DAVID BOWIE

The Man Who Sold The World

1970 - Mercury Records

A CURA DI
VALENTINA FIETTA
12/01/2013
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

I primi due album del Duca Bianco, anche se ottennero uno scarso consenso, avevano  di fatto rivelato le potenzialità di questo artista. Ora David Bowie si ritrova all'inizio degli anni '70, in una situazione artistica ambigua: la sua creatività magmatica scalpita per emergere  stenta a trovare una strada che gli garantisca il successo. E' proprio in questa temperie umana che l'artista incontra due personaggi chiave, per questo album, e per molti a venire: Tony Visconti e Mick Ronson. Il primo diventerà  il produttore di  questo suo terzo album “The Man Who Sold The World” e di alcuni dei suoi più importanti lavori futuri; il secondo, con la sua chitarra, sarà il cuore di quello che, di lì a poco, diventerà il gruppo di Ziggy Stardust: gli Spiders from Mars.  Tornando al disco, The Man Who Sold The World venne pubblicato negli USA nel novembre del 1970 e in UK nell'aprile del 1971, ed è il primo lavoro in cui veramente si esprime appieno l'intero mondo musicale ed artistico Bowieano. E' un viaggio psichedelico ed elettrico, dolce e violento, sognante e angosciante nelle fantasie, nella pazzia, nell'incertezza etica: è un susseguirsi di paesaggi musicali indefinibili. Bowie stesso dichiarò in un’intervista " Con The Man Who Sold the World volevo lavorare in una specie di strano microcosmo da cui l'elemento umano era stato escluso, dove si aveva a che fare con una società tecnologica. Quel mondo era un territorio sperimentale in cui poter fare cose pericolose senza che nessuno corresse troppi rischi, a parte i rischi delle idee”. Ecco quindi il filtro con cui ascoltare il disco: ampliare la propria prospettiva esplorando un microcosmo ricolmo di sfaccettature, senza essere legati ad alcun tipo di stilema classico. Nonostante i testi siano meno autobiografici di quelli di Space Oddity, il materiale sembra risentire dei turbamenti che affliggevano il suo mondo personale durante il 1969: la morte del padre e soprattutto il peggioramento della salute mentale del fratellastro Terry Burns, affetto da schizofrenia. Dal punto di vista strettamente musicale non deve sorprendere quindi che l'album presenti un carattere piuttosto sinistro e inquietante, rispecchiando le tematiche di paranoia, cinismo e depressione. Per fare un altro confronto da un punto di vista del sound con gli album precedenti, direi che mentre in questi aleggiavano atmosfere prevalentemente folk e acustiche, qui avviene una deviazione negli arrangiamenti: anche se alternati ad atmosfere più dolci e malinconiche, le frenetiche chitarre  e la matrice hard rock fanno di The Man Who Sold the World uno degli album più duri di Bowie. Cerchiamo ora di entrare a contatto con questa “realtà-parallela ma mai cosi vicina a noi” che Bowie abilmente ritrae.



La prima track “The Width of a Circle” inizia con una malinconica intro, affidata ad una chitarra acustica e ad una elettrica, che ci introduce poi al brano vero e proprio: musicalmente si tratta di un vero e proprio capolavoro, sorretto com’è dalla notevole sezione ritmica di Tony Visconti e Mick Woodmansey ed arricchito dalla fulminante chitarra di Mick Ronson. Da un punto di vista prettamente semantico il  brano si apre con lo stesso rifiuto delle dottrine e dei guru che Bowie già aveva espresso in brani come  Cygnet Committee, dopodichè affronta il primo di una serie di incontri, diremo allegorici che confermano come Nietzsche sia il suo mentore filosofico: stesso viaggio nella profondità personale ed emotiva dell’uomo, stesse visioni al limite dello schizofrenico, stesso temperamento desideroso di lottare contro il male mantenendo la propria integrità “Then I ran across a monster who was sleeping by a tree, and I looked and frowned and the monster was me” (Poi m'imbattei in un mostro che dormiva presso un albero, lo guardai e mi accigliai ed il mostro ero io.) Il tema della follia è caro da sempre a Bowie, che qui lo sviscera col la seconda track “All the Madmen": si narrano  le sofferenze dei malati, emarginati dalla società, e l’artista sembra  schierarsi al loro fianco, confessando che preferirebbe rimanere rinchiuso tutta la vita con loro, piuttosto che restare con coloro che vagano “fuori” pensando di essere liberi, schiavi invece del consumismo sfrenato della società.  Ancora una volta una dichiarazione di merito per chi ha il coraggio di essere diversi. Il pezzo si apre con una successione di bizzarre parole bisbigliate ed esplosioni di chitarra rock mentre la schizofrenia musicale dell'arrangiamento è affiadta a Mick Ronson che suona chitarra e il sintetizzatore. Un brano ben riuscito, anche se a tratti troppo denso ,quindi commercialmente poco appetibile. Il debito con l'hard-rock funambolico di Cream e Led Zeppelin è saldato nei riff di "Black Country Rock", la terza track del disco. Nella sostanza siamo di fronte ad un brano sorprendentemente allegro che parla di viaggi on the road e la cui atmosfera generale somiglia a quella di un brano dal sapore country. Onestamente dopo i due brani precedenti rischia di stonare un po’ o comunque di apparire fuori luogo, ma resta un pezzo assolutamente piacevole all’ascolto. La quarta canzone, "After All" , rappresenta la prima cesura forte del disco: si tratta in effetti di un pezzo che si allontana dalla matrice di rock sensuale e ispirato, iniziando solo con la voce di Bowie e una chitarra folk, mentre la sezione ritmica e la linea di basso entrano solo in un secondo momento. Si potrebbe dire che ascoltiamo una sorta di valzer denso, uggioso e malinconico con un testo che esplora i consueti territori della prima produzione di Bowie, paranoia, isolamento, ecc ecc. Si prosegue con ”Running Gun Blues“  una canzone-protesta alla Bob Dylan che riprende una tematica cara all’artista: quello dell’alienazione e della follia dei soldati una volta rientrati dalla guerra; la difficoltà del re-inserimento in società. Nel testo Bowie assume le sembianze del soldato e per rendere al meglio l’impatto stridente tra immaginazione- ricordo-esperienza fa largo uso del falsetto, accompagnato in alcuni frangenti dell’armonica. Il risultato è uno straziante e intenso manifesto antimilitarista. Col suo ricco arrangiamento quasi orchestrale e l'inizio sfumato in stile cinematografico, “Saviour Machin” e si pone invece in una zona intermedia tra l'impostazione da canzone di protesta che aveva caratterizzato l'album (e la traccia) precedente e la fantascienza assolutistica che emergerà nei dischi successivi. Saviour Machine è nei fatti un racconto: per tentare di salvare l’umanità dai suoi governanti corrotti e malvagi, un uomo affida le sorti dell’umanità ad un super computer che, però, come nel classico di Kubrick “2001: Odissea nello Spazio”, risalente a 2 anni prima, finisce per ribellarsi al suo creatore. Siamo di fronte ad 4 minuti ben architettati, in particolare merito va alle sezioni ritmiche di chitarra e basso  che sono ben intrecciate strutturate (alcuni riff mi ricordano un po’ lo stile dei Black Sabbath). "She Shook Me Cold "è la settima track del disco che si apre con la distorta chitarra blueseggiante di Mick Ronson e mantiene per tutta la sua durata un incedere che ricorda abbastanza bene il sound dei Cream. Cè da dire che in un periodo in cui i Led Zeppelin e i Black Sabbath anticipavano quello che di lì a breve sarebbe stato l'hard rock e l'heavy metal, l'assolo di chitarra di Mick Ronson risulta molto incisivo, pur mantenendosi nelle linee generali di matrice seventies. Questo approccio prog rock   mi pareva l’unica specificità doverosa da  mettere in luce del brano, perché nella sostanza  si tratta di 4 minuti che altrimenti non sarebbero identificabili con la produzione di Bowie. Eccoci quindi arrivati all’essenza del disco, la title track, “The Man Who Sold The World”- ma cosa significa? Avete già  sentito questa canzone, sicuramente. Musicalmente è il consueto capolavoro, sostenuto da una linea di basso meravigliosa e da una tastiera malinconica, quasi evanescente. Conoscete il modo in cui le note si muovono su e giù, proprio allo stesso modo del personaggio del testo, che cerca di essere un’abile arrampicatore sociale. In qualche modo, ascoltando il pezzo, si ha familiarità con quei  testi criptici, paradossali eppure cosi veritieri. In un album che si occupa in modo così esplicito del distacco di un individuo dalla sua anima, questo pezzo inizia ad avere una sorta di senso edificante. Forse (ipotizzo), questa canzone si svolge su una scala più ampia: si tratta dell'individuo incontra la propria umanità. Viviamo e moriamo, questo è un fatto, ma abbiamo sempre la scelta di abbracciare quella “humanity”. Bowie sembra dire: se non avete ancora conosciuto l’umanità dentro di voi è perché siete troppo impegnati con i tabù religiosi o coi  regolamenti sociali o coi conflitti di vario genere, che dimenticate la vostra essenza. Ecco svelato l’arcano del titolo quindi: non possiamo svendere il mondo (restare legati alla materialità delle cose) pensando di guadagnare la libertà della nostra anima. Credo sia per questo che negli anni ’90 del grunge Kurt decise di fare una cover di questo pezzo: in qualche modo ne condivideva il messaggio introspettivo e generazionale. In chiusura troviamo il pezzo “The Supermen” , un ritorno alle tematiche nietzschiane trattate nella prima traccia dell’album (una sorta di cerchio che si chiude, dunque): qui si parla infatti -come dice il titolo stesso- dell’uomo che, incapace di rassegnarsi ad essere imprigionato in questo mondo e nella sua falsa morale, tende invece all’infinito, ad elevarsi dal mondo e ad assurgere al livello di superuomo, in una drammatica sfida col mondo, ma prima di tutto con se stesso. Musicalmente niente di innovativo: colpisce l’intro intrecciato di batteria e basso accompagnato dai densi cori, ma poi il pezzo è piuttosto ripetititivo mentre la voce del Duca Bianco rimarca tonalità quasi folk simili ai dischi precedenti. Dunque niente di eccezionale, forse sarebbe stato meglio chiudere con la title track.



Concludendo, The Man Who Sold The World è un disco che presenta sicuramente un passo in avanti in termini compositivi  e di maturità stilistica per David Bowie. Visto il talento dell’artista anche nel comporre pezzi più mainstream possiamo dedurre che in questo momento l’interesse di Bowie fosse completamente assorbito dallo sforzo di elaborare una propria solida dignità artistica. Gettando le fondamenta non solo per le sue evoluzioni successive, ma per gran parte degli sviluppi futuri del rock moderno, l’album (azzardo) finisce per diventare l’album “proto” per eccellenza: possiamo individuarvi germi proto-metal, proto-glam, proto-grunge, proto-punk, proto-new wave ecc... insieme ad un originale assorbimento delle intuizioni del periodo precedente (un deforme incrocio tra Beatles, Cream, Kinks, Jimi Hendrix e qualcosa di magico a noi sconosciuto).  “The Man Who Sold The World” è un disco che è stato imitato e aggiornato all’infinito ma mai ripetuto, mai ricreato nella sua perenne, insana freschezza. Decisamente la prima pietra miliare della leggenda Bowie.


1) The Width of a Circle
2) All the Madmen
3) Black Country Rock
4) After All
5) Running Gun Blues
6) Saviour Machine
7) She Shook Me Cold
8) The Man Who Sold the World
9) The Supermen 

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