DEATHRAGE

Self Conditioned, Self Limited

1988 - Metal Master Records

A CURA DI
RAFFAELLA BONO
16/06/2014
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Ci sono gruppi che per motivi quasi inspegabili non hanno avuto il successo che meritavano. Alcuni che, paradossalmente, pur non avendo mai pubblicato un solo disco sono riaffiorati nella mente dei cultori che con il passare del tempo li hanno eletti a band di culto. Altri ancora, ci hanno lasciato un disco o una demo e poi sono spariti nei meandri più oscuri del sottobosco musicale. Il mercato discografico è tremendo e per un motivo o per l'altro è lui che decide chi far entrare o no nell'olimpo degli imprescindibili, o quantomeno anche solo in quello di coloro che hanno scritto solo un paragrafo si storia del Metal. L'Underground Metal italiano degli anni'80, oggi rispolverato grazie alle numerose ristampe da parte delle etichette moderne, è rimasto nell'anonimato più assoluto. Persino band come la Strana Officina non hanno mai assaporato quel pizzico di fama che gli sarebbe spettato trent'anni fa, ma anche invece è emerso solo oggi, nel 2014. Miriadi di band come loro sono passate in sordina e una tra le tante proveniva dalla provincia lombarda: i Deathrage si formano nella provincia milanese e più precisamente a Cinisello Balsamo, nel 1986. Di loro sappiamo che hanno dato alle stampe due dischi a cavallo fra il 1988 e il 1990. Il primo, che andremo ad analizzare fra poco, è "Self Conditioned, Self Limited", mentre il secondo è intitolato "Down In The Depth Of Sickness", tutti e due pubblicati dalla milanese "Metal Master Records". A distanza di quasi 25 anni, questa piccola realtà Thrash italiana ha incuriosito lo staff della "Punishment 18 Records", la quale ha deciso di ristampare i due full-lenght con l'aggiunta di quattro buonus-track per ognuno. Il combo lombardo nasce delle ceneri dei Virus e, all'epoca del debutto (a metà anni '80), vedeva tra le proprie fila Mauro Tonon come vocalist, il bassista Alex Vicini, i due chitarristi Massimo de Stefanis e Lorenzo Marconi (fondatore ed ex membro degli Adramelch) assieme al batterista Roberto Sambusida (ex Tyrant, band che pubblicò alcune demo tra l'84 e l'85, scioltasi nel 1990 e riformatasi nel 2001). Tonon se ne andò tempo dopo e venne sostituito, nel secondo Lp del '90, da Alex Niccolini. La copertina di "Self Conditioned...." è chiaramente ispirata a quelle Punk-Hardcore/Metal: il logo del gruppo campeggia minaccioso su un contesto rigorosamente black & white, nel quale viene raffigurato lo sguardo maligno di una creatura, se così vogliamo definirla. Personalmente, mi sono venuti in mente gli artwork di "Scum""From Enslavment To Obliteration" dei Napalm Death.. Bando alle ciance, dunque, ed iniziamo ad spolverare questo lavoro con il consueto "track by track"!



Si inizia lo spettacolo con "Hard Times Are Coming" (I Tempi duri Stanno Arrivando), track introdotta da un "tic-tac". Il brano si struttura su ritmiche Thrash Old School, un vero pugno allo stomaco dell'ascoltatore che, ignaro, si ritrova capatultato in un assalto sonoro, il quale rimarca a pieno la fervida tradizione dell'Hardcore Italiano ma anche quello straniero. Riff assassini e ritmiche velocissime accompagnano la grezza voce di Tonon che si non dimostra un grande "tecnico" ma sfoggia comunque una grinta primordiale. Vi sono reminiscenze di quella realtà Thrash proveniente dagli States, composta da band come Sacred Reich, Overkill e i più raffinati Annihilator. La musica è grezza quanto basta ma lascia spazio anche a spunti melodici che ben si amalgamano con l'irruenza primordiale del sound. La scuola Hardcore  incontra il Thrash Bay Area e riaffiorano spunti alla Bulldozer (per quanto riguarda i refrain). Il songwriting è incentrato sulla vita del protagonista che viene spronato a vivere  e a fare del proprio meglio per se stesso ("Fai le cose che vuoi veramente/ Pensa per te e per il tuo meglio"). I tempi duri stanno arrivando e la verità è assoluta ("Tutte le parole sono così vere/Ma alla fine cosa penseranno tutti di ciò/Una via differente/Tu penserai per te stesso"). Ciò al quale ci troviamo di fronte è un testo sul ruolo esistenziale del protagonista e su chi gli sta attorno. Egli deve fare i conti con il proprio futuro che si preannuncia duro e difficile e che viene scandito da una verità cruda e che fa male. "Killing For Fame" (Uccidendo per il Successo) accende la fiamma dell'Hardcore propriamente detto, con i suoi riff e ritmiche più moderate rispetto al Thrash. Si parte lenti e si continua impetuosi attraverso una ritmica dirompente in cui la batteria, nelle parti del ritornello, viene accompagnata anche da suoni di oggetti percossi. Il pezzo è arricchito da un riff in stile Thrash, nè troppo grezzo, ma nemmeno troppo pacchiano, il quale ci trascina poi verso la fine. Non siamo dalle parti di una produzione con i fiocchi, ma d'altronde deve essere così, dato il genere proposto. Tonon ha una carica da far paura, e anche se non dimostra una grandissimo talento crede in quello che fa e in quello che canta. La sezione chitarristica (De Stefanis-Marconi) macina refrain su refrain non eccedendo mai nel banale. L'unica pecca è il fatto che uno strumento come il basso rimanga oscurato da tale irruenza sonora, e su questo la produzione scarna fa da complice, purtroppo. Il tema trattato nella lyric del brano, riguarda la scottante faccenda della vivisezione, ossia quella pratica alquanto estrema di uccidere/torturare gli animali per poi usarli in esperimenti scientifici. L'uomo si traforma in una tremenda macchina killer che si muove velocemente ("La macchina umana si sta muovendo velocemente/Verso le vette dell'immortalità") e che cerca di raggiungere la fama e il successo. Da qui il titolo del brano. Uccidere gli animali diventa quindi una forma di guadagno, o peggio una faccenda di gloria, esplicitata proprio nelle lyric. Torturare e macellare innoocenti in nome della scienza e della ricerca ("Uccidendo gli innocenti per inutili ricerche"). Il tema della vivisezione che i nostri affrontano si scontra apertamente con quella parte di sistema corrotto che pur di guadagnare successo e soldi è capace di fare le peggiori cose. Una scienza malata, figlia e complice di organizzazioni governative e bancarie. Procediamo con lo strumentale "United States Of Redskins" (Stati Uniti dei Redskin), il quale si struttura su l'alternanza di ritmiche cadenzate e leggermente veloci, con quest'ultime che vanno poi ad impadronirsi di tutta la seconda parte del pezzo.  Lo spettro di gruppi come D.R.I.,è presente nei refrain, massicci e minacciosi che non lasciano spazio a virtuosismi vari, ma concretamente ancorati alla tradizione del genere. I Red Skins sono una sottocultura proletaria appartenente al mondo degli Skinhead, in particolar modo quelli politicizzati ed orientati verso ideali di estrema sinistra. La loro nascita pare sia legata  al nome di un gruppo Rockabilly inglese, i Redskins appunto. Politicamente parlando siamo di fronte ad un movimento che basa le sue idee sull'indipendenza, sul non-conformismo e su tutto ciò che va contro il sistema capitalista e consumista specialmente americano. Idee che vanno ovviamente a braccetto con la cultura proletaria del mondo Punk e Hardcore, tanto per rimanere in ambito musicale. Una lotta verso l'autosufficienza, sbandierata nel titolo del disco. La title-track ("Auto Condizionato, Auto Limitato") parte anch'essa lenta per poi prodecere su tempistiche ben più accellerate. Lo stile è sempre lo stesso, un Crossover Thrash di matrice americana, incamerato e personalizzato benissimo dai nostri, che non disdegnano di lasciarci ottimi momenti di grinta primordiale affiancata ad una sapiente maniera di scrivere e comporre musica. Spingono l'accelleratore per tutta la durata del pezzo. Tonon urla tutta la sua disperazione nella seconda metà del brano, urla che lasciano impotente il povero fruitore, il quale si ritrova davanti un muro di suono, nato dal disagio sociale ed esistenziale. La manipolazione della mente umana da parte del sistema è qui il tema-cardine. L'uomo vive prigioniero in un mondo governato dalla corruzione ("Prigionieri delle nostre frustrazioni/Comandati da menti inferiori/Hanno sempre provato a indugiarci/Sulla nostra vuota esistenza/Il suono metallico di questa vita/ I ritmi delle nostre sensazioni/L'unica certezza è la morte"). Non esistono emozioni reali ma solo illusioni ("Rifugiati in sogni di utopia") e il potere delle nostre menti è nelle loro mani. Siamo auto-condizionati e auto-limitati dal contesto in cui ci troviamo, costretti a vivere a testa bassa, incapaci di reagire e di obbiettare. Tutto ciò ci costringe a crearci uno spazio nostro dove poter usare il nostro cervello. E qui ovviamente, se vogliamo interpretarla in questa maniera, l'unica via di salvezza è quella di andare verso l'anticonformismo, il Metal e ciò che ci permette di sfogarci e di liberarci da quelle catene. La Morte chiama nella track successiva, "Call Of Death" (La chiamata della Morte). L'impianto musicale è tipicamente Metal, con refrain vagamente sabbathiani che si incastrano bene in un contesto sonoro Thrash. Una ritmica percuotente introduce e avanza per tutto il pezzo. Tonon non disegna di lasciarci performance genuine, ben calibrate e portate avanti anche nei cori del ritornello. Tornano alla mente i lavori Metal dell'epoca, come "Game Over" dei Nuclear Assault ma anche quelli dei primissimi Metallica e Anthrax. Altro tema sensibile e molto forte è quello dell droghe, che i nostri decidono di trattare nel testo di questo pezzo. Sembra quasi che l'eroina e la droga in generale siano l'unica via di salvezza, la via risolutrice di tutti i problemi ("Tu pensi che la droga risolverà i tuoi problemi/ L'eroina è la risposta"), capace di aprire la porta a nuove dimensioni, le quali possono trasportare verso la libertà eterna... ma che in realtà te la fanno perdere ("Tu hai smarrito la tua strada/Per ottenere la tua libertà/Ma non hai capito/Cosa c'è nelle tue mani"). Un coltello a doppia lama che ti crea l'illusione di  stare bene, ma che alla fine di uccide lentamente. Attualità e politica si intrecciano continuamente, talvolta andando a pescare questioni serie come i disastri ambientali, causati dall'uomo. Il futuro in "Black & White Progress(Il Progresso Bianco & Nero) indirizza l'ascoltore verso il mondo grigio del nucleare. Un refrain grezzo introduce il pezzo, il quale parte in quarta con tempistiche vicine all'Hardcore italiano (Fall Out, Negazione). L'enfasi di Tonon la ritroviamo nella disperazione che lui esprime tramite le parole, una disperazione legata al contesto apocalittico. Imperdibile è il contesto musicale in cui si impianta tutto ciò. Sambusida e Vicini (batteria e basso) sono la vera locomotrice, la quale si impone bene sulle parti di chitarra, pur non oscurandole. Quasi tutti i pezzi del disco hanno un durata non superiore ai tre minuti e mezzo e quindi è innegabile il fatto di come il gruppo abbia voluto in qualche maniera rimanere ancorato alla tradizione del genere suonato. L'umanità è accerchiata continuamente da pericoli costanti, imminenti o già accaduti ma che hanno ripercussioni anche nel futuro. Il Nucleare negli anni '80 ha scatenato il panico nella mondo occidentale, colpa soprattuto delle vicende di Chernobyl che hanno attirato l'attenzione dell'opinione pubblica su un aspetto fino ad allora rimasto oscurato nel suo lato negativo. Il nemico invisibile dell'umanità che, ignara, si ritrova a confrontarsi con le proprie paure nell'ultimo periodo del Novecento. Non si fa riferimento a ciò che è successo in Ucraina ma accorgendoci dell'anno di pubblicazione del disco, il 1988, non si può non menzionare tale vicenda. Una vicenda che si è protratta nel tempo, un inevitabile pericolo e un nemico invisibile, il quale è cresciuto in ambienti, o meglio basi nucleari corrose dagli anni, quindi vecchie. Lo spettro dell'energia nucleare ha effetti devastanti sull'uomo. Deformazioni di corpi e menti insane sono il frutto di ciò che una volta era visto come il progresso dell'umanità ma che si è rivelata una potente e distruttrice macchina atomica. Chernobyl e Bophal vengono menzionate, il protagonista è ignaro di ciò che è successo, vede solo oscurità nel cielo. Satanismo e Metal, sono un pò come come il Raggeae e la Marijuana, ossia due elementi che involontariarmente vengono collegati fra di loro da chi, purtroppo, vive e pensa in una maniera chiusa e bigotta e che, colpa soprattutto l'ignoranza e la disinformazione, automaticamente comincia a lanciare giudizi infondati su tali culture, pur non conoscendole. Un cancro che paradossalmente ha fatto si che il Metal fosse tutt'oggi vivo, a distanza di oramai di più di quarant'anni. "Master Of Nothing" (Padrone del Niente), parla proprio di questo: il Metal è Satanismo in musica, una cultura collegata al male e al mondo infernale. I nostri - e lo vedremo fra poco nell'analisi del testo- smentiscono tutto ciò, ricordando come questa musica non porti nessuna croce - anche rovesciata, perchè alla fine, pensandoci bene, il Satanismo è una produzione del Cristianesimo e quindi fa parte di quello stesso sistema che giudica la cultura heavy- e nessun colore politico, ma si presenta invece come un movimento a sè, fatto di proprie idee. Sonorità cupe fanno da introduzione al pezzo, il quale accoglie l'ascoltatore con parti vocali tipicamente Hardcore e refrain Thrash (rimandi ad Anthrax ed Overkill). L'attacco è verso il mondo clericale e quello puritano (P.M.R.C., associazione di genitori contro presuntissime "volgarità" all'interno del mondo della musica), il quale punta il dito contro il Rock, reo di sbandierare ai giovani valori legati al male e alla violenza. I nostri negano ciò ("Loro parlano solo di Satana/Così tante persone li seguono/Noi non ci siamo dentro/Perchè noi siamo i Padroni del Niente). L'affermazione ultima è quella più azzeccata, il Metal alla fine della fiera non segue nessun colore politico o religioso, è una repubblica per contro proprio che si alimenta solo di rabbia e divertimenti, nati da una voglia di andare contro la massa e tutto ciò che gli ruota attorno. Siamo padroni del nulla, ma abbiamo una nostra ideologia e un nostro stile di vita. Ciò ,viene sottolineato tra i versi della seconda strofa ("Noi non ci troviamo in una merda satanica/ Noi suoniano solo in un Mosh/ Usiamo solo il nostro cervello"). Riff assassini caratterizzano l'impianto musicale di "Deathrage" (La Rabbia della Morte), ultimo episodio del disco. Un pezzo velocissimo e brevissimo, che in neanche tre minuti lascia l'ascoltatore annichilito. Le influenze dagli Slayer e dei Possessed sono evidentissime, così come quelle dell' HC italiano (i già citati Fall OutNegazione). Un pizzico di Thrash, quello teutonico, lo possiamo ritrovare anche in alcune parti vocali di Tonon e nell'incedere veloce della batteria. Un Thrash grezzo, comunque, costruito su refrain assassini, parti vocali sporche e ritmica incessante, la quale non ci fa stare fermi, ma anzi ci fa arrabbiare più che mai. Un colpo allo stomaco che conduce ad un prologo molto Trash, narrato in dialetto napoletano e che trova la giusta conclusione con un applauso fragoroso. Viene ribadita ancora una volta l'assoluta identità del movimento Metal, genere che nasce e cresce all'insegna dell'anticonformismo. Il protagonista si reputa un perdente ("La gente sa che sono un infermo/ Non un uomo, solo uno scarico/ La gente sa che sono un perdente/Perchè non sono un membro della società/ Ma io vado avanti per la mia strada/ E non mi preoccupo di ciò che dicono"), dai Metallica ai Megadeth, questo è uno dei temi più usati nella produzione Thrash. L'orgoglio di essere metallari e anticonformisti ma anche la consapevolezza di essere condannati a vivere una vita da emarginati. La rivolta mortale è per sempre ("Dormendo, mangiando, la rivolta della morte è ogni volta/Basta così per me, per sentire sempre le stesse cose").



Di realtà Thrash in Italia alla fine degli anni '80 ne abbiamo viste. I Bulldozer, i più giovani ed estremi Necrodeath e gruppi favolosi come gli IN.SI.DIA, i primi in Italia ad usare la lingua madre nelle lyrics. I Deathrage, pur arrivando da una scena che sta a cavallo fra il Thrash primordiale e l'Hardcore, ci hanno lasciato un esordio il quale non possiamo definirlo un capolavoro ma neanche un lavoro da evitare. Creatori di un suono un pò particolare, ribattezzato dai cultori "TRAMP METAL" per via dell'assoluto eclettismo che caratterizzava il background musicale del gruppo lombardo, la loro proposta ripescava sia dalla tradizione dell' Hard N' Heavy (Priest e Motorhead), sia da scene a loro contemporanee e nuove come quella avviata dai Napalm Death e dai Faith No More. Un suono fresco per l'epoca, il quale porta il gruppo a ritagliarsi un ruolo quasi di culto all'interno della scena Metal italiana. La produzione non è ottima ma lo spunto compositivo c'è, così come l'ottimo uso degli strumenti. Il quartetto di Cinisello sa calibrare bene melodia e aggressività, non imponendosi con innovazione ma trascinando l'ascoltatore in un contesto sonoro piacevole, che richiede più di un ascolto, che non scade nel banale o nell'eccessivo. Impariamo ad apprezzare la scena italiana odierna, ripescando anche dischi della stessa provenienti dal passato, il quale ha sempre tanto da insegnare, a tutti noi. Invito quindi ad acquistare o quantomento dare un ascolto a questo lavoro dei Deathrage, un piccolo grande pezzo di Thrash italiano.


1) Hard Times Are Coming
2) Killing For Fame
3) United States of Redskins
(Instrumental)
4) Self-Limited
5) Call of Death
6) Black & White Progress
7) Masters of Nothing
8) Deathrage

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