DBC

Unreleased

2002 - Galy Records

A CURA DI
MAREK
31/01/2018
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6

Introduzione Recensione

Parliamo ancora una volta del Canada e del culto d'acero per antonomasia, quei DBC tanto osannati quanto sfortunati, comparse di lusso di una scena sottovalutata eppure densa di maestosa grandezza. Avevamo lasciato il quartetto alle prese con un importante cambio di rotta, intenti a riordinare le idee modificando in maniera importante la propria proposta musicale: era il 1987 quando i Nostri facevano breccia nel cuore dei thrashers canadesi ed americani a suon di rabbia ed invettive archilochee contro il sistema ed il mondo in generale; faccio ovviamente riferimento al tellurico "Dead Brain Cells", vero e proprio gioiello sepolto dalle sabbie del tempo, platter tonante e roboante. Magari non un capolavoro universale, nonostante fosse oggettivamente un concentrato di sacrosanta bontà estrema. Carte in tavola profondamente mescolate nel successivo "Universe": anno domini 1989, i DBC rendono il proprio sound più complesso e raffinato, meno schietto e violento, più orientato verso tendenze ricercate, di gusto "spaziale". Un concept sulla Terra, sul nostro benamato pianeta. Le sue origini, la sua nascita, il suo futuro ed il suo presente; ben chiaro come una mossa del genere potesse risultare sì coraggiosa, contemporaneamente rischiosa. Il gioco non valse la candela, proprio perché il gruppo dovette pagare lo scotto della propria temerarietà, ricevendo critiche su critiche ed anche clamorosi voltafaccia da parte di chi, appena due anni prima, li aveva osannati ed incensati. Un cambiamento forse troppo repentino? Eccesso di sicurezza nei propri mezzi? Miopia del pubblico? Domande le cui risposte potrebbero significare tutto e nulla. L'unico vero dato oggettivo rimane il sostanziale "addio" alle scene dei DBC, i quali si persero nell'ombra, scivolando pian piano nel dimenticatoio, esclusi dai giri che conta(va)no. Se, col senno di poi, "Universe" venne rivalutato e nelle setlist post reunion (avvenuta attorno al 2005, only for live) diversi brani del concept album vennero inseriti, accolti calorosamente da molti fan (fra ipocrisia e pentimento), tutto questo non bastò al gruppo per ritornare in pista con un nuovo disco, scegliendo appunto la via del concerto, suonando esclusivamente in selezionati e sparuti show. Del resto, non aiutò molto neanche la morte del talentuoso Gerry Ouellette, talentuoso master mind del progetto, scomparso tragicamente nel 1994. Insomma, la parabola dei DBC può dirsi - purtroppo - discendente. Un inizio promettente, un improvviso cambio di rotta, osanne / critiche... di seguito, il nulla. Il vuoto più totale, la fine d'ogni fiammella di speranza. Tutto abbastanza "normale", a dir la verità: la Storia del Metal è piena di situazioni simili ed uguali, basterebbe volgere lo sguardo verso Albione per capacitarsene. Complice un revival moderno della N.W.O.B.H.M., tanti giovani come il sottoscritto e diversi capitani di lungo corso hanno potuto conoscere / rivedere dal vivo band che altrimenti sarebbero rimaste a riposare nelle profondità degli abissi, un po' come Cthulhu. Potrei citare i Tytan a tal proposito, autori del bellissimo "Rough Justice" (1985) ma di seguito dissoltisi nella nebbia, improvvisamente. Ricomparsi solo attorno al 2010 e fortunatamente in piena attività (con tanto di nuova uscita datata 2017!), a discapito d'ogni critica. E potrei continuare per ore, citando esempi di tal forgia. Com'anche normale è, del resto, la ferocia della critica contro una release giudicata troppo "distante" dalla proposta originale. Pensiamo a nomi blasonati, a gruppi capostipiti d'intere branche del Metal o del Rock: KISS, Celtic Frost, Saxon, Judas Priest. I primi rischiarono il linciaggio dai rockettari più incalliti dopo la pubblicazione del fortunatissimo ma controverso "Dynasty", i secondi gettarono alle ortiche anni d'onorata carriera grazie all'immondo "Cold Lake"; i terzi pagarono lo scotto delle smaccate tinte commerciali del delicatissimo "Destiny", gli ultimi alleggerirono il carico con l'acchiappone "Turbo". Se proprio il quasi disfacimento del tutto fu il prezzo che solamente i Celtic Frost rischiarono di pagare, tutti gli altri grandi riuscirono a proseguire - nel bene e nel male - la propria carriera, fra alti e bassi, senza mai scivolare più del dovuto. Per un gruppo di belle speranze (ma nulla più di troppo) come i DBC non fu ovviamente così. Avessero avuto la qualità e la quantità di band come i Voivod (persino "Angel Rat" si rivelò alla fine un successo), i canadesi avrebbero potuto spiccare il volo, quello vero. Con il condizionale, purtroppo, si va poco lontano. Torniamo quindi all'oggettività e alla storia dei Nostri, i quali, prima di sparire del tutto, rilasciarono su di un mercato assai esclusivo (copie numerate da 1 a 100) un pugno di brani semplicemente intitolato "Unreleased". Un EP registrato fra il Luglio 1990 ed il Febbraio 1991 presso il Silent Sound Studio di Montreal, città natale delle Cellule, pubblicato solo undici anni dopo, nel 2002. Andiamo quindi alla riscoperta di questi sei brani, assolutamente definibili come il canto del cigno dei Dead Brain Cells. Let's Play!

Third Coming

Ad aprire le danze il nevrotico "Third Coming (Terzo avvento)", un brano ricco di Groove novantiano e perfettamente in linea con il tipo di Metal estremo in voga in quegli anni. Le chitarre nervose, pesanti e rugginose, ben stagliate su di un ritmo complesso ed accattivante: sembrerebbe quasi di ascoltare un qualcosa di pantereggiante, estremamente debitore anche nei riguardi di gruppi come Exhorder et simila. Un pezzo che ben lega fra di loro le due anime dei DBC: da un lato abbiamo il gruppo più aggressivo e tradizionalista (eco dei Metallica soprattutto nelle vocals di Phil Dakin), dall'altro quello più sperimentale ed al passo con i tempi. Un mash-up particolarmente gradevole, sicuramente in grado di coinvolgere, anche in virtù dell'estrema perizia tecnica con la quale ogni riff ed assolo vengono concepiti ed eseguiti. Il mai troppo compianto Gerry Ouellette sa bene come far urlare la propria sei corde, non di meno sa come trattarla in maniera più docile, mettendo in mostra un tecnicismo degno d'attenzione. Gli fa eco il collega Eddie Shahini, abilissimo nel dialogare con il compagno, mettendo in piedi duelli chitarristici di grande impatto. Il tutto è dunque subordinato ad un groove ben espresso dalla coppia Dakin (anche bassista) / St.Louis, preziosissimo in fase d'impostazione nonché di dettato dei tempi, dipanandosi lungo la voglia di creare un brano "moderno" (sempre tenendo conto dell'accezione novantiana di questo termine), dotato di un refrain orecchiabile e facilmente assimilabile. Ottimi gli assoli, decisamente degni di tale nome. Il brano può dunque avviarsi alla conclusione, terminando così com'era iniziato, non riservando molte sorprese. Parlando del testo, quest'ultimo è in grado di strapparci più di una risata; in quanto parlerebbe, almeno in teoria, della terza venuta di Cristo... se non fosse per il fatto che, in realtà, il tanto acclamato Messia altri non è che uno sbadato viaggiatore del tempo, giunto nel nostro presente per un problema di carburante. Lo sventurato si ritrova infatti nel 1993, sospeso in aria, sfruttando i suoi marchingegni futuristici in grado di fargli vincere la gravità. Ovviamente, molti presenti impauriti cercano di risolvere il problema alla radice... cercando di ucciderlo, sparandogli. Preso dal panico, l'uomo ha dunque un colpo di genio: si autoproclama il Cristo redivivo, giunto nuovamente sulla Terra per redimere le anime dei peccatori, conducendole quindi in paradiso. La folla, incredibilmente, prende per buone le parole del viaggiatore, eleggendolo quindi come il "terzo" Gesù. Egli, in effetti, può vantare poteri inimmaginabili: proveniente dal futuro, può sfruttare gingilli tecnologici in grado di farlo volare e camminare sull'acqua, ingannando i primitivi uomini del passato. 

Brick by Brick

Continuiamo con "Brick by Brick (Mattone su mattone)", aperta da una batteria scalpitante alla quale fa seguito un riff di chitarra pesante ma non troppo veloce. La cadenza regna sovrana, si instaura nuovamente quel groove novantiano del quale abbiamo potuto godere appena una traccia fa. St.Louis si fa valere a suon di velocissime rullate, mentre la coppia d'asce predilige il ritmo alla spietata corsa forsennata del primissimo album dei DBC. In effetti possiamo ben apprezzare una sorta di cambiamento di faccia, per così dire: un gruppo che, passando da un rozzo Speed/Thrash venato di Hardcore è passato per un Metal estremo a tinte "spaziali"; ed ora, si sta dedicando a tutta una serie di tecnicismi grooveggianti, come molto in voga nel periodo in cui questo "Unreleased" sarebbe dovuto venir fuori definitivamente. La voce di Dakin viene messa leggermente in secondo piano, le Cellule donano ampio spazio a lunghi momenti strumentali in cui il buon Phil può comunque farsi valere come bassista. Il tutto si fa apprezzare per esecuzione ed estro compositivo, pur non brillando certo di originalità: un brano che trascina ma non morde, "stanco" forse, troppo ancorato a stilemi allora già portati in auge da giganti come Pantera ed affini. Ci si avvia alla conclusione certamente contenti, ma non pienamente soddisfatti da quel che abbiamo appena ascoltato. Il testo decide di virare verso una sorta di critica sociale, andando a parlare (come facilmente intuibile dal titolo) di "muri" reali e simbolici. Il muro, il confine: ci viene detto quanto queste barriere innalzate dall'uomo siano costate anni di guerre, sangue versato e sacrifici evitabili. Il tutto per affermare la nostra sete di nazionalismo, la nostra volontà di isolarci e respingere chiunque non sia a noi affine, per cultura e modi di pensare e/o fare. Mattone dopo mattone abbiamo difeso la "nostra" terra, comportandoci da ipocondriaci guerrafondai. Cosa succederà dunque, quando il naturale corso degli eventi innescherà il suo processo di disfacimento di questi nostri muri? Essi cederanno sotto il peso dell'ingordigia e dell'avidità. Li rafforzeremo sempre più, li renderemo sempre più alti... fino a renderli inservibili, sino a farli crollare miseramente su loro stessi. L'idea di "confine" viene dunque criticata nella sua accezione più violenta e reazionaria: il muro non è la soluzione, e mai potrà esserlo.

Siren's Song

La velocità sembra proprio non esser più di casa: anche "Siren's Song (La canzone della Sirena)" preferisce mettere in bella mostra cadenze assassine, ritmate eppure maestose nel proprio incedere; il basso di Dakin è in bella mostra, degno mattatore di un pezzo a tinte oscure, sfoggiante un dipanarsi "passo dopo passo". Un brano che sa svelarsi poco a poco, compiendo una vera e propria marcia buia come la notte. La voce di Phil, a dire il vero, non risulta perfettamente inserita in un contesto che, ancora una volta, vuol prediligere il momento strumentale al cantato. Il vocalist è infatti più intento a svolgere un compitino che ad interpretare il brano, dotandolo di colore e vivacità. Ci pensa, a supplire tale mancanza, un comparto strumentale ora più posato ora leggermente più frenetico, soprattutto quando St.Louis decide di percuotere il suo drum set in maniera più guerrafondaia. Le asce di Ouellette e Shahini, dal canto loro, riescono ogni tanto a compiere delle variazioni interessanti, dipingendo addirittura qualche sparuta sfumatura Rock, poco prima che Dakin torni a declamare il refrain pre-assoli finali. Momento, quest'ultimo solista, che riesce a regalarci diverse emozioni. Variegato e ben eseguito, porta alla conclusione di un brano smaccatamente Technical Thrash, forse celebrando lievemente il maestro Jeff Waters. Un testo questa volta breve ed assai criptico, formato in tutto da appena dodici versi. Protagoniste di queste brevi liriche, le sirene nella loro accezione più classica ed omerica. Non viene descritto che tipo di essere sia, non hanno connotazione prettamente fisica (se con corpo di pesce e donna, od uccello e donna): eppure, il loro comportamento sembra riprendere in toto l'atteggiamento che già avemmo modo di notare nell'Odissea. Esseri tentatori e messaggeri di sventura, le Sirene dei DBC dominano un mare terribilmente in tempesta, dominando l'ambiente circostante. Un'imbarcazione di malcapitati si è purtroppo imbattuta nel gruppo di mostri, i quali stanno facendo di tutto per fare in modo che la nave deragli. Il canto della Sirena è infatti quanto di più pericoloso esista. Al pari del pianto della Mandragola, udirlo può significare solo una cosa: morte certa. Un canto dolce, armonico, meraviglioso... creato ad hoc per ingannare i naviganti, i quali, volendo raggiungere le cantanti creature, finiscono rovinosamente ad infrangersi verso scogli ed ostacoli, noncuranti di quel che stiano facendo. Questo è il potere della figura mitologica in questione: ingannare, mediante un'apparenza bella e leggiadra. L'unico che sopravvisse a tale canto fu Ulisse, il quale, desideroso di compiere nella vita ogni tipo di esperienza, si fece legare all'albero maestro della sua nave per udire ciò che le sirene avrebbero detto e cantato; costringendo i suoi compagni a remare con le orecchie foderate di cera, affinché l'imbarcazione non si schiantasse.

Waste not, Want More

Brano numero quattro, "Waste not, Want More (Non spreco, voglio di più)" si apre in maniera decisa ed incedente, facendo in modo che Phil possa finalmente far valere la sua presenza come vocalist, imperando letteralmente con una sorta di parlato concitato e particolarissimo. Gli strumenti in sottofondo dominano turbinando, letteralmente: un St.Louis scatenato picchia in maniera decisa, a mo' di fabbro, pur non eccedendo mai in velocità. Dal canto loro, le chitarre di Shahini ed Ouellette fanno di tutto per risultare pesanti come il piombo, andando a ricalcare stilemi à la Dimebag unendoli a qualche componente Thrash decisamente più Old School. Componente che viene fuori verso la metà del brano, quando i DBC si ricordano di poter correre... ed accelerano all'impazzata, dando vita ad un momento di puro dinamismo Thrash. Frangente in cui Ouellette si dona ad assoli vorticosi e velocissimi, subissati successivamente da un prolungamento dell'accelerata iniziale. Siamo esaltati ed incalzati da questo bello sfoggio di celodurismo, tutto è comunque destinato a "svanire" nelle oscure cadenze iniziali. Siamo verso la fine del pezzo, i Nostri rallentano copiosamente pur non rinunciando a suonare massicci come blocchi di pietra. Un frangente a dir poco ansiogeno che spiana la strada ad un ultimo refrain (ben cantato da un Dakin aiutato in fase di cori), ripetuto a lungo in maniera ipnotica. Il brano si conclude quindi all'improvviso, come reciso di netto da un colpo d'accetta. Testo ancora una volta assai breve, comunque molto più chiaro di quello presente nel brano precedente. A quanto sembra, l'esperienza narrata sembra essere quella di un gruppo di sventurati, scampati ad un disastro aereo e ritrovatisi per puro caso nel bel mezzo del deserto. L'ambiente è ostile, non sembra esserci molto a livello di viveri o comunque materie prime. Sabbia, solo sabbia e pietre, a perdita d'occhio. Il calore è insopportabile, i poveretti non possono fare altro che soffrire, sperando in un miracolo. Con le poche forze rimaste alzano la testa scrutando il cielo, nella speranza che un aereo possa passare ove sono capitati, notandoli e traendoli in salvo. Speranze sempre più vane, in quanto è un altro tipo di uccello a sorvolare la zona: l'avvoltoio. In branco, i condor sorvolano in cerchio il gruppo di esploratori, aspettandone pazienti la morte, per poter banchettare con le loro carni. I protagonisti sono ormai allo stremo: non possono far altro che soffrire immensamente, dilaniati dai crampi della fame e della sete. Stanno morendo poco a poco, sperano che il momento del trapasso giunga quanto prima, per potersi liberare della vita... ormai, divenuta un triste peso e non più una gioia.

Rude Awakening

Ci avviciniamo alla conclusione con il penultimo brano del lotto, "Rude Awakening (Brusco risveglio)". Il pezzo si apre in maniera concitata: la batteria di St.Louis scalpita come uno stallone da guerra, il basso di Dakin ricama ed arricchisce, preciso e puntuale, ogni singola battuta emessa dal collega. Si va a velocità sostenuta, quasi mimando un andazzo "a mitraglia": i DBC scelgono di turbinare a mo' di tornado, concedendosi di quando in quando a sparuti momenti più cadenzati e ritmati, in cui la loro ottima tecnica viene fuori senza vergogna alcuna. Un interessante momento strumentale precede mini assoli d'ottima forgia, frenetici e squillanti quanto basta. Si ritorna quindi a mitragliare alternando a fasi più arrabbiate groove carichi di ritmo, il tutto riesce a rendere il pezzo decisamente vivace ed interessante, pur ancora una volta non essendo dotato di linee vocali degne di tal nome. Non che il vocalist non sia bravo od all'altezza: penso solamente che un Bobby Blitz l'avrebbe cantata assai meglio, just for the record. Od anche uno Steve Souza. Interessante la conclusione, nella quale il titolo viene rimarcato nel refrain finale, con più foga rispetto a quanto accadeva pocanzi. Niente di nuovo: tecnica e potenza, groove ed accenni di velocità... nulla che non abbiamo già ascoltato, lungo questo EP. Citando persino Roosvelt ("L'unica cosa di cui dobbiamo aver paura è la paura stessa"), i DBC scelgono ancora una volta la critica sociale, andando a puntare il dito contro il mondo militare in senso lato. Il noto aforisma del presidente americano viene sottolineato non a caso, in quanto pronunciato ai tempi della grande depressione, momento delicato in cui gli Stati Uniti stavano attraversando una terribile crisi economica, la quale mise di fatto in ginocchio l'intero paese. Una frase che divenne presto il simbolo di tutti i combattenti e soldati a stelle e strisce, i quali fecero loro il motto, per trovare coraggio durante le operazioni di guerra. Operazioni che, dai canadesi, vengono viste come inutili e dannose. A cosa serve, combattere? A nulla. La guerra porta solo morte e distruzione, disfacimento d'ogni buon senso. Crediamo di servire la nostra patria nel migliore dei modi... invece, quel che ci ritroviamo in mano, è solo un pugno di sangue innocente. Sangue che mai sarebbe dovuto venir versato, il sangue di chi non aveva colpe se non quelle di essersi ritrovato lì, per caso, nella terra che la nazione di turno (gli U.S.A., velatamente...) aveva deciso di invadere. Per la patria, per la democrazia... o forse, per la volontà di arricchirsi sempre più? Difficile a dirsi, difficile spiegarlo. Sta di fatto che i Nostri mal digeriscono la vita patriottico-militare, reputando i soldati come ciechi cani da guardia ed i loro superiori come aguzzini, furbi ed ingannatori.

Roots of all Evil

Chiusura affidata a "Roots of all Evil (Le radici d'ogni male)", pezzo ben scandito dall'instancabile batteria di St.Louis, in grande spolvero ancora una volta. Le chitarre di Ouellette e Shahini procedono a passo d'uomo, marciando compatte e dando vita a riff pesanti ed oscuri, assai ansiogeni, in grado di avvolgerci in una coltre di nebbia, massiccia quanto pietra. Il cantato di Dakin è diverso dal solito, soprattutto nel refrain la sua voce viene leggermente effettata. Proprio dopo il primo ritornello, la band inizia a correre in maniera ben sostenuta, proseguendo in tal guisa; possiamo apprezzare il capovolgimento di prospettiva, i groove ritmici vengono leggermente accantonati in virtù di una densa velocità, non tagliente e fredda, anzi grossa e grassa. Un'andatura particolare, come se i DBC stessero certo correndo, ma contemporaneamente tenendo il freno a mano inserito. Le ruote della loro macchina stridono mangiando l'asfalto, il mezzo continua comunque a muoversi, pur ingolfandosi. Spesso i suoni di chitarra risultano minimali e più "secchi", altre volte divengono più roboanti. Il brano prosegue dunque in questo modo, fra corsa e cadenza, chiudendo in maniera degna un EP certo non esaltante ma nemmeno da gettare via. Quali sono, le radici del male? I DBC vogliono sottolineare il concetto di assurdità che da sempre vive ed aleggia nell'e sull'essere umano. La rabbia, l'odio... sentimenti negativi in grado di consumarci poco a poco, di cuocerci a fuoco lento, senza neanche farci accorgere di ciò che ci stia effettivamente capitando. Siamo come confusi, ma non ce ne avvediamo: preferiamo mille volte rinunciare alla possibilità di essere felici piuttosto che renderci conto di quanto assurdo e distruttivo sia il nostro comportamento. L'uomo sembra malvagio per indole, crudele per definizione. Potrebbe dominare lieto la terra, godendo d'ogni suo dono... ed invece, finisce con il farsi dominare dalla negatività, infliggendo sofferenza al prossimo quanto al suo stesso pianeta. Per spiegare meglio quanto strambo e pazzo sia questo atteggiamento, i canadesi citano addirittura il famoso "Paradosso del Comma 22"; ovvero, un paradosso formulato nel noto romanzo "Catch 22", opera di Joseph Heller. Volendo denunciare i mali della guerra e delle politiche militari, Heller creò una storia con protagonisti dei piloti americani, impegnati nei bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Fra le regole alle quali essi erano tenuti a sottostare vi era dunque il famoso Comma 22, recitante quanto segue: "Chi è pazzo può richiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi richiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo". Si tratta di un astuto gioco di parole, nel quale una proposizione sembrerebbe offrirci una possibilità di scelta, subitamente smentita dalla proposizione successiva. 

Conclusioni

Giunti alla fine di questo breve viaggio, risultano altrettanto esigue le considerazioni da farsi circa quanto abbiamo ascoltato. Parto subito dal primo punto, quello che ritengo il più importante. A costo di sembrare forse troppo cattivo... capisco bene perché, alla fin fine, "Unreleased" sia stato trattato in maniera "nostalgica" e nient'altro. Insomma, un'operazione svolta unicamente per dare alla luce del vecchio materiale, nulla in più di questo. Immagino cosa debbano aver pensato i DBC, in fin dei conti: "perché mai dovremmo buttare via queste registrazioni? Dotiamole di una confezione appena decente e facciamole ascoltare a qualcuno. Almeno, non sprechiamo nulla di quanto abbiamo fatto". Proprio per non buttare via nulla, giusto per far qualcosa. Insomma: non possiamo certo paragonare questo EP a quanto i canadesi avevano fatto prima ch'esso venisse concepito e realizzato. "Dead Brain Cells" rimane tutt'oggi un signor disco, autentica bomba Speed-Thrash-Hardcore, platter di tutto rispetto. Benché più raffinato e controverso, anche "Universe" aveva comunque qualcosa da dire. Per lo meno, alla sua base era presente un'idea. Così come un'idea era presente alla base di "D.B.C.", dopo tutto. Vi erano delle intenzioni da concretizzare, delle strade da battere, dei pensieri da rendere materia. Si pensava, e si agiva. Quel che troviamo invece in "Unreleased" non è nient'altro che un gruppo di tracce realizzate a tempo perso; molto spesso interessanti, ma in larga parte abbastanza scontate e prive di guizzi o mordacità. Un Thrash ora più groove ora più tecnico, la voce di Dakin che proprio non riesce a risultare piena ed efficace, una produzione ai limiti dell'accettabile, per il genere proposto. Insomma, un EP messo su in fretta e furia "tanto per", senza un'idea valida alla base. Proprio perché i DBC sembrano ricalcare quanto andava effettivamente "di moda" negli anni '90, prendendo a piene mani da vari calderoni, cercando di nascondere la loro attitudine (la loro VERA attitudine) dietro un conformismo stancante ed a tratti anche fastidioso. Chiariamoci: la loro capacità di bravi strumentisti non viene messa ASSOLUTAMENTE in discussione: ci troviamo dinnanzi ad un quartetto preparatissimo ed in grado davvero di poter suonare ad alti livelli. Proprio per questo motivo, proprio per dei momenti esaltanti sparsi qua e là in tutto "Unreleased", sento di potermi decisamente arrabbiare. Nonché di chiedermi: perché diamine questi ragazzi non abbiano sfruttato meglio le loro grandi potenzialità, donando magari un buon successore a "Universe"? Sarebbe bastato avere un'idea, un obbiettivo. Nulla in più di questo. Quel che ci ritroviamo fra le mani, invece, non è nient'altro che un collage raffazzonato dato in pasto ai più accaniti cultisti dell'underground. Ed è a loro, esattamente ai più esaltati collezionisti, che consiglierei l'acquisto di questo lavoro in copia fisica. Alle persone più interessate ad un pomeriggio d'ascolti random, invece, potrei anche dire: ascoltate "Unreleased", proprio per poter successivamente dire d'aver ascoltato TUTTO, dei DBC. Tuttavia, non aspettatevi chissà cosa. Un ascolto che filerà piuttosto liscio, donando qualche sussulto ahimè perduto irrimediabilmente in una tempesta di banalità e suoni non propriamente curatissimi. Il che dovrebbe suonare come un grave difetto, per un genere come quello qui proposto. Fosse stato un bel collage di primi pezzi scritti, direttamente ripescati dalle prime, indemoniate demo... allora, avremmo potuto gridare al miracolo ed esaltarci come leoni alla vista delle loro prossime prede. Speranza vana, sogno impossibile. "Unreleased" annoia quel tanto che basta e soprattutto testimonia quanto la scelta di sciogliersi, alla fine, sia stata più che saggia. I DBC non avevano davvero più nulla da dire. E se questo EP fosse stato la continuazione di un discorso da intraprendersi, non so quanto oggi potremmo parlare di culto od altro. Avremmo purtroppo dovuto osservare il declino irreversibile di una compagine che non avrebbe meritato tale fine. La quale, infatti, saggiamente decise di darci un taglio, ritenendo d'aver detto e fatto tutto quel che c'era effettivamente da dire e fare.

1) Third Coming
2) Brick by Brick
3) Siren's Song
4) Waste not, Want More
5) Rude Awakening
6) Roots of all Evil
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