DE'STOP

De'Stop

2015 - Autoprodotto

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
04/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Benché l'alternative metal non sia proprio fra i miei generi preferiti (fatta qualche significativa eccezione) quando si tratta di band emergenti italiane faccio molto volentieri queste escursioni lontane dal progressive rock, campo in cui mi muovo solitamente, cercando di valorizzare i prodotti offerti dal mercato nostrano, quando ovviamente ne sussistono i presupposti. Oggigiorno nel Bel Paese ci sono un'infinità di interessantissime band, che aimè, non vengono valorizzate, a causa della mentalità e della scarsa cultura musicale che regnano nella patria dove sventola il tricolore. Alcune, ma sempre troppo poche rispetto all'elevato numero di validissime band presenti sul territorio, sono riuscite a farsi giustizia all'estero, come ad esempio i Death SS, i Vision Divine ed i Rhapsody, per citarne alcune fra le mie preferite, altre sono diventate con il tempo band di nicchia con un discreto seguito nei locali dove solitamente si dà spazio a band emergenti. Stavolta andiamo in una delle regioni più belle d'Italia, la Sardegna, a conoscere i De'Stop, un combo che ci propone un interessante alternative metal dove mergono prepotentemente piacevoli venature di stoner rock e di altre mille influenze. L'alternative metal è un genere nato negli anni 90, dalle sonorità prettamente americane, genere coniato dagli addetti ai lavori quando si trovavano davanti band di alternative rock difficili da catalogare a causa di alcune influenze che, mescolate al metal, facevano uscire il sound dalle linee standard. I suoi confini sono ampi e numerosi, è per questo che riesce a catturare molti adepti, si va dallo stoner al doom, dal progressive al grunge, dal punk al thrash, dall'hard core al funky, senza disdegnare qualche escursione nel rap o addirittura nel jazz. Classici esempi di alternative metal ricco di sfumature sono i Faith No More, da tempo fra le mie band preferite ed i System Of a Down, band che a mio avviso ha influenzato i nostri De'Stop, che ora andremo a conoscere da vicino. La storia del singolare nome si perde nella notte dei tempi, ma la leggenda narra che sia nato in sala prove, dopo che uno "The stop" durante un brano venne storpiato in dialetto romanesco in "De'Stop". Come la maggior parte delle band, i nostri iniziano come cover band. La prima formazione nasce nell' hinterland di Cagliari intorno al 2004, sotto la volontà del cantante Sergio Calafiura ed il bassista Mauro Campus. Dopo alcuni inevitabili avvicendamenti di formazioni ed alcune pause riflessive, Vincenzo Casu entra nella band ad occupare definitivamente la casella di chitarrista. La formazione viene completata in maniera definitiva nel 2012, con l'avvento del batterista Alessio Solla. Da qui in poi il sound dei De'Stop assume delle sfumature assai più pesanti, mescolando i taglienti riff dell'alternative metal alle acide sonorità dello stoner. Dopo una lunga gavetta passata a suonare cover, la band si dedica alle loro prime composizioni, che nascono nelle camerette dei singoli componenti, e poi vengono raffinate ed arrangiate in sala prove. Nel 2014, i brani inediti hanno raggiunto un numero consono per far sì che possano essere incise, ed i nostri decidono di entrare finalmente in studio. Il loro primo ed omonimo album viene alla luce a Novembre 2015, si tratta di un album completamente autofinanziato, e coprodotto con Alessandro Del Vecchio, storica icona del metal nostrano che vanta una miriade di collaborazioni, fra le quali spiccano gli Hardline, dove il nostro suona le tastiere. Per attirare maggiormente l'attenzione, i nostri decidono di puntare su un insolito look, che li vede vestiti completamente in nero e nascosti dietro inquietanti maschere del medesimo colore, a simboleggiare la conformità e l'anonimato presenti nella nostra società, che vede quotidianamente la gente nascondersi dietro una maschera, che varia a seconda delle occasioni, anche se, paradossalmente, le maschere non celano davvero nell'anonimato i nostri, ma li fanno senza ombra di dubbio distinguere dalla massa. Dal loro sito ufficiale, completamente in inglese, si evince la voglia e la determinazione di farsi conoscere all'estero, consi di come sia difficile affermarsi in Italia. Nel curriculum dei De'Stop spicca la partecipazione al 'Rock and Bol' del 2015, assieme ai Dragonforce, mentre sono stati chiamati come band hedaliner al Pieve Cesato Beer Fest del 2015. A fine anno i nostri sono stati inseriti nel bill del Metal XMAS 2015, tradizionale manifestazione sarda che mette in luce realtà locali di vari generi musicali, che quest'anno includeva come special guest i miei concittadini Deathless Legacy. E' giunta l'ora di inserire il CD nel nostro lettore e di scoprire questa ennesima interessante realtà musicale del Bel Paese.

Already Dead

Un glaciale arpeggio Hetfeldiano apre la prima traccia "Already Dead (Già morto)", spazzato quasi immediatamente via da un tagliente riff di chitarra. Mauro fa ruggire il basso, seguendo il veloce tempo sparato dal compagno di sezione ritmica Alessio, che improvvisamente rallenta vistosamente i BPM. Basso e chitarra vanno all'unisono, sparando un oscuro riff dai sentori doom. Dopo circa un minuto abbiamo il piacere di conoscere Sergio Calafiura, che si presenta con una cantilena di Soundgardiane memorie. Nella strofa la chitarra si limita ad alieni lamenti che ricamano la linea vocale, lasciando i compiti di guida al fragoroso basso di Mauro. Nel bridge alcuni acidi fraseggi di chitarra spingono in alto Sergio, che poi esplode nel melodico chorus, seguendo la strada indicata dagli accordi di chitarra. Ritorna la melancolica strofa, seguita da bridge e ritornello, dove apprezziamo alcuni ricami vocali. Andando avanti incontriamo un prolungato interludio strumentale, basso e chitarra viaggiano all'unisono, seguendo i numerosi cambi ritmici di Alessio, passando da oscuri accordi sabbathiani a taglienti riff dai nostalgici sentori old thrash. E' il preludio all'assolo di chitarra, una letale miscela di note dal retrogusto settantiano e funamboliche scale. Ritorna il melodico chorus, che ci viene proposto due volte. I nostri chiudono con la tagliente cavalcata dell'introduzione. Le liriche si aprono con lapidario "Shoot Me! (Sparami)", sono un forte attacco alla società del nuovo millennio, che come un vampiro succhia tutto quello che c'è di buono nell'essere umano, lasciando solo la parte malvagia, trasformando le persone in una sorta di zombi privi di sentimento, rendendole irriconoscibili, portandole spesso a compiere gesti incomprensibili. Il desiderio di fuggire da questa società è forte, ma tutti i sentieri imboccati ci riportano sempre beffardamente al punto di partenza, come nel più terribile degli incubi. I nostri si presentano con un ottimo biglietto da visita, potente e melodico, lasciando trasparire le loro influenze musicali.

You Know The Misery

 La successiva "You Know The Misery (Conosci La Miseria)" viene aperta da un caustico riff di chitarra, seguito successivamente dal basso e da una ritmica dove emerge lo sferragliare dei piatti. I nostri ci attaccano con un'introduzione che sa di acido e genuino stoner metal. Nella strofa predomina la batteria, una corrosiva chitarra ed il basso all'unisono scandiscono i cambi di tono, aprendo la strada a Sergio, che ci graffia con una accattivante linea vocale. Il riff iniziale fa da chorus, Sergio grida rabbioso il titolo del brano, poi la ritorna la strofa. Il successivo inciso viene riproposto più volte, poi la sei corde tesse una vischiosa ragnatela di note che ci porta verso un effimero assolo di chitarra, che cede subito il campo ad una serie di potenti riff. Una progressione di accordi distorti mette in risalto un avvolgente groove di basso, i nostri confezionano una piacevole atmosfera dal retrogusto settantiano. Un paio di battute e poi il cantante cagliaritano inizia a lamentarsi in modalità Serj Tankian. La chitarra inizia a graffiare, la batteria aumenta gradualmente i BPM, poi un glaciale "I Won't Forget (non dimenticherò)" innesca una micidiale cavalcata killemalliana, che in conclusione lascia al solo drummer il compito di chiudere i conti. Il testo è opera di Mr. Calafiura, coadiuvato da Lorena Carta. Viviamo in una società invasa dalla miseria, dove i valori sembrano evaporare fino a scomparire, e allora cerchiamo il conforto nei racconti dei nostri vecchi, che hanno condotto una vita sì piena di sacrifici, ma anche di soddisfazioni, in un mondo meno cinico, dove il rispetto e la voglia di vivere riuscivano a far superare gli strascichi lasciati dalle guerre. Bisogna rimettersi in gioco e reagire, ci sono state donate le ali ed ora è il momento di volare, o perlomeno di provarci. Con questo brano si cambia decisamente genere, si passa ad un acido stoner, brano che decolla prepotentemente nella parte finale.

Lost Dreams

Andando avanti incontriamo "Lost Dreams (Sogni perduti)", aperta da un graffiante riff di chitarra che poi lascia il campo ad un irridente tema dai sentori circensi. Sergio interpreta magistralmente la strofa, dimostrandosi un volubile interprete ed un abile compositore di linee vocali. Nell'inciso, una caustica progressione di accordi guida il nostro Sergio, che inizia a folleggiare come il già precedentemente citato cantante nativo di Beirut, di cui è curiosamente omonimo. Ritorna le sbeffeggiante strofa, arricchita da schiamazzi e fischi che imitano un pubblico sorpreso e divertito, gentilmente offerti dal produttore Alessandro Del Vecchio. Riascoltiamo con piacere il secondo inciso, dove i nostri ci fanno capire che i System of a Down sono fra le loro band preferite. In chiusura incontriamo un lungo interludio strumentale dal forte retrogusto settantiano. Basso e chitarra sembrano inseguire le rocambolesche corse sui tom di Alessio Solla, che apre le porte all'assolo di chitarra, Vincenzo gira intorno all'irridente tema della strofa, ricamato da pungenti scale di basso, accompagnandoci verso il brusco finale. Le liriche portano ancora la firma del duo Calafiura-Carta. Viviamo all'interno di un enorme tendone da circo, dove una delle poche soddisfazioni rimaste è quella di coltivare i nostri sogni, specie se si è nel bel pieno di una delusione amorosa. Con il cuore infranto dalle pungenti bugie della ex amata, sogniamo sempre di riallacciare il rapporto, di riparare la rottura, poi però purtroppo qualcosa ci sveglia, come se il freddo spirito dell'amante perduta venisse a farci visita rompendo i nostri sogni d'amore. I nostri si dimostrano molto volubili, spaziando da un genere all'altro, in questo caso è evidente un forte tributo alla band capitanata da Serj Tankian.

Green Fire

Un potente riff all'unisono apre la successiva "Green Fire (Fuoco Verde)" Il riff stoppato della strofa e l'aggressivo cantato ci portano con la mente verso le sporche sonorità di Seattle. Il chorus è scandito da una melodica progressione di accordi, che spinge in alto il valente cantante cagliaritano. Un breve break strumentale e ritorna la strofa che mette in evidenza le enormi potenzialità di Sergio Calafiura, il quale esplode nuovamente nel successivo inciso seattleiano. Un paio di accordi annunciano un effimero l'assolo di chitarra, poi due funamboliche scale paranoidiane danno il via ad un improvviso aumento dei BPM. Ha inizio una potente cavalcata all'unisono. Dopo alcune battute la chitarra impreziosisce il riff con una serie di ricami che si vanno ad intrecciare con la graffiante e grintosa linea vocale. Improvvisamente si rallenta, la chitarra spara un acido riff doommeggiante, poi quando il brano sembra volgere al termine ritorna il solare inciso che va a chiudere il brano. Questo brano chiude la trilogia delle liriche scritte a quattro mani. Il fuoco verde è quello della rabbia, che i nostri colorano di verde, come la bile. Nelle nozioni di medicina medievali, si pensava che una eccessiva dose di bile producesse un temperamento aggressivo, noto come "collerico". Il fuoco verde arde in seguito ad una delusione amorosa, dividendo i due ex amanti. Ma il passato è destinato ad essere dimenticato, come i cattivi pensieri sono facili sparire come nuvole di vapore, quindi è molto meglio affrontare un nuovo giorno con il sorriso in bocca, spengendo il fuoco verde. Pur rimanendo all'interno dei parametri che caratterizzano il loro sound, i nostri sono abili nello spaziare da un genere all'altro, mettendo in luce le loro maggiori influenze musicali, questa volta omaggiando il sound seattleiano degli anni novanta.

Inside My Head

La traccia numero cinque è intitolata "Inside My Head (Nella mia Testa)", aperta da un devastante unisono, che si alterna prima con alcuni ricami sul charleston, in stile War Pigs, per capirsi, poi per due volte a funamboliche corse sulle pelli da parte di Alessio Solla. Dopo questa travolgente introduzione, Vincenzo spara un grintoso riff di chitarra, seguito dal roboante basso e da un micidiale tempo con i BPM a manetta. Nella strofa i nostri rallentano di brutto, profonde pennate di basso scandiscono il mid tempo, mentre la chitarra tesse una vischiosa ragnatela di note. La voce effettata di Sergio sembra provenire da un'altra dimensione. Un grintoso "I Don't Wanna Fight (Non Voglio Combattere) annuncia l'inciso, sicuramente il più duro sentito fino ad ora, in pieno stile Faith No More, quelli di "King for a Day" per darvi un'idea, dove il cantante cagliaritano dà il meglio di se, sfruttando al massimo le sue doti vocali senza appoggiarsi alla melodia. La successiva strofa viene introdotta da un potente interludio dalle ritmiche stoppate, dagli accordi emerge un terrificante suono gutturale, che nel finale si attorciglia alla bella voce di Sergio, il quale nella strofa ritorna a far uso dell'effetto alla "21st Century Schizoid Man". Si riparte veloci con il travolgente inciso, seguito nuovamente dall'interludio con il terribile suono gutturale, che poi lascia il campo ad una parte molto melodica, dove la bellissima linea vocale si sposa alla perfezione con le note sparate dalla chitarra, che in crescendo ci trasportati per l'ultima volta verso il potente ritornello. Nelle liriche, Sergio continua la sua crociata nei confronti della pessima situazione in cui ormai ci stiamo abituando a vivere, o meglio a sopravvivere. Nella nostra teste mille paure e altrettanti pensieri ci tormentano, corrodendoci fino al midollo, facendo evaporare lentamente la nostra voglia di combattere. Viviamo in un Mondo invaso da tristezza, odio e miseria, dove solo pochi eletti fanno la vita da nababbi, a spese di noi comuni mortali, che ormai siamo ridotti a vivere alla giornata, spesso privi di una sicurezza come quella che offrirebbe un lavoro stabile. Spesso sogniamo di poter cambiare il Mondo, ma i nostri sogni vengono ingoiati dal profondo abisso in cui lentamente stiamo precipitando. Uno dei brani più grintosi del platter che mixa alla perfezione la strofa dal retrogusto settantiano al travolgente inciso.

Overjoyed

Siamo arrivati a "Overjoyed (Felicissimo)", quella che una volta sarebbe stata la prima canzone del lato B, aperta da un bellissimo arpeggio di chitarra che dopo alcune battute in solitario viene accompagnato da un bel ritmo brioso, scandito dalle profonde note sparate dal basso di MauroSergio ci avvolge con una dolce linea vocale che si intreccia a meraviglia con le note della chitarra, diffondendo un piacevole senso di malinconia, anche se questo può sembrare un controsenso. Si sale di tono nel bridge, che però ci riporta alla strofa, che devo rimarcare, è molto piacevole e ben strutturata. Di nuovo il bridge, che stavolta annuncia l'inciso, la chitarra si fa più grintosa, rimando però sempre sulle sonorità pulite, gli accordi spingono in alto il menestrello sardo, che man mano andiamo avanti ci conquista sempre di più. Ritorna la strofa, che nella sua semplicità riesce ad essere una delle migliori del platter, poi di nuovo bridge e chorus, che stavolta lascia il campo ad un delicato assolo di chitarra, pieno di feeling e passione. Di nuovo bridge e chorus, dove ascoltandolo con attenzione, notiamo che la bellissima voce di Sergio si avvicina molto a quella di sua maestà Chris Cornell, poi i nostri ci lasciano con la bellissima strofa. Questa avvolgente ballata è interamente dedicata alla memoria di Riccardo Portoghese (R.I.P.), un amico del vocalist Sergio, quindi più che di liriche possiamo parlare di una vera e propria poesia scritta in memoria di Riccardo, che viene ricorda to pieno di vita, felicissimo di vivere in questo mondo e nella sua città, poi purtroppo, la grande mietitrice se lo è portato via, lui ha lasciato un vuoto incolmabile, ma anche un ricordo indelebile negli amici, che lo ricordano sempre felicissimo e sorridente. Per uno strano caso del destino, dopo la stesura del brano, Sergio e Vincenzo hanno scoperto che Riccardo era un amico che avevano in comune. Bellissima ballata, inevitabilmente melanconica, che ci conquista sin dalle prime note, senza ombra di dubbio fra i momenti migliori del platter. 

Deeper

Un potentissimo unisono ci desta dalle avvolgenti atmosfere lasciate dal brano precedente, è così che inizia "Deeper (Più profondo)", primo singolo estratto, corredato anche da un oscuro videoclip girato da Manuele Manca, dove i nostri suonano indossando le loro caratteristiche maschere nere che celano completamente il volto, fatta eccezione del cantante, che per ovvi motivi logistici indossa una maschera che lascia scoperta la bocca, il, nostro ha comunque rimediato dipingendosi di nero la parte di volto che rimane scoperta. Trascinato dal potente riff iniziale, Alessio massacra le pelli della batteria. Dopo questa breve ma devastante introduzione, arriva la strofa, la chitarra spara una ridondante trama che si attorciglia attorno alla grintosa linea vocale. Il potente unisono dell'introduzione è anche il chorus, dove il cantastorie cagliaritano ripete due volte "Deeper Inside Me (Nel Più Profondo di Me)", intervallati da un lancinante grido che recita "I Die (Io Muoio)". Ritorna la strofa, con la sua intricata trama di chitarra ed il cantato seattleliano, seguita dal grintoso inciso. Andando avanti incontriamo un acido interludio che grida stoner da tutti i pori, seguito da un breve assolo di chitarra, dove Vincenzo ci incanta come serpenti con una serie di scale eseguite con un feeling disarmante. Sul finale l'inciso viene ripetuto ad oltranza, Sergio si alterna con il potentissimo riff sparato all'unisono dal basso e dalla chitarra, fino a che un inquietante "I Die (Muoio)" sussurrato, non dice stop. Stavolta le brevi liriche stese da Sergio sono quasi impenetrabili, per come le ho interpretate io si tratta di una storia d'amore o al massimo una profonda amicizia che lo sta prosciugando, lui prova piacere e sta al gioco. Ad ogni richiamo si fa sempre trovare pronto, cadendo però inevitabilmente in un labirinto da cui non riesce più ad uscire. Nonostante provi piacere, lui si sente morire nel suo profondo. Un tempo si sentiva un combattente, ora non è in grado di tenere testa alla fiamma e capisce bene che la colpa è solo ed esclusivamente sua. Brano breve ma potente e conciso che mixa taglienti riff metallici alle più calde sonorità di Seattle.

In This Time

Andando avanti incontriamo "In This Time (In questo tempo)" che ci investe con un devastante impatto sonoro, dove tutti gli strumenti percorrono la stessa strada. Nella strofa i nostri picchiano meno sui rispettivi strumenti, il riff di chitarra cala di intensità e si fa meno invadente, aprendo la strada a Sergio, che come sempre si fa trovare preparato proponendo l'ennesima linea vocale vincente. Nel grintoso bridge la chitarra è la protagonista ed apre la strada al ritornello, dove calano i BPM. Dopo una bella progressione di accordi che fa da apripista, gli strumenti all'unisono scandiscono ritmicamente gli ammalianti "One, Two, Three I Drink (Uno, Due, Tre Bevo)", splendidamente cantati in una sorprendente modalità "Glen Danzig". Dopo un potente break strumentale ritroviamo i graffianti accordi di chitarra della strofa, interpretata magistralmente da Sergio, che dopo l'accattivante bridge esplode letteralmente nel chorus, aperto da tre potenti accordi distorti. Già al secondo ascolto ci viene facile ricanticchiare il ritornello, quelli ammalianti "One, Two, Three" sono un vero e proprio "hook". E' il turno dell'assolo di chitarra, che parte in maniera stralunata con una serie di funamboliche scale che si spostano sulle toniche, passando poi con una parte più melodica e terminando infine con una velocissima scala che si riallaccia perfettamente al ritornello, che funziona, e i nostri ne son ben consci e nel finale ce lo ripropongono più volte. Si chiude girando intorno al potente unisono di inizio brano. Nelle liriche, dopo una prima parte molto oscura, si sottolinea come spesso l'uomo cerchi di affogare i suoi problemi nell'alcool. In molti vivono con la speranza che la ruota giri, accontentandosi di poche briciole che permettono di campare alla giornata, vedendo fallire uno dopo l'altro i tentativi di ritirarsi su da una vita piena di spazzatura, collezionando tessere di un puzzle infernale. Non esiste nessuna favola per noi, siamo destinati a precipitare in un pozzo senza fine, e per questo che spesso ci troviamo in compagnia del demone dell'alcool. Altro brano breve ma potente, che trova il suo punto di forza nel ritornello.

Lose Myself

La traccia numero nove è intitolata "Lose Myself (Perdo Me Stesso)", aperta da un riff rockeggiante, eseguito all'unisono da basso e chitarra e accompagnato da una ritmica serrata. Un paio di battute e arriva la strofa caratterizzata da un riff stoppato eseguito su una ritmica irregolare, su cui si districa Sergio Calafiura con un interessante monologo fatto di botta e risposta che gioca su un ammaliante "Can You Repeat Again (Puoi Ripeterlo?)". Il riff sentito ad inizio brano fa da bridge al ritorno della strofa, dove al secondo ascolto apprezziamo ancor di più il lavoro del cantastorie cagliaritano. Arriva l'inciso, che gira intorno al riff portante, riproponendo le note in senso opposto, Sergio urla ai quattro venti il titolo del brano, poi improvvisamente calano precipitosamente i BPM. Una lenta progressioni di accordi indica la strada da seguire a Sergio, che in crescendo termina con un prolungato urlo che apre i cancelli al graffiante riff dell'inciso, immediatamente doppiato dal fragoroso basso di Mauro. Si chiude con il ritornello ad oltranza, dove l'ugola di Sergio raggiunge i massimi livelli. Stavolta il menestrello sardo si è perso in una storia amorosa, ama sentire le dita della sua amata che gli sfiorano la pelle, il sensuale movimento dei fianchi gli fa ribollire il sangue. Lui può sentire il so odore, quello che alla porta sembrava un diavolo, si trasforma in un angelo nel suo letto. E' completamente perso nell'amore, lei ormai controlla la sua vita. Effimero tagliente brano, che ci colpisce con l'accattivante strofa dove emerge l'ammaliante botta e risposta. 

Land of the Lost

Il platter scorre via veloce, senza neanche accorgersene siamo arrivati all'ultimo brano, "Land of the Lost (Terra del perduto)", il più lungo, che dall'alto dei suoi 06:56 minuti supera del doppio la durata media degli altri brani. Si parte con un oscuro riff di chitarra di ZakkWyldeiane memorie, accompagnato da un roboante basso e da una ritmica ossessiva. Il riff portante della strofa suona molto metal anni 90, Sergio quasi lamentandosi si trascina alla strofa successiva, preceduta da un breve break strumentale dai sentori metallici. La potente sezione ritmica ci martella, Sergio lentamente ci porta verso l'inciso, dove esplode gridando il titolo del brano. Un accordo in fader mette in evidenza basso e batteria, facendo da bridge alla seconda parte del brano. Si cambia completamente atmosfera, la batteria diventa protagonista, impreziosita da profondi glissati di basso, la chitarra distorta viene sostituita da un enigmatico tema che sembra interrogare Sergio, che risponde con una melanconica linea vocale. Un repentino cambio di tono e di tempo attira la nostra attenzione, il basso spara un avvolgente tappeto di sedicesime, accompagnato da una malinconica chitarra arpeggiata, Sergio ci cattura con una ammaliante linea vocale carica di rabbia e tristezza che in crescendo va a concludersi con un prolungato urlo, dove il nostro scarica tutta la sua rabbia, dovuta alla perdita di un caro amico, Andrea Morongiu (R.I.P.), un batterista sardo morto prematuramente in maniera improvvisa a Londra, a cui i nostri dedicano questa bellissima strofa, senza ombra di dubbio fra i momenti migliori del platter. Sull' onda del lancinante urlo, una serie di riff e colpi stoppati annuncia una caotica babele sonora, dove le note degli strumenti si fondono con lo sferragliare di piatti, a fatica Sergio riesce ad emergere, poi la chitarra pone fine al caos con un potentissimo riff, a cui tiene testa il cantante cagliaritano con una serie di urli, quasi graffiandosi la gola. Un altro accordo distorto in fader dice stop, aprendo le porte all'assolo di chitarra. Nella prima parte suona molto anni settanta, accompagnato da roboanti pennate di basso distorto. Poi il basso inizia a sparare un tappeto di sedicesime, offrendo al chitarrista la via melodica da percorrere, Vincenzo si diverte alternando melancoliche note a velocissime scale. Al minuto 04:48 ritroviamo l'oscuro riff dell'introduzione, seguito dalla strofa e dal ritornello, che insieme ai lancianti vocalizzi di Sergio ci accompagna lentamente verso l'epilogo. Nelle liriche si affronta il duro cammino della vita, pieno di insidie, morte e dolore. I giorni passano veloci, avvicinandoci alla fine, quando della nostra vita non rimarrà nulla, se non dei tristi disegni vuoti da colorare. Poi arriva la strofa dedicata ad Andrea Marongiu, un batterista che suonava come un Dio, senza rendersene conto, un ragazzo d'oro che ha abbandonato la sua terra, forse per cercare fortuna, in un terra straniera, dove invece ha inspiegabilmente trovato la morte. Questo brano è sicuramente più articolato e complesso rispetto agli standard del platter, ricco di cambi ritmici e atmosferici che lasciano trasparire reminiscenze dal sapore progressive, brano che vede nella strofa centrale dedicata ad Andrea Morongiu il momento più alto del disco.

Conclusioni

Sono sincero, inizialmente avevo affrontato questa recensione con un po' di diffidenza, in quanto non sono un ascoltatore abituale dell'alternative metal, poi invece sono stato letteralmente catturato dalle sonorità del combo sardo, entrando in perfetta sintonia con questo loro album di esordio. Ascoltandolo a fondo si sente che è venuto alla luce dopo anni ed anni di gavetta, suonato con il cuore lascia percepire quanto i nostri credano fermamente nel loro messaggio musicale. Alle fredde sonorità dell'alternative metal, hanno aggiunto la melodia italiana, mixando tutto con le varie influenze musicali che ogni singolo componente ha nel proprio bagaglio, ottenendo un sound ben delineato ed originale. In fase di recensione durante il track by track, ho spesso usato riferimenti a band o artisti, ci tengo a precisare che non l'ho assolutamente fatto per sottolineare una mancanza di originalità di Vincenzo Casu e compagni, ma sono semplicemente dei punti di riferimento messi in aiuto per chi legge, in modo da farsi una idea più precisa delle gesta del combo sardo, oltre ad essere sinceri complimenti indiretti. Non me ne vogliano gli altri, ma l'album mette sugli scudi il vocalist Sergio Calafiura, capace di svolazzare fra una vasta gamma di stili canori, ammaliandoci con interessanti linee vocali, oltre che a scrivere liriche intelligenti e mai banali. Il chitarrista Vincenzo Casu, (che a mio avviso ha il poster di Zakk Wylde in casa NDR), oltre che a colpirci con taglienti e potenti riff di chitarra, è anche il compositore principale, avendo firmato da solo tutti i brani, ad eccezione di tre, scritti insieme ai colleghi. Mauro Campus e Alessio Solla ergono una granitica ed affidabile sezione ritmica, risultando esaudienti sia quando si deve pestare duro che quando c'è bisogno di ritmiche più raffinate, facendosi trovare pronti quando sono chiamati a recitare un ruolo primario. Il primo ed omonimo album dei De'Stop è stato presentato al pubblico il 6 Novembre 2015, distribuito dalla casa discografica La Scimmia Selvaggia. Per la produzione si sono avvalsi della preziosa collaborazione di Alessandro Del Vecchio, il quale si è occupato del mixaggio e della masterizzazione presso gli Ivorytears Music Works di Somma Lombardo, in provincia di Varese, dove sono state effettuate anche le registrazioni facendo spola con gli Electrical Studio di Settimo San Pietro, in provincia di Cagliari. Gli assistenti in studio sono Piergiorgio BoiMarco Sivo e Mattia Stancioiu, ex Vision Divine e Labyrinth. Le foto che completano l'artwork sono opera di Sara Deidda. L'oscura copertina mostra una strana vaporizzazione luminescente bianca su sfondo nero, perfettamente in linea con le inquietanti ed hollywoodiane maschere nere che celano le loro identità durante i live. Che dire, sono rimasto favorevolmente sorpreso da questo disco, le già valide composizioni sono state impreziosite da un certosino lavoro in fase di produzione. I nostri spaziano in maniera disarmante da un genere all'altro, riuscendo però a rientrare sempre nei binari che delimitano il loro caratteristico sound. Consiglio vivamente l'album, oltre agli amanti del genere, a chi ama ascoltare musica nostrana e dare un piccolo contributo ai musicisti emergenti, che lasciatemelo dire, ne hanno davvero bisogno per andare avanti. Penso che ascoltando questo primo album dei De'Stop non rimarrete delusi, e ognuno riuscirà a trovare all'interno del platter un piccolo gioiello, io l'ho trovato in "Overjoyed".

1) Already Dead
2) You Know The Misery
3) Lost Dreams
4) Green Fire
5) Inside My Head
6) Overjoyed
7) Deeper
8) In This Time
9) Lose Myself
10) Land of the Lost