DBC

Universe

1989 - Combat Records

A CURA DI
FRANCESCO NOLI
06/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Con questo secondo disco e ultimo della loro discografia fino ad ora (con grosso rammarico da parte mia e non solo) i D.B.C. spiazzarono non poco il loro pubblico, compreso il sottoscritto, attuando un cambio repentino e inaspettato (nonché intelligente e maturo) forse intrapreso troppo velocemente per noi poveri astanti in un certo senso limitati a qualsiasi forma di cambiamento. Parola quest'ultima che, 30 anni fa, incuteva molto timore soprattutto nel contesto di un sottogenere estremo, contesto nel quale il debut album dei nostri mostrava di sapersi muovere alla grande, riuscendo a conquistarsi un meritatissimo posto nei cuori di tutti gli amanti del Metal più underground e per certi versi abbastanza lontano dalle eccessive luci della ribalta. La cosa che al tempo fece scalpore per lo più in negativo si evidenzia non solo nel cambio stilistico dei nostri, ma risulta essere un vero e proprio cambiamento a 360 gradi anche per quanto riguarda l'esecuzione, l'approccio allo strumento e last but not least i testi delle canzoni, atte a formare un vero e proprio concept sull'universo e di ciò che ne consegue. Per chi si approccia ora a scoprire questa band e inizia, come sarebbe da prassi, dalla genesi ovvero dall'ascolto del primo disco (D.B.C. appunto, che abbiamo trattato ampiamente nell'articolo precedente) può rimanere spiazzato e non sarebbe una lacuna; lo siamo stati un po' tutti al tempo, in quel lontano 1989 di Maggio quando le informazioni erano carenti se non nulle (Internet era un utopia) e la sorpresa vera e propria veniva dall'ascolto dello stesso lavoro. Lasciata da parte la veemenza che li vedeva coinvolti non solo in ambito musicale ma anche in quello poetico, con testi molto forti contro una società nulla o disastrosa, contro i potenti e i loro abusi sulle caste sociali più deboli, i 4 ragazzi prendono la strada di un concept come l'universo che non può risultare banale né artificioso o di fantasia; nonostante loro ci mettano comunque un pizzico della loro opinione, che solo dopo a un attento ascolto e un'oggettiva prosa dei loro testi viene fuori, lampante e tagliente come una lama. Quindi, dimentichiamoci i "latrati" colmi di rabbia della voce di Dakin, i ritmi schiacciasassi della batteria: qui rimane un suono schizoide che a tratti fa capolino nelle varie dinamiche delle canzoni ma la melodia, l'incedere, rimane spaziale e meno fluido, con l'interpretazione della voce robotica e fredda come una nevicata in pieno dicembre. La cosa era voluta dal gruppo, per loro stessa ammissione - nelle poche interviste del tempo - e forse si può dire che questo cambio di rotta, attuato solo ad un anno di distanza dal loro debut, è stato in qualche modo troppo avanti per i tempi e in un lasso di tempo breve: certo è che a distanza di ben quasi 29 anni "Universe" non perde la sua bellezza e il suo mistero intrinseco nelle note del concept, risultando sempre più affascinante e attuale forse ora più di prima. E' sempre composta dalla stessa formazione e dalla stessa casa discografica (Combat) nonché dallo stesso management e manager la squadra che realizza l'affascinante secondo album, segno questo dell'ampia fiducia che i nostri avevano in loro stessi e nei loro collaboratori. Team vincente non si cambia, si direbbe; nonostante la voglia di cambiare ed il coraggio di proporre un qualcosa di differente, di particolarmente audace. Nessuno si era tirato indietro e nessuno aveva mostrato segni di perplessità, tutti avevano appoggiato la scelta dei D.B.C. di proseguire la propria rotta pubblicando "Universe". Una forma di eclettismo ed estro, verrebbe da dire, quasi squisitamente canadese. Siamo, lo ricordo, nel 1989, l'anno in cui i Voivod proponevano al pubblico il complesso ed affascinante "Nothingface". La bandiera con la foglia d'Acero, insomma, svettava in alto fiera e mostrava al mondo - in misura maggiore e minore - quanto la sua scena potesse risultare in un certo senso avanguardistica (per la cronaca, gli stessi Voivod due anni dopo avrebbero stupito il mondo pubblicando lo spiazzante "Angel Rat"). L'eco di cotanta sperimentazione si diffuse a macchia d'olio, molti gruppi estremi, in effetti, stavano attuando sensibili cambi di rotta, atti a svecchiare il proprio essere; di lì a poco, il concetto di thrash metal sarebbe confluito (da parte soprattutto degli alfieri, delle band più rappresentative) in nuovi stilemi e nuove proposte, arricchite da suggestioni ed esperienze che nessun purista avrebbe mai accettato appieno. Dunque, in un discorso ampio ed importante, "Universe" fa la sua comparsa, in buona compagnia e dunque allineandosi ad una sincera volontà di battere ed intraprendere nuove strade. Non ci resta altro da fare che addentrarci nei meandri della galassia, per scoprirne e capirne totalmente i secreti di cui essa è custode.

The Genesis Explosion

Per andare a capire più nello specifico la sostanza dei D.B.C. basterebbe un ascolto della prima song che apre il disco, già dal titolo di per sé forte e colmo d'intenti: "The Genesis Explosion (L'esplosione della genesi)", le prime parole di questa track mettono subito le cose in chiaro al riguardo (The genesis explosion: Creator of expanding space/Compressed matter with the power to detonate/An infinity of nothing to expand/The genesis explosion: Creator of the human race). Ove prima i Nostri erano osservatori della società attuale e delle sue folli dinamiche, adesso sembrano (volutamente) staccarsi dal contesto contemporaneo andando alla ricerca di come tutto ciò che ci circonda sia potuto avvenire e generarsi, quindi partendo l'indagine dall'inizio della vita, dall'atomo al primo vagito d'esistenza pressoché umana, scavando a fondo in tutti quegli anfratti spazio-temporali, composti di elementi che hanno contribuito a dare forme più o meno vitali di tutto quel contesto che concerne appunto l'universo e le sue infinite leggi. L'inizio non può essere che freddo e spaziale con un incedere in crescendo dove la ritmica della chitarra risulta essere lineare ma quadrata, rimpinguata da un drumming a marcia diretto e preciso che accompagna le prime strofe; man mano la song si scuote spezzandosi in mille frammenti di una dinamica non lineare ma sussultante, a tratti schizoide, ricordando un mix strano e avvincente tra Voivod più sperimentali e un pizzico di Hawkind più attuali e più Heavy del solito. I riff lasciati aperti, i cambi repentini tra cadenze e accelerazioni nonché le poche note soliste della chitarra fredde e possenti, caratterizzano la song eil suo significato ed il connubio e quantomai azzeccato; d'altronde si parla della solenne collisione che ha creato il tutto passando dalla calma allo stridore dell'impatto, alla sua immensa potenza è alla nascita di un qualcosa che lascia la quiete del prima al caos del dopo. Significativo il finale nervoso con uno stop secco senza preavviso: è la genesi, la collisione in atto, ed è da qui che parte la storia ed il tutto, sia per la scienza che per il lavoro in questione.

Heliosphere

La seguente "Heliosphere (Eliosfera)" si mostra più solenne e a tratti sbarazzina, con una miscela letale tra parti cadenzate e ritmi più sostenuti e veloci, il tutto ragionato e con un suo perché. Non è lasciata al caso a sé stante la dinamica strutturale della canzone, dove sempre una voce robotica la fa da padrone scandendo le strofe con una precisione da far invidia al miglior orologio svizzero; qui si parla della nascita dell'umanità, dei nuovi nati, della vita... e quindi possiamo assistere a ben due assoli del fantomatico Oulette nella fase centrale del pezzo, il secondo dei quali su scala pentatonica con effetti volutamente espansi e note tirate e allungate per l'occasione. E' enormemente inebriante come la melodia vada a braccetto con le parole e a una disamina attenta e profonda, non possiamo che convenire che è proprio questo il particolare (sfuggito ai più al tempo, mea culpa anche del sottoscritto)e la forza del gruppo; quella di mettere la parola giusta intrecciata alla perfetta dinamica del suono scaturito i quell'istante. L'unico pianeta solare dotato di atmosfera, il regalo del sole che l'universo fa alla terra e quindi dell'energia cosi vitale da permettere una certa qual forma di vita (Only one planet in the solar system/Will receive the gift of life) e ancora (There is only one planet with an atmosphere/To support life between fire and ice)non può che essere evidenziata e rimarcata da una batteria fantasiosa e pulsante e da una ritmica varia a tratti pachidermica, ma con punte di nervosismo controllato. Qui tutto ha un ruolo, un perché e un obiettivo, proprio come la formazione della band che ora si divide i compiti (infatti Oulette si prende carico di tutta la chitarra solista mentre l'altra ascia Shaini si conquista tutta la ritmica con i suoi effetti cosmici). Il concept sta prendendo forma, una traccia che sembra davvero dipingere dinnanzi ai nostri occhi l'immensa potenza del sole, che con i suoi raggi riesce ad innescare tutta una serie di processi chimici i quali, una volta innescati, riusciranno a portare a compimento la prima fase della creazione: la genesi, i primi esseri monocellulari contenuti nell'enorme bacino idrico primordiale, lasciati lì a nuotare liberamente, finché proprio la natura stessa non permetterà loro di passare allo step successivo, l'evoluzione. Il sole continuerà a brillare, garantendo luce e rigogliosità a tutto il panorama naturale. Grazie a queste conduzioni, la vita potrà prosperare ed evolversi. Ogni cosa a suo tempo. 

Primordium

La band non si nasconde dietro a un dito e la grande perizia tecnica nonché la fantasia artistica dei membri viene fuori spesso e volentieri nell'arco del disco; come nella fantastica "Primordium (Primordiale?)", che a detta di chi scrive risulta senza ombra di dubbio uno dei punti più alti dell'intero LP. Che poi questa tecnica a tratti non sia espressa al 100% delle loro potenzialità (vuoi per una produzione forse non all'altezza o per altri milioni di fattori che possono influenzare al momento della stesura del lavoro i musicisti) è altra questione che abbisogna di altre disamine in altri luoghi: tuttavia, difendo ancora una volta determinate scelte, giudicando ineccepibili il coraggio e l'estro dei nostri. In "Primordium" si fa ancora un passo avanti verso il futuro e verso il nocciolo del concept, laddove le montagne ormai nate svettano toccando il cielo quando il mare e l'acqua, questa forma liquida che genera vita tormenta la terra donandole quell'amore prolifico che fa nascere il tutto (Mountains touch the sky/The winds intensify/Rock is turned to sand/The sea torments the land). C'è questa fertilità molecolare e la vita adesso più che mai può iniziare portata avanti fino a oggi dopo quattro milioni di anni attraverso sciagure, eventi, catastrofi umane e naturali con tutti i cambiamenti insiti dell'evoluzione (Rise from the sea/Four billion years of evolution/Changing life on Earth/Building better organisms).Sempre un ritmo sostenuto e più lineare accompagna il cantato di Darkin che dopo le prime strofe lascia spazio al sempre onnipresente estro di Oulette, il quale puntella gli accenti dei suoi legati nello spartito in otto battute; non manca il classico cambio di tempo energizzato come break centrale che fa da preludio alla rincorsa finale della track, la quale si chiude in maniera imperiosa con 3 accenti stoppati e precisi preceduti da un intreccio di note della chitarra solista che vagamente fanno venire in mente quelle pause cadenzate e accentate che sovente possiamo ritrovare in un certo Prog Metal di li a venire. Veramente questa "Promordium" è un piccolo gioiellino nascosto nelle note dell'album. Narriamo quindi le tempeste ed i terremoti, la potenza della terra, scatenata ed implicitamente dedita alla volontà della vita stessa: prosperare. Eventi catastrofici che non devono farci necessariamente paura, visto che questi continui cambiamenti porteranno il pianeta ad evolversi ed evolvere gli organismi su di esso già presenti. Da esseri monocellulari a creature molto più complesse, ormai in grado di far proprio l'ambiente circostante, cercando di adeguarsi a ciò che la natura ha da offrire. 

Exit The Giants

I quattro canadesi continuano a stupirci fissando come quarta canzone uno strumentale atipico e poderoso intitolato "Exit The Giants (Escono i giganti)" atta a creare un ponte tra la storia del concept e la musica dei nostri; è un passo importante nel prosieguo dell'album anche perché soventemente molte persone tendono a mettere in secondo piano un brano strumentale, soprattutto se riguarda un tipo di musica più estrema. In tal caso esso può lasciare il tempo che trova (per esempio un interludio di pochi secondi) ma questo non è il nostro caso: "Exit The Giants" consta di 4 minuti di pura freschezza spaziale colma di aggressività. Si parte con sospiri e rantoli degni di "2001 Odissea Nello Spazio", ma è solo un momento poiché in seguito la song deflagra in uno speed/thrash come i nostri sanno fare, ripescando quelle sonorità che avevano creato il marchio di fabbrica del loro Debut. La batteria di Saint Louis corre impazzita sui binari dell'agitazione mentre per la prima volta possiamo sentire finalmente il basso di Dakin in evidenza con il suo suono pieno e conforme alla dinamica strutturale; nel mezzo, poi, il break cadenzato e quasi doomeggiante è veramente d'impatto, dove una voce (di Shahini) non canta ma parla, ferale e fredda come una prosa salmodiata nel mezzo del caos e della vita che i "Giganti" stanno creando. Essi non sono altro che i feti di quella civiltà che si andrà a creare nel mondo... e perché no? Forse anche in tutto l'universo: l'uomo sta nascendo e i D.B.C. lo vogliono sottolineare forte e chiaro con questa track che esaurisce le ultime bordate con l'onnopresente assolo di Oulette, breve e conciso mentre gli altri riprendono il tema thrasheggiante portante del pezzo.

Rise Of The Man

Un attacco sottile e furioso che fa da preludio alla seguente "Rise Of The Man (Nascita dell'uomo)", canzone chiave e nodo cruciale che ci porta al centro del concept; la nascita dell'uomo e tutto ciò che ne consegue, lo sviluppo della vita e quindi la creazione non chimica ma naturale di quel che poi è la nostra esistenza stessa ancora oggi. Phil Dakin, autore del pezzo, non scrive in modo banale e leggero e non prende posizione circa la sua filosofia soggettiva del perché sia stato creato l'uomo e del suo senso; egli è come se si sedesse e osservasse tutto ciò che è successo al di fuori del contesto, raccontando la cronaca di una genesi in modo solenne e perentorio. Come tutti noi si pone delle domande (What is man?/Where did he come from to rule this planet earth?/Who crowned him king of his celestial throne?An honour sanctioned at birth) ma la risposta che scrive è oggettivamente brillante e condivisa dai più (The story of man is one of great success/A creature evolved to survive/From the simplest of organisms he was born/A complex and powerful mind will arise). Il messaggio è chiaro: non sapremo forse mai il perché di certi "misteri", la scienza può spiegarli in maniera oggettiva senza riuscire in toto a ricercare il cosiddetto "momento X". Tuttavia, in virtù della nostra cultura in ambito e delle scoperte effettuate, possiamo constatare quanto tutto sia stato un vero e proprio successo, un'utopia fatta realtà. Altra creazione a venire non sarà mai cosi grande e importante, così come la musica ad accompagnare le parole non è semplice e lineare. Ad un attento ascolto risulta uno dei pezzi più difficili da assimilare per molti fattori: non c'è un riff portante di riferimento, ma legati in contrappunto a ritmiche sempre diverse a rendere tutto fantasticamente sinuoso e glaciale, il 4/4 viene sempre spezzato da una batteria a dir poco folle che si erge ciclopica e rocciosa. Il mid tempo è sempre cantato da voce robotica e perentoria che come avrete capito ormai è un'altro elemento aggiunto volutamente all'interno della storia, per creare quell'atmosfera stordente e abulica. Non vi è l'assolo di chitarra come ci si aspetterebbe ma per il solo motivo che sarebbe una cosa in più, poiché la track gira bene così e dice tutto ciò che deve in questo modo; è un pezzo cruciale che conclude il lato a del platter e che non a caso viene inserito proprio in questo momento, dove la favola spaziale e ignota dell'universo tocca il suo apice evolutivo. 

Estuary

Giriamo il platter e la prima canzone del lato b ci porta a fare una riflessione importante e inconfutabile; l'uomo è nato in questo pianeta e in questa atmosfera con le sue leggi a volte dolci a volte crudeli, ma non vi è solo lui e non può fare a meno di certe indispensabili cose chiamate elementi, importanti per la sua sopravvivenza e quindi per il futuro dell'umanità. Ecco allora apparire certe necessità che l'umano capisce e comprende di farle proprie, domandole o in qualche modo controllandole, rendendole agevoli al proprio servizio e comodità. "Estuary", ovvero sia Estuario, il nome della song, non è altro che l'acqua,elemento fondamentale per la vita; un braccio di un fiume del quale l'uomo si accorge, capendo di non poterne fare a meno per rendere meno arida la terra, per nutrire quella flora che serve a saziare la fame e così via. Tutti necessitano di acqua, dalle piante agli umani, passando per gli animali. Il vero e solo elemento "principe", senza il quale nulla potrebbe mai avvenire. Verosimilmente a tanta importanza qui abbiamo dei ritmi sostenuti nella ritmica anche se il riff portante non risulta particolarmente nervoso ma sempre audace e scandito, mentre la voce effettata racconta di come gli esseri viventi si stanno organizzando nell' usufruire dell'acqua (Fertile river valleys/Cut through the burning desert sands/Men gather into cities/On the path that these sacred rivers ran Together man and water/Cultivate their still born lands). Tra cadenze e ripartenze, tra controaccenti dispari e mai uguali, tra cambi di tempo schizoidi e a volte lineari fanno mostra di se ben 3 assoli della sei corde vari e fantasiosi; i primi 2 alquanto simili su scala eseguiti a velocità sostenuta mentre l'ultimo più lisergico e appunto "liquido", forse una curiosa coincidenza dell'elemento trattato. Il tutto avviene mentre il mondo si sta organizzando, costruendo muri, migliorando la qualità della vita atta a una prosperità che va di pari passo con la natura. Perché tutto ciò avvenga in maniera semplice, sincronica e quasi perfetta, i soldati dell'universo hanno bisogno di seguire una piccola parola: La Regola. Ecco che allora si evince che il tutto può essere messo in atto con successo secondo regole prestabilite da seguire e rispettare per il sacro svolgimento di ciò che è vitale (Builder of the walls/Maker of the laws/Leader of the wars/Back inside his guarded palace/Ruler over all). Il suono dell'acqua che scorre alla fine della canzone non solo ribadisce l'importanza di questa materia liquida ai fini già citati, ma ambivalentemente la si può anche addurre al concetto di purificazione dei trasgressori delle regole nonché alla sua importanza nel lavare e levare le fatiche del lavoro svolto dalle persone per costruire con impegno il sorgere di una città sempre più efficiente. 

Humanity's Child

Altro acquerello pazzo ma volendo anche più melodico, almeno per quanto riguarda la strofa cantata, risulta essere "Humanity's Child (Il figlio dell'umanità)"; brano che nasce da intuizioni melodiche intrecciate di brevi battute con un incedere contorto ma al contempo logico e fruibile alle orecchie degli astanti. I D.B.C. non hanno mai avuto e non l'hanno certo adesso la linearità popolare della forma canzone strofa/ritornello/strofa/bridge/solo, ma la loro concezione di musica, anche se difficile sia nell'esecuzione che nella memorizzazione risulta vincente suadente e anche innovativa. Non è banale, non è comune e sicuramente non rischia di cadere nella noia commerciale nel senso lato del termine ma è un esecuzione che comunque riesce ad accattivare l'ascoltatore incuriosendolo e trascinandolo nei menadri delle atmosfere che solo loro sanno creare; tuttavia dopo 7 pezzi l'unica pecca risulta nel cantato, robotico effettato e monocorde ma quasi totalmente simile per interpretazione e tonalità tra un brano e l'altro, come se mancasse un po di fantasia o tecnica vocale. Certo è che Dakin quello che canta lo fa con pathos e trasporto, è sul pezzo e ci è proprio dentro ma una certa differenziazione nello spartito canoro risulterebbe più brillante e meno omogenea. Faccio questo appunto ora perché questa canzone veramente sarebbe potuta essere l'apice del platter anche per quanto concerne l'argomento trattato; l'uomo che ora si è organizzato assicurandosi la permanenza sulla terra domando gli elementi e conoscendone in prima persona il significato, si accorge che ha bisogno di protezione non solo per tutto questo bene della natura ma anche e soprattutto per se stesso. Ecco che allora biblicamente alza gli occhi al cielo e realizza che c'è ben altro oltre la terra abitata: ci sono le stelle e la loro perfezione allineata, c'è il sole energetico e la luna e chissà, si domanda, quante altre cose sconosciute e forse terre inesplorate. ha bisogno di conforto e protezione, ha bisogno di una sacralità o forse piu di una; da qui probabilmente i nostri tendono a farci capire che il culto del politeismo avviene per un esigenza atavica interiore e non solo per fantasia bugiarda e il teso ne è un espressione divina in tal senso (The stars are really gods in the sky/The sun is a chariot of fire/You must believe and not ask why) e ancora (Humanity is but a child/Looking for someone to lead him/Someone to protect his sacred lands that bathe and feed him).

Phobos & Diemos

Nella grande prosperità della vita che si evolve e che comunque genera sensazioni cosmiche e positive, l'essere deve fare i conti anche con sensazioni non proprio positive, quasi aliene se non di cattiveria pura atte a portare avanti un proprio fine personale e differenziarsi cosi dalla massa. Non è tutto rosa e fiori come la vita c'insegna e ci ribadisce pedissequamente, gli uomini non sono tutti uguali e benevoli nei confronti del prossimo ed è cosi che la forma d'intelligenza generale scaturisce nell'individualità, incarnandosi nel male che da sempre contrappone il bene. Lo yin e lo yang della stessa medaglia qui viene sciorinato grazie a "Phobos & Diemos", una canzone claustrofobica e malata nell'incedere e nell'atmosfera dove tutti gli strumenti sono perfettamente allineati nello scaturire un sound caotico primordiale meravigliosamente attinente al testo della song. La dinamica è caotica ma non fine a se stessa, con un bell'assolo al fulmicotone e reminiscenze thrash; laddove la voce non arriva a dare potenza alla nota, ci pensa la chiatta ritmica stratificata e pesante con riff spezzati e stop a go-go. Non delude l'atmosfera greve e anche la voce sempre effettata come venisse da un altro quando spaziale è azzeccata molto più che negli altri pezzi; si pensi a un corso di battaglie primordiali dove la ferocia e l'assenza di una coscienza interiore viene esternata allo spasimo, per conquistare un qualcosa di cui non possiamo fare a meno. D'altro canto qui c'è in gioco la permanenza sulla terra e tutto ciò che ne consegue,chi ce la fa oltre ad avere salva la pelle può abbeverarsi di tutti i beni preziosi e giati che ora l'uomo ha capito come domare e fare propri. (Weapons of stone and steel/Swinging like pendulums/Killing men with each pass/Time will tell what we'll become) è un manifesto nelle parole che non lascia adito a interpretazioni, ci avviamo alla fine della favola, a quell'universo infinito e pieno di misteri ancora da scoprire che forse non lascerà la gioia sperata nei cuori della popolazione. 

Threshold

In "Threshold (Soglia)" finalmente fa bella mostra di sé nelle prime battute il basso di Dakin, che invero in questo platter non spicca con tutta la sua potenza come avvenuto nel lavoro precedente; ci si ferma sempre su ritmiche granitiche e marziali in 4/4 con riff a zanzariera e batteria sempre psicotica e sincopata infarcita da "lanci" sempre a folle velocità ma ragionati, come se ogni tocco fosse incredibilmente calcolato. Tutto è atto a creare una fusione però più "sbarazzina" e meno seria con accordi più alti e note medie ed è curiosamente in in contrapposizione con il vocale, sempre a prosa, scandito e spaziale; i cambi di tempo sono numerosi anche qui ma si ha l'impressione che i nostri si adagino su partiture si complesse ma meno luciferine, forse a staccare un po' l'atmosfera nero pece che comunque permea più della metà dell'intero lavoro. Ci si sarebbe aspettati una canzone più "seria" in chiusura del disco, che verrà con la finale "Infinite Universe" ma essendo ormai addentro all'intero concept, onestamente mi aspettavo a questo punto un incedere ancor più feroce e lineare che a detta di chi scrive sarebbe stato forse troppo perfetto. Il vocale scandito a preghiera psicotica (We must take/Control of our fate/Before it's too late/We must educate the world/We need change/A fundamental redesign) narra di una presa di coscienza globale, un qualcosa che emerge da un illuminismo ancestrale che porta a un infernale cambiamento di rotta; non c'è vita senza evoluzione e quindi cambiamento, ma perché essa possa diventare verità necessita di sacrifici e coraggio, di guerre termonucleari condite con sangue, lacrime e distruzioni. Il paradosso della nostra intera esistenza, dopo tutto: capaci, noi uomini, di compiere straordinarie imprese quanto di distruggere in un secondo tutto ciò che con fatica abbiamo conquistato. Foreste bruciate, sangue innocente versato su campi di battaglia, rovina dell'atmosfera attraverso continue emissioni di gas tossici... tutto sembra recare in sé uno strano rovescio della medaglia, positivo e negativo al contempo. Nulla di buono è mai seguito da "troppo" di positivo, abbiamo sempre il manifestarsi del male, della rabbia, della distruzione. Un processo ormai naturale, insito nel nostro essere da che abbiamo modo di esistere. Dobbiamo perciò imparare dai nostri errori, capendo quanto possiamo essere realmente felici, vivendo tutti nel rispetto di casa nostra nonché reciproco. 

Infinity Universe

E  questa verità viene espressa nella finale "Infinity Universe (Universo Infinito)", vero e proprio apice del platter chiudendo una storia nella storia lasciando comunque l'immaginazione dell'ascoltatore alla sua fantasia, lasciando aperte tutte le porte di ciò che potrà accadere in un modo soggettivo e forse spiazzante. Nei o quasi 4 minuti di lunghezza il pezzo è un piccolo gioiellino per composizione e tecnica, per inventiva ed esecuzione e se non fosse per la modulazione vocale, che come ho ribadito in precedenza risulta a conti fatti monotona e monocorde sarebbe ancor più fantasmagorica. E si un pezzo lineare al cospetto di altri, ma non rinuncia a quell'atmosfera sorniona e ignota in apertura con effetti e riverberi in sottofondo da Star Trek e ascoltandola più volte si può intuire che le note sono tutte al punto giusto e mai fuoriposto. Dopo una constatazione di eventi e d'intenti (Boundaries just a memory/Mankind found peace in unity)a cui fa eco un legato su scala che si ripete e dopo un piccolo bridge scandito dalla batteria che da il tempo a seguire, deflagra in un'accelerazione di poche battute, spezzata da una cadenza con riff a zanzariera per poi riaccelerare ancora. Dalla metà in poi, fino alla fine e senza assolo, viene modulata con riff violenti e un basso pulsante, con note trattenute e allungate fino a fluire nel finale con una batteria sui piatti quasi jazzata.E' il giusto prologo per il viaggio verso l'ignoto e appunto l'infinito, laddove l'uomo nella sua sete di ricchezza e agiatezza ha rovinato in ogni qual modo il proprio ambiente con guerre e distruzioni; non è più possibile vivere in una terra dove non da piu frutti e non nutre più il fabbisogno di cui il popolo necessita. Ora più che mai si deve volgere lo sguardo altrove, al cielo e al suo cosmo infinito e ignoto, cercare un'altro posto da poter domare e fare proprio, un'altra terra dunque che forse non esiste ma che nella speranza dell'essere andrà ricercata tra le stelle, nell'Universo Infinito (To the stars/Prosperity/The galaxies/Our legacy/The universe/Infinity). 

Conclusioni

I D.B.C. chiudono così il loro secondo e ultimo capitolo, avendoci fatto immaginare un terzo platter che potesse continuare questa storia in altre galassie e forse anche in altri mondi, fantastici e pericolosi ma comunque avvincenti e curiosi, in grado di conquistare il nostro immaginario. Col senno di poi, mi verrebbe quasi da pensare a cosa sarebbe potuto succedere, se questi folli canadesi avessero continuato su questa strada. Avrebbero forse seguito le orme dei ben più blasonati Voivod, ricalcandone in qualche modo le gesta? Tutto avrebbe lasciato presagire un prosieguo del genere, dopo tutto. Come i conterranei, a distinguere i D.B.C. sono stati appunto degli inizi "selvaggi" seguiti poi da album più sperimentali ed in un certo senso spiazzanti; invero, l'evoluzione di Piggy e co. era avvenuta in maniera assai meno repentina e più intelligente, ragionata. Tuttavia, non possiamo di certo addentrarci nei meandri di paragoni "a posteriori"; quel che si evince, da questo "Universe", è la voglia di proporre un sentiero metallico decisamente particolare e sui generis, il quale avrebbe potuto sicuramente generare altri "figli", ponendo le nostre cellule morte sicuramente su di un piano alto del podio più "cult" ed underground. Proviamo solo a pensare a quanto l'universo possa effettivamente fornire materia prima, per concept come questo. Avremmo forse "rischiato" di addentrarci addirittura in territori "alieni", con i Nostri intenti a narrarci di universi fantastici, mondi paralleli governati da civiltà mai viste e solo dipinte dalla fantasia di un combo sugli scudi, in grado di dire e dare moltissimo alla causa. Tornando alla triste realtà, così purtroppo non è stato, per vari fattori... e i nostri si fermarono qui, sciogliendosi 2 anni più tardi (1991) tra lo scoramento del gruppo e il loro management; forse erano troppo avanti per quel tempo o forse semplicemente un pubblico poco avvezzo a cambi di stile non dette una seconda chance ad una compagine delusa da cotanto astio dimostrato nei suoi riguardi, chi lo sa o può dirlo con certezza. Certo è che il loro coraggio, se si ascoltasse come si dovrebbe la loro discografia dall'inizio, fa impallidire; da il primo disco speed e violento ad uno più ricercato sia come temi trattati che per quanto concerne la visione di arte musicale... forse è stato un passo troppo lungo in breve tempo e la difficoltà nei live di poter far convivere canzoni vecchie con le nuove risultò comunque difficile. Il pubblico della prima ora, molto esiguo, adorò questo nuovo modo di porsi, ma i vecchi fans voltarono le spalle e forse fu in primis questo processo di evoluzione la loro condanna; paradossale, se pensiamo al topic portante di "Universe", nel quale in un certo senso l'evoluzione come concetto viene lodato e posto alle fondamenta del tutto, della vita come della morte. Certo è che dietro ad un fallimento commerciale (ma certamente non artistico) ci sono e ci saranno sempre varie teorie, storie e invenzioni; la cosa certa è che i D.B.C. (tutt'ora attivi e riformatisi nel 2005 con superstiti Dakin e Shahini) ci hanno lasciato 2 dischi pregni di sostanza e nella forma, colmi di concetti, e ci hanno insegnato che avere coraggio ed essere sempre sinceri con se stessi e verso chiunque, arte in primis, non pagherà forse a livello commerciale... eppure, riuscirà comunque a farci stare meglio con noi stessi e con le nostre sincere inclinazioni artistiche, mostrando al mondo cosa voglia dire seguire il proprio "cuore musicale", senza porsi problemi o barriere di sorta. Nessuno potrà scalfire quel posto che i Nostri si sono conquistati all'interno dei cuori metallari, questo è certo. Una "meteora", dunque? Ai posteri l'ardua sentenza. Sta di fatto che di sostanza, nei due dischi dei D.B.C., ce n'è veramente ma veramente moltissima.

1) The Genesis Explosion
2) Heliosphere
3) Primordium
4) Exit The Giants
5) Rise Of The Man
6) Estuary
7) Humanity's Child
8) Phobos & Diemos
9) Threshold
10) Infinity Universe
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