DEFTONES

Koi No Yokan

2012 - Reprise Records

A CURA DI
GIANCARLO PACELLI
07/03/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Koi No Yokan, "presentimento/premonizione d'amore"; termine o modo di dire giapponese non certo adoperato fra persone conosciutesi appena due giorni prima. Al contrario, queste tre semplici parole lasciano presagire la presenza di un legame fortissimo, indissolubile, non per forza destinato ad essere - per sempre - un'amicizia, per quanto essa potrebbe rivelarsi solida ed indistruttibile. Due persone si conoscono, condividono la loro esistenza, fra momenti belli e brutti... piano piano intrecciano i loro interessi, innamorandosi l'un dell'altro. No, cari lettori: non siamo in una scuola di lingua né tantomeno in un incontro serale per coloro che vogliono imparare il giapponese; no. Stiamo descrivendo uno stato emotivo, quasi catartico in cui i due soggetti protagonisti sono in preda ad un sentimento tanto complesso quanto affascinante, chiamato amore. Un'impresa astrusa, difficile, qualora volessimo discutere e spiegare il vero significato di questa piccola parola tanto abusata. C'è chi però ha voluto mettere queste (chiamiamole) sensazioni, su disco. Voi direte: "Nah, non ci credo... l'amore è troppo complesso già di per sé, figuriamoci tradurlo in musica". E invece no, cari miei, c'è una band audace che ha voluto provare a comporre ciò, un gruppo cresciuto e maturato nonostante guai interni ed esterni, una compagine che si è sempre sentita ristretta rispetto ai canoni musicali in cui è stata costantemente inserita. I Deftones 2.0 del 2012 erano ormai un gruppo solidissimo, un'unione quasi fraterna veramente rara, riscontrabile in ben pochi altri gruppi, contemporanei e non. Come abbiamo già visionato nei capitoli musicali precedenti, i nostri non mollavano un colpo: "Diamond Eyes" li aveva confermati come una realtà ferma e completa, con tutti gli ingredienti necessari per continuare a scrivere musica moderna di alto livello. Quel disco fu un grande biglietto da visita, con una musicalità eccelsa, dato che arrotondava ed arricchiva il sound creando un ponte fra vecchio e il nuovo, creando magicamente un selciato ritmico sui cui improntare il futuro. L'età avanza per tutti, gruppi compresi: quindi trovare idee su idee, nonostante gli anni che passano, è sinonimo di inventiva e di originalità. Difatti i nostri ormai venivano già designati (più che giustamente) come band "storica", ossia figlia di un tempo non lontano ma neanche troppo recente, eppure intenzionato a far vivere anche ai più giovani la sua gloriosa epopea, non mollando la preda neanche per un secondo. Parliamo pur sempre, cari lettori, di un gruppo che con i primi tre dischi ha rotto i puntigliosi canoni del metal alternativo, o se volete il "nu metal", catalogazione musicale che ha riservato sempre polemiche su polemiche, interne e non; mosse soprattutto da chi era fortemente legato al classico heavy metal, stampo NWOBHM. Ma bando alle chiacchiere: dopo che il quartetto di Sacramento (USA) annunciò un imminente disco, si fece già carico di tantissima responsabilità, giustificata se vogliamo dal successo che comunque la band di Chino Moreno viveva praticamente sin dagli inizi. Confermarsi, confermarsi sempre: la critica non avrebbe tollerato un passo falso, molti squali erano pronti a demolire i Nostri dimenticandosi del buono fatto in precedenza. Sarebbe bastato un album anonimo, per cadere vittime delle penne avvelenate della "critica specializzata". Aggiungiamo poi che la scomparsa in formazione del co-fondatore Chi Chen, che nel 2013 combatteva contro il demone del coma, ha pesato molto sia nell'impianto ritmico sia per quanto riguarda il carisma che l'ex bassista metteva sul parco, sorprendendo tutti. Moreno e company non hanno mai voluto intraprendere una strada ben disegnata e seguirla, no: il gusto compositivo e sperimentale li aveva sempre fatti spiccare rispetto a migliaia di altri gruppi, e con "Koi No Yokan" volevano ancora cercare di stupire. Il platter si presenta come un nuovo scoglio da controbattere, una nuova sfida musicale che presentava ingredienti molto simili al precedente dato che etichetta (Reprise Records) e produzione (Nick Raskulinecz) era le stesse, quasi a tributare una fiducia sanguigna a elementi cosi importanti e decisivi nel mondo del metallo moderno. Insomma, una nuova sfida targata Deftones. Più attivi, folli e decisi che mai, un disco che fungeva altresì da monito per tutta l'intera scena. Loro c'erano, non mollando un colpo. La loro presenza era ancora motivo di ansia per chiunque volesse rilasciare un platter in concomitanza... superarli in termini di vendite, estro e particolarità sarebbe stato difficilissimo! Cosa ci aspetta, dunque, intraprendendo questa nuova avventura? Undici tracce ben assortite, un'importante durata di cinquantuno minuti e quarantatre secondi. Carichi come siamo ci avvicendiamo, passo dopo passo, a sviscerare e valutare questo nuovo tassello musicale targato Deftones.

Swerve City

Il platter esplode sin dall'inizi con una forza dirompente: il brano di apertura nonché terzo singolo del disco, "Swerve City" (Città Deviata), snocciola subito un approccio chitarristico che non si può non definire potente nella sua struttura. Stephan Carpenter difatti non vuole andarci piano e con la sua sette corde disegna un riff ipnotico e pratico, il quale non esita nemmeno un millisecondo ad entrare nei nostri circuiti intellettivi. Il brano è prorompente, sia nella struttura come abbiamo già detto, sia nel liricismo. Tastiere importanti si insinuano nel riffing iniziale, addolcendone la portata e soprattutto permettendo a Chino di entrare in scena. Quel verso, "She breaks her horses/With strange distant voices/That travel through the air (Lei alleva i suoi cavalli/Con strane voci lontane/Quel viaggio attraverso l'aria), pronunciato in modo così particolare, non sol ci immerge nel clima etero del brano, ma ci permette di capire cosa i nostri vogliano a loro volta farci capire. I cavalli, nella mitologia e nel simbolismo comune, rappresentano la forza, lo spirito e la velocità: qualità di questi animali che da sempre hanno affascinato l'uomo, ansimante di raggiungere determinati status di potenza. La canzone è incentrata ovviamente su un soggetto tutto rosa, una donna che doma i suoi "cavalli", attraverso le sue evidentissime "astuzie femminili" che lei sa come usare per "corrompere"; le "lontane voci" sono come pratiche magiche che lasciano il segno sulle persone che incontra. Una esaltazione delle potenzialità della donna, l'essere bello per antonomasia, che con la sua femminilità potrebbe scardinare il mondo. E noi, cari lettori, non siamo nemmeno tanto sorpresi... tant'è che ci aspettavamo in fin dei conti una impronta lirica improntata su questi ritmi. Tornando all'aspetto musicale, il brano sfoggia un'aura molto melodica fino a che Chino, adagiandosi sulla pavimentazione sonora, prolunga la sua esecuzione destreggiando quel "They travel through the air" (Loro viaggiano nell'aria) in una maniera quasi passionale, è come se l'ugola del singer stesse rincorrendo il chitarrone di Carpenter, che assume una distinta velocità col passare dei minuti. Il comparto ritmico, se negli inizi del brano era abbastanza ripetitivo, dalla metà del primo minuto riesce ad imporre più atmosfera, grazie soprattutto alle tastiere di Frank Delgado le quali diventano quasi palpabili e costringono le corde vocali di Chino a mutare un pelo in tonalità. Melodicamente la song procede spedita, arricchita da timidi accenni solisti di Carpenter. Questo brano, a conti fatti, pecca leggermente di troppa ripetizione di alcuni stilemi, ma nel complesso è comunque un buon pezzo per iniziale il nostro cammino all'interno di questo roseo "Koi No Yokan".

Romantic Dreams

Esploratori dei cavernosi angoli della coscienza umana i nostri lo sono sempre stati, poi la maturazione ha portato anche ad una crescita dal punto di vista lirico veramente importante, con tematiche apparentemente leggere ma allo stesso tempo sviscerate in maniera precisa e chirurgica. "Romantic Dreams" (Sogni romantici), quarto singolo ufficiale e secondo tassello del disco, si incanala nel circuito passionale che in alcuni frangenti della carriera dei nostri ha preso ampiamente parte. Il sogno è il motore di ognuno di noi: l'azione del sognare, però, nell'ottica dei quattro Deftones, si inquadra nel desiderare una donna, la creatura o meglio la musa ispiratrice per eccellenza. Sogni d'amore reali per quanto intensi, sognare di condividere con un'angelica creatura tutto quanto possiamo, la vita tutta. Gioie, dolori, felicità e tristezza, nulla sembra scontato se messo in relazione con i sentimenti di un'altra persona. Desideriamo una compagnia, una voce più che amica, la quale sappia che corde toccare, suonando la nostra anima in maniera ottimale. Il pezzo si materializza con un riff distorto ben intelaiato con la batteria, che riesce ad incidere nonostante la massiccia presenza di sintetizzatori e tastiere. La voce, che da quasi l'illusione di essere filtrata, pone a noi ascoltatori l'inizio del sogno, il brano è colorato bene dalle corde vocali del frontman, profonde e quasi "discorsive", in cui vengono accennati in alcuni punti piccoli tentativi di scream. Come abbiamo già accennato prima le tastiere posseggono un ruolo importante, anzi direi fondamentale, poiché si prendono peso di tutto il sound del brano, trascinandolo letteralmente. Le corde di Carpenter vibrano e eccedono in piccoli virtuosismi negli accenni canori di Chino, di prolungare e di estendere il suo timbro, azione che di certo non gli ha mai causato problemi. Le chitarre incominciano a implementare la loro base ritmica in un coagulo di atmosfere che strizzano l'occhio all'heavy metal e al post metal più classico. Il pezzo però non è monocorde, anzi procede schizzato con un numero buono di cambi di tempo, in particolare al terzo minuto, in cui i piatti di Cunnigham accennano un'improvvisa sfuriata del nostro drummer, che concede di nuovo l'entrata di Chino e delle corde di chitarra i quali regalano ancora qualche momento etereo e luminoso. Terminata questa sezione, gli strumenti dominano tutto, dandoci la mano per gli ultimi spunti finali, in cui vengono mostrate ottime qualità tecniche. "Romantic Dreams" nei suoi quattro minuti abbondanti, non risulta impastato nei soliti canoni mielosi e squisitamente melodici di un brano che parla di sentimenti, ma nasconde un carattere heavy davvero messo in luce dalla qualità tecnica della band.

Leathers

Le atmosfere eteree e al contempo molto intrecciate sono come abbiamo appena visto nelle prime due tracce ben assortite, amalgamate alla perfezione, nonostante anche qualche incertezza di troppo (vedesi nella ripetitività di "Swerve City"). Di singoli-lancio i Deftones ne hanno pubblicati quattro, il primo fu la prossima traccia che andiamo ad ascoltare: "Leathers" (Pelli). Subito dopo il lancio di "Koi No Yokan", questo terzo episodio si rivelò ancor di più una delle tracce portanti, e godette fin da subito di una discreta fama soprattutto nei servizi di streaming. Il brano ricalca temi abbastanza indirizzati agli emarginati, a coloro che è come se vivessero in una gabbia illusoria: l'invito è sempre quello, cercare di fuoriuscire dagli schemi non lasciandosi influenzare da terzi. "Shedding your skin/ Showing your texture" (Liberarsi della tua pelle/Mostrando la tua consistenza) è il comandamento, il mantra del brano, il leitmotiv contenutistico che già nella seconda strofa ci invita a non cadere, a liberarci della nostra pelle (leather appunto), vista semplicemente come un involucro troppo "banale", incapace di descrivere la nostra vera essenza. Dobbiamo liberarcene e fare in modo che la gente ci conosca per quel che davvero siamo. Non è detto che ci apprezzerà, ma proprio per questo dobbiamo ancor di più farci valere, essendo quel che veramente vogliamo essere, senza condizionamenti. Una calma apparente circonda il brano, colorato da una nebbiosa coperta psichedelica con le timide tastiere di Delgado che portano avanti la nave, questa fase di stand-by ritmico viene sconquassato dalle due chitarre che come pietra spaccano in due il brano: Chino ovviamente indossa i panni del guerriero e intona le prime frasi a mo' di urlo battagliero, non facendo altro che aumentare la temperatura. E mentre siamo abituati a queste tonalità aggressive, un netto taglio di atmosfera iniziato da un intruglio di melodia vocale ci avvolge, rendendoci partecipi nel seguire l'ugola di Chino, che sferza note le quali rendono caratteristico il ritornello di questa "Leathers". Il refrain ha mostrato un lato melodico dei nostri che noi ben conosciamo, ma siamo comunque rimasti spiazzati da tale mutamento canoro. Sembra passata un'ora ma siamo scarsamente alla metà del primo minuto, dove di nuovo assistiamo ad una ripresa della prima sezione: cantato furbo e malvagio, chitarre e batteria usurate al massimo, con il solo Sergio Vega che viene messo leggermente in disparte. Qualora crediate che il brano non riservi più sorprese, posso dirvi quanto vi sbagliate, e di grosso anche; dato che dopo aver esalato le ultime note pesanti, Moreno abbassa di tono, sfoderando un cantato che sfiora un parlato, tutto questo fino alla fine de secondo minuto."Leathers" negli strascichi finali si mostra ancora potente e ipnotica, e praticamente tale situazione dura fino alla fine. Avrete notato sicuramente una potenza particolare in questo brano, chirurgico e allo stesso tempo ammaliante nelle note basse. Come abbiamo già accennato, "Leathers" risulterà come uno dei brani più ricordati di questo platter.

Poltergeist

Il termine "Poltergeist" (dal tedesco, spirito chiassoso) è usato per indicare fenomeni paranormali, come inspiegabili apparizioni, rumori o spostamenti di oggetti, che si verificherebbero in particolari edifici oppure ambienti, associati, spesso, alla presenza di bambini e spiriti inquieti. Questi fenomeni, da un punto di vista scientifico, sono da considerare illusori o fraudolenti, ma vengono popolarmente attribuiti a "spiriti defunti". La prossima song si tinge di queste tonalità, lo spirito defunto è lo spettro di una relazione drammatica, basata su falsi schemi. Abbiamo un ragazzo identificato come ovviamente il destinatario di un qualcuno che ama giocare, ignaro di essere preso di mira dalle grinfie di una ragazza, vista come un'esperta burattinaia. Lei, furba e malvagia, sa bene quanto lui la ami così tanto da sopportare ogni suo capriccio, continuando perciò a fare di tutto con lui, trattandolo come una miserabile marionetta persa nelle sue mani. La cosa divertente è che lui, nonostante sia stufo di ciò, continui ad amarla, un dramma che col passare del tempo continua ad evolversi. E come da copione, il pezzo entra in gioco con un riff distorto quasi come la relazione che abbiamo descritto: Moreno con la sua ritmica incorona i primi minuti, e una volta introdotto il basso di Sergio Vega (qui abbastanza accentuato) e la chitarra di Carpenter, ci scorticano le urla agghiaccianti di Chino, che rappresentano sommariamente tutta la disperazione che il ragazzo protagonista ha in corpo. Chino è acido, e la sua rabbia si scontra con le chitarre taglienti in grado di trasmettere molta potenza. Come solito, alla coda di tutto ciò si pone sempre la melodia... e che melodia oserei dire: i flussi melodici che fuoriescono dalle corde vocali di Chino sono la punta di diamante dei nostri. Tutto è terremotante, il sound compatto e massiccio ha però sempre di base una percezione sonora di fondo basata soprattutto sulle tastiere, che hanno il compito di alleggerire tutto. Sergio Vega, a differenza di altri brani, pone una giusta grinta nel suo basso, come notiamo verso il secondo minuto, reintroducendo il cantato ammaliante del nostro singer. Lo schema ritmico, nonostante sia caratterizzato da un riverbero tuonante, conserva uno scrigno di armonia e soavità particolare. In conclusione, questo pezzo è promosso a pieni voti.

Entombed

La mancanza, l'assenza di Chi Cheng, nonostante passassero inesorabili anni dopo anni, non cedeva di un millimetro. Il pensiero di Chino e company era sempre diretto verso il letto d'ospedale che ospitava quel ragazzo colpito da un crudele destino. Di certo i nostri non potevano fare magie per farlo tornare in carreggiata, ma una dedica per lui era un ottimo modo per riportarlo nei Deftones. Come nel platter precedente, "Diamond Eyes", abbiamo assistito a dediche su dediche per il bassista all'ora fresco di coma, ebbene i Nostri continuano imperterriti a dimostragli affetto, segno che l'ex bassista non abbandonerà la band, perché essa è ancora compatta ed unita al suo fianco. Difatti, la successiva track è impregnata di questi sentimenti, di questi pensieri da far viaggiare verso il cuore di un amico costretto all'immobilità, ad un sonno profondo quanto dannato, dal quale forse non si risveglierà mai più. "Entombed" (Intombato) riflette ovviamente la brutta situazione di Chi, perso in un sonno perenne, come se fosse intombato in chissà che luogo. Il silenzio domina il brano nelle sue rotonde prime battute, fino a che una chitarra delicata spezza questo clima, il tutto in un'evidente inclinazione pop, grazie all'uso pesante ma innocuo del synth. Chino, a piccoli passi, presta la sua voce, calma e tranquilla, resa a ancora più soave dall'ottimo lavoro in fase di produzione. Un ugola abbastanza monocorde nei primi secondi, ma non preoccupatevi... del resto, in quanto a variazioni vocali, il nostro è abituato e ci ha abituato bene. E infatti, la voce spicca in alcuni punti per le notevoli note alte emesse, andando in contrasto col clima quasi "irrespirabile" fatto di tastiere e sintetizzatori. Voi vi chiederete perché Chino insista con questo tono; beh, la risposta ce la dà esattamente  lui: "On the day you arrived/I became your device/To lay and soothe (Il giorno in cui sei arrivato, sono diventato per te una spalla, potevi calmarti e riposare), verso intonato magistralmente e che riflette un fatto veramente accaduto in quegli  ifausti momenti. Chino tentò di connettersi con Chi durante il coma cercando di fargli ricordare il suo nome e i loro ricordi condivisi insieme... tutti vani tentativi dato che l'ex basso sprofondava sempre di più nel coma più nero. Dopo la ripresa e la fine del refrain, un interessante e piccolo assolo introduce di nuovo Chino, che per pochi secondi era rimasto in silenzio. Non si può non notare una tristezza alla base del brano, una mirata e perforante malinconia che non fa altro che farti sentire infreddolito. "Entombed", dopo aver accolto nuove sviolinate vocali, si spegne quasi del tutto; prima che le due chitarre e la batteria mettano il punto esclamativo su questo pezzo.

Graphic Nature

Un impasto alternativo con interessanti guizzi strumentali introduce la nuova song confezionata dai nostri, "Graphic Nature" (Natura Grafica). In sostanza la canzone,con un titolo abbastanza insolito, potrebbe riguardare l'esame dei metodi di auto-inganno in te stesso e negli altri, una sorta di analisi sistematica della nostra persona, piena di problematiche ma caratterizzata da una piccola luce positiva. Ognuno di noi ha del potenziale, che viene però snaturato da una malsana voglia di autodistruzione, con una conseguente perdita di sicurezza anche accentuata da ricordi passati non benevoli: ecco l'intento pratico dei Deftones, aprirti la mente e portarti in un clima fatto di riflessione, una completa immersione con il tuo "io" di kantiana memoria. Il brano graffia con fraseggi di chitarra e di basso notevoli, con l'impostazione ritmica della batteria ben assortita. Pochi secondi e assistiamo all'esordio vocale di Moreno, che con un saliscendi tonale già ci abbindola alla sua maniera. L'impostazione delle chitarre aumenta ogni secondo, rendendo il cantato del nostro ancora più ispirato e deciso, con scream accennati e passaggi bassi degni di nota. Come è di solito in casa degli americani, i pezzi proseguono da soli con al comando Chino, che si dimostra ancora una volta abilissimo a maneggiare la ritmica. Il ritmo, ecco il segreto ei californiani: creare un sound non estremamente complesso, dato che in "Graphic Nature" sono praticamente assenti rallentamenti o cambi di tempo, ma appetibile e mai troppo semplicistico. Stupire sempre, perché i nostri in ogni brano danno sempre il meglio. Se volessimo trovare il pelo nell'uovo diremmo che alcuni passaggi sono abbastanza scontati, nell'intero calderone ritmico in cui sono posti, ma questo poco importa, se a conti fatti il brano si pone bello potente e ammaliante alle nostre orecchie.

Tempest

Come sappiamo, stringere in freddi canoni musicali la nostra band è assolutamente sbagliato, non è un caso che ogni pezzo di ogni album si presento contraddistinto da spunti che lo rendono personalissimo e per molti versi differente da ciò che lo precede. Le influenze, dovute anche dai progetti paralleli di Chino, si fanno sentire e in "Tempest" (Tempesta) tutto ciò si sente millimetricamente. Una tempesta emotiva sembra presagire il brano, e chissà come mai già crediamo di sapere, prima di intraprendere l'ascolto di questo pezzo, di immergerci in un qualcosa di molto particolare. Reminiscenze post-rock dipingono i primi sintetizzati minuti, in cui si respirano cadenze che tangono anche e soprattutto selciati della psichedelia, sembra strano ma stiamo udendo un pezzo dei Deftones più sperimentali. Chino urta contro l'atmosfera creatasi rompendo tutto, parlandoci con il suo solito tono dolce e malinconico. Il nostro singer inaugura anche l'ingresso dei sui compagni: un bel riffone delle corde di Carpenter, con una batteria ben ponderata, arroventa il pezzo, e in tutto ciò si allega un consueto aumento emozionale generale che culmina con i riff macinati nel pre-ritornello, che preparano la strada al bellissimo e intensissimo chorus. Sembrerebbe quasi di ascoltare un pezzo di "White Pony", per l'emozione e la teatralità che caratterizzano la voce. Spento ciò la prima sezione torna ad essere normalmente costruita, ma a differenza dei primi minuti ora chitarra basso e batteria corrono più velocemente. Per pochi secondi il pezzo si blocca, anzi la tempesta si blocca: "Tempest" non rappresenta una situazione creata da un disturbo naturale, bensì tratta dell'essere presi in una situazione molto stressante, un momento di angoscia nei confronti di qualcuno che conosci, vieni praticamente gettato e coinvolto in una "tempesta" di sfortuna. Tornando al brano, quel breve interludio ritmico dominato dai nebbiosi sintetizzatori viene di nuovo frantumato dalle vocals di Chino, che riprendono la forma degli inizi sfociando in urla ancora più potenti e assatanate. I sei minuti di "Tempest" non finiscono di sorprenderci, flussi eterei alternativi di sana Toolliana memoria ci inghiottiscono in perpetue linee melodiche gustose, che si protraggono soavemente fino nei secondi conclusivi, che decretano tale traccia come la più caratteristica dell'intero platter.

Gauze

Percorrere tutti i sentieri dell'amore sembra impossibile, ma nei brani dei Deftones che abbiamo messo sotto la lente di ingrandimento capiamo, invece, quanto cogliere ogni angolo di un sentimento così profondo sia possibile. Il nostro quartetto si è dimostrato molto maturo in fase lirica, prendendo sotto analisi ogni situazione che tocca l'animo di noi esseri umani. L'amore, si sa, è un sentiero intricato, oscuro: può girar bene quanto si corra comunque il rischio di incappare in un totale fallimento. Intitolare un pezzo "Gauze" (Garza) è molto insolito, ma se ci riflettete l'utilizzo di questo oggetto quotidiano ha molte similitudini con il tipo di rapporto che abbiamo con l'amore: come la garza trattiene il sangue nel post dolore di una ferita, l'amore viene visualizzato come una medicina la quale, come un bendaggio, cura il dolore non fisico ma spirituale. L'arco semantico deftonsiano si inquadra cosi, due persone che tra ampi battibecchi capiscono di non essere l'una per l'altra, non potendo dunque contare su alcuna medicina. "Gauze" inizia con pestoni di santa ragione, chitarre tiratissime scatenano un furioso headbanging che non cede un millimetro. L'entrata in scena di Chino, che in teoria dovrebbe abbassare la rabbia e aumentare la dolcezza, crea innesti ancor più ancorati a sani potenti riffs. Carpenter è il timoniere, le sue pavimentazioni ritmiche, prima scoppiettanti poi lente, creano magistralmente i solchi su cui adattare i suoi consueti balzi melodici, che toccano punte di scream intensi. "Gauze" è un brano rabbioso all'inizio: man mano col passare del pezzo, le tastiere consuete alleggeriranno il tutto, adottando una sfera emozionale perfetta per le corde vocali del frontman. Un fuoco dominatore sembra possedere le chitarre, che a parte le già accennate impennate melodiche pre-chorus, disegnano forse i riffs più potenti mai scritti dai nostri. Un clima rosso-fuoco sembra offuscarci la mente: "Just go on, it's cool, now head into the fire" (Vai avanti, è bello, ora vai nel fuoco), il che significa che l'innamorato sta procedendo verso una relazione che finirà, il destino vuole che lui sarà lasciato da lei. In questo Tetris irrisolvibile di amore/tradimento, la musica sembra parlarci risultando più efficace delle parole stesse. Una nota interessante di questo brano sono i netti spazi "vuoti", coperti magistralmente da intrisi di tastiere e batteria e una parte finale stranamente non occupata dalle trascinanti vocals di Moreno ma da giochi strumentali interessanti e dannatamente heavy che si spengono progressivamente. "Gauze" non è un brano abbastanza conosciuto ma da come avrete notato offre spunti molto interessanti, che meritano certamente.

Rosemary

Il tempo è l'unico nostro nemico, senza se e senza ma siamo tutti condannati ad uno stesso ed effimero destino. In virtù di ciò, avete mai riflettuto circa il come si possa essere, in che stato trovarsi, quando siamo di fronte ad una morte certa? Beh, i Deftones di "Rosemary" hanno fotografato una ipotetica situazione in cui vita e morte viaggiano sullo stesso filo: i testi e la musica della canzone ritraggono come una situazione di congelamento, due persone, un uomo e una donna consapevoli che la vita sta per finire, sia essa fisica o comunque facendo riferimento al "dopo" la morte di una semplice relazione, una metafora davvero eccellente. Tutta l'incertezza dell'aldilà, o la sua mancanza, li aveva tenuti aggrappati l'uno verso l'altro per una sorta di conforto, attraverso tutto questo viaggio nelle indecisioni e nei dubbi, nel dolore. Come si può calmare l'idea della morte fino a quando non accade realmente? La morte è li ad un metro da noi ma nonostante questo non molliamo. Lo charme dei Deftones interviene proprio qui, quando in una situazione criticamente pericolosa, il sentimento amoroso non cessa di esistere nemmeno per un millesimo di secondo, il fiore dell'amore non appassisce nemmeno dinanzi alla falce della signora morte. La musica è abbastanza intrisa di malinconia, e come "Tempest" inizia con leggeri colpi di tastiere che aumentano a dismisura il clima emotivo. In secondo piano udiamo una distorsione della chitarra di Carpenter che praticamente introduce le vocals di Chino, che seguono per filo e per segno la rassegnazione della pavimentazione musicale. Le vocals spediscono il brano in una "controllata" velocità, molto udibile anche con l'ingresso di Cunnigham e una maggior distorsione della lead guitar. Moreno è lamentoso, non si intravede uno spiraglio di positività nella sua sezione vocale, a volte molto leggera a volte tagliente come un coltello da macellaio: qui però viene sopraelevata la capacità del nostro cantante di imporre un unico canale melodia che contrasta, se vogliamo, con la potente sezione ritmica che circonda "Rosemary". Delgado è sicuramente il protagonista, dato che è non solo colui che iniziato il tutto, ma permette di creare linee strumentali fondamentali, che si connettono con maestria con il riffing e con la tonalità alta che Chino impone soprattutto nella parte finale, la quale è colorata da un netto cambio di tempo con chitarre che si fanno più arcigne e graffianti, decretando il "The End" finale.

Gone Squad

Il successo è un qualcosa di sfuggevole; una volta che arriva, trattenerlo non sembra poi impossibile: con cervello e carattere si hanno le capacità di possederlo, di domarlo ed indirizzarlo verso il nostro volere. Altrimenti, così come arrivò, volerà via abbastanza velocemente, senza darci modo di comprendere cosa sia effettivamente accaduto. In questo aspetto i Deftones non hanno mai perso il loro smalto primordiale, rimanendo sulla cresta delle attenzioni metalliche per più di vent'anni. "Gone Squad" (Squadra andata) è una canzone in un certo senso autocelebrativa in cui la band vuole "scolpire il suo nome" (Carve his name), ossia vuole improntare il proprio stile per maggior tempo possibile nella memoria di chi ascolta. Tale brano è iniziato da una dolce plettrata, che mano mano prende posizione strutturandosi con il classico schema a cui siamo ormai molto abituati. La chitarra, inserita in un contesto ampiamente atmosferico, funge da interludio per una pavimentazione sonora che si innalza in vaporose latitudini chitarristiche, sormontate da ritmi che esplodono letteralmente. Carpenter disegna il suo classico riffing, accompagnato dai pesanti patters di batteria e le tastiere, che si agganciano alle vocals di Chino, tirate e violente. In questa situazione abbastanza monocorde, il nostro ci sbeffeggia innalzando il suo vocione in un pulito melodico, che crea la base del refrain ben riuscito, la vera chiave di volta per intendere questa "Gone Squad". Il chorus, fresco e accattivante, ha la facoltà di farti canticchiare questa song a più non posso e il comparto strumentale è brillantemente messo in risalto dalla splendida produzione, e tutto ciò è musica per le orecchie di noi ascoltatori. Terminato il chorus, la violenza espressa dallo scream torna a più non posso, inteneritrice e devastante, ma dura poco dato che il ritornello tornerà a armonizzare l'impasto ritmico. Se negli altri brani praticamente non abbiamo assistito a nessun approccio solistico di Stephen Carpenter, il nostro abile axeman si lascia andare in un assolo non perfetto ma ugualmente incisivo nelle intenzioni e nei fatti. La propagazione melodica è il fiore all'occhiello dei loro brani ma qui, in un marasma dominato da una distorsione di fondo fumosa, è ancor di più messa in risalto. L'ottima "Gone Squad" termina, al contrario di come è iniziata, colorata da ritmiche serrate con tutti i membri abili come aquile nel muoversi con i loro rispettivi strumenti.

What Happened To You

Un tocco decisamente alternativo e sperimentale, una buona miscela di campionature in cui si inseriscono progressivamente le tastiere, provoca l'inizio di questo brano che si mostra assolutamente particolare, "What Happened To You" (Cosa ti è successo?), il quale si dichiara una ballad a tutti gli effetti, ad un primo impatto. Tuttavia, nel progredire del brano, esso si manifesta come inquadrato in un contesto che nega una visione positiva la quale si attribuisce in genere alla classica ballata: definire questa una ballad "felice" è decisamente sbagliato, dato che tratta di un amore che da un giorno all'altro scompare, perdendo sotto i pesanti colpi di un fato avverso e crudele. L'interrogativo principe del tutto, "Cosa ti è successo", è per entrambi gli amanti, ormai arrivati ad un punto morto, incapaci di riconoscersi: l'uno estraneo nei confronti dell'altro. Sorpresa mista a sofferenza, ma nonostante ciò la vita va avanti. Chino è il classico portavoce dell'aria buona e dona per questo il suo tocco pregiato, dolce ma allo stesso tempo nostalgico: l'anima gemella se n'è andata e tale situazione non è affatto semplice da affrontare, si può brutalmente definirla come corrosiva. Esattamente riprendendo le parole pronunciate poco fa, le tastiere incidono molto e la chitarra di Carpenter, pizzicata e non effettivamente distorta, propone il terreno per improvvise impennate melodiche del nostro frontman, ampiamente ghiacciato in una situazione in cui a farla da padrone è una tonalità bassa e cupa. Atmosfericamente siamo dinnanzi un brano molto accurato, difatti poche sono le sfuriate chitarristiche della sette corde di Carpenter, ma questo non significa che il suddetto brano non nasconda una potenza emotiva di una certa caratura. Nel mezzo centrale si fa più evidente il massiccio utilizzo del programming, che assieme alla batteria di Cunnigham crea un tappeto sonoro interessante e ampiamente squisito per un Chino il quale tocca e raggiunge l'ispirazione più profonda. Questa "What Happened To You", con la sua soave delicatezza ci accarezza la pelle, trasportandoci idillicamente nei battiti finali di questo floreale "Koi No Yokan".

Conclusioni

Un artwork immerso in luci rosse, specchi e porte, giochi di trasparenze atte a rendere il tutto un capolavoro di mistero ed atmosfera, rilassante ed inquietante al contempo. Varcare quelle soglie, andare oltre il gioco illusorio degli specchi, una sorta di labirinto identificabile come l'amore stesso; la strada più difficile che l'animo umano abbia mai battuto nella sua esistenza. Capite bene quanto la copertina riesca a centrare al meglio il valore musicale offerto dal combo americano, con il suo settimo album in studio. Sette album, sette facce diverse, fatte di innovazione e voglia di stupire, non perdendo comunque mai quella voglia inarrestabile di comporre un qualcosa di diverso dal precedente. Inquadrare questo "Koi No Yokan" non è un'operazione da quattro soldi, la solidità compositiva del quartetto a stelle e strisce ha marchiato a fuoco un nuovo convincente lavoro. Dai vocalizzi di Chino Moreno al riffing penetrante di Stephen Carpenter, i fan dei Deftones oramai sanno cosa aspettarsi, non c'era di certo bisogno di comporre chissà quale lavorone per dimostrare il valore della band. Il titolo stesso, che rimanda a sensazioni positive e floreali, è stato magistralmente azzeccato, dato che qui la chimica creatasi tra l'ascia principale ed il singer è unicamente definibile come riuscita, al meglio del meglio: alternative metal che qui si pastella di sani riferimenti al post rock e al post grunge, con un Sergio Vega ormai membro più che collaudato nella carovana californiana, veramente parte integrante nell'assetto compositivo e musicale. "Koi No Yokan" è bello; un platter valido, un disco che piace. Sembra una conclusione semplicistica ma non lo è: la ricercatezza sonora non è variata di un millimetro dall'ultimo esaltante "Diamond Eyes" e tutti questi ingredienti fanno sì che la freschezza e le armonie composte siano una gioia per le nostre orecchie. La vena elettronica, ampliata dall'ottimo utilizzo del sintetizzatore, è il vero fiore all'occhiello poiché rende sperimentale e poco classificabile un gruppo che, come sappiamo, è sempre stato lontano da classificazioni di tipo giornalistico, tant'è che nemmeno i nostri sanno precisamente in che filone collocarsi. La melodia, ecco il vero segreto della band di Sacramento; elemento che in quasi vent'anni di carriera, costellata quest'ultima, ricordiamo, da molti alti e pochissimi (quasi inesistenti) bassi, non è mai sceso ai livelli di composizioni arrangiate così giusto per soddisfare le fauci disperate di milioni di fans. C'è sempre stato (e nessuno può negarlo) un professionismo di fondo veramente unico. Forse, per dovere di cronaca e ad onor del vero, si potrebbe dire che in un lotto di undici pezzi alcuni abbiano un filino di pomposità di troppo, dovuto il tutto anche alle esigenze commerciali... eppure la qualità, che se vogliamo è rimasta immutata, nonostante grossi incidenti di percorso (come la perdita di un elemento fondamentale), non è mai scesa. Il carattere battagliero della band è rimasto lo stesso nonostante tutto e tale senso di non arrendevolezza è ben impastato nei cinquanta minuti del platter. Undici pezzi gonfi di velature melodiche mai fini a loro stesse ma sempre pronte per sganasciare un grande quantitativo di materia emozionale, che non lascia indifferente l'ascoltatore ma anzi lo costringe a immergersi nelle tematiche che i sogwriters mettono a disposizione. In effetti, notiamo qui una maturazione proprio da questo punto di vista, le parole raggiungono un certo livello, pur non essendo i pezzi non molto distanti dalla luce intravista in "Diamond Eyes". Insomma, inutile girarci troppo attorno: molte band non hanno nemmeno raggiunto un traguardo importante fatto di sette dischi, o se lo hanno raggiunto sono di certo scese di qualità: i Deftones mai, nonostante nei loro lavori ovviamente ci sia un occhio di riguardo al commerciale, cosa tra l'altro giusta... anche s non parliamo mai di musica futile e fine a se stessa. Tanta maestria nel comporre tasselli musicali, mai banali e scontati.Ci aspettavamo un buon lavoro dai californiani? Bene, siamo stati accontentati. "Koi No Yokan" merita senz'altro un ascolto. Od anche due, tre, quattro...

1) Swerve City
2) Romantic Dreams
3) Leathers
4) Poltergeist
5) Entombed
6) Graphic Nature
7) Tempest
8) Gauze
9) Rosemary
10) Gone Squad
11) What Happened To You
correlati