DEVILDRIVER

Beast

2011 - Roadrunner Records

A CURA DI
DAVIDE PAPPALARDO
17/08/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Continua il nostro viaggio nella discografia dei DevilDriver, il gruppo di Dez Fafara, precedentemente vocalist dei Coal Chamber, uno dei gruppi dell’ondata nu metal di fine anni novanta ed inizio anni duemila; ormai ne è passata di acqua sotto i ponti, e il nome del nostro è da tempo associato con questa nuova realtà, la quale ha raccolto consensi da parte del pubblico, giovane, ma non solo, degli amanti del metalcore e del groove metal, inizialmente qui con connotati vicini al crossover, e poi più legati a suoni thrash, progressivi, e incursioni melo death. Consensi e anche critiche da chi non gradisce un certo tipo di metal e lo reputa una versione annacquata, mentre la band ha sempre tirato dritto per la sua strada; non sempre le cose sono andate perfettamente, e lavori esaltanti come il precedente “Pray For Villains” si sono accompagnati ad episodi sottotono come “The Last Kind Words” dove la loro capacità di creare accostamenti convincenti e melodie trascinanti, viene sacrificata in nome di ripetizioni di strutture e attacchi che possono stufare sapendo di già sentito, pur conservando una certa cura nella realizzazione. Il 2011 è un anno molto importante per Fafara, sia perché vede l’uscita di "Beast - Bestia", il nuovo disco dei DevilDriver, sia perché ritornano sulle scene anche se dovranno passare altri quattro anni prima di un disco), la sua vecchia band; il lavoro qui recensito, il quinto del gruppo, sembra purtroppo tornare più sui lidi del terzo, piuttosto che sviluppare il suono del precedente. Abbiamo una serie di attacchi, orchestrati oltre che da Fafara dai compagni John Boecklin (chitarra, batteria, basso), Mike Spreitzer (chitarra, basso), Jon Miller (basso, chitarra) e da Jeff Kendrick (chitarra), registrando presso il Sonic Ranch già usato anche in passato, i quali alla lunga creano un lavoro che di sicuro al primo ascolto pesta duro, ma che presto si confonde un po’ perdendo l’effetto novità; è sempre stato questo il tallone d’Achille della band, il non riuscire a crescere sempre di disco in disco, ma incontrare alcuni passi indietro, in una discografia che s  e vista in modo neutro non ha mai episodi che fanno gridare allo scandalo, ma che nei momenti migliori lascia intravedere molto di più. Il problema è che i DevilDriver funzionano quando accostano gli elementi più pesanti con quelli groove, poiché non hanno il tecnicismo di molte vere band death brutali, e quindi la loro furia continua può risultare molto più tediosa, e anche meno vera; l’equilibrio e il gusto per la melodia è il loro forte, ma non sempre sembrano ricordarlo. La voce di Fafara a volte soffre per i troppi effetti, che non sempre si sposano bene con il suo stile sincopato; forse influenzato dal ritorno dei Coal Chamber abbiamo anche alcune riprese degli elementi più crossover, come in “The Blame Game”,  i quali però non concorrono a favore del disco, che come detto soffre di una certa monotonia e mancanza di melodie e momenti solenni equivalenti al passato recente. Intendiamoci, non siamo di fronte ad un disastro, ma di sicuro l’album poteva essere molto di più, e creare una forma ancora più matura per il gruppo, che comunque in precedenza ha mostrato delle crescite compositive negli anni che possono portarlo ad un livello superiore; ora come ora, ritroviamo i soliti rimandi a Fear Factory e Machine Head, con alcune punte di death facile legato alle connotazioni svedesi degli ultimi anni. Un episodio minore insomma, che purtroppo segna una tendenza che per la prima volta, invece di essere invertita come successo prima, verrà ampliata nel successivo “Winter Kills”, dandoci un’ultima parte di carriera non esaltante, almeno se paragonata la meglio di quanto fatto dai nostri.   



Si parte con "Dead To Rights" e con i suoi effetti industriali martellanti; ecco che al ottavo secondo parte un riffing chirurgico di  scuola Fear Factory, il quale si alterna con impennate di rullanti e fraseggi; si aggiungono poi suoni squillanti, mentre al quarantaquattresimo  secondo una sequenza distorta si aggiunge in sottofondo. Fafara interviene con urla effettate sottolineate da giri ripetuti e rullanti possenti, con alcune punte ariose di breve durata;  al minuto e dodici si delinea il ritornello arricchito da chitarre evocative che riprendono l'andamento sincopato delle vocals, fino al grido raggelante del minuto e trenta. Si riprende quindi con il galoppo sferragliante con punte squillanti, il quale perdura fino al minuto e quarantasette; qui al doppia cassa accelera il tutto lanciandolo verso una serie di bordate contratte, sulle quali il cantato feroce si alterna a rullanti marziali. Largo quindi al ritornello con riff squillanti, mentre giochi di batteria e grida ne segnano la punta; si ripropongono i movimenti precedenti, collimando ancora in una corsa lanciata con doppia cassa. Essa però questa volta trova presto conclusione, mutando in una marcia rocciosa che poi prende velocità con drumming in doppia cassa e fraseggi vorticanti; al terzo minuto e ventitré falcate martellanti si predispongono con un grande effetto. Tocca poi ad assoli dalle scale elaborate aggiungersi completando il quadro, diventando poi ancora più altisonanti dopo al cesura con piatti cadenzati del terzo minuto e quarantacinque; ritroviamo quindi la commistione di diverse anime del metal cara ai nostri, filtrata da un gusto groove sempre vivo. Troviamo nuovi giochi ritmati, i quali raccolgono energia prima di lanciare il tutto con un grido in una cavalcata epica con alternanze squillanti; un galoppo feroce chiude il tutto, unendosi nella conclusione al drumming pestato, prima di lasciare posto ad un suono ambientale finale. Il testo è uno dei soliti attacchi all’ipocrisia tramite metafore “macho” in pieno stile Fafara, il quale ha sempre attirato sia simpatie, sia critiche feroci, indifferenti però a quanto pare al nostro. Ci viene chiesto se siamo venuti per questo, mentre lui sa per cosa è venuto, sbattuto a terra, al pavimento, deciso ad uccidere, poiché non possiamo liberarci di ciò che non sappiamo, mentre lui è stato imprigionato in questo. Prendiamo perché abbiamo bisogno di altro, senza chiederci cosa ci è riservato, e viene ripetuto il verso precedente, concludendo che nemmeno tutta l’ipocrisia può essere lasciata andare; il suo stomaco è pieno di nodi, mentre ci chiede di lanciargli tutto quello che abbiamo, poiché lui si libererà da tutte le ragnatele che lo imprigionano. “I'm fit to be tied, I've got you Dead to Rights, It's like suicide, Living alongside you - Posso essere legato, Ti ho beccato morto ai diritti, E' come un suicidio, Viverti vicino" continua, mentre otteniamo ciò per cui siamo venuti, fottuti sul pavimento, e poi sbattuti fuori dalla porta; ma ci dice di stare in piedi e di non piegarci davanti a nessuno, di coloro che ci anno imprigionato in questa situazione. Egli era stato imprigionato dalle ragnatele, ma ora che si è liberato ci ha in pugno, morti a qualsiasi diritto; ironicamente siamo invitati a non prenderla sul personale, poiché si tratta solo di problemi che stanno arrivando. Sappiamo che è dannatamente vero, perché ormai siamo nelle sue mani; un testo dunque con immagini ripetute, riferito alle idee di vita di Fafara e al suo non mandarla mai a dire. "Bring The Fight (To The Floor)" ci accoglie con un riffing martellante unito a fraseggi notturni e doppia cassa; al tredicesimo secondo sferrate aggressive si alternano a giri squillanti, mentre poi si aggiungono le vocals effettate di Fafara in un maremoto sonoro. Si aprono quindi parti contratte con rullanti e cantato sincopato, ma presto l'energia si libera ancora con corse dirette ad ampio respiro, dove Fafara raggiunge livelli quasi death di follia; al minuto e dieci abbiamo melodie sinfoniche, le quali poi lasciano presto il posto alla ripresa dei giochi ritmici con rullanti e le alternanze con parti dirette. Il songwriting è decisamente senza fronzoli e non particolarmente complicato, decidendo di basarsi più sulla ferocia costante; rispetto però ad altri episodi della carriera dei nostri viene a mancare un certo gusto per melodie epiche e parti progressive, andando a sminuire in parte le capacità dimostrate in passato. Al minuto e quarantaquattro rullanti di pedale sottintendono  giri al fulmicotone e grida, le quali si librano in seguito su fraseggia ancora oscuri, prima di tornare sulle coordinate delle esplosioni telluriche; bordate contratte trovano poi posto con potenti colpi, evolvendo poi in una corsa ritmata con cimbali e riff a motosega. Inevitabile l'aggiunta al secondo minuto e quaranta di assoli dalle scale tecniche, mentre il drumming in doppia cassa prosegue imperterrito; al secondo minuto e cinquantacinque proseguono le mitragliate di chitarra e batteria, lanciando il pezzo in una cacofonia finale accompagnata dai fraseggi evocativi. La conclusone si ha dopo alcune bordate con una marcia trash, la quale dura pochi secondi prima di perdersi nell'oblio sonoro. Un brano veloce e violento, che come detto difetta u po' per la mancanza di vere e proprie aree di respiro e contrappunti melodici spesso invece presenti nel disco precedente. Il testo molto semplice e breve tratta di lotte e rese dei conti in luoghi squallidi frequentati dal nostro; storie torride provengono da ratti pieni di disgusto, mentre il nostro è vicino più che mai ad una risoluzione, mentre è onestamente chiaro chi gli è amico, e chi invece sta dalla sua solo per convenienza. "Sure as shit, There's Nothing that will change me, There's Nothing sure as shit, Now There's no quick fix, You're broke, No price for Power - Fottutamente sicuro, Niente mi cambierà, Niente è fottutamente sicuro, Ora non c’è modo di sistemarti velocemente, Sei rotto, Non c'è prezzo per il potere" prosegue il narratore, il quale è ormai spinto ai limiti, con il cuore pieno di malizia coltivata in una chiamata, e sprecata nella terra delle meraviglie; è meglio il diavolo che conosciamo, piuttosto che quello che non conosciamo, mentre non possiamo fidarci degli altri, e sappiamo che non lo faremo. Annichiliremo per portare all’oblio, dovremo mettere piede per redimere il nostro fato, sparando al centro di tutto, e giungendo in un nuovo mondo; come spesso accade il significato vero è interpretabile, e sta all’ascoltatore visualizzarlo in base alla propria vita ed esperienze. "Hardened" è introdotta da effetti di studio applicati su un suono di chitarra, il quale si prolunga fino all’esplosione di un riffing roccioso accompagnato da piatti di batteria; al trentaquattresimo secondo si aggiungono suoni squillanti, prima sottolineati da rullanti, poi da una doppia cassa dinamica insieme alla quale i giri di chitarra si fanno più severi. Al cinquantaquattresimo secondo Fafara interviene con vocals sature di effetti, il cui andamento contratto viene ripreso da bordate sincopate, e delineate da rullanti, con un suono tagliente dal grande effetto; il tutto si fa sempre più caotico, con urla rabbiose e suoni combattivi, con colpi di batteria sentiti. Al minuto e ventisei parte il ritornello con arpeggi malinconici e rullanti di pedale, mentre il cantante si da ad un growl cavernoso; rullanti ritmati danno poi velocità al tutto, inasprendo i toni in un galoppo con una punta squillante. Sia prono poi riff a motosega in loop, i quali si uniscono a cavalcate  ritmiche sincopate; largo quindi a giochi di riff contratti e batteria, mentre al secondo minuto e otto si torna alla ripresa dell’andamento iniziale con le vocals spezzate riprese dalla strumentazione nel loro movimento, così come dell’incattivimento successivo dei suoni e delle vocals, raggiungendo apici sempre più sentiti. Al secondo minuto e trentuno si ripropone il ritornello con fraseggi melodici, il quale evolve ancora con rullanti e cassa dritta, collimando in un galoppo severo ricco di loop di chitarra taglienti e urla sanguinarie; largo poi a movimenti contratti di piatti di batteria e giri di chitarra dalle bordate battagliere. Esse assumono spazio significativo al terzo minuto quindici alternando parti dirette e raccoglimenti con riff rocciosi; si delinea poi una marcia con giri sempre più elaborati, mostrando il lato tecnico della band prima un po’ messo da parte. Al terzo minuto e trentasei un breve silenzio fa da cesura, mentre subito dopo esplode una serie di falcate granitiche e corrosive, sulle quali i blast di batteria si fanno ritmati; dopo un tuono vero e proprio il drumming si fa pesante come un’incudine, accelerando con un ritmo cadenzato. Assoli appassionanti si librano all’improvviso, creando scale elaborate sottolineate dai rullanti di batteria e da melodie ariose; l’intensità sale con evoluzioni dal gusto classico, mentre blast e colpi di piatti duellano tra loro. Al quarto minuto e ventisei il tutto torna severo e contratto, come in chitarre usate come violini infernali in un gusto sinfonico feroce; al quarto minuto e quarantuno si rallenta con una sessione controllata fatta di chitarre dai fraseggia ariosi e la batteria strutturata  in giochi progressivi ritmici. Ecco che all’improvviso falcate squillanti si legano alle grida disperate e sgolate di Fafara, instaurando una marcia assassina ed epocale che prosegue poi verso il finale; qui il tutto va scemando in dissolvenza, metodo non proprio inedito per la band, perdendosi nelle nebbie sonore.  Il testo è una nuova esternazione degli ideali da strada e di forza cari a Fafara; rimani l’ultimo, fuggi e uccidi il forte, mentre lui  e gli altri corrono come uno, e l’impiccagione inizia, e lui attende con il suo branco, fino all’alba quando attaccheranno. I primi arrivano senza un suono, mentre con i secondi si sentono urla e dolore, che dissetano appena i nostri; con zanne e zampe usano la loro potenza, per tirarli giù e assicurarsi la vittoria, con suoni di grida che riempiono la notte, mentre la fine è vicina e il pasto è visibile, e se il potere da ragione, loro scoppiano, come la falena alla fiamma, gli altri gridano di dolore, e coloro che fuggono ricorderanno il suo nome. "Hunger drives a Wolf... From the woods when he comes to Hunt, Kill Or Hell, stay for Good - La fame spinge un Lupo... Dalla foresta quando viene per Cacciare, Uccidere, O all'Inferno, dove rimani per sempre" prosegue il testo, presentando persone indurite verso il mondo, verso le parole, in un’eterna vigilia, indurite come acciaio, come l’inferno; la fame è accesa, il massacro anche, i deboli vengono spazzati via, e anche i forti, mentre i nostri arrivano veloci e colpiscono duro, facendoli a pezzi in silenzio.  Li manda in gruppi, estranei nella casa, sapendo che mai li ha conosciuti e che è un bene liberarsene, mentre al centro della lotta il giusto sanguina, il sangue bolle, ma il nostro ama uccidere; nei cieli arriva la rabbia, e il nostro attaccherà con tutto, con pistole a tutto spiano mentre i corpi cadono e l’odore diventa più forte. Un testo con immagini di morte e violenza, fantasie di rabbia dove torna l’immagine dei lupi, molto cara a Fafara. "Shitlist" parte con un arpeggio melodico al ventesimo secondo il tutto prende forza con rullanti e giri epici, crescendo d’intensità  dall’atmosfera onirica, aumentata da suoni in sottofondo; ecco giri elaborati dal gusto classico, i quali poi evolvono in un riffing graffiante segnato da blast e montanti. Fafafa lancia un urlo, dopo il quale parte una corsa pestata in doppia cassa, dove assume uno screaming quasi black, il quale ha punte recitative più cavernose; sembra di trovarci di fronte ad una versione rallentata dei Cradle Of Filth, con un impianto sonoro più legato al melo death, ma conservando una certa struttura sinfonica. Largo quindi al ritornello contratto con suoni “spaziali” e ritmo incalzante; al minuto e trenta riff squillanti si affacciano su una galoppata serrata, la quale poi collima ancora nel ritornello avvincente, per uno degli episodi più di presa di tutto l’album, capace di ricreare i momenti epici del passato; al secondo minuto eventi dei fraseggi distorti fanno ad cesura, alternandosi poi a marce sferraglianti con drumming cadenzato. Intervengono poi assoli dalle scale altisonanti, completando il treno sonoro che avanza spietato, arrivando al terzo minuto; qui tutto rallenta in un arpeggio sognate dai toni progressivi, delineato da alcuni piatti. Si impenna quindi con una doppia cassa potente e grida, riportando il ritornello, supportato anche da fraseggi stridenti; il finale è affidato a rullanti e chitarre ariose, mentre Fafara grida disperato, fino alla chiusura improvvisa. Il testo è una dichiarazione di odio da parte di Fafara nei confronti di alcune persone;  una pura manifestazione del male, è nera è profonda, e non al consociamo fino a che non ci finiamo dentro, dopo aver bruciato i ponti, aver seminato menzogne, e siamo finiti sulla lista di merda. "Hate holds me together, your skin's not worth the saving, Just keep my name outta your mouth, On your fuckin' benders, I'm deconstructing the desease - L'odio mi tiene insieme, la tua pelle non conviene salvarla, Tieni il mio nome fuori dalla tua bocca, Sulle tue fottute piegatrici, decostruisco la malattia" prosegue il nostro, poiché la storia è cambiata, e lui ha aperto gli occhi, mentre ci invita a guardarci dietro, e vedere quanto abbiamo bruciato, in modo da capire perché siamo sulla lista di merda; il terrore farà ciò che si deve fare e la morte regnerà dall’alto, e noi sappiamo di essere sulla sua lista. Un testo breve semplice, diretto, in puro stile Fafara, che a volte usa immagini elaborate, a volte come in questo caso è molto diretto e va subito al punto; così come la musica è spesso terra terra, così lo sono le sue parole, che vengono dalla strada. "Talons Out (Teeth Sharpened)" ci accoglie con suoni in salire dalla natura allucinata e incalzante, i quali presto si aprono ad un riffing discordante e spezzato; al quarantesimo secondo parte una cavalcata in doppia cassa  e rullanti, sulla quale interviene Fafara con il suo cantato sincopato. Largo poi a giri squillanti, confermando la natura più urbana del brano,  mentre si aggiungono alcune parti più ariose; il ritornello riprende i suoni stridenti iniziali, ripetuti, per poi farli più radi ed alternati di nuovo con marce possenti. Al terzo minuto e trentaquattro riesplodano i galoppi groove, giocati su drumming incalzante e riff rocciosi, dandosi poi a rullanti e attacchi diretti, mentre alcuni fraseggi malinconici fanno fugaci apparenze in sottofondo; dopo un effetto d’esplosione riparte il solito ritornello vorticante, dove Fafara assume punte di screaming effettato. Al secondo minuto e ventotto parte una corsa tecnica dai giri roboanti e dalla batteria marcata, la quale poi evolve in giochi di rullanti, prima di lasciare il posto a chitarre grevi alternate ad alcune impennate; dopo una cesura ritmata parte un assolo tridente, il quale evolve nelle sue note elaborate, con in sottofondo i riff rocciosi e il drumming ben strutturato. Al terzo minuto e venticinque si accelera con una pulsazione sincopata, interrotta da suoni squillanti che ci riportano al ritornello familiare, mentre il cantante si da alle sue grida feroci; al quarto minuto montanti rocciosi avanzano, chiudendo così il pezzo, il quale scorre veloce anche a causa di una struttura che per buona parte usa gli stessi elementi alternandoli. Non mancano alcune aperture epiche e l’uso di melodie, ma vengono di molto contenute non sviluppandole come in passato, andando ad ottenere così un brano che ci lascia l’impressione che poteva essere molto  di più; in ogni caso non tutto è perduto, e in particolare le doti ritmiche di John Boecklin fanno da perno al songwriting offrendo un’interpretazione adatta e mai troppo monotona. Il testo è un'altra dichiarazione di forza di fronte al mondo, un invito a combattere con tutto ciò che si ha; ciò che si è detto tuona nella sua testa, mentre la terra trema, e vi è assenza di redenzione, tutti sorrisi, e ci nutriamo di lui mentre portiamo al disfatta. Dagli abissi, senza sosta, egli da omaggio alla sua persona, al suo demone, e non c’è cura per il denaro e il fallimento; gli speroni sono fuori e i denti affilati, non dobbiamo lasciare che il mondo ci faccia male, proseguendo con "Antisocial, you're uncontrollable, Get away with murder, The absence of atonement, all smiles, It's all war from here - Asociale, sei incontrollabile, Ti dai all'omicidio, La mancanza di redenzione, tutto sorrisi, E' guerra da ora" in modo da reiterare il messaggio. Un cuore spezzato non può essere riparato con la colla e i nastri, e certe cose semplicemente non si possono riparare; dobbiamo alzarci da per terra, andare dai nemici con denti affilati, senza farci abbattere. E’ un attacco preventivo dove dobbiamo mettercela tutta, essendo in prima fila, mentre qualcosa dice al nostro che il modo di rimediare è intorno  a lui, quindi dobbiamo lottare, perché i nastri non ripareranno un cuore spezzato, e certe cose non si possono aggiustare.  "You Make Me Sick" inizia con suoni orchestrali rarefatti, in un effetto ambient sognante e dilatato, sul quale s’incastrano arpeggi in loop, aumentando l’atmosfera misteriosa e tesa; al trentottesimo secondo parte la doppia cassa con rullanti e riff taglienti, al quale evolve in un galoppo epico dalle impennate incalzanti. Ecco che poi ci si stabilizza su un suono più rallentato, ma che conserva il motivo precedente, alternandolo ad alcuni attacchi più veloci; con l’arrivo di Fafara ci si converte in una corsa thrash al fulmicotone, basata sul drumming ricco di piatti e colpi, così come sui giri rocciosi di chitarra. Troviamo poi giri circolari squillanti, sui quali le vocals diventano ancora più effettate; parte il ritornello dai suoni ieratici, i quali riportano in auge l’atmosfera sinistra. Al minuto e quarantacinque ci si libra in una nuova cavalcata violenta e veloce, la quale sviluppa gli elementi più tirati del suono dei nostri con influenze melo death e thrash; largo poi a moneti ricchi di falcate sottolineate da rullanti di pedale, prima dir accogliere l’energia sincopata, che esplode nuovamente in corse veloci e lanciate, dove Fafara grida con uno screaming sgolato la sua furia. Al terzo minuto abbiamo una coda progressiva con un arpeggio delicato che riprende la melodia portante e rullanti; esso però lascia presto posto ad una marcia rocciosa con bordate di chitarra  e colpi possenti di batteria, al quale avanza accingendo anche fraseggi malinconici. Quest’ultimi evolvono in scale vorticanti, le quali aumentano l’effetto trascinante della composizione, arrivando al terzo minuto e quarantacinque; qui il drumming pulsante fa da cesura ritmata su un grido del cantante, mentre si torna subito dopo a giri rocciosi. Non ci vuole molto affinché si torni a corse robuste con doppia cassa, blast, urla, e raccoglimenti sinistri che en delimitano l’andamento; al quarto minuto e venti abbiamo una sequenza melodica la quale avanza veloce, prima di infrangersi su una serie di bordate squillanti, le quali poi si organizzano con giochi di rullanti e con il fraseggio in loop più volte incontrato nel pezzo, prima di chiudere il tutto in dissolvenza. Un episodio deciso, ma anche più ricco di colpi di scena e svolte, mostrando alcuni sprazzi di rimasta invettiva nel songwriting, purtroppo limitata rispetto al passato; essi comunque alzano la media del disco, che vede quindi una struttura altalenante che lo colloca come un passaggio “medio” nella discografia dei nostri. Il testo è un giudizio morale molto netto e diretto nei confronti delle persone da parte di Fafara; lui passa vicino a loro, fino a che i loro dolori passano, mentre l’agnello si sdraia su di noi, e l’ultima stagione è iniziata, e dobbiamo affrontare una situazione molto dura. Non c’è da sbagliarsi, non c’è da indugiare, lui non si è mai sentito nel gruppo, ma ha trovato il suo posto; andando nello sporco come maiali, i segreti sacri del dispiacere vengono guardati mentre guariscono dalle ferite. Irriverenti e pieni di bisogni, tremando alla base, siamo andati, ma non per sempre, vivendo sedati e pensando poco di noi stessi, e pensando a noi stessi, con una speranza che nessuno confessa; "With everything you do, with everything you are, Everything you say, you take it too far, You make me sick, you make me sick - Con tutto ciò che fai, con tutto ciò che sei, Tutto ciò che dici, ti spingi troppo in la, Mi fai schifo, mi fai schifo" prosegue la disamina, mentre rimane un gusto cattivo con disprezzo. Le azioni parlano più delle parole, mentre tutto ciò che lui fa è lanciare una maledizione, bruciando tutto prima che torni in piedi, poiché egli è in modalità d’attacco non essendoci soluzione. "Coldblooded" parte con un fraseggio cupo sorretto da "piattismi" sempre più cadenzati; ecco che esplode un riffing roboante dal drumming pestato, il quale avanza con le sue bordate, alternandosi ad alcune aperture ariose. Si riprende quindi con il fraseggio iniziale, ora leggermente più vivace e diretto; al quarantunesimo secondo le vocals aggressive di Fafara si adagiano sui giri di chitarra e gli attacchi di batteria, i quali delimitano il tutto con alcuni rullanti. Largo poi ad arpeggi discordanti, mentre il cantano si da a grida effettate, in un clima claustrofobico che richiama il passato crossover del nostro; il ritornello vede invece parti vocali ritmate, riprese dai riff di chitarra taglienti e da alcune punte melodiche. Riprendono poi i fraseggi tetri,  i quali trasportano sui rullanti il pezzo verso la ripresa delle alternanze già incontrate; al minuto e trentatré riprendono gli andamenti vorticanti con grida taglienti e growl cavernosi, alternato ad impennate squillanti. Ripartono poi i suoni dissonanti con drumming cadenzato, che inevitabilmente sfociano nel ritornello sincopato giocato sulle vocals di Fafara e sui riff rocciosi di chitarra; largo poi a bordate marziali sottolineate dai blast, le quali liberano un assolo squillante mentre i loop di chitarra proseguono in sottofondo. Il songwriting decide qui di basarsi su più svolte, e troviamo un nuovo arpeggio delicato sul quale proseguono i giochi di batteria contratti; si arriva al secondo minuto quarantacinque dove suoni sinfonici ed effetti squillanti fanno da cesura,  aprendosi poi in doppia cassa alla ripresa del fraseggio portante del brano. Non ci stupisce il ritorno del ritornello incisivo, sempre più roboante e trascinate nei suoi toni taglienti, amplificati da un galoppo con rullanti e loop lanciati; si aggiungono quindi una serie di fraseggi altisonanti, che riprendono al solita melodia, creando un’atmosfera serrata e malinconica, i quali proseguono fino al terzo minuto e quarantuno. Qui una serie di chitarre marziali e colpi di blast fanno da conclusione sempre più tagliente, aprendosi nel finale ai rullanti veloci; si arriva quindi alla chiusura del pezzo, affidata sempre alle galoppate martellanti, che all’improvviso si zittiscono. Il testo  è un altro esempio di auto determinazione e di attacco verso persone considerate nemiche da Fafara; strozzandosi sulle corde che si spera invece di salire, nuotando in un oceano divino, continuiamo ad affidarci a stelle che non ci porteranno lontano, mentre dovremmo desiderare che lui sia lontano. "Beyond the voice is where the snakes lie, The world is venomous, Beyond the fences is where they go to die, The world is venomous, it's fucking relentless - Oltre la voce è il luogo in cui si nascondono i serpenti, Il mondo è velenoso, Oltre la barricata è dove vanno a morire, Il mondo è velenoso, Fottutamente senza pietà" dichiara il testo, mentre sotto scrutinio, tutti capiscono che facciamo le vittime, a sangue freddo, ma le nostre bugie vengono viste e nessuno nega il nostro ruolo; c’è un fuoco nel cielo maledetto, morto, ma ancora sognante, noi ci affidiamo al sogno che non ci porterà lontani, mentre dovremmo desiderare che lui stia lontano. I peccati della carne vengono messi a riposo, dobbiamo essere vigili e a sangue freddo, perché le nostre bugie sono analizzate, e nessuno nega; noi facciamo le vittime, ma la punizione arriverà. "Blur" s’inoltra con  un fraseggio dalle scale altisonanti, il quale presto evolve in un riffing roccioso segnato da batteria a tamburo; largo poi a impennate con punte graffianti, mentre Fafara interviene con le sue urla. Al trentaquattresimo secondo parte un andamento contratto con vocals  aggressive, ma pulite, il quale prosegue ritmato conoscendo alcune impennate aggressive con rullanti; largo poi a doppia cassa e giri in loop, mentre melodie notturne si mantengono in sottofondo. Al minuto e tre tutto si fa ancora più violento, quasi ai livelli del death più brutale, creando un’atmosfera propulsiva opprimente e caotica; il drumming si fa sempre più pestato, così come le bordate di chitarra. Riprendono poi le alternanze di rullanti rocciosi e fraseggi squillanti, in un suono ripetuto che si lancia in una corsa che ripercorre gli elementi già vissuti; al minuto quarantotto prendono piede contrazioni marziali, che ci portano con le loro punte dissonanti all’esplosione di rullanti e grida di Fafara, che ancora una volta conoscono un’evoluzione aggressiva ai limiti del black. Al secondo minuto e ventotto abbiamo una cesura roboante, al quale sia accompagna poi al drumming sempre più potente, liberandosi poi in fraseggi squillanti; largo quindi a melodie decise con rullanti di pedale, mentre subito dopo la ritmica si fa più contratta. Una serie di bordate squillante anticipa una galoppata fatta di batteria terremotante e grida; all’improvviso il brano si ferma, raggiungendo un falso finale, presto smentito da un fraseggio roccioso. Esso si dipana, aggiungendo impennate e arpeggi grevi di basso, in un andamento contratto che poi sale d’intensità; ecco quindi che i toni si fanno sempre più energici, esplodendo con le rigida del cantante in una mitragliata di chitarre e drumming pestato, ritornando a livelli caotici in cui si aggiungono giri stridenti. Il finale è affidato invece ad un andamento contratto  dal gusto progressivo, il quale avanza con batteria serrata e giri rocciosi, alternandosi a suoni di esplosioni; si chiude quindi così il pezzo, probabilmente il più brutale e caotico di quelli presenti nell’album, che ne mostra forze e debolezze, con un suono si violento, ma che spesso non gode dell’alternanza di melodie equivalentemente potenti, uscendone meno efficace rispetto alle possibilità dimostrate in passato dalla band. Il testo espone stati di rabbia e confusione esistenziale, dove tutto è nemico, e dove la sofferenza annebbia la mente; non è strano che gli altri stiano tra loro, il nostro non sa tenersi sano, e fugge in solitudine in eterno, la vita è breve quindi va al riparo, le mura hanno orecchie, e le orecchie hanno occhi, e sono alleati contro lo stesso nemico. "I don't know you but I Fucking Hate You, And what I am saying is it's been a Blur, I don't know you but I Fucking Hate You, And what I am saying it was all a Blur - Non ti conosco, ma ti Odio fottutamente, E ciò che dico è confuso, Non ti conosco, ma ti Odio fottutamente, E ciò che dico è confuso" prosegue il testo esprimendo il suo stato, sentendosi per colpa di un’opinione non conforme in isolamento forzato, poiché le persone e la loro volontà sono sotto giudizio; è una canzone di auto disprezzo, e dobbiamo starne al passo, e dobbiamo eliminare la sofferenza con un sacrificio, bruciare tutto e separare la nostra arroganza, non ci conosce, ma ci odia, e siamo uomini segnati; un’espressione di paranoia e rabbia, dove tutto è nemico e  pericoloso, e dove ci si sente sotto giudizio costante. "The Blame Game" incalza con un atmosfera sinfonica possente dai giri maestosi sorretti dalla doppia cassa; al decimo secondo parte invece un andamento contratto incalzante, il quale si ferma brevemente al diciannovesimo secondo, per ripresentarsi con chitarre rocciose che a loro volta conoscono evoluzioni squillanti. Ecco che si arriva così tra rullanti e cesure al quarantunesimo secondo, dove si apre una cavalcata fitta portata avanti dalle vocals gridate di Fafara e dei rullanti di pedale esplosivi; si si alterna a ritornelli severi sempre sorretti dal drumming, prima di cavalcate con fraseggi dissonanti che cerano un’atmosfera claustrofobica. Ritornano quindi gli attacchi roboanti con chitarre distorte e cesure contratte, a cui seguono parti più ariose ed ossessive;  al minuto e quarantacinque parte un trotto tagliente che s’infittisce sempre di più con doppie casse e rullanti, assumendo toni sempre più lanciati. Si passa quindi alle falcate corrosive sottolineate da fraseggi dissonanti, riportando in piazza al claustrofobia e gli stop con cesure ritmate; al secondo minuto e quaranta i toni allentano con un andamento doom, strisciante, sul quale si stagliano le grida di Fafara in riverbero insieme ai rullanti cadenzati. Prende piede un fraseggio in mono, dai toni lo – fi, il quale si dilunga caotico per poi esplodere in note articolate e roboanti, i quali prendono sempre più potenza; il finale vede quindi giri vorticanti e rullanti, mentre infine la doppia cassa trascina il tutto nell’oblio sonoro. Il testo è un messaggio di non benvenuto per una persona che si è approfittata di Fafara, incolpandolo poi di ogni cosa; il nostro taglia corto con lui ogni volta, poiché è rimasto fin troppo tempo, consapevole che quando si raggiunge il fondo, la strada per risalire è lunga, e che l’altro non è mai stato il benvenuto. Fafara vuole solo una scusa per dire tutto ciò che pensa, perché al resa dei conti è sempre dura; è sempre stato incolpato di tutto, ma sa di avere il cuore puro, e che l’altro è un ingrato, ed è lui ora ad essere incolpato. "Look inside yourself fucker, What do you See? He's overstayed his Welcome, It's a long walk home when you hit rock bottom, It's a long walk home and you never Belonged - Guardati dentro bastardo, Cosa vedi? E' rimasto ben oltre il suo termine, E' lunga la strada quando raggiungi il fondo per tornare a casa, E' una lunga strada fino a casa, e non sei mai stato il Benvenuto" reitera il testo, poiché la trasgressione non è dimenticata, tagliando ogni contatto e chiudendo i ponti, definiti da trionfi o tragedie; la colpa è messa ora definitivamente sull’altro, ed è tempo di vendetta. Immagini dirette e ripetute per un Fafara in modalità rivalsa, poco filosofo, e più terra terra; lo stile umano del nostro lo porta sempre ad esprimere senza fronzoli i suoi messaggi verso chi lo ha tradito, prospettando vendette fredde e senza pietà. "Black Soul Choir" è una cover inaspettata degli 16 Horsepower, band di country alternativo, il cui cantante David Eugene Edwards ha formato i Woven Hand, proseguendo con quest’ultimi dopo al fine del gruppo nel 2005; il suono è qui del tutto trasformato in struttura ed effetto, creando quasi un brano del tutto nuovo. Si parte con un fraseggio in reverse, il quale prosegue a lungo prima di sfociare in un riffing martellante dove si mantiene la melodie insieme a rullanti e giri taglienti di chitarra; al trentaquattresimo secondo partono cavalcate accompagnate dalle vocals cavernose di Fafara, dal tono groove imponente basato su chitarre veloci e drumming possente. Il ritornello epico ha parti cantate in uno screaming da orco, mentre melodie malinconiche si delineano in sottofondo; le chitarre prendono qui sempre più potenza, così come al parte ritmica; al minuto e undici una pausa ritmata con effetti vocali rauchi in salire fa da cesura, alternandosi poi ad impennate decise e ripetute. Si torna quindi ai fraseggi sentiti accompagnati dalla doppia cassa, in un’atmosfera ammaliante che riesce a trasportare qui l’intensità dell’originale, li leggera ed evocativa, qui più lanciata; al secondo minuto riesplode il ritornello altamente potente ed ieratico, il quale evolve con suoni sempre più concitati. SI ripete l’alternanza precedente tra contrazioni ariose ed attacchi, ripetuta fino al secondo minuto e quarantadue. Qui un fraseggio distorto fa ad cesura insieme ai piatti striscianti, evolvendo in un suono delicato di arpeggi, sui quali si stagliano le vocals in pulito di Fafara; all’improvviso riesplode il ritornello, sempre con grida ai limiti del black e chitarre piene d’intensità, le quali si accompagnano poi a rullanti. Si torna alla struttura a noi familiare con alternanze contratte, prima dell’ assolo del terzo minuto e cinquantacinque; esso evolve con le sue scale appassionate, aggiungendosi a rullanti e doppia cassa, in una coda epica molto sentita e trascinante. La conclusione è segnata sempre da queste note, le quali si fanno più incisive e contratte; il loop prosegue in dissolvenza, tecnica qui spesso usata per chiudere i pezzi, giungendo fino al finale che conclude questa cover, una rielaborazione personale che risulta riuscita, uno dei momenti migliori di tutto il disco. Il testo rappresenta misteriosi toni di minaccia e vendetta, tramite anche immagini quasi religiose e di condanna universale; Non vi è nessuno che ha davvero visto la faccia del suo nemico, il quale non è fatto di carne e ossa, ma che siede vicino a noi, e quando è li, noi siamo soli. "Every man is evil - Yes, every man's a liar, Unashamed of the wicked tongue, Singing the black soul choir, Oh, get out of my way - Ogni uomo è malvagio - Si, ogni uomo è malvagio, Indefesso della sua lingua biforcuta, Cantando il coro dell'anima nera, Oh, togliti di mezzo" prosegue il testo, dichiarando poi che nessuno ha mai visto il viso del Signore, da quando ha lasciato il suo corpo, ma è lui che teniamo fuori da noi al freddo, ma viene detto ad una ragazza di farlo entrare, che è lui alla sua porta; ci si paragona poi ad Abele, dicendo che si perdoneranno i peccati, poiché si prova vergogna per i propri, ma si vorrebbe essere più come Caino, e dare un mattone in testa al prossimo. Toni molto adatti all’originale in stile country alternativo, ma anche a questa versione più violenta e concitata, che sostituisce al calma della prima, con la furia sonora del suono dei nostri;  i temi di disprezzo e vendetta dopotutto non sono nuovi a Fafara, e il testo sembra uno dei suoi, con le sue immagini religiose di condanna universale e sfiducia verso la natura umana. "Crowns Of Creation" parte con un fraseggio in salire, roboante e tagliente; ad esso presto si aggiungono rullanti marziali, mentre il movimento si fa sempre più continuato e potente, con l’aggiunta di suoni squillanti dal gusto sinfonico, come violini infernali. Al quarantesimo secondo parte una corsa con doppia cassa, riff in loop e vocals aggressive di Fafara; essa assume poi toni sincopati grazie al drumming ritmato e agli andamenti del nostro. Si arriva al minuto e sei dove il ritornello presenta chitarre epiche ed ariose, costruito su falcate ben calibrate  e punte evocative; largo quindi a nuovi assalti sempre più diretti, i quali si aprono a screaming e growl da parte del cantante, ed attacchi di rullanti. Tornano poi le bordate cadenzate e ritmate, le quali sfociano ancora una volta nel ritornello ben orchestrato, feroce, ma allo stesso tempo pieno di pathos; si sale d’intensità grazie fraseggi squillanti, i quali instaurano montanti orchestrali interrotti all’improvviso al secondo minuto e ventuno. Qui prende piede un arpeggio concitato da scena di tensione, il quale avanza sinistro con colpi ritmati; assume poi toni più delicati proseguendo fino al secondo minuto e quarantasei, dove rullanti e riff rocciosi creano un andamento strisciante e contratto. Quest’ultimo evolve in una marcia rocciosa con rullanti di pedale e punte squillanti, dal sapore thrash feroce e deciso; dopo di che un assolo vorticante si prodiga con i suoi giri altisonanti, evolvendo fino a scontrarsi con nuove pulsioni ritmate di drumming, grida cavernose di Fafara e loop di chitarra . Il finale è lasciato dunque ad un ultimo galoppo, il quale accompagna con giri rocciosi il fraseggio squillante, alternandolo con piatti sincopati e parti cantate, fino alla conclusione improvvisa; nulla di epocale, per un pezzo che si mantiene nella media dell’album, pur presentando alcune intuizioni interessanti nel songwriting capaci di mantenerlo non troppo monotono, per quanto le soluzioni usate vengono spesso ripetute ciclicamente, difetto questo di gran parte dei pezzi qui presenti. Il testo  tratta I temi esistenziali di rischio, fermezza, sfida, cari a Fafara; si accusa gli altri di essere scommettitori con su le corone della creazione,  mentre lui è nato come un combina guai, che sputa veleno, e che è stato un cacciatore. Era in prova, mentre gli altri erano in uscita controllata, e quando si ha torto, si ha torto, errare è umano, perdonare è divino, e ciò che è loro è loro, e ciò che è suo è suo; la vita è dura, e nessuno ne esce vivo, cercando un terreno più alto, nonostante si metta male, perché c’è sempre chi sta peggio; l’uomo è malvagio, tutti gli uomini sono vani, l’orgoglio muore prima, nella tomba, le preoccupazioni sprecate, tutto messo a tacere, mentre gli artigli colpiscono come zanzare. "Blood of the Dog, A man is not a man, Without Blood on his Hands, These scars I've earned on my own, Distant Memories... Away from Home - Sangue del Cane, Un uomo non è un uomo, Senza Sangue sulle sue Mani, Queste cicatrici che ho guadagnato, Memorie lontane... Lontano da Casa" prosegue il testo, mentre il mondo va per la sua strada e dobbiamo farcela da soli, mettere da parte le cazzate e diventare uomini, dobbiamo lavorare duro e contare su noi stessi, cercando di salire in alto; il mondo non ha mai lottato per Fafara, anzi fino alla fine è stato senza cuore, con tutti che lo spingevano giù, e la miseria tutta intorno, mentre nella sua cieca visione tutti saranno morti entro la mattina, mentre il sangue scorre. Ci invita poi a disapprovare tutto ciò che gli altri dicono, tutto ciò che rappresentano, e a cercare un grado più alto; “consigli” esistenziali terra terra nel tipico stile del cantante, il quale ricorda sempre la sua vita piena di difficoltà. "Lend Myself To The Night" è la conclusione della versione standard del disco; essa è introdotta da un fraseggio squillante supportato da rullanti e piatti, mentre all’undicesimo secondo dopo un riff tagliente che fa ad cesura parte un grido di Fafara, che segna la velocizzazione dei toni con giri devastanti. Dopo un altro raccoglimento parte il brano vero e proprio, con vocals pesantemente effettate e giri discordanti supportati dai rullanti del drumming, e con anti melodie “sgraziate”; al quarantottesimo secondo parte il ritornello feroce e caotico,  giostrato su colpi di batteria, grida disumane e bordate continue. Al minuto e due prendono piede fraseggi sommersi mentre tornano i suoni stridenti, in un’atmosfera aliena e confusa; riprendono presto però gli assalti roboanti, vero perno del pezzo, ora più lanciati, ora contratti in impennate; al minuto e cinquanta si hanno alternanze con assoli dalle scale stridenti, in una sequenza progressiva che collima al secondo minuto e cinque con un fraseggio delicato che rende il tutto più emotivo ed evocativo, con drumming ritmato e parti urlate e pulite. Largo poi ad assoli vorticanti dal sapore classico, che si dilungano in evoluzioni heavy metal non certo inedite per la band, mentre doppia cassa e rullanti prendono potenza; al secondo minuto e quarantotto giri rocciosi e piatti fanno da cesura, prima della ripresa delle cavalcate aggressive del ritornello, prima lanciate, poi impennate con andamenti contratti. Arriviamo così al terzo minuto e ventuno, dove una serie di giochi tecnici vedo alternanze tra fraseggi squillanti e digressioni; all’improvviso riparte il suono progressivo già incontrato, il quale prosegue in dissolvenza chiedendo con una ripetizione ipnotica il pezzo, e anche la versione standard del disco qui recensito. Un finale al fulmicotone, feroce come nella media dell’album, dove vari elementi del metal sono reinterpretai in un ibrido melo death/groove che è ormai lo standard della band; andando verso il finale troviamo alcune sorprese progressive che destano interesse  e concorrono alla sua varietà. Il testo parla di debiti dell’anima, retribuzione, e forze malvagie dentro ognuno di noi; gli spiriti richiedono un prezzo pesante, ma il nostro ne ha fin troppo, e lanciando via ogni premura, lascia che il male entri a volte. Ha pagato un prezzo specifico per ogni suo crimine, ha sguazzato nel sangue, ma ne è uscito, santificato come un tempio; si lascia alla notte, e si getta al vento, poiché ne vale il rischio, e vale crederci. "Bells are ringing in the eyes of fire, I've had it, Watch what you seek, it really exists, Let evil in at times - Campanelle suonano davanti al fuoco, Ne ho abbastanza, Guarda cosa cerchi, Esiste davvero, Lascia entrare il male, qualche volta" prosegue, ripetendo poi i versi precedenti come in un mantra evocativo fatto per darsi coraggio; egli è stato all’inferno ed è tornato, si è trovato con la faccia sui binari, ma sa che se saprà gestire quelle forza interiori, il rischio ne sarà valsa la pena. Un testo ancora una volta diretto e basato sulla sua idea della vita, e sull’accettare il prezzo delle proprie azioni; ormai sappiamo come al pensa il nostro, il quale comunque non perde occasione per ricordarcelo con i suoi testi.



 



Bonus Tracks Limited Edition:



La prima traccia bonus, "Lost" si apre con con rullanti di batteria e scale dissonnati di chitarra; ecco che parte un riffing roboante con impennate geometriche, alternate a corazzate in doppia cassa.  Al trentottesimo secondo si aggiunge la voce sincopata di Fafara, supportata da fraseggi taglienti sviluppati in giri circolari, con una ritmica cadenzata delineata da piatti; al quarantanovesimo si aggiungono alcuni suoni più ariosi, mentre poi si apre il ritornello giocato su mitragliate di chitarre  e batteria,  il quale vede poi una serie di montagne russe sonore dove le parti più dirette con montanti si aprono a giri vorticanti sulle quali il nostro si da a versi aggressivi.  Al minuto e diciotto partono panzer di doppia cassa e urla rauche, con drumming pestata e rullanti di pedale, il quale si apre poi a parti a motosega ripetute con il cantato ritmato di Fafara ripreso dalla batteria; largo poi a suoni più ariosi e parti pestate, prima delle impennate di rullanti. Al minuto e cinquantotto s’introduce una cesura con chitarre squillanti, al quale poi esplode in una cavalcata caotica con effetti taglienti e bordate tecniche; s’imprime poi un tetro terno sonoro, fatto di parti dritte. Il songwriting è qui mutevole, e  si passa ad  un riffing dall’andamento trascinante, aperto poi a chitarre rocciose e rullanti marziali. Al secondo minuto e quarantotto parte una corsa diretta con falcate thrash segnate dalla doppia cassa; essa collima in una serie di bordate dissonanti, prima di una cesura con giri vorticanti. Si torna alle impennate con doppia cassa e alle montagne russe ossessive, per un finale claustrofobico che vede la chiusura dell’episodio con un rullante di batteria in solitario. Il testo sembra un continuo tematico di quello di “Blur”, continuando con gli attacchi aggressivi e paranoici; mangiamo le nostre interiora, soffochiamo per la nostra lingua, ci caviamo gli occhi e affoghiamo nel nostro sputo, come dei bastarci che odiano se stessi, questo è quanto, non ci servono amici avendo le medicazioni, e il nostro sa da dove vengono i problemi, e non pensa che tutto debba fallire. Tiriamo pugni ai numeri, schiacciamo il bottone, continuiamo a vivere e scappiamo, e “When justice meets revenge, There’s much to ascertain, After the trigger is pulled... Fools... all learn it the hard way - Quando la giustizia incontra la vendetta, C'è molto da accertare, Dopo che il grilletto viene premuto... Idioti.. imparano tutti nella maniera più dura"; siamo perduti, amputati e fatti a pezzi, mentre la pioggia lascia tracce. Ci stacchiamo i capelli, mangiamo veleno, saltiamo dalla finestra, ci togliamo gli occhi e cadiamo dalle scale, e moriamo duramente. Non è nostro interesse preoccuparci, riceviamo un colpo di badile sul collo, e guardiamo giù con sguardo ghiacciato, con niente più da temere; immagini violente di auto distruzione, che imprimono un senso di perdita totale di se stessi e di rabbia. "Fortune Favors the Brave" ci accoglie con batteria tribale ed effetti in loop in sottofondo, con un suono paludoso; si aggiungono suoni in salire, i quali esplodono al ventesimo secondo con riff come tuoni e rullanti di batteria. Un’esplosione segna una galoppata martellante dai muri frastornanti di chitarre e dal drumming pestato; il suo andamento viene ripreso da fraseggi che en alternano il passo, caricando al tensione sonora. Al cinquantatreesimo secondo una nuova esplosione dopo una cesura in salire da il via ad un trotto sincopato sul quale si stagliano le vocals frammentate di Fafara; si prosegue così fino all’esplosione di impennate squillanti e giri circolari a motosega. Al minuto e sedici parte il ritornello tetro con fraseggi cupi e toni vocali da orco, il quale avanza con riff diretti e rullanti dilatati; i toni si fanno poi più aggressivi con rullanti di pedale, per poi aprirsi ad assoli dalle scale altisonanti, sottolineati da giri circolari e drumming marziale. Al secondo minuto e otto parte una cavalcata tagliente sulla quale Fafara si da a grida effettate, mentre si prosegue con toni detonati dal grande effetto; le alternanze che si propongono ormai le conosciamo, mostrando anche qui un songwriting un po’ “copia e incolla”, votato spesso all’aggressività. Largo dunque a rullanti di pedale e fraseggi cupi con piatti ritmati, mentre le grida raggiungono quasi livelli black; al terzo minuto e tredici una galoppata sferragliante avanza, fermandosi con una breve pausa. Dopo di essa i toni si fanno sumere più altisonanti, aggiungendo ai riff rocciosi giochi tecnici dalle note vorticanti, con esplosioni sonore in un crescendo sentito; esso collima in una nuova cesura con fraseggi ferrosi, dopo al quale abbiamo un momento melo death con melodie classicheggianti ed ammalianti, risollevando l’originalità della struttura con scale sempre più squillanti. Si riparte poi con falcate supportate dai rullanti di pedale e dalle note taglienti, in un’atmosfera malinconica, che prosegue nel solito ritornello cupo; al quarto minuto e quarantanove si prodigano chitarre ad accordatura bassa dall’effetto caotico, le quali poi lasciano posto ad un fraseggio thrash marziale e deciso, il quale va a chiude il brano in dissolvenza. Il testo è l’ennesima lezione di Fafara sul tirarsi fuori da soli dalle situazioni e sul prevalere; nell’immagine sembra che la persona a cui ci si rivolge sia Cristo, ma è il peso della situazione, l’osso che si contende, mentre ci sono tanti sbagli che non nomina, quando al casa sta andando a pezzi e lottiamo per la corona, dobbiamo imparare ad emettere il suono che fa scappare tutti. "You have a history of missing the point, So let me point this one out, Every time has its season, Every last moment its reason - Hai l'abitudine di non capire, Quindi fatti spiegare, Ogni momento ha la sua stagione, Ogni ultimo momento la sua causa" prosegue imperterrito, perché la fortuna aiuta gli audaci, e la città è una troia morente, che non può più cambiare o essere salvata; siamo nauseati ala vista, furiosi per i suoi vizi, e Fafara ha schifo a pensarci, folle e malato di cuore, e il solo pensare a tutto questo lo fa stare male. Il messaggio è chiaro: dobbiamo cambiare, senza farci abbattere dalla fredda notte e cadere sulle nostre ginocchia; le esperienze di vita fanno da base come sempre per testi feroci che incitano all’azione, senza compatire e presentando al dura realtà così com’è. "Grinfucked" è riproposta qui in sede live, tratta dal loro secondo disco “The Fury Of Our Maker's Hand”; troviamo inizialmente la voce di Fafara che incita il pubblico, prima chiedendogli in quanti conoscono i nostri, e poi presentando il brano. Al diciottesimo secondo partono arpeggi grevi dallo stile molto claustrofobico, a cu seguono una serie di riff dissonanti in pieno stile Meshuggah; ad essi seguono un drumming pulsante accompagnato da chitarre in loop, che proseguono fino all’esplosione di rullanti. Seguono le vocals del cantante, molto nel suo stile più urbano legato al suo  passato, mentre la strumentazione si da a colpi taglienti e caotici sottolineati dai piatti e dagli andamenti di chitarra; largo poi al ritornello più arioso, dove chitarre strizzate si accompagnano a rullanti e punte squillanti. Rieccoci quindi i riff meccanici, prima della ripresa del drumming pulsante, e subito dopo delle cavalcate vorticanti dalla ritmica sincopata segnata dalle vocals di Fafara e dalle impennate contratte di chitarra; si ripete quindi il ritornello dalle falcate disturbanti e dalla batteria marziale, proseguendo nei suoi giri, prima di riproporre i fraseggi tetri e claustrofobici. Al secondo minuto e trentotto ci si lancia in una breve corsa dalla melodia sinistra, al quale viene interrotta da rullanti con dissonanze taglienti, in una marcia quadrata, presto però sostituita da un fraseggio  sul quale Fafara incita il pubblico, mentre evolve in un assolo spettrale e vorticante; ecco che poi un arpeggio greve di basso riprende il motivo, fino ad essere spezzato da un battito di batteria, dopo il quale riprendono le chitarre vorticanti e solenni, lanciate verso il finale. Qui un'ultima corsa ripresenta i toni più serrati, ricchi di giri squillanti, fino ad un grido improvviso del nostro che chiude il brano, lasciando posto alle esclamazioni del pubblico. Il testo è una dichiarazione di guerra contro qualcuno che ha fregato in passato il nostro, e a cui ora presenta il conto; le luci sono accese, ma nessuno è a casa, e Fafara si rammarica di non aver lasciato da solo l’oggetto del suo odio. Esso non sa sopportare la tensione, è solo, e ora esultando il protagonista s’immagina zoccoli e granate a mano, e un mare di se, di forse, di possibilità a vuoto; il letto è fatto, e un latro uomo è caduto. In passato il nemico ha preso vantaggio su di lui, e l’ha manipolato, ma ora "This time the advantage is mine, This time vengeance is mine - Questa volta il vantaggio è mio, questa volta la vendetta è mia", e invita con ironia a cercare tesori senza una mappa, cioè senza il potere che aveva prima. Non tornerà indietro questa volta quindi, e il debito è pienamente pagato non sarà fottuto con un sorriso; fregato una volta colpa dell’altro, ma due volte colpa sua, e ora tocca a lui essere quello che compie l’oggetto del titolo. Un amico? Un’amante (come lasciato intendere da alcune parti descritte)?  Tutto può essere, certo è che ancora una volta Fafara non le manda a dire e non porge certo l’altra guancia



Tirando le somme un disco brutale, ma che non raggiunge i livelli del death o anche solo del thrash più pensate, e spesso limitato nelle melodie e nei ritornelli; le soluzioni intraprese sono anche interessanti, ma ripetute sia all’interno dei pezzi stessi, sia nell’arco dell’album. Contrazioni, cavalcate roboanti, doppie casse e  rullanti sono all’ordine del giorno; le parti progressive vengono usate meno spesso, pur non essendo eliminate, mentre gli arpeggi e i fraseggi hanno meno momenti in solitario, e spazi più contenuti. E’ chiaro che la band vuole perseguire una direzione che li distacchi in parte dalla scena metalcore e groove, ma la cosa funziona solo in parte; l’impianto e la produzione rimangono legati troppo saldamente alla matrice “commerciale”, creando un ibrido che proprio nel non accettare la propria natura, e quindi difettando in melodie esaltanti, si auto inficia. Come detto, non siamo davanti ad un disastro, poiché qualcosa viene portato dal precedente Pray For Villains, ma è chiaro che non siamo di fronte ad un passo avanti; l’equilibrio è qui compromesso, togliendo quelli che per i DevilDriver sono punti di forza. Come sempre comunque la band prosegue sulla sua strada, forte del supporto del pubblico di fan e di parte della critica musicale; eccoli quindi partecipare al Soundwave Festival in Australia, con band come Iron Maiden e Slayer. Qualcosa però non va, e per la prima volta la struttura interna vacilla: durante un tour in Inghilterra il bassista Jonathan Miller viene licenziato, viene poi saputo per motivi di dipendenza da sostanze, sostituito solo dopo molto tempo. Intanto la band suona anche con gli Arch Enemy, da un po’ di tempo chiara influenza del loro suono, e Fafara si concentra anche sul ritorno dei Coal Chamber, non perdendo di vista però quello che ora è il suo progetto principale a tutti gli effetti; la cosa porterà alla realizzazione dopo due anni del loro ultimo album Winter Kills, l’ultimo con la maggior parte dei componenti storici del gruppo. Come anticipato, anche qui non si tornerà ai livelli raggiunti precedentemente, spingendosi anzi ancora più verso un suono asciutto e brutale; purtroppo al cosa non sarà un bene, per una terza parte di carriera che, con il primo disco sotto Napalm Records, sembra quasi voler dare ragione ai detrattori, presentando un suono a tratti spesso noioso e non più capace di colpire con interesse. Il gruppo andrà quindi in pausa, al quale dura ancora oggi,  e forse questo è un ulteriore segno di un interesse minore da parte di Fafara, forse ora preso dalla sua prima creatura, un tempo rinnegata; ma questa è storia per il futuro, ora arriva l’inverno, il quale può uccidere con il suo clima rigido che non perdona.                 


1) Dead To Rights     
2) Bring The Fight
(To The Floor)   
3) Hardened  
4) Shitlist       
5) Talons Out
(Teeth Sharpened)  
6) You Make Me Sick           
7) Coldblooded        
8) Blur
9) The Blame Game  
10) Black Soul Choir 
(16 Horsepower cover)        
11) Crowns Of Creation      
12) Lend Myself To The Night        

Bonus Tracks Limited Edition:

13) Lost         
14) Fortune Favors the Brave         
15) Grinfucked (live)        

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