DEATHLESS LEGACY

Rise From The Grave

2014 - Danse Macabre Records

A CURA DI
MAREK
05/01/2014
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Musica e passione. Un binomio indissolubile, indiscutibile, insindacabile. Forte, granitico quanto un Moai che affronta fieramente il primo raggio di sole e l’ultimo di luna, tempeste, pioggia, tornado. Eppure è sempre là, a scrutare l’orizzonte, a non cedere alle intemperie nemmeno un centimetro della sua stabilità. Dovrebbero ricordarselo, molti metallari, che è la Passione a mandare avanti tutto. Quell’aria un po’ stralunata e “pazzoide” che ha sempre contraddistinto noi capelloni, noi amanti di quella musica che tutti ci hanno sempre consigliato di evitare. Noi, quelli della “cattiva strada”, quelli che hanno rifiutato la giacca e la cravatta preferendo il chiodo e le t-shirt. Quelli che, forse, oggi non si ricordano più cosa significa, tutto questo. Almeno da quando non c’è stato più bisogno di affermare la propria individualità, da quando la società è diventata un’immensa macchina sfruttatrice di tendenze, fabbricatrice di distintivi basati su stereotipi e “sentito dire”. Lei detta le regole, noi ci uniformiamo. Cos’è dunque successo a quei ragazzi e ai loro stereo? Ai loro dischi, alle loro toppe? Al loro amore per la musica? Semplice, si sono tramutati in Ragionieri, Critici Musicali, Tuttologi con una perenne puzza sotto il naso pronti a definirti “poser” in nome di una concezione stereotipatissima del Metal tutto, a prescindere dal genere. Proprio come la società gli impone: siate quel che un articolo di Wikipedia o un approfondimento della sezione “costume e società” vi impone d’essere. Non cercate la vostra strada, non siate originali. Siate degli impiegati, quegli stessi impiegati che venerano qualsiasi cosa sia stata realizzata nei mitici 80s nonostante molto spesso sia di qualità anche meno che accettabile, ma tant’è. E’ una demo tedesca/inglese di due canzoni, è il “culto”, il feticcio che ti permetterà di strappare una standing ovation dagli amici del pub che ti considereranno una sorta di capobranco. Fa nulla se poi, per l’ossessione-compulsione per l’estero, si lasciano per strada grandi gruppi come Sabotage, Death SS, The Raff, Fingernails, T.I.R, The Black, persone che hanno avuto e hanno sulle spalle una carriera con la “C” maiuscola, gruppi della nostra nazione che in tempi durissimi per qualsiasi cosa potesse risultare vagamente alternativo hanno avuto gli attributi di proporre ciò che era LORO. E di nessun altro. E la loro lezione, a cosa dovrebbe esserci servita? Se oggi troppi Metalheads giovani non fanno altro che parodiare Sodom o Cirith Ungol, pensando d’essere incredibilmente “fighi”? Ringraziando il cielo, band ancora valide e soprattutto originali, che hanno imparato qualcosa dalla Storia della nostra Scena, ancora ci sono. Eccome, se ci sono. Basterebbe scordarsi un secondo del thrash tedesco e della NWOBHM per accorgersene. Potete capire la mia gioia, dunque, quando ho avuto modo di ascoltare il fantastico debutto dei toscani “Deathless Legacy”, giovani rampanti, affamati e con tanta voglia di dire la loro, che con un debutto che definire pirotecnico è un mero eufemismo, dichiarano guerra alla monotonia, alla staticità e allo status quo. Pars Destruens in piena regola, rottura degli schemi e soprattutto musicisti preparatissimi ed in grado di fornire prestazioni live più che di qualità. Formatisi nel 2005 su iniziativa di Frater Orion (batteria) e Steva La Cinghiala (Vocals), iniziano la loro avventura come tribute band dei leggendari Death SS, decisi a seguire le orme di Steve Sylvester per rafforzare le loro ossa ed imparare come si doma un palcoscenico. Si dimostrano, comunque, sin dal principio interessati a proporre del loro materiale originale e soprattutto, cosa da non sottovalutare, una loro idea di spettacolo e teatralità, mutuata attraverso il contatto con il pensiero di Alejandro Jodorowsky (figura singolare e pensatore sui generis: vivamente consigliato approfondire i suoi scritti e le sue opere) e fortemente incentrata su tematiche riguardanti l’Horror e l’Occultismo. Due tematiche mai banalizzate o inflazionate, al contrario trattate con grande rispetto e soprattutto basate su delle forti fondamenta culturali che tutti i componenti dimostrano di avere. Dopo diversi cambi di line up (composta, oltre che da Steva e Frater Orion, da C-AG1318  (The Cyborg) al basso, Pater Blaurot all’organo e ai synth, El Cal’aver alla chitarra e dalla Red Witch nelle vesti di performer) ed addirittura un cambio di nome (prima semplicemente Deathless, oggi Deathless Legacy per motivi di Copyright) i nostri ragazzi sono giunti passo dopo passo alla realizzazione del loro (non l’unico!) grande sogno:  la concretizzazione del loro concetto di “Horror Metal” attraverso la realizzazione del loro esordio discografico che in questa sede mi appresto a recensire traccia dopo traccia, sperando di trasmettervi le stesse emozioni che ho provato ascoltandolo. Il gruppo perfetto per dimostrare alla gente quanto persone che non vogliono adagiarsi sul “eh, ma in Italia non c’è possibilità” ancora ci sono. E sono più decise che mai. Il loro “Rise From The Grave” è una bella prova, per un recensore. Nel senso, è un disco impegnativo, molto impegnativo, come non ne sentivo da anni. Forse non avrò colto qualche sfumatura, forse qualcosa potrebbe essermi sfuggita, ma di una cosa sono estremamente convinto: che le potenzialità ci sono e sono pressoché illimitate. E che questo gruppo un giorno renderà il suo nome più che altisonante. Lo stereo rugge come sempre, è arrivato il fatidico momento; addentriamoci nella Selva Oscura e premiamo play: che “Rise from the Grave” abbia cura delle nostre anime!



 



 



Veniamo immediatamente accolti da un inquietante carrilon, che nonostante il suono apparentemente innocente non promette affatto di spianare la strada ad un qualcosa di calmo e sommesso. Possiamo tranquillamente considerare questa prima traccia, “Will-o’-The-Wisp”, come un autentico manifesto programmatico dell’Horror Metal made in Deathless Legacy’s World. All’appello non manca proprio nulla: minacciosi tronchi secolari, nuvole nere, nebbia sinistra, angoscia, paura. E gli spiriti dei Boschi pronti a ghermirci nell’oscurità, non lasciandoci il tempo nemmeno per un grido di terrore. Tutto questo narrato in musica, a dir poco splendidamente: un’atmosfera cupa e gotica che oscilla fra i lavori solisti di King Diamond ed un tocco più moderno che ricorda molto da vicino le esperienze dei Death SS “Panic era” e il sempiterno Rob Zombie, più naturalmente lo stile unico dei nostri ragazzi, che dimostrano di sapere realmente come si crea, come si inventa, come si propone. La loro Frontgirl, Steva, è una cantante particolarissima dalla voce decisa ma avvolgente, a tratti inquietante a tratti seducente come solo l’Oscurità sa essere, i tamburi di Frater Orion e il Basso del Cyborg C-AG1318 assicurano una ritmica spaccaossa ed incredibilmente precisa, l’organo di Pater Blaurot conferisce al brano un’atmosfera splendidamente”nera”, quasi fosse realmente un suono arcano proveniente dalle cripte di un antico monastero. Menzione d’onore per El Cal’aver e la sua chitarra: il suono dell’ascia è incredibilmente ricercato ed accurato, perfettamente inserito nel contesto e calzante più che mai, per non parlare poi un’esecuzione tecnica realmente degna di un musicista originale e creativo. Ascoltate questo brano nella sua interezza, cercando di captare ogni sfumatura ma al contempo considerandolo un Uno indissolubile: perdetevi nel ritornello, immaginatevi in quella foresta, immaginate d’essere seguiti realmente da una qualche entità. Sentite il vostro cuore battere al ritmo del brano. Un’esperienza a dir poco sconvolgente, che invoglia comunque a proseguire. Il secondo brano, “Queen of Necrophilia”, si configura come un’oscura e macabra danza fra i sempre opposi e sempre uniti Eros e Thanatos: d’altro canto, ci viene narrata una storia a metà fra la Lussuria e la Morte, la storia di una donna particolarmente stufa di provar piacere con i vivi (“it’s simple to fuck the alives, is better when are dead”). La storia di una Perversione che richiama alla mente le splendide Zora e Jacula, che dipinge nella nostra mente l’immagine di una Vampira d’antica bellezza atta a consumare il suo pasto. I nostri decidono di premere ancor di più sull’acceleratore ed il ritmo si fa più incalzante, sin dai primi secondi. Veniamo accolti da un poderoso blast beat degno di un disco dei Gorefest  e da una chitarra che riesce a destreggiarsi perfettamente fra cadenze quasi marziali e momenti in cui il sound può essere espanso dando spazio ad una melodia di nero tinta. L’organo è ormai una preziosa costante, che aggiunge al brano quel tocco in più, il basso riesce meravigliosamente a garantire a tutti la stabilità per potersi esprimere in tutta libertà e la Voce risulta in questa sede ancor più a suo agio che nella canzone precedente. Il tutto poi unito a delle lyrics degne dei tempi d’oro del fumetto horror erotico all’italiana. Più che semplici premesse, queste due tracks iniziali risultano essere delle certezze splendidamente tangibili: i Deathless Legacy non fanno sconti a nessuno, tutto quel che c’è da fare è unirsi alla Catarsi generale, che libererà le nostre anime dalla monotonia e dallo scontato per introdurci in un mondo popolato da Vampiri, Fantasmi, Creature misteriose, Rituali, un mondo dove le sicurezze della luce e dell’accogliente non sono altro che ricordi di un passato ormai sepolto. Rinasciamo dannati e continuiamo il nostro viaggio: ad accoglierci, questa volta, una delle tracce più particolari dell’intero disco. “Bow to the Porcellan Altar” è un episodio molto singolare, anche a livello di Lyrics: sicuramente una composizione molto particolare e soprattutto personalissima, ricca di sfumature e significati nascosti. E difatti, soggiogati dal bianconiglio, non possiamo far altro che visualizzarci inginocchiati all’altare diafano, “and give to the Devil his Due”. I nostri debiti col Maligno.  Sicuramente è il pezzo più evocativo del repertorio dei Nostri, un brano nel quale i Deathless Legacy sfogano meravigliosamente tutta la loro particolarità e il loro eclettismo. Difatti, la struttura del pezzo risulta lineare e complessa allo stesso tempo. L’inizio è placidamente cantato quasi fosse una sorta preghiera ad un’Entità sconosciuta, un inizio nel quale Steva dimostra d’avere una gran padronanza delle sue corde vocali mentre El Cal’aver dà sfoggio di un sound che sicuramente gli farebbe ricevere molti complimenti da Mark Crozer. La calma iniziale viene comunque spezzata da un’accelerazione seguita da un momento di silenzio assoluto, la chitarra torna aggressiva e tagliente, Frater Orion e il Cyborg riprendono a dettare il tempo e Steva riacquisisce la sua naturale incisività/aggressività. In questo brano specialmente, Pater Blaurot dimostra tutta la sua abilità ai Synth costruendo e ricamando sul pezzo effetti degni del grande Freddy Delirio. Particolare e molto apprezzato dal sottoscritto, il momento di improvvisazione poco prima del finale, nel quale assistiamo quasi ad una jam session tinta di melodie a tratti arabeggianti e a tratti ricordanti i Chingon. Una Jam session che sicuramente anticipa il sound dell’intro della quarta traccia, “Octopus”. Quasi fossero suonate da Abdul Alhazred in persona, queste note orientali ci catapultano nel bel mezzo di una distesa d’acqua infinita, smarriti, a bordo di una nave ormai inutilizzabile e prede di un gigantesco mostro munito di tentacoli. Il panico ci assale, affidarci ai fucili non servirà a nulla. La Creatura ci avrà. La presenza di un “cursed artifact”, di un punto lontanissimo dalle terre emerse e di grossi tentacoli non possono che farci pensare al sempiterno Cthulhu, destato dal suo sonno e bramoso d’anime da circuire e fustigare per l’eternità, intrappolandole nella sua roccaforte in quel di R’lyeh, la città cadavere. E’ un brano dal triplo volto: melodico ed Heavyeggiante da un lato, incalzante e potente da un altro, atmosferico ed epico da un altro ancora. Se il ritornello può sicuramente far pensare a dei colossi come i Gamma Ray e Lordi, i Synth e l’organo richiamano molto da vicino i già citati Death SS, senza scordarsi di un tocco spiccatamente Megadethiano in alcuni passaggi. Un mix incredibilmente variegato che non risulta certo sconnesso e privo di guida. Il collante che unisce assieme queste varie suggestioni è proprio la creatività e l’Estro dei nostri Deathless Legacy che ci forniscono su un vassoio d’argento l’occasione definitiva per farli entrare prepotentemente nei nostri ascolti più affezionati. Sfido chiunque a non cantare a squarciagola il ritornello di questa splendida canzone dopo averla ascoltata per 3-4 volte di seguito. O meglio, vi sfido due volte: perché il prossimo brano, “Killergeist”, vi travolgerà come solo un treno in corsa saprebbe fare. La storia di Tod, serial killer schizzato tornato dall’aldilà tanto era irrefrenabile la sua brama di sangue, si configura come l’episodio che più ci mostra come King Diamond abbia esercitato un notevole influsso sull’immaginario e la musica dei Deathless Legacy. Gli elementi per far andare d’accordo Tod con la terribile “Grandma” protagonista del macabro e disturbante “Them” ci sono tutti: case tetre ed infestate, riff di chitarra velocissimi e pungenti come spilli acuminati, una ritmica che definirla eccezionale significherebbe sminuirla, e le splendide prove (ancora, ed in crescendo) di Steva e Pater Blaurot che conferiscono al brano il potere di possedere le nostre anime, di farci scatenare quasi fossimo in un baccanale intenti ad entrare in contatto con Dioniso attraverso la perdita dei freni inibitori. Questo brano, Live, potrebbe essere la loro arma segreta. Poco ma sicuro! Un viaggio, questo, all’interno del mondo dei Deathless Legacy, che si sta rivelando addirittura più intrigante e particolare di quanto auspicato. E la sesta traccia lo conferma decisamente: “Flamenco della Muerte” è un altro episodio particolare e sui generis, al pari di “Bow to the Porcellan Altar”. Un brano dalla struttura particolare che tende in linea di massima a sonorità maggiormente più “moderne” del precedente ma che nel ritornello strizza l’occhio ai grandi precursori di un certo tipo di Rock, Black Widow e Coven su tutti. “Por Favor, Baila con migo!” non farà certo rimpiangere ai nostalgici le nottate passate a cantare “come, come, come to the Sabbath!” in compagnia degli amici di vecchia data. Quanti giovani “metallari” odierni possono vantare una conoscenza/cultura musicale così vasta e di ampio raggio? Molto pochi, a mio giudizio. E quanti sarebbero riusciti a rendere Heavy Metal il Flamenco? Anche qui è questione di pochissime unità! Per non parlare poi dell’atmosfera che si respira ascoltando il brano, ascoltandone per bene le parole. In questo pezzo specialmente, i nostri si divertono a darci dentro ancora di più, adoperando ognuno il suo strumento quasi fosse un martello atto a demolire totalmente le nostre barriere e la nostra diffidenza. Per cui, danziamo senza esitazioni e senza paura della Morte! Opporre resistenza non servirà a nulla, è un brano troppo, troppo coinvolgente per rimanere impassibili. Così come la settima traccia, quella “Spiders” che decelera lievemente per concedere più spazio ad un clima meno aggressivo e più claustrofobico, decisamente più atmosferico. Se sino ad oggi abbiamo considerato i Ragni come degli esseri innocui e fastidiosi, ascoltando questo pezzo dovremo ricrederci in toto. Siamo invischiati nella loro ragnatela, preda del loro silenzio, del loro spietato modo di cacciare, silenziosi ed implacabili anche più della morte stessa. Scrutati nella notte da ben otto occhi ci chiediamo cosa potrà mai succedere. Una puntura ed il veleno comincia a bruciare nelle nostre vene. I nervi ci abbandonano, il corpo si intorpidisce, la testa gira: ormai è troppo tardi, il Ragno comincerà presto a banchettare a sazietà con le nostre carni. E’ un brano non tiratissimo e non troppo veloce ma incredibilmente emozionante, ricco di pathos, che riesce a coinvolgerci dalla prima all’ultima nota, senza farci abbandonare il nostro proposito d’ascoltarlo sino in fondo. La chitarra in special modo riesce a tirar fuori un suono squisitamente diabolico, quasi fosse proprio un ragno che tesse una tela per sorreggere lo splendido lavoro compiuto, ancora una volta, da ogni membro della band. Implacabili singolarmente, invincibili in combo. I Deathless Legacy fanno dell’unione di tante individualità variegate la loro arma vincente, e di una spiccata originalità nella composizione il loro marchio di fabbrica. L’ottava traccia, “Devil’s Thane”, è un chiaro esempio di ciò. Inno al vivere la vita senza esser condizionati da inutili restrizioni social/religiose, è un brano che più di tutti assume toni Sabbatici ed ammalianti, un rituale che ci permette di concentrare e disperdere le nostre energie per ribellarci finalmente ai dogmi e ai preconcetti, che ci permette di aprire gli occhi e di osservare quanto sia fondamentalmente inutile passare la propria vita sottomessi ad autorità che nulla hanno a che fare con lo spirituale e che come unico scopo hanno quello di comandarci a bacchetta per portare a buon fine i loro loschi piani. E’ un brano molto coraggioso nelle tematiche, ben più profondo dei vari “birra birra donne alcol” trattato da altre band. I Deathless Legacy riescono ad approfondire un discorso, quello della Libertà, molto più complesso di quanto si creda. Mettono in mostra l’aspetto filosofico del termine, mostrando in musica quanto su di loro gli scritti di Nietzsche e Crowley abbiano esercitato un discreto fascino. Il sound torna ad essere tendenzialmente più orientato verso sonorità meno classiche e più moderne, nel complesso riesce ad esaltare magnificamente il Tema cardine grazie ad un’esecuzione nuovamente impeccabile. Menzione d’onore per Frater Orion che in questo brano dà decisamente il meglio di sé, percuotendo i suoi tamburi in puro stile Eric Carr. Giungiamo dunque alla nona traccia, “Death Challenge”, in cui la Mietitrice in persona, sadicamente annoiata dal naturale corso degli eventi, ci illude di poter scampare dalla sua falce proponendoci una sfida che naturalmente siamo destinati a perdere: nessuno può scampare al suo destino e Lei, la nostra signora e padrona, può tranquillamente sfondare le mura erette a protezione della nostra Vita. L’intero brano è costruito attorno ad un clima di ineluttabilità e rassegnazione, in perfetta sincronia con il tema centrale delle lyrics. Dopo un inizio decisamente cadenzato il ritmo si dilata, i suoni dei synth e dell’organo ci fanno quasi toccare con mano il dannato ciclone d’ombre senza fine nel quale stiamo cadendo nel vuoto, soggiogati dalla Mietitrice. L’espressività e il forte carisma di Steva conferiscono poi il tocco fondamentale per rendere ancor meglio l’idea d’essere ormai caduti nel mondo delle anime perdute per sempre. Il ritmo ritorna cadenzato e serrato nei momenti di maggior pathos del brano, salvo poi lasciare nuovamente spazio alla colonna portante del pezzo, ovvero il sound disteso e dilatato del quale abbiamo discusso in precedenza. Un tipo di sound che domina decisamente l’ultimo brano del quale ci apprestiamo adesso a discutere, quello “Step Into The Mist” posto a degna conclusione di un disco che non ha evidenziato punti deboli o momenti di indecisione. Ancora una volta sono le Lyrics a conquistarci, un testo che si potrebbe tranquillamente definire poetico senza paura di incappare nei giudizi schizzinosi di qualche vecchio purista. Lyrics che vale la pena citare nel momento più intenso del brano, quello che conquista e ti fa desiderare di risentire da capo l’intero disco, quello che ti fa capire quali sono le reali potenzialità della band in questione:  “Take a breath, find yourself, i will give you all my meds, free your mind and feel the Beast! Just one Step into the Mist”. Come rimanere impassibili dinnanzi ad un’interpretazione così sentita e soprattutto così passionale, da parte di un gruppo di ragazzi giovani che già possono tranquillamente tenere un palcoscenico con la naturalezza e la disinvoltura degne di autentici veterani? Al solito l’interpretazione di Steva è a dir poco magistrale, ed il gruppo è solidissimo alle sue spalle, emergendo prepotentemente e mostrandoci ancora di più le qualità dei singoli membri: Frater Orion e C-AG1318 che non perderebbero il tempo nemmeno se fossero obbligati a suonare legati, El Cal’aver che riesce tranquillamente a passare da un sound espressivo ed arioso a dei riff serrati e veloci quanto raffiche di mitra, Pater Blaurot che dimostra ampiamente di poter fare ciò che vuole con i suoi strumenti. Signori, questi sono i Deathless Legacy: una ventata d’aria fresca in un panorama eccessivamente legato alla “tradizione” e al “già sentito”. La nostra avventura nel loro mondo è purtroppo finita qui, il tasto Stop lampeggia.



 



Aggiungere un qualsiasi tipo di commento o considerazione è abbastanza difficoltoso. Qualsiasi parola o discorso risulterebbe infatti superfluo, dinnanzi ad un lavoro di tale mole e qualità si può solamente riconoscere l’abilità e il Genio di una band appassionata, una band di ragazzi che cominciano la loro avventura discografica nel migliore dei modi, con un disco destinato ad entrare nel cuore di ogni appassionato di Metal Tricolore che si rispetti. Uno di quei dischi che lascia il segno, che ti fa capire quanto ancora si possa dire e dare alla causa. Trincerarsi dietro detti come “ma la musica è stata già tutta scritta” oppure “non ci sono possibilità in questo paese” è difatti enormemente sbagliato nonché tipico del rinunciatario. I Deathless Legacy ci dimostrano che NON è così. Che in questo paese si può ancora osare. Si può ancora creare, scoprire, inventare, proporre. Si può fare tutto ciò che si vuole, senza bisogno di nascondersi dietro frasi fatte o stupidi pregiudizi. Basta avere determinate caratteristiche, basta lasciarsi alle spalle stupide paure e cominciare a CREDERCI. Crederci, come hanno fatto loro. Provarci. Perché se c’è una cosa che questi ragazzi hanno imparato dai grandi del Metal italiano è stato proprio questo: avere gli attributi di farsi avanti ed uscire dall’ombra, scontrandosi con un pubblico certamente ostile ma non proprio indomabile. Perché se qualcosa vali, la gente lo capisce. E se ti fai avanti, il coraggio comunque lo apprezza. Per questo i Deathless Legacy sono da promuovere a pieni voti, se non altro. Al di là di un bellissimo disco, si può vedere distintamente in loro il fuoco sacro di chi ad un certo punto non si è più accontentato della precaria sicurezza della “normalità”. Quel fuoco che arde prepotente e ti porta a seguire un tuo cammino, quel cammino deriso dai “normali”, quel cammino che però ti porterà un giorno ad essere pienamente soddisfatto di ciò che sei. E “Rise From the Grave” è solo la prima tappa di questo splendido percorso intrapreso da questi bravi ragazzi. E voi, cosa state aspettando? Fate come loro! Avete un’idea? Cercate di concretizzarla! Ascoltate “Rise From the Grave” e rendetevi conto di come sia possibilissimo essere se stessi, nonostante tutto e tutti!


1) Will-O'-The-Wisp
2) Queen of Necrophilia
3) Bow To The Porcellan Altar
4) Octopus
5) Killergeist
6) Flamenco De La Muerte
7) Spiders
8) Devil's Thane
9) Death Challenge
10) Step Into the Mist

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