DARK TRANQUILLITY

Yesterworlds

2009 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
24/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione recensione

Dopo il doppio appuntamento dedicato ai formidabili svedesi At The Gates è giunto il momento di tornare a parlare della ricchissima discografia dei connazionali ed altrettanto importanti Dark Tranquillity. Possiamo definire, a tal proposito, il 2009 quale l'anno delle compilation per la band di Stanne e compagni. Nel giro di soli otto mesi, infatti, per la precisione da febbraio ad ottobre, uscirono ben tre raccolte di pezzi, tutte rigorosamente edite sotto la preziosa supervisione di Century Media Records, con le quali il gruppo volle omaggiare i propri fan per il sostegno e per l'affetto mostrati nei primi due decenni di folgorante carriera, (ricordiamo, inoltre, che risale a quell'anno pure il rilascio del monumentale doppio live "Where Death Is Most Alive", registrato il 31 ottobre del 2008 a Milano). In un periodo non particolarmente brillante a livello compositivo, i DT decisero, così, di esplorare sentieri nuovi, alcuni dei quali decisamente affascinanti e meritevoli, altri assai meno. Operazione nostalgia certamente gradita a molti, (non scevra, per di più, dall'assicurare ulteriori introiti commerciali), ma non esente dal palesare qualche ombra. Innanzitutto va segnalato come, proprio a partire da questo momento, la discografia del gruppo scandinavo abbia smarrito, quasi completamente, quei caratteri di linearità e di regolarità lungo cui si era, sostanzialmente, sviluppata nei primi tre lustri di attività, (benché essi fossero già parzialmente sbiaditi con il sopraggiungere del terzo millennio). Strettamente connessa con la prima osservazione fatta, ne possiamo, immediatamente, aggiungere una seconda. Anche per i collezionisti più accaniti, i cosiddetti "completisti", d'ora in avanti divenne praticamente impossibile stare al passo con le molteplici nuove uscite del gruppo, anche in relazione a prezzi non esattamente assimilabili a pubblicazioni tutto sommato secondarie, per molti di loro si imposero delle scelte, (forse un numero, comunque assai esiguo, di fan iniziò anche a prendere le distanze dai DT proprio a seguito di questa eccessiva commercializzazione del brand). Obblighi a cui anche noi, inevitabilmente, siamo costretti ad attenerci, bypassando quei prodotti ritenuti non fondamentali ai fini della nostra disquisizione. In questo caso abbiamo deciso di soprassedere sul primo dei tre dischi immessi sul mercato nel 2009, "Manifesto of Dark Tranquillity", in quanto riteniamo si tratti di una operazione quasi esclusivamente dettata da finalità di marketing, (nel giro di pochissimi giorni uscirono lavori analoghi per altre tre realtà di punta all'interno del vastissimo roster della label di Dortmund quali Arch Enemy, Lacuna Coil e Sentenced), e dal trascurabile valore musicale ed artistico. Ci riserviamo, poi, di trattare in un eventuale episodio futuro l'ultimo di questi tre lavori, il raro "The Dying Fragments", contenente 13 pezzi estrapolati dalle prime esibizioni on stage del gruppo: la sua difficile reperibilità sul mercato, (venne distribuito, infatti, in sole 333 copie), oltre a configurare un prodotto specificatamente di nicchia, non lo fa ritenere, al momento, una priorità. La nostra attenzione è caduta, invece, sul disco intermedio che il combo svedese propose nel corso di quegli otto mesi, per tutta una serie di motivazioni che, di seguito, andremo ad enunciare. Il presente episodio sarà, quindi, dedicato al valido "Yesterworlds (Mondi passati)". Nove tracce effettive più una soffusa e breve opener iniziale che andranno a scavare nel glorioso ed epico passato della band, riportando, così, in vita pezzi che, viceversa, avrebbero corso il rischio di finire dimenticati ed altri mai pubblicati prima d'ora, perlomeno nelle versioni che ci apprestiamo ad ascoltare. All'interno di questo interessante platter possiamo individuare alcuni sottocapitoli, divisione utile per poter meglio fruire dell'ascolto nella sua globalità. Le prime 4 canzoni sono state estratte dal demo "Trail Of Life Decayed", inciso dalla neonata formazione nordeuropea nel 1991, (fu quella, in assoluto, la prima testimonianza sonora edita dopo la fine dell'esperienza Septic Broiler). La quinta e la sesta ricalcano, invece, fedelmente quello che fu lo storico ep "A Moonclad Reflection", dell'anno seguente. Seguono, poi, tre brani che i Dark Tranquillity incisero esclusivamente per fini promozionali, riservandoli ad un manipolo di piccole etichette selezionate e ad alcuni contatti discografici dell'epoca e che, mai prima d'ora, avevano visto la luce, (lo stesso Sundin, a riguardo, non esita a definire questa porzione di album come l'autentica gemma qui contenuta). L'ultima traccia, infine, venne inserita nella leggendaria compilation W.A.R. Volume One edita da Wrong Again Records risalente al 1995, (in cui troviamo, tra gli altri, nomi del calibro di Ceremonial Oath, Dissection, Eucharist, In Flames e Katatonia). Furono quelli anni fondamentali per una delle band simbolo del death metal melodico svedese, anni in cui il gruppo contribuì, in maniera importantissima, a creare, a definire e ad affinare uno stile unico, del tutto rivoluzionario di concepire la musica estrema. Per fare ciò i DT modificarono ed ampliarono la loro line up originaria: cambiò, innanzitutto, il frontman, (la staffetta tra Anders Friden e Mikael Stanne è cosa risaputa), e venne inserito un secondo chitarrista di spessore come Fredrik Johansson. Modifiche queste degne di essere menzionate in questa fase preliminare. Le prime sei canzoni, infatti, vedranno cimentarsi, dietro al microfono, quello che, a breve, diventerà il vocalist degli In Flames. Uno screaming acido e selvaggio, immaturo se vogliamo ma incredibilmente genuino e penetrante, abbinato a marcate contaminazioni di matrice black/thrash/folk caratterizzeranno, così, la prima metà abbondante di "Yesterworlds". Parliamo di tracce registrate nel giro di pochi giorni, con mezzi rudimentali e risorse economiche esigue, quando ancora la meticolosa ricerca della melodia non aveva fatto completamente breccia nel cuore dei giovani e ribelli ragazzotti svedesi. Per dovere di cronaca, va detto che tutti questi brani erano già stati inseriti nella precedente, colossale, raccolta intitolata "Exposures - In Retrospect And Denial" datata 2004, in più grezze versioni rispetto a quelle, interamente rimasterizzate con il supporto della tecnologia digitale, che avremo il piacere di ascoltare tra poco. Negli ultimi quattro pezzi, invece, più canonici e leggermente meglio definiti quanto a produzione, troviamo il buon Stanne nel ruolo di singer, al quale vennero abbinati testi più maturi, le cui radici andranno ricercate nella metafisica cosmica, e gli spettacolari inserti melodici da parte dello stesso Fredrik alla chitarra, (supportato alla grande da un Sundin ispirato ed intraprendente). Oltre alle presenti motivazioni di carattere biografico e storico, a rendere particolarmente meritevole di attenzione questo prodotto, si aggiungono altre annotazioni di contorno, di carattere estetico e di packaging. La compilation, immessa sul mercato in data 22 maggio 2009, presenta, infatti, una copertina esterna color bianco panna davvero accattivante, sicuramente riconoscibile a distanza e degna di nota in un universo, quello della musica metal, dominato da tinte fosche ed oscure e da immagini, generalmente, non esattamente improntate all'ottimismo ed alla speranza. A mitigare, parzialmente, questa nostra sensazione di serenità e di benessere, ecco il logo centrale della band, stampato in caratteri color oro, anch'esso ricco di spunti di matrice vintage, che cerca di rievocare la primigenia componente aggressiva della band. Il booklet interno, a sua volta, ripropone l'immagine che il gruppo scelse per il già citato ep "A Moonclad Reflection". Siamo, qui, rientrati pienamente nei solchi della tradizione della scena estrema se è vero che, a fianco di candidi e slanciati abeti ricoperti da una bianca e spessa coltre di neve, compaiono inquietanti creature demoniache quali draghi irosi, serpenti sinuosi e minacciosi esseri alati di ogni sorta. Note personali firmate da Niklas Sundin, (invero non troppo dissimili da quelle di decine di altre band dell'epoca), consentono di sapere qualcosa di più su quegli anni ruggenti e su quelle sessioni di registrazione, per molti versi, memorabili. Completa il tutto anche il piacevole aspetto superficiale del cd stesso. Il dischetto, nero nel suo settore più esterno e giallo oro in quello più interno, richiama alla memoria l'aspetto di un gustoso vinile d'annata, con tanto di scritta Side A finalizzata a rendere l'insieme ancora più nostalgico ed affascinante. La campagna pubblicitaria di "Yesterworlds" fu, (volutamente?), di basso profilo, al punto che, non furono pochi coloro i quali credettero di essere alle prese con un nuovo full length, rilasciato a sorpresa, non appena si trovarono di fronte una così particolare copertina. Ci aspettano, quindi, cinquanta minuti abbondanti di musica, diamo, il via alla nostra analisi track by track.

Midwinter (Intro)

La breve traccia strumentale "Midwinter (Pieno inverno)" ci tiene compagnia per i primi sessanta secondi scarsi del disco. Note lugubri e pesanti caratterizzano questa elegante ouverture acustica, di stampo classico. Percepiamo il delicato rumore di uno scroscio di pioggia, sopra al quale si innesta un bizzarro e sofferto effetto elettronico di accompagnamento, uno degli sparuti casi in cui il gruppo fece uso delle tastiere in questa primissima fase di carriera. Una languida e graziosa chitarra acustica disegna pochi accordi, basici nel loro andamento lento e regolare, per quanto carichi di fascino e di sensualità. Il succinto biglietto da visita che i Dark Tranquillity consegnarono alla scena metal nel lontano 1991 si carica, fin da subito, di una straordinaria dose di epicità, pur nella brevità di quanto stiamo ascoltando è possibile individuare un certo feeling con le ossessive e flemmatiche partiture tipiche del doom metal, legame che, nel proseguo della carriera, mai più sarà riallacciato dai nostri. Un senso di delicata malinconia penetra all'interno del nostro corpo, i pensieri viaggiano liberi nel tempo, a ritroso, incontro ad un passato spensierato e gioioso che non tornerà, ma anche in avanti, verso un futuro incerto e nebuloso che ci intimorisce. Sundin, a proposito di questo pezzo, parla di un profondo senso di scoramento e di insoddisfazione per il troppo tempo "perso" per ottenere un risultato apprezzabile. Strimpellare quei pochi, semplici, accordi era esercizio assai facile nell'intimità del proprio garage di casa, ben diverse si rivelarono le cose nel momento in cui egli mise piede nel primo, sgangherato, studio di registrazione, (evidentemente il fatto di aver reperito un ingegnere del suono sulle pagine gialle svedesi non deve aver tranquillizzato più di tanto il poliedrico Niklas). Il chitarrista del gruppo ricorda, ancora, quali fossero le difficoltà nel mantenere i nervi distesi, la melodia così soffusa e placida, ideale per creare una atmosfera serena, sembrò avere l'effetto contrario sui membri del gruppo, quello cioè di renderli agitati ed irrequieti. La tensione si sciolse a poco a poco, non prima di essere ricorsi a qualche momento di pausa supplementare. Del resto, a quell'epoca, i costi di produzione erano davvero esigui anche per dei giovani squattrinati e totalmente inesperti, come erano i DT nel 1991.

Beyond Enlightenment

Si comincia a fare sul serio con la potente "Beyond Enlightenment (Oltre la comprensione)", pezzo con cui la band affronta il tema, tanto in voga allora, della famigerata caccia alle streghe durante il periodo dell'Inquisizione. L'ispirazione lirica venne offerta ai nostri, ce lo ricorda ancora il booklet interno al cd, dal pezzo "For Those Who Died" della thrash metal band britannica dei Sabbat, (era questo un tema caro pure ai primissimi Death di Chuck Schuldiner). Le affinità con il thrash sono evidenti fin da subito. Le chitarre si cimentano in una impressionante sequela di riff al fulmicotone, davvero tritaossa e per la quale è d'obbligo esibirsi in un headbanging forsennato. I giovanissimi ed inesperti Dark Tranquillity pagano il doveroso tributo ai mostri sacri del genere: oltre che, alla già citata formazione anglosassone, sono forti i richiami alla formidabile scuola europea, (gli imprescindibili Kreator in primis, ma anche i connazionali Merciless, già capaci di flirtare da vicino con il death metal ad inizio anni novanta). La qualità globale del suono è niente più che discreta, (stiamo sempre parlando di un demotape). Nello specifico, si evidenzia qualche difficoltà nel definire con chiarezza il contributo offerto dalla batteria di Jivarp, peraltro ancora lontano dagli elevatissimi standard di riferimento cui ci abituerà in futuro. Il vocalist, il diciottenne Friden, ringhia selvaggiamente, utilizzando una forma assai primitiva e cruda di scream, pur mostrando non poche lacune quanto ad estensione vocale e rimanendo a debita distanza, almeno in questa prima fase di carriera, dal collega Tomas Lindberg degli At The Gates. Stanne, che si è sempre definito un pessimo chitarrista, (dopo il passaggio al ruolo di cantante, egli ha, più volte, dichiarato di aver imbracciato lo strumento a sei corde solo per fare contenta la figlia), accompagna con fare discreto il preciso cesello eseguito dal più talentuoso Sundin. Formidabile, a tale riguardo, l'assolo del minuto 02:15 a cui viene affidato il compito di inaugurare una consistente sezione centrale interamente strumentale. Il bridge di transizione in cui ci imbattiamo ora, più nel dettaglio, è caratterizzato da una maggiore ricerca della melodia, (ad essere onesti non sappiamo quanto ciò sia stato voluto o, piuttosto, frutto del caso). Il risultato conseguito, però, non è dei migliori, dal momento che si assiste ad uno stacco piuttosto netto rispetto a quanto ascoltato sino a quel momento. Dopo aver oltrepassato il terzo minuto, il brano si ammanta di una venatura ancora più oscura, quasi gotica nei lineamenti di fondo, acquisendo, però, maggiore profondità d'ascolto. Qualche isolato ringhio di Anders fa capolino qua e la, ma bisogna aspettare il minuto 03:44 prima che le chitarre tornino a prendersi la scena e a condurre la transizione finale con ritrovata pesantezza. Sono stata condannata a morte, solo con la mia esecuzione capitale quest'anima impura troverà salvezza, essi vogliono da me false confessioni, del resto sanno come ottenerle, non mostreranno alcuna compassione nei miei confronti, il loro odio malvagio ha avuto la meglio su di me. Non conosco ancora la reale natura dell'accusa che muovono contro di me, mi additano di essere stolta e pazza, mi vedono come un nemico che deve essere sconfitto, credono che il mio intento occulto sia quello di destabilizzare la loro autorità ed il loro potere. Desiderano la mia morte. Il mio destino è nelle loro mani, mani di liberazione che plasmano la legge e la giustizia a loro piacimento, lontano da occhi indiscreti e dalla luce del sole inventano un castello accusatorio contro di me per mandarmi al rogo. Secondo loro sono malata, posseduta da chissà quale entità malefica, vogliono placare per sempre i miei desideri insani, al fine di mantenere la pace e l'armonia che loro stessi hanno generato con il terrore. Mi accusano di eresia, per tale reato è prevista la pena di morte, enormi sono i loro abusi di potere, i cuori avvelenati, un gioco mortale in cui io sarà sacrificata come carne da macello. Sotto tortura mi impongono di confessare crimini mai commessi, sono sul punto di soffocare mentre mi annegano a poco a poco, senza, tuttavia, finirmi. Con immane sadismo aumentano il mio patimento, accresce, anche, il loro appagamento nella vendetta. Sottopongono il mio corpo a sevizia, sono oggetto di derisione e di scherno, la superstizione mi ha condannata, l'intero genocidio religioso messo in atto della Santa Inquisizione si fonda su una visione distorta della realtà, su verità fasulle. Tra alte fiamme vado incontro alla morte, disperata sento gli arti inferiori che si sciolgono per il gran calore. Il solo motivo che rende meno dolorosa la mia terribile agonia è dato dal fatto che la mia memoria sarà eterna, non la cancellerà nemmeno questo immane e Sacro rogo.

Vernal Awakening

In terza posizione troviamo "Vernal Awakening (Il risveglio primaverile)", per certi versi ideale prosecuzione di quanto ascoltato poc'anzi, (ancora chiara è l'impronta di base thrash oriented), sebbene esso presenti, a livello di riffing, qualche più evidente contaminazione derivante da una specifica forma di death metal. Peraltro, come avremo modo di constatare a breve, il titolo del pezzo è piuttosto ingannevole, alla luce del corredo lirico che ci apprestiamo ad analizzare. Una subitanea introduzione di qualche secondo, vagamente atmosferica, cede, ben presto, il posto al lacerante urlo a perdifiato di Anders, il quale, a sua volta, introduce una prima, debordante, scarica di riff chitarristici, meglio supportati, in questo caso, da un più vigoroso apporto da parte della batteria. Nella versione originaria del 1991, la produzione scarna e quanto più possibile minimalista fa si che i suoni degli strumenti finiscano, inevitabilmente, con il divenire poco intellegibili l'uno rispetto all'altro e pure la sezione vocale, per quanto acerba e grezza di per sé, non viene particolarmente esaltata. Scontate lacune che vengono, parzialmente, colmate dalla moderna rivisitazione digitale messa in atto da Century Media Records. La potente casa discografica di Dortmund,  con decisione condivisibile e mostrando una sobrietà altre volte sconosciuta, ha cercato di mantenersi il più possibile fedele alla versione originaria di oltre due decenni prima. Sono soprattutto gruppi quali i Bolt Thrower, (il pezzo "World Eater" del 1989 è citato, espressamente da Sundin nelle note interne al booklet), e gli Asphyx a rappresentare gli anelli di congiunzione di questo brano con l'universo death. Parliamo, quindi, di riff catacombali e severi, ribassati all'inverosimile nelle tonalità, che paiono avanzare con immane fatica sino in cima ad una ripidissima erta verticale. Pure Friden fa un maggiore ricorso a registri vocali gutturali e cavernosi per rinsaldare ulteriormente il legame con il metallo della morte. Jivarp, dietro le pelli, mostra più intraprendenza e ci regala una sezione ritmica piuttosto interessante, impostata sopra ad un ordinato mid tempo, non disdegnando, però, un utilizzo più capillare dei blast beats. Ottimo è anche il breve solo del minuto 04:08, in vero non troppo dissimile da quello ascoltato nel brano precedente, ma capace di dare più ampio respiro al comparto chitarristico. E' chiaro ed evidente che siamo alle prese con un gruppo che si stava evolvendo rapidamente, la componente melodica, per quanto ancora poco presente e discretamente confusionaria, viene, di tanto in tanto, a galla, ed è impossibile ignorarla. Va detto, per dovere di correttezza, che siamo, comunque, ancora ben distanti dai parametri di riferimento che incontreremo nel 1993 all'interno di un lavoro, ancora oscuro ed ermetico, come "Skydancer". Veniamo, ora, alla affascinante sezione lirica. L'umanità tutta è stata incatenata a singole esistenze infelici, per ognuno di noi sarà così, dalla culla fino alla tomba, schiavi all'interno di un'epoca storica disordinata, costretti a galleggiare a vista giorno dopo giorno, con il perenne rischio di affondare tragicamente. Un futuro tenebroso ci attende, lungo questo impervio sentiero della vita decaduta, l'odio dilaga ad ogni angolo delle strade, il caos la fa da padrone. La luce del sole sbiadisce sempre più, le ombre della notte si allungano e si fanno minacciose, tutto ciò che l'uomo ha creato cadrà in rovina, nel momento in cui l'odio evocherà la tempesta, coloro i quali, un tempo, qui dimoravano saranno scacciati dalle loro case. Quando il tempo a nostra disposizione sulla Terra sarà esaurito, rimarrà solo una landa incolta? Nell'istante in cui, a causa della malvagità dell'uomo, tutta la vita cesserà di esistere, del suo presunto dominio sulla natura resterà solamente una grande e vuota illusione? La natura, lasciata agonizzante ed in fiamme troppo a lungo, sta per esalare il suo ultimo respiro, il grandioso cataclisma, svelato all'uomo in tempi arcani, sta per rivelarsi in tutta la sua forza dirompente. Un lungo inverno senza fine, costellato dall'inimicizia e dal terrore, sta prendendo forma, come un leit motiv una voce si alza dal luogo in cui le anime di molti si sono smarrite: "la progressione nello spirito elimina tutti i limiti". L'autunno chiama a sé l'inverno imminente, le tenebre si fanno sempre più incombenti, la confusione di massa arreca nuovi inganni, tradimenti e vane illusioni. Il mondo è stato reso inutilizzabile, un capitolo si è chiuso definitivamente, il fallimento del genere umano ha come conseguenza la disperazione, la morte rivela il suo vero volto.

Void of Tranquillity

La prima parte di questa compilation sui generis si chiude con la lunga e più articolata suite intitolata "Void Of Tranquillity (Il vuoto della tranquillità)", il primo di tre pezzi consecutivi della durata complessiva superiore ai 7 minuti, nonché uno dei momenti migliori di tutto il disco. E' la batteria di Jivarp, in questo caso, a darci il proprio benvenuto con alcuni pregevoli patterns, dalla spiccata influenza rock. L'oscurità generale in cui eravamo avvolti nei primi due brani pare digradarsi leggermente, grazie a partiture ritmiche meglio armonizzate e più disinvolte. Nota di demerito, piuttosto grave nella circostanza, per il mediocre cantato di Friden, ancora troppo impreciso e poco ficcante. La temporanea coppia d'asce Sundin-Stanne, d'altro canto, ha il grande merito di prendere il comando delle operazioni, con fare sicuro e spigliato, attorno al minuto e mezzo. Qui prende il via una epica e furiosa cavalcata verso l'alto, a base di riff serrati e taglienti che allontanano in maniera sostanziale il quintetto scandinavo dalla sfera d'influenza del thrash metal. Tutta la genuina appartenenza alla Nazione svedese dei Dark Tranquillity, (la patria europea del death per antonomasia), emerge a poco a poco, assieme ad una elegante venatura progressiva riscontrabile nella base di sottofondo. Proprio in virtù di essa, il riferimento artistico principale che ci sentiamo di menzionare va ricercato negli Edge Of Sanity ancora non eccessivamente evoluti di "Nothing But Death Remains". Interessante è pure il breve interludio strumentale, (meno di una ventina di secondi), che prende le mosse a partire dal minuto 03:46. La sezione di drumming risulta essere finalmente dinamica ed in continuo movimento, in grado di tenere testa all'incessante avanzare delle due chitarre. La tensione ed il coinvolgimento emotivo non calano di una virgola per oltre sei minuti. L'ancora sgraziato elemento melodico giovanile torna, infine, a far breccia nel sound dei nostri quando sta per scoccare il settimo minuto. Il compito di chiudere il brano viene, infatti, affidato ad una magnifica outro acustica di pianoforte, davvero di gran classe e collocata nel punto giusto, con strategica e matura sagacia per quel che concerne il songwriting. Semplicemente magnifica, dai tratti altamente evocativi e poetici, è la corposa sezione lirica. I ricordi di un passato ripudiato ruotano in orbite circolari intorno a te, le immagini confuse dentro la tua mente portano sensazioni sconosciute pure nelle mie vene. Mi trascini, così, in un impetuoso vortice di memorie ormai incustodite, un viaggio compiuto in tempi remoti lungo il confine, sempre labile, tra la vita e la morte, il tuo spirito riacquista nuova vita, nonostante gli obiettivi che vai perseguendo non ti siano ancora chiari con esattezza. Le forze della tua mente si stanno indebolendo, sebbene, non ancora in maniera definitiva, per contro l'oscurità che ti avvolge sembra farsi meno intensa. La disperazione riempie la tua mente, si insinua all'interno del corpo, sei alla ricerca di un eterno perdono per la tua anima impura. La follia e la saggezza camminano mano nella mano, con dolcezza quasi amorevole, come due esatti contrari si fondono in una sola cosa e si librano nell'immensità dell'Universo più profondo. La conoscenza delle cose la potrai acquisire solo con il tempo, le grandi pianure della vita ti attendono, laddove ogni certezza sarà realmente tale. Certo il viaggio non sarà semplice, la paura sarà tua compagna privilegiata, sei mosso dal nobile desiderio di svelare segreti antichi, per molti ritenuti dei veri e propri tabù. Attraverso le velature oscure del fato l'aspetto effettivo della realtà ti è rivelato, la vita infinita ti è concessa. Un luogo meraviglioso si apre dinanzi ai tuoi occhi, ma è davvero questa la realtà o solo un'amara illusione, l'ennesima? Ora l'anima lievita lentamente verso l'alto, il tuo corpo si fa sempre più leggero, inconsistente, la tua consapevolezza rimane immutata anche nel momento in cui avverti il peso del distacco della pelle dal resto del corpo. Questo mondo così disordinato è in agonia conclamata, diviene più debole e fragile di momento in momento. Sempre più avanti, si spalanca l'orrido abisso sotto di me, esseri minacciosi mi deridono e sembrano sul punto di inghiottirmi per sempre, le loro bocche tentatrici mi stanno chiamando. Lo sgomento cresce in me, la luce si fa sempre più fioca ed io esito per qualche momento, incerto sul da fare. Mi tornano, così, alla mente tutti i peccati commessi in passato, la mia incertezza svanisce presto però, sono fermo nell'affrontare il difficile presente, una fosca eternità fatta di caos e di atroci sofferenze. Rimasto, infine, da solo, incantato da una straordinaria forza che mi piega senza che io opponga alcuna resistenza concreta, liberato dall'angoscia e dall'odio, il mio destino si compie, nel vuoto della tranquillità. La pura bellezza della divinità accarezza soavemente le ultime scorie di colpe perpetrate, le emozioni esplodono dentro di me, come un fiume in piena. Le risposte a tutte le domande si nascondono in questa sconfinata valle cosmica, oltrepassato il fatidico vuoto della tranquillità, gli eoni del tempo scorrono liberamente, la morte non può più dominare, il mio destino è stato scritto per sempre.

Unfurled by Dawn

Come detto nell'introduzione, la porzione centrale di "Yesterworlds" include le due lunghe canzoni che, originariamente, furono incise sull'ep "A Moonclad Reflection". Siamo nel 1992, e, a fronte di una line up perfettamente immutata, un paio furono le novità importanti che meritano di essere segnalate. Niklas Sundin, oltre che con la chitarra elettrica, sarà raffinato protagonista anche con quella acustica, Anders Jivarp, invece, si sdoppierà tra la (preponderante) batteria e le (più sporadiche) tastiere. Sono questi elementi fondamentali per comprendere la profonda evoluzione stilistica in atto nel gruppo che, a partire da questo momento, arricchirà il proprio sound di un sempre più sostanzioso elemento melodico, puntando, in linea di massima, su di un approccio più ragionato e proseguendo, così, lungo il cammino di un progressivo e rapido distaccamento dalla scuola thrash metal. Va detto, però, che la qualità globale dell'ep, fu, per certi versi, anche peggiore rispetto a quella del precedente demotape, (la produzione venne affidata, per mancanza di reali alternative, alla microscopica "etichetta" tedesca Slaughter Records, subito inglobata nella altrettanto modesta Exhumed Productions), ciò a tutto discapito del pregevole lavoro svolto dai cinque componenti la band. "A Moonclad Reflection", prodotto male e distribuito anche peggio, divenne subito un vero e proprio oggetto di culto fra i collezionisti, i quali cercarono, con esiti non sempre fortunati, di accaparrarsi una delle poche copie messe in circolazione, (originariamente dovevano essere 2000, secondo le cronache del tempo pare fossero meno della metà). Doveroso, quindi, da parte di Century Media Records, consentire ad una più ampia fetta di pubblico di fruire di questi due brani significativi, riproponendoli  in una più vivace versione rimasterizzata. Si parte, quindi, con "Unfurled By Dawn (Diffusa dall'alba)", pezzo in cui le sopracitate carenze a livello produttivo furono anche maggiori rispetto a quelle riscontrabili nella successiva traccia. Subito ci imbattiamo nella chitarra acustica di Niklas, la cui prima apparizione all'interno del modus operandi dei nostri dura, per la verità, non più di qualche secondo. Le ritmiche sopra alle quali si innesta il comparto vocale sono meno inferocite rispetto a quanto eravamo abituati ad ascoltare, si riesce a percepire, sebbene ancora non sia definito con precisione, un piacevole effetto groove che arricchisce la musica dei DT di una nuova componente, tutt'altro che trascurabile. In parallelo con l'allontanamento dalla sfera di influenza del thrash, i Dark Tranquillity, solo in questo sporadico episodio, paiono avvicinarsi ad un certo modo di approcciare il black metal. Parliamo, ovviamente, della sua declinazione più raffinata e melodica, (vengono in mente, a tal proposito, i prodigiosi Dawn più ancora che gli imprescindibili Dissection). Si apprezza maggiormente anche la prestazione lirica offerta dal volenteroso ed imberbe Anders, qui in grado di mostrarsi più penetrante ed incisivo. Per quanto il precedente demo fosse distante un solo anno, è possibile riscontrare una maggiore maturità nella formazione scandinava, si intuisce che, tra il 1991 ed il 1992, Sundin e compagni devono aver trascorso molte ore a cercare di raffinare il loro stile e la loro tecnica di base. Quello che, inizialmente, sembrava essere solo un piacevole passatempo per ingannare la noia e la monotonia si stava tramutando in qualcosa di differente. Semplicemente spettacolare è il lavoro della prima chitarra, impregnata di una straordinaria misura di epicità, tipicamente fredda e disperata come solo la Svezia più impervia e selvaggia sa essere. Abbiamo anche l'introduzione di un corposo refrain centrale, reiterato per ben tre volte, un altro elemento che ci fa capire come la musica dei DT si stia perfezionando e sia in via di definizione. Fa capolino pure il basso di Martin Henriksson, quando siamo attorno al quinto minuto. Poco dopo, un memorabile riff, (minuto 05:09), introduce una pregevole sezione conclusiva, assai più lenta nelle partiture, maggiormente improntata alla valorizzazione della melodia. A fare da contraltare a questo primo, sgraziato, tentativo di definire una nuova forma di death metal è proprio il fattore del cantato, abrasivo e lancinante, del prossimo singer degli In Flames. Meno coinvolta, infine, risulta essere la sezione ritmica: Jivarp, sia dietro le pelli che alle esordienti tastiere, si limita ad un onesto ruolo di comprimario, in attesa di tempi migliori, (i quali, peraltro, non tarderanno ad arrivare). Densa e fitta, ancora una volta, è la narrazione lirica, per quanto ancora non interamente saturata dai non semplici concetti metafisici ed universali che, non pochi, grattacapi ci daranno in seguito a livello di traduzione. Il tempo e lo spazio si fondono in un tutt'uno, ci attende un lungo periodo di oscurità e di dolore, a nulla varranno le preghiere di quanti ancora hanno fede. Io cerco, in ogni modo, di conformare il mio comportamento esteriore con le parole da me pronunciate, vado alla ricerca della conoscenza suprema, lungo il millenario sentiero del tempo. Troppe scuse infantili abbiamo addotto di fronte ad oneri disattesi, la fiducia che altri avevano riposto in noi è stata tradita, lo spirito non si dà pace, è tormentato dai rimorsi e dall'inquietudine. Solo nella sopraggiunta consapevolezza di noi stessi vi è la piena realizzazione quanto ad individui, il nuovo millennio è alle porte, la pace sarà, finalmente, ristabilita, sarà, quello, il tempo ideale per l'autoanalisi e per l'introspezione. Senti anche tu la forza del vento del cambiamento in atto, ascolta la voce che ti sussurra candide parole all'orecchio. Esplora la grande forza che ti agita dall'interno, cerca profondamente le risposte che desideri dentro di te, le troverai, prima o poi. Unisciti a noi, in questa ricerca del piacere, nessuno verrà più mortificato. Io ho visto l'immensa luce diffusa dall'alba, ho osservato tutti i possibili scenari nefasti dal quale stiamo rifuggendo, non ci conformeremo alla norma, rimarremo noi stessi. La voce che sento dal profondo di me stesso mi deve guidare lungo il cammino, una eterna ricerca mi attende, a volte sarò costretto a dispiegare le ali e a spiccare il volo, sarà necessario prendere le distanze dal vuoto che ancora lacera la mia coscienza. Ognuno degli esseri umani è una stella destinata a bruciare in eterno, (verso semplicemente strepitoso). Vieni a cercare la via assieme a me, il modo in cui la vita è destinata ad essere, noi due, in armonia reciproca, ricerchiamo il gusto per il bello ed il senso del piacere. Quando avremo trovato le cose che ci sono apparse in sogno, allora avremo conseguito la piena totalità della nostra forza interiore, non proveremo più alcun rimorso, né avremo altri ripensamenti. Abbiamo lasciato alle spalle l'oscurità, un'altra mattina di luce eterna ci accoglie, le intense note di canzoni a noi conosciute ci tengono compagnia, gli occhi sono stanchi, quasi inespressivi, ma dentro di noi regna la pace e la serenità. La tristezza dell'animo si cura solo attraverso la luce, per raggiungere il lungo fiume dove ognuno di noi troverà ristoro, la tua vita è ancora in divenire, il varco verso la sapienza è stato aperto. Nei miei sogni ho visto la redenzione, allo stesso modo di quanto è stato narrato in racconti a me ancora sconosciuti.

Yesterworld

"Yesterworld (Il mondo di ieri)", è pezzo, invece, decisamente più atmosferico, dall'andamento ondivago e trasognante, caratterizzato da una corposa e morbida introduzione armonica, da una porzione centrale frenetica, ancora non troppo distante dal black metal melodico, e da uno spezzone finale anch'esso delicato ed appassionante. Possiamo dire che esso sia l'anello di congiunzione ideale con quanto ritroveremo nel debut album del quintetto svedese, il primo esperimento piuttosto definito e riuscito di proporre, (coscientemente), death metal melodico. Al netto di una produzione certamente migliore e di un doveroso lavoro di smussamento degli spigoli vivi, il brano in oggetto avrebbe potuto essere, facilmente, inserito nella tracklist di "Skydancer", primo lp firmato Dark Tranquillity. Tutto il primo minuto abbondante è caratterizzato da un andamento assai regolare ed aggraziato delle due chitarre, esse sono cariche di una profonda malinconia di fondo. Sopra ad esse emerge, finalmente come avremmo voluto, il cantato crudo ed abrasivo di Friden. Siamo al cospetto di quella che è forse una delle sue migliori testimonianze mai incise con i DT, il carisma e la personalità sono elevati a livelli ottimali, solo nella monumentale "Shadow Duet", anche perché pungolato dal vivace confronto con il collega Stanne, ritroveremo un simile pathos ed un trasporto emozionale così intenso. Il settore centrale del brano, impostato su cadenze più sostenute e furiose, vede protagonista un nuovamente ispirato Jivarp, impegnato a tessere interessanti sequenze in blast beats, mentre le chitarre fanno largo uso del tremolo picking, disegnando riff potenti e vibranti. Nelle melodie cardine elaborate da Niklas Sundin, tra il terzo ed il quinto minuto, è possibile riscontrare qualche soffusa influenza maideniana, seppure qui manchino la profondità e la fastosità tipiche della "Vergine di Ferro" britannica. Non possiamo fare a meno di segnalare, ad ogni modo, l'assolo di gran classe del minuto 04:42. Le tonalità si fanno nuovamente oscure e dense nel finale, quando anche il basso si rende protagonista di alcune pregevoli linee armoniche di supporto. Assolutamente degna di nota è, quindi, l'outro finale, della durata di una quarantina di secondi, la quale prende le mosse subito dopo che il cantato di Anders ha raggiunto il suo picco massimo, in un vorticoso ed epico crescendo di emozioni e di sensazioni contrastanti. Fluttuante, costantemente in bilico tra sogno e realtà, è pure l'incantevole sezione lirica. Sopra la foschia della nebbia, attraverso le ripide valli del destino, io compio il mio volo scrutando questo aspro paesaggio illuminato solo dalla luna. Sono stato destato dal sonno, tutti i miei cinque sensi acuiscono le loro percezioni. Mi sono spinto molto in avanti, ho lasciato alle spalle un pesante cancello di ferro, ai miei occhi, ben aperti, è stato rivelato un paesaggio fiabesco, da sogno, in questo luogo incantato posso esprimere un desiderio per un mondo in cui regni la pace. Mentre il sonno si prende beffa dell'uomo, ne ruba i pensieri più intimi, io mi accosto alle porte perlacee dell'alba, la mente è stata purificata per sempre da ogni maledizione passata. Il mio viaggio trasale la dimensione terrena, sono consapevole di trovarmi in una realtà parallela, la chiave di accesso ad essa sta nei sogni, solo in essi i segreti nascosti dentro ognuno di noi possono essere svelati. Al chiaro di luna, un saggio gufo si desta dal sonno e mi chiama per nome, inizia il racconto di un mondo fatato, accessibile solo di notte. Non sono più certo di stare sognando, e se tutto ciò fosse reale? La leggenda narra di un mondo passato, vengono descritti scenari meravigliosi, dominati da una luce intensa, la mia anima è in subbuglio, tutto ciò che desideravo sta trovando compimento. Nel cuore di una notte dal cielo azzurro turchese, le stelle d'argento brillano in tutto il loro splendore, si mostrano belle e fulgide come mai avevano fatto prima. Sento la bocca andare in fiamme, perché non è possibile godere di tutto questo nella vita reale? Quanti e quali errori ancora dovremmo commettere prima di ottenere la redenzione eterna? Dal mio sonno placido e sereno proseguo in avanti, del resto esso è solo una scappatoia che l'uomo mette in pratica per sfuggire al proprio destino. Una debole luce solare inizia a fare capolino all'orizzonte, le ombre si accorciano a poco a poco, ma il paesaggio resta favoloso, idilliaco anche in prossimità dell'alba che sorge. E' la realtà questa, non un sogno. Presto sarà possibile toccare con mano questi mondi, fare grandi feste, ogni desiderio sarà realizzato. Infine, ancora avvolto dalle acuminate lame del sonno, la grigia nebbia di fuori mi rivela una diversa realtà, un vento gagliardo si porta via con sé un urlo dalle mie labbra. Tutta una illusione, una splendida riflessione personale al chiaro di luna.

Punish My Heaven (demo version)

E' il momento, ora, di analizzare le tre canzoni incise in "Promo '94". Come detto in precedenza, qui troviamo, per la prima volta, Mikael Stanne nelle vesti di cantante, mentre il virtuoso Fredrik Johansson ne prese il posto quale secondo chitarrista. Sei mesi dopo il rilascio del brillante "Skydancer", l'intenzione del gruppo era quella di riuscire a convogliare verso una più precisa direzione artistica le idee ancora grezze ed estemporanee ivi contenute. Sundin e compagni si erano convinti che la strada giusta per riuscire a sfondare in un mercato discografico in continua e tumultuosa evoluzione fosse quella di puntare con decisione sulla componente melodica, al fine di rendere riconoscibile, (e possibilmente unica), la propria proposta, all'interno di un panorama death metal che stava, fragorosamente, entrando in crisi. Le idee, allora, non mancavano, ma non fu subito chiara quale fosse la mossa giusta da compiere. Inoltre, a fronte di nuovi arrangiamenti e di riff inediti implementati con successo, ve ne erano, (almeno), altrettanti che venivano scartati o decurtati perché ritenuti non meritevoli. Venne proprio dal nuovo arrivato Fredrik, allora, l'idea di registrare un piccolo lavoro informale di poche canzoni, dal quale, eventualmente, prendere spunto per un secondo full length da rilasciare l'anno successivo. Le registrazioni durarono 3-4 giorni al massimo, (fu utilizzato un rudimentale mixer a 8 tracce), ed il conciso demotape, (meno di quindici minuti totali), iniziò, timidamente, a circolare negli ambienti underground tra la fine della primavera e l'inizio dell'estate del 1994. Il memorabile riff di batteria di "Punish My Heaven (Punisci il mio paradiso)" poco si discosta da quello che avremo modo di riapprezzare, in seguito, nell'album "The Gallery". In effetti, tutte e tre le canzoni, nella loro globalità, non presenteranno cambiamenti sostanziali rispetto alle loro versioni standard, a testimonianza del notevole livello tecnico e compositivo raggiunto dalla band in un lasso di tempo così breve. Del resto, al cospetto di simili tracce memorabili, la perfezione non era poi così lontana. Le sole anomalie che segnaleremo, sono dovute, più che altro, a carenze da un punto di vista produttivo e di incisione. Ciò che maggiormente si nota, fin da subito, è il notevole salto di qualità compiuto grazie al cantato più maturo e performante di Stanne rispetto a quello troppo acido e sgraziato di Friden. Di pari passo, la vena progressiva che il gruppo andava cercando all'epoca si sta definendo con più precisione, per quanto, da un punto di vista tecnico, non manchi qualche imprecisione, dovuta sia alla giovane età dei cinque sia alla già menzionata scarsa qualità dei mezzi a disposizione. Ciò nonostante, la coppia di chitarristi procede con fare spedito, tra accelerazioni devastanti, tipicamente swedish death, e struggenti rallentamenti d'atmosfera, mostrando un notevole grado di affiatamento. Il basso di Martin Henriksson acquisisce un proprio spessore ed una personalità di tutto rispetto, muovendosi su contorti ed affascinanti binari indipendenti, libero di corroborare le fiabesche melodie che, a poco a poco, si vengono a  generare, con linee armoniche di rinforzo davvero memorabili. L'oscura porzione centrale, a partire dal minuto 02:16, contribuisce a spezzare un filo la tensione, anche se un Mikael davvero in grande forma, serra nuovamente i tempi subito dopo con il suo incendiario mix di scream e growl. Cadenze più pacate le incontriamo a partire dal minuto 03:27, sempre scandite da una batteria precisa e che funge da metronomo, qui scorgiamo perfino qualche richiamo ai prodigiosi Cynic di "Focus", e, nel frattempo, restiamo parzialmente interdetti al ricordo di quella band aggressiva e rabbiosa che, solo tre anni prima, incise un lavoro come "Trail Of Life Decayed". Rispetto alla versione contenuta nel secondo lp, manca lo struggente stacco finale del pianoforte, in questo caso la band mirava su di un approccio più secco e potente. La sezione lirica, già da noi scandagliata a tempo debito, contiene alcuni tra i versi più spettacolari dell'intera carriera del gruppo. Sundin e Stanne ci fanno da guida all'interno degli spazi infiniti del Cosmo, grazie a loro ci incuneiamo in vuoti ancora inesplorati, scorgiamo le ripide pareti di profonde voragini di cui non vediamo il fondo, buchi neri entro i quali le stelle vanno a morire. Noi siamo le dita distese che afferrano e trattengono il vento. La nostra è una drammatica supplica affinché qualcuno porti la luce nel buio eterno in cui siamo confinati, da quanto tempo non siamo più nelle condizioni di vedere l'alba? Proviamo un senso di angoscioso straniamento, ci risvegliamo in un mondo silenzioso, l'attesa che i primi raggi di luce facciano capolino si protrae troppo a lungo, è allora che la disperazione ci assale e prende il soppravvento, le ore trascorrono interminabili nelle tenebre. L'umanità è in declino, nessuna forma di perdono è più possibile giunti a questo punto, una pallida luce filtra attraverso le mie dita rivolte verso il cielo, io maledico il paradiso celeste, lo stesso per cui tu mi hai punito inesorabilmente. Hai appesantito a tal modo ogni mia lacrima caduta da renderla insopportabile, paragonabile soltanto con una intera vita trascorsa all'inferno. Nell'ultimo giorno di luce, quando anche ogni foglia si sarà staccata dal suo albero, nell'istante in cui il paradiso stesso mi ordinerà di uscire dal mio guscio, quello sarà il tempo, per me di mettermi in viaggio, senza paura, nonostante il volto intirizzito dal freddo e dall'oscurità, io andrò.

Away, Delight, Away (demo version)

E' ora la volta di "Away, Delight, Away (Distante, Delizia, Distante)", brano che, a dispetto di una qualità intrinseca notevolissima, ritroveremo "solamente" nel piccolo ep "Of Chaos And Eternal Night". La canzone si articola lungo un affascinante percorso della durata di cinque minuti e diciannove secondi. Lungo di esso, menzione d'onore va, immediatamente, spesa per evidenziare il sublime lavoro svolto dalle chitarre, in grado di destreggiarsi con incredibile maestria tra continui cambi di tempo e pregevoli assoli distorti, due degli autentici marchi di fabbrica che caratterizzeranno la strepitosa prima parte di carriera del gruppo. Ariosa ed assolutamente brillante è l'elaborata introduzione iniziale, quasi una sorta di unicum in realtà dedite al metallo della morte. Dal minuto 01:19, momento in cui si innesta il main riff del pezzo, la ritmica di base pare addirittura rifarsi alla musica classica più ispirata ed evoluta, (scomodare un pezzo come "Per Elisa" di Ludwig van Beethoven non ci sembra affatto un azzardo, in questo caso). Notevole è anche l'energia che è in grado di sprigionare la batteria di Jivarp, impeccabile nel disegnare una sezione ritmica di assoluto valore. Non manca nemmeno la giusta dose di epicità, facilmente riscontrabile negli spezzoni più lenti ed evocativi del pezzo, ulteriormente accentuati dal ricorrere di una spiccata inflessione progressiva di grande fascino, (uno di essi lo incontriamo, ad esempio, poco prima dello scoccare del terzo minuto). I Dark Tranquillity sconvolgono qualsivoglia certezza in ambito musicale estremo, puntando sulla sfera più intima di ognuno di noi, la sagacia con cui il binomio lirico-strumentale tocca la nostra emotività è qualcosa di assolutamente devastante, nulla viene lasciato al caso ed anche i passaggi, all'apparenza, più elementari o scontati vengono rinforzati a dovere e resi parimenti importanti. Stanne già fa intravvedere le sue doti di straordinario interprete passando, con relativa nonchalance, da registri più incavati e baritonali ad altri più alti e sguaiati, senza tralasciare il carico da novanta con il suo sensuale e caloroso parlato, strategicamente piazzato nei momenti chiave della canzone. Prima di passare al comparto lirico, ribadiamo il concetto già espresso a suo tempo: secondo noi sarebbe doveroso, da parte dei DT, recuperare il pezzo pure in ottica live. Gli occhi si rifiutano di vedere, mendaci alla stessa stregua delle nostre menti, essi amplificano a dismisura la falsità che risiede in me, la vita sorge nuovamente proprio dalla menzogna e dall'ipocrisia, siamo purificati attraverso il fuoco di cristallo. Lasciate che la mia vita sia di nutrimento per il sottosuolo, colmate i vuoti che ancora mi dilaniano con un suono rabbioso, carico di astio e di rancore. Il messaggero del male, colui il quale naviga nel silenzio, il comandante della sofferenza detiene il controllo sulla mia collera. Eterna è l'infinità del tempo, la realtà non è mai nata, così da non poter perire, il mio nome è stato dipinto in un ingannevole arcobaleno di colori, il mio battesimo è avvenuto mentre in cielo capeggiava un pallido sole autunnale, non in gado di squarciare il velo di oscurità di un cielo plumbeo e nebbioso. La tua pelle è così delicata, la tua mancata beatitudine mi porterà lontano. Ho detto addio a questa terra dimenticata da Dio, non tornerò mai più, sebbene il mio corpo nudo sia macchiato da peccati di ogni sorta, ho deciso di unirmi ai coraggiosi cavalieri che ora scorgo all'orizzonte, essi sono i miei salvatori, il mio sangue è il loro. Essi portano odio in me, attizzano il mio spirito con un fuoco grandioso, mi spingono verso il basso, in una terra misteriosa e che solo loro conoscono, sono sul punto di farmi a pezzi ma, poco prima di vincermi definitivamente, mi rialzano e mi riplasmano a nuova vita. L'assassino della mia rabbia naviga al largo nel silenzio, l'angelo della lussuria sta assaggiando il sapore amaro della vergogna.

The Gallery (demo version)

Il nono e penultimo slot della tracklist di "Yesterworlds" è occupato dalla rara versione demo di "The Gallery (La galleria)", pezzo che trova il proprio motivo di interesse principale nella interpretazione solista della intera sezione lirica da parte di  Mikael, (nella indimenticabile trasposizione del 1995 troveremo, come ricorderete, la bravissima Eva Marie Larsson a duettare con il carismatico singer). Note malinconiche e suadenti ci accolgono nei primissimi istanti del pezzo, prima che la melodia si faccia più sostenuta, per quanto rimanga, comunque, ammantata di raffinate venature sognatrici. Qualche, fugace, raffica elettrica la incontriamo attorno al trentesimo secondo, (corroborate dal rabbioso screaming iniziale di Stanne), prima che le cadenze rallentino, ulteriormente, poco dopo. Interessante è poter valutare la versatilità ed il trasformismo dello stesso frontman, il quale risulta essere discretamente a suo agio pure cimentandosi con porzioni canore tessute ad arte per un'interprete femminile, di ispirazione lirica. Volendo rasentare la pignoleria va detto che, a nostro avviso, la resa garantita dalla semisconosciuta Eva Marie fu superiore, anche perché sorretta da una migliore produzione complessiva. Un effetto simile ad uno strano sibilo si avverte nella porzione solista di chitarra, (secondo le note autobiografiche di Niklas pare proprio si trattasse di un accidentale fischio nel microfono dello stesso cantante, acuito dalla tecnologia ancora non avveniristica con cui fu registrato il brano nel 1994). Grande plauso va, viceversa, al bravissimo Martin Henriksson: fu lui a disegnare, alla chitarra acustica, una simile melodia, realmente incantevole nel suo incedere idilliaco e trasognante, (oltreché essere l'autore principale del testo). Non ci siamo dimenticati, ovviamente, del funambolico assolo di Sundin attorno al terzo minuto, uno dei più atipici e visionari di tutta la sua carriera con i DT, (l'influenza di Dan Swano torna, prepotentemente, a galla in questo frangente specifico). Siamo stati invitati ad entrare dentro grandi saloni sfarzosi, possiamo toccare con mano tutta la vanità che li circonda, ci ritroviamo al cospetto di una formidabile esibizione, ospiti benvenuti ed attesi. Abbiamo coltivato per tutta una vita la passione per l'arte più pura, in noi era stato instillato il seme della creatività, ora però tutto appare in rovina, desolanti e spoglie cornici ci fissano spaurite ed ornamentali fregi, vestigia di un glorioso passato, rovinano al suolo fragorosamente. Un malinconico autoritratto riempie, con modestia, una tela, un tempo, affamata d'amore, quasi a volere celebrare, beffardamente, la ribellione mai nata dentro di me, quella scintilla di ardente passione che, troppo presto, si è spenta. Ogni dipinto ci narra una storia, ogni ombra descrive mille parole. Non tutto è perduto per sempre. Possiamo apprezzare anche oggi una moderna forma di arte, per quanto mutata nelle sue fattezze. L'arte di sopravvivere al caos contemporaneo risiede nelle lacrime dei poeti più raffinati, essi sono consapevoli che ogni cosa è destinata a bruciare, la destinazione finale verso la quale tutti confluiremo un giorno è tutto fuorché qualcosa di astratto, non siamo nemmeno tanto lontani da quel momento come potremmo, erroneamente, credere. Tu, folle incantatrice di decadenza, mi hai lasciato, infine. I miei pensieri, le mie parole trovano il loro compimento all'interno della stanza in cui il caos china il capo ed asseconda i miei desideri. Svuotato di ogni forza, sprofondato nelle cripte più oscure e segrete della mia personale agonia, brucio la mia arte, mai più vorrò essere considerato come una guida. 

Punish My Heaven (alternative version)

A chiudere il tutto, in decima ed ultima posizione, troviamo una discreta versione alternativa di "Punish My Heaven (Punisci il mio paradiso)", caratterizzata, in linea di massima, da una maggiore aggressività di fondo e da una velocità di esecuzione leggermente superiore. Anche qui, a voler essere schietti, le difformità con la variante demo ascoltata poc'anzi non sono immediatamente evincibili. Solo dopo alcuni attenti ascolti è possibile rilevare, a tal proposito, un differente incipit della batteria, più ridondante e fastoso, ed un comparto vocale ancora più veemente ed impetuoso. Meno brillante, secondo noi, appare il lavoro delle chitarre, decisamente improntate a calcare la mano sulla primigenia componente thrash ma, in più di una circostanza, piuttosto imprecise e fuori fase. Più spazio viene lasciato, invece, all'elegante ed armonico suono del basso, abile nel farsi trovare pronto con i suoi inserimenti oscuri e ricercati, al fine di conferire una spiccata tridimensionalità all'ascolto. Qualche informazione in più su questo particolare arrangiamento ci viene offerta, anche in questa circostanza, dalle stringate note autobiografiche firmate da Niklas Sundin. Egli ricorda che fu questa, in assoluto, la prima canzone che il gruppo incise all'interno dei leggendari Fredman Studio. L'intero "processo di produzione" fu davvero breve e scorrevole, un giorno per la registrazione propriamente intesa ed un altro per il mixaggio conclusivo. In sede di giudizio finale, prosegue il primo chitarrista dei DT, (facendosi, in questo caso, portavoce per tutti gli altri componenti del gruppo), essa risulta essere più veloce, più energetica e più rabbiosa, in definitiva, migliore di quella contenuta in "The Gallery", ed è per lui motivo di grande piacere il fatto che sia stata nuovamente resa disponibile ad un pubblico vasto, dopo così tanti anni. Personalmente concordiamo sui primi tre aggettivi elencati da Niklas, mentre nutriamo qualche perplessità in più sul quarto. A nostro avviso, infatti, tale differente adattamento si ferma un gradino sotto a quella dell'anno seguente, proprio in virtù della già segnalata resa mediocre garantita dalle chitarre. Il fondatore e proprietario dei Cabin Fever Media segnala infine che, nel momento in cui fu immessa sul mercato, siamo nel 1995, W.A.R. Volume One fu considerata una vera e propria miniera d'oro dalla quale attingere a piene mani per tutti coloro i quali si stavano avvicinando, per la prima volta, alla splendente scena svedese dell'epoca, (oltre ai gruppi più famosi, citati nell'introduzione, vi trovarono posto anche brani di band altrettanto interessanti, ma cadute presto nel dimenticatoio come Miscreant, Mourning Sign e Purgatorium). In conclusione, ci permettiamo di fare notare come riproporre uno stesso brano nel breve volgere di una ventina di minuti, sebbene esso sia uno dei più celebri di sempre dei Dark Tranquillity, forse non sia stata la scelta migliore per concludere una piacevole compilation, anche in relazione alle differenze davvero minime tra le due versioni qui proposte. Piccoli dettagli, in ogni caso, che non intaccano il giudizio finale che, di seguito, andremo a stilare.

Conclusioni

Interessante operazione quella messa in atto da parte del consolidato binomio Dark Tranquillity - Century Media Records. Dopo lo scialbo e marginale "Manifesto of Dark Tranquillity" di tre mesi prima, è apprezzabile e condivisibile l'intenzione di dare nuova vita ai memorabili albori della ventennale carriera degli svedesi proponendo, per l'occasione, contemporanee versioni digitali di alcuni pezzi rari, incisi su nostalgiche e desuete cassette o del tutto inediti sino ad ora. In questo caso, dalle parti di Dortmund, lo sguardo è rimasto sempre ben focalizzato in direzione dello scopo iniziale sopra al quale erano state gettate le basi di questo "Yesterworlds". I dieci brani qui contenuti, infatti, sono stati rielaborati con sobrietà e senza inutili eccessi, oltre che con la solita accuratezza tipicamente tedesca, mantenendo il più possibile attuale lo spirito pionieristico e, per certi versi, scanzonato con il quale furono incisi quattro lustri or sono. Va detto che, con un pizzico di coraggio e di ardore in più, si sarebbe potuto fare uno sforzo ulteriore, andando ad estrapolare almeno un paio di tracce anche dalla concisa discografia dei Septic Broiler. L'antico adagio secondo cui "fatto 30, facciamo 31", evidentemente, non trova alcun riscontro in lingua tedesca nella popolosa Renania Settentrionale-Vestfalia. Contrariamente a quanto affermato da Nikals Sundin ed, in parte, sconfessando quanto asserito nel corso di questa monografia, personalmente riteniamo che la compilation riservi il proprio meglio nella prima metà. Parliamo, quindi, dei sei brani registrati con Anders Friden al microfono e Mikael Stanne nelle vesti di chitarrista ritmico. Da un punto di vista strettamente musicale, siamo al cospetto di brani piuttosto rabberciati, prodotti con strumentazioni davvero rudimentali, per non dire scadenti, e caratterizzati da un comparto vocale immaturo e sgraziato. Ciò nonostante, è proprio in questa prima sezione che è possibile trarre gli spunti di riflessione più significativi per comprendere l'evoluzione artistica della formidabile formazione scandinava. Qui si evidenziano diverse ed interessanti contaminazioni. In principio fu il thrash metal europeo ad esser preso a modello di riferimento principale, (Kreator, Sabbat e Sodom), mentre, in seguito, aumentarono le inflessioni ascrivibili al connazionale melodic black, (Dawn, Dissection e Naglfar), non disdegnando, neppure, più elaborati richiami al folk. Carenti da un punto di vista strutturale e raffazzonate in più di un frangente, canzoni come l'iniziale "Beyond Enlightenment" o le lunghe "Unfurled By Dawn" e "Yesterworld", risultano essere incredibilmente fresche e genuine, ancora lontane da qualsiasi, riduttiva, definizione di stile. Gli accordi si susseguono liberamente, le chitarre tratteggiano piccoli assoli progressivi, assolutamente naif, la batteria alterna un più cadenzato mid tempo a furenti blast beats, il singer ringhia selvaggio, facendo ricorso ad uno scream mediocre che, tuttavia, si fa portavoce della rabbia e della disperazione di una intera Nazione, quella con il più alto tasso di suicidi tra i giovani, in cerca di riscatto e di emancipazione, l'elemento melodico, a poco a poco, si va definendo, di pari passo con l'inserimento di corposi refrain centrali dalla resa assicurata ed immediata. La seconda porzione dell'album, viceversa, ci offre quattro brani simili a quelli già da noi analizzati nelle trattazioni specifiche. Il significativo passo in avanti compiuto dai nostri affidando il microfono a Stanne è già stato segnalato a suo tempo, mentre da un punto di vista storico, le canzoni, (di cui una riproposta un paio di volte in due versioni pressoché identiche), hanno poco da aggiungere a quanto detto nei precedenti capitoli da noi affrontati. L'elemento di maggiore rilevanza di questa seconda parte lo troviamo all'interno del pezzo "The Gallery". Qui lo stesso Mikael si cimenta, con esiti non straordinari ma comunque accettabili, pure nella sezione lirica poi affidata ad una cantante femminile, mostrando già grande versatilità e dedizione alla causa. Ad ogni modo, il grande merito dei Dark Tranquillity, nei primissimi anni novanta, fu quello di comprendere, prima e meglio di altri, che avrebbero dovuto implementare sempre più l'elemento melodico per poter sopravvivere in un panorama musicale estremo che, ad esplosione del fenomeno death metal non ancora ultimata, stava già entrando in una nuova fase. Un anno dopo il rilascio di "A Moonclad Reflection", piccolo lavoro non valorizzato a dovere ma di importanza storica notevole, sarebbe giunto l'oscuro e magnifico "Skydancer", il sublime "The Gallery", invece, sarebbe arrivato nel 1995, album che, al pari di "Slaughter Of The Soul" e di "The Jester Race", avrebbe segnato l'affermarsi della scuola melodica di Gothenburg e mandato, definitivamente, in crisi il death di prima generazione. Ottime scelte in fase di confezionamento, indirizzate a valorizzare la componente del nostalgico revival, assieme a qualche stuzzicante appunto personale dello stesso Niklas, rendono ancora più accattivante il prodotto nel suo insieme, di cui se ne consiglia l'acquisto a tutti coloro i quali desiderano scandagliare a fondo il passato glorioso e seminale di una delle band simbolo di un intero movimento.

1) Midwinter (Intro)
2) Beyond Enlightenment
3) Vernal Awakening
4) Void of Tranquillity
5) Unfurled by Dawn
6) Yesterworld
7) Punish My Heaven (demo version)
8) Away, Delight, Away (demo version)
9) The Gallery (demo version)
10) Punish My Heaven (alternative version)
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