DEVILDRIVER

DevilDriver

2003 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
26/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Parte oggi una nuova avventura musicale, questa volta nella discografia di un gruppo di metal moderno nato dalle ceneri di un’altra realtà ben conosciuta; parliamo dei DevilDriver, gruppo di Dez Fafara, precedentemente leader dei Coal Chamber, band che ha avuto un certo rilievo nella scena nu metal di fine anni novanta, anche grazie ad una cover di Shock The Monkey di Peter Gabriel realizzata insieme ad Ozzy Osbourne, ex cantante dei leggendari Black Sabbath (cover che seguiva praticamente una prassi del periodo e del genere, in cui era quasi d’obbligo una rielaborazione di brani anni ottanta; fra le altre ricordiamo anche la Shout dei Tears for Fear  proposta dai Disturbed, nonché la Blue Monday” dei New Order rimaneggiata dagli Orgy). Il fenomeno che ha segnato la nascita dei DevilDriver (il “sorgere” dalle ceneri di un gruppo precedente, appunto) non è inedito nella storia della musica, per esempio i già citati New Order nacquero dai defunti Joy Division, dopo il suicidio del cantante Ian Curtis, mentre  Slash e Duff McKagan dei Guns n‘ Roses, unitisi all’ex cantante degli Stone Temple Pilots Scott Weiland, fondarono i Velvet Revolver. Da citare anche gli Audioslave i quali videro l’ex cantante dei Soundgarden,  Chris Cornell, unirsi a tre quarti dei Rage Against The Machine; è quindi possibile per un musicista conosciuto in un certo contesto ricrearsi sotto nuova forma, con l’impegno e il tempo debito, certo. Ma andiamo con ordine e torniamo alla storia dei nostri: nel 2003 il gruppo precedente di Dez dà l’addio alla scena (in realtà momentaneo, infatti i Coal Chambers tornarono nel 2011, e pubblicheranno il nuovo album “Rivals” a breve, entro quest’anno) lasciando in eredità la raccolta di inediti e remix “Giving The Devil His Due”. Lo split arriva a causa di dissidi interni tra Fafara, il chitarrista Miguel Rascon e il batterista Mike Cox. Nello stesso anno, il nuovo progetto di Dez nascerà con il nome di Deathride, monicker derivato dalla lettura di un testo di stregoneria di Raven Grimassi, suggerito delle letture della moglie del cantante, Anahstasia. L’idea comunque venne accantonata, ed il nome subito cambiato a causa di problemi di copyright. Venne così adottato il nuovo ed odierno DevilDriver, termine legato alle campanelle usate per scacciare le streghe; non è quindi un fatto strano che l’Omonimo Album abbia non pochi punti in comune con il nu metal dei Coal Chamber, pur incominciando ad irrobustire il suono e ad indirizzarlo verso coordinate più prettamente groove metal, che caratterizzeranno sempre di più lo stile dei nostri. I membri s’incontrano in poco tempo nella vita quotidiana, il chitarrista Evan Pitts conosce Fafara in un ristorante e il batterista John Boecklin incrocia il frontman in un bar, mentre il resto della formazione (Jon Miller al basso e Jeff Kendrick alla seconda chitarra) viene aggiunto inseguito ad incontri presso la casa di Fafara per dei barbecue, durante i quali ci si cimenta in jam session con altri musicisti; il simbolo adottato dalla band è la Croce Della Confusione, la quale simbolizza la non accettazione dei dogmi in nessun campo, concetto che il leader sente come suo personale. Inizialmente il primo lavoro doveva chiamarsi Thirteen, e poi invece "Straight to Hell, ma alla fine si è optato per il nome stesso della band, ed esso verrà pubblicato dalla Roadrunner Records” (già casa dei Coal Chamber). La risposta da parte della critica è abbastanza tiepida, ed effettivamente con il senno di poi il vero suono del gruppo incomincia a svilupparsi a partire dal secondo episodio The Fury Of Our Maker's Hand, ma non mancano alcuni episodi più interessanti nonché le tracce di ciò che verrà dopo. Un lavoro insomma di rodaggio, che fa da ponte tra l’esperienza precedente di Fafara e il nuovo percorso, esaurendo un certo tipo di discorso prima di aprirsi ad un altro che si svilupperà negli anni a venire.    



Si parte con il singolo "Nothing's Wrong? - Niente E' Sbagliato?" il quale ci accoglie con bordate potenti che sovrastano un riffing circolare che avanza con cimbali cadenzati conoscendo innalzamenti ed abbassamenti di tonalità; al decimo secondo le urla esaltate di Fafara si uniscono ad un andamento marziale di batteria che da al tutto un ritmo deciso che carica il pezzo di tensione. Si accelera sempre di più fino all’esplosione del ventunesimo secondo; ecco quindi un drumming pestato e veloce insieme a loop taglienti reiterati mentre il cantante prosegue con grida aspre e stridule familiari a chi già conosce le sue performance precedenti. La cavalcata in pieno galoppo vede uno stacco al trentesimo secondo, dove le chitarre si aprono in fraseggi rocciosi e cadenzati seguiti nel loro andamento dal cantato ora più profondo di Fafara, creando un ritornello inconfondibilmente nu metal che ci rimanda tanto ai Coal Chamber stessi, quanto ai Korn di inizio carriera; si arriva al quarantunesimo secondo dove un nuovo giro di chitarra fa da cesura con grida, dopo la quale i toni tornano ad accelerarsi progressivamente con l’intervento di piatti di batteria  incalzanti. Si riparte quindi con la cavalcata da tregenda trascinante ed energica, lanciata tanto nella strumentazione, quanto nelle vocals aggressive e senza pace; una sequenza di loop circolari che poi si aprono ancora a marziali bordate ritmate dove il cantato si fa più distorto, anticipando il fraseggio roccioso che fa da ponte con il minuto e ventitré. Qui un groove ammaliante si delinea con riff circolari che dilaniano la composizione, lasciando poi spazio a nuove galoppate concise; al minuto e quarantuno il songwriting vede scale più cacofoniche, che alternano le chitarre più dirette in un gioco di contrasti, dove Fafara declama il testo con effetti di riverbero. Al secondo minuto e uno il familiare movimento di chitarra fa nuovamente da cesura, dopo la quale riprende la batteria con impennate sottolineate da giri squillanti; si riparte quindi con un ultima corsa esaltante, dove il loop guida l’ascoltatore fino alla marcia conclusive che potente e ritmata si ripete ipnotica fino al grido che chiude il brano. Il testo funziona come un flusso di coscienza in cui il narratore si rivolge con sarcasmo alla società; non c'è nulla di sbagliato in ciò che i suoi componenti fanno e dicono incita il nostro, continuando dicendo che la pura volontà fa andare avanti. "Why can't you see you're in my way? - Your ways are killing you - Perchè non capisci che mi sei d'intralcio? - I tuoi modi ti stanno uccidendo" prosegue, professando poi come "Fa ciò che vuoi" dovrebbe essere l'unica legge (chiaro riferimento al fondamento della Thelema” di Crowley); tutto ciò che gli altri capiscono è il pugno di ferro, e i loro modo uccidono sia loro, sia il narratore. Quest'ultimo decide di mandare tutti a quel paese, e che la sua vita non ha nulla di sbagliato, deciso a non farsi intralciare; non certo un testo variegato, giocato sulla ripetizione dei concetti ad oltranza a favore dei ritornelli ritmati, con un messaggio vagamente ribelle di non conformità e di piena coscienza ed accettazione della propria posizione di outsider. "I Could Care Less - Non Può Importarmene Di Meno" si apre con un fraseggio melodico ammaliante e dalle punte squillanti, sul quale poi al decimo secondo si organizzano colpi di chitarra propulsivi e vocals pulite di Fafara; ancora una volta grazie al drumming cadenzato si crea un senso di urgenza sonora in levare, dove però la melodia iniziale è sempre presente. Al ventesimo  secondo le chitarre si danno ad un riffing più diretto ricco di giri rocciosi, sul quale si organizzano varie contrazioni; al trentunesimo secondo prende propriamente posto segnando con il suo movimento il cantato sincopato. Il suono si fa poi ancora più arioso con un groove greve che lascia il passo ad un loop sega ossa con rullanti di batteria; al minuto e tredici si guadagna una maggiore velocità con il ritornello reiterato con enfasi da Fafara, mentre le chitarre perseguono dirette e il drumming si fa pestato. Si continua poi familiari riff circolari contratti da breve pause, che creano un movimento roccioso che si ripropone in una sequenza trascinante; ecco che al minuto e quarantaquattro uno stop segna il ritorno del fraseggio melodico iniziale, sul quale ancora una volta ripartono le chitarre taglienti e la batteria cadenzata. Proseguiamo con le bordate insistenti e i rullanti di batteria, fino alle impennate dirette dove il cantante ripete ossessivo il ritornello accompagnato dalla ritmica battagliera; nuove scale vorticanti si aprono al secondo minuto e trenta, portando avanti il brano con il groove ripetuto interrotto solo da brevi pause. Si ripropone quindi il fraseggio portante, sul quale compaiono ad intermittenza bordate improvvise in un andamento nervoso che poi si libera in un riffing diretto con drumming diretto; ecco il finale con scariche sonore imperanti che chiudono poi il tutto con un’ultima cavalcata lanciata che si consuma con un grido e un colpo di piatto. Il testo espone un altro dialogo immaginario di critica, questa volta verso l'arroganza ostentata da certi individui; ogni volta che essi nominano il nostro, la sua immagine brucia, ma egli non teme tutto ciò, e non è interessato alle loro manie di grandezza, o a quelli che trova essere modi pomposi e rivoltanti. Le vite di tutti sono ora sotto processo, e la punizione per chi perde sarà l'Inferno (ironiche considerazioni sui giudizi morali altrui); si prosegue con il sarcasmo, mentre ci si scusa per non essere se stessi, adducendo al fatto di essersi svegliati dentro qualcun'altro. Si ripetono quindi le parole in un mantra ossessivo, reiterando il messaggio senza fronzoli pieno di autodeterminazione e rifiuto di considerare il giudizio altrui sulla propria vita; individuiamo quindi un tema comune presente nei brani, con le invettive di Fafara che si scontra con la società e le sue convenzioni che non accetta, e per le quali non intende essere criticato da chi considera pomposo ed ipocrita. "Die (And Die Now) - Crepa (E Crepa Ora)" si lancia senza fronzoli con un loop di matrice quasi death sul quale subito Fafara si da ad un cantato isterico che alterna toni profondi e screaming, accompagnato dalla batteria tirata; al ventesimo secondo l’andamento si fa contratto con una serie di bordate rocciose sottolineate da colpi di piatti, in una marcia che pesca ampliamente dalla componente ancora maggioritaria del gruppo di matrice nu metal. Si crea un’energia sospesa che viene liberata al trentatreesimo secondo con un riffing dritto dal drumming che lascia senza fiato, con in sottofondo belle melodie che danno un’atmosfera epica al tutto; ecco poi un groove circolare che crea contrazioni che si fanno poi ancora più ritmate e tribali, dando spazio anche ai suoni di basso. Arriviamo al minuto e tredici, dove riprendono i loop a motosega conditi da grida isteriche e batteria potente; ancora una volta ci si ferma con una serie di bordate contratte in una marcia cadenzata sulla quale Fafara declama in modo sincopato il ritornello. Ritroviamo quindi la linea dritta con melodie e batteria in rullanti, ripetuta in una sequenza trascinante; si ripropone quindi il groove precedente che svolge anche qui il suo ruolo di momento contratto dai toni più urbani, e non manca neanche questa volta la sua evoluzione più “tribale”. Al secondo minuto e diciassette dopo un rullante in salire parte un riffing roccioso di chitarra il quale avanza devastante, accompagnando poi suoni squillanti in sottofondo; al secondo minuto e trentadue torna invece il suono iniziale diretto ed ossessivo nei suoi giri a moto sega, chiudendo il pezzo su note vicine a quelle iniziali, mentre Fafara conosce grida sempre più sgolate che si liberano in un urlo distorto finale. Il testo è un'esplicita dichiarazione di odio in formato canzone, diretta a qualcuno che ha fatto del male al cantante, o comunque un torto non dimenticato; il sangue è la sua vita ed è la strada, e si ritrova sempre a dover scrivere una canzone d'odio, di cui questa è l'ultimo grande esempio. Una vita disprezzata, un'anima ferita, che deve ora gettare tutto fuori senza fronzoli, augurando la morte al soggetto della canzone; quest'ultimo non deve confondere la gentilezza con la debolezza, avvertendolo che sarà oggetto di un pestaggio, poiché il nostro è come un cane che risponde sempre con un morso, e che si guarda le spalle. Si continua ossessivamente ad augurare la morte, e di sicuro ("Front and center for another life lesson - Don't forgive, damn sure don't forget - Pronto per un'altra lezione di vita - Non perdonare, e sicuramente non dimenticare) non si torna sui propri passi, fino a maledizioni che partono dal proprio cuore ed anima; un testo ancora una volta diretto e terra terra dalla dimensione personale semplice ed esplicita, adatto alle sonorità urbane della band. "I Dreamed I Died - Ho Sognato Di Morire"  parte con un fraseggio strisciante accompagnato da piatti cadenzati e rullanti distribuiti, in un suono sospeso e ritmato; i suoi giri stridenti creano un’atmosfera distorta che si protrae mentre il drumming accelera con impennate. Ecco che al quindicesimo secondo parte un andamento contratto con bordate e colpi pestati, il quale crea una ritmica incalzante sulla quale Fafara interviene con versi distorti; al trentunesimo secondo riff spezzati di matrice moderna creano il movimento sul quale il cantante si da ad un cantato sincopato ampliato dai toni marziali delle chitarre. Si accelera poi in un songwriting molto vicino a quello dei Coal Chamber, per uno dei momenti del disco più legati al passato recente dell’artista americano; al primo minuto il drumming si fa più devastante con piatti pestati e giri distorti sottolineati da punte ritmiche. Si ritorna poi al movimento cadenzato, che avanza con i suoi riff marziali; si accelera quindi ancora con toni quasi rap nel cantato, raccogliendo un’energia contratta che deve liberarsi. Ecco quindi al minuto e quarantasei le bordate taglienti con batteria  incisiva, ripetute mentre il cantante grida il ritornello aggressivo; al secondo minuto il fraseggio iniziale fa ad cesura sempre con piatti cadenzati, strisciando sommesso con i suoi giri grevi. La batteria torna ad impennare con rullanti, ed ecco una serie di bordate squillanti con colpi secchi di ritmica, che avanza battagliera; si esplode quindi in un riffing roccioso con assoli stridenti in sottofondo, mentre Fafara conosce vocals effettate che si mantengono aggressive. Al secondo minuto e quarantacinque riprendono i rulli marziali di batteria e i giri circolari, mentre il cantante vede versi con effetti che li rendono distanti ad intermittenza; si crea un galoppo energico che collima al terzo minuto e nove con una marcia finale con bordate e grida, fino all’ultimo suono di chitarra che chiude il tutto. Il testo è un ironico sogno premonitore, dove Fafara immagina di essere morto ed essere arrivato in Paradiso, guadagnato con lo stile di vita senza paura e rimpianti che rivede guardandosi indietro; alle porte dei cieli viene quindi accolto dai santi, che si congratulano con lui, mentre egli si chiede come mai è li. Gli viene risposto che è perché essere dalla parte del giusto significa non avere paura, ed ecco che la sua vita gli scorre davanti; vede anche i momenti buoni, mentre gli viene detto che si è comportato molto bene. Un nuovo consiglio però viene dato: “When you hear the call, bury them all - Destroy all or nothing - Quando arriva il momento, seppelliscili tutti – Distruggi tutto o niente” cosa che il narratore intende assolutamente fare; ed ecco che quando il cielo si è aperto e le nuvole si sono spostate, non vi è stato più dubbio sul perché fosse li, consapevole di aver fatto un buon lavoro, il migliore che poteva fare. Ora però c’è da andare avanti, ricordando le lezioni imparate,  riguardando ancora la propria vita; si ripetono quindi i versi precedenti ripresentando tutta la visione in ritornelli fatti apposta per essere seguiti da cantato e strumentazione. "Cry for Me Sky (Eulogy of the Scorned) - Piangi Per Me, Cielo (Elogio Funebre Per chi è disprezzato)" vede un riffing roccioso che apre il tutto con piatti cadenzati e colpi di batteria dilatati e potenti; l’andamento controllato si libera all’ ottavo secondo dopo un rullante in levare con chitarre ancora più serrate e colpi ancora più incisivi. Un sinistro fraseggio discordante si delinea in sottofondo, creando un’atmosfera estraniante e solenne; un ennesimo rullante segna poi al trentesimo secondo uno stop con una digressione di chitarra che fa cesura. Ecco che una cavalcata thrash prende ora piena posizione con i suoi riff imperanti, sui quali Fafara si apre al suo classico cantato ritmato; la batteria è incalzante con i suoi colpi incisivi, contribuendo alla potenza del pezzo. Al cinquantasettesimo secondo ci si ferma ancora con una cesura, sulla quale il cantante si prolunga in un verso gutturale; dopodiché si accelera fino ad una sequenza cacofonica di piatti e chitarra. Ci si stabilizza presto in una corsa con loop sempre presente e drumming pestato, arricchita dalle grida isteriche di Fafara, in un crescendo di elementi; al minuto e ventisette torna in sottofondo il fraseggio tagliente, che perdura per alcuni secondi. Al minuto e quarantatre riprende il galoppo marziale ricco di giri rocciosi, mentre il cantante alterna grida e un cantato sempre aggressivo, ma capibile; ci si blocca con un suono vorticante che fa da cesura, il quale prosegue con piatti di batteria che prendono ritmo mentre i riff proseguono, liberandosi in una coda cacofonica. Riecco il ritornello con giri rocciosi che si fanno stridenti, fino all’intervento di un drumming tribale sul quale i ritmi di chitarra si fanno spezzati; un rullante anticipa al secondo minuto e quarantaquattro un groove claustrofobico che richiama i Meshuggah e che avanza squillante e allo stesso tempo marziale. Esso evolve con una serie di scale dissonanti che presentano uno dei pochi momenti tecnici del lavoro, generalmente molto diretto; una breve sezione con una digressione accompagnata dalle vocals di Fafara anticipa una nuova impennata, che vede un marcia rocciosa con cantato sincopato. Essa accelera presto interrotto brevemente da un riff vorticante, dopo il quale si prosegue con giri taglia ossa, che nel finale riesplodono in suoni marziali; ecco al conclusione improvvisa con un’ultima declamazione di Fafara, che termina il pezzo. Il testo è una descrizione biografica della propria vita, che continua i temi personali dell’album; nella sua vita il protagonista non ha conosciuto altro che il risultato di semi seminati da altri, mentre camminava sia nelle grandi strade, sia nelle scorciatoie, provando le alte gioie e i bassi dolori. Egli ha incontrato il diavolo al centro di un incrocio (immagine tipica dell’immaginario americano, molto legata al blues), e la sua anima è quella di un segugio; il suo sangue è un fiume che scorre in ogni città, ed egli si chiede se qualcuno si è mai sentito come lui. “Cry for me sky - Cry for me, scorned, scorned - Piangi per me cielo - Piangi per me, disprezzato, disprezzato” grida disperato, vivendo una vita folle, mentre la pioggia irrompe, e si meraviglia di essere sano nel suo essere un fuorilegge; nato e vestito di nero, la sua anima combatte, carburando l’Inferno e portando il marchio di Caino, si chiede ancora se qualcuno si è mai sentito come lui.  Quando sarà uno spirito andato via, sarà ricordato in modo forte da chi ha incontrato, amici e famigliari, quando sarà sepolto due metri sottoterra, e l’unico suono saranno i corvi con i loro versi; un’altra dichiarazione quindi d’intenti da parte di Fafara, che ritiene di aver lasciato un segno nella sua vita, vivendola a testa alta. "The Mountain - La Montagna" inizia con un riffing vorticante ricco di scale melodiche ed accompagnato dalla batteria cadenzata in rullanti; colpi di piatti improvvisi ne delineano il movimento anticipando la svolta più serrata del reparto ritmico verso l’ottavo secondo. Al diciottesimo secondo Fafara s’introduce con un growl profondo, mentre i suoni di chitarra si fanno ancora più spezzati; si arriva così al ventiseiesimo secondo dove un fraseggio roccioso fa da cesura, mentre il drumming strisciante si sviluppa in cimbali  sempre più presenti. Si parte quindi con il cantato sincopato mentre le chitarre a motosega proseguono il loro groove gestito in montanti, dalla natura molto crossover; al cinquantanovesimo secondo un fraseggio melodico fa ad cesura, dopo la quale riprendono i montanti di chitarra solenni. Stridenti scale si aggiungono, prima di aprirsi in una corsa dissonante giocata su contrasti e corridoi sonori più claustrofobici; la ritmica sorregge il tutto con colpi serrati e sempre ben presenti. Si collima al minuto e quaranta, dove torna il fraseggio roccioso con piatti, caricando la tensione per un nuovo crescendo; si torna quindi a ritmi spezzati di chitarra e batteria, mentre Fafara si prodiga al suo cantato sincopato. Non siamo molto distanti dai Coal Chamber, in un pezzo molto legato al passato recente, e quindi uno dei meno indicativi del sound vero e proprio dei DevilDriver; la struttura è basata su stacchi e riprese, ed ecco quindi che al secondo minuto e venti dopo l’ennesima cesura con suoni squillanti si ritorna alle falcate aggressive di chitarra. Il crescendo viene arricchito da fraseggi squillanti che riprendono gli andamenti vocali del cantante, tutto questo fino al secondo minuto e trentotto; qui una digressione fa da cesura insieme al suono rauco prolungato di Fafara, dando poi sfoggio ad un fraseggio lento, quasi doom, dall’incedere epico. Il drumming si apre prima in colpi serrati, poi in rullanti di pedale, offrendo una parte più sostenuta e prettamente vicina alla natura thrash/groove della band; si arriva alla cesura del terzo minuto e trentadue, la quale anticipa un fraseggio vorticante, che poi prosegue con le sue scale arricchite dai toni isterici di Fafara. Nel finale il tutto s’inasprisce velocemente in una chiusura sincopata e fulminea, che risolve il brano senza molte cerimonie; notiamo un songwriting ancora a volte doppio, non del tutto lanciato nella nuova direzione, ma con parti più vicine ad essa, che convivono con ritornelli spezzati e modi tipici del nu metal. Il testo è tutto una metafora dove vari elementi ambientali vengono fatti corrispondere con aspetti esistenziali e caratteriali del protagonista; egli sente una tempesta che arriva in lui, ma il cattivo tempo lo fa respirare, mentre il cielo diventa grigio e la vita s’innalza e scorre via. Prima di andarsene farà mangiare a tutti il corvo (frase dal senso non molto chiaro), giocando la carta che la vita ha dato, tutto a modo suo, facendo inginocchiare gli altri; è un albero con le radici saldi nello sporco, che ha provato il dolore, e che si muove velocemente perché il tempo è poco. Non può perdere perché è nato per vincere, “And I'm building this mountain from outside within - E sto costruendo questa montagna da dentro verso fuori”  prosegue, invitando gli esterni, odiatori e bugiardi, ad incontrarlo li, dove il loro tempo giungerà. La tempesta arriva come la sua forza, mentre la pioggia spazza via gli sbagli della vita, sin dall’inizio piena di volontà, incutendo terrore nei cuori dei nemici; a volte si desidera non essere mai nati, ma ecco che arriva la tempesta, la quale mentre il cielo diventa nero, vede voci che intimano l’attacco e a muoversi velocemente perché il tempo è breve. Vengono poi ripetuti dei versi precedenti, reiterando i concetti espressi, esprimendo ancora la sua forza, e la sua sfida verso chi lo odia; è chiaro che il mondo tematico del lavoro verte tutto sulla forte personalità di Fafara, che non ha problemi ad esprimere la sua idea di se stesso e di opposizione a chi lo attacca, rispondendo prontamente. "Knee Deep - Fino Alle Ginocchia" ci accoglie con un crescendo di chitarra effettata che avanza fino al grido di Fafara; ecco quindi un riffing roccioso ed imponente che avanza con le sue scariche spettrali, mentre la batteria si apre in piatti controllati. Al trentatreesimo secondo si prende velocità con rullanti e montanti, fino alla partenza della cavalcata fatta di chitarre compulsive, drumming serrato, e cantato sincopato; ci si trova di seguito davanti ad un ritornello ritmato che ancora una volta richiama fortemente il gruppo precedente del cantante, giocato su ritmi spezzati ed impennate decise. Al minuto e ventidue un breve stop fa da cesura, dopo la quale abbiamo mitragliate continue dove la sezione ritmica segue fedelmente l’andamento, mentre i riff claustrofobici delineano corridoi sonori; ecco quindi la ripresa del ritornello incalzante, sottolineato da alcune parti più stridenti e squillanti. La struttura è abbastanza ripetitiva, dandoci un mantra sonoro ipnotico che trascina l’ascoltatore con suoni di facile presa ed un’atmosfera prettamente urbana; ecco al secondo minuto e otto una marcia con campionamenti vocali e rullanti di batteria marziali, la quale poi lascia posto ad alcune sfuriate meccaniche di chitarra, creando un’alternanza che si protrae fino al secondo minuto e trentatré. Si riprende quindi con il ritornello concitato fatto di chitarre dal riffing roccioso e punte squillanti, dove Fafara ripete il testo come una filastrocca; l’andamento si fa man mano sempre più ossessivo in una cavalcata pestata che nel finale vede colpi di batteria sempre più serrati, fino alle ultime bordate di chitarra che segnano al conclusione del pezzo breve e diretto, il quale come il precedente è legato a quanto fatto poco prima dal leader della band. Il testo prosegue sulla linea lasciata in precedenza, con un dialogo immaginario dove il narratore esprime le sue considerazioni sulla sua vita; si chiede cosa deve fare in questa circostanza, dove egli adora essere spinto ancora di più, in modo da diventare più duro, e rafforzarsi dal dolore. Si rivolge poi all’interlocutore, chiedendogli di lui, e ricordandogli che la vita è dura, ma ciò lo rende più forte, anche quando si trova con le ginocchia nel letame; tutti quanti ci si trova insieme nella latrina, un pirata, un  poeta, e un assassino, tutte cose che gli altri lo hanno reso, e che la vita ha reso gli altri. La vita si riduce al desiderio, di cui lui ha avuto la sua parte, mentre continua da andare avanti, pur rimanendo nel liquame; quindi ancora tutti insieme li, dove ognuno porta il suo, sputando tutto, o trovando una via sicura. “Knee deep in the shit - All together in the pit - All forever in the shit for this  - In profondità nella merda - Tutti insieme nella buca - Tutti insieme nella merda per questo” ripete, in modo ossessivo reiterando il messaggio; considerazioni basate sulla vita che non evitano toni diretti, distribuendo su gli altri e se stesso colpe ed analisi, dicendo la propria sempre senza remore o timori. "What Does It Take (To Be a Man) - Quello Che Ci Vuole (Per Essere Uomo)anticipa l’andamento vero e proprio con trittici di chitarra sepolti sotto effetti, accompagnati da un basso greve e da rulli; ecco poi che esplode il riffing portante insieme al drumming deciso. Al ventiduesimo secondo Fafara si aggiunge con il suo cantato ritmato sposandosi perfettamente sulla foresta di suoni dove la ritmica è quasi tribale;  l’andamento aggressivo è segnato dalle vocals aspre e dai loop taglienti di chitarra ripetuti ad oltranza. Al cinquantesimo secondo le chitarre si fanno ancora più vorticanti e claustrofobiche, mentre il cantante si da ad un ritornello sincopato con cori; dopo circa otto secondo la struttura si fa più dilatata con distorsioni e rullanti di batteria, slavo poi rilanciarsi in falcate incisive ed incalzanti. La tensione sonora è palpabile, giocata su un andamento lineare e conciso, dritto nella sua strada; al minuto  e trentacinque le geometrie sonore dello strumento a corda ritrovano posto, spingendoci nei suoi groove insieme ai cori. Ancora una volta ci si dilata in una coda strisciante e solenne, dove Fafara si da ad urla in riverbero sgolate; al minuto e cinquantasette il drumming si fa serrato e veloce in colpi continui, aggiungendo velocità al brano. Inaspettatamente si aggiunge poi un fraseggio tecnico dalle scale melodiche ben congegnate e prolungate, insieme a riff marziali che en accompagnano le evoluzioni dal sapore thrash. Si collima la secondo minuto e trentatré dove le chitarre chirurgiche ritrovano spazio, lanciate ed incombenti nelle loro pulsioni così come le vocals robuste; ci si alterna quindi con rallentamenti epocali ed ariosi, per riprendere con i loop squillanti. Il finale vede quindi un drumming tribale e marciante con scariche di chitarra, fino alla conclusione segnata da un urlo; l’adrenalina è ancora una volta protagonista in un pezzo moderno e non complicato, fatto per l’head banging continuo. Il testo spinge ancora di più sul personale i temi, raccontandoci le fatiche di Fafara; molte persone ogni giorno non ce la fanno, ed egli ci racconta di essere legato alla famiglia, e di fare quello che deve, mentre ci confida che un uomo ha solo la sua parola e il dovere di tenersi libero. Ognuno deve fare quello che vuole, basta che stia lontano dalla sua famiglia; nato lavoratore, ha lavorato sin da quando aveva tredici anni, mentre suo padre si svegliava alle cinque e si spezzava la schiena per tenerli senza problemi,  così come sua madre ha sudato e ha vissuto da schiava per la famiglia. Se viene provocato quindi, il nostro risponde prontamente, e ci confida che tutto ciò è quello che ci vuole per fare un uomo; quando era giovane gli è stato detto di dover fare una scelta, e che bisogna farsi un piano, percorrendo ogni giorno la via di un uomo, percorrendo le distanze con il sorriso adatto al gioco della vita. “Don't put up with people who get in your way - And when you push don't think, that I won't shove - Non accettare la gente che ti si mette in mezzo - E se spingi, non credere che non risponderò”  prosegue, e per l’ultima volta chiede cosa ci vuole per essere un uomo, rispondendo che semplicemente si tratta del duro lavoro; Fafara non la manda a dire, descrivendo la durezza della sua vita e la forza guadagnata da essa, ricordando le sue radici e da dove viene, e ciò che la formato. Swinging the Dead - Scuotendo Il Morto" non perde tempo e si apre con un fraseggio decisamente metal, accompagnato da bordate possenti; i riff vedono una serie di stacchi e riprese in un andamento contratto che si protrae fino all’arrivo delle vocals di Fafara. Con esse si prende maggiore velocità, fino al ventunesimo secondo dove si sprigiona il movimento nervoso e distorto in una corsa corrosiva; le falcate repentine riprendono il movimento ritmato del cantante in un avanzare sincopato. Al quarantaquattresimo secondo ci si ferma con uno stop che fa da cesura, lasciando spazio a vocals sospirate; ma è di breve durata, ed ecco che segue una marcia dilatata dalle chitarre rocciose e dal drumming rullante. Si aprono poi riff nervosi e circolari, creando un buon groove; presto ci si lancia in una serie di evoluzioni giocate su fraseggi thrash dalle scale squillanti. Si torna quindi all’andamento ritmato e diretto, dove Fafara si abbandona al suo tipico cantato sincopato di chiara derivazione nu metal; al minuto e quarantatre un nuovo stop ci accoglie con i suoi movimenti lenti, prima del ritorno della marcia rocciosa dal ritornello trascinante. Seguono quindi loop a motosega epocali, piatti e rullanti di pedale, in un incalzamento continuo; al secondo minuto e otto si torna a coordinate dilatate con fraseggi taglienti e rullanti di batteria. Si riprende però presto velocità con riff ossessivi e drumming serrato, in una cavalcata concitata che si infrange al secondo minuto e quarantatre con l’ennesimo stop; tornano i loop rocciosi ed il cantato frenetico, trascinandoci ancora una volta fino alla cesura ricca di colpi di batteria preparatori. Riecco quindi il ritornello ossessivo, sul quale poi troviamo chitarre a motosega nervose e taglienti, che avanzano fino al finale; qui un verso del cantante chiude all’improvviso l’episodio adrenalinico dalla grande carica, il quale ci mostra di più il lato groove/thrash della band, verso il quale essa si muoverà sempre di più. Il testo ci offre una variazione dai temi personali, in una sorta di filastrocca horror che ci ricorda i pezzi dei Misfits legati a ritornelli con giochi di parole e rime giocosamente collegati all’immaginario horror americano; in un ballo macabro si fa volteggiare il morto, prendendolo e alzandolo, mentre suona un rock ‘n’ roll posseduto agghiacciante ed eccitante, il suono della tomba con sferragliate mostruose per un demone posseduto. Prendiamo i morti, disseppelliamoli, mentre suona questo strano rock, il suono della tomba per i malvagi; “Ride if you like, ride if you like -  Swinging the dead, swinging the dead - Deathride - Cavalca se vuoi, cavalca se vuoi - Scuotendo il morto, scuotendo il morto - Corsa mortale” prosegue, mentre questo suono di swing fa muovere tutti, che prendono e portano scompiglio ai morti, un suono malvagio dove il demone che lo suona ha ritmo. Tutti gridano per il sangue e per la carne, basta che si tengano i corpi, mentre si continuano a ripetere ossessivamente i versi precedenti in un mantra frenetico che continua fino alla conclusione con le sue immagini di folli danze e corse mortali; un testo come detto giocato su un’atmosfera strana e macabra non seriosa, ma legata al ritmo del pezzo. "Revelation Machine - Macchina Della Rivelazione" è introdotta da rullanti di batteria cadenzati, sui quali poi si sviluppa un motivo distorto e tagliente di chitarra in una tensione trattenuta; ecco al quattordicesimo secondo una serie di impennate marziali che caricano  di energia l’andamento, insieme ai versi in levare di Fafara. E’ al ventunesimo secondo che i loop sferraglianti e i rullanti di pedale prendono posto in una ripetizione ossessiva; ecco quindi il riffing devastante insieme al cantato sincopato in una corsa delineata da rullanti improvvisi. Il ritornello meccanico è giocato su questi elementi, arricchito da falcate grevi e dai toni ossessivi del cantante, in una ritmica contratta che ormai ci è familiare; riprendono quindi le bordate taglienti delimitate dalle impennate di drumming improvvise. L’aggressività cresce con chitarre sempre più distorte e colpi incisivi, mentre Fafara prosegue con il suo cantato isterico; riprende quindi al minuto e quarantasette il ritornello altrettanto tirato e senza respiro, basato su ripetizioni che ci trascinano in un tritacarne sonoro. Una serie di bordate squillanti creano poi una sezione contratta e tecnica, dove i piatti di batteria delineano la struttura fino al secondo minuto e quindici; qui un cupo growl profondo fa da cesura insieme ad una digressione. Ecco un fraseggio melodico dal sapore classico, il quale si accompagna a chitarre marziali, le quali poi prendono posto insieme a rullanti massacranti, sempre più taglienti; ma questa coda è variegata, e tutto ad un tratto la batteria si apre in tambureggi marziali i quali fanno da contraccolpo tecnico. Spazio poi ad una ripresa dei riffing dalle falcate serrate, ricreando il ritornello ossessionante ripetuto ad oltranza nei suoi rullanti e vocals aggressive; il finale vede un nuovo gioco sincopato, che si protrae potente e ripetuto fino alla conclusione improvvisa. Il testo torna sulle considerazioni di Fafara sulla propria vita e carriera, e sul ruolo altrui; non dobbiamo preoccuparci di “quelli come loro”, perché saranno andati via da tempo, mentre noi rimarremo qui e staremo bene. I tesori che cercavano li hanno guidati e prosciugati, ma non dobbiamo temere,  perché le loro anime sono state compare, le nostre no (probabili riferimenti al mondo della musica, e al vendersi); “When they think your scene - All they think, the green - Don't you know just what I mean - Quando pensano alla tua scena - Pensano solo al denaro - Non capisci cosa intendo?” prosegue, ripetendo poi i versi precedenti. E’ una macchina della rivelazione, la quale ci svela la verità, per la quale dobbiamo alzarci e muoverci, portando il genuino, gli artigli e le zanne; egli ha visto lo show altrui, ma dopo due volte era lo stesso, una storia vecchia che è stata comprata e venduta dopo due volte. Ora ci chiede di unirci  a lui nel mandare al diavolo tutto, ricordandoci che le anime degli altri sono state comprate; ci invita  a proseguire il viaggio con lui, un buon viaggio, citando ossessivamente fino alla fine la così detta macchina della rivelazione. Un testo che qualcuno può giudicare presuntuoso, ma in linea con il personaggio finora visto, dove senza reverenze si giudica la scena musicale, dichiarando la propria purezza ed estraneità da logiche commerciali;  è facile capire come mai qualcuno giudica il leader del gruppo come una persona piena di se, ma questo sembra non tangere al nostro, che senza peli sulla lingua la dice come la pensa. "Meet the Wretched - Incontra I Disperati" parte con una marcia rocciosa delineata da piatti improvvisi; ecco che la ritmica diventa poi sempre più pulsante fino ai rullanti del dodicesimo secondo. Con l’arrivo di Fafara esplodono una serie di falcate granitiche con rullanti di pedale e colpi secchi; si aprono di seguito riff solenni ed incisivi mentre il drumming si mantiene attivo e ben presente. Al quarantaquattresimo secondo le vocals aggressive del cantante si stagliano su un loop continuo dai toni marziali, grazie alle chitarre distorte e taglienti, creando un continuo incedere aspro ed effetto; al minuto e sei i toni si fanno più serrati con giri squillanti e cantato sincopato, creando un ritornello urbano trascinante. Ecco che poi si aggiunge un assolo sinistro, il quale evolve nelle sue melodie per qualche secondo; si torna quindi alle scariche dirette di riff roboanti e rullanti marziali, mentre Fafara declama con voce effettata e tagliente la sua lezione. Al minuto e cinquanta si riparte con le chitarre ariose da tregenda, caricando l’epica atmosfera  per quanto segue:  infatti al secondo minuto e sette torna l assolo tetro il quale si sviluppa con in sottofondo i continui groove grevi e le urla del cantante. Si arriva così al secondo minuto e venti, dove un fraseggio vorticante fa da improvvisa cesura, ricca di scale altisonanti; cimbali e suoni sempre più urgenti creano adrenalina, mentre il tutto collima al secondo minuto e trenta. Qui la batteria si fa ritmata e tribale, riprendendo gli andamenti vocali sincopati di Fafara e i rullanti di pedale, in una sorta di filastrocca cannibale; al secondo minuto e cinquantasette partono le mitragliate sempre più violente, fino ad una cesura vorticante. Dopo di essa segue un’epica digressione con piatti ritmati e versi in crescendo; ecco poi un nuovo gioco di batteria marziale e vocals sincopate, sottolineate dai riff. Si prende quindi velocità con bordate decise  e drumming incisivo, fino al gran finale; qui la velocità è spinta la massimo con una cavalcata feroce, al quale si consuma con colpi sempre più incisivi e rullanti, fino alla chiusura improvvisa. Il testo ci offre sempre con metafore e ritornelli uno spaccato di vita intense del nostro, in questo caso del suo ideale di divertimento;  incontriamo quindi i disperati, sentendo la loro chiamata, dopo esser stati seduti ed esserci annoiati, andando giù in città dove la nostra anima è di casa. Lui lo sente, la serata arriva, mentre il cielo cade, si va in città ad incontrare i disperati; “Every time we go to town we're taking what they're giving - Let's go downtown and take a drink, we're taking shit from no one - Ogni volta che andiamo in città prendiamo ciò che viene dato – Andiamo al centro a bere, non accettiamo problemi da nessuno” prosegue delineando una serata brava, dove si combatte per avere terreno e scalciare nella polvere; invece di stare annoiati in casa ci invita a cospirare con lui in città, dove incontriamo ciò che desideriamo, il fuoco infernale. La natura perversa viene liberata, e la Luna verrà fottuta e le stelle commemorate; ci si devasterà così tanto da entrare in comunione con la bestia, e si diventerà così grandi che nulla rimarrà di noi da essere rimembrato. Nell’aria c’è il richiamo dei disperati, e potremmo morire stanotte, ed è per questo che il nostro vive la sua vita veloce e libero, fottutamente veloce stanotte, mentre incontra i disperati; una vita senza rimpianti dove si da tutto, e dove certo non si ha paura dell’azione e delle sfide, affrontate con coraggio e anche arroganza dal narratore, che sente di essersi meritato duramente di poter essere così. "Devil's Son - Il Figlio Del Diavolo" è il brano finale dell’album, introdotto da una marcia sincopata di chitarre e colpi di batteria, in un movimento contratto; la ritmica da mosto sega si dipana cadenzata fino al settimo secondo, dove un verso di Fafara apre la strada a sirene squillanti e loop rocciosi. Si crea un corridoio sonoro dalle dissonanze acute e dall’ossessivo andamento; ecco che al ventiduesimo secondo ci si stabilizza su un mantra urbano dai riff marziali e dal cantato schizofrenico. In concomitanza con il ritornello i suoni si fanno ancora più potenti e pestati, in un rituale da head banging che ancora una volta riprende formule del passato e le irrobustisce; si prosegue poi con i movimenti precedenti, sempre contratti e taglienti, aprendosi in impennate corpose sempre supportate dal drumming incisivo. Si torna a sezioni ancora più aspre e serrate verso il primo minuto, ricreando una cavalcata continua giocata su loop distorti e canti ritmati dal sapore urbano; largo quindi ancora a colpi battaglieri e piatti cadenzati, in un ritornello devastante che si nutre di se stesso. Al minuto e ventiquattro troviamo un fraseggio roccioso con batteria tribale, il quale striscia fino all’esplosione di loop ed effetti vocali campionati; ecco quindi una sezione moderna a cui si aggiungono  chitarre severe e tetre ampliando l’atmosfera del pezzo. Largo quindi ancora al ritornello furioso e folle, lanciato con le sue ritmiche spezzate; al secondo minuto e  ventisei suoni squillanti creano un andamento lisergico, sottolineati però da robusti riff rocciosi e colpi serrati di batteria. Il finale è quindi lasciato ad altri effetti dilatati, fino alla conclusione improvvisa che blocca il tutto senza annunci, come è d’uso per i nostri; un episodio breve, ma carico di energia, diretto e votato al ritornello martellante, non dissimile da altri presenti nel lavoro, ma capace di svolgere il suo ruolo di pezzo coinvolgente e tirato. Il testo ci offre un ultimo spaccato autobiografico offerto da Fafara, sempre dai toni esaltati e dalla volontà di non mandarla a dire a nessuno; evocando il fuoco, egli si dichiara il prescelto, colui di cui abbiamo bisogno, il figlio del diavolo che ha appena cominciato a splendere, colui che dovrà compiere l’atto che nessuno vuole fare. Si continua a ripetere i versi come in una filastrocca, mentre poi viene dichiarato “What's left unsaid - Yeah, things come around - Ciò che rimane non detto - Si, i conti prima o poi tornano”, ripetendo quindi ancora il ritornello, fino  a terminare il tutto con la parola iniziale “Fire - Fuoco”; un testo breve così come il pezzo in se, che più che darci un racconto, gioca sulle ripetizioni di concetti sempre legati al ruolo di duro e di “outcast” che il cantante esprime praticamente in tutto l’album. 



Tirando le somme, un lavoro che racchiude i suoi pregi e difetti in un unico termine: competente per quello che vuole essere. Il tiro è sempre veloce, le chitarre piene di riff taglienti e la batteria dritta e pulsante, le vocals per lo più legate allo stile aggressivo, ma capibile, usato già da Fafara con la band precedente, le melodie sono marcatamente moderne e nu metal; i brani non differiscono terribilmente l’uno dall’altro, ed è quando la bilancia pende più verso elementi thrash e groove che le cose si fanno più interessanti, come in "I Could Care Less", Die (And Die Now)” e “"The Mountain". Per il resto i modi sono quelli dell’ondata di fine anni novanta, solamente resa più robusta dalle iniezioni degli elementi prima citati, i quali incominciano a farsi strada nel songwriting della band; detto questo il lavoro non è lontanamente pessimo come alcuni recensori dell’epoca  lo hanno giudicato, complice la reazione generale del periodo contro qualsiasi cosa che odorasse anche solo leggermente di crossover/nu metal. I pezzi seguono una struttura per lo più semplice, che si fa seguire con ritornelli, montanti, impennate e grida da parte del cantante, e offrono quindi un suono diretto che certo non ci sorprende per tecnica, ma neanche vuole farlo; non si scade mai comunque nell’orribile, non ci sono stonature, elementi fuori luogo, pezzi che inficiano l’ascolto con la loro presenza. E’ inoltre un debutto, creato in poco tempo da una formazione che ancora stava imparando a conoscersi, ed è chiaro che seguire la strada più familiare al leader deve essere stata una scelta inconscia comprensibile; il fatto che i lavori successivi abbiano pian piano affinato il suono verso una certa direzione dimostra la crescita costante verso una propria identità, che qui ha il suo primissimo punto di partenza. Quindi: se odiate il nu metal di fine anni novanta e tutto ciò che ruota intorno ad esso, difficilmente avrete un parere positivo di questo lavoro, che ne conserva molte caratteristiche, e anzi l’unione con alcune parti più “classiche” potrebbe anche farvi innervosire di più. Se invece non avete pregiudizi, troverete un lavoro che è tutto tranne che un capolavoro, e nemmeno l’ora migliore della band, ma che non è per nulla un disastro o un fallimento, ma anzi un primo necessario tassello di un mosaico più grande; mosaico che due anni dopo proseguirà con il secondo album The Fury Of Our Maker's Hand  dove la band incomincerà davvero a camminare con le sue gambe, elaborando un metal moderno capace di cogliere da diverse tendenze per creare un sound energico, potente, e piacevole. Proseguiamo quindi la nostra analisi con questo lavoro, inoltrandoci nella discografia dei DevilDriver che ci offrirà ad oggi altri cinque lavori.


1) Nothing's Wrong?           
2) I Could Care Less  
3) Die (And Die Now)          
4) I Dreamed I Died  
5) Cry for Me Sky (Eulogy of the Scorned)           
6) The Mountain      
7) Knee Deep 
8) What Does It Take (To Be A Man)         
9) Swinging The Dead         
10) Revelation Machine      
11) Meet The Wretched      
12) Devil's Son

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