DBC

Dead Brain Cells

1987 - Combat Records

A CURA DI
FRANCESCO NOLI
20/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

I D.B.C. (Dead Brain Cells) sono una band canadese di Montreal, Quebec, e anche se la loro discografia risulta essere scarna (solo 2 LP's all'attivo) non lo è certo la loro storia musicale; infatti, il nucleo primordiale si forma precisamente il 2 Febbraio 1986, come ricorda il batterista membro fondatore Jeff St. Louis: "formai il gruppo insieme al vocalist dave javex, che già aveva suonato con me in una scalcinata band senza troppe pretese chiamata vomit and zits. fu naturale chiamare dave alla voce, visto che ci conoscevamo sin dalla nostra infanzia anche se poi, in un lasso di tempo molto breve, con lui le cose non funzionarono". Le "Cellule" (cosi chiamate dai fans canadesi) suonano senza pretese se non solo con lo scopo di divertirsi e fare un po' di casino insieme al chitarrista Gerry Ouelette, anche lui vecchia conoscenza dell'underground metal canadese; come accennato prima, però, Dave Javex viene silurato (restano tutt'ora oscuri i motivi) e rimpiazzato da Phil Dakin, che oltre a prenderne il posto dietro il microfono ricopre anche il ruolo di bass player. La formazione così è al completo e i 4 possono dare vita a una forma musicale potente, veemente e veloce che mescola Thrash/Speed ma anche Hardcore, soprattutto per quanto riguarda i testi. In brevissimo tempo, da gang non professionista e caciarona si fanno un nome nell'ambiente musicale suonando praticamente ovunque gli sia concesso, attirando cosi l'attenzione della "Combat Records" canadese che gli propone subito un contratto (che i nostri accettano senza pensarci 2 volte), spedendoli subito in studio di registrazione senza tentennamento alcuno. Per far capire quanto i discografici credevano nei nostri ragazzi, basta leggere il nome del produttore che si occuperà anche del mix dell'album: sua maestà Randy Burns (già anche con Nuclear Assault tra gli altri), che aiuterà a partorire l'omonimo lavoro solamente un anno dopo la formazione della band, nel 1987! "Dead Brain Cells" è un album tritaossa che ben amalgama testi sociali crudi con la potenza e la velocità del sound della band, influenzata da giganti del genere (Nuclear Assault e Voivod su tutti) ma mostrando anche e soprattutto una personalità indiscutibile, soprattutto negli arrangiamenti di chitarra nonché nei solos. Capacità messe dunque al servizio di una proposta musicale posta - volenti o nolenti - in un panorama decisamente pieno di validissime "alternative". Siamo, come già detto, nel 1987: ed anche solo rimanendo nel continente americano, abbiamo a che fare con uscite del calibro di "Schizophrenia" (Sepultura), "I.N.R.I." (Sarcòfago), "Killing Technology" dei già citati Voivod, "Custom Killing" (Razor), "Among the Living" (Anthrax). Senza contare i grandi capolavori rilasciati appena un anno prima. Nella fattispecie "Reign in Blood", "Master of Puppets" e "Peace Sells...". Insomma, una panorama estremo che spaziava praticamente in ogni dove, andando ad accontentare ogni tipo di fans. Dalla brutalità degli Slayer al tecnicismo dei Megadeth, dai rimandi Heavy dei Metallica alla violenza senza quartiere di Sarcòfago e Sepultura. Difficile emergere, in un contesto in cui letteralmente bisognava farsi largo a gomitate. Pugni e calci che i DBC hanno saputo certamente tirare a dovere, accaparrandosi un posto di tutto rispetto nel cuore dei più arcigni thrashers. Notando velocemente la tracklist del loro omonimo debut, svetta immediatamente la durata assai esigua dei vari brani: il più lungo raggiunge un minutaggio comunque risicato (neanche quattro minuti), mentre tutti gli altri si assestano più o meno sui due minuti / tre minuti scarsi. Una particolarità la quale non può che ricordarci un altro gruppo canadese, gli sferraglianti Slaughter ed il loro capolavoro "Strappado" (contemporaneo di "Dead..."), seppur mantenendo le distanze. Lo stile di questi ultimi è di fatto improntato verso una cattiveria assai più Death che Thrash / Hardcore. Viceversa, i DBC optano per uno stile più classico e "manesco" alla maniera (per l'appunto) di un certo tipo di Hardcore. Il quale, lo ricordiamo, proprio in quegli anni conosceva il suo massimo splendore. Il 1987 non accolse infatti solo Thrash, entro le sue giornate. Al contrario, proprio in quegli anni gli Agnostic Front andavano a consolidare la loro grande fama, a suon di capolavori quali "Liberty and Justice For..."; senza scordarsi dei Cro-Mags e dei Bad Brains, che durante l'anno precedente avevano fatto sentire la propria, potentissima voce grazie al rilascio di "The Age of Quarrel" ed "I Against I". Carne al fuoco, dunque, ce n'era eccome. Sta ora a noi scandagliare a fondo "Dead Brain Cells", sviscerandolo attentamente in ogni dettaglio.

Deadlock

Potenza allo stato puro: questo risulta alle nostre orecchie evidente già dall'iniziale "Deadlock (Punto Morto)", prima traccia che apre l'opera in questione; l'incedere è quasi marziale con la batteria di St.Louis nervosa che nell'introduzione non crea un tempo lineare ma sincopato (da prendere con le molle questa parola associata al genere, cercando comunque di rendere l'idea, n.d.a.) ricco di rullate mai in fotocopia per poi lanciarsi in un tempo sostenuto ma dinamicamente sofisticato per quegli anni (ricordiamo che era pur sempre il 1987 ed il genere era nato da pochissimo) con la chitarra che tesse un riff sarcigno molto abrasivo e variegato. La voce di Dakin non risulta per niente acerba, modulata su un timbro medio con stile pulito ma aggressivo e personale molto vicino all'hardcore dei Minor Threat e compagnia cantante. Nonostante la breve durata della song (caratteristica di quasi tutti i 13 pezzi dell'album)possiamo trovare un solo veloce ma ispirato, stop and go terzinati con partiture cadenzate e una diteggiatura di basso a tratti esasperata: praticamente un bignami del THrash/Speed/Core! Se poi facciamo attenzione al testo che parla della disonestà dei leader politici padroni delle nazioni, accusati di creare guerre per arricchirsi ancor di più, va da se che che "Deadlock" risulta un sublime biglietto da visita per la guerra sonora a cui ci sottoporranno questi impavidi musicisti man mano che l'ascolto procede. Si parla dunque di "punto morto"; morto come le possibilità di giungere ad un compromesso, ad una soluzione che possa prevedere il bene comune. In un'aspra invettiva (sicuramente lanciata contro l'interventismo made in U.S.A.) rivolta alla guerra ed ai motivi per i quali quest'ultima è solita "esplodere", i DBC ci vanno giù pesante, non mancando di far sentire il loro punto di vista. Non v'è discussione o voglia di confrontarsi, assolutamente no: lo scacchiere è tristemente delineato, due nazioni in lotta l'una con l'altra, ognuna con le sue ragioni, naturalmente spacciate a vicenda come verità assolute. Ecco quindi che il proverbiale tavolo delle trattative viene "bruciato" e letteralmente gettato via dalla finestra. Il conflitto, dovuto da motivi puramente politici ed economici, divampa e non lascia scampo. Tutti sono in guerra contro tutti, a nessuno interessa seppellire asce o spezzare lance. Quel che conta è combattere, per salvaguardare i bisogni di pochi a discapito delle estreme necessità di popoli letteralmente annichiliti da cotanta inutile violenza.

Monument

La successiva "Monument (Monumento)" con i suoi 4 minuti di durata risulta essere la traccia più lunga dell'album e forse anche quella un po' più variegata nella sua forma; la struttura iniziale e poi di fatto anche quella portante si basano difatti su di un incedere "schizoide", omogeneo ma non lineare. Chitarra e basso stoppati accompagnano colpi di rullante in sequenza crescente, che dopo un classico stop & go andranno a formare la base della prima parte fino al primo assolo inaspettato, sciorinato all'improvviso appena dopo il primo chorus molto melodico e ispirato, seguendo la pentatonica portante dell'altra ascia ritmica. Da questo punto in poi la canzone prende un'altra piega facendosi più veloce e lineare, evolvendosi nel classico speed/thrash sostenuto con un secondo assolo invero meno ispirato ma d'impatto, per poi tornare alla trama iniziale e basilare della track. Il testo è riflette i vari aspetti dell'immortalità, se sia giusta o meno e se appunto il "Monumento" eretto in onore di un ipotetico Re deceduto con il suo impero possa in qualche modo farlo vivere nei secoli dei secoli se non fisicamente, almeno nella memoria di chi verrà (BUILD ME LASTING MONUMENTS/ETERNAL FORMS IN MY NAME). Un tema se vogliamo molto caro alla filosofia ed alla poesia di ogni era. Già Foscolo, nei suoi "Sepolcri", si chiedeva infatti se il sonno della morte fosse "men duro" se confortato dal ricordo, dal vivere "in eterno" perché ricordati nei secoli dei secoli. Un modo, quello di rivivere attraverso la grandezza del proprio operato, che - a quanto sembra - ha sempre funzionato, salvo rarissime eccezioni. Siamo dunque immortali? La risposta sembrerebbe sì, qualora il nostro ricordo fosse tanto forte e riecheggiante da renderci presenti e ben saldi nei cuori di migliaia e migliaia di persone sparse in tutto il mondo. Un ragionamento che potremmo, volendo, estendere ai grandi musicisti Rock e Metal prematuramente scomparsi: Cliff Burton, Bonzo Bonham, Bon Scott, Freddie Mercury. Non sono forse immortali? Non hanno per caso costruito, a loro volta, un impero fatto di emozioni, concerti indimenticabili, dischi in grado di segnare la storia (ancor oggi più attuali che mai)? Non è questo un modo vivere in eterno, fra le collezioni di dischi, nel cuore di ogni fan? Ogni Re è grande, quando è in vita. Bisogna vedere cos'accade subito dopo la sua scomparsa: c'è chi verrà ricordato per sempre, c'è chi sarà dimenticato poco dopo; ai posteri, l'ardua sentenza.

Lies

La seguente "Lies (Bugie)" mostra ancora una volta in modo nitido come i nostri prendano a piene mani dalla lezione dell'Hardcore americano nella sua forma più compiuta, sia nell'esecuzione della song che nel testo sempre ad appannaggio del profilico Dakin, in stato di grazia in questo periodo compositivo. La cosa che balza più all'orecchio è finalmente il suono di basso (che purtroppo nell'Heavy Metal in generale e in particolare nella decade ottantiana non viene messo in risalto da molti produttori e da molti gruppi, quasi fosse un riempitivo fastidioso che "purtroppo ci deve essere", se mi consentite la mia disamina), personale, slegato, lento e strascicato, il quale regge praticamente tutta la dinamica della song. Sembra di sentire il suono Voivodiano che verrà ( e quindi, particolare importante, non dei Voivod dello stesso anno) con una diteggiatura densa di classe e di gusto; hardcore si diceva, nella sua forma, con lo speed veloce e forsennato fino all'assolo di chitarra breve ma intenso che sovente doppia la nota creando un armonia atipica e schizoide. Dakin qui canta con un malcelato tono forse ancor più greve, conseguenza del significato del testo molto crudo e veritiero; sputando in faccia (o negli orecchi) tutta la falsità che i potenti ci raccontano, manipolando la storia e addirittura la verità per un arrivismo selvaggio a costo di vittime innocenti, non importa chi essi siano (Violent obsession - your lust for power Is killing people, doesn't matter who). Non ci sono compromessi, non c'è via di fuga, bisogna guardare in faccia la realtà e sapere comprendere tra le righe chi è nel giusto e chi no, chi sono le vere vittime e chi i carnefici (Your lies they buy, but in the end you'll die They'll see the hypocrite in you, it just takes time Lies, all you ever tell are lies) urla nel finale Dakin, dopo un altro assolo di Oulette più intricato e tecnico. Questa song forse, a parere di chi scrive, racchiude tutta l'essenza dei D.B.C. con la loro filosofia di vita... ma non è certo l'unica, come vedremo tra poco. Abbiamo comunque l'invettiva definitiva, l'anatema lanciato senza pietà alcuna e senza fronzoli, contro un potere cieco/sordo/muto, interessato unicamente al proprio tornaconto personale. Presto ci ribelleremo e riusciremo ad accaparrarci ciò che è nostro di diritto: la libertà. Niente più bugie, niente più menzogne... saremo liberi da questo sistema perverso, da questa macchina solo in apparenza ben congeniata e costruita. Una rivolta: l'unico, vero modo per abbattere il muro dell'inganno eretto da questi governanti privi di scrupoli.

Power And Corruption

Le "cellule" (così venivano chiamati al tempo, dai loro die-hard-fans canadesi), ormai incanalati in quell'esplosione di note sciorinate in faccia e nelle nostre orecchie con cattiveria sfacciata non accennano a placare la loro rabbia, racchiusa anche in un contesto socio-politico non proprio tutto rosa fiori per il Canada; emerge la semplicità con la quale i nostri, anche abbastanza ingenuamente, danno vita a soli 1:47 minuti di ferocia cieca altrimenti noti come "Power And Corruption (Potere e Corruzione)". Pezzo che, ancora una volta, come possiamo intuire dal titolo, si scaglia contro un sistema governativo e ideologico tale da opprimere la massa. Come al solito risulta essere un esplosione tra speed e hardcore ma qui i nostri alzano ancor di più il tiro risultando molto più veloci (ma non cacofonici) nell'esecuzione, puntando diritto al sodo, tagliando i soli di chitarra e mirando soltanto all'impatto di quel crudele sound che ben si sposa con le strofe del cantato; prova ne è che risulta difficile comprendere il testo almeno che l'astante sia quantomeno americano o non abbia il testo per leggere e comprendere. La canzone più furiosa ma forse anche la più semplice fino ad ora, risulta essere quella dalle invettive più chiare e nitide tanto che la band si dice disposta a sacrificare la propria vita pur di far finire questa egemonia dei potenti fatta di falsità e corruzione (I would give my life to end your reign Just let me see your corpse impaled) ed è ormai evidente che non possiamo più nascondere la verità ormai celata interamente agli occhi del mondo intero (Absolute power corrupts absolutely Can't take anymore of your oppression).Per la prima volta fanno mostra di sé i cori alla fine della canzone, che possono sorprendere al primo colpo ma che poi risulteranno un piacevole accrescimento nella dinamica della canzone, insieme alla chiusura più che degna la quale riprende il motivo della prima strofa cantato ancor più sofferente. Intelligentemente, quasi da condottieri scafati (ma ricordiamoci che questo è solo il primo album di un pugno di ragazzini poco più che ventenni) i musicisti piazzano un affresco strumentale atto a far tirare il fiato all'ascoltatore, nel bel mezzo di un LP che non deve e non vuole rilassarsi.

Tempest

"Tempest (Tempesta)" è una scialuppa di salvataggio in un mare più che tempestoso, un raggio di sole breve, tiepido e fioco tra un uragano impietoso che pietà non ha per nessuno; affiora un 4/4 cadenzato con un suono molto ombroso e peso ma al contempo delicato se messo a confronto con il modus operandi dei 4. Dakin può tirare il fiato e rilassare anche la mano, il suo basso segue con note portanti l'incedere della track che ha 2 intermezzi simili da marcia militaresca, laddove nel legato melodico di Shahini affiorano anche accordi puliti del mai tanto compianto Ouelette, vero genio dei nostri.

Public Suicide

Uno schizzo di colore su sfondo nero pece che riprende la sua tonalità greve già dalla seguente "Public Suicide (Sucidio Pubblico)", molto punk in tutte le sue forme ma anche molto curiosa per come viene sviluppata la composizione e la poesia melodica del pentagramma firmato D.B.C., sempre più sorprendente. L'attacco è da locomotiva in corsa apparentemente senza freni, lanciata su un binario che sembra morto fin quando il colpo di classe insito nella band crea una diramazione inaspettata e sorprendentemente piacevole: ritorna l'assolo di chitarra al fumicotone e le parti cadenzate tanto care al genere thrash/speed ma con nuovi ingredienti. Dicevo dell'approccio punk più che altro nelle liriche, ove solo 7 strofe si uniscono formando un testo allucinato e depresso: "Life's a game that I can't play/There's got to be a better way/I think I'll kill myself today/This is the end", verso più che eloquente che non lascia spazio ad interpretazione alcuna. Un suicidio causato da una vita pesante, un gioco le cui regole risultano alcune volte incomprensibili ed alcune volte eccessivamente rigide. Non abbiamo la forza di ribellarci, siamo stanchi, sconfitti dalla nostra stessa esistenza; l'unico modo per uscirne è quello di farla finita una volta per tutte. Un ultimo guizzo di dolore, e poi la pace. Nichilismo a fiotti per quel che riguarda il significato del breve testo, pregno di sofferenza e disillusione. Che sia veramente questo, l'unico modo per fronteggiare le atrocità della vita? Quando pensiamo che la song andrà a parare ecco l'illuminazione eclettica ed estasiante per chi vi scrive: un intermezzo che cresce con batteria a marcia militare dove un accordo pulito e melodioso (stessa nota divisa in 3 pennate) si adagia in un'atmosfera un po' surreale dove spicca il chiaro/scuro tra musica e testo. Se ci aggiungete che in tutto questo il basso di Dakin, con il suo suono potente e "slabbrato" s'inventa 10 secondi di mini/assolo quasi jazzato, forse (e dico solo forse) potete capire ciò che intendo; difatti è molto difficile riuscire a concentrare stili e influenze diverse cosi marcatamente atipiche in un contesto estremo e lo è molto di più se lo si riesce a fare concentrando il tutto in 2 minuti: su questo bisogna riflettere, poiché non è assolutamente una banalità! "Dead Brain Cells" chiude il primo tempo (lato a) proprio cosi, lasciandoci un po' sorpresi, quasi interdetti da composizioni che ad un ascolto superficiale sembrano banali ma che non lo sono affatto; ed anzi,racchiudono un approccio alla forma/canzone a tratti disomogeneo ma differente comunque alle milioni di bands (molte delle quali diventate anche famose) che si affacciavano al genere in quel momento.

Negative Reinforcement

Difatti il lato b si apre con un'altra canzone ("Negative Reinforcement - Rafforzamento Negativo") che pur vertendo su sonorità smaccatamente Thrash nella prima parte, ove i primi Exodus fanno capolino, si dipana nella seconda parte in uno speed/metal sfrontato e mordace, che dona una marcia in più alla song stessa; fin qui ho dato spazio alle chitarre e alla voce, al basso e alle sue soluzioni sempre ricche di inventiva... ma l'altra parte della sezione ritmica, in questo caso, gioca un ruolo se non più importante almeno complementare. E' un incedere sinuoso costellato di accenti sui crash e di rullate velocissime, andando a formare un percorso sinusoidale con chitarra a zanzara che lascia la nota lunga nel break centrale, per poi partire nel finale a rotta di collo con un up/tempo fulminante ma comunque che ben si interseca nella struttura portante. La voce, se si vuole, è ancor più sgraziata ma sempre pulita e non è difficile intuire che l'interpretazione che dona Dakin ricalchi e rafforzi il significato della storia qui raccontata (Fight for your right/They try to run your life/They think they've got the right/To train you like a dog/The game they play is called God); d'altro canto l'esprimere concetti come pensare con la propria testa, non farsi manipolare da nessuno, principalmente dalla Religione oppure ribellarsi contro certi dogmi che si nascondono nell'insanità intellettuale richiede una certa attitudine veemente e naturale. Attitudine che la band risulta possedere e padroneggiare in maniera pressoché perfetta. La rabbia tipica del Thrash, del Punk, generi notoriamente anti-sistema, la fanno in questo caso da padroni. Ecco dunque che sorge la violenza, l'invettiva, la voglia di ribellarsi, in antitesi con le liriche precedenti, pregne di rassegnazione. In questo brano i D.B.C. urlano e picchiano, dimostrando la loro volontà di pensare solo a loro stessi, non facendosi influenzare da alcunché. Religione, Stato... nulla. Solo loro, la propria musica, la propria vita.

Outburst

"Outburst (Sfogo)" non cambia di una virgola il prosieguo dell'album, se non che la canzone si può benissimo dividere in 3 sezioni tutte relativamente brevi; un'introduzione dall'andamento possente carico di metallo, dove tutti gli strumenti sono bene allineati, dove le chitarre tratteggiano la tematica portante di ciò che è l'essenza stessa del brano. Dopo il solito stacco accentato inizia la solita corsa sfrontata e animalesca per un brano forse meno appariscente degli altri, ma comunque carico del marchio di fabbrica "Celluloide" che i nostri stanno portando avanti, magari senza neanche accorgersene, capace di evidenziare un suono personale e quanto mai invasivo, scevro da cincischiamenti o battute d'arresto. D'altro canto essi hanno disseminato tra i solchi sprazzi di melodia e delicata armonia... come a dire che, se volessero, potrebbero anche fare gli zuccherosi! Ma grazie a Dio, non è questo il caso né il momento, poiché c'è una strofa da cantare a squarciagola e un refrain da urlare, da sputare quasi davanti ad un audience immaginaria ed attonita; assolo coinvolgente (questa volta a opera di Shahini), metrica tesa e veloce ma mai sgraziata che alla fine risulta essere pungente. Gli Exodus di "Bonded By Blood" ritornano a fare capolino come ancora gli immensi Discharge e Minor Threat nel cantato, ma questo non significa che i ragazzi abbiano esaurito le loro idee: parliamo comunque di un'influenza anche latente in chiunque la attinga, anche subconsciamente. Per la prima volta il testo della canzone può essere interpretativo nel senso che il soggetto può essere chiunque; non si tratta quindi di un'invettiva o di un pollice verso contro chi o qualcosa ma bensì di una disamina, un breve sunto di una conoscenza o di un incontro tra 2 persone (che comunque Dakin, per ovvie ragioni, descrive in prima persona quasi a essere lui il protagonista, visto il suo ruolo di singer). Un incontro non certo amichevole, tutt'altro. Lo "sfogo" avviene infatti contro un'altra parte decisamente detestata, resasi odiosa in seguito a comportamenti scorretti. Odiamo talmente tanto quel soggetto da intimargli di andarsene via subito, poiché egli od ella non hanno mai visto il nostro lato peggiore... il quale, si sta manifestando proprio in loro presenza. La violenza permea le nostre vene e siamo pronti per scattare in avanti. Insomma, liriche le quali, nella loro brevità, lasciano spazio ad un'interpretazione soggettiva... molto curioso questo tema che tra concetti, teorie e studi verrà riproposto poi sul secondo disco che andremo a trattare in seguito.

M.I.A.

La fantasia ancora una volta si avverte nella seguente "M.I.A.", che non ha nulla da invidiare a tante composizioni che in quell'anno (1987) saturarono il mercato; 4 tocchi di rullante e la chitarra è pronta a elergire il solito riff a zanzara quadrato e peso mentre una batteria instancabile e mai lineare rafforza gli accenti con dei "lanci" inaspettati, frenetici e schizoidi, i quali portano al chorus lievemente giocato su un cambio non di ritmo ma armonico in quanto i bicordi si fanno leggermente più ariosi: lo stop and go poi classico non risulta già sentito in quanto il maestro alla 6 corde Oulette s'inventa un legato doppiato, con suono nitido ma non pulito che riporta al ritornello. Ma il l'asso nella manica arriva di lì a poco quando il ritmo viene dimezzato per una cadenza coi fiocchi e le corde di chitarre tracciano punteggiature dal gusto... mediorentale! Potrebbe sembrare pura follia, ma non è affatto cosi: poiché anche se qui il cantato non azzanna come nelle altre canzoni ma al contrario la voce risulta più pulita, il perché ed il senso di queste note inusuali vengono svelati ascoltando le parole (Delivered by night to a foreign jungle/Fighting a war you don't under stand... you're better off dead than captured alive/Ambushed at night, a bloody massacre), parole che s'ispirano alle guerre (o meglio ad un'azione che può capitare in guerra). Nello specifico, il conflitto di cui parliamo in questo brano risulta essere quello del Vietnam, uno dei più sanguinosi ed insensati mai combattuti dagli Stati Uniti. Pensiamo dunque a centinaia di giovani soldati statunitensi, persi nelle foreste vietnamite, braccati dai vietcong; avversari crudeli e privi di scrupoli, sanguinari e determinati a cacciare l'invasore occidentale dalle proprie terre. Di contro, pensiamo a quanti civili vietnamiti furono ingiustamente trucidati per via dell'interventismo U.S.A. : una guerra che non ha mai avuto vincitori o vinti, solo tanti, troppi sconfitti. Come detto a suo tempo, l'idea di narrare dell'atroce conflitto venne direttamente dal batterista Saint Louis, che se anche non compose il testo dette l'idea dell'argomento, parlando col resto del gruppo in fase di composizione.

Terrorist Mind

"Terrorist Mind (Mentalità Terrorista)" è la canzone che non ci si aspetta, non almeno da questo gruppo e in questo scenario sonoro... eppure i Dead Brain Cells la piazzano lì coraggiosamente, senza pensarci due volte. Proprio perché, come già espresso svariate volte nelle loro interviste di allora, i Nostri hanno sempre voluto fare ciò che volevano e sentivano, spinti da quel senso di ribellione che questa musica comporta. Qui, infatti, la velocità viene bandita e fa posto a un incedere lento, ossessivo e claustrofobico; non siamo nel doom nel senso pieno del termine ma comunque la song è volutamente lenta con bei riffs di chitarra e batteria dinamica ma che, a conti fatti, risulta inusuale e non rispecchia i tipici canoni della band. La voce si staglia imperiosa e sicura comparando la mente di un terrorista a una macchina assassina, la quale non fa domande e non si chiede del perché delle proprie azioni, è amorale e priva di vita (The terrorist mind is like a machine/He'll do it - no questions are asked). Il terrorista ha bisogno di uccidere anche in modo vile, perché cosi gli è stato ordinato (Car bombs, hi-jacks/Shooting people in their backs/Kidnap, bomb threat/You make demands you'll never get). Scene di autentica follia, nelle quali vediamo descritte le tipiche mosse di un assassino: macchine truccate appositamente per esplodere una volta messe in moto, sparatorie improvvise nel bel mezzo di una strada affollata, rapimenti... bombardamenti insensati, attentati suicidi in cui lo stesso terrorista muore, portandosi con sé troppi innocenti. Una song quasi narrata, dove il rantolo posto dopo la breve introduzione a inizio canzone è un preludio all'orrore infinito portato da chi ha scelto di fare della propria vita questa infame professione. In chiusura viene posta un'accelerazione furibonda, dove Dakin vomita tutto il suo disprezzo e la sua sofferenza verso tale scempio. Lo sfogo finale dei D.B.C. contro questo inutile gioco al massacro, questa strategia del terrore la quale ha costretto milioni di persone a vivere nella paura, ad avere timore anche compiendo le più semplici attività: una passeggiata in centro, una visita in un centro commerciale, andare allo stadio...

The Vice

Con "The Vice (Il Vizio)" si ritorna a quel caleidoscopio di note, armonizzazioni, melodie e digressioni sotto i 2 minuti che solo chi ha un abilità spiccata in fase di esecuzione e chi mastica arte ogni secondo può mettere in pratica, con partenza a mille e stacco fantasioso di batteria in 2 battute; susseguentemente la seconda strofa, il bridge viene evidenziato dall'ammutolirsi delle chitarre che lasciano spazio a un virtuosismo di basso di 2 giri di durata; quest'ultimo così letale, tecnico e virtuoso da lasciarci ancora una volta attoniti! Un piccolissimo flash di solo prelude a un rallentamento cadenzatissimo seguito da un'altro ancor più ombroso, per poi chiudere con una leggera corsa dove ancora basso e batteria fanno ben mostra di sé con le loro svisate: una sezione ritmica paurosa in quanto ad estro e tecnica. Sono anche i versi e il significato delle parole che richiedono una certa atmosfera, in quanto versi come il seguente "Hai la vita incasinata e ti senti solo e depresso, il tuo uomo lo sa ed è pronto a colpirti proprio quando sei così, ti offre il veleno che inietti nel sangue ma non ti basta, ne vuoi di più, ma siccome non è gratuito sei pronto a venderti anche l'anima" non lasciano spazio ad alcun dubbio: una canzone chiaramente contro la droga ed i suoi effetti, cruda e terribile. In particolar modo, sembra che i Nostri si scaglino principalmente contro l'eroina, all'unanimità considerata la peggiore delle droghe (come anche più volte sostenuto da Lemmy, in diverse interviste e nella sua autobiografia). Consiglio vivamente la lettura del breve testo di questa song, perché ad oggi forse ancor più attuale di 30 anni fa. Versi non certo lunghissimi ma carichi di intenso significato, capaci senza dubbio di condannare e mostrare gli orrori comportati dall'abuso di determinate sostanze.

Trauma X

Siamo quasi agli sgoccioli di questa piccola gemma indimenticata che si annovera nell'underground metallaro da conoscere, e le "cellule" piazzano ancora altri 3 minuti (e quindi si ritorna alla forma canzone canonica) di puro Heavy Metal con la loro "Trauma X", perlopiù cadenzata se non rallentata. Tirano un po' il freno i Dead Brain Cells, ma non disdegnano classe e inventiva; infatti si viaggia su ritmi lenti dove la voce è quasi un parlato dal tono perentorio e solenne, con incisi di basso che formano la melodia poi ripresa in note e doppiata dalla chitarra solista. Laddove richieda un cambio in modo esplicito, la canzone prende forma in un Heavy perentorio con partiture di batteria lineari ma efficaci, che sostengono la track donandole verve e groove: è il giusto anti-epilogo di un lavoro istintivo e cerebrale ben proporzionato tra le due parti. Questa song risulterà importante in divenire poiché getterà le basi su ciò che verrà, ovvero il secondo disco dei canadesi (che s'intitolerà "Universe" e che andremo a trattare successivamente), il quale altro non sarà che un semiconcept riguardante l'universo e le sue leggi fisiche; ciò che rafforza anche la mia tesi è il testo, come sempre riflessivo, incentrato più che altro sulle catastrofi che potenzialmente possono minacciare le città e il nostro stesso mondo. Ritorna il tema della guerra ma qui visto dal lato della natura e non più in prima persona, con i sentimenti umani che ciò ne consegue. L'inizio pone già le cose in chiaro (Anger displaced to the innocent Bashed head, almost dead, breathing low) e vede i nostri schierarsi dalla parte dell'ambiente pur non essendo ambientalisti, ma facendo uso del buonsenso e dell'amore per la terra che ci ospita.

Final Act

Giungiamo cosi alla fine del prodotto, la quale non poteva che intitolarsi "Final Act", l'atto finale di un mix di stili differenti, tra Heavy/Thrash/Speed/Hardcore piacevole, curioso e divertente. In molti si sarebbero persi tra le varie influenze dei singoli membri, tutti con background e ascolti dissimili ma comunque proiettati nell'esecuzione all'uniscono, con lo stesso intento e con la stessa attitudine. "Final Act" racchiude i cromosomi di ciò che poi saranno i Dead Brain Cells in futuro, ovvero un gruppo che sorprenderà tanto per musica quanto per concept. Le chitarre sono sempre grevi ma con un suono decisamente e piacevolmente distorto, l'esecuzione è puro Heavy Metal anche se con qualche influenza sulfurea mentre la batteria è lo strumento in evidenza su tutta la traccia; tutti gli stop & go partono da lei e si ritaglia la giusta attenzione nella fase centrale della canzone sbandierando rullate continue mai fuori tema. L'assolo ad opera di Oulette risulta essere ordinario ma non privo di enfasi mentre il basso risulta sempre presente pulsando in modo rodinario e preciso. L'atmosfera della devastazione in un posto triturato e decadente,le città distrutte e dimenticate tra le terre fertili ormai contaminate, sono il soggetto della song stessa che va a rafforzare il sentimento della track precedente, ovvero quel prendersi cura della propria terra e quindi delle proprie vite. Sprecando le varie risorse, distruggendo il nostro pianeta, potremo mai assicurarci un futuro roseo? Ovviamente, no. I Nostri lo sanno bene, e dunque ci invitano a rinunciare al ruolo di carnefici di noi stessi, cercando invece di tramutarci nei salvatori della nostra stirpe. Fare attenzione a cosa e chi ci circonda, trattare il nostro pianeta con il rispetto dovuto... questa, è la strada da intraprendere. Sono 3:30 minuti di tutto ciò che è l'essenza dei D.B.C.,una commistione di stili ma con lampi geniali senza essere dei virtuosi.

Conclusioni

Siamo dunque giunti alla definitive conclusioni, amici lettori. La fine di un piccolo viaggio lungo i solchi di un disco forse sepolto dalle sabbie del tempo, ma mai confinato sotto strati troppo fitti, per essere raggiunti., Di certo, e questo è sotto gli occhi di tutti, i D.B.C. non poterono, possono e potranno mai vantare una fanbase solida come quella di Metallica e Megadeth. Eppure, come credo di avervi fatto capire, parlandone in toni decisamente attenti ed indagatori, "Dead Brain Cells" non è certo un prodotto da relegare in un angolo solamente perché "non famoso". Tutt'altro: siamo al cospetto di un'autentica gemma dell'underground canadese, di un album che per forza di cose non è riuscito ad entrare prepotentemente nella storia. Un album che, nonostante tutto, ha recitato la sua parte in maniera egregia, dimostrando la veridicità di un detto quanto mai calzante, in questo senso: non vi sono mai piccole parti, solo piccoli attori. Tutto anziché piccoli risultano questi ragazzi di canadesi, una band di poco più che ventenni già alle prese con uno stile personale ed intrigante, mai noioso o banale. Anzi! "Dead..." dimostra i suoi punti forti traccia come traccia, piazzando a mo' di sorpresa continua il palesarsi di stili ed influenze disparate, lampi improvvisi ben disseminati lungo un minutaggio non certo ciclopico (appena 33 minuti) ma comunque denso, pieno di spunti interessantissimi. Mai un calo di tensione, mai banalità. C'è da dirlo, i quattro canadesi non sembrano nemmeno pagare troppo lo scotto dell'età: certo, giovanissimi... eppure sfrontati e decisi come autentici veterani, seppur il loro sound poteva essere ancora migliorato e risenta in alcuni casi di qualche inesperienza "di troppo", fra mille virgolette. D'altro canto, ci può stare. Stiamo pur sempre parlando di una band all'epoca giovanissima, non ancora in grado di sfornare un capolavoro autentico e genuino. La loro crescita sarebbe di certo avvenuta, lo scopriremo a breve; per il momento, possiamo tenerci stretto questo "Dead Brain Cells", che riesce nell'intento di farci (non solo) riscoprire una perla della scena canadese che fu, ma anche adempiendo la missione consistente nel rendere giustizia ad una compagine che avrebbe sicuramente meritato un destino differente da quello al quale è andata (ahinoi) incontro. Per questo e per tutti i motivi enucleati nel corso della recensione, si può promuovere l'omonimo debutto dei "Dead Brain Cells" a voti più che alti, rimarcandone l'estro, la potenza e la rabbia posti così saldamente alle sue basi. Con questo disco i Canadesi si fecero conoscere in tutto il paese e anche in America, mostrando i denti e la stoffa anche durante i live, mediante il tenersi di infuocati concerti che grazie alla brevità delle canzoni potevano sfoggiare quasi tutto il repertorio in una mezz'ora o poco più; la validità del progetto a dispetto di una critica giornalistica non sempre lusinghiera nei loro confronti, valse la firma sul secondo contratto discografico, sempre su "Combat..." (allora un colosso tra le etichette misto indipendenti del genere) che vedrà partorire una piccola gemma che resterà ahimè nell'underground, controversa forse ma con un suo perché. Comunque, come si suol dire, questa è un altra storia... che andremo presto ad esaminare! Nel frattempo, rimettiamo sul piatto questo tellurico debutto, e facciamolo girare come si deve. Se non altro, per rendere definitiva giustizia a quel che abbiamo ascoltato qualche istante fa: un disco carico di personalità, talmente carico da poterne vendere. O prestare, che dir si voglia. Sta di fatto che "Dead..." rimane a pieno titolo uno dei platter underground più sottovalutati di sempre, un lavoro decisamente sugli scudi che avrebbe meritato tutt'altro tipo d'attenzione, rispetto a quella effettivamente ricevuta. Un consiglio, amici lettori: fatelo vostro, se potete. Acquistatene una copia e custoditela gelosamente fra la vostra collezione. Di sicuro, non sfigurerà; anzi, potrebbe anche far capolino di quando in quando, chiamandovi all'ascolto anche più di una volta, chi lo sa...

1) Deadlock
2) Monument
3) Lies
4) Power And Corruption
5) Tempest
6) Public Suicide
7) Negative Reinforcement
8) Outburst
9) M.I.A.
10) Terrorist Mind
11) The Vice
12) Trauma X
13) Final Act