DARK TRANQUILLITY

Where Death Is Most Alive

2009 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
09/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione recensione

E' questo, per me, il periodo delle prime volte: i Delirium X Tremens hanno rappresentato la prima trattazione relativa ad un gruppo italiano, il precedente episodio inerente i finlandesi Insomnium ha segnato, invece, la prima dissertazione in merito ad un album monotraccia, il presente lavoro, sarà, invece, quello in cui il sottoscritto si metterà, per la prima volta, alla prova con un disco live. Già in precedenti recensioni si è fatto riferimento al rapporto privilegiato dei Dark Tranquillity con l'Italia, con quel pubblico così caloroso ed appassionato che, nel corso dei primi venti anni di carriera, non ha mai fatto mancare il proprio supporto a Stanne e compagni. Non è certamente un caso, dunque, se, sul finire del 2008, la formazione originaria di Gothenburg scelse proprio il "Bel Paese" per registrare il primo album live, un prodotto con il quale si vollero celebrare, guarda caso, i primi 4 lustri di intensa ed onorata attività della band, le cui origini, (come Septic Broiler), risalgono, addirittura, al 1989. Prima di entrare nel merito, facciamo, però, un piccolo passo indietro. L'ottavo album del gruppo, il discreto Fiction, aveva visto la luce nell'aprile del 2007, l'anno seguente fu, di conseguenza, segnato da una capillare attività on stage volta, principalmente, a supportare le canzoni ivi contenute. Nel corso della necessaria pausa estiva, tra la prima e la seconda parte della tournée promozionale, il 23 agosto 2008, il bassista Michael Nicklasson lasciò la compagnia, a causa di impegni famigliari non più conciliabili con quelli del gruppo. Al suo posto venne reclutato Daniel Antonsson, il quale vantava, nel proprio curriculum, precedenti esperienze nei Dimension Zero e nei Soilwork, (in entrambi i casi nelle vesti di chitarrista). Con questa formazione, solo parzialmente rinnovata, i DT calarono nel nostro Paese, tra la fine di ottobre ed i primi giorni di novembre, per la porzione finale di quello sfolgorante tour. Quella del 31 ottobre del 2008, in particolare, fu la prima di 4 serate che videro la band esibirsi anche all'Estragon di Bologna, all'Alpheus di Roma e nella località trevigiana di Roncade. I più attenti di voi avranno già notato la particolarità della data poc'anzi indicata: parliamo, infatti, della famigerata notte di halloween, quella in cui i nostri incubi peggiori prendono forma, si materializzano sotto forma di perfide streghe adulatrici, mostri raccapriccianti di ogni sorta e demoniaci esseri non-morti assetati di sangue. La serata perfetta, dunque, per suonare death metal come Dio, (o meglio Satana), comanda. Per quanto parliamo di musicisti esperti e navigati, di un autentico leone da palcoscenico quale è Stanne, un ruolo di primaria importanza lo gioca anche, parlando della dimensione live, la scelta della location giusta, quella cioè in grado di garantire la perfetta combinazione di suoni, luci, colori ed atmosfere evocate. E la scelta che i Dark Tranquillity fecero fu assolutamente indovinata, una delle migliori possibili sull'italica piazza. Il locale che fece da cornice a quella sensazionale esibizione fu lo storico Rolling Stone di Milano. Per chi non ne fosse a conoscenza, parliamo di quello che fu un autentico tempio del rock italiano, un locale che vide la luce nel lontano 1981, a seguito di una geniale e visionaria intuizione di Enrico Ravelli sulle ceneri dello Studio 54, (il quale, a sua volta, aveva preso il posto del Cinema Ambrosiano), che divenne mitico con il passare degli anni e che, sfortunatamente, nel 2009, è stato costretto ad abbassare definitivamente la propria saracinesca. Continue proteste degli abitanti della zona per il volume, a loro dire, troppo elevato, un oneroso contratto di affitto non rinnovato, la continua ricerca di nuovi spazi edificabili per la metropoli che si espande disordinatamente, non consentirono altra scelta allo sfiduciato proprietario, lasciando nel cuore dei più nostalgici un vuoto difficilmente colmabile. Al suo posto possiamo, oggi, "ammirare" un enorme condominio di lusso a 12 piani, beffardamente ribattezzato Stone Tower, con tanto di porticato, box auto ed ampio giardino interno, in sostruzione di quella che un tempo era la biglietteria. Nel corso di oltre un quarto di secolo di indimenticabile attività live, i giovani alternativi, lombardi e non, coloro i quali rifuggivano dai costosi e "profumati" locali alla moda dei Navigli, ebbero la fortuna di ascoltare, tra gli altri, Lou Reed, Iggy Pop, Joe Cocker, Joe Strummer, gli Africa Unite, i Ramones, Bob Geldof, Ben Harper, e gli Oasis. In ambito metal, assolutamente sensazionale, (al punto tale che sono stati scritti accalorati memoriali a riguardo), fu il doppio concerto tenuto, in una sola giornata, dai giovanissimi Iron Maiden, (nella loro formazione originaria), qualche settimana dopo l'inaugurazione del locale. La band inglese si esibì, infatti, prima nel pomeriggio del 4 aprile del 1981, davanti ad un totale di meno di 1000 spettatori, ed in seguito la sera stessa, quando, viceversa, la sala brulicava di gente e traboccava di entusiasmo sulle infernali note di Wrathchild o di Killers. Otto anni dopo, nel 1989, si esibirono pure i Manowar, in una serata che passò alla storia come quella dell'aggressione alla band locale dei Royal Air Force. Essi, che avevano il compito di aprire lo show della band di Joey Di Maio ed Eric Adams, furono fatti bersaglio di un continuo e fitto lancio dei più disparati oggetti contundenti perché rei, secondo i metalhead più accaniti, di aver tradito la causa collaborando a più riprese con Jovanotti, (anche lui lanciato dal Rolling Stone). A tal proposito, le cronache del tempo narrano anche di un pesante ombrello nero volato sullo stage che si aprì a pochi centimetri dal cantante Marco Signorini, la classica "ciliegina sulla torta" di una serata a suo modo storica. Detto che il locale di Corso XXII Marzo, zona est della città meneghina, ebbe il piacere di ospitare anche un valido show del "madman" Ozzy Osbourne, va infine aggiunto che, un paio di mesi dopo l'esibizione dei Dark Tranquillity, nel dicembre del 2008, al Rolling Stone si cimentarono pure i Satyricon che, debitamente ripuliti del diabolico facepainting d'annata, esaltarono la folla grazie ad una performance appassionata e calorosa che rivalutò, in parte, la recente e controversa produzione discografica della band norvegese. Gli stessi Satyr e Frost, inizialmente, non vennero risparmiati da pesanti e sciocche bordate di fischi, da parte dei puristi nudi e crudi, (che fossero gli stessi "geni" di vent'anni prima?), per quel look così edulcorato e non abbastanza "cattivo". Tornando, ora, ai Dark Tranquillity, due considerazioni aggiuntive sono necessarie. Poco fa abbiamo definito la notte di halloween come assolutamente ideale per un concerto rock, ciò corrisponde al vero solo fino ad un certo punto, soprattutto in Italia. L'immancabile e pacchiana festa a tema, (una delle molteplici "nefandezze" importate dagli States), in programma a tarda sera nel locale, costrinse, infatti, l'ensemble svedese ad anticipare il concerto alle venti, in piena fascia oraria da happy hour. Prima di loro, davanti ad un pubblico ingenerosamente disinteressato ed ancora sparuto, si esibirono i tedeschi Fear My Thoughts, reduci dalla discutibile virata prog di Isolation, ai quali furono concessi appena venti minuti, peraltro, da più parti, definiti piuttosto deludenti. Scaldarono a dovere il pubblico, almeno secondo i resoconti di chi era presente, i finlandesi Poisonblack, guidati dall'indimenticato ex Sentenced Ville Laihiala con il loro caloroso gothic metal. Più sopra abbiamo, inoltre, definito questo come il primo live mai rilasciato dalla band, ma la nostra affermazione necessita di una ulteriore specificazione. In effetti, nel 2003, venne immesso sul mercato il dvd Live Damage, all'interno del quale era contenuto, (immortalato con immagini di qualità piuttosto scadente), lo show di Cracovia, tenutosi in data 7 ottobre 2002, (oltre a molto materiale bonus relativo a diverse esibizioni tra Essen, Atene e Parigi ed altri contenuti speciali). Per la precisione, "Where Death Is Most Alive (Laddove la morte è più viva)", questo il titolo scelto dalla band, è dunque il primo lavoro che i DT offrono al pubblico anche su cd. Esso consta, nello specifico, di 20 tracce effettive, (più una brevissima ouverture acustica), che andranno a ripercorrere, più o meno, tutta la carriera dei padri fondatori del death metal melodico, (solo il seminale ed intricato Skydancer non verrà scomodato, con una decisione abbastanza rivedibile), anche se un occhio di riguardo verrà, inevitabilmente, riservato ai lavori più moderni. L'album, inizialmente annunciato per la prima metà dell'anno seguente, venne, invece, immesso sul mercato a distanza di un anno dalla sua registrazione, in data 26 ottobre 2009, (tempistiche, queste, non degne di una major del settore come Century Media Records), mentre, due giorni dopo, venne stampata anche la tanto attesa edizione limitata con doppio dvd allegato, (di cui solo il primo relativo all'esibizione milanese, il secondo conteneva, invece, un interessante e ricco documentario autobiografico di oltre 45 minuti, oltre a delle rare esibizioni di importanza storica notevole, ma corredate da immagini di qualità davvero deprecabile). Annunciata come ospite, (non troppo), a sorpresa dallo stesso frontman del gruppo, il sestetto scandinavo si avvarrà della preziosa collaborazione di Nell Sigland, all'epoca vocalist dei Theatre Of Tragedy e già incontrata nel precedente lp, la quale duetterà con Stanne, con charme e sensualità, in due episodi della scaletta in programma, uno dei quali rappresenterà, probabilmente, l'apice emozionale di tutta la serata. Prima di dare il via alla nostra analisi track by track due brevi riflessioni conclusive, a corredo di quanto detto sinora. All'epoca, quasi un anno dopo il conseguimento della mia laurea, mi fu ventilata, da parte di un amico di vecchia data, la proposta di partecipare a quel concerto, ma la atavica carenza di liquidità ed una prima, per certi versi, disastrosa esperienza lavorativa, mi portarono a saltare quell'appuntamento con la storia. Inutile sottolineare che i rimpianti mi tormentarono non poco, nell'immediato post-concerto. Infine, un ultimo appunto. Quella notte, sul capoluogo milanese, per rendere ancora più speciale la famigerata notte delle streghe, si abbatté un violento acquazzone, (i cui prodromi, invero, iniziarono a stazionare stabilmente sopra alla città dei Navigli già tre giorni prima), che non diede tregua per tutte le due ore in cui la band si esibì. Anche quello contribuì a creare un'atmosfera magica, quasi irreale, da brividi veri. 

Intro

"Intro" si compone di sessantacinque secondi dal carattere interamente strumentale, utili per completare gli ultimi ritocchi allo stage e per consentire ai cinque membri "complementari" di prendere posto. Il pubblico italiano, i cui livelli di adrenalina avevano già raggiunto picchi notevolissimi, nel corso di un intero pomeriggio trascorso sotto la fitta pioggia, nell'attesa snervante, inneggia a gran voce ai propri beniamini e scandisce il ritmo battendo le mani con convinzione. Un logo alato di Fiction domina il maxischermo installato sullo stage, mentre i lunghi dreadlocks di Martin Henriksson si palesano dinanzi agli occhi dei più giovani, assiepati tra le prime fila e letteralmente in visibilio. Striscioni e vessilli vengono srotolati in gran fretta per poter essere mostrati, il secondo chitarrista fomenta ulteriormente la già delirante folla, invitandola a farsi sentire maggiormente. Nel frattempo, Jivarp si accomoda dietro le fidate pelli, Sundin imbraccia la sua chitarra elettrica ed il nuovo bassista Antonsson fa altrettanto con diligenza. Brandstrom si fa carico di disegnare una melodia orecchiabile e discretamente ruffiana, con l'intento di intrattenere i presenti ancora per pochi istanti. Qualche arpeggio, solo lievemente più sostenuto, ha il compito di innalzare ancora la tensione in sala, spianando, di fatto, la strada per l'entrata in campo del prode e valoroso condottiero di tante battaglie, Mr. Mikael Stanne

The Treason Wall

Le luci si ammantano di una colorazione più intensa, per quanto relativamente sobria, mirata a creare una scenografia di fondo candida e, tendenzialmente, monocromatica. Le prime, inconfondibili, note di "The Treason Wall (Il muro del tradimento)" risuonano nell'atmosfera, facendo, letteralmente, esplodere i circa 1000 presenti, equamente distribuiti tra il parterre e le tribune. La coppia di chitarristi si esibisce in un headbanging furioso, in cui la sofisticata acconciatura di Henriksson regala un effetto decisamente migliore, più selvaggio, rispetto a quella più canonica di Sundin. Il funambolico frontman entra in scena di gran carriera, dopo una decina di secondi, e cerca subito il contatto ravvicinato con il pubblico, vuole capire in che misura Milano, e l'Italia tutta, siano della partita. Stanne, il quale indossa un'elegante camicia scura a mezze maniche, sfodera un cantato molto abrasivo e penetrante, mentre l'ottimo Brandstrom si cimenta con il consueto profitto alle tastiere, orchestrando una base melodica accattivante ed in grado di stamparsi in testa da subito. Il ritornello centrale, di quella che fu l'autentica gemma contenuta nel fortunato "Damage Done", in cui ci imbattiamo a partire dal minuto 01:33, viene intonato a squarciagola dai fan entusiasti, debitamente supportati da un Mikael che appare subito in totale stato di grazia. Possiamo intuire, fin dai primi momenti dell'esibizione, che le transenne metalliche poste a protezione della band debbano essere state sottoposte ad un'enorme pressione quella sera; una marea umana traboccante di entusiasmo e di passione, equamente divisa tra coloro i quali erano impegnati ad immortalare il cantante con le loro fotocamere digitali e quanti cercavano in ogni modo una stretta di mano, un cenno d'intesa, un sorriso sincero, complice di un rapporto di amore reciproco ed incondizionato. Le ritmiche calano sensibilmente dopo lo scoccare del secondo minuto, le sublimi inflessioni di natura progressive, già evidenziate nella versione in studio, si fanno maggiormente accentuate, qualche pregevole assolo di chitarra irrobustisce il dinamico bridge di transizione, anche il bassista Antonsson, vinte le iniziali timidezze, fa capolino agli occhi delle telecamere con un sorriso educato. Di lui balzano immediatamente agli occhi i sinistri tatuaggi alle braccia. La batteria di Jivarp scandisce il ritmo con instancabile precisione, pur lasciando intravvedere di avere ancora del potenziale dal quale attingere, sul maxischermo scorrono immagini psichedeliche e futuristiche, invero non troppo originali, per quanto comunque non eccessivamente invasive per gli occhi. La tensione si scioglie progressivamente da entrambi i lati, il pubblico capisce di essere in procinto di assistere ad uno show memorabile, i membri della band, dal canto loro, hanno la consapevolezza che saranno chiamati ad offrire niente di meno che il meglio di loro stessi, nel corso dei seguenti cento minuti. Quello che ci invita a fare, schiumante di rabbia, il frontman svedese, è di rompere qualsiasi schema precostruito a tavolino, fare a pezzi i preconcetti universalmente intesi, se ascolterete la seducente voce del caos, se vi lascerete guidare dai vostri istinti primordiali, sarete in grado di perseguire i vostri obiettivi, se, viceversa, vi lascerete dominare dalla imperante corruzione mentale che dilaga nel mondo andrete, inevitabilmente, incontro al fallimento. Io, che quella voce l'ho seguita molto tempo prima di voi, vi inchioderò al muro del tradimento, affonderò, giorno e notte, le mie affilate stilettate sul vostro corpo inerme, nessuno sarà risparmiato dal mio furore e dalla mia sete di rivalsa. L'intento è quello di scardinare, pezzo dopo pezzo, tutte le vostre certezze, ho forgiato a tal punto il mio pugno da renderlo d'acciaio, in grado di disintegrare ogni cosa, non vi darò tregua finché non avrò portato a termine la missione. Vi posso garantire che cadrete a terra, in maniera fragorosa, uno dopo l'altro, l'alto muro che avete costruito per mettervi in salvo non sarà sufficiente a fermarmi, anch'esso rovinerà al suolo, vinto dalla mia incrollabile tenacia. I Dark Tranquillity decidono, quindi, di aprire le danze in grande stile con una delle più recenti e dirompenti hit della loro produzione discografica. Il sottoscritto, che non aveva esitato a definire "The Treason Wall" il miglior esempio di cosa significhi suonare death metal melodico nel terzo millennio, (al pari di "Only For The Weak" degli In Flames), avrebbe, però, preferito una differente collocazione nella setlist. Inserendo la traccia in apertura di show, l'impressione che si ha è quella che si sia tentato di aggraziarsi subito il pubblico sfoderando, (davvero troppo presto) la canzone di maggiore successo del nuovo corso della band. Il risultato sperato, in ogni caso, è stato conseguito alla perfezione, perciò tanto di cappello e fine delle discussioni.

The New Build

Ideale prosecuzione di quanto ascoltato poc'anzi si ha con la seguente "The New Build (La nuova forma)", altra canzone dal tiro aggressivo e dalla resa assicurata, al cospetto di un pubblico già bollente e ben disposto. L'assalto impetuoso di Jivarp alla batteria, affiancato da un terremotante urlo a squarciagola di Stanne sono i primi elementi che caratterizzano la traccia nel suo incipit battagliero. Ricordiamo che la versione originaria aveva il compito di inaugurare "Character", non a caso un lavoro che, nella sua globalità, poco si discostava dal precedente lp. Si alzano verso il cielo le corna da parte degli scatenati astanti, nel più classico dei gesti metallari per antonomasia, le ragazze meno dotate quanto a statura chiedono il supporto dei pazienti e generosi compagni per essere innalzate sopra le loro teste e poter, così, godere di una visuale migliore, qualcuna, evidentemente particolarmente accalorata, comincia già a svestirsi e, sventolando per aria i propri abiti intrisi di sudore, inizia a far sperare per il meglio anche in quel senso. Il carismatico singer biondocrinito flirta con le telecamere, (le registrazioni furono opera dei connazionali Alberto Rosetto e Mario Struglia), ammicca seducente con il suo fascino nordico, dando il via alla serrata narrazione lirica. Siamo pervasi da una forza umana più forte di ogni logica, in grado di spingerci oltre il fuoco e di farci progettare grandiose idee, ci costruiamo un personale microcosmo tutto nostro, all'interno di questo disgraziato frammento di inferno in cui siamo confinati. Ricordi lontani balenano nella nostra mente, quell'empatia che un tempo provavamo verso gli altri fa capolino per qualche istante, del resto non è necessaria alcuna rivoluzione per far si che un segreto, già noto a tutti da tempo, venga, finalmente, svelato coi crismi dell'ufficialità. Il bisogno, lo stato di necessità è il nemico contro cui dobbiamo batterci. Davvero rimarchevole è il contributo offerto dalla sezione ritmica, qui furiosa e martellante come nelle migliori occasioni, grazie all'utilizzo dei blast bests. Il lavoro delle due chitarre è preciso e sincero, Antonsson, dal canto suo, è ormai pienamente coinvolto nelle dinamiche di gruppo, gioca un ruolo attivo nella partita, e non si tira indietro di fronte allo scomodo, per certi versi pure poco gratificante, ruolo di bassista. Io non voglio nemmeno più vederti, non fai altro che imitarmi di continuo, non lasciarti influenzare dal mio comportamento, ora che ti sono noti gli istinti insani che mi governano. Questa volta il pubblico pare mostrare più compostezza, (assai relativa), e sembra maggiormente intenzionato ad ascoltare e ad apprezzare il frenetico sviluppo del pezzo stesso. Allo scoccare del secondo minuto, tuttavia, è lo stesso Mikael ad aizzare nuovamente la gente, la quale non se lo fa dire due volte e torna a farsi sentire con impeto, se possibile ancora maggiore. Ora sono le tastiere di Martin ad ergersi nel ruolo di protagoniste, con il loro andamento nevrotico, quasi alienante, i fan ballano e saltano a tempo, estasiati ed incontenibili. Lo stesso Antonsson ed Henriksson sembrano essere i più indemoniati, mentre il lead guitarist Sundin prova a mantenere un contegno maggiore, Stanne, manco a dirlo, è carico come una molla, inarrestabile nel suo continuo muoversi su e giù per il palco, (non particolarmente ampio, per quanto leggermente esteso grazie all'installazione di una piccola passerella in modo tale da porre a stretto contatto il cantante con la folla). Il traguardo che ci siamo prefissati non potrà essere più grande delle reali risorse a nostra disposizione, ci siamo battuti con ogni energia per scrivere una storia personale, il più possibile unica, ma non ci siamo riusciti, il nostro infelice e misero destino ci rende simili a tutti gli altri. La realtà in cui siamo costretti a vivere, ingabbiati come bestie, è davvero troppo angusta, qualcuno sarà costretto ad evadervi per non rimanere schiacciato dalla pressione crescente. Qualunque melodia potremo avere il privilegio di ascoltare, qualsiasi battito che guiderà gli impulsi al nostro cervello, che cosà resterà, infine, all'interno di un'anima terribilmente vuota? Nessuno è in grado di porre fine all'antico conflitto tra gli esseri umani, sopra di noi è stata posta una arcana maledizione che non siamo in grado di spezzare, per poterlo fare bisognerebbe disporre di una saggezza che ancora ci è preclusa, i nostri intenti e le ambizioni erano nobili e meritevoli, ma alla fine anche noi mostriamo il lato meschino e vile del volto e finiamo per installare un ulteriore filtro difensivo a protezione di noi stessi. Ancora un'immagine di un essere umano alato, concetto storicamente caro alla metafisica, è l'ultima che appare sullo sfondo, nel momento in cui il pezzo si esaurisce dopo oltre 4 minuti carichi di adrenalina e di pathos, (non troppo dissimile, se non per la corporatura, da quella che faceva bella mostra di sé sulla copertina dello storico album In Utero dei Nirvana).

Focus Shift

Benché la serata sia entrata, a tutti gli effetti, nel vivo, Stanne decide di prendersi qualche istante per dialogare a cuore aperto con il pubblico. Con la sua inconfondibile timbrica baritonale, egli coglie l'occasione per augurare una buona serata ed un felice halloween a tutti quanti e per ringraziare lautamente, dicendosi estremamente felice ed orgoglioso di potersi esibire, una volta di più, in Italia. Il resto della band ne approfitta per dissetarsi, chi lo fa con una bottiglietta d'acqua, chi, invece, con una più corposa lattina di birra, e per detergersi dal sudore, (ipotizziamo che il tasso di umidità debba essere stato assai prossimo al 100%). Dopo qualche altro istante di sostanziale stallo, il leader dei Dark Tranquillity richiama all'attenzione i suoi compagni, annunciando alla platea il titolo del prossimo pezzo in scaletta. Con "Focus Shift (Cambiamento di orizzonte)" la formazione scandinava compie un altro salto in avanti nel tempo, di un paio di anni, riproponendo quella che è stata la prima hit estratta da "Fiction". Si tratta, anche in questo caso, di un brano fortemente votato alla modernità, dinamico, (almeno in teoria), nei suoi molteplici cambi di ritmo, e che, nelle intenzioni del gruppo, voleva miscelare in egual misura l'ormai imprescindibile componente elettronica a quella più tradizionale, legata al sapiente uso delle chitarre elettriche e della batteria. In realtà, come già documentato nel relativo episodio specifico, le tastiere offrono una prestazione sciatta, in più di una circostanza addirittura insipida, solo parzialmente mitigata, dall'inevitabile quid in più garantito dalla dimensione live. Le cadenze rallentano abbastanza rispetto a quanto udito sino a questo momento, anche se non possiamo ancora dire di essere alle prese con il primo momento realmente introspettivo e meditativo dello show. In ogni caso, quello che fu, piuttosto inspiegabilmente, deputato ad essere il singolo di lancio del settimo lp del gruppo, garantisce una resa decisamente migliore al cospetto di quanto fuoriuscito dallo studio di registrazione 24 mesi prima, (non che ci volesse molto, a dire il vero). Detto ciò, ribadiamo il concetto chiave secondo cui, a nostro avviso, la melodia che Bransdtrom architetta non è sufficientemente consistente da stuzzicare più di tanto la nostra fantasia e la sensazione di essere dinanzi ad un pezzo che avrebbe potuto tranquillamente essere relegato al semplice ruolo di "bonus track" viene, solo in minima parte, attenuata dal gradevole riffing chitarristico e dal cantato vigoroso e ficcante. Valido è, invece, il contributo dietro le pelli assicurato dal bravissimo Anders Jivarp. Che non sia ancora il momento per gli accendini e per le lacrime lo capiamo anche dal fatto che, poco dopo il terzo minuto, qualcuno improvvisi un discreto pogo, attorno alla quarta/quinta fila, mentre una maglietta scura, gettata verso un divertito Mikael, viene da egli stesso raccolta, letta e messa da parte, come ricordo della serata. Degno di nota, nella mediocrità generale in cui la band corre il rischio di insabbiarsi, è il breve assolo chitarristico che segue, tradizionale marchio di fabbrica del collaudatissimo binomio Sundin-Henriksson che spiana degnamente la strada agli ultimi, intensi, sessanta secondi. A parziale discolpa dei nostri, va detto che, già da queste prime tre canzoni, è possibile percepire una qualità audio globalmente niente più che discreta, dal momento che il suono pare essere poco intelligibile e non particolarmente massiccio. Si tenta, inoltre, di far risaltare ad ogni costo l'elemento elettronico, anche laddove non strettamente necessario, a discapito di tutto il resto. Motivo in più, questo, per rendere onore ai Dark Tranquillity ed alla loro performance maiuscola. Contrariamente alla nostra analisi nient'affatto che positiva, il brano scatena un entusiasmo notevole in sala, i fan sono evidentemente soddisfatti dagli sforzi che il sestetto ha profuso per rendere più accattivante la traccia. Dal canto nostro, crediamo che un'euforia simile sia da attribuirsi, piuttosto, all'onda lunga generata dalle prime due canzoni, dal momento che continuiamo a ritenere "Focus Shift" uno degli episodi più controversi e meno convincenti della più recente produzione dei nostri. Peraltro ci consola il fatto che, nella restante ora abbondante di concerto, non incontreremo più altri picchi del genere verso il basso. Discreto, invece, è il corredo lirico che ne fa da cornice. Da tempo ho smarrito la strada maestra, finisco per perdermi in continuazione, anche quando sembrerebbe impossibile farlo, gli occhi sono incapaci di vedere con chiarezza, sorde sono state rese le mie orecchie. Dopo tanto tempo, questa sera, nell'oscurità imperante, il silenzio è stato finalmente rotto. Ti sei assunto la responsabilità di farlo al posto mio, io non sono in grado di fornire valide giustificazioni del perché mi sia tirato indietro all'ultimo momento, entrambi eravamo a conoscenza che qualcosa sarebbe avvenuto proprio questa notte, ma io ho esitato. Penso di aver perso il linguaggio, nego qualunque cosa io abbia professato sinora, non dispongo più di alcuna certezza, ho irrimediabilmente smarrito ogni riferimento logico e mi muovo senza una direzione precisa. Mi prodigo al massimo per decifrare il tuo volto, per rendere comprensibile la tua mappa mentale, disponi di una importante saggezza che a me è stata negata, a differenza mia, tu hai avuto l'accortezza di dare il giusto peso alle parole pronunciate in passato. Il silenzio mi parla ancora, non afferro, però, sino in fondo il suo messaggio, ne riesco ad intuire, a grandi linee, il contenuto, ma sento di essere ancora bloccato, incatenato da qualcosa. Per questo, privato anche dell'orgoglio personale, rifiuto la mano tesa che mi getti in soccorso, non sono nemmeno in grado di dare una spiegazione valida per un simile comportamento, la furia e l'ira dominano i miei istinti, afferro la fiamma che alimenta in me il fuoco senza sosta. Io lascio il mio cambiamento di orizzonte.

The Lesser Faith

Si resta all'interno di quella che fu la tracklist di "Fiction" con la successiva "The Lesser Faith (La fede minore)", primo brano che, nel complesso, supera i cinque minuti di durata e che ha il compito di inaugurare alla grande una sezione centrale di show alquanto dinamica. Mikael conferma che, proprio nel corso della serata, verrà registrato il dvd destinato alla vendita, scatenando ancora di più l'entusiasmo del pubblico, (definito il migliore in assoluto). La platea scandisce, a gran voce, il nome dei propri beniamini battendo le mani a tempo, il cantante svedese introduce la traccia dedicandola a coloro i quali non hanno fede, esattamente l'opposto dei suoi adulanti fan italiani. Molto elegante, nelle sue movenze non eccessivamente forsennate e nelle sue oscure pennellate di fondo, è il riff introduttivo, sopra al quale si innesta la sezione lirica, anch'essa improntata ad una maggiore pacatezza dei toni. A poco a poco il sound si ispessisce, si carica di un retrogusto tipicamente swedish, a metà strada tra l'heavy ed il thrash, le tastiere stendono anche qui la loro lunga mano, ma questa volta lo fanno con un piglio decisamente migliore e, soprattutto, senza prevaricare la strumentazione tradizionale. Assistiamo, quindi, ad un piacevole ed equilibrato intreccio tra le due anime predominanti del gruppo. I tre strumentisti a corde non perdono occasione per scatenarsi nel classico headbanging d'ordinanza e si scambiano di continuo le loro posizioni, nel frangente specifico Antonsson marca a uomo Henriksson, (divenuto, proprio dal precedente lp, compositore principale del gruppo), mentre Sundin si muove nella direzione opposta, apparentemente abbastanza fuori dai giochi. Evocativo e di valore è il lungo interludio centrale che segue di qualche istante il primo passaggio dal refrain centrale. Una melodia dolce e sensuale è quella che scaturisce a partire dal minuto 02:36, nello stesso istante in cui una grossa e candida scritta con il termine "Faith" fa capolino dietro alle robuste spalle di Jivarp. Il basso ha così occasione di incunearsi in stretti ed oscuri anfratti lasciati libere dalle chitarre, il nuovo arrivato, la cui militanza nei DT sarà piuttosto breve, se la cava discretamente e, pure da un punto di vista della presenza scenica, non soccombe nel confronto con il suo predecessore. La sezione ritmica, in questo caso, è meno debordante che in altri frangenti, ma non manca di assicurare il suo piccolo mattoncino alla causa. Bisognerà aspettare sino al minuto 03:25 affinché la melodia portante si irrobustisca nuovamente. Ottimo, in tal senso, il riff del minuto 03:43 che, di fatto, conclude l'interludio stesso. Brilla di luce propria, manco a dirlo, ancora una volta la performance di Stanne, sempre a suo agio in ogni centimetro del palcoscenico, forsennato nell'imitare il gesto di suonare la batteria e dotato di una molteplicità di registri vocali che ha pochi eguali nel panorama metal contemporaneo. Il comparto lirico, di notevole valore, mostra un essere umano che si è, a poco a poco, allontanato dalla fede più autentica, nonostante egli dica di essere ancora fedele, non è in grado di dare una esatta connotazione alla stessa. Noi, che fede non ne abbiamo, siamo, viceversa, consapevoli che la dimensione terrestre è la sola consentita, non ci facciamo illusioni su misteriosi progetti divini o su qualsivoglia ipotesi di resurrezione dopo la morte. Oggi ho sognato una nuova parola, pur nella mia ignoranza sono stato in grado di darle un significato preciso, non ero nessuno io per dire che bisognava conoscerla, per sentire che era necessario crederci, eppure l'ho fatto. Ho sognato che il mondo sarebbe finito, non mi sbagliavo a dubitare, ero nella ragione quando screditavo le parole che sentivo introno a me, le percepivo come pronunciate da persone rinchiuse all'interno di un guscio finto, posticcio. Hai riposto troppo a lungo la fiducia nell'impensabile, è tempo di giustificare la tua fede minore. Hai mostrato la tua fede per cose davvero di poco conto, solo ora te ne rendi conto, sei insignificante per me, come puoi giustificare la tua fede minore? Per conoscerla bisogna temerla, per provarla bisogna essere capaci di dire no, nelle altezze del cielo o nelle profondità del mare, già so che non riuscirò a distruggerla, a gettarla via. Il comando è nelle tue mani, sei tu che dirigi le operazioni, perché tuo è il bastone nodoso che nessuno è in grado di spezzare. E' tutto qui ciò per cui hai mostrato la tua fede minore, per questo non ne verrai mai a conoscenza sino in fondo.

The Wonders at Your Feet

Si torna, poi, a pestare forte sul pedale dell'acceleratore con l'incalzante "The Wonders At Your Feet (Le meraviglie ai tuoi piedi)", pezzo che aveva il compito di aprire il claudicante "Haven", prima testimonianza dei Dark Tranquillity nel terzo millennio. Tra le prime file spuntano bandiere svedesi, tedesche ed italiane, mentre l'istrionico singer si intrattiene ancora per qualche istante con il pubblico, tra amenità varie ed ulteriori ringraziamenti di sorta. La tastiera è subito protagonista con la sua melodia affabile e convulsa, la batteria vi si appoggia sopra con eleganza, in quello che si va a configurare come un classico mid tempo andante. Impossibile resistere alla tentazione di scatenare un pogo selvaggio che, prontamente, prende il via non appena si è esaurito il lancinante grido dello stesso Stanne. Le chitarre cercano di reggere l'urto della marea elettronica ricorrendo a riff semplici ed essenziali, ma la loro forza d'urto viene ulteriormente debilitata dalla già citata acustica balbettante. Il growl che il cantante propone, dal canto suo, è muscoloso e stentoreo, sufficiente per ergersi in cima ai continui ed incessanti giri delle tastiere e dei sintetizzatori. Al minuto 02:30 qualche istante è concesso per tirare il fiato e per meglio apprezzare il comunque lodevole cesello di note elaborato dai due axe-men. Il momento è quello propizio, finalmente aggiungiamo noi, perché anche il talentuosissimo Niklas Sundin batta il primo colpo della sua serata. Al minuto 03:10, eccolo quindi cimentarsi con un assolo meraviglioso, debitamente introdotto dalle affettuose parole di encomio di Stanne, ed ammantato di un barocco retrogusto dark, utile ad innalzarne ulteriormente la valenza tecnica. Poco dopo, un giovane, in preda all'euforia, tenta addirittura di salire sul palco, mettendo le braccia addosso a Mikael, ma è fermato dagli addetti alla sicurezza, non esattamente tempestivi a voler essere onesti. Il pezzo si esaurisce quindi, dopo poco più di tre minuti effettivi, non certo carenti quanto ad energia ed a vitalità. Se c'era un brano da valorizzare al meglio da "Haven", perché dotato di una sua attitudine selvaggia e bellicosa, che ben si prestava alla dimensione live, quello era certamente "The Wonders At Your Feet" che, non a caso, resterà l'unica traccia della serata estrapolata dall'album del 2000. Due solo sono le stanze che compongono il testo della canzone, peraltro suscettibili di molteplici interpretazioni differenti, come nella stragrande maggioranza dei casi quando la penna compositrice è quella di Mikael. Al cospetto dei nostri occhi si parano dinanzi tonalità di rosso accese, esse macchiano i nostri nomi, ivi incisi, con pennellate materiche e consistenti. Il perdono è stato rovesciato e ci appare sottosopra, per vedere davvero dovremo essere in grado di rompere la lente che distorce la realtà ed annientare gli infedeli, senza indugiare. Nei nostri cuori dimora la carestia, è lei che amplifica a dismisura il rumore del silenzio di cui ci nutriamo. Quello di cui siamo bisognosi è sgravarci dal peso dei nostri polmoni per lasciarci spingere più su, verso l'alto. Insolitamente pesanti sopra ad una ampia scala, timorosi di guardare in basso, un canto disperato fuoriesce dalla bocca, siamo consapevoli di non avere mantenuto la parola data. A seguito di ciò, il nostro sangue è stato contagiato, dall'esterno, da un pericoloso virus, siamo debilitati nel fisico e nella mente, troppo tempo abbiamo destinato ad una estenuante ricerca, rivelatasi infruttuosa. Qualsiasi aspetto della nostra personale condizione di oppressione diviene, ora, comprensibile, infiamma le menti, infervora con il sacro fuoco dell'ira il cuore. Bruciamo con maggior intensità e velocità, queste sono le meraviglie ai tuoi piedi.

Lost to Apathy

Si avanza nuovamente di un lustro, tornando a pescare dalla nutrita trackilst di "Character", con "Lost To Apathy (Perso nell'apatia)", grandioso brano che occupa la settima posizione in scaletta, dal forte retrogusto thrash oriented e che si fa apprezzare, in primis, grazie alla sua densa ed articolata sequela di riff chitarristici. In apertura, il leader dei Dark Tranquillity parla nuovamente alla folla. "La prossima è una canzone che parla della sconfitta di una intera generazione, ma non di voi che siete qui stasera. La gente là fuori non è  più in grado di appassionarsi alla musica, a loro non interessa uscire la sera e godersi uno show come questo. Fortunatamente voi non siete persi nell'apatia, questa è una canzone d'amore per voi tutti, d'odio per gli altri". La sezione ritmica di Anders si posiziona, sin da subito, su tempistiche incalzanti, mentre la base melodica di Martin è meno dirompente, garantendo, d'altro canto, un piacevole e funzionale groove di accompagnamento. Le ritmiche sono tirate allo spasimo, pregevoli anche gli arrangiamenti proposti. Le chitarre godono di un livello tecnico, nonché di uno spessore musicale decisamente superiore, rispetto a quanto proposto nella precedente "Focus Shift", la quale, non a caso, è stata più volte accostata al pezzo in oggetto, del quale è priva di gran parte del mordente e dell'incisività qui ammirata. Dal minuto 02:45 ritroviamo, sebbene meno accentuate che nella versione in studio, le medesime vibrazioni progressive, (Opeth docet). Qualche leggera variazione sul tema la possiamo apprezzare sul maxischermo posto alle spalle dei componenti la band, sopra al quale vengono proiettate spoglie immagini di una città postindustriale che si sta svuotando, che sta cambiando la sua destinazione d'uso prevalente, (sulla stessa lunghezza d'onda, peraltro, dell'artwork dell'album stesso). Sundin si staglia in primo piano sullo stage attorno al minuto 03:30 e fa letteralmente cantare la propria chitarra, al punto tale che pure lo stesso Stanne si ferma qualche istante ad ascoltare e ad ammirare lo spettacolo. Memorabile, in particolare, è il riff del minuto 03:38 sottolineato a dovere da una e vera propria ovazione tra il pubblico presente. Il missaggio energico di Tue Madsen, nei danesi Antfarm Studios, assicura una resa ottimale al pezzo che, lo ricordiamo, fu proposto per la prima volta nel piccolo ed omonimo ep che precedette di un paio di mesi il rilascio del settimo lavoro su lunga distanza degli svedesi. Il tono taciuto della debole disperazione ha smesso di echeggiare, il capo sfilacciato dei fili che ci tengono legati si disintegrerà presto. Incapaci di comunicare, ugualmente non in grado di ascoltare il prossimo, assistiamo sulla nostra pelle ad un drammatico ribaltamento dei bisogni umani. Abbiamo fatto scivolare in fondo alla classifica le necessità fondamentali, mentre abbiamo innalzato al vertice una infinita sequela di banalità e di stereotipi, senza dei quali, saremmo ormai del tutto incapaci di stare. Abbiamo dato loro il valore della più classica e subdola tra le dipendenze, alla stregua di una sostanza stupefacente. Siamo, così, diventati simili ad un guscio di conchiglia, vuoto internamente ed estremamente fragile al di fuori. Presto la battaglia sarà conclusa e saremo persi nell'apatia. Proviamo ancora a dominare i nostri istinti, versando lacrime ingiustificate, solamente allo scopo di verificare quanto dolore ancora siamo in grado di reggere, niente conta davvero al giorno d'oggi. Quella che abbiamo messo un campo è un'inutile non-reazione, a seguito della quale agli occhi non sarà, comunque, concesso il dono di vedere nuovamente. Voglio sapere da dove tutto sia scaturito, quando questa follia sia iniziata, per quanti sforzi io compia, mi accorgo di stare vivendo in un mondo sconosciuto. Più facile, in definitiva, chiudersi in me stesso, tenere al mio interno anche il più palese degli stati d'animo e rifuggire dalla quotidianità.

FreeCard

"FreeCard (Carta gratuita)" svolge un duplice compito nel corso della serata milanese: da un lato, infatti, essa solletica per la prima volta il marcato e, per molti versi, incompreso sperimentalismo sonoro di "Projector", dall'altro inaugura una porzione di concerto fortemente improntata all'introspezione ed al romanticismo, porzione che raggiungerà, tra qualche brano, il suo momento di massima intensità, come avremo modo di constatare tra poco. Le tonalità dello show si ammantano di pennellate oscure, sofferte, lo stesso vocalist si atteggia in una maniera differente, molto teatrale, che lascia trasparire una profonda inquietudine d'animo. Una melodia triste e desolante è quella che ci accoglie inizialmente, (assente, per ovvie ragioni di spazio, il pianoforte al quale era affidato il compito di farci da guida), non basta a mutare il nostro sentore il fatto che Jivarp pesti i piatti a propria disposizione con fare sicuro. Dopo una prima strofa proposta con voce straziante e sofferta, sono passati novanta secondi esatti, Stanne sfodera le sue appassionate e morbide clean vocals, il chiavistello giusto con il quale fare definitivamente breccia nel cuore di tutto il gentil sesso presente al Rolling Stone. Quella che fu, sostanzialmente, la prima canzone in assoluto in cui le chitarre dovettero cedere il passo alla preponderante componente elettronica, la prima testimonianza che la band consegnò ai posteri del suo album più coraggioso ed ardito di sempre, piace assai pure in ottica live. Brandstrom cala l'asso da undici poco dopo lo scoccare del secondo minuto e propone uno dei migliori arrangiamenti personali dell'intera serata, i suoi continui inserti sono davvero efficaci, le cupe e meste linee armoniche di supporto del basso si ritagliano un discreto spazio di manovra. La coppia di asce, invece, dopo averci deliziato con qualche piacevole e secco riff distorto, si defila a poco a poco, al punto tale da sparire quasi del tutto, lasciando alla sola batteria il compito di provare a reggere l'onda d'urto dei sintetizzatori. Tornando, per qualche istante, a quel 1999, è possibile percepire  tutti i timori per l'incombente arrivo del terzo millennio, le insicurezze dell'io più profondo si avvertono in tutta la loro drammaticità. Le cadenze avanzano lentamente, percorrendo una via tutt'altro che rettilinea, bensì alquanto tortuosa, a volte paiono addirittura essere costrette a tornare indietro, intrappolate in autentici vicoli ciechi, per poi ripartire con maggiore slancio, solo dopo aver trovato nuove valvole di sfogo. I momenti di break si susseguono senza sosta, il fraseggio che la band, nel suo complesso, architetta è molto ragionato e la melodia si biforca in molteplici direzioni, qualche riff di chitarra più tagliente prova a squarciare l'oscurità di fondo, il pubblico si lascia sedurre via via che la matassa viene srotolata, fino ad esplodere in uno straripante applauso finale, di fronte al quale un superbo interprete come Stanne è costretto a simulare il gesto dell'inchino. Sofferto, non poteva essere altrimenti del resto, è pure il fitto corredo lirico. Sono stato posto in conflitto contro queste ore che trascorrono, per me, durissime, la rabbia impera in me, a causa del furto della mia intimità. Tutto questo mi riduce a brandelli, mi spezza nonostante io faccia di tutto per resistere. Contino a non guarire dal mio male, sono distante mille miglia dalla verità più prossima a me, quella in grado di garantirmi il supporto di cui io necessito. Il mio grido di disperazione si alza forte nel cuore della notte, non sufficiente, peraltro, perché qualcuno lo possa udire, un'altra non-notte attende pazientemente il suo turno, così io faccio appello alla mia carta libera affinché essa possa rinviare la sua venuta. Se il tempo avesse avuto molteplici facce, quale sarebbe stata la mia? Nel luogo in cui tutti i sentieri confluiscono in un'unica via, ecco che lì vi si raduna un gran numero di persone erranti, facili bersagli dell'inganno del tempo. Completamente al buio ed ignari della loro sorte, essi vagano senza una meta. Anche noi, d'altro canto, siamo in perenne cammino per conoscere il destino che ci attende, l'oltraggio perpetrato ai nostri danni è inevitabile, le ore passano veloci, il nostro cuore pulsa ben più velocemente di quanto non sia necessario. Avvertiamo il bisogno di una giusta solitudine, un coraggioso tentativo lungo una impervia via di fuga non ha successo, nel mezzo di una notte dominata dai nervi, diveniamo anche noi vittime dell'uccisione dell'anima, il vero io è pura tortura, la morte guida questi nervi.

Inside the Particle Storm

Si continua su lunghezze d'onda abbastanza similari con la successiva "Inside The Particle Storm (Dentro la tempesta di particelle)", pezzo che, nella sua versione originaria, ebbe il grosso merito di innalzare, in maniera piuttosto netta, il livello medio della tracklist sino a quel momento proposta in "Fiction". Siamo, pertanto, ancora all'interno del lato più criptico e riflessivo del gruppo, esso vi si cimenta, con classe e stile senza pari, snocciolando partiture ritmate, solenni e di derivazione teatrale. Assolutamente perfetta, all'interno della scaletta scelta, è la collocazione del brano, dal momento che parliamo di un episodio, isolato quanto splendidamente architettato nel suo insieme, che sembrò ravvivare, piuttosto a sorpresa e a distanza di ben otto anni, quelle stesse atmosfere, plumbee e decadenti, sperimentate per la prima volta nel già menzionato "Projector". La lunga ouverture iniziale, caliginosa e fosca come poche altre volte avevamo udito, si protrae per oltre novanta secondi, durante i quali la tensione raggiunge, in noi, livelli da non sottovalutare. Ben presto, si viene a creare il sottofondo ideale nel quale poter apprezzare al meglio le lugubri e precise linee di basso di Antonsson, inserite con sagacia sopra ad un tappeto ritmico di incredibile consistenza. Si percepiscono, inoltre, seducenti ammiccamenti con il gothic metal di gruppi quali i britannici Paradise Lost o i portoghesi Moonspell. Al minuto 02:20 il primo, breve, momento di down, sovrastato, dopo pochi secondi appena, dalla stentorea ripresa della narrazione lirica. Assai suggestiva, sotto questo punto di vista, è la prestazione offerta da Stanne, autentico gigante delle scene, capace di trasmettere grande emotività e passionalità autentica, sia alle epiche accelerazioni verso l'alto, guidate dalle due chitarre, sia ai solenni picchi nella direzione opposta, sotto l'abile guida delle tastiere. Formula, questa, che viene ripresa ed ingigantita poco dopo, siamo al minuto 03:11 per l'esattezza, laddove ci imbattiamo in un secondo, più consistente e memorabile break interamente strumentale. Sundin ed Henriksson accarezzano con nordica premurosità i loro strumenti, dai quali fuoriescono note gentili, affabili. Il singer si defila per qualche istante e si posiziona appena dinanzi alla batteria, facendo bella mostra dei suoi lunghi capelli biondi. Infine, a partire dal minuto 04:47, assistiamo agli ultimi, fenomenali, sessanta secondi, assolutamente spettacolari quanto a intensità, pathos e partecipazione, che suggellano definitivamente, ad imperitura memoria, questo come uno dei momenti in assoluto più alti della serata milanese. Quella che, di fatto, è la sola composizione del nuovo corso della band interamente da ascrivere alla penna di Niklas Sundin, ci proietta in avanti nel tempo, verso orizzonti futuri, anche più incerti di quelli attuali, dai lineamenti poco definiti e caotici, siamo al cospetto di quella che può essere delineata come una visione apocalittica e terrificante. Ci siamo fatti largo, pur se esitanti ed insicuri, dentro la tempesta di particelle, nel luogo in cui immani nuvole di napalm brillano di un bagliore accecante, in esse abbiamo la sensazione di scorgere una salvifica sensazione di pace, come se fossimo vicini all'epilogo tanto agognato. L'orizzonte si arricchisce dello stagnante riflesso delle tante cicatrici impresse sul mio corpo, penetro con un'unghia nell'incantato giardino dell'Eden, in questo luogo, a metà strada tra finzione e realtà, le età confluiscono nel nulla. Siamo dentro a particelle infuocate, qui scorgiamo una camera di dissoluzione, mentre viene annunciata, con grande enfasi, la fine imminente dei nostri giorni. I polmoni, saturati dal gas sarin abbondantemente inalato, sono ormai prossimi al collasso fatale, i nostri figli annegano simili a cani inermi, io, incatenato al gravoso peso della materia, non riesco a trovare alcun significato preciso a cotanta, inumana, sofferenza. Il gene avvelenato dell'umanità cresce in noi, ci divora dall'interno a poco a poco, siamo costretti a metterci in cammino, senza avere una direzione prestabilita, niente seguirà d'ora in avanti, le fiamme di purificazione dell'entropia ci divoreranno tutti. Questo è il momento fatidico, la famigerata ora ics, durante la quale nere e poderose navi ancoreranno al cielo le pesanti mani del caos, una fragorosa caduta a terra sancirà, infine, la nostra sconfitta.

Nothing to No One

Si resta ancora all'interno di "Fiction" con il prossimo pezzo proposto, benché "Nothing To No One (Niente per nessuno)" abbia un'indole decisamente differente rispetto alla felice accoppiata poc'anzi analizzata. La breve e pregevole introduzione, affidata al tandem basso/batteria, viene, ben presto, sopraffatta dall'ossessivo tappeto ritmico imbastito dalle tastiere, ben più presenti rispetto a quanto mostrato in studio. La sala riprende a vibrare massicciamente, simile ad un'onda che tutto travolge, il pubblico salta, si agita scompostamente, in preda ad una sorta di delirio collettivo. La coppa d'asce sciorina riff coesi e compatti che, per quanto non propriamente inediti, garantiscono un substrato di assoluto valore allo sviluppo complessivo del pezzo. Due strofe di apertura, piuttosto intricate e corpose, precedono l'epico, stringato e facilmente memorizzabile ritornello centrale. Esso rappresenta, assieme alla suddetta intro, il momento migliore dell'intera canzone. Un elegante rallentamento d'atmosfera precede, di qualche istante, un fragoroso e sapiente ricorso al blast beats da parte di Jivarp, a sua volta, superbamente incastonato sopra ad un brillante arrangiamento dello stesso Brandstrom. Sfortunatamente, da questo momento in poi, il brano tende a perdere leggermente di interesse, avvinghiandosi attorno ad una melodia che, progressivamente, tende a divenire sin troppo soft, ed "arricchita" da pesanti contaminazioni ascrivibili alla recente ondata core. Si segnala, comunque, il valido bridge di transizione del minuto 02:53, adornato da un gradevole groove ad effetto, sullo sfondo. Peraltro va detto che qui il suono delle chitarre, globalmente, non riesce ad emergere come la band vorrebbe far intendere. Questa nostra sensazione viene ulteriormente amplificata, dal fatto che Sundin ed Henriksson appaiano eccessivamente timidi nel dar fiato alle loro corde, limitandosi ad un compito di ordinaria amministrazione. Anche il pubblico, inizialmente battagliero e belligerante, limita il suo apporto al solo ed ordinario gesto delle corna, un nuovo tentativo di pogo, al centro della sala, non decolla mai nella misura giusta, l'audience milanese pare necessitare di qualcosa di diverso, una ulteriore scossa di adrenalina che, puntualmente, arriverà a breve. Detto che pure lo stesso Stanne non riesce a graffiare con la consueta incisività e brillantezza, possiamo parlare di un episodio non esattamente memorabile, un elemento di transizione che approssima il gruppo svedese alla conclusione della prima parte dello show ed alla relativa, più che meritata, pausa. "Nothing To No One", peraltro, è pezzo dalla spiccata predisposizione alla dimensione live come altrove dimostrato, ma la band, in questo caso, non sembra in grado di sfruttarla a pieno, probabilmente, (umanamente), spossata da una prima parte di concerto letteralmente al fulmicotone. L'ultima ribellione, il sacrifico è senza fine, l'ultima ribellione, essere niente per nessuno. Questo il contenuto del laconico e rabbioso refrain centrale, attorno al quale si dipanano le tre corpose stanze. Costringilo ad iniziare, fai in modo che sia lui ad attizzare la fiamma del peccato che divampa, una dottrina è stata negata, più e più volte. Mantenendo in stato di morte apparente tutte le cose private, non fai altro che esporre la tua creazione non riuscita, ciò che è stato fatto è morto. Costretti ad accontentarsi, il tuo è stato un vero e proprio abominio, sei soddisfatto? Hai finito con tutto ciò? Cosa c'è dentro ad una vita vera? Dietro fatiscenti muri, fatti di sogni ed illusioni infantili, non resta null'altro se non azioni senza movimenti, desideri senza passione, è tutto finito. Desiderare oggetti senza poterli toccare, capire sino in fondo ogni cosa, senza avere gli occhi per poterle vedere, il fallimento di tutto ciò che riguarda la nostra sfera personale, tutto quanto concerne i lati della vita che nessun'altro può vedere. Sono stato risvegliato dalle potenti urla di richieste ed accuse rimaste irrisolte, le parole sono libere. Questi sono i sintomi esteriori di una detonazione interna che ci costringerà all'inerzia, all'indolenza più totale. Liberami dal pesante fardello che grava su di me, conducimi alla mia tomba.

Edenspring

Per riequilibrare, seppur parzialmente, una prima parte di show troppo sbilanciata a favore delle produzioni meno datate ecco, dunque, il colpo di teatro finale, quello che consente alla band, da un lato, di congedarsi per qualche istante dal proprio pubblico in grande stile e, dall'altro, di approcciarsi con ritrovata fiducia e con nuovo slancio ad una seconda porzione di concerto che vivrà subito il suo momento di maggior spessore artistico e di coinvolgimento emozionale. "Edenspring (Sorgente dell'Eden)", primo episodio che i DT estrapolano dal capolavoro epocale che risponde al nome di "The Gallery", vuole essere un piacevole e, per certi versi inatteso, omaggio che il gruppo riserva alla fascia meno giovane di fan presenti in sala, un gradito ritorno dal momento che, in virtù della sua intricata costruzione ritmica di base, la traccia era, sostanzialmente, finita fuori dalle scalette del gruppo da diverso tempo. Stanne introduce con poche e divertite il pezzo, ("This is a song about drinking"), ricordando la sua prima volta in Italia, finalizzata a promuovere l'album grazie al quale il nome Dark Tranquillity fu scolpito per sempre sui libri di storia dell'heavy metal, il pubblico gradisce e dimostra quanto ancora sia vivo il ricordo di quel platter formidabile, benché distante ormai 13 anni. L'urlo terremotante dello stesso vocalist, minuto 01:07, scuote il Rolling Stone fin nelle sua fondamenta, l'incalzare della batteria di Jivarp è sicuro e decisamente trascinante, i riff delle chitarre si ammantano di quelle sinistre e fredde venature, a cavallo tra il black ed il folk, che, in massa, erano presenti in quegli anni ruggenti. Accantonato per l'occasione il suo inconfondibile growl, il singer opta per lo scream vecchio stampo, anch'esso debitore di un passato furente, in cui le gagliarde e possenti fiamme del nero metallo alimentavano, non di rado, il sound, seminale ed ancora in via di completa definizione, dei nostri. Quattro sesti della band appaiono in forma strepitosa, Sundin eleva ai massimi livelli la sua presenza scenica e non lesina per un solo istante di assicurare il suo prezioso contributo, (epico, in tal senso, il solo del minuto 03:48). Henriksson, imperterrito nel suo headbanging furioso, cesella riff distorti che conferiscono ancora maggior vigore al formidabile assalto della batteria. Stanne si conferma animale da palcoscenico e trascina il pubblico con l'ennesima performance rimarchevole della sua straordinaria serata meneghina. Venendo, ora, alle due note, (leggermente), dolenti, dobbiamo evidenziare come il buon Martin appaia leggermente a disagio nel corso di un pezzo, la cui versione originaria, era priva di arrangiamenti elettronici, (siamo, lo ricordiamo, nel 1995, egli entrerà nel gruppo solamente quattro anni dopo). I suoi campionamenti sono piuttosto deboli, le tastiere corrono il rischio di smarrirsi al cospetto del poderoso assalto sonoro messo in scena dal resto della band. Anche la prestazione del nuovo bassista Antonsson, nel complesso, non entusiasma più di tanto, il confronto con l'allora titolare dello strumento a 4 corde, lo stesso Henriksson, poi passato alla seconda chitarra, è nettamente sbilanciato a favore del secondo, soprattutto in riferimento alla poca personalità mostrata dall'ex Soilwork. Piccoli dettagli, in ogni caso. I ritmi si fanno meno incessanti attorno allo scoccare del terzo minuto, la melodia che scaturisce dalle chitarre è qualcosa di assolutamente indimenticabile, essa denota un profondo senso per l'armonia, una attenta ed elaborata ricerca per un bilanciamento acustico che fosse il più vicino possibile a venire etichettato come perfetto. Ma la relativa pausa dura ben poco, Stanne e Jivarp guidano, infatti, la nuova folgorante accelerazione subito seguente e traghettano il pezzo verso la sua epica conclusione, dopo cinque minuti e mezzo di durata complessiva. Splendida anche la sezione lirica. Il tempo si nasconde nell'errore, quando tutto si tramuta in menzogna, o estasi beata abbandonami. La luce liquida condivide la sua grandezza, la sorgente dell'Eden mai si prosciugherà, la creazione trattiene il fiato. Il domani non è amico della mente, dei pensieri razionali, esso, infatti, infanga la logica, ricopre interamente la capacità di essere obiettivi, è tempo di svegliarsi e di rinnovare i nostri sensi. Da un lato, non conosciamo alcun futuro realmente plausibile, nemmeno vagamente concreto, dall'altro pure il passato ci appare estremamente frammentario, indefinito. Tutto ciò che ora deve bruciare, emergerà, in seguito, con una ritrovata forza, i miei occhi vanno alla deriva, i cancelli di Bacco, che si dischiudono dinanzi a me, mi danno il benvenuto in questa nuova dimensione. Così bevi alla fonte eterna, con avidità e fino ad annegare. Con questi occhi la terra non può più ingannarci, egli urlò nel nulla con la voce della sua anima, grazie ad esso fu in grado di portare una nuova logica sulle rovine della sua esistenza. Il mondo di oggi è un continuo inganno, solo la divinità di Bacco è sincera. Nella dimensione parallela, storicamente sottosopra, dei DT, l'abuso di alcool assurge, quindi, al ruolo di salvifico rimedio contro la quotidiana, dura, realtà attuale.

Insanity's Crescendo

Dopo una pausa di una ventina di minuti, arriva, largamente anticipato nel corso della presente dissertazione, il momento clou della serata. L'accoppiata di pezzi, a cui viene affidato il compito di aprire il secondo cd rappresenta, senza ombra di dubbio, l'apice dell'esibizione dei Dark Tranquillity. Prima, è il turno della monumentale "Insanity's Crescendo (Crescendo di follia)". Il suono sobrio e nostalgico di una chitarra acustica ci fa immediatamente compiere un grandioso salto indietro nel tempo, l'affascinante e seducente figura di Nell Sigland, splendidamente fasciata in un tubino nero, si staglia, superba, sul palcoscenico, illuminata da una tenue luce gialla, lo sguardo serio della cantante dei Theatre of Tragedy è rivolto verso il basso, si percepisce, nell'atmosfera, un livello di pathos sinora mai conseguito. In effetti non è più, la nostra, epoca di accendini, è questa la generazione "smart": ecco, pertanto, un gran numero di telefonini illuminarsi per registrare il brano o per catturare qualche memorabile istantanea. La vocalist norvegese prende in mano il microfono, dando il via alla stupenda sezione lirica, quando siamo al minuto 00:40, qualche luce blu le adorna il volto, dai lineamenti gentili, la sua è un'interpretazione incredibilmente appassionata, commuovente sino alle lacrime, il pubblico in platea pare essere entrato in uno stato di trance mistica totale. Gentilmente sospingiamo la nostra testa, gentilmente sospingiamo la testa verso l'alto. Quanto tempo trascorso, inutilmente, nella paura: ora esso ci nasconde troppe cose, la confusione sta nelle mie parole, il mio universo è stato messo sottosopra, l'anima è pazza. Ci barrichiamo negli stretti anfratti del nostro temperamento, questa è l'alba di una nuova era, un cuore che batte nel modo sbagliato, un crescendo di follia. Le chitarre sono praticamente assenti nel corso dei primi novanta secondi, accompagnano con fare discreto e non invasivo il magnifico cantato di Nell solo la batteria e le tastiere, entrambe in una versione davvero minimalista. L'ospite esterno sospira profondamente, visibilmente emozionata, si è resa conto di aver letteralmente rapito il cuore dei fan presenti. Di lì a poco, l'inconfondibile chioma di Stanne si palesa alle sue spalle, qualcosa sta per cambiare, non prima, però, che ella abbia ripetuto una seconda volta i due magnifici versi iniziali. Allo scoccare del secondo minuto è possibile udire i primi riff elettrici, il substrato di fondo muta nel giro di pochi istanti, si carica di una maggiore intensità, anche le luci si fanno più decise e penetranti, un cordiale gesto di intesa tra i due ufficializza l'ingresso sulle scene del portentoso singer del gruppo. Anche la batteria trova modo di aumentare i giri del proprio motore. Il colore del vento, una seconda vista, un'illusione di breve durata, l'aroma del tempo, una vita trascorsa nell'ombra, nella violenza che dilaga con il favore del buio. Pure il basso si fa maggiormente apprezzare, grazie a linee armoniche più ficcanti, Mikael è un fiume in piena, perfettamente al centro dello stage il su carisma è assolutamente dominante rispetto alla bella e brava collega che, ad essere onesti, appare fin troppo timida, da questo punto di vista. E' forse, questo, il tempo per fuggire in anticipo? Quando tutto è stato scritto, è ancora possibile fare pubblica ammenda? Dall'esterno è stata mortificata la mente, ogni anima violata, ogni istinto reso falso. Dopo il quarto minuto, il vocalist dei DT propone ancora le sue spettacolari voci pulite, con le quali anticipa, di qualche secondo, la nuova discesa in campo della Sigland. Ho sentito un tremore nel pilastro dei miei sensi, sono stato fatto vittima di un agguato, colpito da distanza ravvicinata, il primo sogno, la visione si è fatta assai nitida. Guidare senza meta verso la notte, (il microfono è passato, nel frattempo alla guest star norvegese), noi apparteniamo a te, o carissima beatitudine, silenzio snervante, dammi la forza di liberarmi, sono impigliata all'interno. Nuova accelerazione dettata dalle chitarre e ringhio spaventoso da parte di Stanne, al minuto 04:53. Sono stato generato in maniera vaga, ora, però tratteggio il mio io con maggiore chiarezza, ho versato lacrime copiose per le impurità di cui mi sono macchiato, supplico, ora, chi ha il potere di oscurare le stelle ed il sole di potermi rendere partecipe di questa nuova alba, dal colore dello smeraldo. Siamo chiamati a svuotare il sole, depotenziare il vento, la follia non accenna a diminuire, il suo crescendo è inarrestabile. Dobbiamo strappare l'occhio accecato, non ci è più di alcuna utilità. Pubblico in visibilio, le emozioni dominano ed invadono abbondantemente ogni cm² del Rolling Stone. Il lamento del tuono ha per noi la valenza di un morbido conforto dalla paura, fulmini maestosi appaiono in cielo, è necessario dare voce all'oppressione, esprimere l'ipocrisia, deporre la legge che ha fatto crollare l'istinto. Altra rapida incursione della Sigland. Servirebbe a qualcosa fuggire per poi ritornare? Francamente questa candida rinascita non mi interessa, sono lacerato dall'interno, troppo patimento genera ancora in me questa visione oscura. Conclude la superba narrazione Stanne. Allontanate questa visione dalla mia vista, la spina della follia penetra in profondità nella mia mano, inchiodato all'immagine dell'ignoranza, ogni anima è stata violata per inseguire il sangue del paradiso. In sede di giudizio finale, è niente meno che splendido il fitto e passionale intreccio tra le due voci, cosi come i continui cambi di tempo in cui ci imbattiamo nel corso di questi sette minuti abbondanti. Sparuti riff più energici si intarsiano con i frequenti momenti melodici e con i passaggi introspettivi di profonda disperazione. Formidabile l'interpretazione offerta da Nell, grazie alla quale ella riesce a sdoganarsi dalla scomoda e riduttiva impersonificazione di "colei che ha preso il posto di Liv Kristine nei ToT". Al cospetto di tale sensualità espressiva, di quegli angelici ed emozionanti vocalizzi, di un simile trasporto, anche un, peraltro notevolissimo, Stanne esce sconfitto, seppur con l'onore delle armi. 

Lethe

Scocca, quindi, l'ora dell'imprescindibile "Lethe (Lete)", brano che, a lungo, ha rappresentato l'opus magnum dell'intera produzione discografica dei Dark Tranquillity, salvo poi, in tempi più recenti, vedere leggermente offuscata la sua straordinaria aurea di magnificenza e di grandezza. Gli inconfondibili toni decadenti e malinconici dell'intro vengono proposti in una versione più concisa, una trentina di secondi invece degli originari ottanta, durante i quali il basso fa bella mostra di sé, (l'ingombrante e poco funzionale pianoforte, nonostante tutto, avrebbe assicurato una marcia in più). Il pubblico canta a squarciagola, scandisce ogni parola all'unisono con Mikael, mentre le chitarre si fanno sentire con maggiore forza e lasciano traspirare un interessante retrogusto di derivazione folk, sebbene meno marcato rispetto a quanto riscontrato nella, ormai storica, versione in studio. Il fiume dell'oblio, tanto caro al Sommo Poeta fiorentino, il luogo ove le anime trapassate sono chiamate a depurarsi dei propri peccati al fine di ottenere il lasciapassare per il Paradiso, rivive nella stupenda trasposizione offerta dai nostri. Siamo alle prese con una vera e propria invocazione divina, una celestiale e sublime preghiera che affidiamo all'alto dei cieli affinché, anche noi, possiamo godere del privilegio della dimenticanza. Donami la possibilità di bere il fluido che tutto disintegra, concedimi la chance di poter usufruire del balsamo dolce e benedetto dell'oblio, vuoto e potente, o Lete io ti imploro di fare questo per me. La batteria di Jivarp procede con disinvoltura e parsimonia, non una singola nota viene sprecata o posizionata fuori posto, il basso di Antonsson si fa trovare puntuale all'appuntamento, assicurando il giusto supporto con linee armoniche controllate, ma severe. Tienimi vicino, districa le stelle, mentre io volteggio attraverso i cieli, mi muovo velocemente e senza timore nel cuore della notte, tu sei la mia lama e la mia corda, tu sei il mio Lete. Una breve e sinistra sfuriata, quasi ai confini con il black, la incontriamo al minuto 01:26, le chitarre incalzano con fare sicuro e spedito, i presenti vivono l'ennesimo momento magico della serata, Stanne si approssima ancor di più a loro, scatenando un autentico putiferio euforico tra le prime file. Nelle correnti di cobalto, tu imperversi nel mio cuore, per recidere e pungere i ricordi che ancora ardono in me. Lascio che le tue dita scorrano tra le mie arterie, come artigli acuminati mi infliggono pugnalate che mi uccidono una seconda volta. Rapiscimi, devastami e colpiscimi di nuovo, perché io brucio e tremo ad ogni tuo movimento. Così, grazie ad una luce posizionata sopra di me ed irradiata perimetralmente, appaio purificato, differentemente plasmato e rimodellato, finalmente accarezzato dal balsamo dolce e benedetto dell'oblio, che tanto desideravo. Annego nelle tue dita, sprofondo nel tuo amore, poiché tu sei la vita che io odio, mi trascini giù, tra sospiri affannosi, sopraffatto dalla vastità dell'oceano, le fiamme bruciano negli occhi. Concedimi una vita in cui io possa vivere al di fuori, portami via dalla vita che detesto. Il pezzo, nel complesso, lascia a bocca aperta per la sua sobria sfarzosità, (un altro intrigante ossimoro per i paladini dell'oscura tranquillità"), per il suo incedere grave, drammatico, corroborato ulteriormente da una sezione lirica che è, in assoluto, tra le migliori di sempre mai composte dal gruppo.

Dreamlore Degenerate

"Dreamlore Degenerate (Il sogno degenerato delle tradizioni)" è brano dal minutaggio ridotto, poco meno di tre minuti e mezzo totali, che si distingue per le ritmiche veloci e per l'indole intensa, (così come descritta dalle parole di Mikael in sede di presentazione). L'incipit della batteria è martellante e poderoso, quasi di ispirazione hardcore potremmo aggiungere noi. Le chitarre disegnano riff consistenti e serrati, che facilmente richiamano alla mente le plettrate crude e maleducate dei connazionali, irrinunciabili, At The Gates, anche se non mancano riferimenti al thrash metal tedesco. L'urgenza del gruppo è quella di assalire i presenti con foga, anche il cantato, quindi, si fa più grezzo, fortemente gutturale. Messi subito all'angolo, sull'orlo del ko tecnico, poco prima del minuto, i ritmi calano per qualche istante: l'atmosfera si ammanta di significative venature dai tratti nostalgici, gli inserti melodici fanno capolino con garbo e discrezione, il bassista Antonsson, con il pollice rivolto verso l'alto, ringrazia il pubblico, Stanne ne approfitta per cercare un nuovo contatto fisico con i presenti. Dopo un inizio letteralmente devastante, il drumming di Anders cala un poco in fatto di brillantezza e gli strumenti a corda, a loro volta, tendono a sedersi sugli allori conseguiti in precedenza. Si registra, però, un nuovo, importante, cambio di ritmo quando siamo al minuto 02:15, al punto tale che qualcuno prova a far ripartire il pogo al centro dello stage, (invero senza riuscirci sino in fondo). Qui le sei corde riacquisiscono vigore grazie ad un riffing fattosi nuovamente accattivante, il vocalist sbraita selvaggio e non lesina una sola goccia del suo sudore, il break del minuto 02:45 anticipa l'ultima, decisa, sfuriata con la quale la traccia si esaurisce. Il pezzo che aveva il compito di aprire l'album "The Minds' I", (e che, nella piovosa serata milanese, viceversa, chiude il ripescaggio di brani estratti dal terzo full length della band), regala una ulteriore scarica di adrenalina, rinforzata dal gentile ringraziamento finale, in lingua italiana, da parte dello stesso Stanne. Nessun orgoglio deve far cessare la condanna, tu indossi pesanti abiti, forgiati nell'acciaio temprato, che evidenziano la tua colpa più grande. Nessuno potrà mai comprendere realmente la tua paura senza fine, gli istinti primordiali celebrano le persone care, un desiderio silenzioso e tacito è quello che portiamo in seno, da tempo. Alla stessa stregua del cacciatore che insegue la sua preda per lunghi tratti di cammino, correndo il rischio di rimanere intossicato dalla sua polvere da sparo, così anche noi, intimoriti e pavidi, finiremo per smarrire la lucidità mentale e per bussare alle porte della pazzia. Nel silenzio che regna intorno a noi, evitiamo con la massima attenzione tutte quelle persone di cui, un tempo, ci fidavamo. Quando l'eco degli spari si è esaurito, la caccia conclusa, si fa festa, che abbiano inizio le danze e le celebrazioni, quando ogni cosa è compiuta anche i cuori ritrovano la pace e la serenità che erano state messe in soggezione. La paura più grande per il cacciatore è quella di tornare a casa a mani vuote, senza il suo bel trofeo da esibire con fierezza, è inutile, pertanto, tentare di resistere al cambiamento che si è già attivato in noi, una vera e propria rivoluzione è, ormai compiuta, irrimediabilmente. 

Misery's Crown

Si torna, quindi, a pescare a piene mani dalla tracklist di "Fiction" con la seguente "Misery's Crown (La corona della miseria)", brano che si apre su note grevi e pesanti, prima che le chitarre inizino il loro martellante incedere, fatto di riff basici, ma non per questo meno apprezzabili. Mentre il maxischermo sembra sul punto di esplodere, grazie ad un sapiente uso dei colori e delle luci, che richiamano alla mente le profondità cosmiche dello spazio, Stanne inizia la narrazione riproponendo le clean vocals, Sundin, dal canto suo, si muove freneticamente nella penombra, da una parte all'altra dello stage, probabilmente a caccia di una bottiglietta d'acqua per rinfrescarsi, prima di riprendere il suo posto alla sinistra del frontman. Il conciso e succinto refrain portante del minuto 01:25, nel quale ritorna protagonista il più canonico growl, ha il compito di scaldare a dovere la folla, la quale raggiunge temperature bollenti, Mikael salta come un indemoniato, invitando, implicitamente, i presenti ad imitarlo. Tornano a farsi più pacati i ritmi attorno al secondo minuto, quando il secondo chitarrista Henriksson si avvicina al singer, sorridendo alle telecamere, per definire una melodia più educata e vagamente malinconica, dall'ottima resa live. Anche Antonsson si approssima al cantante con il suo fedele basso a 4 corde, mentre il primo chitarrista, questa volta, esplora la porzione destra dello stage milanese. Ficcanti e rapidi sono gli inserimenti da parte delle tastiere, mentre la batteria, in questo particolare spezzone di concerto, pare essersi calata nel difficile e scomodo ruolo del cavallo di rincorsa. Al minuto 02:47 una ragazza, agilmente sfuggita alla sorveglianza, salta in braccio all'atletico cantante scandinavo e, dopo averlo baciato su una guancia, mostra, con orgoglio, una bandiera tricolore con la scritta "Welcome to Italy". Il momento si è fatto, così, propizio affinché lo stesso Stanne si cimenti nel primo stage diving della serata, minuto 03:13. Gli addetti alla security, constatata la sostanziale inciviltà del pubblico presente, non possono far altro che tentare, non senza difficoltà, di riportare il biondo singer sul palco tutto intero, dopo qualche secondo di caos più totale. In definitiva, il brano garantisce un effetto più che positivo, riuscendo ad essere, al tempo stesso, discretamente orecchiabile, (grazie, soprattutto, ai melodiosi giri delle tastiere), e parimenti coinvolgente, (in virtù delle ficcanti accelerazioni delle chitarre). Il predetto tuffo a volo d'angelo di Mikael rappresenta la classica ciliegina sulla torta. Sulla falsariga del laconico ritornello centrale, anche l'intera sezione lirica risulta essere essenziale e di facile lettura. Nelle strade che, in passato, non osavi percorrere, tutto, adesso, è stato distrutto, la libertà è soltanto un'illusione. Ho costruito il mio alto steccato cosicché, se anche ci fosse qualcosa di veramente importante là fuori, ho imparato che non vale la pena aspettarla, ho capito che essere impaziente non serve a nulla, se non a condurmi sulla via della rovina. Ci sono centinaia di migliaia di ragioni per non dargli rilevanza, non portare la tua miseria su di me. Preoccupati, invece, di indossare la tua corona di miseria. Hai rotto il patto ufficiale che avevamo stretto in passato, in questo modo hai sprecato i talenti che ti erano stati, lautamente, donati, è accaduto esattamente quello che temevo sarebbe potuto succedere. Ora corri il rischio di affondare nella tua confusione, sei prossimo a restare intrappolato nei tuoi inutili dubbi, da parte mia ho rinunciato a tutto per non ottenere in cambio niente, ci ho provato, credo di aver fatto del mio meglio, ma, nonostante questo, ho fallito. Ci sono miliardi di ragioni per non condividere più alcunché con te, vienimi incontro adesso, abbi il coraggio di mostrarti al mio cospetto, nelle disgraziate condizioni in cui sei ridotto, con in capo la tua pesante corona della miseria. Così tutto ebbe inizio, in seguito al più bieco dei tradimenti.

ThereIn

"ThereIn (Lì dentro)", rappresenta, con una certa sorpresa, un altro dei momenti migliori e più emozionanti nel corso della prima serata italiana dei Dark Tranquillity. Stupore dettato, non tanto dall'ottimo valore intrinseco della canzone, quanto piuttosto dal fatto che essa provenga dal celebre "Projector", lp, all'epoca, quasi del tutto incompreso per le atmosfere claustrofobiche e plumbee, per la coraggiosa introduzione del cantato pulito e per l'utilizzo di riff opprimenti e depotenziati. L'intro è affidata ad un pregevole solo della seconda chitarra, debitamente introdotta dalle parole di Stanne, al quale il pubblico risponde con un'autentica ovazione. Fin da subito, è possibile denotare una ottima presenza scenica delle tre asce: Henriksson stesso, assieme a Sundin ed al discreto Antonsson, sembrano più a loro agio e mostrano dinamismo e partecipazione. Lo show si sta, inesorabilmente, avvicinando al suo epilogo e la band intuisce che è questo il momento per dare fondo alle ultime energie rimaste in corpo. All'interno di un altro tradizionale mid-tempo, il suono delle chitarre risulta essere abbastanza nitido, debitamente effettato, in grado di trasmettere una benefica sensazione di rilassatezza, benché con tale termine si intenda qualcosa di ben diverso rispetto ad immobilismo. Buona, stavolta, è la pulizia globale del sound, in grado di rendere maggiormente intellegibile i vari strumenti. Anche in funzione delle già evidenziate scelte operate in sede di produzione, la presente versione live vuole mettere in evidenza le parti più aggressive e tirate, a maggior ragione esaltate dalla ritrovata verve di Anders Jivarp dietro le pelli, ma anche i momenti più pacati rendono bene, grazie al sempre cangiante ed espressivo cantato di Mikael. Il memorabile ritornello centrale viene intonato con genuino trasporto da tutti i presenti, ognuno di loro sente di poter giocare un ruolo importante al fine di rendere indimenticabile questo frangente, carico di un altissimo valore emozionale. Esso rappresenta, inoltre, il primo, fragoroso, momento di discesa verso gli inferi, nel corso di un brano, la cui durata complessiva supererà i sei minuti, che sarà caratterizzato dalla continua alternanza fra passaggi indiavolati ed altri improntati alla riflessione. Ulteriore conferma di ciò la abbiamo poco dopo, quando uno Stanne veramente magnifico riparte in bello stile con la seconda, corposa, stanza. Il pubblico si fa trascinare e si muove come un'onda impetuosa dietro al carismatico ed adorato frontman. Poco prima del quarto minuto, egli si defila per qualche istante, lasciando la porzione centrale del palcoscenico al trio dedito agli strumenti a corde. E' questa la seconda circostanza in cui, sganciate le cinture di sicurezza, la nostra caduta verso le profondità più recondite della Terra pare inevitabile. Sundin riprende coraggio e coinvolge il pubblico con una impressionante sequela di riff, tra i quali si segnala quello del minuto 04:21. Brandstrom adorna il tutto con i suoi arrangiamenti oscuri, (che vagamente richiamano alla mente i primi lavori dei Dimmu Borgir), il singer ci prende, allora, per mano, grazie a lui siamo in grado di riemergere in superficie e di affacciarci, con ritrovata fiducia, all'ultimo spezzone del pezzo. Qui, viceversa, è la batteria a dettare legge, procedendo di gran carriera e con fare sicuro, ad essa è affidato il compito di chiudere la traccia con alcune rullate più massicce e vigorose, di evidente impronta heavy metal. L'analisi del corredo lirico non può non partire dallo splendido refrain. Era solido, eppure cangiante, era diverso e sempre lo stesso, così io mi lascio morire di stenti per l'energia vanamente profusa. Concetti, questi, storicamente cari ai DT, il continuo incontro/scontro tra la logica ed il caos, tra il raziocinio e la passionalità, ogni elemento si mostra a noi in due differenti dimensioni, diametralmente opposte l'una dall'altra. All'interno di una dolce tempesta, nell'assordante silenzio che segue, ho trovato la vera bellezza delle cose, sono in grado di apprezzare, nello stesso modo, sia la forza ancestrale che domina la natura nel corso degli eventi più catastrofici e disastrosi, sia la sconfinata calma dei sensi subito successiva, fondamentale per ritrovare l'equilibrio precedentemente sconvolto. Il suono da cui una nascita deriva, il battito che anima ogni cuore, tutto si ripete all'infinito, una intuizione repentina ed irrazionale lo ha chiarito. L'ordine si scagliò con violenza sulla superficie, laddove il caos decideva le regole. C'è sempre stato equilibrio in ciò? Certamente no, in esso giace la bellezza. Sarà possibile vivere un mondo ancora dominato dai sogni e dai desideri solo se saremo in grado di svuotare la scienza dei suoi subdoli anacronismi. Fu proprio il caos primordiale, infatti, ad allargare i confini della conoscenza umana, il metodo scientifico è stato imposto, contro la nostra volontà, molto tempo dopo. La vera bellezza consiste, quindi, nello scardinare i limiti dettati alla nostra mente, superare quei confini presso cui molti, prima di noi, si erano arenati senza scampo. E' necessario liberarsi delle proprie paure, uscire allo scoperto così come si è, non voltarsi indietro più. Paura, ansia, odio, disperazione, rimorso, tutti sentimenti troppo a lungo rinchiusi troveranno, finalmente, modo di uscire all'esterno, è nel mondo reale che giace la bellezza più autentica. L'ultimo attacco si palesa al nostro cospetto senza parole, silenzioso a tal punto da rendere doloroso il suo ascolto. Era sempre stato solido, non è mai cambiato? Anche lì dentro risiede la bellezza, lascia che gli echi che rimbombano nelle tue orecchie fungano da risposta a tutte le tue domande.

My Negation

"Ora abbiamo qualcosa di leggermente differente per voi, ragazzi. Una canzone che parla dei nostri poli opposti, esattamente di ciò che noi non siamo". Con queste parole Mikael presenta la lunga "My Negation (Il mio rifiuto)", altro pezzo la cui durata supera i sei minuti e che sposta di nuovo le coordinate dello show a favore di un approccio più intimo, benché profondamente angoscioso. Non inganni, a tal proposito, il morbido e carezzevole arpeggio iniziale. All'interno di un tessuto ritmico irrequieto, che ben si presta a contenere al suo interno molteplici e sorprendenti variazioni, la performance di Stanne assume una connotazione di tutto rilievo, impostata su di una timbrica leggermente più aggressiva rispetto a quella originaria, (ricordiamo che il pezzo aveva il compito di chiudere "Character"). Il vocalist approfitta di un momento di calma apparente per continuare la presentazione dei membri del gruppo, questa volta è il tastierista Martin Brandstrom ad essere omaggiato nella giusta misura dal popolo italiano, quando siamo poco oltre il secondo minuto. Il tempo per rifocillarsi con un sorso di birra, un rapido pit-stop splendidamente occupato dall'encomiabile lavoro degli strumenti a corde, ed ecco che il prode singer riprende a violentare il proprio microfono con ancor più enfasi. Allargando notevolmente le maglie della struttura ritmica di base, i DT hanno modo di offrirci pregevolissimi arrangiamenti elettronici, particolarmente ricercati ed elaborati, pur senza l'ausilio del pianoforte. In seguito, anche la batteria trova modo di farsi sentire con maggiore nitidezza, è lei infatti a prendere in mano le operazioni durante la non meno interessante porzione centrale. Al minuto 05:03, poco dopo la conclusione della sezione lirica, possiamo, inoltre, apprezzare un efficace solo di basso, uno dei migliori dell'intera serata, sopra al quale ben si innestano le due chitarre, assai ribassate nei toni, allo scopo di dipingere pennellate sofferte e drammatiche. Gli ultimi due minuti, come poc'anzi anticipato, sono interamente strumentali: qui si può notare come, prendendo le mosse da un avvio piuttosto tradizionale in chiave death metal melodico, caratterizzato da pochi e semplici accordi, l'ago della bilancia si sia progressivamente spostato verso orizzonti ben più travagliati, come dire che la matassa si è fatta, via via, più difficile da dipanare. Le atmosfere che il pezzo è in grado di suscitare riportano indietro con la memoria, "Projector" è, certamente, il primo lavoro che mi sento di chiamare in causa, ma non mancano nemmeno passaggi ancor più cerebrali e meditativi, ascrivibili agli epici albori del gruppo. Tutto ciò è il mio ego smisurato, esso trasuda di un desiderio ardente, se davvero il sole mai tramonterà, perché, allora, farsi dominare dalla rabbia? Perché rendere arido e duro come la pietra il cuore? Non abbiamo mai avuto il coraggio di confessare i nostri peccati, al punto tale che il nostro viso è stato sfigurato nei suoi lineamenti, ci stupiamo di essere, al tempo stesso, ciechi e liberi di dirigere lo sguardo in ogni direzione. Ogni cosa che desidero sta nella fine della mia esistenza, tutto ciò di cui sento la necessità si compirà nell'istante fatale della mia morte. Ecco il mio rifiuto, tenetelo pure, fino a che punto ci tenete a conoscere il mio nome? Davvero desiderate udire il pericolo che vi sta per travolgere? Vi porto in dono la mia rinuncia, siete in grado di vedere la mia faccia? Che ne sarà di me? Ogni cosa di cui avevo timore si sta materializzando nel concreto, d'altro canto non mi riconosco in nulla di quel che sono stato in passato nel corso di questo vuoto epilogo. Ogni falsità viene, finalmente, a galla, non c'è più tempo per chiedere la remissione dei peccati. E' questo il momento per dare fondo a tutti i nostri istinti più razionali e ricalibrare l'intuito sotto una differente luce, più umile e parsimoniosa.

Yesterworld / Punish My Heaven

La formazione scandinava propone ora quello che è, senza ombra di dubbio, uno dei suoi più grandi successi di sempre, in una versione leggermente estesa, appositamente architettata per la dimensione live. "Yesterworld / Punish My Heaven (Il mondo di ieri / Punisci il mio Paradiso)" è un'autentica chicca che la band svedese regala al pubblico presente, quando siamo quasi giunti in conclusione dello show, con particolare dedica rivolta ai fan della prima ora. La prima, poco nota, canzone era infatti contenuta nello storico ep "A Moonclad Reflection", uscito addirittura nel 1992 in vinile da 7 pollici e limitazione a 2000 esemplari, quando era, da poco, stato abbandonato l'originario monicker di Septic Broiler, (all'epoca il vocalist principale del gruppo era ancora Anders Fridén). Durante i primi ottanta secondi, strumentali, ritroviamo spiccate influenze classicheggianti, adornate da sparuti richiami al folk, e non meno pregevoli inserti di derivazione prog, (un prog, peraltro, ben poco ortodosso e molto personale). I due chitarristi si alternano al centro dello stage, (prima tocca ad Henriksson ed in seguito a Sundin), delineando arpeggi grandiosi, sopra ai quali si appoggiano con abilità pure la batteria ed il basso, la melodia cardine pare evocare gli anni d'oro dei Maiden di metà anni ottanta, mentre le tastiere sono, praticamente, fuori dai giochi. La preziosa introduzione acustica, di fatto l'intero primo riff della lunga "Yesterworld", termina quando siamo al minuto 01:17, i riff inconfondibili della traccia che, al pari di "Lethe", marchiò a fuoco il capolavoro "The Gallery", risuonano nel locale meneghino, i cui presenti non sembrano per nulla intenzionati a rassegnarsi al fatto che, nel giro di una ventina di minuti, le luci si spegneranno definitivamente. Del resto, si sa, nelle grandi occasioni come questa, il meglio lo si riserva in coda. L'urlo aspro e lancinante di Stanne viene quasi sovrastato da un furente assalto in doppia cassa della batteria. Divenuti, ormai, leggendari sono pure i primi due versi della canzone, da inserire, di diritto, tra i più belli di sempre del gruppo. "Siamo le dita distese che afferrano e trattengono il vento". Il furioso headbanging che segue è la logica conseguenza di un incipit semplicemente monumentale, da strapparsi i capelli per la meraviglia. L'entusiasmo dilaga in sala, serpeggia sinuoso ed inarrestabile all'interno del Rolling Stone, si propaga dalle prime file sin verso le retrovie, contagia anche coloro i quali hanno preferito assieparsi sulle tribune circondanti il palcoscenico. Le chitarre sono dotate di una forza incredibile, la loro capacità di saper essere affilate come rasoi sorprende e rischia di lasciare irretiti, i riff sono continuamente mutevoli, in perenne evoluzione. Il break del minuto 02:27 è solo un intelligente escamotage che la band attua per conferire ancora più energia ed intensità alla porzione centrale del pezzo. Il pogo ora è divenuto generalizzato a tutto il parterre, il vocalist prosegue incessante nella sua splendida interpretazione canora, intrisa di seminali elementi old school ed arricchita dal ricorso alle edonistiche clean vocals del quarto minuto. Si metta l'anima in pace il pur ottimo Brandstrom: uno dei momenti più alti dell'intera esibizione milanese cade nel corso di uno dei pezzi in cui praticamente nullo è il contributo offerto dalla sua elettronica. Relativamente più morbido si rivela essere il finale con le sei corde che vanno, progressivamente, a perdere di veemenza, adornandosi, però, di meravigliosi elementi melodici e neoromantici. Portami la luce dentro l'oscurità senza fine, l'alba non verrà mai, tu punisci il mio paradiso. Aspettiamo inermi, quasi senza fiato che sorgano i primi coraggiosi raggi del sole, le ore si fanno sempre più lunghe, angosciose, le tenebre sembrano non calare mai all'orizzonte, la mia disperazione cresce sempre più, assieme ad una strana, sgradita, sensazione di svegliarsi, ogni mattina, in un mondo sempre più quieto e silente. Al bivio ultimo siamo, faticosamente, arrivati, qui il peso gravoso del cosmo sopra di noi provocherà la nostra caduta verso il basso. Se avessi le ali, potrei volare lontano per dimenticare il passato? Io sfido l'universo, è un confronto aspro fra il paradiso e l'inferno, le masse, laggiù nelle strade, odono inni che evocano la perdizione, litanie e preghiere vengono declamate affinché questo sia l'ultimo giorno. E' possibile che non ci sia perdono? Io maledico il paradiso che sta sopra di me, la mia anima sopporta tutto il peso delle montagne, mentre l'umanità tesse la sua fine silenziosa, la luce filtra attraverso le mie dita distese per svanire, infine, fra le mie braccia aperte. In questo ultimo giorno di luce, quando anche le foglie autunnali sono cadute a terra, quando lo stesso paradiso mi ordina di uscire dal suo rifugio, io non ho paura, per quanto il mio volto possa apparire avvizzito per l'oscurità, io andrò!

The Mundane and the Magic

"The Mundane And The Magic (Il mondano e la magia)", almeno nelle intenzioni della vigilia, voleva essere un'altra gemma da regalare al calorosissimo e fedele pubblico italiano. Questo in virtù del fatto che il pezzo, come annunciato dalle fugaci parole introduttive di Stanne, non era mai stato proposto dal vivo prima d'ora. Una ardita prima volta nel cuore di una piovosa e fresca notte di halloween. Le note che riempiono l'atmosfera del Rolling Stone sono intrise di una marcata venatura gotica, un rilevante senso di malinconia pervade il nostro spirito, mentre le luci sullo stage si ammantano di una inedita colorazione verde, piuttosto brillante ed intensa, quasi a voler fare da contraltare agli stati d'animo imperanti in sala. Le tastiere si incuneano con abilità in un simile scenario, allo scoccare del secondo minuto, e fanno in modo che la melodia portante acquisisca una dinamicità maggiore. Di rimando, anche la batteria gonfia, orgogliosamente, i propri muscoli con rullate più energiche e vigorose. Sul maxischermo retrostante fa bella mostra di sé l'ennesima creatura alata, questa volta probabilmente un rapace, che dispiega le proprie ali maestose e si mette in volo a mezz'aria, irrequieto e nevrotico nel suo incedere. L'affascinante narrazione lirica parte quando sono, nel frattempo, già trascorsi due minuti e mezzo dall'inizio effettivo del pezzo. Poco prima del terzo minuto ricompare sullo stage anche la bella Nell Sigland, la quale mostra, fin da subito, un maggiore coinvolgimento a livello di presenza scenica. Evidentemente il granitico muro sonoro eretto dalle due chitarre è in grado di trascinare anche la riservata e schiva cantante norvegese. Sfortunatamente, però, la sua seconda, (ed ultima), performance vocale nella notte milanese è caratterizzata da un rendimento globale sotto tono rispetto a quanto mostrato in precedenza. Il suo apporto, specie inizialmente, risulta essere poco incisivo, non sufficiente per reggere l'impari confronto con un costantemente sontuoso Mikael. Ciò sorprende in negativo, dal momento che la stessa Sigland aveva già avuto modo di mettersi alla prova con questa canzone, essendo presente nell'originaria versione in studio, alla quale era stato affidato il compito di concludere, in maniera sublime, l'album "Fiction". Nell, probabilmente consapevole di non essere al top della forma, forse a causa di un comprensibile e legittimo calo della voce sopraggiunto nel corso della serata, decide, così, di giocarsi le sue carte grazie alla sua avvenenza, tipicamente nordica, i suoi sorrisi, gentili e sensuali al tempo stesso, nei confronti di Stanne denotano una insospettabile capacità di prendersi la scena, di flirtare con la telecamera. Gli sguardi dei due si cercano in continuazione, i loro volti, illuminati a dovere dall'ottimo impianto luci, brillano e risplendono al centro dello stage, l'alchimia e la complicità tra i due è davvero notevole. Ampio spazio per le chitarre viene concesso quando siamo attorno al quarto minuto, Sundin confeziona piccoli assoli di gran classe e conferma il suo ritrovato ardore, in una sorta di eccellente crescendo rossiniano di cui si è reso protagonista durante la seconda parte del concerto, Henriksson, dal canto suo, non è da meno e regge degnamente il confronto. I soavi vocalizzi di sottofondo da parte dell'ospite esterno accompagnano il penetrante e risoluto cantato di Stanne. Lo stesso Mikael prova a stimolare ulteriormente la collega facendola accomodare al centro del palcoscenico, mettendola a suo agio da buon padrone di casa. Il risultato ottenuto è decisamente migliore rispetto alla precedente comparsata, Nell prende coraggio e riesce, a calarsi maggiormente all'interno delle dinamiche del gruppo. Un gentile e prolungato abbraccio tra i due, con tanto di ossequioso e riverente inchino da parte del leader dei DT sancisce la fine della canzone. Scrosciano fragorosi applausi nei riguardi della cantante dei Theatre of Tragedy, comunque del tutto meritati. Certamente non deve essere stato per nulla facile calarsi in un contesto del genere, lei lo ha saputo fare con grande passione e trasporto, mostrando anche la necessaria misura di umiltà, pur non riuscendo, in questa circostanza, a ripetere i fasti della precedente, clamorosa "Insanity's Crescendo". Ho visto il mondo attraverso questi miei occhi mesti, senza più sogni, grigi e spogli edifici sono stati innalzati verso il cielo, le pareti divisorie erano fragili e sottili, lì dentro io ero chiamato a custodirvi l'eterno segreto. La mia esistenza non era alimentata da alcuna fede. Le mie bugie, in realtà, non sono altro che desideri, menzogne che mi consentono di vedere oltre la dimensione razionale, è necessario accettare il destino secondo cui nulla è deputato a conservarsi nell'eternità, piuttosto è fondamentale rimanere fedeli sino all'ultimo all'originale. Solo applicando più strati di vernice è possibile vedere la realtà esatta delle cose, solamente aggiungendo un battito alla normalità sarà possibile giungere sino al cuore della follia. Ho lasciato che i miei sogni cadessero nel vuoto, attraverso infinite e tristi giornate. Se potessi unire il mondano e la magia cosa succederebbe? Sarei, forse, in grado di forgiare, per me stesso, una nuova identità? Ho fatto in modo che i miei sogni vagassero nel nulla e poi tornassero indietro, se potessi connettere il mondano e la magia, sarei in grado di scorgere il buio che mi è venuto a trovare? In questi ultimi giorni, in cui il tempo andrà ad esaurirsi, solo i ricordi e le memorie sopravviveranno allo sfacelo definitivo. Sospiri prolungati, quasi silenziosi ti faranno compagnia, l'anelito di una eterna oscurità prenderà a tal punto il sopravvento che la morte ti apparirà come l'unica ancora di salvezza raggiungibile. A cospetto dell'ignoranza e della paura, ho gettato via tutto quanto era divenuto superfluo, alcune cose, in fondo, non hanno mai avuto una reale utilità, l'oggettività è la verità negata.

Final Resistance

I soli fischi di disapprovazione sopraggiungono quando un sempre adrenalinico Stanne annuncia che lo show sta giungendo al suo epilogo, non prima però di dare nuova linfa vitale ai fuochi d'artificio milanesi con altre due, spettacolari, canzoni. La prima delle quali è la debordante "Final Resistance (Resistenza finale)", superbamente introdotta dal sempre attuale ed energico riff del minuto 0:49. Il pubblico salta e si agita in maniera scomposta e disordinata, mettendo, per l'ultima volta, a dura prova la tenuta delle transenne contenitive, l'headbanging, garantito al 100% da cadenze così indiavolate e telluriche, assume un andamento compulsivo e selvaggio. Una grossa scritta con la parola "Alarm" capeggia sullo schermo centrale. Il drumming di Jivarp è solidissimo e serrato, ciò di cui il parterre necessita per scatenare l'ennesimo pogo furibondo. L'elettronica si fa più partecipe poco dopo al secondo minuto, le luci sono intense ed abbaglianti come mai lo erano state nel corso del concerto, Mikael preannuncia, con eloquenti gesti delle mani, quello che sarà il suo secondo, imminente, stage diving. Questa volta il cantante svedese si spinge oltre proseguendo a cantare, per qualche istante, "comodamente" adagiato sopra ad un tappeto umano di braccia protese verso di lui, brulicanti di passione e di ardore. Fanno davvero parecchia fatica gli addetti alla sicurezza a contenere il traboccante entusiasmo della folla, sono questi tre minuti e mezzo tra i più intensi in assoluto di tutta la serata. Vengono ridotti ai minimi termini i rallentamenti avanguardistici che caratterizzavano, invece, la versione in studio, i ritmi si mantengono, viceversa, frenetici ed indiavolati. E' questa l'ultima, effettiva, scarica di adrenalina che viene immessa nelle vene dei presenti. Infelici, messi a dura prova e sopraffatti da fratricide lotte intestine, grida disperate di disapprovazione echeggiano dal profondo delle tenebre. Fragili alberi sono sferzati, senza sosta, dall'impeto del vento, mormorii sommessi sembrano preannunciare quale sarà il nostro destino: un tuffo in direzione di un baratro oscuro ed all'apparenza senza fondo, senza alcun appiglio cui reggerci, nessuno vedrà né sentirà nulla a proposito della fatalità che ci vedrà coinvolti, soltanto un indefinito e vago allarme perimetrale a certificare l'avvenuto tonfo. Solo io sono in grado di vedere la reale entità del disastro che va compiendosi, tu cosa mi puoi dire della parte più interna? E' davvero brillante come appare esternamente? Nella fosca caverna in cui sono confinato, sono tante le domande che non trovano risposta, rimasto, ormai, senza sonno spendo i miei giorni vuoti in una veglia poco rassicurante, quasi maniacale, tuttavia tento ancora di domare l'insicurezza, legata al profondo isolamento, con ogni mezzo a mia disposizione. Un processo lasciato andare alla deriva, nella solitudine più completa, ciò è la conseguenza inevitabile di azioni iniziate ma lasciate incompiute, le risposte echeggiano, inascoltate, nei corridoi del silenzio. Speranze ed aspirazioni sono anch'esse venute meno nel corso del tempo, ci affrettiamo nel chiudere tutte le finestre, anche quelle più strette. Vivere giorno per giorno la nostra faticosa quotidianità, senza farsi illusioni che le cose possano realmente cambiare, sono questi i nuovi obiettivi che mi sono imposto. D'altro canto ognuno di voi ha pronunciato il suo fermo e risoluto no nei miei confronti, il mio desiderio è, pertanto, quello di resettare completamente le paure, quindi ripristinare le buone intenzioni di fondo, attualmente assopite nel profondo. Questa è la resistenza finale al quale sono chiamato a prendere parte.

Terminus (Where Death Is Most Alive)

Il compito di chiudere lo show viene affidato alla ondivaga "Terminus (Where Death Is Most Alive), Capolinea (Dove la morte è più viva)", immediatamente riconoscibile per il suo riff cardine robusto, assolutamente funzionale in ottica live. Un ruolo di prim'ordine lo giocano, sin da subito, anche le tastiere impegnate a tessere un fitto e moderno intreccio melodico, dal sapore vagamente industrial. Nonostante ciò, la melodia portante che si sviluppa nel corso degli ultimi 5 minuti di concerto, emerge con grande fatica, denotando, piuttosto, una certa debolezza di fondo. I fraseggi armonici di Martin, poco originali di per sé, tendono ad assumere anche caratterizzazioni troppo fastose, ridondanti per certi versi, mentre, solo nelle immediatezze del rush finale, la batteria di Jivarp riesce a garantire una discreta potenza di fuoco. Sono, evidentemente, rimaste più energie in corpo tra il pubblico presente, impegnato in gran numero nell'ultimo, davvero furibondo, pogo della serata, piuttosto che nel sestetto svedese, il quale ricorre all'esperienza ed al mestiere per far fronte ad una compensabile e naturale stanchezza sopraggiunta. Si fanno apprezzare, in modo particolare, le due chitarre, in grado di proporre interessanti momenti stoppati, cui fanno, immediatamente, seguito repentine e brucianti accelerazioni notevolissime. Elegante è pure il breve solo del minuto 03:30 di Sundin. Stanne, ignaro della sgradita sorpresa che troverà in camerino di lì a breve, (sulla quale torneremo in sede di conclusioni finali), opta per un cantato raschiato, impostato su tonalità piuttosto elevate, e, nel complesso, raggiunge la sufficienza, anche se si mantiene a distanza da quelli che sono stati i momenti migliori nel corso della sua performance. Sofferto è il corredo lirico proposto, è l'immagine iconica della morte a farla da padrona. Questa è una città fantasma, i cui abitanti vivono, in uno stato di ignavia pressoché totale, ai margini di un colossale fallimento dietro l'angolo. La sparuta gente rimasta non fa altro che aspettare passivamente di morire, passeggia lungo viali deserti e spogli, pieni di cumuli di ossa e di teschi, essi hanno dimenticato l'umiltà di un tempo, perciò la negazione della vita domina incontrastata. Questo è l'unico posto che conosco nel quale la morte manifesta più movimento, più dinamicità della vita, essa può stendere il suo luttuoso drappo nero, in virtù del fatto che, qui, la verità è stata completamente sopraffatta dalla menzogna. Anche tu indossi il segno della morte, in essa sono contenute la perdita e l'agonia, un personaggio, un tempo definito e riconoscibile, viene spogliato di tutto il suo contenuto. Per tutte queste ragioni, scappa di qui finché sei in tempo, vai via perché l'estinzione definitiva è già in atto. Un gran numero di corpi sono sparsi per queste strade, infinite ed ormai deserte, anche io, pertanto, abbandono questi luoghi infausti, ho necessità di nascondere il mio viso emaciato e sofferente, ho assistito a pietosi gesti di umiliazione, avrei voluto essere altrove in quei momenti, ma, in cuor mio, sentivo che era giusto rimanere per poterne dare testimonianza futura. Qualunque cosa sia successa qui, appartiene al passato, l'immaginazione è la causa di tutto ciò, fuggo lontano da ciò che sono stato, cosa è successo al desiderio? che fine ha fatto l'integrità morale? Questa è una città fantasma, vai ora e non tornare mai più. Le luci si abbassano in sala, l'eco delle ultime note suonate si esaurisce flebilmente, il tempo per gli ultimi, sentiti, ringraziamenti da parte di tutti i membri del gruppo, lo stage si svuota nel giro di qualche istante, "Where Death Is Most Alive" è già passato alla storia.

Conclusioni

Eccoci, dunque, giunti al momento fatidico di tirare le conclusioni a proposito di questo lavoro. Come facilmente intuibile dall'enfasi dei toni usati nel corso di questa dissertazione, siamo alle prese con un doppio live di livello stratosferico, indubbiamente uno dei migliori mai rilasciati in ambito melodeath. I Dark Tranquillity, sul tanto amato suolo italiano, confezionarono una prestazione globalmente eccelsa, in grado di coinvolgere ed emozionare, dall'inizio alla fine, anche il più timido e riluttante tra i presenti al Rolling Stone. Se è vero come è vero che la scaletta proposta risulta essere decisamente sbilanciata a favore delle produzioni più recenti, (approfittando della presenza di un ospite di livello internazionale come Nell Sigland perché non solleticare la fantasia dei più nostalgici con un pezzo memorabile come "Shadow Duet", ad esempio?), è altrettanto vero che il livello medio dei brani si mantiene su standard qualitativi eccelsi. All'interno di una consistente setlist che, sostanzialmente, non presenta alcun momento effettivo di down, segnaliamo, tra le altre, l'iniziale, debordante, "The Treason Wall", che una differente collocazione avrebbe reso semplicemente immortale, le storiche, ma sempre attualissime, "Edenspring", "Lethe" e "Punish My Heaven", (leggermente rivisitata per l'occasione), e l'oscura e criptica "Inside The Particle Storm". L'oscar di miglior pezzo della serata, però, non può che andare alla magnifica "Insanity's Crescendo", scolpita per sempre nella memoria collettiva dei fan, italiani e non, grazie al superbo duetto tra l'immarcescibile Stanne e la divina Sigland, (non a caso il relativo video è, ancora oggi, uno dei più visualizzati e cliccati sulle principali piattaforme digitali). Per quel che concerne un parere più dettagliato sullo stato di forma dei singoli membri del gruppo, in quella piovosa serata del 31 ottobre del 2008, da incorniciare è la performance di Stanne, inappuntabile sia da un punto di vista vocale, (la sua destrezza non accenna a diminuire sia che si tratti di growl, di scream o di clean vocals), che per quel che concerne la presenza scenica, (la capacità di farsi amare dalle grandi platee internazionali è significativa, a tal proposito). Mikael merita un encomio speciale, (non che ne avesse bisogno, in effetti, data la sua levatura), anche e soprattutto, alla luce di quanto emergerà la sera seguente, quando, come più sopra anticipato, i DT si esibirono all'Estragon di Bologna, (qui sveliamo quanto poc'anzi segnalato nel corso dell'analisi dell'ultima traccia). Durante le due ore di concerto nello storico locale meneghino, infatti, qualcuno pensò bene di intrufolarsi nel suo camerino e di rubarne il portatile, il passaporto, (rifatto, poi, presso l'ambasciata svedese di Roma prima dello show capitolino), ed altri effetti personali di un certo valore. Del resto, si sa, noi italiani dobbiamo pur farci riconoscere in qualche modo. (Poi ci si lamenta perché i grandi nomi tendono, generalmente, a snobbarci). Sul palco della città felsinea, il frontman dei Dark Tranquillity, mascherò bene il suo malcontento per lo spiacevole accaduto, sfoderando la "solita" prestazione gagliarda e muscolosa, ma, nel corso delle ore antecedenti il concerto, pare che la tentazione di annullare la data e di lasciare, anticipatamente, l'Italia sia stata discretamente forte. Tornando a noi, gli altri membri della band svolgono, con maestria e sagacia, il ruolo dei comprimari di lusso, nell'accezione più lusinghiera del termine. Nella prima porzione dello show, un ruolo preponderante lo svolgono le ficcanti tastiere di Brandstrom e la stentorea batteria di Jivarp, abili a tessere il loro denso intreccio sonoro, a metà strada tra il tradizionale ed il moderno. Verso il finale salgono, viceversa, in cattedra le chitarre, capaci, dal canto loro, di disegnare importanti sequele di riff, invero non particolarmente elaborate, ma sicuramente ben impattanti e gradevoli, per quanto qualche momento solistico in più non avrebbe, certamente, guastato, anche in considerazione della notevole caratura di Sundin ed Henriksson. Nel complesso, sufficiente il contributo assicurato dal nuovo bassista Antonsson, anche se, nel confronto con il suo predecessore, egli esce sconfitto di misura, soprattutto per quel che concerne il poco carisma mostrato sullo stage. Non eccellente, come già ricordato nel corso della presente analisi, la resa globale del sound, in virtù del fatto che gli strumenti tendono a perdere il loro spessore caratteristico e ad assomigliarsi tutti, motivo in più per rendere onore al merito del sestetto svedese. Continua, invece, con profitto reciproco, il fortunato sodalizio intrapreso con il danese Tue Madsen, maggiormente incline ad assecondare le mutate esigenze acustiche e di missaggio del gruppo rispetto allo storico produttore Fredrik Nordström. Per concludere, la prima testimonianza ufficiale rilasciata dall'ensemble scandinava su formato cd-rom conferma, per chi se lo fosse dimenticato, chi è la band capofila del death metal melodico nel terzo millennio. E' anche grazie ad esibizioni come questa che il Rolling Stone è ricordato, al giorno d'oggi, come il tempio del rock di Milano, e non solo. Capitolo assolutamente imprescindibile per tutti gli amanti del genere!

1) Intro
2) The Treason Wall
3) The New Build
4) Focus Shift
5) The Lesser Faith
6) The Wonders at Your Feet
7) Lost to Apathy
8) FreeCard
9) Inside the Particle Storm
10) Nothing to No One
11) Edenspring
12) Insanity's Crescendo
13) Lethe
14) Dreamlore Degenerate
15) Misery's Crown
16) ThereIn
17) My Negation
18) Yesterworld / Punish My Heaven
19) The Mundane and the Magic
20) Final Resistance
21) Terminus (Where Death Is Most Alive)
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