DECIMATUS

Catalyst For Rage

2015 - Autoprodotto

A CURA DI
FABRIZIO IORIO
18/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Cosa differenzia una qualsiasi band all'esordio discografico, da una che vuole emergere proponendo un sound non per forza innovativo ma suonato con gli attributi? La passione, la determinazione e la consapevolezza dei propri mezzi, e questi ragazzi provenienti dall'Australia (precisamente da Melbourne) che oggi ci apprestiamo a recensire ne hanno sicuramente da vendere. Si chiamano Decimatus e la loro proposta consiste in un thrash metal che richiama molto band come Testament per quanto riguarda la ruvidità del sound, ed i Pantera per quel che concerne la potenza espressa in questa loro proposta a livello di sonorità. Sfondare in una scena come quella Australiana non è assolutamente semplice, dato il grande numero di band presenti sull’Isola. Il Metal fa letteralmente il giro del mondo, ed anche dall’altra parte del globo possiamo notare come la fame di musica sia sempre fucina di nuove e talentuose band: rimanendo specificatamente in Australia, possiamo infatti nominare gli storici thrashers Slaughter Lord Mortal Sin, band considerate di culto dagli intenditori, mentre tornando ai giorni nostri è impossibile non citare gli Elm Street, giovani metallari dediti ad un roccioso Heavy Metal, senza scordarsi di vere e proprie punte di diamante come gli In Malice’s Wake, anch’essi fra i gruppi di maggior successo degli ultimi anni. La lista è ben lungi dall’essere conclusa: sempre sul versante thrash abbiamo infatti da sfoderare veri e propri assi come Harlott ed Envenomed, o tendenti ancora di più verso l’estremo i Destroyer 666, ormai stabilitisi in pianta stabile in Europa. Anche parlando di Black, l’isola non è certo sprovvista di grandi nomi: Abyssic HateStriborgDrowning The Light ecc., fra i gruppi di maggior successo della Scena australiana tutta. Una bella impresa, dunque, per i nostri Decimatus, riuscire a sfondare in un panorama così vasto e variegato. Salta subito all’occhio che i nostri hanno anche radici tricolori ed infatti i cognomi del bassista, del chitarrista e del batterista, sono di chiare origini italiane: questo, naturalmente, non può che farci onore. Molte band australiane sono legate a doppio filo con il nostro paese, infatti basti pensare che molti musicisti hanno la propria base operativa proprio qui (la black metal band Buio Omega per esempio, fondata dall’Australiano Gorgoroth con ben due membri dei pugliesi Mortifier, ovvero Arcanum Anima Morthum), ed alcuni hanno collaborato con artisti italiani, come nel caso di Brendan Farrugia degli Envenomed, che ha suonato il basso nel disco solista di Andrea Martongelli degli Arthemis, uscito nel 2014 ed intitolato "Spiral Motion". Tornando alla band, i Decimatus nascono nel 2010 e presentano questa lineup: Tommy Jennings alla voce, Andrew Rondinelli al basso, Ryan “Booga” Bulgarelli alla chitarra solista, Mark Mather alla chitarra ritmica e Adam Savino alla batteria. Con questa line-up i nostri incidono, nel 2012, due ep; “The Betrayer” (uscito a gennaio) contenente sei tracce della durata di mezz'ora, e “II” (pubblicato a giugno) comprendente solamente due canzoni per un totale di undici minuti di musica. L'anno successivo registrano il loro primo full length presso i “Legion Studios” con il produttore Julian Renzo e iniziano ad avere un'intensa attività live, con la quale riscuotono numerosi consensi da parte del pubblico. Improvvisamente si ritrovano orfani sia di Savino che di Mather, ma i nostri non si perdono di certo d'animo e, siglato un accordo gestionale con l'americana “Donarus Management”, accolgono tra le loro file il nuovo chitarrista Pauly Brammer ed il nuovo batterista Josh Rech. Prodotto interamente dalla stessa band, finalmente nel gennaio 2015 Catalyst for Rage vede la luce e tutte le fatiche vengono ripagate riuscendo a partorire un disco roccioso e molto ben registrato, evidenziando un'ottima professionalità di base dove i suoni sono ben distinti e l'attitudine aggressiva è ben espressa e palpabile. Cover e logo sono molto accattivanti e lasciano poco spazio all'interpretazione su quello che andremo ad ascoltare; dieci tracce di sano thrash metal suonato con il cuore e con l'anima. Scopriamo quindi, quali sorprese ci riserva l'ascolto di questo debut.



"Catalyst of Rage" (Title track) apre le danze con un suono crescente quasi industrial dove dei rintocchi di batteria con sottofondo di chitarra non troppo pesante spianano la strada, a loro volta, ad un chitarra ritmica bella corposa. Se inizialmente il drumming è piuttosto lento e cadenzato, quasi immediatamente viene accelerato per dare una bella dose di potenza al contesto, ove troviamo un cantato bello aggressivo e coinvolgente che sputa rabbia da ogni dove. La prima strofa fila via che è un piacere, mentre il ritornello è vistosamente rallentato a favore però di una violenza quasi elegante, ch fa risaltare le qualità dei singoli elementi. Al minuto 2:14 le chitarre si rincorrono brevemente, sopraggiunge Tommy che continua imperterrito a sfogarsi rabbiosamente mentre il ritmo rallenta nuovamente e chitarra e basso vengono messi ben in evidenza. Al terzo minuto la batteria si fa più veloce, con colpi imperterriti di rullante e qualche accenno di pedale, mentre la voce risulta filtrata per enfatizzare il ritmo fin qui non troppo sostenuto, mentre la chitarra (che inizialmente fa da sottofondo “nascondendosi” un po') esplode definitivamente in un riff monolitico e ruggente. Le ritmiche si fanno incalzanti fino a quando un buon assolo fa capolino e diventa sempre più incisivo nella sua progressione. Altra strofa bella carica, ed a risaltare è soprattutto la chitarra ritmica, che viene raggiunta dalla compagna solista mediante un passaggio che sa tanto di Testament, ma che comunque mantiene una buona personalità. Una brevissima pausa sonora con il singer lasciato solo, con un leggero filtro alla voce e si riparte alla grande per poi rallentare nuovamente e sentire Jennings urlare quasi con disperazione, e dopo un bel passaggio di batteria ci si lascia andare alla cavalcata finale che chiude la prima traccia del disco. “Si nascondono dietro ad un distintivo, ma sarà la giustizia a trionfare?” “Questa rabbia rompe il mio silenzio, la giustizia è cieca e l'ignoranza è cecità” è il manifesto con cui riversano il ripudio verso la giustizia e verso le forze che collaborano con essa, dove le forze dell'ordine nascondendosi dietro un placca, troppe volte esercitano l'abuso di potere per imporre la propria volontà a discapito della gente. Difatti, non abbiamo nulla da perdere quando siamo messi alle strette dall'ingiustizia, la rabbia sale vertiginosamente e il desiderio di ribellarsi è estremamente crescente. Cerchiamo di far valere i nostri diritti, ma dobbiamo farlo tutti uniti perché da soli siamo solo carne da macello e facili prede per chi vuole usarci come trofei di cui vantarsi con gli altri. Il contrasto fra la società e le forze dell’ordine non è certo un tema nuovo, ma è sempre più che mai attuale, soprattutto negli ultimi tempi, tempi in cui la giustizia sembra letteralmente funzionare al contrario, lasciando a spasso criminali incalliti e carcerando chi per fame si riduce a rubare un tozzo di pane in un negozio. I nostri Decimatus arrivano dunque a chiedersi cosa sia effettivamente la giustizia, e quale sia effettivamente il metro di giudizio di chi la rappresenta. Con un inizio di chitarra che improvvisamente si arresta e una batteria che scalda i motori prima di partire all'attacco, inizia "One Foot in the Grave", che senza fronzoli ci presenta un sound subito roccioso e pesante, dove il drummer inizialmente picchia in modo feroce e lineare e poi dà libero sfogo alla doppia cassa con un attacco devastante a livello sonoro, non indifferente. Parte il cantato e tutta la rabbia di Tommy si palesa davanti a noi, ed un bell'intreccio chitarristico quasi schizofrenico si fa apprezzare particolarmente. La voce si fa leggermente meno aggressiva nel corso del ritornello, ma è coinvolgente e va a sfumarsi con leggero filtro vocale che ne arricchisce l'espressività, il tutto condito con delle rullate molto controllate che accompagnano il vocalist e, dopo un urlo che rimbalza con un leggero eco, esplode letteralmente la sezione ritmica, con una violenza indescrivibile. I riff sono taglienti e ben fatti ed il groove è incredibile; quando riparte il cantato l'aggressività di base rimane costante ed il sopraggiungere del chorus non fa altro che arricchire il tutto. Dopo una bella “corsa” di pedali ci troviamo davanti ad un assolo ben costruito e congegnato che si velocizza ulteriormente con l'incedere della batteria, in seguito fa capolino un'altra strofa ancora più carica di cattiveria e potenza. Una leggerissima pausa dettata da un drumming controllato e una voce filtrata molto caratteristica e si riparte con tutta la grinta che questi ragazzi sono in grado di trasmettere, e lo fanno dannatamente bene fino alla conclusione del brano, tanto da riuscire a partorire, tra leggeri rallentamenti e sfuriate sonore, una delle migliori tracce del disco. Grandissima song da sparare a tutto volume e lasciarsi andare ad un headbanging furioso senza curarsi minimamente di distruggere qualcosa. “Vivi la tua vita per essere uno schiavo, devi ballare con un piede nella fossa” - “Ci hanno insegnato ad avere paura, ma non si conosce la causa, il tempo sta arrivando, la peste sta bussando” Molta gente vive la propria vita senza un minimo di dignità e di conseguenza viene schiavizzata e umiliata senza ritegno da chi è effettivamente consapevole che il triste popolino non si ribellerà mai, dato che non ne ha il coraggio. Ci insegnano ad avere paura per impedirci di studiare ed informarci per conto nostro, per vietarci di batterci per una giusta causa o un’ideale, cercano di fare di noi degli schiavi; di conseguenza passiamo la nostra vita con già un piede nella fossa, aspettando l’inevitabile, sprecando tutto il tempo a nostra disposizione dietro paranoie inutili. Abbiate il coraggio di non farvi schiacciare da nessuno e di vivere con un minimo di dignità, questo è il messaggio dei Decimatus, allora si che potreste dire di aver vissuto liberamente, perché la libertà non deve togliercela nessuno, e nessuno ha il diritto di farlo. “L'ignoranza ha pagato il suo costo”, essere volutamente tenuti ignoranti è il modo migliore per terrorizzarci ed è anche il metodo principale per schiavizzare le persone. Potenti senza un briciolo di umanità che vogliono rovinare questo mondo, e non dobbiamo assolutamente permetterglielo. "Erosion" inizia con un bel giro di batteria e parte subito alla grande con tutta la strumentazione che sprigiona forza da ogni dove, ed anche quando i nostri rallentano leggermente, la potenza sonora rimane ugualmente “conficcata” nelle orecchie dell'ascoltatore, tanto è un elemento imprescindibile della proposta dei nostri. Il frontman è prontissimo a sciorinare la prima strofa con la solita ruvidezza ed aggressività chelo contraddistiunguono, con qualche leggero eco ad arricchire il tutto. Il ritmo non è particolarmente sostenuto anche se a tratti tende ad accelerare, ma è la violenza del singer a colpire maggiormente, risultando incisivo e coordinato. Gli strumenti sono amalgamati alla perfezione ed in sede live questo brano può veramente mietere vittime, con il suo incedere progressivo e lancinante sarà sicuramente uno dei momenti clou di ogni concerto. Il ritornello è abbastanza ben strutturato e anche se non è particolarmente brillante si fa comunque apprezzare per cattiveria. Al minuto 3:30 un ottimo assolo sorprende l'ascoltatore, ed anche in questa song il momento solista è molto ben realizzato, andandosi a frantumare contro l'urlo di Tommy che invita la chitarra ritmica ad essere protagonista con un bel riff molto potente ed invitante. Altra strofa abbastanza rallentata e la pesantezza del suono viene esaltata dal lavoro di basso di Rondinelli che va a chiudere un altro bel pezzo di questo album. Sicuramente è una song piuttosto lineare e non particolarmente elaborata, ma ha dalla sua una potenza non indifferente. “Leggere sui giornali di un'altra morte” “I razzi illuminano il cielo, conto alla rovescia per il giorno del giudizio”, espressioni che descrivono tutto  quello che si può vedere durante una guerra, una guerra assurda che uccide persone innocenti per motivi inutili e solo per la sete di potere di qualche governante. Il giorno del giudizio sta arrivando e a rimetterci saremo noi con la nostra ingenuità e la nostra leggerezza. “Hanno armi per ogni occasione, per alimentare la loro necessità, per Dio, per la bandiera, per il paese, erosione”, i grandi paesi non esitano ad usare le armi e le persone dietro a tutto ciò se ne stanno comodamente a guardare mentre mandano soldati (spesso giovani ragazzi) a macellarsi l'uno con l'altro e senza un minimo di ritegno si compiacciono vantandosi di chissà quali imprese, mentre la gente muore per causa loro, che usano la scusa di Dio e del patriottismo solo per riempirsi le tasche con la vita degli altri. Un testo di chiara matrice anti militarista, schierato contro gli interventi a mano armata e figlio di un contesto storico molto difficile, quello del nostro presente, sconvolto dalle rivoluzioni e dalle guerre. Calamità alimentate, appunto, dai grandi governanti, che con varie scuse si sfregano le mani ed aspettano unicamente che nasca un nuovo conflitto, proprio per cercare di arricchirsi ancora di più, conquistando questo o quel paese, per aumentare le risorse del proprio. Una chitarra leggermente distorta con effetto riverbero e un basso grondante violenza introducono "Burning Bridges", quarta song del disco che nell'immediato parte carica e ruggente con una base imponente e piena di groove da headbanging puro. Tommy parte con la prima strofa e risulta sempre incisivo e penetrante, con le chitarre che si rincorrono e si intrecciano alla grande, dandoci l’idea di una convinzione e di un affiatamento non indifferente dei e tra i musicisti. Il ritornello è piuttosto accattivante e ancora una volta è l'aggressività ad essere percepita, un’aggressività che viene espressa alla grande da tutti i membri della band. I piatti del drummer volano violenti e imperterriti, e la base ritmica è molto convincente sotto ogni punto di vista, ma al minuto 3:12 è Bulgarelli ad essere assoluto protagonista con la sua sei corde, tra note altissime ed un'esecuzione inossidabile, con in sottofondo doppia cassa a martello che ne enfatizza il lavoro. Le urla del frontman spaccano letteralmente in due i timpani dell'ascoltatore ed il resto della band si dimena tra accelerazioni improvvise e rallentamenti devastanti che vanno a sfumare piano piano e terminano in silenzio una canzone a dir poco distruttiva. “Arriva strisciando come un demone”, è il pessimismo ad essere messo ben in evidenza, come se si iniziasse un qualsiasi nuovo giorno con la consapevolezza che sicuramente ci troveremo a vivere una giornata nera, storta, e che non ci sarà alcun modo di poterla raddrizzare. “Questa volta scommetto sul nero” è chiaramente riferito al gioco della roulette in cui si può puntare sul rosso o sul nero, ma è anche una metafora sulla malinconia che ci circonda; puntando appunto sul nero, appunto, un colore buio e massima espressione di depressione, la rappresentazione del Nulla e della noia. Qui il protagonista del brano è talmente affranto che “il puntare sul nero” è la convinzione che tutto debba andare per forza nel verso sbagliato e non ha nemmeno la forza di reagire. “Il diavolo sta giungendo ed è tempo di pagare, i ponti da bruciare, non ci sono addii da dare ne medaglie da guadagnare” sente la morte sopraggiungere e non ha più nulla da offrire, è solo ed in solitudine dovrà morire, dovrà dire addio in completa sofferenza per poi abbandonarsi nel vuoto...la sua fine è arrivata e nessuno potrà salvarlo. Una sensazione che potrebbe ricordare, vagamente, la malinconia espressa in pezzi come “A Tout Le Monde” dei Megadeth, anche in questo caso è presentato un discorso circa un addio in lacrime, dovuto appunto dal sopraggiungere di una brutta depressione. "Ill Fated" viene introdotta da un suono campionato crescente che introduce una chitarra convulsa e un bel giro di tom, elementi che preparano un leggero urlo del cantante che in sostanza fa partire la song. Troviamo la sezione ritmica che si dimena in riff di notevole impatto e parte la prima strofa, come sempre caratterizzata da una bella aggressività espressa dalle corde vocali di Tommy che a volte troviamo leggermente filtrate. Altra parentesi strumentale ben eseguita e riparte un'altra strofa con voci che si sovrappongono e sputano rabbia dal microfono mentre il ritmo rallenta leggermente. Conclusa questa parte la velocità si fa più sostenuta ed entra in gioco la lead guitar, che con modo molto accattivante accompagna la parte ritmica, per poi proporre un breve assolo piuttosto suggestivo che impreziosisce il brano in maniera discreta senza strafare o proporsi in virtuosismi inutili. In questo frangente il brano mostra i muscoli e la pesantezza di basso e batteria sono impressionanti, ritmi rallentati e macellazione acuta, deve intervenire il singer a riportarci con i piedi saldi al suolo per un breve ma intenso momento fino a che ancora una volta si viene colpiti da un'altra mazzata sonora, momento in cui l'atmosfera si fa quasi oscura e penetrante e la sezione ritmica risulta incredibile nel suo incedere per poi aumentare di velocità, quando ancora il frontman irrompe alla grande con tutta l'aggressività che lo caratterizza. La voce improvvisamente diventa quasi robotizzata e riparte ruggente fino alla fine della song. Inizialmente il tutto sembra perdersi un po' con tecnicismi di chitarra, ma prende letteralmente quota quando i nostri decidono di colpirci duro con un muro sonoro davvero d'effetto. “Così stanco e malato da essere così debole”, ci si trova alla fine della vita (o di quel che abbiamo effettivamente vissuto) malati, stanchi e senza più la brillantezza e la voglia di andare avanti. “La Prossima volta avrò io il controllo”, ci si convince e si crede che ci sia una prossima volta e allora si che la vivremo come si deve. Sembra quasi che questa nostra prima esistenza sia una prova per non ripetere gli errori in una futura nuova incarnazione, dove avremo il controllo totale sulle nostre azioni e sul nostro modo di essere, vivendo una sottospecie di “età dell’oro” nella quale potremo finalmente considerarci felici. Il nostro presente sembra, quindi, uno strano misto fra purgatorio ed inferno, una sorta di banco di prova e luogo d’espiazione, che sottoponendoci man mano a nuove prove cerca di farci comprendere il vero significato dell’Esistenza. Un perenne “in Mezzo” dal quale verremo liberati non appena avremo capito cosa significa, effettivamente, vivere. Non si soffre dunque a caso e tutto è propedeutico per una futura vita felice. L'inizio di "Ashes to the Urn" richiama molto da vicino gli Slayer di “Diabolus in Musica”, con una ritmica lenta e soffocante e un cantato urlato ma comunque composto. Improvvisamente, però, aumenta la velocità complessiva e i riff si fanno taglienti e cattivi con batteria ben messa in evidenza che scandisce il tempo in maniera impeccabile. Anche in questo brano troviamo un leggero filtro vocale che sinceramente lascia un po' il tempo che trova, ma il tutto si risolleva alla grandissima con il ritornello che risulta quasi orecchiabile e si stampa in testa immediatamente, un ritornello che viene eseguito con meno cattiveria se vogliamo, ma l'impatto rimane sempre e comunque esplosivo, così come è deflagrante la parte strumentale immediatamente successiva che tenta di accelerare ma viene interrotta dalla voce di Tommy anche se, sul finire della strofa, notiamo comunque come il tutto riparta in quarta in maniera impeccabile. Altro ritornello semplicemente spettacolare e si riparte tra accelerazioni improvvise e rallentamenti fino a trovarci davanti ad un assolo quasi schizofrenico che però dura pochi secondi, per poi ripresentarsi quasi immediatamente dopo ancora con una breve apparizione. Ritroviamo un'altra breve strofa condita da potenza invidiabile e di nuovo il chorus che prelude all'ultima parte di brano, aggressiva al punto giusto e che chiude un altro must di questo ottimo disco. “Quello che è fatto è fatto e non serve gridare al lupo” ormai le azioni insulse e le decisioni sbagliate non si possono correggere e non serve tentare di rimediare perché ormai è troppo tardi. Ogni ingiustizia inferta o subita rimarrà cucita nella nostra anima e non esiste maniera di cancellarla. “L'impulso colpisce con rabbia, non può scuotere questa gabbia, non esiste un amico che ti possa salvare”l'uomo agisce tante volte spinto dall'impulsività che cerca di venire fuori prepotente, ma solo chi dentro di sé è forte riesce a tenerla a bada e a controllarla, perché una volta fuori controllo si impadronisce di noi, e non c'è persona al mondo che possa fermarci e farci riflettere su ciò che stiamo compiendo o che abbiamo intenzione di compiere, perché siamo talmente accecati dalla rabbia che veniamo sopraffatti dall'istinto di sopravvivenza e di vendetta di cui siamo dotati. In noi c’è pur sempre una componente animale, il nostro miglior pregio sta nel riuscire a domarla grazie alla nostra intelligenza maggiormente sviluppata.. ma siamo pur sempre quel che siamo, ed ogni tanto, questo “istinto” tende a venir fuori in maniera prorompente e priva di freni. "Usurper" parte fortissimo senza troppi fronzoli, con un ritmo piuttosto sostenuto e un cantato estremamente aggressivo. La prima strofa viene cantata in maniera molto veloce e diretta fino ad un leggero rallentamento dettato dalla strumentazione, che ne frena un po' l'incedere, per poi far ripartire alla grande la song con un'altra strofa molto veloce e potente, dove questa volta la chitarra di Bulgarelli si fa sentire quasi in sordina con un bell'intreccio di note che rendono molto personale il brano e dove fa la sua comparsa il ritornello che anche in questo caso è ben bilanciato e ben riuscito. Dopo una bella dose di doppia cassa, il ritmo rallenta ancora leggermente e lascia spazio alla strumentazione che si fa apprezzare soprattutto con riff micidiali, dove fa la sua comparsa ancora il chorus ancora più potente e distruttivo. Al minuto 2:21 un brevissimo assolo di chitarra spezza un po' in due la song, infatti la progressione è molto compassata, ma è solo un'illusione perché accelera subito e rallenta nuovamente, lasciando stordito l'ascoltatore. Anche qui la violenza sonora sprigionata è maledettamente esaltante e si conclude con il rimbombo dei piatti del drum-set. “E' il mio turno e ho io il dito sul grilletto” - “Ora è il momento di portare il giudizio al cielo e vendicare con il sangue tutto quello che mi è stato tolto”: frasi emblematiche, che non fanno altro che comunicarci un concetto chiaro e semplice. Succede che a volte, in certe situazioni, ci sia il rovescio della medaglia e tutti i torti subiti ingiustamente siano vendicati. La vendetta non è mai la soluzione migliore, ma in alcuni casi la rabbia è talmente grande che ci si fa prendere dal sopravvento e non si guarda in faccia a nessuno, pensando solo a far pagare il torto. Se poi ci viene tolto qualcosa di prezioso o in ambito sentimentale, in special modo, allora non ci sono storie e alla prima occasione ci si fa giustizia da soli anche a costo di finire nelle mani della giustizia. L'orgoglio dell'uomo a tratti è predominante e quando si scatena la furia, dettata dalla voglia di rivincita, non ce né per nessuno. Regole da “Far West”, quasi, ma alla fin fine ogni azione negativa viene in qualche modo ripagata da un’altra ancor più negativa. “Dog Eat Dog”, direbbero gli AC/DC, una regola che purtroppo non fa eccezioni in nessun caso e serve solamente ad alimentare odio e rancore. "Fate Without Faith" è introdotta solamente da una chitarra piuttosto marcata, sopraggiunta a breve da dei rintocchi di pedale che ne preparano la cavalcata iniziale, scandita da doppia cassa furiosa che si conclude con un accenno stridulo di chitarra. Brevissima pausa e la voce di Jennings si fa sentire grintosa, come sempre sostenuta a meraviglia dai compagni. La prima strofa si fa apprezzare soprattutto per la sua velocità di fondo e per i riff taglienti gentilmente offerti, mentre il ritornello è cantato quasi come un coro da stadio, davvero piuttosto originale. Seconda parte che viene riproposta alla stessa maniera della prima con tanto di aggressività e sezione ritmica altisonante, che regalano momenti di pura devastazione, mentre all'arrivo del chorus si sente in sottofondo la chitarra di Bulgarelli che con qualche nota alta e tagliente ne esalta l'interpretazione vocale. Minuto 2:15 ed ecco che arriva il solo, inizialmente non molto particolare ma che via via diventa molto interessante,  ben scandito da colpi di batteria molto ben riusciti che portano ad un'accelerazione comunque controllata dove la chitarra e il basso di Rondinelli fanno il loro dovere elargendo un muro sonoro non indifferente. Viene proposta un'altra strofa bella carica e il ritornello con tanto di accompagnamento che si velocizza a metà strada per poi, con un'ultima frase e qualche urlo, chiudono un'altra bella prova del combo australiano. “Dove eravate quando si è fermato il tempo? Dovrei pentirmi delle mie colpe?”: ci si interroga sul fatto che certe azioni o decisioni prese e probabilmente sbagliate abbiano condizionato in negativo la nostra vita, ma le persone che abbiamo intorno e si credono amiche dove sono nel momento del bisogno? Perché non si trovano accanto a noi, per farci capire i nostri errori? Allora non dobbiamo pentirci per quello che facciamo, perché fa parte del nostro essere uomini, e fa parte del nostro disegno di vita. “Perché dovrei essere qualcosa che non sono, così potete colpevolizzarmi per i peccati che non esistono”nessuno può imporci di dire o di fare qualcosa contro la nostra volontà, ma se lo facciamo allora ci tiriamo addosso delle colpe che in sostanza non esistono, solo perché abbiamo deciso di ragionare con la nostra testa e non con quella degli altri. Certe persone si credono migliori di altre ed impongono le loro idee perché non hanno il coraggio di mettersi in gioco.. e se qualcosa va storto, puntualmente la colpa è degli altri. "Half Measures" è la penultima traccia di questo “Catalyst for Rage” ed è un breve song interamente strumentale che fa da collante vero e proprio per l'ultima traccia, risultando quindi una “intro” quasi, una parte di questa. Arpeggi molto soft e leggiadri la fanno da padrone dando una sensazione di benessere ma al contempo di rassegnazione e ad enfatizzare il tutto, in maniera molto lieve, si presenta un assolo di chitarra estremamente spensierato ed elegante, che con molta grazia si sfuma a favore di un suono quasi estraneo che lega appunto "Death Sentence (With a Plan)" brano conclusivo dell'intero lavoro, che parte con una bella chitarra ritmica con giri di note molto affascinanti e una batteria che con un buon mid-tempo impreziosisce notevolmente la prima parte strumentale del brano. Ora dimenticatevi la leggerezza sonora sopracitata, perché riprendono le velocità consone del disco e il cantato di Tommy torna più incisivo che mai, supportato alla grande dai compagni di squadra. La prima strofa è bella carica e penetrante, ma la sorpresa è dietro l'angolo, con un ritornello quasi epico e maestoso cantato in pulito, coadiuvato da riff vincenti e strumentazione incredibilmente sincronizzata; davvero un ottimo chorus. Seconda strofa e si riparte, ed addirittura le urla diventano quasi laceranti tanto è violenta l'espressività trasmessaci dal singer. Qualche bel giro di tom e qualche virtuosismo chitarristico e riparte il chorus, forse il più riuscito dell'intero lavoro, che si protrae musicalmente per qualche secondo per poi impazzire letteralmente con suoni schizofrenici e allucinanti, dove la tecnica messa in bella mostra dai musicisti si fa apprezzare particolarmente. Ecco che arriva Bulgarelli a spararci un assolo di ottima fattura supportato dalla batteria in modo impeccabile, dove tra rallentamenti e aumenti di velocità, fa aumentare il phatos e invita all'ascolto più e più volte. Il tutto viene interrotto dalle urla del frontman e da un aumento improvviso di velocità che però rallenta quasi immediatamente e vistosamente. Altro assolo questa volta non particolarissimo, e l'ultima strofa ci regala un ultimo momento di potenza non dettata necessariamente dalla progressione vertiginosa, ma piuttosto dall'impatto quasi emotivo che riesce a regalare. Un’ottima traccia di chiusura e anche una delle migliori, vanno a porre fine ad un lavoro veramente ben fatto e ben suonato, dove si percepisce la voglia di fare di questi ragazzi e che meritano tutto il supporto possibile. “Forti venti sotto il sole del deserto” - “Ora conto i giorni fino alla fine del mio tempo” è quello che si prospetta davanti alla sentenza di morte del titolo, ovvero ci si trova spaesati e inermi come se fossimo in un deserto, dove sotto un sole cocente possiamo avvertire delle forti raffiche di vento che ci investono inesorabili, mentre noi contiamo i giorni che ci separano dalla nostra morte, sapendo che senza rifornimenti presto saremo cibo per gli avvoltoi. “Una condanna a morte con un piano” - “Bugie su bugie che non finiranno mai”, l'ingiustizia subita da qualcuno per cercare a tutti i costi un capro espiatorio può mettere in serio pericolo molte persone innocenti. Una condanna a morte è la privazione di una vita e a volte può essere anche giusta, ma se si viene giustiziati per colpa di qualcuno sapendo benissimo di essere innocenti, allora il torto è enorme e deve per forza rimanere sulla coscienza di questa gente priva di dignità e comprensione. Purtroppo si tende troppo spesso a colpevolizzare chi è più debole o additare qualcuno semplicemente perché magari è “diverso” nei modi di agire e di pensare. Non ci si rende conto del male che si può provocare alle persone solo perché non siamo in grado di prenderci le nostre responsabilità e quindi facciamo penosamente “scaricabarile” per liberarci dei nostri peccati. Ma la coscienza è la nostra e ci tormenterà per sempre.



 Che dire quindi di questo “Catalyst for Rage”? Sicuramente che è un grande lavoro, prodotto da una band agli esordi e che risente di certe influenze che sono ben riscontrabili durante l'ascolto. Ma la cosa che colpisce maggiormente è che non manca di personalità, soprattutto in alcuni ritornelli, i quali vengono proposti a volte in maniera canonica e su questo non ci piove, ma in alcuni casi sono davvero originali e ben strutturati, dando una ventata di freschezza ad un genere che, almeno al giorno d’oggi, considerando l’ondata “revival”, non spicca certo per varietà. Certo, qualche brano risulta un pochino lineare, ma riesce comunque nell'impresa di non risultare mai fuori luogo e anzi, di amalgamarsi molto bene con i pezzi più riusciti, dando una sensazione di omogeneità che fa sempre bene per proseguirne l'ascolto. Dicevamo che il disco è anche autoprodotto e questo fa capire ulteriormente che questi ragazzi hanno, oltre dei mezzi e delle risorse invidiabili, anche e soprattutto la voglia di essere indipendenti e soprattutto hanno una consapevolezza di fondo delle loro capacità e dei loro intenti, una consapevolezza che potrebbe farli emergere definitivamente. Sicuramente sarà importante sentire se con il proseguo della carriera i nostri sapranno distinguersi dalla massa con un altro lavoro di forte impatto come questo, e se finalmente avranno trovato con questa line-up una stabilità, dato che i precedenti cambi hanno rischiato di comprometterne il percorso. Credo e spero vivamente che una buona label si accorga di loro, perché la band ha delle potenzialità che non devono essere messe in discussione per nessun motivo, dato che esistono troppe band sotto contratto che non meritano di esserlo. Ora non resta che attenderli a varco con un secondo capitolo discografico magari ancora più ricco e più carico di potenza, così da poterne apprezzare ancora di più la capacità musicale/compositiva e di grande impatto che questi Decimatus riescono e sanno propinarci con grande maestria e devozione alla causa. Pollice assolutamente in alto e avanti così.


1) Catalyst  for Rage
2) One Foot in the Grave
3) Erosion
4) Burning Bridges
5) Ill Fated
6) Ashes to the Urn
7) Usurper
8) Fate Without Faith
9) Half Measures
10) Death Sentenced (With a Plan)