DEVILDRIVER

Outlaws 'Til the End, Vol. 1

2018 - Napalm Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
30/08/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Tornano i DevilDriver, ormai progetto principale di Dez Fafara dei Coal Chamber, con l'album di cover a tema country "Outlaws 'Til the End, Vol. 1 - Fuorilegge Fino Alla Fine, Vol. 1", nel quale diversi ospiti, ovvero Mike Spreitzer, Austin D'Amond, Neal Tiemann e Diego Ibarra, si uniscono a lui per ricreare in chiave groove/alternative metal una serie di pezzi legati al cosiddetto outlaw country, ovvero una variante del genere dove ritmi rock, folk e country si uniscono a testi di carattere introspettivo. Facciamo il punto della situazione: i DevilDriver nascono nel 2003 subito dopo la momentanea dipartita del gruppo prima menzionato, inizialmente come Deathride, nome derivante da un testo di stregoneria di Raven Grimassi subito cambiato per problemi di copyright, offrendo un suono che nel tempo si è sempre più discostato dal nu metal in favore invece di elementi groove ed alternative di matrice più robusta. Dopo un primo disco omonimo ancora fin troppo ancorato al passato ed incerto, i Nostri incominciano davvero a sviluppare una propria identità a partire da "The Fury Of Our Maker's Hand", guadagnando il primo vero successo commerciale e di critica alla band grazie a suoni di matrice thrash/groove ed arrangiamenti a tratti più tecnici e claustrofobici. Inizia così un percorso che trova probabilmente il suo apice con "Pray For Villains" del 2009, lavoro dove elementi di stampo melo-death venivano integrati nel songwriting metalcore/groove della band in maniera convincente. Da qui partirà invece una fase un po' in discesa, caratterizzata da lavori non orribili, ma privi di mordente e fin troppo insicuri sulla propria identità, e rappresentati tramite una produzione fin troppo dedita alla manipolazione in studio e dimentica dell'immediatezza e della grinta che tanto incidono sul loro suono. Ecco quindi che nel 2013 Daz mette a riposo la band dopo "Winter Kills", decidendo di concentrarsi sul ritorno dei Coal Chamber, forti del ritorno di moda in America di certe sonorità nu metal, e lasciando nel limbo la situazione dei DevilDriver, dal punto di vista sonoro stantia e priva di nuove idee. "Trust No One", del 2016, è il ritorno un po' in sordina del gruppo, lavoro che pur non raggiungendo gli apici assoluti della loro carriera, innalza il livello creativo e ci regala brani di buona fattura, finalmente con melodie convincenti e strutture ben calibrate. Eccoci quindi ad oggi e al lavoro qui recensito, una sorta di lettera d'amore nei confronti di un genere da sempre apprezzato da Fafara e che ha influenzato molte delle atmosfere e delle composizioni dei suoi gruppi. Come da lui stesso ricordato, le radici del rock, e di conseguenza del metal, vengono da blues e dal country, tra i primi generi "duri" e stridenti, sia a livello sonoro, sia a livello tematico; possiamo inoltre osservare un recente fenomeno in campo metal di recupero ed interesse verso certe sonorità, si pensi per esempio all'interesse da parte del pubblico metal verso progetti come King Dude o Chelsea Wolfe, o al progetto parallelo di Nergal dei Behemoth a stampo blues/country: Me And That Man. Dodici brani quindi rivisti in chiave metal, utilizzando il tipico stile della band con alcune variazioni in certi casi, con buone melodie e un certo rispetto nei confronti del materiale originario. Spesso i dischi di cover sono un campo minato, offrendo la gola a confronti poco lusinghieri, oppure mostrando operazioni dettate più dalla mancanza di idee, che da una vera necessità artistica. In questo caso riscontriamo un'operazione che suona sincera, e che incontrerà il favore di chi apprezza le sonorità della band, seguendo la linea positiva del precedente disco senza toccarne gli apici, ma nemmeno il livello basso antecedente la pausa.  

Country Heroes

"Country Heroes - Eroi Del Country" vede come guest vocalist Hank Williams III, ovvero l'autore stesso del brano originale, figlio del cantante country Hank Williams Jr. e nipote di Hank Williams Sr., entrambi leggende del genere. Si tratta probabilmente del modo migliore di iniziare una raccolta dedicata a questo genere, anche perché parliamo di un vero e proprio inno da parte del cantante, con diverse citazioni di autori importantissimi, una celebrazione di eroi che sono pilastri della cultura folk americana e del suo suono. Ecco quindi un bel fraseggio notturno, carico di note diafane ed atmosfere terse, portato avanti con una trama pronta ad esplodere in un riffing roccioso, accompagnato da grida rauche e parti nasali che non possono non ricordare lo stile di Ozzy Osbourne. Cimbali cadenzati e colpi secchi segnano il ritmo in una marcia segnata da bordate di rullanti decisi e da ritornelli solenni: siamo morti, ancora una volta, ma questa potrebbe essere anche l'ultima. Sentiamo una sensazione che brucia bassa, mentre non abbiamo nessun luogo in cui andare o scappare, e questo ci fa percepire che siamo a volte fuori controllo, e l'unica soluzione è devastarci con i nostri eroi del country. L'intensità sale, con chitarre più marcate che prendono velocità, ed un drumming più incisivo e combattivo, nel quale s'inseriscono giri stridenti e grida in riverbero, sottolineate da suoni evocativi: beviamo un po' di George Jones, ed anche un po' di Coe, mentre Haggard alleggerisce la nostra miseria e Waylon ci tiene lontani da casa. Lo strato sonoro si apre a melodie desertiche unite a montanti metal combattivi, in un'unione che funziona egregiamente, promulgata da ritornelli epici. Hank ci sta dando quei momenti su di giri, mentre Cash canterà basso, e nel frattempo noi ci devastiamo con l'alcool, proprio come i nostri eroi country. La musica continua ad alternare parti aggressive ed altre designanti paesaggi sonori contagiosi e legati all'immaginario country, mettendo in chiaro gli intenti dell'album già dalle prime battute. Beviamo il whisky dal bicchiere, e se questo non è country, gli altri possono baciarci il culo, vogliamo ascoltare le vecchie canzoni, niente delle nuove, perché questa potrebbe essere l'ultima volta che vediamo qualcuno. I rullanti veloci ci guidando mentre Williams III  ripete i versi iniziali, portandoci con sé verso la conclusione improvvisa del brano. 

Whiskey River

"Whiskey River - Fiume Di Whisky" ospiti il cantante Randy Blythe ed il chitarrista Mark Morton, entrambi dei Lamb of God, e si tratta di una rivisitazione di un brano dell'artista americano Willie Nelson, musicista anche jazz e blues, e poeta ed attore, oltre che un attivista per i diritti delle famiglie degli agricoltori e per altre questioni sociali.  Qui si tocca uno dei temi topici e più diffusi del country, illustrandoci il mondo tematico del genere, ovvero l'abuso di alcool, soprattutto a causa di delusioni amorose, il classico "bere per dimenticare". Connotazioni tragiche dell'esistenza riprese non a caso dal rock e anche da certo metal, una visione lontana dal pop contemporaneo al country spesso infarcito di una solarità facilmente vendibile alle masse. Un ritmo sferzante con le riconoscibilissime grida stridenti di Blythe non ha indugi nel darci il benvenuto a guerra iniziata, tra bordate e corse improvvise dai toni disorientanti e claustrofobici. Il fiume di whiskey prende la nostra mente, ma non vogliamo che le memorie di lei ci torturino, il fiume di whiskey non si prosciuga, è tutto ciò che abbiamo, e gli chiediamo di prendersi cura di noi. Robuste trame thrash configurano una linea groove metal in piena coerenza con i musicisti presenti nel brano, riconfigurando totalmente la canzone su coordinate ben diverse rispetto all'originale, impreziosite da dissonanze e suoni quadrati. Affoghiamo nel fiume di whiskey, bagnando la nostra mente piena di memorie con la sua anima liquida, e nel frattempo ariosi suoni innalzano il livello di epicità solenne evocata dal suono della strumentazione, consegnandoci un episodio che non stonerebbe tra i migliori della discografia dei Lamb Of God. Grida stridenti e ruggiti distorti s'intersecano tra chitarre taglienti e batterie inferocite, esprimendo una rabbia che da tutto un altro senso alla canzone, esprimendo più una furiosa esplosione, che un sommesso rimuginare. Sentiamo la corrente dell'ambra scorrere dalla nostra mente e riempire un cuore vuoto scaldandolo, un cuore che è stato lasciato così freddo da chi lo ha abbandonato. Cavalcate metalcore ci guidano tra corridoi sonori, e non è difficile percepire come Blythe, in passato spesso dedito all'abuso di alcool, riviva la propria esperienza tramite il testo della canzone, ripetendo con foga i versi già incontrati in una sorta di mantra esistenziale ossessivo. Toni quasi demoniaci incontrano loop di chitarra a motosega, poi aperti a fraseggi dalle fredde melodie sconvolte da attacchi in doppia cassa e vortici decisi, ripetuti fino all'esplosione di assoli altisonanti e striduli, dalle scale elaborate che si distendono fino a congiungerci con passaggi quasi death dalle parti vocali in screaming. Ecco di nuovo immagini di fiumi di alcool che ci portano con loro, cancellando ricordi che fanno male e che non vorremmo più avere, di solitudine e cuori vuoti. Una montagna russa emotiva  perfettamente resa dal songwriting mutevole e veloce, il quale ci porta ora alla conclusione improvvisa del pezzo. 

Outlaw Man

"Outlaw Man - Fuorilegge" non è altro che una cover della famosa band di  Glenn Frey, ovvero gli Eagles, dedita ad un rock mischiato con suoni country e folk. Il pezzo parla in prima persona di Bill Dalton, uno dei membri della famosa gang dei Dalton fatta di un'intera famiglia di criminali, e della sua vita, in particolare come monito e scoraggiamento verso una donna che ha fatto l'errore di innamorarsi di lui, amore che può essere un pericolo con uno come lui. Una melodia in levare si staglia con chitarre dal gusto anni ottanta, aprendosi presto ad un galoppo battagliero e concitato, sul quale s'inseriscono le melodie dei fraseggi in riverbero prima, e le vocals ruggenti di Fafara poi. Siamo dei fuorilegge, nati figli di un fuorilegge, la stradale è la nostra dinastia, e su di essa correremo in una mano abbiamo la bibbia, nell'altra una pistole. Gli altri non ci conoscono, ma noi siamo i vincitori.  Robuste cavalcate groove metal dalla sana matrice thrash portano avanti la composizione con i loro giri circolari, mentre il cantante si mostra in piena forma, preso dall'interpretazione, probabilmente ritrovandosi in parte con le parole qui espresse, dato il suo stesso passato burrascoso e all'insegna di vari problemi. Avvertiamo alla donna che ci ama di non farlo, e nemmeno di provare a capirci, perché una vita sulla strada, è la vita di un fuorilegge. Queste ultime parole vengono espresse tramite un bel ritornello sottolineato da melodie country qui rese in chiave dissonante, come sirene d'allarme che poi vengono chiuse da assoli elaborati. Riprende poi la cavalcata roboante, ancora più decisa e serrata nei suoi suoni dalle chitarre mitraglianti e dal drumming secco e ben calibrato. Le grida di Fafara si fanno strada tra gli strumenti, parlandoci di come il bandito ha prima lasciato la sua donna a Santa Fe, dirigendosi verso Oklahoma cavalcando notte e giorno, e poi di come tutti i suoi amici siano in realtà sconosciuti, che vanno e vengono velocemente,  e di come tutto ciò che lo ama sia in pericolo, dato che lui ruba anime e cuori.  Paesaggi sonori vengono dipinti da suoni ora evocativi, ora aggressivi, ed ecco una cesura fatta di assoli vecchia scuola e bordate thrash ripetute, pronta di nuovo a sfogarsi con il ritornello, ora elaborato in una chiave più sincopata. Un montante sferragliante e veloce accelera il passo, tra doppie casse devastanti e chitarre altisonanti,  mentre il cantato veloce c'investe: alcuni uomini ci chiamano Abele, altri Caino, alcuni peccatori, e per assurdo qualcuno pure un santo. Qualcuno dice che c'è un Gesù, qualcuno lo nego, quando non hai una vita da perdere, non c'è nulla da guadagnare.  Una serie di aperture ariose e tempestive configurano una locomotiva sonora lanciata verso la conclusione del brano, lasciata ad un effetto di chitarra breve ed in dissolvenza. 

Recensione

"Ghost Riders in the Sky - Cavalieri Fantasma Nel Cielo" è una cover dell'unico pezzo veramente famoso del musicista ed ex zoologo Stan Jones, morto negli anni sessanta, la quale vede il ritorno di Randy Blythe e la partecipazione del figlio di Johnny Cash ovvero John Carter Cash e di sua moglie Ana Cristina Cash. Un pezzo che tocca un altro tema caro al country più oscuro, ovvero quello degli spiriti e delle conseguenze delle proprie azioni, narrando di un cowboy perseguitato da visioni infernali che cercano di metterlo in guardia in modo che eviti di finire come i cavalieri fantasma schiavi del demonio che egli sente e vede. Un tocco di soprannaturale che, come ogni fan del genere ben sa, ha influenzato non poco l'hard rock e il metal. Un bel fraseggio melodico ci accompagna insieme a rullanti di batteria e colpi secchi, delineando un'atmosfera squillante che evolve in note trascinanti. Ecco la voce del cantante, controllata rispetto al solito, ma comunque rauca e dai movimenti cavernosi. Ci narra di come un vecchio cowboy andò a cavalcare, in un giorno oscuro e ventoso, e di come  Si mise a riposare su un crinale, mentre proseguiva per la strada; tutto ad un tratto vide un a mandria di mucche dagli occhi rossi, che si muovevano tra i cieli su una strada di nuvole. In sottofondo suoni ben strutturati creano atmosfere solenni dai toni western, tra chitarre ariose e riff decisi, mentre Blythe prosegue con il suo racconto: i marchi delle mucche erano ancora infuocati, e i loro zoccoli erano fatti d'acciaio, le loro corna nere e splendenti, ed egli poteva sentire il loro caldo fiato.  Le vocals si fanno più ruggenti, mentre la composizione vede assoli stridenti ed accelerazioni improvvise dal gusto metalcore, presto raggiunte da versi da cowboy distribuiti su un riffing roccioso. Un terrore improvviso colpì il protagonista, mentre la mandria di mucche tuonava tra i cieli, poiché vide dei cavalieri arrivare su di loro, mentre gridavano con lamenti, ovvero i cavalieri fantasma dei cieli. Toni epici raggiungono la musica, aprendosi a ritornelli possenti e dalla presa sicura; le loro facce erano coperte, gli occhi sbiaditi e le loro vesti inzuppate di sudore. Cavalcano duramente per prendere la mandria, ma non l'hanno ancora fatto, perché sono condannati a cavalcare per sempre nella strada nel cielo, su cavalli che espirano fuoco, e mentre cavalcano si possono sentire le loro urla. Motivi di chitarra evocano praterie e racconti nel deserto, unendo connotati country alle strutture metal portate avanti dai giri circolari e dalla voce ora in screaming di Blythe, poi raggiunta dalle note più umane di Fafara, Ecco che mentre i cavalieri lo raggiunsero, uno lo chiamò per nome, intimandogli di cambiare modo di vivere, altrimenti si sarebbe unito a loro nella cavalcata infernale, cercando di prendere la mandria del diavolo nei cieli infiniti. Un finale pieno di pathos ed emozione ci consegna una chiusura segnata da arpeggi delicati di chitarra, sottolineati da versi femminili melodici.

I'm the Only Hell Mama Ever Raised

"I'm the Only Hell Mama Ever Raised - Sono Il Solo Inferno Che Mamma Abbia Mai Provocato" è una cover del pezzo di Johnny Paycheck (nome d'arte di Donald Eugene Lytle), artista che ha conosciuto un certo successo negli anni settanta prima di scendere in una spirale fatta di droga e problemi con la giustizia, che lo ha portato alla morte nel 2003. Il testo torna ai tempi introspettivi e di analisi della propria vita, questa volta con il rimorso di chi ha avuto un'esistenza all'insegna del crimine e del vizio, ricordandosi come la propria madre abbia cercato di salvarlo, inutilmente.  Una marcia ritmata si muove tra bordate di chitarra e fraseggi dissonanti, aprendosi di seguito ai ruggiti del cantante e ad esplosioni ritmiche di batteria: il Nostro non può definire come poca cosa l'amore di sua madre verso di lui, ed è per esso che lei lo fece andare così lontano, lei cercò di farlo smettere di rubare, ed è per questo che lui dovette rubare quella macchina. Andamenti death e vocals frenetiche ci consegnano un tipico brano dei DevilDriver, della fattura migliore, mostrando un gruppo che appare in uno stato di grazia, forse ispirato dalla novità del discorso portato avanti in questo disco, comunque vicino alle cose migliori fatte durante il loro percorso musicale. Lei diceva di non fumare, ma lui lo fece lo stesso e andò lontano, e alla fine l'unico inferno che sua madre provocò, fu proprio lui. Batteria tempestante e riffing severi si stagliano sulla composizione, in una struttura serrata e tagliente, piena di fredde anti-melodie e cimbali combattivi; il Nostro finì ad Atlante, con una targa legata ad una macchina rubata e quassi senza benzina, dovette procurarsi del denaro, ed imparò in fretta a procurarselo velocemente. Le insegne al neon lo attirarono, era imperativo andare in centro, ed ecco che un altro negozio di liquori venne rapinato. I bombardamenti sonori si aprono a cavalcate concitate dai suoni notturni e digressioni ronzanti: il nostro ora canta delle "Memorie preziose", che lo riportano ai cari vecchi tempi, in cui sentiva sua madre cantare inni cristiani. Lei cercò di convertirlo a Gesù, ma lui invece si rivolse al diavolo, diventando l'unico inferno provocato da sua madre. Quando fu ammanettato, lottò con resistenza, ma il poliziotto le strinse ancora di più, fino a che il metallo penetrò nei suoi polsi. Qui la musica segnala la tensione del racconto andando ad aumentare d'intensità, tra blast bellici e toni densi e caotici, aperti poi a fraseggi death di buona fattura. Presero la sua cintura e portafoglio, le sue impronte digitali e profilo di viso, e poi imprigionarono l'unico inferno che sua madre aveva provocato. Vengono ripetuti i versi precedenti, mentre la musica si fa più ariosa ed evocativa, sempre però accompagnata da riff notturni e ritmiche spaccaossa, tra inserzioni di assoli e momenti più dissonanti, ripetendo la struttura mutevole fino alla conclusione improvvisa. 

If Drinking Don't Kill Me (Her Memory Will)

"If Drinking Don't Kill Me (Her Memory Will) - Se Bere Non Mi uccide (Il Suo Ricordo Lo Farà)", è una cover di un brano di George Glenn Jones, autore considerato da molti il più grande cantante country di tutti i tempi. Qui abbiamo la partecipazione come ospite di Wednesday 13, cantante dei Murderdolls, mentre il testo torna a trattare del tema dell'alcool come mezzo per dimenticare i problemi di cuore, un tedio esistenziale che tocca il dolore in una vita dove si cerca di eliminarlo in modi ben poco costruttivi. Un fraseggio notturno sottolineato da effetti elettronici si espande, raggiungendo un effetto in levare, il quale poi si muta in una marcia dai rullanti decisi e dalle chitarre graffianti; ecco le vocals ruggenti di Fafara, concitate tanto quanto la musica dai toni thrash promulgati da giri circolari continui. I bar sono tutti chiusi, sono le quattro di mattina, e probabilmente siamo noi che li abbiamo fatti chiudere, dato come siamo conciati. Appoggiamo la testa sul volante, ed ecco che il clacson inizia a suonare, tutto il vicinato già sa che siamo tornati di nuovo ubriachi a casa. I movimenti si aprono ad arie appassionanti fatte di fraseggi stridenti, drumming possente e ritornelli altisonanti: se il bere non ci uccide, il ricordo di lei lo farà, non possiamo reggere ancora a lungo in questo modo in cui ci sentiamo. Potremmo fare una distilleria tutta nostra  usando il nostro sangue pieno di alcool, e ancora una volta riflettiamo su come saranno i ricordi ad ucciderci, se non lo farà prima il troppo bere. Le costruzioni taglienti e quadrate ci portano con loro, in un songwriting all'insegno dell'attacco metal deciso continuo e dal groove sempre ben presente. Le nostre vecchie ossa si muovono lente, ma sicure dei propri passi, mentre cadiamo sul pavimento e andiamo giu delicatamente. Abbiamo bevuto dieci bottiglie cercando di dimenticarla, ma i ricordi sono ancora li, mentre stiamo sul pavimento. Riecco i ritornelli epici e malinconici, dalle arie squillanti e dai cori vecchia scuola, segnati da bordate roboanti e poi aperte ad assoli dalle scale lunghe ed elaborate. Troviamo anche riff ronzanti e loop circolari, in un ponte destinato a portarci di nuovo al ritornello, ripetuto con veemenza fino alla conclusione del brano, segnata da giochi ritmici. Un altra canzone ben congegnata e dal songwriting trascinante, che ci consegna dei DevilDriver particolarmente  ispirati e convincenti.   

The Man Comes Around

"The Man Comes Around - L'Uomo Si Fa Vedere" vede come ospite il cantante Lee Ving della band punk-rock Fear, dandoci una nuova interpretazione del brano della leggenda Johnny Cash, musicista da sempre molto considerato nel mondo rock e metal. Una canzone molto religiosa piena di simbolismi legati al cristianesimo e alla fede, indicativa del percorso esistenziale e spirituale intrapreso da Cash nella seconda metà della sua vita, molto vicino a quello di Fafara stesso, da sempre apertamente molto devoto. Un suono di synth dai toni oscuri ed evocativi accompagna un discorso parlato di Ving, il quale esplica i primi versi della canzone: udiamo il rumore del tuono, come se fosse qui, ed ecco che una delle quattro bestie dice: "Vieni e guarda!", e noi lo facciamo, vedendo un cavallo bianco (Riferimento alle quattro bestie sacre della Rivelazione e al primo dei quattro Cavalieri dell'Apocalisse, dall'identità spesso associata a quella di Gesù). Un fraseggio squillante prende piede, cambiando l'atmosfera verso toni propedeutici allo sviluppo del brano: c'è un uomo che va in giro, prendendo nomi, e che decide chi è libero e chi deve essere incolpato, non tutti saranno trattati da lui allo stesso modo, e ci sarà una scala d'oro che arriva giù, quando l'uomo si farà vedere (troviamo qui nuovi riferimenti alla figura di Cristo e al libro della Genesi). Negli ultimi versi interviene anche la voce di Fafara accompagnata da cimbali di batteria e giri circolari, creando un'energia che si manifesta sotto forma di una cavalcata combattiva dai riff taglienti e dal drumming pestato. I peli sulle nostre braccia si alzeranno, ed il terrore in ogni sorso e sorseggio. Ci viene chiesto se faremo parte della bevuta dall'ultima coppa, o se scompariremo nel terreno del vasaio, quando l'uomo si farà vedere (diversi riferimenti alla Genesi, ai Salmi e alla Rivelazione sono qui contenuti). La cavalcata furiosa prosegue, tra toni secchi, fraseggi notturni, e doppia cassa belligerante, sparata a piena potenza in un songwriting deciso che unisce suggestioni death ed andamenti groove metal ossessivi. Dopo una cesura di qualche secondo, riprende il movimento, contornato da chitarre dalle scale elaborate e trascinanti dalla struttura melodica vivida ed appassionante. Sentiamo le trombe ed i fiati, cento milioni di angeli cantano,  marciano  al suono del tamburo, mentre alcune voci chiamano, ed altre piangono, alcuni nascono, altri muoiono. I suoni da tempesta della musica rendono l'idea dei toni apocalittici raggiunti dal testo: è l'alfa e l'omega, la venuta del regno dei cieli, e la tromba d'aria è nel roveto, mentre le vergini preparano lo stoppino (quest'ultimo un riferimento al libro di Matteo versetto 25). Tutti i malvagi, li lasceremo essere tali, così come i giusti anche., e stessa cosa vale per chi è sporco; ci viene ancora una volta intimato di ascoltare parole scritte molto tempo fa, quando l'uomo si farà vedere. Campionamenti vocali si stagliano su fraseggi tesi, mentre doppie casse pulsanti ci guidano verso ulteriori cavalcate dai giri circolari raggiunti da chitarre notturne e melodiche, le quali poi si aprono ad assoli dal gusto tecnico, dotate di scale elaborate. Il songwriting si delinea attraverso strutture concitate e mutevoli, grazie a varie lasciate e riprese, trascinandoci verso la conclusione in cui vengono ripetuti i versi precedenti con veemenza.      

A Thousand Miles from Nowhere

"A Thousand Miles from Nowhere - Mille Miglia Da Nessun Luogo" è una cover di Dwight Yoakam, un musicista country considerato un pioniere nel genere, capace di unire il punk e il rock, sia come suoni, sia come pubblico, al country più tradizionale. Il testo tratta del rivedere la propria vita, e in particolare una storia d'amore finita, e del volersi allontanare da tutto raccogliendo i cocci e portandosi dietro il dolore. Un arpeggio delicato ed evocativo apre il brano, lasciando poi il posto a fraseggi squillanti e riff circolari accompagnati da cimbali cadenzati e rullanti decisi, mentre la voce di Fafara conosce cori appassionati dal ritornello contagioso. Siamo a mille miglia da nessun luogo, e qui il tempo non conta, poiché in realtà non c'è alcun posto in cui vorremo essere. La batteria pesta duro, mentre le chitarre intarsiano melodie taglienti di buona fattura; abbiamo "crepa-cuori" nelle nostre tasche, e delle eco nella testa, tutto ciò che continuiamo a sentire sono le cose crudeli che ci sono state dette. Riecco le aperture epiche del ritornello, sottolineate da suoni malinconici lunghi e stridenti: abbiamo segni sulla nostra memoria, e tracce di lacrime sulle nostre anime, e nello specchio c'è una visione di quello che una volta era un uomo. La voce si sdoppia in parti cantate con pathos e screaming aggressivo, mentre di seguito troviamo bellissimi arpeggi progressivi che si ripetono fino all'arrivo di assoli elaborati e stridenti, anch'essi pieni di costruzioni elaborate. Lo strazio del testo viene perfettamente ripreso tanto nel cantato, quanto nella musica, in un paesaggio sonoro che riesce a convertire in chiave metal elementi country. Tutta la sofferenza e il rimpianto trovano sfogo in un'interpretazione convincente e sentita, consegnandoci non solo uno degli episodi migliori del disco, ma tutto sommato della carriera della band. Vengono ripetuti i versi, sempre insieme a linee di chitarra solenni e cantato ruggente, mentre ritroviamo l'inevitabile ritornello arioso, questa volta poi sviluppato in una lunga sessione di chitarra dalle atmosfere sognanti, ennesima manifestazione progressiva del songwriting. Marce decise ed urla furiose ci investono, ed ecco di nuovo la cavalcata piena di pathos del ritornello; la sorpresa è dietro all'angolo, rappresentata da un ultimo arpeggio che spoglia di ogni elemento metal il pezzo, lasciandoci un finale all'insegna di un'anima country.  

Copperhead Road

"Copperhead Road - La Strada Del Serpente Mocassino" è una cover di un brano di Steve Earle musicista rock/country da sempre esplicito sulle sue idee contro la guerra e la pena di morte, visione che in America gli ha creato non pochi problemi essendo stato tacciato di essere un leftist in modo dispregiativo (parola che possiamo tradurre, in questo caso, più o meno come sinistroide), ma che non ha mai rinnegato. Qui l'ospite di turno è Brock Lindow della band metalcore 36 Crazyfists, in un pezzo che è una sorta di biografia sonora della vita del cantante, scritta insieme al professore universitario d'inglese Reynolds Price, con svariate citazioni sulla sua vita, e anche un riferimento al vietnam dove si esplicita la sua visione contro il conflitto. Un fraseggio de tagliente si muove tra riff decisi e batterie pestate, creando una linea sonora coronata dalle parti in pulito di Lindow, accompagnate da montanti rocciosi. Il nostro nome è John Lee Pettimore, uguale a quello di nostro padre e di nostro nonno, il quale difficilmente si faceva vedere in giro, se non solo due volte l'anno, per comprare cento chili di lievito e un po' di rame. La musica si alterna tra pause atmosferiche ed improvvisi attacchi ruggenti, in un gioco di lasciate e riprese che crea un movimento sonoro che sottolinea gli andamenti vocali. Esplosioni metalcore ci portano di nuovo sui binari più lanciati, grazie a vere e proprie bordate: tutti quanti sapevano che faceva la moonshine (un tipo di liquore fatto con il grano), e lo sceriffo lo cercava disperatamente, e per questo egli se ne andò con tutto quello che aveva, non tornando mai più dalla strada del serpente mocassino. Cori in levare e toni più duri si alternano, collimando poi in assoli melodici che ricordano cornamuse, i quali perdurano anche con il ritorno dei riff di chitarra. Ora passa a parlare del padre, che trasportava del whisky in una Dodge nera comprata ad un'asta del sindaco, la quale era stata colorata da un lato dallo sceriffo, e poi modificata dal padre e dallo zio per andare ancora più veloce. Quando a mezzanotte vi fu un inseguimento, la madre del cantante senti che qualcosa non andava, stavano trasportando la quantità settimanale di whisky, ma da lontano si sentiva la puzza di alcool che bruciava, ovvero i due erano morti. Nuovi montanti ci trascinano tra scale elaborate in levare, creando paesaggi sonori dalla natura ariosa. Il nostro si arruolò in Vietnam, il giorno del suo compleanno, tanto in ogni caso la "spazzatura bianca" (termine per indicare la popolazione caucasica del sud degli Stati Uniti in modo dispregiativo) veniva comunque chiamata per prima. Egli fece qui due volte il servizio militare, e tornò a casa con un nuovo piano, ovvero comprare semi di marijuana dal Sud America e piantarli li dalle sue parti. Ma la D.E.A arrivò con un elicottero, e il Nostro si svegliò urlando, ma grazie all'abilità imparata in Vietnam nel nascondersi in buche, la fece franca. I toni melodici si aprono a nuovi attacchi ariosi, i quali collimano in una serie di bordate decise, ancora una volta seguiti da fraseggi appassionanti, ripetuti fino al finale in cui viene ripetuto il titolo del pezzo.

Dad's Gonna Kill Me

"Dad's Gonna Kill Me - Papà Mi Ammazzerà" vede la presenza di Burton C. Bell dei Fear Factory come seconda voce che accompagna Fafara, alle prese con una cover del musicista inglese folk e hard rock Richard Thompson, ex membro della band folk/rock inglese Fairport Convention. Un allontanamento quindi dal country americano, ma sempre all'insegna della musica delle radici e dai tratti folk; si tratta di un pezzo sulla guerra in Iraq con un largo uso del gergo militare (il così detto papà (dad) non è altro che Baghdad), con un chiaro messaggio contro l'immagine data dal governo nei confronti della guerra come una lotta tra il bene (l'America) ed il male (il paese di turno), raccontando invece la realtà fatta di sangue e violenza senza distinzioni. Un riffing circolare si delinea tra cimbali e rullanti, portandoci presto presso coordinate tese e taglienti, raggiunte dai ruggiti di Fafara, delineati dai cori armoniosi di Bell: nel deserto c'è un soldato che rimane giù, morto, e gli avvoltoi staccano i suoi occhi dalla testa, e riflettiamo su come potevamo essere noi quello, perché qui nessuno ci ama. Papà mi ammazzerà, ripetiamo, consapevoli che il posto in cui siamo ci è ostile, pronto a farci fuori senza preavviso. Si ripropongono i riff sprezzanti ed il drumming ben presente, creando scenari sonori dal gusto groove per il racconto disperato dei Nostri; basta beccare una trappola per finire a pezzi, e con ogni proiettile il rischio aumenta, il vecchio Ali Baba è come se fosse di una specie diversa (riferimento alla cultura diversa dell'Iraq, di difficile comprensione per gli americani). Nessuno ci ama qui, e sentiamo che presto verremo uccisi. Ora la musica si lancia in cavalcata segnate da cimbali picchiettanti e chitarre che evocano treni impazziti, segnando un aumento di tensione che richiede maggiore velocità: siamo carne morta in una sorta di Frankestein fatto di un HUMV (mezzo corazzato), e quando siamo sulla strada preghiamo di non beccare una mina, ogni volta è come lanciare un dado e sperare nella sorte. Le chitarre si aprono a strati ariosi, mentre Bell si da a cori sentiti dalla melodia vocale trascinante. Giochi di chitarra sottolineano i toni ancora più taglienti di Fafara: abbiamo una moglie ed un figlio, un altro in arrivo, e speriamo di tornare a casa riuscendo a sopravvivere a tutto questo, e prima di venire in questo luogo, non avevamo mai pregato. Nessuno ci ama qui, è questa la realtà che dobbiamo superare, il papà è di brutto umore, è triste, ci troviamo in un casino altrui che non abbiamo scelto noi, ed ironicamente diciamo come stiamo vincendo sul notiziario della Fox. Riecco quindi i cori sognanti e la furia gridata, così come i giri massacranti dalle striature squillanti e dalle aperture concitate: la pattuglia dell'alba non è tornata indietro, stringiamo la corda e preghiamo, altrimenti ci raccoglieranno in un sacchetto. Si ripropongono i toni ormai familiari, poi sostituiti da assoli dalle scale elaborate e progressive, che evocano melodie squillanti e desertiche, sottolineate da fraseggi roboanti. Ci chiediamo chi sia lo sconosciuto che vediamo nei nostri sogni, che butta un'ombra sul nostro cuore, osiamo dire il suo nome, è la morte che cammina. Ora una serie di bordate ad accordatura bassa evocano climi thrash striscianti e severi: sette soldati stanno in fila, aspettando che il fortino di sabbia salti in aria, nient'altro che bersagli mobili in una bancarella da luna park sul Far West. Un altro soldato è morto questa settimana, grigliato dal suo stesso napalm, ma nessuno muore se usi un linguaggio a due sensi (ovvero, quello che sentiamo ed i fati sono cose ben diverse). Ecco che un ultimo galoppo malinconico ci porta con sé verso il gran finale, tempestato da doppie casse e fraseggi notturni.

A Country Boy Can Survive

"A Country Boy Can Survive - Un Ragazzo Country Può Sopravvivere" è un pezzo di Hank Williams Jr, padre di Hank Williams III presente nell'album come ospite e figlio di un'altra stella del country, ovvero Hank Williams Sr. Si tratta di una sorta di inno nei confronti delle persone della campagna americana, gli abitanti della West Virginia nello specifico, capaci di sopravvivere grazie alle loro doti e alla loro scorza di ferro, dichiarazioni che possiamo vedere anche come una risposta contro i pregiudizi e le battute spesso fatte dai "cittadini" nei confronti di certe regioni americane. Un riffing classico si accompagna a fraseggi squillanti e rullanti decisi, aprendosi a scale circolari altisonanti e piene di melodia. Ecco che esplodono le grida rauche di Fafara, accompagnato da climi notturni e doppia cassa martellante: il prete dice che è la fine dei tempi e il fiume Missisippi è prosciugato, gli interessi sono alti ed il mercato azionario è giù, e se uno va in centro, viene rapinato. Chitarre marziali delinea l'andamento, mentre i fraseggi mantengono una linea melodica che caratterizza tutto il brano; viviamo nei boschi, insieme alla nostra donna, i bambini, i cani, abbiamo un fucile a pompa, un mitra, ed un quattro ruote, e un ragazzo country può sopravvivere a tutto questo, la gente country può sopravvivere. Assoli improvvisi e bordate robuste dal sapore thrash ci portano con loro, facendo da pause brevi tra le varie sessioni. Possiamo arare un campo tutto il giorno, possiamo pescare dal tramonto all'alba, e facciamo il nostro whisky e sigarette, e non ci sono molte cose che non sappiamo fare, coltiviamo cari vecchi pomodori e facciamo il vin in casa, e un ragazzo country può sopravvivere, la gente country può sopravvivere. Melodie country mantenute nelle chitarre si accompagnano a marce metal, ora aperte in cavalcate claustrofobiche dal groove roboante, tempestate da colpi veloci di blast di batteria: non possono affamarci, e nemmeno farci scappare, perché siamo cresciuti con i fucili, e diciamo "grazia" e diciamo "signora", e se non va bene agli altri, non ce ne frega nulla. I ritmi ritornano di seguito verso movimenti più ariosi, ma sempre contornati da riff robusti e drumming possente: veniamo dalle miniere del West Virginia, e dalle montagne rocciose e dai cieli dell'ovest, possiamo togliere la pelle ad un cervo e dirigere un palangaro, un ragazzo country può sopravvivere, la gente country può sopravvivere. Avevamo un buon amico a New York, non ci chiamava mai per nome, solo campagnoli, il nostro nonno ci ha insegnato a vivere dai prodotti della terra, e a sua volta il suo ha insegnato a lui ad essere un uomo d'affari, ci mandava foto dalle serate a Broadway, e in cambio noi gli mandavamo del vino fatto in casa. Nuove asperità dissonanti fanno da corridoio sonoro, aumentando la tensione: purtroppo venne ucciso da un uomo con un coltello a serramanico, perdendo la vita per quarantatrè dollari, vorremmo sputare dei semi di faggio negli occhi del tipo, e sparargli con una Colt 45, perché un ragazzo country può sopravvivere, la gente country può sopravvivere. Ritroviamo le parti più pestate e martellanti, ripetendo dei versi già incontrati, giungendo così alla sessione finale: veniamo dal nord della California e dal sud dell'Alabama, e dalle piccole città che stanno intorno a questa terra, e possiamo sopravvivere, Gli ultimi versi vengono ripetuti tra chitarre squillanti e riff ruggenti, fino ala digressione conclusiva con la ripetizione "robotica" del ritornello.

The Ride

"The Ride - Il Viaggio" vede il ritorno del cantante Lee Ving in una cover di David Allan Coe, musicista underground country che negli anni ottanta ha conosciuto una certa popolarità, e in seguito ha sperimentato con elementi metal nel suo suono. Il brano torna ai temi del sovrannaturale che molto incuriosiscono ed affascinano il mondo country, immaginando un autostoppista che riceve un passaggio in Cadillac dal fantasma di Hank Williams. Un unione quindi con la celebrazione del genere musicale, altra tradizione questa molto diffusa nei testi del country. Un arpeggio strascicante si unisce a suoni di fisarmonica, prendendo velocità grazie a derapate ritmiche dai rullanti spaccaossa e riff taglienti, sui quali si delineano le voci di Fafara e Ving. Stiamo facendo autostop da Montgomery con la chitarra sulle spalle, quando uno sconosciuto si accosta a noi con una vecchia Cadillac, vestito come negli anni cinquanta, mezzo ubriaco e con gli occhi spenti, chiedendoci se vogliamo un passaggio fino a Nashville. Bordate roboanti fanno ora da sfondo per i toni rauchi di Fafara, ora a quelli melodici ed evocativi di Ving; ci sediamo davanti ed accendiamo la radio, con canzoni vecchie e malinconiche che escono da essa, decisamente classici country. Notiamo come lo sconosciuto sia pallido, mentre ci chiede un accendino, e capiamo che c'è qualcosa di strano in questo viaggio. Arie sognanti ed aggressioni metal collimano in fraseggi squillanti ed improvvisi groove roboanti: lui ci chiede se riusciamo a far piangere la gente quando cantiamo e suoniamo, e se abbiamo pagato i nostri debiti, se riusciamo a mormorare il blues, se riusciamo a piegare le corde di chitarra , e soprattutto se riusciamo a far sentire alla gente quello che proviamo dentro di noi, perché se vogliamo essere delle star, sarà una strada molto dura. Ving ha il ruolo del fantasma, riuscendo con il suo cantato melodico ad evocare gli elementi tipici del country. Cavalcate di chitarra e drumming pestato si ripropongono in sessioni trascinanti: all'improvviso grida a sud di Nashville e gira la macchina, dicendoci che dobbiamo scendere perché deve tornare in Alabama, e mentre scendiamo dalla macchina e lo ringraziamo, ci dice che non dobbiamo chiamarlo "mister", bensì Hank come il resto del mondo. Si ripetono poi i versi precedenti, accompagnati da riff circolari, duetti tra melodico ed aggressivo, e fraseggi armoniosi di chitarra e riff taglienti, fino ad arrivare ad una dissolvenza che porta verso l'oblio il brano e anche l'album, su note in qualche modo riassuntive del viaggio sonoro intrapreso: in compagnia dei grandi del passato del country, filtrati e rivisti sotto l'ottica del suono dei DevilDriver e degli ospiti qui presenti.

Conclusioni

Un album che si rivela essere ben più che la solita raccolta di cover a scopo commerciale, magari fatta per mancanza di idee ed obblighi contrattuali da rispettare. Qui infatti troviamo una serie di brani che reinterpretano gli originali con un nuovo spirito, mostrando un songwriting vigoroso ed anche più coerente rispetto a quello degli ultimi dischi della band, capace di bilanciare aggressione e melodia. I vari ospiti contribuiscono alla varietà del lavoro, con interpretazioni ben riuscite e sentite, e lo stesso Fafara risulta essere in gran forma, vicino al passato e lontano da certe incertezze vocali dell'ultimo periodo. La base country viene utilizzata in modo diverso, a volte rimane nelle scelte melodiche e negli arpeggi, in altre è un vago filo soppiantato dagli elementi metalcore, death e thrash che caratterizzano l'album. Probabilmente molto del pubblico dei DevilDriver non conoscerà la maggior parte delle versioni originali qui reinterpretate, ma sebbene sia sempre meglio scoprire e documentarsi, non è per nulla richiesta la conoscenza di esse. Un omaggio ad un genere ed un mondo sonoro amato molto dal leader dei Nostri, parte integrante della cultura musicale americana ed influenza per certi tipi di rock e metal, ma non un disco appartenente a quel genere. Ecco quindi che si riesce a conservare atmosfere desertiche e costruzioni sonore emotive, pur rispettando i canoni musicali della band, la quale in ogni caso anche in passato non è mai stata del tutto estranea a certi elementi "southern" qui sfruttati pienamente. I testi che parlano di alcolismo, storie d'amore finite male, atti criminali, religione cattolica, l'esoterismo e il gotico americano, potrebbero essere usciti dalla penna di Fafara stesso, essendo tratti da sempre presenti nella sua musica. Insomma, allo stesso tempo una sorta di mappa/diario musicale vissuto con sincerità dal cantante, e un insieme di cover capaci di farsi piacere per le loro qualità. Certo, chi di base non ama la band, non si troverà a rivalutarla: qui le caratteristiche salienti dei DevilDriver vengono ripresentate tutte, tra attimi claustrofobici, groove circolari, influenze melo-death, cantato ora aggressivo, ora melodico, passi thrash robusti, e tutta una serie di elementi molto "americani", mutuati da diverse influenze del metal moderno convogliate insieme. Inoltre, non tutti i pezzi escono con la stessa valenza, e alcuni episodi, pochi va detto, pur non essendo orribili, lasciano la sensazione di non essere necessari, più un vezzo personale che altro. Il limite tra reunion di amici e tributo-progetto coerente non sempre è definito, ma non per forza questo è necessariamente un male, infatti la libertà d'azione non rinchiude una volta tanto il gruppo in un binario ripetuto in ogni canzone. Il volume 1 fa presagire ad una serie di dischi, mentre da notizie quasi certe pare che i DevilDriver stiano lavorando ad un nuovo doppio album: insomma, molta carne al fuoco, al momento, sperando che non porti a creare qualcosa che va olre alle possibilità reali della band (tecnicamente egregia, ma non certo composta da virtuosi dello strumento). Intanto, abbiamo questo disco che regala tutto sommato un episodio tra i migliori della loro discografia, in attesa di capire se le cover qui presentate avranno un impatto anche dal vivo nell'imminente tour che ne nascerà in autunno. La sede live è infatti fondamentale, anche per riproporre al pubblico una band che ha sicuramente il suo seguito, ma che negli ultimi anni è passata un po' in sordina, complice il minore interesse da parte della stampa verso il mondo metalcore e groove, in favore di altri generi estremi, black metal in primis. Insomma, le possibilità sono molteplici, vedremo dove ci porterà la strada dei DevilDriver.

1) Country Heroes
2) Whiskey River
3) Outlaw Man
4)
5) I'm the Only Hell Mama Ever Raised
6) If Drinking Don't Kill Me (Her Memory Will)
7) The Man Comes Around
8) A Thousand Miles from Nowhere
9) Copperhead Road
10) Dad's Gonna Kill Me
11) A Country Boy Can Survive
12) The Ride
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