DARK TRANQUILLITY

Of Chaos and Eternal Night

1995 - Spinefarm Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
30/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ebbene si, sembra incredibile da dire al giorno d'oggi, ma vi è stato un periodo, nella prima metà degli anni novanta, soprattutto, in cui venti minuti scarsi di musica erano più che sufficienti per rivoluzionare un intero genere o per dettarne i fondamenti di base. Vi è stata un'epoca in cui anche i piccoli ep, oggi tanto bistrattati e riempiti, nella stragrande maggioranza dei casi, da brani scartati dalle pubblicazioni principali o, anche peggio, da improbabili cover di classici del passato, tanto azzardate da risultare quasi un triste esempio di scimmiottamento grottesco e di nessuna utilità ai fini pratici, servivano a promuovere solo ed unicamente la qualità più pura, intrinseca e genuina della musica in essi contenuta. Spesso, due decenni fa, bastavano una manciata di canzoni, tre - quattro appena, per elevare questi mini cd al ruolo di prodotti alti, di nicchia, destinati ai cultori più raffinati ed agli appassionati dal palato più fino. Ancora ben distanti da subdole logiche di mercato che mettono il profitto facile ed immediato sopra ogni altro aspetto e che regnano incontrastate nel terzo millennio, le band erano, allora, impegnate, (e sovente facevano letteralmente a gara), a confezionare lavori in cui a farla da padrone erano le componenti musicali e liriche, soltanto. Ciò, unito ad un coraggio e ad una voglia di sperimentare oggi smarriti, e agevolati anche da uno scenario musicale in fermento, vivace e desideroso di trovare nuovi assetti e non ancora saturo come lo è quello odierno contribuiva a rendere davvero speciali ed imperdibili, (oltreché estremamente difficili da trovare), queste uscite intermedie all'interno della discografia maggiore di numerose realtà musicali sbocciate all'epoca. La fama di cui gode un ep non è mai troppo apprezzabile in quanto elaborati storicamente ritenuti minori, posizionati in maniera più o meno strategica, tra un lp ed un altro ma, spesso, in questi piccoli gioiellini è racchiusa la genesi e l'evoluzione artistica di una band e le origini storiche di un sottogenere specifico. A parziale discolpa delle ensemble sonore va anche aggiunto che, in molti casi, simili prodotti non poterono, all'epoca, godere di una adeguata visibilità dal momento che le etichette discografiche che ebbero l'ardore di puntare su tali proposte emergenti erano poco attrezzate da un punto di vista tecnico e di strumentazione e tali carenze, a cui andava aggiunto un deficit economico di fondo pressoché generalizzato, finirono per penalizzare l'esito finale di essi, assai di frequente pure inadeguatamente distribuiti e messi in circolo sul mercato discografico. Una simile concomitanza di fattori ha fatto sovente finire nel dimenticatoio questi brevi lavori di una manciata di brani la cui popolarità è emersa solo in un secondo momento in seguito a più capillari e meglio registrate ristampe successive o grazie al reinserimento in coda a qualche lp nelle vesti, non sempre agiate, di "semplici" bonus track. Il lavoro oggetto delle presente recensione rientra alla perfezione nella categoria poc'anzi indicata in quanto esso rappresenta una release di importanza fondamentale per una delle band cardine del cosiddetto melodic death metal: parliamo di "Of Chaos and Eternal Night (Del Caos e della Notte Eterna)" degli enormi Dark Tranquillity che vide la luce, sotto l'attenta e lungimirante egida della label finlandese SpineFarm Records, nell'autunno del 1995. Importanza capitale, dicevamo, per una serie di ragioni che ora andremo ad elencare. Innanzitutto l'ep in questione segue l'ottimo debutto Skydancer, uscito un paio di anni prima del quale riprende il sound ammagliante ed a tratti ondivago e ne affina ulteriormente gli aspetti più grezzi e seminali, grazie anche ad una produzione decisamente migliore, in secondo luogo esso anticipa e, per certi versi, contribuisce a preparare il terreno, per il capolavoro epocale del combo nordico, quella pietra miliare che risponde al nome di The Gallery che vedrà la luce solo poche settimane più tardi e che rappresenterà la vetta inarrivabile della carriera dei nostri, oltre che uno dei picchi esecutivi indiscussi per l'intero sottogenere stesso. In ultima analisi, non di inferiore importanza però, tale mini cd è la prima testimonianza storica in cui incontriamo il carismatico frontman Mikael Stanne in pianta stabile nelle vesti di cantante, sotto il moniker DT. Tale osservazione ci porta, di rimando, ad una ulteriore considerazione in merito alle modifiche intercorse nella line up del gruppo dell'epoca: chi ha avuto modo di leggere la recensione del sottoscritto circa il precedente album certamente sarà già al corrente che esso si caratterizzava per la presenza, in qualità di prima voce, di tale Anders Friden, cui si accompagnava, (oltre ad una graziosa e romantica voce femminile), l'impostazione severa e baritonale del nostro Mikael, allora anche impegnato alla chitarra ritmica di accompagnamento. Nonostante una prestazione, a mio avviso, ancora troppo acerba, di derivazione black, Friden decise, in seguito, di lasciare il gruppo per unirsi ai connazionali In Flames, altro gruppo pioniere del genere e la cui carriera procedette, specie nei primi tempi, lungo binari paralleli ed affini a quelli dei Dark Tranquillity, al punto da venire considerate, per un certo periodo, band gemelle. Stanne, già forte di una prestazione carica di introspezione e di emotività nel sopracitato Skydancer, (oltre che di una più devota agli stilemi del black metal arricchita, inoltre, da sfumature di natura folk nello stesso debutto dei "cugini", Lunar Strain), colse la palla al balzo e, dismessa la sua fedele chitarra ritmica, si spostò dietro al microfono e divenne leader indiscusso del combo di Gothenburg. Il suo posto di secondo chitarrista venne preso dall'abile Fredrik Johansson, mentre il resto della formazione rimase immutato: alla chitarra principale ritroviamo, pertanto, il valoroso Niklas Sundin, al basso ecco il virtuoso Martin Henriksson ed alla batteria il funambolico Anders Jivarp a completare una compagine che, tolto il quasi inevitabile inserimento della componente elettronica degli anni duemila, ha sempre fatto della stabilità interna uno dei suoi punti di forza principali. Inevitabile e doveroso è il continuo rimando tra le suddette due band svedesi, vere alfiere di tutto il Gothenburg sound e uniche sopravvissute di spicco attualmente ancora in voga tra le numerose e, di frequente, sfortunate realtà che presero le mosse in quei gloriosi primi anni novanta, così ricchi di brio e di intraprendente fervore giovanile. Parlare di Of Chaos and Eternal Night vuol dire, pertanto, anche citare il monumentale Subterranean, ep strepitoso composto da quattro tracce propriamente intese più una quinta breve strumentale edito nel giugno dello stesso anno per la piccola Wrong Again Records a firma degli stessi In Flames. Per chi scrive il vero apice supremo della carriera degli "infiammati" che nemmeno il pur grandioso seguente The Jester Race sarà in grado di eguagliare: quattro sfuriate serrate al fulmicotone e taglienti come rasoi impregnate di elementi tipici del folk nordico ed intervallate da decadenti e magnifici passaggi melodici di gran pregio. Curioso evidenziare che nella line up che diede alle stampe una simile, meravigliosa, opera d'arte ancora non vi è traccia del pur talentuoso Friden: la sezione vocale, impostata su tonalità volutamente acute e acidule, caratteristiche del black nord europeo del tempo, è a firma Henke Forss, pure singer dei mai doverosamente apprezzati, validissimi, Dawn. Una dovuta digressione, fatta di proposito, proprio per sottolineare, una volta di più, quale fosse il valore assoluto che caratterizzava questi ep nel periodo preso in esame e quale monotonia di fondo li contraddistingue, purtroppo, al giorno d'oggi, quando sono divenuti quasi esclusivamente prodotti atti a testare il grado di fidelizzazione dei fan delle svariate band, oltre che ovviamente utili registratori di cassa aventi il compito di far lievitare ulteriormente il conto in banca dei membri dei gruppi che li sfornano con incredibile, fin tanto da divenire sospetta, regolarità cronologica. L'immagine posta sulla copertina della prima storica stampa, ad opera del fotografo Kenneth Johansson, già collaboratore dei DT nel full length d'esordio, ci mostra una sorta di maschera arcaica e misteriosa, di stampo tribale, dai lunghi capelli riccioli e dalla folta barba in primo piano, mentre sullo sfondo trova posto un candido tappeto di foglie ed altre essenze vegetali dalla colorazione rossastra, tipica della stagione autunnale in cui tale ep venne dato alle stampe e che sarà, mirabilmente, celebrata in una delle tre tracce qui contenute. I primi tre pezzi che compongono questo ep vennero registrate nell'autunno del 1994 presso i gloriosi Studio Fredman ubicati nella seconda città svedese per numero di abitanti e di proprietà dell'eccezionale Fredrik Nordstrom, tra gli altri chitarrista dei Dream Evil, vero luogo di culto, allora, per tutta la Svezia dedita al metallo pesante ed oggi divenuto mecca di pellegrinaggi da parte di fan e curiosi da ogni parte d'Europa, mentre il quarto ed ultimo pezzo è una riedizione, migliorata in sede di produzione e con il già citato cambio di cantante nella line up, di una precedente song registrata agli altrettanto importanti Soundscape Studio nel giugno del 1993 e contenuta nell'album di debutto, Skydancer.

Of Chaos and Eternal Night

L'apertura è, quindi, affidata alla title track, dischiusa da alcuni istanti, circa una ventina di secondi appena, caratterizzati da effetti sonori sinistri ed allarmanti, tipici di uno scenario post apocalittico, che lasciano, ben presto, il posto ad una prima iniziale sfuriata ritmica della coppia chitarra elettrica - batteria in grado di coinvolgere fin dalle battute iniziali l'ascoltatore interessato. Il tutto viene, ulteriormente, corroborato, dalla discesa in campo del fenomenale vocalist Stanne che sbraita selvaggio ed incalzante, in una seminale forma di scream, ancora devota alla corrente black della vicina Norvegia, la narrazione proposta. La grinta giovanile dell'allora ventenne Jivarp esplode in tutta la sua potenza deflagrante con una cadenza serrata e furiosa, quasi sempre in blast beats eseguiti a velocità stupefacenti; il drumming corposo e massiccio come il granito prende il sopravvento sulla coppia di sei corde, specie nei momenti di break della descrizione lirica. Il primo cambio di tempo lo troviamo poco dopo il minuto, allorquando l'incedere portante diviene più regolare e scandito da una vena di stampo progressiva di assoluta rilevanza. Ciò che maggiormente impressiona è la capacità della sezione ritmica di crescere di pari passo con la componente vocale, in una continua cavalcata senza freni quanto a intensità e pathos: il tutto appare perfettamente bilanciato e i due aspetti principali della traccia non prevaricano mai l'uno sull'altro. Un paio di accordi di drumming più ragionati e solenni sono abilmente collocati poco prima del secondo minuto del brano e conferiscono un quid di eleganza notevole alla sezione centrale dello stesso. La chitarra solista di Sundin sale in cattedra soltanto una decina di secondi più tardi regalando un assolo breve ma intenso che pare affondare le radici nel metal più classico di metà anni ottanta. Non sorprende, in un simile contesto multiforme e dinamico, l'omaggio che il gruppo sembra offrire ai dominatori dell'heavy, Iron Maiden, (dei tempi di Powerslave soprattutto), in una fortunata composizione di twin solos nella porzione centrale del pezzo a firma dell'ispirato binomio Sundin - Johansson. Lo spicchio conclusivo di questa "Of Chaos and Eternal Night" è lievemente più arioso e meno demoniaco, anche se il riff portante di inizio traccia è ripetuto nuovamente poco prima della sua conclusione: si respira un sapore vagamente folk e le atmosfere sono quelle tipicamente nordiche, magniloquenti ed oscure nelle loro molteplici sfaccettature. L'esordio ufficiale dietro al microfono di Mikael pare ancora troppo vicino a quanto fatto vedere dal suo illustre predecessore nell'album di debutto, del resto come più sopra richiamato le analogie tra le due band ad inizio carriera furono numerose, anche se si avverte già una certa maturità in più nell'impostazione graffiante e roca data dal nostro beniamino al pezzo di apertura del presente lavoro. La sezione lirica, curata come tradizione vuole, dal frontman del gruppo, incanta per il suo lato più intimista, quasi in contrapposizione con una porzione strumentale graffiante e diretta e scava letteralmente, fino ad erodere, il profondo dell'animo umano. La storia che ci viene raccontata è una metafora della vita stessa dell'uomo: lunga da vivere ma, sfortunatamente, breve da raccontare. Siamo mossi dall'ardente desiderio di esplorare gli anfratti più reconditi della nostra coscienza, muovendoci su sentieri tortuosi ed angoli nascosti laddove solo la morte è in grado di spezzare gli anelli pesanti della catena del destino. L'orgoglio derelitto e chiazzato di macchie opache ci lacera nel nostro io più intimo e profondo attraverso visioni febbrili di luce soffusa e pulsante, con cadenza irregolare. In questa situazione angosciosa percuotiamo il tamburo e suoniamo gli accordi del caos, così gridiamo verso i cieli, narrando del caos e della notte eterna. La seconda strofa descrive il nostro trovare pace nella tetra oscurità, nella segretezza infinita della bellezza della notte troviamo conforto e non ci sentiamo minacciati, come, viceversa accade alla luce del giorno. Tuttavia percepiamo attorno a noi un mix di emozioni contrastanti: il paradiso è in rovina e siamo costretti ad accettare il fatto compiuto che, affinché tutte le stelle possano essere liberate, è necessario che il fuoco eterno devasti ogni caverna con ardore indomabile. Finisce per l'uomo il tempo di nascondersi dietro bugie inverosimili, è giunto l'istante in cui le crepe nascoste dentro il suo animo vadano riempite. L'eccezionale perizia compositiva del prode Stanne prosegue pure nella terza ed ultima strofa in cui il protagonista narrante implora di essere salvato dal velo dell'ipocrisia e della menzogna che lo sta per annientare, lo specchio della coscienza umana diviene un filtro e distorce l'aspetto reale delle cose, peccaminoso è colui che trascorre la sua esistenza aridamente, senza lacrime e privo di trasporto emozionale. I segreti di color scarlatto che ora ci vengono svelati sono intrisi di timori e paure terribili, le illusioni che ci hanno corroso la mente narrano di notti infinite, senza luce. Chiediamo, perciò, in perfetta simbiosi con l'io narrante, di lasciarci condurre dalle nostre emozioni più vivide e non vivere, altresì, nel peccato e nelle aride tenebre dell'inedia passionale. 

With the Flaming Shades of Fall

Si prosegue, ora, con la più cadenzata e meditata "With the Flaming Shades of Fall (Con le Scintillanti Sfumature dell'Autunno)", più breve della opener di circa due minuti ed introdotta da un riff sontuoso e di natura epica che sfocia, immediatamente in un assolo di gran pregio dopo nemmeno una ventina di secondi. La band dimostra un sorprendente livello di maturità e pare suonare con la consapevolezza di adulti e non di ragazzi poco più che ventenni: la batteria di Jivarp è ragionata e puntuale come un metronomo, l'esigenza non è quella di travolgere l'ascoltatore con una proposta incalzante e furibonda ma, d'altro canto, si vuole affascinarlo, corteggiarlo e, infine, circondarlo nella sua interezza con un sound caldo, rassicurante e straordinariamente appagante a livello sensoriale. Il livello della contesa viene però innalzato ad uno stadio superiore poco prima dello scoccare del primo minuto, allorquando cioè, entra in campo il singer della formazione svedese, il quale propone una interpretazione rabbiosa e ferale anche se anch'essa gradevolmente contenuta quanto a tonalità espressive. Stanne sbraita selvaggio, animalesco tutto il suo ardore sbarazzino al minuto 01:18 ma, in questo pezzo, ciò che entusiasma maggiormente è l'abilità della coppia Sundin - Johansson che si esibisce in un continuo susseguirsi di ritmiche ora più spedite ed ora più flemmatiche: anche l'ascoltatore meno esperto non può rimanere indifferente di fronte a cotanta maestria tecnica e perizia artistica: il riff centrale sembra ideale per trascorrere un lungo, uggioso, ma non eccessivamente freddo, pomeriggio autunnale, nel conforto della nostra abitazione ci lasciamo cullare dallo scorrere fluido e sensuale delle due sei corde e lasciamo vagare libera la nostra mente verso ideali romantici di un glorioso tempo passato che mai tornerà, la nostra immaginazione galleggia a briglia sciolta nell'aire senza impedimento alcuno, chiudiamo i nostri occhi e fissiamo, nell'eternità, quel momento così solenne ed ameno, in preda ad una sorta di estasi mistica, il nostro volto si vela di un breve sorriso di apprezzamento che affidiamo al vento in modo tale che possa attraversare mezza Europa e giungere, così, fino alla lontana Gothenburg, patria di questi cinque musicisti tanto talentuosi e dotati di un siffatto gusto per l'estetica più alta, pura. L'incedere diviene ancora più flemmatico, quasi tribale, allo scoccare del secondo minuto di esecuzione, il combo, forte di una preparazione tecnica praticamente impeccabile, pare autocelebrare la propria grandezza mostrando, una volta ancora, una insospettabile saggezza di fondo, tipicamente nordica, anche se non pecca mai di superbia e non si dilunga troppo in virtuosismi ridondanti e superflui: il drumming è addirittura gentile, non vuole essere di disturbo al lavoro chitarristico e rimane garbatamente sullo sfondo, nella sua pur innegabile precisione esecutiva. Come facilmente intuibile dal titolo, le liriche celebrano la bellezza e i colori della stagione autunnale, tinte che esplodono letteralmente con fragore, le ombre infuocate che solo l'autunno sa offrire sono in perfetto accordo con il nostro ritmo cardiaco, l'animo dell'uomo, duramente provato nella ricerca del proprio io più genuino nella precedente traccia, pare ritrovare un minimo di serenità e di conforto nel tepore e nelle sfumature intense del periodo immediatamente successivo all'estate. Lo scenario appare più veritiero, naturale, nel momento in cui la popolazione sanguinante getta le maschere che aveva indossato fino a poco tempo prima. Attanagliato dalle infuocate ombre autunnali Settembre scivola via oltre la nostra portata, nel mentre le fiamme rinnovano il loro autunno ciclico ed immutabile. Ottobre è simile all'arte che ci viene insegnata a scuola, arcana e tanto affascinante, Novembre porta indosso l'abito del profeta, ma ha il cuore del falso redentore. La notte sussurra, ferita, quando l'inverno è ormai alle porte. L'oscurità, selvaggia e libera dai fardelli che la opprimevano apre le sue braccia al nostro incontro. Le ombre infuocate dell'autunno devono essere in grado di annientare la morsa gelida e sinistra della stagione fredda in arrivo. Il gruppo, che non ha mai fatto mistero di essere amante della grande letteratura di stile, dimostra di possedere una solida cultura di base che va oltre il solo ambito musicale e reinterpreta in chiave prettamente personale una tematica tanto cara sia a grandi poeti del passato che a prosatori altrettanto illustri quale quella della stagione delle foglie che cadono, con i suoi colori vivaci, le sue atmosfere incantate ed amene ed i suoi paesaggi incantevoli, costantemente sospesi tra sogno e realtà. Dopo due simili proposte, già estremamente valide, il gruppo decide di alzare ulteriormente l'asticella e propone quella che è, di gran lunga, la best track di questo ep, nonché, a detta di chi scrive, una delle migliori canzoni mai composte in oltre un ventennio di onorata carriera.

Away, Delight, Away

"Away, Delight, Away (Distante, Diletto, Distante)" riscrive ed innalza ad un livello prossimo alla perfezione assoluta i canoni del melodic death metal svedese, già tracciati in maniera seminale, benché non meno rilevanti, nel precedente full length. Lungo un tracciato sinuoso che si articola di cinque minuti abbondanti trovano posto praticamente tutti gli elementi cardine dell'intero genere: la ritmica cardine, sostenuta e gioiosa nel suo incedere, viene completata ed arricchita da assoli di caratura sublime, continui cambi di passo dinamici e vibranti di energia, una esecuzione vocale assolutamente impeccabile, ricami di drumming precisi e, parimenti, vigorosi e melodie chitarristiche in grado di incantare per la loro infinita bellezza. Meraviglia, più nel dettaglio, la mirabile abilità del quintetto scandinavo di saper trasmettere, allo stesso tempo, sensazioni di brio spensierato ad altre di epica drammaticità, i due binari percettivi scorrono paralleli all'infinito senza deviare mai il proprio corso e ciò conferisce un senso di grande armonia complessiva, (in questo notevole merito va dato alla eccezionale esibizione del vocalist, in grado di offrire un vero e proprio tourbillon di emozioni sempre cangianti e mutevoli). La musica dei Dark Tranquillity fa breccia nel cuore di ognuno e trafigge ogni essere umano, anche il più arido d'animo. La tempistica portante è incalzante fin dalle prime battute, la band non lascia spazio ad esitazioni di sorta, l'ascoltatore assume le sembianze di un paziente cavaliere alle prese con la difficile gestione del proprio purosangue, indomabile e gagliardo nel suo scalciare furibondo. E la narrazione lirica, magnifica anch'essa, pur se di non facile interpretazione, ha inizio poco prima dello scoccare del minuto: falsi quanto le nostre menti, gli occhi si rifiutano di vedere, ghermiscono la falsità in me, l'uomo è depurato dal fuoco di cristallo. Una breve pausa, di atmosfera, prima di riprendere il filo del discorso: i vuoti che affliggono l'uomo saranno colmati dal suono e dall'odio, lascia che la mia vita sia di nutrimento per il suolo sotto i nostri piedi. Una prima sequela di assoli da brivido conduce al minuto 01:30 laddove la narrazione, ammaliante e poetica, riprende, facendosi ora più lenta e riflessiva. "Il messaggero del male, colui che naviga nel silenzio, il comandante del dolore guida la collera"? Al minuto 01:54 la voce, improvvisamente fattasi sbraitante e leonina, al punto da risultare difficilmente comprensibile, pronuncia i seguenti versi: "?and this is forgotten, live in me?" Segue uno spezzone ritmico di notevole fattura della durata di una ventina di secondi, utile a tirare un attimo il fiato, dal momento che eravamo piombati in una sorta di limbo emozionale oltre due minuti prima. L'infinità è eterna, mai nata così da non poter perire, i colori dipingono il mio nome, tra corone sono battezzato nei primi fiochi raggi di un sole timido, spento, nel nome del mio sangue io ti maledico, trova un riparo per me, all'ombra degli arbusti, diffondi le tue ali crepuscolari. Poco prima del terzo minuto la cadenza si fa, giusto per qualche istante, più greve e cupa, malinconica e tragica al tempo stesso. Ben presto però ritroviamo il riff centrale della traccia, allegro e spontaneo, raspodico nel suo avanzare progressivo. Simile ad un camaleonte, Stanne cambia nuovamente impostazione vocale e si dimostra vero maestro di trasformismo canoro nonostante la ancor giovane età anagrafica. Sopra ad uno straordinario sonoro prima titubante ed insicuro, poi sempre più deciso e convinto il vocalist narrante, il cui corpo spezzato gronda di ogni sorta di peccato, dice addio a questa terra dimenticata da Dio e si unisce ai cavalieri dell'orizzonte perché fatto del loro stesso sangue, perché solo loro sono salvatori eterni e sinceri. Essi portano odio e fuoco, lo conducono in basso, in una terra sconosciuta e misteriosa, lo schiacciano in una morsa serrata e strangolatrice. La conclusione non lascia spazio per la benché minima speranza: eloquenti, in questo senso, gli ultimi due versi con i quali la narrazione e, di lì a breve, pure la traccia tutta si esaurisce: "l'angelo del mio desiderio sa di vergogna"? Il messaggio che la band lancia al mondo intero è chiaro: siamo i Dark Tranquillity, che vi piaccia o no suoniamo melodic death metal, questo è il nostro stile originale, a voi altri non resta che ingoiare la polvere e provare ad imitare il nostro sound unico nel suo genere. Un brano immenso, epocale che, inspiegabilmente, manca ormai da anni nella scaletta dei concerti live e che gioverebbe, non poco, a ridare un minimo di freschezza e di vigore alle esibizioni "worldwide" dei nostri, da tempo cristallizzatesi su standard di normalità tendente alla monotonia. Giudizio prettamente personale tale pezzo andrebbe inserito, insieme ad un altro paio, tutti rigorosamente made in Sweden, in qualsiasi enciclopedia metal che si rispetti quando si voglia definire il concetto stesso di melodic death metal e il suo ascolto dovrebbe divenire obbligatorio in ogni accademia o liceo musicale che abbia l'obiettivo di forgiare musicisti di talento e dalla mentalità aperta. Una sola traccia che, rivista col senno di poi ad oltre vent'anni di distanza dalla sua composizione, sarebbe più che sufficiente a spazzare via intere attuali discografie mediocri versioni "copia - incolla" che, sfortunatamente, tanto piacciano ai discografici e ai produttori musicali del ventunesimo secolo.

Alone '94

L'ep, come anticipato all'inizio di questo lavoro, si chiude con la riproposizione del brano "Alone (Solo)" a cui viene semplicemente affiancato l'anno della realizzazione, il 1994, per differenziarla dalla precedente versione che aveva il compito di chiudere, più che egregiamente, il primo full length del gruppo. Oltre ad una produzione decisamente più rotonda ed equilibrata, (lo Studio Fredman di Gothenburg era già allora sinonimo di accuratezza eccelsa), il vero salto di qualità, ad una traccia di per sé già ammaliante, è merito della prestazione vocale del portentoso Stanne, maggiormente a suo agio del predecessore Friden, nello scenario desolante e tragico che il pezzo descrive. Il singer si cala a meraviglia nel contesto musicale descritto dalle cadenze lente e solenni intessute della sezione ritmica e dà ulteriore sfoggio di una spiccata dose di introspezione e di emotività trascinante. Negli oltre cinque minuti di lunghezza si respira un'atmosfera di pace interiore e di serenità spirituale profonda, pur aleggiando uno spettro di malinconia nostalgica di fondo non indifferente, sono evidenti le contaminazioni di derivazione folk tipiche di quelle latitudini e caratteristiche del primo periodo di fioritura del melodic death metal. Anche in ragione di questa prestazione la mia predilezione personale, nell'eterna diatriba Stanne - Friden, va da sempre ascritta al primo, più maturo e virtuoso rispetto all'inizialmente sgraziato e lancinante amico - collega. Il drumming si mantiene educato e garbato, Jivarp opta saggiamente per il massimo della discrezione e non ruba la scena al resto della strumentazione, il grosso del lavoro tocca agli strumenti a corda e fa piacere menzionare, una volta ogni tanto, pure l'eccellente lavoro al basso dell'ottimo Martin Henriksson, sempre all'altezza della situazione con i suoi ricami certosini ma mai noiosi. Essendo una riedizione di un brano già composto la sezione lirica è la stessa di quella già presentata nel precedente album Skydancer, in questa sede ci si limita, dunque, a sottolineare la grande perizia compositiva che, fin dagli esordi, ha caratterizzato il combo svedese, la spiccata proprietà di linguaggio acquisita leggendo i classici della letteratura romantica viene via via affinata e viene erosa quella parziale componente di arcana prolissità che avevamo incontrato nel precedente episodio discografico. Lo scenario cesellato dall'abile penna di Stanne narra stati d'animo penosi, ai limiti della sofferenza umana, che l'incipit iniziale "Let me die, I cried as the curtain fell" descrive quanto meglio non potrebbe fare. Il resto della narrazione non fa altro che proseguire sulla stessa lunghezza d'onda ed è una sorta di preghiera estrema affinché il nostro corpo, ormai provato da tanta oscurità e da indicibili privazioni, possa, finalmente, trovare la pace ed il riposo che merita. Svanita ogni giovanile speranza, gli anni si sono succeduti troppo velocemente uno dopo l'altro togliendoci ogni motivo reale di esistere, il nostro risveglio al mattino è, dunque, vano e si conclude con la supplica di riportarci da dove siamo venuti, alla nostra casa primordiale nell'alto dei Cieli, unico luogo in cui poter ancora trovare di che sfamare la personale fiamma vitale, l'ultimo desiderio che esprimiamo con un alito di fiato è quello di lasciare acceso un barlume di speranza per il nostro cuore sofferente.

Conclusioni

Collocato temporalmente a cavallo tra il primitivo e seminale Skydancer e l'evoluto e memorabile The Gallery, di cui non a caso ne rappresenta l'anello di congiunzione ideale, Of Chaos and Eternal Night è un prodotto di qualità globale eccelsa in cui trovare anche un minimo difetto tangibile risulta essere impresa assai ardua. In sole tre canzoni "effettive" i Dark Tranquillity riescono ad esprimere tutto il loro potenziale ancora parzialmente inespresso nella precedente release e confezionano per il pubblico un ep di straordinaria fattura: ogni componente strumentale, (l'eccezionale binomio di chitarre, il basso sempre fedele e la batteria potente ma, al tempo stesso, educata), si esprime su standard qualitativi eccezionali, gli accordi intessuti dal quartetto svedese risultano freschi, dinamici, sempre energici e vitali, le melodie composte emozionano per la loro atmosfera quasi magica in cui i frequenti cambiamenti di ritmo aumentano a dismisura il pathos emozionale e immergono l'ascoltatore in un viaggio multidimensionale fatto di un continuo alternarsi di alti e bassi che, tuttavia, offre sensazioni piacevoli e stati d'animo rilassati e sereni. Di particolare rilevanza, come già sottolineato nel track by track soprastante, la bravura e l'armonia pressoché totale che la coppia Sundin - Johansson è in grado di proporre: sia che viaggino su cadenze più sostenute e dirette, (la title track d'apertura e l'incredibile Away, Delight, Away), sia che veleggino su tempistiche maggiormente solenni e ritmate, (With the Flaming Shades of Fall e la rivisitazione di Alone conclusiva), i due chitarristi non sbagliano praticamente nulla e riescono a creare una sequela di accordi incredibilmente precisa e puntuale in cui spicca, su tutti, il meraviglioso riff portante, arioso e frizzante come non mai, del terzo brano, in assoluto il migliore di questo ep. Capitolo a parte merita, invece, la prestazione vocale del nostro caro Mikael Stanne: egli, all'esordio nella sua nuova veste, si cala immediatamente alla perfezione nel ruolo di leader carismatico del gruppo regalando interpretazioni sentite e grintose che si sposano magnificamente con la sezione strumentale proposta. Si rimarca ancora una volta la notevole duttilità eclettica di cui è in possesso e la sua spiccata capacità di mischiare le carte in tavolo con la sua poliedrica voce, in grado di convincere appieno sia nelle parti in scream, sia in quelle in growl. La scelta di affidare la produzione ai mitici Studio Fredman è ulteriore testimonianza che i ragazzi, poco più che ventenni, cullavano già in seno una certa dose di sana ambizione ed evidentemente sentivano di possedere dentro di sè tutti i mezzi necessari a sfondare nel mercato discografico mondiale: il sound è compatto ed omogeneo dall'inizio alla fine e ciò si evidenzia particolarmente nell'unico brano non originale contenuto in questo ep: la qui presente versione di Alone, infatti, risulta essere decisamente migliore rispetto alla precedente contenuta nell'album d'esordio, sia a livello strumentale che da un punto di vista lirico i benefici di affidarsi ad un così importante studio di produzione sono evidenti ed insindacabili. I maestri del melodic death metal stanno salendo in cattedra e l'ep in oggetto è ascolto fondamentale per ogni amante del genere stesso che si rispetti e che ne voglia cogliere appieno le reali origini tempistiche, anche perché anticipa di poche settimane il capolavoro inarrivabile del combo svedese e ne contiene tutti i prodromi compositivi e stilistici di fondo. La sua particolare collocazione temporale, unita al gravoso peso del mastodontico album che lo seguì a stretto giro di posta, lo rese praticamente introvabile in breve tempo ma un paio di fortunate ristampe recenti, (anche in abbinata all'album di debutto della band), hanno consentito di poterne fruire nuovamente ad un pubblico più ampio e di rinverdirne i gloriosi fasti di un tempo. La scalata verso l'olimpo dell'universo è ormai in corso e i Dark Tranquillity, con un paio di balzi felini grandiosi, sono ormai giunti ad un passo dalla vetta assoluta. All'orizzonte ci appare già una imminente "galleria" che si spalanca davanti al nostro sguardo ed il cui attraversamento cambierà per sempre il corso della storia di tutto il metal contemporaneo.

1) Of Chaos and Eternal Night
2) With the Flaming Shades of Fall
3) Away, Delight, Away
4) Alone '94
correlati