a casa, frastornati dal suono di tutto ciò che crolla, mentre si cammina per la strada spezzata. Un testo come spesso accade con il nostro astratto, interpretabile, ma legato ad una chiara volontà di esprimere la propria visione della vita. "Pure Sincerity - Pura Sincerità" è introdotta da un riffing severo di matrice thrash, sul quale si stagliano cimbali cadenzati in un gioco contratto ben riuscito; al diciottesimo secondo la doppia cassa si unisce a tecnicismi squillanti in una marcia progressiva che risulta allo stesso tempo colossale e minacciosa. Al trentacinquesimo secondo partono nuovi giochi di chitarra e batteria, raccogliendo l’energia prima di aprirsi in una galoppata imperante dove la voce aggressiva, ma capibile di Fafara trova perfetta collocazione; al minuto e dieci il drumming segna il passo del ritornello, dove i giri di chitarra spezzati concorrono all’effetto contratto che domina il pezzo. Ecco quindi che i loop si ripetono insieme ai muri ritmici, salvo poi al minuto e trentasei riaprirsi le bordate alternate dal gusto tecnico; si torna quindi ai riff marziali dal gusto thrash, mentre il drumming striscia cadenzato e Fafara grida la sua lezione. Non manca poi il ritorno dei ritornelli accattivanti e delle contrazioni, così come dei rullanti di pedale e dell’atmosfera sostenuta che crea l’impianto del pezzo; chitarre rocciose proseguono in ripetizioni, sino all’impennata ritmata del secondo minuto e trentasei coadiuvata dai piatti di batteria. Al secondo minuto e quarantacinque con sorpresa si cambia con un fraseggio melodico di matrice progressiva, il quale sale con giri tecnici  dall’atmosfera grandiosa e delicata, dove non mancano però sgommate di chitarra; al terzo minuto e sette un suono tetro fa ad cesura, ma presto un riffing unito alla batteria martellante riprende la velocità: essa  esplode del tutto con un cavalcata bellica giocata su chitarre-panzer e drumming massacrante.  Al terzo minuto e trentotto il suono si fa leggermente più arioso nel ritornello ammaliante, dirigendosi dritto grazie anche alla ritmica senza fronzoli, mentre nuovi suoni squillanti si stagliano in sottofondo; riff ossessivi si uniscono a riverberi vocali in una sezione moderna e potente ricca di groove molto debitrice dei Machine Head sia nella musica, sia negli andamenti vocali. La conclusione è affidata ad un attacco di rullanti e voce rauca unite ai fraseggi notturni, sino al feedback finale; un altro brano energico che presenta un gruppo in forma e più fresco a livello di songwriting rispetto al lavoro precedente. Il testo è un inno alla sincerità sempre e comunque, che piaccia o meno a chi riceve la verità da parte del nostro; morire è facile, è vivere che è difficile, mentre sentire ciò che si teme è disturbante, in un regno di terrore nel freddo. La pura sincerità è ciò che ha salvato il protagonista dalla follia, come viene più volte ripetuto; "Questions asked, the answers come quickly, Remorse can be so dangerous, Wolf in the fold, terror within, Out in the cold - Domande fatte, le risposte arrivano veloci, Il rimorso può essere così pericoloso, Il Lupo nel gregge, terrore dentro, Fuori nel freddo" prosegue il testo, mentre diamo a tutti ciò che vogliono, e si ricorda delle cose che lui è, ciò che è diventato, le ali d’onore, che lo rendono figlio di un padre. Non sa se rimarrà dov’era una volta,  se potesse lo farebbe, mentre le cose che verranno, dovranno venire dal cuore; sono queste cose ombre del passato, si chiede, o ombre del futuro, chiedendosi anche dove andare. Vengono poi reiterati i concetti già espressi in un testo che pone molte domande retoriche, in una ricerca del significato del passato, e del futuro, offrendo dalla propria solo una pura sincerità. "Fate Stepped In - Il Fato Si E' Intromesso non perde tempo e dopo dei rullanti introduttivi si mostra con un fraseggio tagliente accompagnato da piatti di batteria; esso evolve poi in bordate ripetute ed effetti squillanti, ma presto si configura in una cavalcata sulla quale si uniscono sezioni spacca ossa di batteria e urla di Fafara. Al trentacinquesimo secondo prende posto una galoppata thrash dai riff rocciosi e dalla batteria tecnica,  la quale instaura una marcia bellica potenziata dalla vocals effettate del nostro; presto parte il ritornello aggressivo che chiama in mente gli Static X più belligeranti, bilanciato perfettamente dai rullanti di drumming. Al minuto tutto torna più contratto, ma sempre altamente tellurico, non risparmiando bordate al fulmicotone e accelerazioni improvvise; l’atmosfera generale è più sostenuta rispetto a quanto siamo normalmente abituati con i nostri, mostrandoci uno degli episodi più feroci non solo del disco, ma anche della loro carriera. Al minuto e trentacinque si prosegue con una corsa dal groove marcato, dove la ritmica si divide tra parti dirette e impennate feroci; ecco che torna poi il riffing roccioso sul quale Fafara prosegue con la sua voce assassina. Le alternanze prima notate riprendono posto nel ritornello altisonante e grandioso, il quale si mantiene ritmato ed accattivante pur nella sua aggressività;  partono quindi la batteria martellante e falcate di chitarra,  collimando nel secondo minuto e cinquantatre. Qui i nostri ci sorprendono con un fraseggio progressivo accompagnato da piatti dilatati ed echi, il quale poi rimane protagonista di una melodia ripetuta, sulla quale prendono piede nuovi riff rocciosi; ecco quindi che tutto esplode con un motivo che riprende la melodia velocizzandola, mentre la batteria si da a giochi tecnici e rullanti, e Fafara si dispiega in una parte pulita con echi distorti, appoggiata su suoni dalle scale delicate. Ma la natura del pezzo è mutevole, e al terzo minuto e cinquantadue epici attacchi thrash/death prendono il controllo, lanciandosi poi in una doppia cassa assassina, interrotta però presto da una cesura con chitarre evocative e piatti cadenzati; torna ora il motivo progressivo dalle note armoniose, accompagnate da colpi secchi di batteria e arpeggi acustici. Il tutto si protrae consumandosi poi con una dissolvenza subacquea che chiude in modo inaspettato un episodio molto completo, che vede un inizio violento e una seconda parte più calma e sperimentale, confermando un trovato songwriting che pesca di nuovo dalla materia rock e metal anche all’interno dello stesso pezzo. Il testo verte sul destino, le sfortune, e il saper contrastare la malasorte con i fatti; spacciatori ed insetti creano una sorta di cantilena, versando sudore e birra il nostro ha delle ossa da gettare. Non è un segreto, e i segreti non vengono comprati e venduti, bisogna pagarli con l'anima e il cuore; siamo tutti schiacciati da una mano, quindi dobbiamo alzare la testa fuori dalla sabbia, mentre un leone mangerà il cuore, e un serpente si arrotola, e ci chiediamo cosa volevamo ottenere. Insieme a ciò, cavalca una persona con un grande destino, mentre il fato è intervenuto per dare una mano, che però sembra più un richiamo dalla tomba; "Potions, oils, insects, Their chants, charms, Blood sweat and beer, I've got bones to throw -  Pozioni, olio, Insetti, la loro cantilena, incantesimi, Sangue sudore e birra, ho ossa da lanciare" continua ossessivo il testo, che poi ripete le parole precedenti come in un mantra. Non abbiamo potere, e siamo come legati sotto il Sole, mentre avvoltoi volteggiano su di noi; l'inevitabilità del destino si scontra con il nostro volere, in una lotta costante e difficile, dove però non dobbiamo mai cedere. "Back With A Vengeance - Ritornato Con La Vendetta" ci accoglie con un assolo classicheggiante dai giri notturni, il quale si accompagna presto alla batteria cadenzata e ai giri di chitarra severi; al ventitreesimo secondo parte una galoppata ritmata dai colpi secchi di batteria e dai riff taglienti con melodia atonale. Al trentottesimo secondo una breve cesura giocata sulla batteria crea una marcia sulla quale Fafara compare con le sue vocals aggressive, mentre chitarre squillanti instaurano atmosfere aliene e acide; ecco che si prende energia con fraseggi dalle scale tecnica, collimando nel minuto e sei. Qui prende piede la cavalcata sincopata che fa da ritornello spingendosi in avanti con pulsazioni ritmiche e bordate ossessive di chitarra mentre il cantante si da ad un esibizione feroce; presto si rallenta però con una nuova marcia dai connotati quasi doom, strisciante e lisergica, rafforzata da rullanti e panzer di chitarre rocciose. Si passa quindi a suoni squillanti, fino a liberarsi di nuovo il ritornello ritmato; su molti fronti il sound urbano sembra riprendere il passato del nostro e riproporlo in una versione “2.0”, ma il tecnicismo mostrato è tutto frutto dell’evoluzione raggiunta negli anni. Si continua quindi con vocals effettate e bordate accattivanti in una marcia trascinante; al secondo minuto e quattro si libra una falcata dilatata, dove la batteria colpisce e le chitarre creano loop taglienti. Al secondo minuto e ventinove tornano assoli tecnici dalle scale articolate e squillanti, completando il quadro in un crescendo che si protrae  a lungo; una breve cesura segna il ritorno al ritornello sincopato dove il drumming pestato fa da struttura, mentre riff rocciosi e vocals in riverbero s’intrecciano sino all’impennata finale in doppia cassa, che chiude repentinamente il brano. Il testo tratta del tema della vendetta, non certo inedito o alieno alla persona di Fafara; molti dicono che egli è tornato con una vendetta, ma non è mai sparito, come un segugio segue l'odore della paura. Danneggiato e sconvolto, con il tempo egli pareggerà i conti; "Don't start thinking that you've got the best of me. I've got some news for you, you ain't seen the last of me, no! Don't start thinking that you've got the best of me. I've got some news for you, you ain't seen the last of me, no! - Non pensare che hai la meglio su di me. Ho delle novità per te, non mi hai visto per l'ultima volta, no! Non pensare che hai avuto la meglio su di me. Ho delle novità per te, non mi hai visto per l'ultima volta, no!"  declama perentorio il testo, mentre si prosegue con un piede all'Inferno, e uno sulla strada, e non importa cosa si è detto, perché la vendetta non è morta. Non è l'ultima volta che sentiremo di lui, egli ha aspettato per molto tempo, perché sa che il tempo è dalla sua parte; ma non attende il futuro, il tempo è ora, rimanendo dalla sua parte. Non dobbiamo mai osare pensare che sia finita, perché sentiremo ancora parlare di lui; un testo semplice, con molte ripetizioni, incentrato con ossessione sul tema del rancore e del servire la vendetta come un piatto freddo, tipico del nostro. "I've Been Sober - Sono Rimasto Sobrio" parte con un arpeggio acustico in salire, delicato e malinconico, ricco di una melodia struggente dal gusto progressivo; al trentacinquesimo secondo rullanti di batteria si aggiungono dando energia, al quale è aumentata poi da giri tecnici di chitarra in un’atmosfera epica. Ecco che al primo minuto parte un riffing spacca ossa dilaniato da colpi secchi di drumming, mentre la voce ultra aggressiva ed effettata di Fafara si da a rime sincopate; le falcate quindi si uniscono alle sue declamazioni in una corsa diretta ed accattivante, dalla chiara matrice groove metal. Al minuto e trentacinque si instaura il ritornello giocate su vocals trascinanti e drumming ben presente, mentre le chitarre tessono la trama sonora in sottofondo, sovrastate però dalla ritmica; tornano all’improvviso i fraseggi sognanti mentre la pulsione ritmica si fa ancora una volta sincopata, in un andamento martellante. Ecco quindi giri diretti e giochi di batteria, prima della ripresa del controllo da parte dei riff rocciosi e del cantato in riverbero; non ci sorprende la ripresa del ritornello che mantiene tutte le sue caratteristiche prima presentate, collimando però in punte con fraseggi e rullanti di batteria dai muri corrosivi. Al terzo minuto e ventidue sono i suoni progressivi a prendere spazio, insieme ai soliti giochi di batteria; s’instaura dunque un crescendo tecnico dai giri geometrici ed altisonanti, con punte squillanti dal grande effetto. Intanto la batteria prosegue con bordate severe, e Fafara interviene a sprazzi con la sua voce. Al quarto minuto e sette si cambia del tutto registro, e un nuovo arpeggio delicato accompagna la voce in pulito e sognate, la quale poi però evolve in grida che s’incastrano sui fraseggi squillanti, mentre i cori in pulito pieni di riverbero si ripetono; ora percepiamo la dissolvenza che trascina con la ripetizione di questi elementi il pezzo verso la sua conclusione, in una coda struggente ed emotiva che ancora una volta mostra una bipartizione dei brani con conclusioni più meditate ed evocative. Il testo delinea un immaginario di dipendenza, ma anche desiderio di libertà, configurando ancora una volta lo stile di vita di Fafara come quello di un lupo solitario; gli mancano le autostrade, il correre contro il vento, benedicendo coloro che "sotto effetto" sono stati in molti posti, mentre a casa è l'ombra di se stesso, rimuginando, sentendo una croce da portare. Il passato influenza il futuro, e mentre s'invecchia non si cambia dalle vecchie abitudini; essere circondati significa essere in trappola, legati, trattenuti. Portiamo le catene forgiate nella vita, anello per anello; egli è rimasto sobrio per tredici giorni e sette notti, e sa che la prossima volta farà al cosa giusta, mentre cercano di trattenerlo, ma lui risponde no, prende le sue cose, e parte per la sua strada. "Echoes in the dark, new faces bring the sun, Comfort and disturbed, always think the worst, You live and die by your own decisions, You live and die by your own religion - Echi nel buio, nuove facce portano il sole, Conforto e disturbato, pensa sempre al peggio, Vivi e muori secondo le tue decisioni, Vivi e muori secondo la tua religione" prosegue il testo, delineando ancora un inno d'indipendenza; la sobrietà rappresenta il bene, la persona che vuole trattenersi, ma non lui, che segue il suo stile di vita fino in fondo, optando per la libertà. "Resurrection Blvd. -Strada Della Resurrezione" è introdotta da suoni di vento, ma presto un fraseggio prende pende, accompagnato dal basso e da cori spettrali appena percepibili; al diciottesimo secondo si aggiungono riff alternati a sezioni dalle scale epiche e squillanti. Fafara si aggiunge con un cantato gridato altrettanto evocativo, mantenendo alto il pathos della composizione; al minuto e quindici parte un ritornello molto alla Fear Factory, sorretto da riff rocciosi e drumming cadenzato. Una cesura ripropone i suoni squillanti iniziali, sui quali torna poi la marcia ieratica ricca di rullanti e vocals affinate, per una struttura molto diretta e giocata sull’evocazione di un crescendo ammaliante; al secondo minuto e ventidue si libra ancora il ritornello giocato sui loop di chitarre e sui rullanti di pedale, il quale poi si fa ancora più tagliente con fraseggi notturni e impennate improvvise. Si creano così attacchi ripetuti che portano in avanti il brano in una marcia soffocante; ma al terzo minuto s’instaura un nuovo motivo melodico, sul quale le vocals di Fafara concorrono ancora una volta all’epica melodia in crescendo. Non è azzardato parlare di una versione metal dei Muse per certe soluzioni cosmiche adottate nelle chitarre, mentre l’atmosfera generale si mantiene altisonante ed ieratica; loop severi e drumming tirato proseguono fino alla conclusione, segnata da ultimi attacchi di rullanti di pedale e giochi squillanti tecnici che sottolineano al conclusione. Un episodio che aggiunge varietà alle strutture usate, non molto tecnico o giocato su variazioni continue come altri, bensì basato sull’atmosfera e le melodie; un’ennesima conferma di una band in forma che non ha paura di sperimentare, caratteristica già comparsa nei suoi lavori migliori, e ora riproposta. Il testo sembra riferirsi all'omonima serie televisiva americana su una famiglia di pugili, con riferimenti a persone che ne fanno parte, ma può anche essere visto come uno spaccato della vita di Fafara e che hanno un certo impatto su di lui; una lei porta al nostro trementina e aghi, una donna che era sua, e che ama come se lui fosse un vecchio cane, con la testa nella nebbia. Gatti stanno nell'angolo, cani sul pavimento, mentre il telefono squilla, e lei chiede di più, e nello spazio tra i luoghi lui non si sente di meritare nulla, e vuole essere lasciato in pace; "You should have never left me alive, You should have sat and watched me die - Non dovevi lasciarmi vivere, Dovevi sederi e guardarmi morire" declama disperato il testo, chiedendoci se non è dura la vita nella Resurrection Boulevard. Un altro gli porta sorrisi, un suo amico di vecchia data, con cui ridere per ore parlando di cavolate, mentre rimangono i gatti all'angolo e i cani sul pavimento; si ripetono poi le frasi già viste, delineando ancora passaggi probabilmente più chiari se raffrontati con la trama della serie di riferimento, ma che possiamo vedere in maniera generale come spaccati di vita che creano suggestioni che ben si legano alla musica della band. "Forgiveness Is A Six Gun - Il Perdono E' Una Calibro Sei" si apre con un epico riffing dalle melodie minacciose, supportato dalla doppia cassa della batteria; esso avanza con un loop che si ferma solo al  diciassettesimo secondo, dove prende posto un arpeggio sottolineato da riff rocciosi. Ecco che i rullanti di batteria prendono piede, collimando in una corsa ritmata dove le vocals di Fafara s’intrecciano con i riff rocciosi dalle raffiche come di mitra; al cinquantesimo secondo il movimento prosegue, facendosi solo più arioso nelle chitarre, mentre l drumming si apre a giochi di rullanti. Parte poi il ritornello sottolineato da fraseggi combattivi ed atmosferici, instaurando una sezione malinconica dal grande effetto; al minuto e cinquantasette un suono pezzato di chitarra fa da cesura, alla quale seguono ritmi in salire con drumming incalzante e giti di chitarra che alternano cale squillanti. Tornano quindi le atmosfere ariose ed epiche in un ottimo crescendo emotivo, rafforzato da un assolo appassionante dal gusto classico; si continua su queste note fino al secondo minuto e cinquantacinque. Qui un fraseggio serrato contornato da rullanti di batteria fa ad nuova pausa, dopo la quale si incalza con una batteria in doppia cassa, che poi lascia posto nuovamente all’andamento evocativo; giri rocciosi aprono bordate fulminee, in una marcia aggressiva e allo stesso tempo malinconica. Si arriva quindi al finale, dove una dissolvenza lascia posto ad un fraseggio marziale che prosegue insieme ad un arpeggio delicato; esso rimane il solo protagonista della chiusura, sparendo poi nelle nebbie sonore. Il testo ci da un'altra versione romanzata della vendetta sotto forma di una sorta di metafora western; al trentatreesimo grado, all'angolo della strada dei falliti e la via delle tentazioni, sul percorso per la redenzione, fuori dal paradiso, l'orgoglio può essere pericoloso, come sappiamo, un metodo d'esecuzione, una durata cronometrata, ma ci si chiede a che costo. Il perdono è una calibro sei, e il narratore chiede d'insegnargli a sparare con essa, mentre la verità è come un bersaglio mobile; le strade sono da sempre piene di dubbio, liberate, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci porti con se, mentre lottiamo e contiamo i giorni, e gli errori dei nostri modi. "In cold blood, dressed in black, Tombstones and tumbleweeds, Left the dead behind, watched em falling, Let Smith and Wesson do the motherfucking talking - A sangue freddo, vestito di nero, Lapidi e salsole, Lascia i morti indietro, guardali cadere, Lascia che siano Smith and Wesson (famoso marchio di pistole) a parlare fottutamente" prosegue il testo, mentre c'è polvere negli occhi e nelle strade, fucili a pompa e sogni spezzati, e lasciamo dietro i morti, guardandoli cadere, e proseguendo poi con parole già espresse in precedenza, reiterando l'immaginario del testo. "Waiting For November - Aspettando Novembre" è introdotta da una bella melodia sommessa, la quale avanza con arpeggi prendendo sempre più consistenza, sorretta da suoni distorti in sottofondo e cori eterei; al quarantaseiesimo secondo esplode una doppia cassa con grida, a cui segue un trotto dall’andamento melo death decisamente accattivante. Dopo una cesura con giri circolari parte il cantato combattivo di Fafara, a metà tra growl e screaming, sorretto da loop taglienti e un drumming incessante; al minuto e trentotto parte il sinistro ritornello sottolineato da suoni squillanti e prolungati, ripresi dal cantante. Ci si lancia quindi in una cavalcata diretta che completa sempre su connotati vicini a In Flames e Arch Enemy il ritornello melodico; segue una pausa sempre con giri circolari, dopo al quale riprende l’attacco di doppia cassa e riffing serrato. Non manca molto però alla ripresa dei movimenti precedenti, con fraseggi squillanti ed esplosioni melodiche dal gusto ieratico, sorretti da melodie e vocals feroci; al secondo minuto e quarantadue s’instaura una sezione ariosa ed evocativa giocata sulla velocità e sulle costruzioni melodiche di chitarra, delineata da alcuni rullanti. Si aggiungono quindi assoli struggenti sulla doppia cassa, in un effetto dal grande respiro, evolvendo in bordate tecniche sempre più elaborate; si tratta sicuramente dell’episodio più direttamente debitore del sound di Gothenburg, che non lesina su melodie ed effetti avvincenti. Ecco quindi che dopo un effetto da studio si riprende con la cavalcata, lanciata grazie a chitarre, batteria, e voce di Fafara; al quarto minuto e cinque dei riff rocciosi fanno da cesura, sulla quale si stagliano le vocals effettate di Fafara. Largo quindi ad una marcia pulsante giocata su bordate squillanti e colpi secchi di batteria, la quale va scemando in dissolvenza insieme al cantato tagliente, terminando così il pezzo;  uno dei momenti migliori di tutto l’album, ben strutturato e particolarmente piacevole. Il testo è un eulogia per la madre della moglie di Fafara, morta di recente all'epoca della pubblicazione del disco; un dolore chiamato in ogni altro modo, è la morte prima del suo tempo dovuto, mentre la moglie è sopravvissuta e ce l’ha fatta, ma dentro la perdita è sepolta in profondità, con ciò che ha dovuto passare al funerale, e ci si chiede come abbia fatto a seppellire la sua creatrice. Si prende cura, molta cura, notando come la madre di lei sembri stupenda al suo funerale, vestita e sistemata al meglio, mentre la figlia la mette in riposo eterno; si ricorda la sua fede nella vita, come lo ha aiutato molte volete. "Waiting for November, trying to make you smile, A birthday shared by two, scorpio child - Aspettando novembre, provando a farti sorridere, Un compleanno condiviso da due, scorpione e bambino" prosegue il testo, ricordandoci poi ancora quanto fosse bella al suo funerale, e come sia stata messa in riposo in un luogo lontano. Un testo commemorativo molto legato al privato di Fafara, molto meno criptico e interpretabile di altri, ma sempre a cuore aperto; il tema della perdita diventa universale, richiamando il lutto e la visione del dolore altrui. "It's In The Cards - E' Scritto Nel Destino" parte con un fraseggio strisciante contornato da piatti dilatati; al diciottesimo secondo partono bordate ritmiche che avanzano come una corazzata fino al trentaseiesimo. Qui cimbali e riff trattenuti fanno da cesura, prima di aprirsi in una galoppata; su di essa compaiono le vocals cadenzate di Fafara, completando perfettamente l’andamento. Al minuto e quattro il suono si fa più spesso e diretto con cassa dritta e melodie di chitarra; ecco però una pausa strisciante con parlato, a cui segue una marcia quasi doom dai suoni rocciosi. Un’altra pausa anticipa la ripresa della galoppata controllata, giocata su loop ossessivi, cantato altisonante e drumming sicuro; riprende quindi il ritornello dagli andamenti accattivanti, presto interrotto di nuovo da una suite parlata. Largo quindi a riff rocciosi e contratti, dal groove imponente, unito alle grida effettate di Fafara che declama le linee del ritornello con grande effetto; al secondo minuto e cinquantacinque parte un arpeggio melodico, a cui seguono assoli classici dalle melodie malinconiche, supportate da piatti e batteria cadenzata. Si prosegue con le evoluzioni di chitarra dal sapore heavy fino al terzo minuto e quarantuno; qui riprende il trotto marziale, che si protrae   fino  al quarto minuto. La conclusone è segnata quindi da un fraseggio con riff epocali, cantato appassionato e drumming preciso; le ultime note sono lasciate ad una bordata pulsante che costituisce il gran finale. Il testo tratta del destino è della vita selvaggia di Fafara, gestita sempre secondo le sue regole; tra la testa e le mani, deve esserci per forza un cuore, il tempo e lo spazio sono illusioni per gli uomini, mentre abbiamo un piede nella tomba e uno all’inizio del percorso, andando contro il vento e vivendo la notte. A volte siamo tutti sospetti come ladri, ma il nostro sa che non è giusto; è scritto nel destino, scritto nelle stelle, segnato sui muri dei bar, dove dimorano demoni. Il nostro ottiene cicatrici in risse con coltelli, ossa rotte nelle braccia mentre schivava colpi di pistola, ma è la Luna da predatore a essere in cielo e presto lui sarà andato, mentre viene guardato come da una capra con un sorriso deviato; "There's another motherfucker wants a fist fight, Bringing knives to a gun fight - C'è un altro bastardo che vuole lottare con i pugni, Porta coltelli ad uno scontro a fuoco" annuncia il testò, mentre poi vengono ripetute le parole precedenti reiterando i concetti espressi, dandoci un panorama della vita di Fafara; è il suo destino vivere in modo selvaggio, consapevole dei rischi e della violenza, ma incapace di tirarsi indietro. "Another Night In London - Un'Altra Notte A Londra" incalza con giri di chitarra e tamburi i apertura, per poi partire al diciassettesimo secondo con una galoppata diretta con vocals aggressive di Fafara e giri ripetuti di chitarra supportati dai rullanti; ecco un ritornello cadenzato che si apre in una corsa sorretta dalla media molto “western” sulla quale il cantante si da ad un cantato effettato molto aggressivo. Si susseguono poi falcate terremotanti, delineate da doppia cassa, prima dell’introdursi di giri e colpo combattivi; si torna quindi al ritornello con introduzione ritmata e sfoghi incalzanti con giri dissonanti e grida feroci, con un andamento incalzante che trascina l’ascoltatore. Una sequenza di riff rocciosi si protrae per poi darsi a giochi di bordate contratte e cassa dritta, sulla quale si organizzano suoni di chitarra severi; si ripropone per la terza volta il ritornello, prima contratto, poi lanciato in un boogie contagioso che fa da perno al pezzo. Arrivano al secondo minuto e quarantaquattro nuovi giri squillanti sui quali Fafara rilascia le sue grida; siamo quindi arrivati alla conclusione improvvisa del breve pezzo, segnata da ultimi colpi di batteria. Un episodio diretto e trascinante che vola in un attimo con i suoi ritornelli ripetuti, mostrando un lato più “southern” del suono dei nostri, arricchendo il songwriting; impossibile rimanere fermi con un suono del genere, fatto per far muovere l’ascoltatore. Il testo parla delle notti selvagge passate da Fafara nella capitale inglese mentre si trovava li; ci si sdraia sul giardino, sentendo un martello, una bocca della follia, e guardando un raccoglimento malvagio nelle strade di pietra sotto cieli grigi, mentre arrivano le notti, che parlano di diavoli travestiti. Ci vogliono persone come gli altri, per creare persone come il nostro, arrivando ad una ribellione mentre la notte è giovane a Londra; "Shadows of light, not a glimpse of the sun, Going 'til morning, 'til the battles won, Streets of stone, underneath the grey skies, Nights come, they speak of devils in disguise - Ombre della luce, nessuno sprazzo di Sole, Continua fino alla mattina, fino a che è vinta la battaglia, Strade di pietra, sotto cieli grigi, Arrivano le notti, parlano di diavoli travestiti" prosegue combattivo il testo, ripetendo poi la parte precedente. Ma ecco che esplodono dei colpi, il suono di una nuova generazione, che interrompe qualsiasi tentativo di rivoluzione; niente futuro quindi per nessuno, parlando probabilmente con sarcasmo del pericolo di morte in uno scontro a fuoco. Non è chiaro se si riferisca a vere esperienze, ma il quadro è come sempre uno fatto di una vita all’insegna del pericolo costante , e Fafara non è certo restio a dare questa immagine di se stesso;  un altro episodio quindi carico di tensione lirica e spavalderia, nello stile dei DevilDriver. "Bitter Pill - Pillola Amara" parte con un riffing in salire, il quale prende sempre più consistenza; al quindicesimo secondo le chitarre si fanno ancora più rocciose, fermandosi solo con una cesura in fraseggio. Dopo di essa troviamo montanti ritmati, sottolineati da melodie ariose e rullanti di batteria; riparte quindi il motivo iniziale dal gusto progressivo, sul quale poi compaiono le grida feroci di Fafara.  L’unione di melodia e ferocia è mutuata dalla scuola svedese, così come la corsa ritmata del minuto e nove, al quale delinea un ritornello veloce ed energico; ci si ferma per qualche secondo con il fraseggio iniziale unito ad effetti da studio, dopo il quale inizia una serie di montanti memorabili di chitarra. Al minuto e quaranta la ritmica si fa pulsante, lanciandosi poi nell’andamento familiare con doppia cassa, urla del cantante e fraseggi melodici; si libera ancora una volta la corsa frenetica, dove chitarre e batteria si fondono in un attacco unico. Al secondo minuto e venti un nuovo effetto segna una pausa, dopo la quale riprende la galoppata pulsante dove Fafara ripete il ritornello; si rallenta di seguito con una coda più evocativa e dilatata, giocata su piatti e giri rocciosi. Ecco subito una cesura ritmata, giocata su suoni granitici e drumming cadenzato; un rullante anticipa il passaggio ad una nuova corsa urbana con loop decisi e colpi sicuro. Al terzo minuto e ventuno prendono posto assoli vorticanti dalle solite scale elaborate, i quali proseguono consumandosi in nuove scosse di chitarra che sottintendono il fraseggio portante; inevitabile il ritorno a marce ariose ed evocative, sulle quali il cantante prosegue imperterrito. Il finale vede quindi ultime pulsazioni accompagnate alla melodia che lascia il brano così come lo aveva iniziato; un episodio molto melodico ed accattivante che lascia soddisfatti. Il testo parla della routine della vita e dell’andare contro al sistema seguendo le proprie leggi; con gli occhi stanchi ci dirigiamo a casa, mentendo la spada nella roccia, annoiati a morte, mentre l’uomo ricco  porta un peso che il povero sembra ricercare, in una ricerca che è destino. Non se lo aspettava, ed è meglio rappresentare qualcosa, poiché gli altri sono malvagi all’inverosimile, si spezza il cerchio correndo tra le fiamme, mentre si fabbricano bare di ferro indistruttibile; è una pillola amara da ingoiare questa realtà, ma il nostro ripete "I've broke the cycle, after all these years, Death by boredom, not afraid to reveal, What the world is sensing, the chase is certain - Ho spezzato il cerchio dopo tutti questi anni, Annoiato a morte, non preoccupato di mostrare, Ciò che il mondo sente, la caccia è certa" dimostrando di non essere ignaro della cosa. Il silenzio è il suo atto di compassione, con un orgoglio che diventa mondiale, spargendosi tra le due Americhe; un guaritore, un credente, inginocchiato su ginocchia bendate quando arriva al difficoltà, quando più volte lo si spinge troppo oltre. Si ripete varie volte poi quanto questa sia una pillola amara da ingoiare; un ennesimo testo interpretabile, dove Fafara parte dalla sua vita creando immagini che possono essere viste da varie prospettive, di cui lui sa il significato certo nella sua mente, ma che non vuole vincolare ad esso, lasciando libera interpretazione ad altri. "Teach Me To Whisper - Insegnami A Sussurrare" si apre con un suono “radiofonico”, il quale socia in un fraseggio melodico delineato da rullanti e parlata in pulito di Fafara; al ventunesimo secondo parte la doppia cassa con rullanti di pedale, la quale poi si alterna con giri sentiti di chitarra. Ecco quindi l’inizio vero e proprio con una linea melodica epica sulla quale il cantante si organizza con vocals graffianti, e il drumming si mantiene robusto ed incisivo; nuovi muri di rullanti si prodigano, mentre il ritornello è affidato a giri stridenti e rullanti di pedale incalzante. Il tutto ha un’atmosfera melodica quasi “pop”, per il pezzo più leggero e facile di tutto il disco; si alternano quindi le parti più leggere con esplosioni di batteria in doppia cassa, creando brevi terremoti sonori che non cancellano mai i suoni ariosi delle chitarre, i quali trovano spazi propri che danno punte epiche al cantato. Le alternanze si susseguono ripetutamente, mentre le chitarre si aprono a fraseggi stridenti e squillanti; al secondo minuto e dieci un suono distorto si prodiga in bordate che avanzano accompagnate dalla batteria cadenzata  e ritmata. Sotto di essa si sviluppano brevi assoli spettrali, mentre poi abbiamo un fraseggio dalle scale vorticanti; seguono rullanti di pedale uniti a falcate, mentre il cantante declama il ritornello; al terzo minuto cimbali e soluzioni melodiche raccolgono l’energia, prima di lanciarsi in nuove alternanze tra muri di suono e fraseggi melodici lasciati liberi. La coda finale vede alcune bordate ripetute, che si contraggono poi in un gioco tecnico con alternanze di riff rocciosi, il quale si ripete fino alla chiusura; un brano come detto abbastanza diretto e dai toni facili, soprattutto nella sezione iniziale, ma che non rinuncia ad impennate metal. Il testo parla della capacità di controllarsi e non farsi consumare dalla rabbia, recando danno a se stessi; i problemi arrivano, un altro giorno, un’altra decisione, una che porterà conseguenze per tutti, e per questo il nostro chiede di insegnargli a sospirare, perché sente di voler gridare. La rabbia  e l’odio sono i loro remi, la vendetta il loro vascello, quindi dobbiamo essere forti e pazienti e prendere il meglio da una brutta situazione; "This is your conscience speaking, spare your spirit, Trouble is on its way, it's on its way, Teach me to whisper, Cause I feel like screaming, teach me to whisper - Parla la tua coscienza ora, risparmia il tuo spirito, Arrivano i problemi, arrivano, Insegnami a sospirare, Perché mi viene da gridare, insegnami a sospirare" prosegue il testo, ripetendo poi i versi precedenti. Dobbiamo fare attenzione al distruttore creato dall’uomo, la Morte senza freni; dobbiamo quindi essere forti e pazienti, e tratte i meglio dal peggio ; un testo insolitamente “new age” che ci mostra uno sprazzo di maturità di Fafara, che cerca anche di trovare il modo di arrivare al compromesso per poter portare avanti la sua vita senza cadere vittima della rabbia nelle situazioni difficili. "I See Belief - Vedo La Fede" è il finale della versione standard del disco; esso si apre con un rullante dopo il quale parte con riff ritmato supportato nei suoi giri squillanti da rullanti di batteria. Al ventesimo secondo il tutto si apre ad un andamento diretto dal drumming massacrante e dai loop circolari taglienti; i toni si fanno poi ancora più bellici e minacciosi, mentre il ritornello prosegue con i suoi suoni rocciosi, alternati a  corse più dirette. Ecco al cinquantaseiesimo secondo una cesura squillante dai toni severi, dopo la quale ci alterna a nuove tirate assassine a piena corsa, le quali si lanciano potenti in un movimento contratto fatto di alternanze con rullanti ed impennate; giochi tecnici anticipano il ritorno alla corsa al fulmicotone, la quale prosegue fino al minuto e quarantaquattro. Qui ci si lancia in nuove bordate ritmiche, dove Fafara si da alle sue grida; i toni tornano quindi più lanciati con un suono che fonde tendenze classiche con attacchi groove basati su rullanti e chitarre squillanti. Le vocals di Fafara rimangono effettate, mentre la strumentazione pesta senza pietà; al secondo minuto e cinquantaquattro dopo un’impennata di batteria abbiamo un fraseggio tecnico dalle scale elaborate, il quale evolve in toni sempre più squillanti. Intanto il drumming si mantiene pestato, supportando al meglio i suoni istrionici dello strumento a corda; il gran finale è affidato ad un ultima sequenza di bordate, le quali chiudono con energia il pezzo rispettando il modus operandi seguito spesso nel disco. Un episodio veloce ed aggressivo che non aggiunge forse nulla rispetto a quanto già sentito, ma che conferma la capacità dei nostri di generare brani veloci; l riferimento non è qui un genere preciso, bensì un amalgama di stilemi metal fusi in una struttura che rende subito riconoscibili i DevilDriver. Il testo ci da una visione morale della vita dove si pensa ai valori e si sta attenti alle illusioni del denaro e della fama; la Morte galoppa  a tutta forza sul suo cavallo, bruciando ponti, ed è per questo che il nostro mette da parte le cose che lo schiacciano, con una faccia, un giuramento, una verità, sapendo che i soldi facili, vengono da facili virtù. Si passa ad una sorta di preghiera, dove il peccatore canta un tuono silenzioso, nella gioia dell’ascesa cavalcando un proiettile, che non può essere catturato; non c’è metodo nella follia altrui, e per questo sarà un lungo e caldo inverno, Il nostro vede la fede la dove nessuno può, e “Hope dies, better off think of one, Hope dies, these rules are for fools, One face, one oath, one truth, Easy money consorts with easy virtue - La speranza muore, meglio non pensare ad uno, La speranza muore, queste regole sono per gli idioti, Una faccia, un patto, una verità, Soldi facili si legano a facili virtù" ricorda ancora, ripetendo poi come in un mantra i versi precedenti. Il senso è molto figurato, ma è chiaro che entra in gioco la fede cattolica di Fafara, consapevole di cadere spesso nel peccato, ma anche alla ricerca costante di perdono e redenzione; qualcuno può considerarlo ipocrita, ma di sicuro si tratta di una visione sua personale che non ha remore a mostrare anche in alcuni suoi testi, dividendosi tra la vita nella strada, e aspirazioni di elevazione e purezza al di sopra delle vicende materiali.



Bonus Tracks Limited Edition



La prima traccia bonus dell’edizione limitata di “Pray For Villains” è "Self-Affliction - Auto-Afflizione", al quale si apre con un campionamento di rumori di aerei e voci, ma preteso esplode in un riffing diretto e melanconico, giocato su attacchi di batteria pestata, rullanti, e fraseggi dalle scale articolate; al trentacinquesimo secondo una cavalcata drammatica dai ritmi sincopati vede le vocals di Fafara rocciose unite a riff thrash e drumming cadenzato. L’atmosfera è claustrofobica, ma si fa più lanciata grazie a montanti devastanti e aperture ariose nel ritornello delineate da passaggi squillanti; al minuto e ventisette si riprende con la marcia ritmata dove l’andamento strumentale è ripreso dalla voce del cantante. Ancora una volta l’energia si libera in loop distorti che prendono velocità, e il ritornello si delinea con punte squillanti dall’animo dissonante; al secondo minuto e sette prende corpo il ritornello in doppia cassa, il quale prosegue tirato sottolineando i ruggiti di Fafara, ripetuto con fare ipnotico. Al secondo minuto e trentuno suoni meccanici e discordanti fanno da cesura, in un crescendo ritmato da piatti di batteria; su di esso poi compare un riffing granitico e devastante, che si assesta su una corsa potente alternata a giri melodici. Al secondo minuto e cinquantasei partono bordate rocciose che si susseguono in giri incalzanti e drumming cadenzato; la melodia altisonante viene ripresa da un fraseggio che fa da breve pausa. Il ritornello si ripropone al terzo minuto e quattordici in chiave frammentata, slavo poi ripartire in quarta con galoppi ammalianti; giri progressivi si aggiungono all’improvviso con scale tecniche, collimando al terzo minuto e trentanove. Qui all’improvviso si passa ad un arpeggio classico dai suoni struggenti, carico di  atmosfera epica; si esplode quindi in melodie sinfoniche in una chiusura epocale dove la doppia cassa sorregge il tutto con precisione, mentre i riverberi delle rigida di Fafara si fanno sentire. La punta finale è affidata ad un arpeggio effettata che richiama i Fear Factory di Digimortal con il suo andamento liquido; ecco quindi che si spegne così questo ottimo brano, che non sarebbe per nulla sfigurato nell’edizione standard  del disco. Il testo sembra trattare del tema dell’auto danneggiamento, riferito ad una persona vicina a Fafara; le parole non guariscono mai, sono mortalmente irreali, mentre si è grati di essere vivi a malapena, e per sopravvivere si trasforma il dolore in gloria. Quando i terremoti e le parole non arrivano, e tutta la ragione è andata, e la speranza è fuggita, rimane solo il maledetto sanguinare; "You'll never justify, Better, better sanctify, You'll never rectify, Your self-affliction - Non giustificherai mai, Meglio, meglio, santificare, Non rettificherai mai, La tua auto-afflizione" prosegue il testo, e la persona è come un cane randagio riportato al canile, ma che continua a ergersi. Dopo ore e un coraggio da tarda notte, bisognerebbe parlarsi a quattrocchi, poiché il destino ha legato il nostro e la persona a cui si rivolge il testo, considerato un fratello; egli non giustificherà mai, preferendo santificare, piuttosto che rettificare questa auto afflizione, Un altro testo con tematiche personali che riguarda la vita del cantante, ma che può essere applicato a chiunque; il nostro non predica, da solo le sue visioni, esprimendo spesso un senso di fratellanza da branco tipico della sua persona. "Dust Be the Destiny - Polvere Sia Il Destino" esplode con un riffing dai giri circolari in loop e con un drumming pestato, mentre si dispiegano bordate thrash alternate a sezioni più tecniche; al ventitreesimo secondo il cantato di Fafara si unisce ad un andamento sincopato dai colpi squillanti e dai rullanti dilatati, in una struttura contratta ripetuta con effetto ipnotico. Ecco che al cinquantesimo secondo l’attacco si fa ancora più spesso e lanciato, con una batteria martellante sulla quale Fafara prosegue con le sue declamazioni gridate; al minuto e quattro chitarre ariose compaiono, lasciando però poi il posto alle bordate thrash rocciose dal grande impatto. Al minuto e ventitré un montante con rullanti fa ad cesura, dopo la quale riprende l’andamento contratto iniziale, il quale evolve come in precedenza assumendo sempre più potenza; inevitabile quindi al minuto e cinquantasette il ritorno di chitarre epiche, che lasciano il posto ad attacchi spacca ossa basati sulla ritmica secca e sui giri marziali.  Al secondo minuto e sedici bordate squillanti si alternano con potenza, mentre poi rullanti di pedale prendono sempre più piede in un muro di suono; ecco al secondo minuto e trentacinque una cavalcata groove alla White Zombie, seguita da una cesura ritmica. Il finale è segnato da un ultima sequenza di bordate thrash squillanti, che chiude l’episodio diretto con precisione; non un pezzo epocale, ma sicuramente un’aggiunta piacevole per chi già apprezza i brani principali della versione standard del disco. Il testo tratta temi legati alla vita e al viverla, esprimendosi tramite immagini a volte astratte, tipiche di Fafara; correndo al fiume, o al mare, il corpo del narratore viene buttato giù e battezzato, poiché qualcuno è venuto per il suo dispiacere e dolore, tramite il Sole, e per la pioggia. Oltre l’oceano e il nero, fino al mare, un nuovo giorno sorge e la speranza porta il nostro, mentre un buco nella sua testa lascia entrare la pioggia, e non ci sono leggi per gli impavidi; non c’è silenzio per i pazzi, ne aiuto per i pigri, e il nostro dichiara di non aver mai rubato per drogarsi, ne di aver fatto del male volontariamente. "Dirt is what made me, So dust be the destiny, Dirt is what made me, So dust be the destiny - Lo sporco è ciò che mi ha fatto, Quindi che la polvere sia il destino, Lo sporco è ciò che mi ha fatto, Quindi che la polvere sia il destino" ripete il testo, mentre poi camminiamo con una croce da portare, in un gioco duro in cui dobbiamo giocare pulito, rivoltandoci contro la ragione consapevoli che in ogni momento “l’uomo” arriverà per noi; il nostro continua a dire di non aver mai rubato per drogarsi, di non aver mai seguito il flusso degli eventi, e di essere pericoloso perché pensa. Un testo semplice con molte immagini quasi bibliche, nel perfetto stile del nostro; vari sono i riferimenti alla sua vita, che solo lui conosce a pieno, ma l’ascoltatore può fare sue le parole espresse. "Damning the Heavens - Maledicendo i Cieli" è la traccia bonus contenuta anche nell’edizione speciale per la catena Hot Topic del precedente "The Last Kind Words", qui riproposta sempre come bonus; il breve pezzo che non supera i due minuti e un quarto si apre con un rullante in salire accompagnato da fraseggi di chitarra veloci. Al decimo secondo un verso gridato di Fafara fa da cesura, dopo la quale parte un riffing potente sostenuto dalla doppia cassa e dai versi  concitati del cantante; al trentatreesimo ecco che parte il ritornello dal forte sapore groove, caratterizzato da ritmi martellanti di chitarra e batteria, squarciati da alcune falcate. Si continua senza molte variazioni su una linea senza fronzoli fatta di attacchi di chitarra mutuati in riff potenti e batteria sempre combattiva; al primo minuto un verso effettato fa da cesura, dopo la quale (senza molto stupore) riesplode il ritornello precedente, sempre caratterizzato da riff vivaci e ripetizioni ipnotiche. Al minuto e dodici parte una cesura pulsante con batteria cadenzata e rullanti, sulla quale abbiamo una parte parlata evocativa; ecco quindi un ritornello inedito dal sapore melodico dove i giri di chitarra riprendono gli andamenti vocali del cantante. Fraseggi squillanti creano scale tecniche, raggiungendo un apice a cui segue il movimento familiare; ecco che si torna sulle bordate decise, lanciate verso il finale segnato da ultimi giochi di chitarra. Il testo ci offre visioni desertiche autunnali, dal significato astratto e non chiaro, con allusioni a sacrifici e rituali notturni dai rimandi misteriosi ed intimi; è mezzanotte, e nel cielo le stelle diventano vive, e fanno splendere l'anima mentre il deserto chiama il nostro a casa, mentre il peccato è pesante, e la morte lo potrebbe tenere lontano dalla porta, cosa che egli scongiura di non fare. Ci viene chiesto se siamo pronti a morire, se siamo stati consacrati dal sangue purificato, mentre la Luna d'Ottobre è arrivata mai troppo presto, e mentre malediciamo l'Estate, il diavolo entra in noi; "Cold wing sings, dark kiss on her back, His mark upon the bow, guided us along - La fredda ala canta, un bacio oscuro sulla sua schiena, Il suo marchio sull'arco, ci ha guidati nel percorso", e quando seppelliamo la bestia, è meglio se chiudiamo i suoi occhi, e copriamo il suo sangue. Ciò che abbiamo visto prima nelle stelle, e ora nelle carte, laverà via tutto, mentre continuiamo a maledire i cieli, vivendo in questo mondo dove dobbiamo andare avanti; si prosegue quindi con la ripetizione del testo, con l'imprecazione contro il cielo silenzioso, e le immagini di rituali simbolici e sinistri. "Wasted Years - Anni Sprecati" è una cover dello storico brano degli Iron Maiden tratto da "Somewhere In Time" del 1986, disco che all'epoca fece scalpore per l'uso, allora davvero inedito in ambito heavy metal, di guitar synth e di suite sonore abbastanza lunghe e complesse; come nell’originale si parte con un fraseggio tecnico, qui reso in versione più minimale, interrotto al ventiquattresimo secondo da una cesura in riverbero. Ecco che parte il famoso ritornello, dove Fafara usa uno stile che si mantiene vicino a quello melodico di Dickinson, ma aggiunge grida tipiche del leader dei DevilDriver; le chitarre proseguono anche qui in loop, conservando al melodia portante dell’originale mantenendosi fedele ad esso. Al minuto e sedici parte il ritornello, e qui capiamo la vera differenza tra le due versioni; saggiamente Fafara sapendo di non poter ripetere le melodie vocali di Dickinson punta sull’aggressività, supportato dalla strumentazione qui naturalmente più distorta, senza però snaturare del tutto la natura melodica ed accattivante del brano. Al secondo minuto e trenta riparte il fraseggio tecnico iniziale, sul quale si staglia una parte parlata che non compare invece nell’originale; ecco  che esplode una cavalcata tagliente che ci da una versione più aggressiva di quella epica che compare nel brano degli Iron Maiden. Viene qui fatta economia sui tecnicismi rispetto all’originale, conservando però intrusioni di assoli dalle scale tecniche articolate; tornano quindi le rigida di Fafara nel ritornello, le quali ricalcano la melodia strumentale qui più contenuta rispetto all’epicità tipica della band inglese. Si prosegue quindi così, con un drumming controllato che tiene il passo e riff ieratici potenziati dai giri di basso, mentre al quarto minuto e ventidue si aggiunge una doppia cassa naturalmente non presente nella versione primigenia; il finale vede anche qui una riproposizione del fraseggio portante, che scema in un’ultima melodia prima di chiudersi con una digressione. Una cover ben fatta, che certo non raggiunge i livelli d’intensità dell’originale, ma che non fa piangere la sua esistenza; un interessante tributo a delle leggende del metal che forse non sono un’influenza così ovvia per la band in questione, ma che si dimostra sempre imprescindibile. Il testo tratta del non perdere tempo rimandando a domani e rimpiangendo il passato, altrimenti si rischia di aver sprecato momenti preziosi non agendo; dalla costa d’oro fino ai sette mari, il narratore viaggia lontano, ma ora si  ente straniero a se stesso, e che le cose che a volte fa, sia un altro a farle. Egli chiude gli occhi e pensa a casa, mentre un'altra città entra nella notte, trovando divertente come ti manchi solo quando sei lontano da essa, capendo che il tuo cuore li si trova;  "So understand, Don't waste your time always, Searching for those wasted years, Face up... make your stand, And realize you're living in the golden years - Capisci quindi, Non sprecare sempre il tuo tempo, Cercando poi quegli anni sprecati... prendi la tua decisione, E capisci che stai vivendo gli anni d'oro" ci spiega il testo, continuando su come egli abbia avuto troppo tempo a disposizione, pensando a qualcuno che gli crea dolore senza che possa curarlo, e mentre non si trovano le parole è difficile arrivare a fine giornata, desiderando gridare e alzare le mani al cielo. Il viaggio continua, mentre il ritornello viene ripetuto più volte, rafforzando il monito verso gli altri, invitando a cogliere sempre l’attimo; un esempio della poetica dei Maiden traslato in questa cover dove viene mantenuto il testo originale in maniera rispettosa verso la grande band inglese.



Siamo dunque qui di fronte ad un passo avanti per i nostri, che espande il loro suono rielaborando quanto fatto nella loro carriera; il groove metal è ben presente, saldamente unito a tendenze thrash e parti vicine al death melodico,  mentre non mancano le parti progressive che dal secondo album si sono fatte ben presenti nelle composizioni della band. Fafara mantiene il suo stile sincopato, ma ora si fa più aggressivo e cavernoso adattandosi alla strumentazione più sostenuta, e giocando meno sulle alternanze tra pulito e sporco sulle quali si basava spesso in passato; il risultato è un disco di metal moderno non facilmente inquadrabile, che non raggiunge vette di estremismo sonoro, ma che si mantiene sostenuto e pesante abbastanza da rimanere lontano da eccessi “pop” o uscite troppo melense. Il pubblico gradisce, mentre naturalmente chi ormai ha deciso di non considerare la band, non cambierà certo idea con questo episodio; i nostri non perdono tempo, e promuovono il disco presso il Soundwave Festival  in Australia insieme ad In Flames e Lamb Of God, mentre poi suoneranno in Europa con una scaletta molto eterogenea, alternandosi con gruppi come Kittie, Emure e Behemoth. Nel 2010 proseguono con il 'Bound By The Road”  con i Suffocation e i Goatwhore, dimostrando ancora una volta di poter suonare con i gruppi più disparati accogliendo una larga fetta di pubblico metal; arrivano quindi a suonare anche in Svezia e in Inghilterra, completando al promozione del nuovo lavoro, prima di tornare al lavoro sul quinto lavoro “Beast”, il quale tenterà un approccio più aggressivo, perdendo però molti dei punti forti qui mostrati. E’ chiaro che i DevilDriver funzionano al meglio quando alternano sfuriate e momenti epici, riuscendo anche a creare crescendo emotivi non così ovvi nel genere; quando invece sperimentano meno, risultano più ripetitivi e si perdono nel mare di band legate al loro movimento, a metà tra groove e metalcore. In ogni caso il viaggio della band, ormai una realtà consolidata, continua, entrando nel secondo decennio degli anni 2000; e con essi anche noi continuiamo la nostra navigazione nel loro mondo sonoro e della loro discografia che continua tutt’oggi.


1) Pray For Villains   
2) Pure Sincerity      
3) Fate Stepped In   
4) Back With A Vengeance 
5) I've Been Sober    
6) Resurrection Blvd.           
7) Forgiveness Is A Six Gun 
8) Waiting For November   
9) It's In The Cards   
10) Another Night In London         
11) Bitter Pill
12) Teach Me To Whisper   
13) I See Belief          

Bonus Tracks Limited Edition:

14) Self-Affliction                   
15) Dust Be the Destiny                    
16) Damning the Heavens                
17) Wasted Years (Iron Maiden cover)  

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