DARK TRANQUILLITY

Fiction

2007 - Century Media Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
02/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Dopo la sorprendente e, per molti versi, entusiasmante parentesi italiana dedicata al terzo full length dei Delirium X Tremens, è la penisola scandinava a tornare protagonista degli articoli curati dal sottoscritto su queste accoglienti pagine. Affrontato con brio e spigliatezza, (senza, per questo, rinunciare alla nostra proverbiale completezza), il secondo singolo dei finlandesi Insomnium, è ora la volta di spostarci, nuovamente, nella vicina Svezia per tornare a parlare dei pionieri del death metal melodico, quei Dark Tranquillity da Gothenburg, giunti, nel corso del 2007, alla loro ottava pubblicazione su lunga distanza. Prima di entrare nel merito, è necessario fare una breve retrospettiva generale per comprendere al meglio il contesto storico entro cui tale pubblicazione si andò ad incastonare. Nel corso della lunga carriera della formazione capeggiata dal biondo e carismatico Mikael Stanne, iniziata tra la fine degli anni ottanta e l'inizio del decennio successivo, (ancora sotto una differente denominazione), è possibile individuare sinora tre distinte, per quanto interconnesse, fasi artistiche. I gloriosi esordi della portentosa accoppiata Skydancer/The Gallery, (intervallati dall'importante ep Of Chaos And Eternal Night), consegnarono ai posteri una giovane e rabbiosa band di ragazzini coraggiosi e ribelli alle prese con un sound, inizialmente, grezzo e seminale, ed in seguito sempre più propenso ad implementare elementi melodici e trasognanti, per quello che fu, certamente, il periodo d'oro degli svedesi, che, di quel rivoluzionario modo di intendere il death metal, si fecero portavoce principale assieme ad altre due realtà fondamentali che rispondono al nome di At The Gates ed In Flames. Non vi era, allora, da parte di Sundin e compagni, nessun desiderio di voler vedere catalogata, in maniera rigida e sistematica, la propria proposta musicale, i ricchi contratti di collaborazione con le major internazionali del settore erano ancora lontani, l'aspirazione e la voglia di emergere erano le cose che più contavano e che funsero da stimolo eccezionale per i DT, allora autentici innovatori della musica estrema, intesa nella sua dimensione più ampia. Con l'approssimarsi del terzo millennio, in parallelo ad una fama che si consolidava e si affermava sempre più, la parola chiave per comprendere il secondo periodo del gruppo divenne sperimentalismo. Esso, che già si era palesato agli occhi dei più attenti, sebbene in misura ancora marginale e sfumata, fin dall'album The Mind's I, deflagrò poi in tutta la sua dirompente potenza nel successivo Projector. Al cospetto di un emblematico titolo del genere, è fin troppo evidente dedurre che fu quella un'autentica svolta: comparvero, infatti, tastiere e sintetizzatori, impiegati allo scopo di tessere un raffinato tappeto ritmico di accompagnamento, e voci pulite, con le quali si cercò di ovviare ad un deficitario stato di salute in cui incappò un debilitato Mikael e che consentirono di sdoganare definitivamente il gruppo al grande pubblico, specie a quello femminile. Inoltre i ritmi e le cadenze rallentarono sensibilmente e si adombrarono di un oscuro, ma seducente retrogusto barocco e progressivo, i nuovi Dark Tranquillity si affacciarono agli anni duemila con il lavoro che maggiormente divise l'opinione pubblica e che fece pure storcere il naso ad un discreto numero di fan. Il successivo, davvero troppo ravvicinato, Haven non ripropose le medesime ed ardite soluzioni del suo predecessore, ma accentuò la (relativa) crisi attraversata dai nostri in quel particolare periodo storico, di non facile transizione. Infine, entriamo qui nell'ultimo periodo che ci sentiamo di individuare, (anche perché da allora possiamo dire che di modifiche davvero sostanziali non ne sono più intercorse), gli anni duemila furono segnati da una fase che potremmo definire come quella del consolidamento. Damage Done segnò il grande ritorno ai vertici grazie a sonorità più dirette e scorrevoli, emerse con forza un approccio minimale ed improntato a garantire una resa stupefacente in chiave live. La durata media della canzoni si ridusse parecchio, le clean vocals vennero abbandonate, come pure le suadenti collaborazioni con ospiti femminili, la struttura ritmica dei pezzi subì un sostanziale restyling, in chiave decisamente più moderna e pure le liriche si fecero più facilmente leggibili e si distaccarono, parzialmente, dagli astrusi concetti metafisici ed universali del passato. Character seguì sostanzialmente l'andamento dell'album precedente, pur non riuscendo a ripeterne i fasti, ma consolidò il ruolo guida dei DT all'interno di un panorama musicale che stava implodendo dall'interno, messo a soqquadro da una miriade di rampanti, per quanto sciatte, nuove realtà musicali, pompate ad arte, (e lautamente finanziate), dalla case discografiche più importanti. E giungiamo così al 2007 quando, nel corso del mese di aprile, venne dato alle stampe, sempre per l'inossidabile Century Media Records, l'ottavo album della band, oggetto della presente argomentazione. Fiction (Finzione) fu l'album che completò in maniera ideale la triade iniziata, un lustro prima, con il già ricordato Damage Done e proseguita poi, tre anni dopo, con lo stesso Character. Quasi a voler suggellare questa nuova fase artistica del gruppo, esso confermò la ritrovata vena artistica di Stanne e soci, i quali si "limitarono" a scegliere, dosare e miscelare sapientemente tutti gli elementi già presenti nei due album antecedenti. Nonostante, nel corso delle dieci tracce che ci apprestiamo ad ascoltare, verranno reintrodotte alcune delle soluzioni appartenenti al ciclo di metà anni novanta, (ritroveremo infatti sia il fervido cantato pulito, che l'affascinante duetto con ospite femminile esterno al gruppo), possiamo parlare, in buona sostanza, di un prodotto perfettamente rientrante in quelli che sono i nuovi standard di riferimento del gruppo, un lavoro al passo con i tempi e "cattivo" al punto giusto da non risultare noioso, segnato, anch'esso, dalla capillare e sistematica presenza di refrain accattivanti e facilmente memorizzabili. Le sessioni di registrazione impegnarono la band nei mesi compresi tra ottobre e dicembre del 2006, per l'occasione vennero abbandonati gli storici Fredman Studios a favore dei danesi Antfarm Studios, (di proprietà di Tue Madsen), in cui il lavoro venne assemblato e mixato, una volta terminate le operazioni di recording. Una scelta questa che assicurò un suono, in linea di massima, più secco e brutale, a tutto vantaggio della genuinità e della fruibilità d'ascolto. Ormai assodato, (non esattamente con entusiasmo), il relativo impegno profuso dal chitarrista Sundin nei Dark Tranquillity del terzo millennio, stavolta ben poche sono anche le osservazioni che ci sentiamo di spendere sull'artwork di copertina da lui elaborato nei suoi Cabin Fever Media. Sopra ad uno sfondo dalle soffuse colorazioni grigio chiaro, che paiono richiamare da vicino le tinte di un cielo nuvoloso e bigio, tipicamente scandinavo, capeggia, in primo piano, un enorme logo della band, scritto in caratteri corsivi e realizzato tono su tono con il resto della ambientazione. Un approccio, quindi, ancora una volta minimale e ben lontano dai fasti e dalla grandiosità di un tempo, (si pensi, ad esempio, alla sublime e ricca copertina realizzata da "Necrolord" Wahlin per The Gallery). Innovazione, sperimentalismo, consolidamento abbiamo detto, dunque. Tre fasi che, sia ben chiaro, non devono essere intese come asettiche l'una dall'altra, ma, anzi, vanno intese come facenti parte di un medesimo processo evolutivo che ha portato i Dark Tranquillity, nel corso degli anni, a diventare una delle formazioni più influenti e significative dell'intero universo del metal. Tre mutamenti di stile quindi che, per quanto evidenti ed innegabili, non sono stati campati per aria, né frutto del caso o delle mode imperanti, (se non, in minima parte, in anni più recenti), ma fuoriusciti, piuttosto, da un complesso ed articolato processo di songwriting quanto più possibile condiviso ed allargato, una lenta e progressiva trasformazione che non ha, tuttavia, snaturato completamente le solide basi su cui il sound dei nostri si è fondato fin dai lontani esordi, ancestrali e seminali. Un altro elemento questo, l'ennesimo, a conferma del valore artistico ed umano del tutto sopra la media della band svedese, non a caso l'unica ad essere sopravvissuta e a mantenersi in salute in tutti questi anni, (per tornare ai due esempi citati poc'anzi, ad esempio, gli At The Gates sono rimasti inattivi per quasi un ventennio, mentre gli In Flames invece, per quanto ancora attivi ed impegnati, sono ormai divenuti l'ombra di sé stessi, fagocitati, pure loro, nell'enorme calderone di un insipido e banale nu metal scialbo ed ultrasoft). Entriamo, quindi, nel vivo della contesa e diamo il via alla nostra proverbiale, (e sempre più imitata), analisi track by track.

Nothing to No One

L'album si apre in bello stile con la potente ed incalzante "Nothing To No One (Niente a nessuno)", pezzo che, dietro al battagliero ed aggressivo titolo, racchiude alla perfezione l'essenza dei Dark Tranquillity degli anni duemila. La piacevole ed accattivante introduzione è affidata al consolidato binomio basso/batteria, i quali si prendono la scena nel corso degli otto secondi iniziali, tremendamente consistenti e di spessore. Poco dopo avviene l'ingresso sulle scene delle inconfondibili e taglienti chitarre, subito ficcanti nel cesellare riff pesanti e sostenuti. Stanne si fa largo da par suo al minuto 0:35 e sciorina, fin da subito, un convincente growl vecchio stampo, superata la fase critica, a cavallo del terzo millennio, egli è tornato a ringhiare con determinazione e giovanile sfrontatezza, grazie ad un cantato mirabile, in qualunque versione. Ritroviamo con entusiasmo l'attitudine combattiva che la band aveva riproposto a partire da Damage Done, l'orientamento principale è, ancora una volta, indirizzato più al thrash nordamericano che non a quello teutonico. La batteria di Jivarp si affida alla potenza del blast beats, sopra al canonico mid tempo andante, e traghetta il brano con sicurezza oltre il primo minuto, nel suo incedere deciso scorgiamo venature epiche che richiamano alla mente i connazionali Amon Amarth, dietro le cui pelli vichinghe sedeva allora Fredrik Andersson. Il primo colpo di scena lo incontriamo quando siamo attorno al minuto e venti secondi: il breve refrain portante, preceduto da un fragoroso e, per certi versi, inaspettato rallentamento, viene, infatti, splendidamente adornato da un prezioso e validissimo ricamo delle tastiere, il cui primo approccio all'album è, probabilmente, il migliore, da diversi anni a questa parte. Martin Brandstrom riesce ad esaltare al massimo il solenne ed aulico cantato dell'amico Mikael grazie ad arrangiamenti penetranti e molto dinamici, regalando, inoltre, alcune solitarie e anche più pregevoli incursioni al pianoforte. Siamo alle prese, quindi, con una costruzione di base piuttosto interessante: due strofe articolate e dense, costituite da riff decisamente sostenuti e veloci, seguite da un agile e snello ritornello centrale, impostato su cadenze decisamente più flemmatiche, come a voler controbilanciare il fragoroso incipit. La canzone svolge il ruolo di perfetto apripista per comprendere quale sarà il modus operandi dominante nel corso dei restanti quaranta minuti, il grimaldello giusto per scardinare, o quantomeno per forzare parzialmente, l'enigmatico concetto di "finzione" che il gruppo ha deciso di proporci nel titolo. Sono già presenti tutti gli elementi fondanti del full length, dalla voce penetrante e muscolosa, agli inserti elettronici di gran classe, passando sopra ad un incessante e mai domo lavoro di drumming, senza, infine, dimenticare il puntuale apporto assicurato dalle chitarre. Se questo, da un lato ci è utile per entrare subito in sintonia con lo spirito che animerà Fiction, d'altro canto è anche vero che ne rappresenta un limite sostanziale, dal momento che, escluse le fugaci porzioni interpretate in pulito ed il già segnalato duetto conclusivo, non incontreremo altri elementi di novità realmente degni di nota. Dopo la seconda ripetizione del monumentale chorus, a partire dal minuto 02:25, ci imbattiamo nell'interessante bridge in cui prevale la ricerca del groove e di una accattivante melodia transitoria, le tastiere prendono, per qualche momento, il sopravvento, ritroviamo anche il pianoforte, sopra al quale si innesta alla perfezione il medesimo riff di apertura che ci introduce, di lì a poco, alla terza ed ultima strofa. Compare pure qualche frizzante elemento di rottura, facilmente ascrivile al filone core che, tuttavia, non penalizza più di tanto l'esito complessivo del pezzo. Anche il basso si incunea negli anfratti lasciati liberi dal resto della strumentazione e torna a farsi sentire, quando siamo poco oltre il terzo minuto. Il legame con il precedente Character è innegabile, sebbene qui il livello di sperimentalismo sia anche più elevato e declinato in una versione ancora più atmosferica e progressiva. Nothing To No One è un pezzo che cattura l'attenzione del pubblico, mettendolo di buon umore per il proseguo dell'ascolto, e che assicura una resa formidabile on stage. Costringilo ad iniziare, fa sì che sia lui ad alimentare ancora la fiamma del peccato che divampa, una dottrina è stata negata, più e più volte. Ciò che è fatto è morto, esponi questa creazione fallita, la morte domina all'interno di tutti i tuoi aspetti privati. Ora che hai terminato il tuo abominio, sei soddisfatto? Hai finito con tutto ciò? L'ultima ribellione, il sacrifico non finisce mai, la rivolta finale, essere niente per nessuno. Cosa c'è in una vita vera? Dietro fatiscenti muri, eretti su fragili sogni ed illusioni temporanee, destinate a crollare una volta esaurita la spensieratezza infantile, non resta null'altro se non azioni senza movimenti, desideri senza passione, è tutto finito. Bramare ardentemente oggetti senza poterli fare nostri, scandagliare l'orizzonte senza avere più gli occhi, rendersi conto di aver fallito, di stare vivendo una personale rovina che nessun'altro è in grado di percepire realmente. Le parole sono libere, le urla di richieste di aiuto e di accuse, dalle quali non siamo in grado di discolparci definitivamente, ci risvegliano dal torpore in cui eravamo caduti. Questi sono i sintomi esteriori di uno sfogo intimo che ci costringerà, infine, all'inattività totale. Chiediamo, infine, di essere liberati da questa dolorosa situazione, di essere sgravati da un simile peso, il desiderio è quello di essere condotti alla tomba e di chiudere gli occhi per sempre.

The Lesser Faith

In seconda posizione ecco sopraggiungere "The Lesser Faith (La fede minore)", altro pezzo che possiamo annoverare tra i più interessanti della tracklist. L'incipit del brano, in questo caso improntato alla migliore tradizione swedish e dal passo abbastanza rallentato, è affidato alle poderose chitarre elettriche, a loro, spetta, infatti, il compito di creare la giusta atmosfera, (melodica nella misura giusta da non apparire eccessivamente insulsa), nei primi quaranta secondi. Lo stesso Stanne preferisce non calcare troppo la mano in avvio, la sua performance, che si adagia sopra ad un semplice, ma pregevolissimo riff di chitarra al minuto 0:44, si sviluppa in maniera tale da non prevaricare il deciso lavoro assicurato da parte del duo Sundin/Henriksson, (proprio il secondo chitarrista sarà compositore principale per quel che riguarda il comparto musicale nel corso dell'intero album). La stanza successiva è caratterizzata da un progressivo e marcato ispessimento del sound e precede il primo passaggio dal refrain: anche qui, come nella traccia d'apertura, sono le tastiere a salire in cattedra e ad indirizzare con sicurezza il pezzo nella direzione di una morbida e sensuale melodia adulatrice. Anche il piano si fa nuovamente sentire, con le sue tradizionali e fugaci toccate e fughe, aggiungendo un ulteriore quid in più, atmosferico e meditativo, al piacevole quadro generale che si va delineando. Assolutamente degno di nota è, poi, il consistente ed elaborato interludio centrale, in cui ci imbattiamo a partire dal minuto 02:14 e che ci terrà compagnia per quasi sessanta secondi, (per l'esattezza fino al minuto 03:06). Dalle due chitarre pulite fuoriescono candide note suadenti, degnamente accompagnate, manco a dirlo, dalle percussioni di Brandstrom. Si viene, così, a formarsi un interessante intreccio di suoni, complementari gli uni agli altri e che paiono rifarsi, seppur in misura parziale, al passato più ardito e sperimentale della band svedese, (Haven più di Projector nel dettaglio). Non mancano, tuttavia, anche riferimenti più moderni ed insospettabili, soluzioni simili le troviamo, per esempio, negli olandesi Textures di Drawing Circles. Le chitarre elettriche diventano, di nuovo, debordanti dopo il terzo minuto, (segnaliamo il riff del minuto 03:25 a tal proposito). La sezione di drumming, invece, si limita ad un ruolo secondario, svolto, comunque, con precisione e diligenza. I Dark Tranquillity mostrano al mondo intero, e per l'ennesima volta, cosa voglia dire suonare death metal melodico nel terzo millennio, l'esempio lampante e più fulgido di come si possa abbinare con intelligenza e costrutto la ricerca della melodia con la potenza di fuoco tipica del death, senza per questo produrre canzoni piatte in serie e monotone fino all'esaurimento, (vero Arch Enemy?)

Unico appunto che ci sentiamo di muovere riguarda la prestazione offerta dal nostro prode singer, la quale, a nostro giudizio, non raggiunge lo stesso livello di quanto ascoltato poc'anzi. Stanne sfoggia qui, (peraltro anche altrove nel corso dell'album), un growl a tratti sforzato, titubante e leggermente meno coinvolgente dal punto di vista emozionale rispetto ai suoi elevatissimi standard di riferimento. Proprio in virtù di tale piccola annotazione la traccia stessa, nel suo complesso, si ferma mezzo gradino sotto rispetto all'iniziale Nothing To No One. Sorprende piuttosto, ma nemmeno troppo in fondo visto il recente passato, il fatto che nessuno dei due pezzi sinora recensiti sia stato selezionato come singolo apripista per l'album, (la scelta cadrà su altri brani che, come avremo modo di vedere in seguito, sembrano avere almeno una marcia in meno). Ho trovato una nuova parola oggi, pur nella mia ignoranza sono stato in grado di darle un significato preciso, chi ero io per sapere, per dire che bisogna conoscerla, per sentire che bisogna crederci? Comincia così l'affascinante narrazione lirica che lo stesso cantante ci propone nell'occasione. Ho sognato che il mondo sarebbe finito, non mi sbagliavo, dunque, nel dubitare delle parole che avevo sentito nel passato, avevo ragione nello screditare le voci che, falsamente, provenivano dal cuore degli altri. Tu riponi la fiducia nell'imponderabile, è ora di giustificare la tua fede minore, perché te ne preoccupi, in fondo sei del tutto insignificante per me. Come posso giustificare la tua fede minore? Per conoscerla a fondo la si deve temere, per provarla sulla propria pelle bisogna essere in grado di dire no, nelle altezze celestiali o alle profondità abissali in cui scivolerò, già so che non riuscirò a distruggerla completamente, a gettarla via, lontano. Il comando è nelle tue mani, tu dirigi ogni cosa, partendo da quel bastone nodoso che deve necessariamente essere spezzato. E' tutto ciò che per cui hai mostrato la tua fede, per cui non lo saprai mai. Il significato profondo che sta alla base della canzone va, una volta di più, ricercato nella pressoché totale sfiducia nella religiosità più autentica, la convinzione della sostanziale inutilità della fede. Secondo le parole di Mikael stiamo vivendo una sorta di conformismo religioso per cui, le persone si dichiarano scioccamente credenti, ma sono, sostanzialmente, incapaci di delineare con chiarezza nei confronti di chi la loro fede si estrinseca concretamente all'esterno. Dal canto nostro saremmo anche disposti, tutto sommato, ad accettare il fatto che altre persone, a differenza nostra, possano credere in una dimensione soprannaturale delle cose, ma di fronte ai nostri incalzanti interrogativi, essi non fanno altro che chiudersi in un silenzio impenetrabile, erigendo muri di ipocrisia e di menzogne, alimentando e corroborando, così, le nostre personali sicurezze sul fatto che la grandezza terrena sia la sola ed unica concepibile. Siamo certi che il mondo finirà, ciò che avevamo sognato in passato corrisponde al vero, non vi è nessun aldilà, inutile sperare in qualsivoglia forma di resurrezione miracolosa dopo la morte.

Terminus

Ad occupare lo slot numero 3 della tracklist troviamo "Terminus (Where Death Is Most Alive), Capolinea (Dove la morte è più viva)", il cui approccio iniziale è decisamente diverso rispetto a quanto incontrato sinora. Sono le tastiere, infatti, ad accoglierci nel corso dei primi trenta secondi con i loro briosi e frizzanti ritmi, dal sapore alquanto avveniristico e futuribile. Tastiere e sintetizzatori, (sfortunatamente niente pianoforte questa volta), dipingono una melodia molto orecchiabile e destinata ad imprimersi nella testa fin dal primo ascolto. Il riff cardine, che si innesta sopra alla predetta base elettronica, è dietro l'angolo e farà girare le testa, (nel senso buono del termine), a tutti coloro i quali si sono avvicinati ai DT in tempi più recenti. L'animo più sperimentale della band emerge nettamente, abbinato ad una (non necessaria) banalizzazione di fondo del sound, anche se il tiro della canzone sembra crescere leggermente con il passare dei minuti. Il coro, in cui ci imbattiamo per la prima volta al minuto 01:26, preceduto da un giro di tastiera ben riuscito e orientato alla massima funzionalità, è anch'esso improntato ad una facile ed immediata presa, a garanzia di un discreto headbanging tra le prime fila sotto al palco. La batteria di Jivarp si riprende dal relativo torpore in cui era incappata nella traccia precedente e torna protagonista affidandosi ad un drumming consistente e muscoloso, che si amalgama con disinvoltura sopra al preponderante tappeto ritmico steso, nel corso di questi 4 minuti e 24 secondi, dalla componente elettronica. Sull'altro versante, il riffing delle due chitarre, per quanto elementare e semplice, non è deprezzabile in toto e presenta pure qualche accelerazione al vetriolo davvero meritevole, alle quali si alternano prolungati momenti stoppati, utili a mettere ulteriore benzina sul fuoco di una melodia certamente appariscente e, forse troppo, pomposa. Un piacevole solo di chitarra è presente al minuto 03:14 e si protrae per una decina di secondi sino al minuto 03:23. Tale momento chitarristico, per quanto elegante e piacevole in sé, pare spezzare definitivamente in due tronconi il brano ed acuisce la sensazione di essere alle prese con una struttura ritmica troppo irregolare. Il riferimento più prossimo che ci sentiamo di individuare, è rappresentato dalla poderosa Monochromatic Stains, ma non mancano momenti prossimi anche a Sensed Tied. In ogni caso, qui siamo su di un livello inferiore rispetto ad entrambi i brani poc'anzi citati. Ribadita ancora una volta la mia sostanziale ed atavica incapacità ad accettare proposte simili da parte della mia band preferita, obiettivamente ci sentiamo di etichettare Terminus (Where Death Is Most Alive) come uno dei momenti più controversi dell'intero album, solo parzialmente mitigato dall'onesta prestazione dietro al microfono di Stanne e dalla impeccabile produzione assicurata dall'ottimo Tue Madsen. In ultima analisi possiamo parlare di una traccia gradevole, per molte giovani formazioni alle prime armi addirittura invidiabile, ma da una band di caratura internazionale, una di quelle in grado di assicurare un sold out dopo l'altro in giro per il mondo, ci si aspetterebbe qualcosa di più, anche perché, nel caso specifico, pare di percepire pure uno sgradevole sentore di riciclo. L'aspetto certamente più interessante relativo a questa canzone fu il geniale video prodotto all'epoca dal tedesco Sven Kirk, (sua anche la firma del dvd che venne allegato alla ristampa del 2008), in collaborazione con gli stessi membri della band: Stanne, Sundin, Henriksson, (con tanto di ardita acconciatura dread), e gli altri sono rappresentati come buffi personaggi di una nota azienda danese di giocattoli, (quella dei famosi mattoncini per costruzioni, tanto per intenderci), tutti intenti a suonare i loro strumenti e a darci dentro come matti. Questa è una città fantasma, in cui viviamo, abulici e simili a vegetali, sul costante orlo di un fallimento epocale. Fa male pensare che, un tempo, essa era illuminata da volti splendenti che sfilavano lungo strade affollate e piene di vita, ora si passeggia tra cumuli di ossa e di teschi, ci si trascina stancamente avanti soltanto per morire nella vecchiaia tra atroci stenti, la nostra umiltà è completamente smarrita, la negazione della vita regna indisturbata. Percepisco più movimento e più vitalità nella decomposizione della mia carne che negli occhi vuoti e persi che osservo con attenzione, ad ogni incrocio. Questo è l'unico posto che conosco dove la morte è più vivace della vita, laddove la verità viene sopraffatta dalla menzogna la morte stende il suo lungo e pesante drappo nero. Tu indossi l'inconfondibile distintivo della morte, alte fiamme trafiggono senza sosta il nostro fragile scudo di legno, agonia e lutto ad ogni angolo delle strade, coloro i quali ancora ne hanno la possibilità fuggono, solo pochi rimangono a combattere una battaglia impari, essi convivono, ormai, quotidianamente con la tragedia, l'estinzione definitiva è iniziata. Un gran numero di corpi, i nostri, sparsi per strade infinite e deserte, anche io abbandono questi luoghi con la consapevolezza che mai più vi farò ritorno, ho assistito a pietosi gesti di umiliazione, nemmeno immaginabili altrove. Qualunque cosa sia successa qui, essa appartiene al passato, l'immaginazione è la causa di tutto ciò, fuggo lontano da ciò che sono stato, mi allontano per nascondere il mio viso, pallido e deforme, cosa è successo al desiderio? che fine ha fatto l'integrità? Con questi conclusivi interrogativi irrisolti ci dedichiamo, ora ad un'analisi più approfondita del contenuto lirico: alcuni hanno ipotizzato che Stanne possa essersi ispirato alla tristemente famigerata città fantasma di Pripjat, luogo simbolo del più grande disastro nucleare mai avvenuto sulla Terra, (Chernobyl 1986), con la sua enorme ruota panoramica mai utilizzata. Certamente alcuni passaggi del testo possono essere ricondotti in quella direzione, personalmente riteniamo, tuttavia, che quella del leader dei DT sia una meditazione svolta ad un livello più astratto e generale. L'essere umano del terzo millennio trascorre, così, la propria esistenza in maniera del tutto passiva e schematica, senza alcuna ambizione concreta, nella lunga e pietosa attesa di morire. Non vi sono più alti ideali a guidare le sue azioni, completamente svanite le nobili aspirazioni cui mirare, non resta altro da fare se non una noiosa routine quotidiana con la quale giungere, infine, alla vecchiaia, il capolinea terreno in cui si avrà solamente il tempo per i rancori e per i risentimenti per tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

Blind at Heart

E' quindi la volta della più tradizionale "Blind At Heart (Cieco nel cuore)", pezzo che rimette in primo piano l'aggressività ed il furore, pur senza proporre nulla di realmente innovativo. Innanzitutto va detto che il pezzo venne presentato, in anteprima assoluta, durante l'Evolution Festival del luglio del 2006, (quasi un anno prima rispetto all'uscita dell'album), svoltosi, nell'arco di due giornate, in quel di Toscolano Maderno, a rinsaldare ancora una volta il forte legame della band con l'Italia, ma anche a risollevare le sorti di un'esibizione che, le cronache del tempo, definirono insolitamente balbettante in più di un frangente. Si parte subito forte con un impressionante primo riff chitarristico, a base di rapide e gagliarde pennate alternate e contraddistinto da un'impronta di base davvero heavy. La batteria, dal canto suo, pesta con decisione i piatti a propria disposizione e dispensa blast beast a pioggia, il frontman Stanne, nuovamente tirato a lucido per l'occasione, ripropone il suo growl cavernoso ed indemoniato e regge il confronto alla grande. Ci troviamo, dunque, alle prese con un incipit furioso ed incalzante, per certi versi riconducibile ai Soilwork di Blind Eye Halo, che velocemente sfuma, con notevole eleganza, nel memorabile coro centrale, allo scoccare esatto del primo minuto. Con pochi accordi, grazie ad una elegante ed efficacissima transizione sonora, il tiro della canzone cambia in maniera sostanziale, assumendo ora un andamento più ritmato, dai tratti melodici e sognanti, le note si liberano della pesantezza iniziale e divengono assai leggere, quasi volatili. La band svedese è davvero ispirata in ogni sua componente, probabilmente perché avverte la necessità di alzare il tiro, dopo un inizio complessivamente non da buttare, ma che ha lasciato in noi una insipida sensazione riconducibile al noto detto popolare "vorrei ma non posso". Formula consolidata, e pure un "tantino" abusata, (per usare un eufemismo), quella di proporre strofe al fulmicotone e tirate allo spasmo, alternate a refrain maggiormente edulcorati e riflessivi, (non manca nemmeno l'ulteriore, breve, pre-coro anticipatorio). Il giochino, evidentemente, piace anche dalle parti di Gothenburg ed i DT, affidandosi alla loro classe superiore, confezionano un gran pezzo, nella sua linearità quasi stucchevole. Nella dinamica e più interessante porzione centrale trova maggiore spazio l'elettronica, abilmente sovrapposta alla batteria di Jivarp, fattasi ora meno devastante. Ottimo anche il solo del minuto 02:55, firmato, ovviamente, da Niklas Sundin, certamente uno tra i migliori dell'intero album, (esso si protrae in un epico crescendo, prezioso nelle sue fattezze sino al minuto 03:22), e si conclude solamente con il definitivo ritorno sulle scene del cantante. Anche i conclusivi sessanta secondi mantengono alta l'intensità ed il coinvolgimento. Continui e frenetici cambi di tempo, un incessante lavoro da parte delle due chitarre, condito da un frequente ricorso alla caratteristica tecnica del tremolo picking, ed un drumming funambolico consentono di catalogare questa come una delle istantanee migliori di tutto Fiction. Anche per Blind At Heart, ciò nonostante, il destino non riservò particolare fortuna, dal momento che furono altre le canzoni ad essere incoronate come le hit di maggior successo dell'album, ed anche in chiave live il pezzo non riscosse il successo che avrebbe meritato, probabilmente a causa del fatto di risultare, nel complesso, abbastanza simile ad altre tracce del passato. Certamente non una proposta che brilli particolarmente quanto ad originalità, la forma canzone qui proposta è quella più classica ed ordinaria possibile, ma il brano è ben suonato dall'inizio alla fine, emozionante, intenso e potente come nessun'altro sinora ascoltato. Io vi dico qui di tutti i crimini commessi, delle ore interrotte, di ciò che non è mai accaduto e che, parallelamente, non sarà più lo stesso. Vi dico questo, vi dico cosa? La mente è stata allagata da un potente veleno, appositamente preparato per penetrarvi in profondità, tutto l'esistente è stato sigillato, si è tentato, così, di rendermi implacabile, spietato al punto tale da non provare rimorso alcuno. Sonde ed infiltrati sono penetrati in me. In queste ore ci dimenticheremo di noi stessi, all'interno di un grande incendio che consuma sé stesso lentamente. Non necessito delle vostre difese, il mio poderoso muro di rabbia reggerà l'urto, prendete il vostro orgoglio costante e, con esso, alimentate la monotonia giornaliera, la quale finirà con l'annientarvi, nel lungo periodo. Invasori e corruttori mi hanno soggiogato. Una grandiosa ed incandescente supernova è entrata in rotta di collisione con il fuoco, il mio spirito, per quanto indomito, è stato spezzato, reso cieco nel cuore. Digrignare con forza i denti per il senso di frustrazione, un assedio che non può essere rotto, una fiamma di paura, cava all'interno, continua ad ardere in me. Cosi vicino, senza connessione, bloccato all'interno della sfera, prendo la colpa su di me ed urlo ciò che vedo. Sono cieco nel cuore, così insensibile da dimenticarmi di me stesso, senza via di scampo all'interno di un fuoco che consuma sé stesso ed anche me.

Ichiper

In posizione intermedia ecco il pezzo intitolato "Icipher", a cui è affidato il compito di inaugurare una piccola porzione di album maggiormente indirizzata verso lo sperimentalismo sonoro stile Projector e meno incentrata sul furore immediato. Dietro all'enigmatico titolo che il gruppo propone, si cela un singolare termine che non trova alcun corrispettivo effettivo nella lingua italiana. Per la precisione, l'inglese cipher corrisponde alle nostre parole codice, cifra. Non disperiamo, comunque, perché fu lo stesso Stanne a venirci incontro, sollecitato all'epoca da qualche zelante collega, ed a fornirci qualche preziosa informazione in più al riguardo. Per prima cosa un appunto circa l'esatta pronuncia, I-Cypher secondo le parole divertite del cantante svedese, (solo in Italia potevate farmi una domanda del genere, aggiunse), da qui, per facile assonanza fonetica, si ricava l'espressione, "I see fear", concetto chiave della canzone stessa. L'idea di coniare questa nuova espressione venne all'estroso Sundin, dal momento che, in prima battuta, era stato scelto un titolo del tutto differente, (ancora oggi non è dato sapere quale). I restanti membri del gruppo apprezzarono con entusiasmo la proposta di Niklas, ritennero Icipher l'espressione congegnale per rendere al meglio il significato della canzone, evincibile dal corredo lirico che era già stato steso in precedenza. Proprio la paura del cambiamento, quella che io vedo negli altri è ciò che più mi spaventa, la cosa che realmente mi scuote nel profondo è il timore che io osservo in te stesso. La mia avidità mi ha condotto alla rovina, non ho più la forza di cambiare le cose, non sono mai stato in grado di domare i miei istinti primordiali, il personale sfacelo è, ormai, dietro l'angolo. Nessun nemico da sottomettere più, come scudi impenetrabili siamo i più lesti nel barricarci in noi stessi, per impedire ad altri di vedere ciò che, di più segreto, custodiamo nell'inconscio. Siete abbastanza spaventati per infrangere le regole ed uscire dagli schemi, siete, ora, in stato di massima soggezione, prima che giunga la fine. Quel vostro sguardo intimorito mi trasmette i brividi lungo la schiena, so per certo che esso mi perseguiterà giorno e notte, fino alla fine dei miei giorni, tu sei la cosa a cui tengo maggiormente a questa vita, percepisco in te questa paura dilagante e me ne dispaccio, non comprendendone, sino in fondo, la ragione. Noi siamo in grado di vedere con chiarezza la paura negli altri, amici, persone a noi care come anche perfetti sconosciuti si mostrano a noi con occhi intimoriti e smarriti nel vuoto, percepiamo questo grande timore che serpeggia, subdolo ed irrazionale, nelle altre persone. Il nostro è un atteggiamento quasi caritatevole nei loro confronti, ma altresì determinato a comprendere la natura di tale insicurezza generalizzata, abbiamo l'urgenza, avvertiamo il bisogno di rendere comprensibile la paura altrui, ciò che siamo chiamati a fare è, dunque, convertirla in un linguaggio cifrato che sia di nostra conoscenza. Da un punto di vista musicale, invece, il pezzo si apre su cadenze decisamente più rallentate rispetto a tutto quanto abbiamo ascoltato sino a questo momento, segnaliamo, a tal proposito, il piacevole riff di apertura, dall'orientamento quasi ascrivibile al doom. L'elemento elettronico torna, ben presto, ad essere protagonista con arrangiamenti oscuri, certamente apprezzabili, per quanto assai poco versatili. Abbiamo anche un gustoso assolo di Martin a partire dal minuto 02:30, sopra al quale si innesta il cantato greve di Mikael. La malinconia dell'animo emerge con forza, si avverte un senso di profonda tristezza, ulteriormente corroborato anche dal superlativo assolo di chitarra del minuto 02:55. Onestamente, lo avevamo già fatto notare in una precedente recensione, non comprendiamo il perché la band non insista su questa strada, non batta, cioè, con maggiore costanza il sentiero della tecnica virtuosa, essendo dotata, nei suoi due chitarristi, di un talento di base davvero notevolissimo. La band cerca, invece, di calcare maggiormente la mano sulla ricerca dell'epicità a tutti i costi, una solennità musicale di sottofondo, cui contribuisce in positivo anche l'eccellente lavoro svolto al basso da Nicklasson, che, tuttavia, riesce ad emergere solo a tratti. Ad alimentare le nostre perplessità un'ultima considerazione, per quanto secondaria per certi versi: Icipher è il quinto pezzo dall'inizio dell'album dal minutaggio praticamente identico, (tutti compresi tra i quattro ed i cinque minuti), qualcosa di diverso, anche da questo punto di vista, avrebbe, forse, aperto, qualche strada in più.

Inside the Particle Storm

E le cose cambiano, in maniera decisamente più sostanziale, con la successiva "Inside The Particle Storm (Dentro la tempesta di particelle)", di diritto, uno dei pezzi migliori dell'album. Innanzitutto la band dilata le proprie partiture all'interno di un minutaggio più corposo, (siamo, per la prima volta, sopra ai 5 minuti), secondariamente, di rimando al primo aspetto poc'anzi segnalato, anche la struttura del brano è decisamente più interessante. Manca totalmente il canonico ed ordinario coro centrale, i ritmi, alquanto ragionati e solenni, consentono di circoscrivere un'atmosfera di fondo quasi fatata, a metà strada tra il sogno e la realtà, Stanne, da parte sua, gioca il carico da undici con una interpretazione assolutamente magnifica e seducente, ritroviamo il calore ed il trasporto che, sinora, avevano fatto leggermente difetto, le liriche, (le uniche da ascrivere interamente a Sundin, anche in questo caso, al netto di tutti gli altri impegni professionali, viene spontaneo domandarsi il perché di un contributo così marginale da parte di un superbo compositore come lui), sono, probabilmente, le migliori dell'intero platter ed assai pregevole è pure il lungo e candido interludio centrale, di quasi un minuto e mezzo. Ma andiamo con ordine. La chitarra acustica disegna languide e decadenti note in apertura, quel parziale e titubante cambio di rotta intrapreso con la precedente canzone, appare, qui, più convinto, naturale e non forzato dall'esterno e definito con maggiore chiarezza. Le tonalità che il gruppo dipinge sono incredibilmente oscure e fosche, (i poco conosciuti, ma assai meritevoli, austriaci Darkside ed il loro Cognitive Dissonance per darvi un'idea), la batteria di Anders cerca di farsi strada con audacia ed esperienza, i sintetizzatori risuonano flebilmente in lontananza, come echi di un coraggioso passato che non vuole smettere di riaffiorare, di tanto in tanto, (il riferimento è ancora una volta quel Projector di ben 8 anni prima, ultimo vagito dei DT prima versione). Come una nave che, faticosamente e lentamente si fa largo tra le fitte nebbie del mattino per giungere, infine, in porto, così i Dark Tranquillity si muovono con circospezione ed accuratezza, con la consapevolezza che, da veterani marinai del death metal melodico quale sono, sapranno trovare la strada maestra verso casa, proprio laddove più alto e concreto è il rischio di smarrirsi e di perdersi nell'oblio. Dopo aver puntato con insistenza su differenti coordinate stilistiche, appena oltrepassata la metà dell'album, i nostri decidono di muoversi lungo elaborate cadenze atmosferiche, dai connotati molto più ricercati. La lunga digressione iniziale, dai tetri lineamenti gotici, termina solamente al minuto 01:27, nel momento in cui inizia la narrazione lirica, aulica e teatrale, come non potrebbe essere altrimenti di fronte ad un maestoso incipit del genere, da parte di Mikael. In quel preciso momento, anche le chitarre si fanno più pesanti e corpose, la preziosa sezione ritmica assicurata dal duo Jivarp-Nicklasson aumenta notevolmente i giri del proprio motore ed inserisce le marce alte, facendosi incalzante e serrata. Sono questi, quaranta secondi tutti rivolti verso l'alto, in cui la tensione cresce costantemente e tocca picchi emozionali davvero notevoli. Ancora scossi da tale, imponente, accelerazione, giungiamo, così, al minuto 02:10, altro passaggio chiave e degno di essere menzionato. Qui ci imbattiamo in un primo, significativo, per quanto breve, down, della durata di una decina di secondi appena. Riparte, però, in quarta il funambolico vocalist svedese, la melodia di fondo lascia traspirare un sensazionale livello di epicità, assimilabile, per certi versi, persino al black melodico dei connazionali Necrophobic. Al minuto 03:02 ecco il secondo, più consistente momento di pausa, quello cui avevamo fatto riferimento nella precedente introduzione. Note sofferti, alquanto tristi ci fanno compagnia nei successivi novanta secondi, ricompare la dolce chitarra acustica e le note pulite che essa disegna consentono di vagare liberamente con la mente, pensieri ameni e piacevoli di un tempo che mai ritornerà si addossano in noi, un sorriso gratificante e sincero si stampa sul nostro volto, mentre ripensiamo a quando, diversi anni fa ormai, ci innamorammo follemente di quella giovane e superba band dal moniker così terribilmente affascinante. Avvistiamo la fioca luce di un rassicurante faro, l'approdo a riva è, ormai, prossimo, la tempesta è alle spalle. Non è ancora il tempo, tuttavia, per alzare i calici e brindare di gioia, perché la conclusiva, debordante, accelerazione, ancora una volta firmata dal formidabile Stanne, ci scuote nel profondo e ci fa vacillare un'ultima volta. Esaurite le incantevoli note, ciò che maggiormente resta in noi é un profondo senso di scoramento. Quante altre notti d'inferno come questa dovremo trascorrere ancora? sappiamo che la nostra abilità di marinai, la grande conoscenza del mare potrebbero anche non essere sufficienti in altre circostanze simili. Analizziamo il comparto lirico, ora. Entriamo anche noi, sebbene esitanti e timorosi, all'interno delle particelle della tempesta, laddove poderose nuvole di napalm brillano di un bagliore intenso, recando con sé l'illusoria promessa di un'alba finale. Avanziamo sempre più, dentro la beatitudine delle particelle, dove le età si scontrano nel nulla, siamo desiderosi di un bacio conclusivo. Affondo un mio artiglio nel giardino dell'Eden, l'orizzonte è arricchito dal riflesso delle numerose cicatrici impresse sul mio corpo. All'interno delle particelle infuocate, scorgiamo una camera di dissoluzione, mentre viene annunciata solennemente la prossima fine dei nostri giorni. I polmoni sono stati saturati dal gas sarin, i figli affogano simili a cani inermi, io sono incatenato al gravoso peso della oscura e fredda materia, inutile, senza alcun significato, né scopo preciso. Il gene avvelenato dell'umanità cresce e divora ognuno di noi, partiamo ora, niente seguirà d'ora in avanti, le fiamme di purificazione dell'entropia ci divoreranno tutti. Questo è il momento fatidico in cui lo spargimento di sangue, dalla terra, è giunto sino al cielo, ecco il pesante prezzo che il caos porta con sé, esso ci conduce ad una morte violenta, senza alcuna pietà. Scenari apocalittici, dunque, nelle intense parole di Sundin, l'uso di espressioni come napalm e gas sarin fa riferimento ad una ipotetica grandiosa guerra universale, terminata la quale l'umanità intera cesserà la propria esistenza sul pianeta Terra e la natura sarà libera di ritornare ad una fase ancestrale ed originaria, caratterizzata da forme di vita semplici e primordiali. La visione della fine del mondo, secondo le parole del primo chitarrista del gruppo, sarà un evento epocale e portentoso, a metà strada tra il naturale e l'antropico: la natura, continuamente insultata e violata dall'uomo reagirà in maniera brutale e non sarà più disposta a tollerare un simile scempio, l'essere umano, dal canto suo, sempre più avido ed irrazionale, finirà con l'autodistruggersi con l'uso di potenti armi di distruzione di massa, l'intero sistema uomo-natura imploderà, infine, fragorosamente dall'interno.

Empty Me

Oltrepassato il gran premio della montagna di metà album, la band torna a farsi nuovamente combattiva ed impetuosa con "Empty Me (Svuotami)", brano che sfiora i 5 minuti di lunghezza e che ripresenta il modus operandi tipico mostrato dalla band nel quartetto iniziale di pezzi, pur con qualche limitata e necessaria variazione. Intrigante e davvero piacevole, nella sua schizofrenica frenesia, risulta essere l'iniziale rincorrersi tra le chitarre e la batteria, mentre sullo sfondo le vivaci tastiere sono, a loro volta, impegnate a stendere una conturbante scenografia di background, fatta di pennellate ora più dense e materiche, ora più sfumate e tenui, (con queste ultime destinate, progressivamente, a prendere il sopravvento sulle prime). Non particolarmente brillante appare, almeno a nostro avviso, il ritornello centrale, in cui ci imbattiamo una prima volta al minuto 01:25, anche in questo caso scandito sopra a tempistiche assai meno serrate rispetto alle strofe introduttive e permeato da un evidente sapore techno, non esattamente memorabile. Arrangiamenti elettronici che prendono, quindi, il sopravvento allo scoccare del secondo minuto, inducendo, di rimando, pure gli strumenti a corde a farsi meno timorosi. Entrando più nel dettaglio, per quel che concerne il riffing, l'orientamento principale che è possibile riscontrare affonda ancora una volta le radici nel più moderno thrash americano, in questo caso le spruzzate core che, pure abbiamo intravvisto qua e là in precedenza, sono pressoché assenti, con ciò contribuendo a rendere più dinamico ed interessante il diligente lavoro svolto da Sundin ed Henriksson. Al minuto 02:50 ritroviamo le  incantevoli e sensuali note del pianoforte, alle quali è affidato il compito di accompagnare, con discrezione ed eleganza, un piacevole interludio di una ventina di secondi, dominato dalla chitarra solista. Le soluzioni che il gruppo adotta sono certamente variegate e valide, per quanto ancora una volta non si possano descrivere come propriamente originali, ulteriore testimonianza ne è la cupa e disperata outro conclusiva, di oltre trenta secondi, anch'essa contraddistinta da un significativo ricorso al pianoforte, di sottofondo rispetto a chitarre fattesi, ora, più morbide e rilassanti. Forse un'altra canzone sottovalutata, altrove, non di rado, definita come la migliore in assoluto di Fiction, personalmente la considero, invece, come uno degli esempi più significativi per descrivere al meglio quello che si sta configurando come un buon album, ma non eccezionale, in perfetta armonia con il giudizio finale che andremo a stilare una volta terminata la nostra analisi. Provando ad entrare nelle pieghe di un racconto nuovamente divenuto criptico ed ermetico, è possibile riscontrare una sorta di parallelismo con la memorabile Shadow Duet. Siamo, quindi, alle prese con un affascinante confronto tra due differenti lati del nostro io: da una parte abbiamo l'io illuminato dalla conoscenza e dalla ragione e, dall'altra, l'io ancora pervaso dall'ignoranza e dall'oscurità. Persino la luce non è in grado di penetrare all'interno delle tenebre più oscure e profonde, solo il pensiero razionale e logico sono, teoricamente, in grado di scacciare demoni quali la rabbia, l'odio e la violenza. Tuttavia, nel nostro io più introspettivo e meditativo, il lato in ombra continua a sopravvivere e ad autoalimentarsi delle nostre esitazioni, dei nostri patimenti. Sei forse venuto per ottenere il mio perdono? è troppo tardi ormai, non ho più niente da dirti, nessuna risposta al tuo tardivo pentimento, tutto questo mi svuota. Nel tentativo, intempestivo e vano, di conoscersi meglio, messo alla prova dalle continue punzecchiature che arrivano dal suo lato più irrazionale ed impulsivo, l'essere umano finisce per giungere ad un passo dal collasso mentale. Alla ricerca delle risposte desiderate, egli si ritrova attanagliato in una morsa di ulteriori domande, la natura del suo essere bipolare rimane ignota e, a causa di ciò, prova grande tormento interiore. Sollevato dai giorni di vita per essere forgiato in una nuova e sconosciuta forma, costretto a ricucire ed a leccarsi le numerose ferite, questo figlio sconsiderato che ritiene necessario dare un preciso significato a tutto, anche alle menzogne ed all'ipocrisia con cui è stato allattato e cresciuto. Prendi ora da questo mio fragile corpo il cuore di un codardo, strappami l'anima e svuotami completamente. La nostra diviene, ora, una sorta di supplica, dal momento che non siamo più in grado di sopportare il fardello che la conoscenza sta instillando in noi. Frammenti di memorie lontane indugiano nella mente, costantemente in bilico tra insicurezza e ragione, cerchiamo ancora una cura contro il nostro male, un rimedio contro il caos mentale in cui siamo confinati. La notte eterna incombe ora su di noi, essa infligge la pugnalata definitiva al giorno ed uccide la luce. E' la vittoria del caos, degli istinti primordiali e della passionalità. La luce è stata sconfitta, con essa ammainano definitivamente bandiera bianca pure la conoscenza, la ragione e la logica. 

Misery's Crown

Ormai giunti nei pressi della conclusione del loro ottavo studio album, i Dark Tranquillity propongono un trittico finale di pezzi dalla rilevante importanza specifica, anche se, è bene evidenziarlo fin da ora, non tutte queste tre canzoni saranno corredate dalla medesima qualità intrinseca. Si parte, dunque, con "Misery's Crown (La corona della miseria)", pezzo che la band scelse come singolo postumo, al fine di consolidare il successo dell'album, dopo la sua uscita sul mercato discografico. La alta valenza che il brano reca con sé è rappresentata soprattutto dal fatto che, in esso, assistiamo, (con piacere o no, secondo le vostre preferenze personali ed, in quanto, tali insindacabili), al gran ritorno delle avvolgenti e carezzevoli clean vocals di Stanne, a distanza di ben otto anni dall'ultima volta. Il brano, corredato da uno scarno videoclip ufficiale, è caratterizzato da un andamento molto ritmato, i primi riff di chitarra sono abbastanza leggeri, improntati a garantire una facile ed immediata orecchiabilità, gli arrangiamenti di supporto appaiono bisbetici ed impulsivi, ammantati di una, non inedita, venatura gotica. La narrazione è fortemente intrisa di emotività e di trasporto, gli amanti di simili ed affabili modalità comunicative, (coloro i quali si erano spinti a sperare che i primi vagiti in tal senso, contenuti in Projector, diventassero la norma nel proseguo della carriera del gruppo), troveranno grande soddisfazione nel riapprezzare Mikael in questa sua versione più intimista. Quando siamo poco al di sotto dei sessanta secondi incontriamo, per la prima volta, lo stringato e non particolarmente accattivante refrain centrale, in cui il vocalist torna ad affidarsi al growl. Dopo una seconda strofa, anch'essa cadenzata e praticamente identica alla prima quanto a struttura, i ritmi acquisiscono uno spessore maggiore poco prima dello scoccare del secondo minuto. Questo deciso, ma breve, cambio di passo è introdotto da un dirompente urlo del vocalist, (dalla valenza quasi liberatoria). Le due chitarre, nel frangente specifico, impostano una armonica melodia in scala che rimanda all'heavy metal più tradizionale, quello di scuola britannica di metà anni ottanta per intenderci, ed anche la batteria di Jivarp trova modo di farsi notare grazie a movimenti più agili e spigliati. Questi elementi improntati ad una maggiore tecnica, sebbene davvero fugaci quanto a durata, consentono alla porzione centrale del brano di non lasciarsi avvolgere dalle ingombranti spire della banalità, ma di mantenersi, viceversa, nel solco di binari discretamente interessanti e coinvolgenti. Peccato che, ben presto, siamo di nuovo travolti da ingombranti tastiere a profusione che ci annunciano, in pompa magna, la seconda ripetizione del coro. Interessante è, invece, l'assolo interamente melodico che scaturisce a partire dal minuto 02:37, ben saturato sullo sfondo anche da eleganti linee di basso. Nel complesso parliamo, quindi, di una canzone godibile, giocata su di un mid tempo invero fin troppo ossessivo nel suo immobilismo di fondo, ed in cui si segnala, in ultima istanza, anche il brioso e dinamico finale, caratterizzato dal sorprendente, (questo si), intreccio tra le due chitarre, in primo piano, ed il pianoforte di Martin nelle retrovie. All'azzardo di tornare ad affidarsi al cantato pulito dopo un periodo di tempo così lungo, (in effetti molto relativo viste le straordinarie doti di cantante, completo e versatile, di cui può fregiarsi Stanne da sempre), possiamo dire che non abbia fatto seguito la medesima dose di coraggio ed intraprendenza dal punto di vista strumentale. Al cospetto di una struttura ritmica lineare e snella, anche la sezione lirica, una volta tanto, si fa maggiormente comprensibile e di più facile lettura. In quelle strade che, un tempo, non osavi percorrere, tutto è stato, adesso, distrutto, la libertà è soltanto un'illusione. Ho costruito il mio alto steccato, anche nell'ipotesi in cui ci fosse qualcosa là fuori di veramente significativo, ho imparato, a mie spese, a non attenderla, ci sono centinaia di migliaia di ragioni per non dargli importanza. E' così che tutto ha avuto origine. Non portarla, non riversare la tua miseria su di me, piuttosto preoccupati di indossare la tua corona di miseria. Come sempre avviene in casi simili, tu hai rotto il solenne patto che avevamo stretto, sprecando così ciò che di prezioso ti era stato dato. Sei finito impantanato in un vortice di confusione e di insicurezza, da parte mia ho rinunciato a tutto per avere in cambio il nulla più assoluto. Ho fatto del mio meglio, ma non è bastato, ho fallito, ci sono miliardi di ragioni per non condividere più alcunché. Vienimi incontro adesso, fatti avanti al mio cospetto, al capo indossi la tua pesante corona di miseria, è così che tutto ebbe inizio. Emerge ancora una volta, un protagonista che ha profondamente radicato la vita nell'isolamento e nell'individualismo. Svanita ogni speranza circa la possibilità di condurre liberamente, senza condizionamenti esterni, la propria quotidianità, egli ritiene di essere stato ingannato, o addirittura tradito, da persone che considerava rispettabili e rette nel modo di agire. Ecco che finisce, quindi, per trovare il solo rimedio possibile nella costruzione di un alto muro intorno a sé, che lo isoli completamente dal resto del mondo. Inoltre non è più intenzionato ad illudersi che le cose possano cambiare in futuro e non prova desiderio alcuno di rendere partecipi individui terzi delle sue vicende personali.

Focus Shift

In penultima posizione troviamo "Focus Shift (Cambiamento di orizzonte)", brano deputato dal gruppo ad essere il primo singolo estratto dall'album. In sede di promozione preliminare dei loro full length, seguendo una tradizione non particolarmente fortunata inaugurata nel terzo millennio, viene, così, confermata la scelta di affidarsi a pezzi brevi e diretti, (con i suoi 3 minuti e 36 secondi, esso è l'unico di durata inferiore ai 4 minuti), contraddistinti da ritornelli decisamente all'acqua di rose, ma destinati ad imprimersi fin dal primo ascolto nella testa dell'ascoltatore medio e segnati da un andamento generale improntato ad assicurare la massima resa, (richiedendo, d'altro canto, uno sforzo assai relativo), in ottica live. Ancora una volta, quindi, una decisione che, personalmente, lascia abbastanza esterrefatti e sbigottiti, dal momento che riteniamo la canzone in oggetto come una delle più deboli di tutto il platter. La parte più interessante del brano la troviamo in apertura grazie ad una notevole sequela di riff piuttosto altisonanti e massicci, abbinati ad un apporto incalzante e rabbioso della batteria di Anders. Le promettenti premesse iniziali annegano, però, nel floscio ed insipido ritornello centrale del minuto 01:02, solo in parte reso più interessante dal minimale contributo offerto dal piano, il quale pare rincorrere affannosamente il groove ad effetto, quello in grado di imprimere una svolta decisiva al pezzo, senza però conseguirlo mai. Anche il vocalist della band si allinea alla generale mediocrità, mantenendosi a galla grazie alla sua straordinaria esperienza ed offrendo una prestazione, nel complesso, tutt'altro che indimenticabile. Se da un punto di vista tecnico, il pezzo scorre in maniera coerente e lineare, per quel che concerne l'aspetto emozionale ci troviamo di fronte ad una preoccupante calma piatta cui, raramente, i DT ci avevano abituato. Dopo la seconda ripetizione del ritornello centrale, minuto 02:10, la traccia si ammanta di una notevole banalità di fondo, le tastiere non riescono ad incidere come vorrebbero pur provandoci, e le chitarre si arenano in bassifondi sabbiosi costituiti da riff dozzinali e scontati. Non ci facciamo mancare nemmeno la sgradevole sensazione di riciclo di sé stessi, (in più di un passaggio pare di trovarsi al cospetto della versione assai meno nobile di Lost To Apathy). Ci si consola parzialmente al minuto 02:40 con un gustoso assolo, della durata di una quindicina di secondi, da parte della prima chitarra, ma ciò da solo è davvero insufficiente per risollevare le sorti di un brano misteriosamente, (o forse no, considerato il recente passato del gruppo a riguardo), elevato al ruolo di singolo apripista. Il processo di songwriting condiviso, in questo caso, fondato su poche e per nulla originali idee di fondo, risulta essere davvero di basso livello, non degno di una band della caratura internazionale come i Dark Tranquillity. Penso di aver appena dimenticato di raccogliere gli involucri del mio recente congedo, ti sei preso la colpa al posto mio, le spiegazioni vacillano, ovunque io vada sempre finisco con il perdermi, le mie orecchie sono state rese sorde. Entrambi eravamo a conoscenza di un vago riferimento a qualcosa, nulla di tutto ciò favorisce le minoranze, nell'oscurità elettrica che vediamo, il silenzio è stato, finalmente, rotto questa sera. Penso di aver perso il mio linguaggio, qualunque cosa abbia detto nel passato, io ora la nego con fermezza, credo di aver smarrito la mia strada, qualsiasi cosa mi mancava è ormai irrimediabilmente perduta. Io lascio il mio cambiamento di orizzonte. Il tuo volto è una mappa che non riesco a decifrare, è una parola sottovalutata, una conoscenza irripetibile che mi è negata. Bloccato ed incatenato ad uno stallo che mi impedisce di divincolarmi, nel silenzio che mi sta, nuovamente, parlando, afferro la fiamma che è in grado di unire. Ho difficoltà a trovare le parole che negano il mio significato, non riesco a comprendere quale messaggio mi viene dato. Senza più alcun senso di orgoglio, rifiuto la mano che viene tesa in mio soccorso, annego la furia iraconda ed ingoio il fuoco.

The Mundane and the Magic

Delle tre canzoni conclusive, quella che lascia in noi le sensazioni migliori è certamente l'ultima: "The Mundane And The Magic (Il mondano e la magia)", brilla, infatti, soprattutto in funzione dell'appassionato duetto tra Mikael e la apprezzabile cantante norvegese Nell Sigland, (già nel gruppo gothic metal dei Theatre of Tragedy a partire dal 2004). Un altro ritorno al passato, dunque, considerando che negli ultimi tre full length, la band aveva deciso di accantonare le antitetiche collaborazioni tra il growl baritonale e profondo di Stanne e la seducente e calorosa voce femminile esterna, quasi sempre di ispirazione lirica, a voler sottolineare con forza e nei fatti il meraviglioso contrasto tra le due anime della band. Questa volta, a livello puramente personale, ci sentiamo di dire che questa seconda operazione revival intrapresa dal gruppo trova la nostra approvazione. Ovviamente le influenze gotiche sono presenti in gran quantità e le tonalità che scaturiscono lungo gli oltre 5 minuti nei quali il brano si sviluppa sono impregnate di un grande senso di malinconia, mista a tristezza. Il corposo intro melodico si protrae, blando e visionario, per quasi un minuto, la batteria cadenzata e flemmatica puntella il tutto con fare discreto. Tocca alle tastiere di Brandstrom, ancora una volta, farsi più spavalde e prendere il comando delle operazioni, introducendoci, così, all'inizio della sezione lirica che, tuttavia, si farà attendere ancora per un'altra trentina di secondi. Anche le chitarre, nel frattempo, hanno preso coraggio e si sono caricate della loro elettricità tipica, ci imbattiamo in riff concisi e di grande impatto a partire dal minuto 01:10. La prima stanza è tutta giocata su questo etereo intreccio, in cui, di volta in volta, una piuttosto che l'altra componente prendono il sopravvento e trascinano, di rimando, anche quella momentaneamente rimasta in posizione arretrata. Il pre-coro del minuto 02:10 consente di innalzare ancora la tensione e di arricchire la canzone di un altro elemento importante. Le premesse, in questo caso davvero valide, sono state gettate per consentire un degno ingresso sulle scene all'ospite esterno che sfodera subito una prestazione appassionata e sensuale grazie alla sua timbrica molto personale e flautata, (anche se, forse, sin troppo leggera per essere inserita in un contesto di matrice death metal). Stanne, stimolato dall'affascinante confronto con Nell, offre una prestazione di valore che rimanda indietro nel tempo al passato più glorioso ed epico del gruppo. Ciò nonostante, anche in questo caso, non possiamo non sottolineare una certa derivazione ruffiana dello stesso duetto tra voce maschile e voce femminile, (soprattutto ad opera di Mikael stesso, maggiormente a suo agio nel collaborare con cantanti in possesso di registri più alti e vicini agli ambienti della lirica), ma è in chiave live che i due sapranno offrire il meglio di loro stessi. In chiusura di album, la band confeziona uno dei momenti migliori nel corso dell'intero album, a riprova ulteriore del talento cristallino di cui i sei originari di Gothenburg dispongono, un talento ed una classe solo in minima parte intaccati dal trascorrere inevitabile del tempo. Ho visto il mondo con occhi senza sogni, anonimi e ciechi edifici innalzarsi verso il cielo, il segreto eterno era ben custodito all'interno di quelle spesse pareti divisorie, la mia esistenza non era alimentata nemmeno dalla fede in qualsivoglia entità divina. Dove si trova la fiamma che vi perseguiterà, le mie bugie sono, in realtà, desideri, menzogne che mi consentono di vedere oltre la logica del razionale. Da parte mia ho accettato il destino secondo cui nulla è deputato a rimanere in eterno, riducendo al minimo le relazioni personali, mi sono ripromesso di essere fedele sino all'ultimo all'originale. E' necessario applicare più strati alla realtà per vedere davvero come vanno le cose, aggiungere un altro battito alla normalità per toccare il cuore della follia. Ho lasciato che i miei sogni attraversassero infinite e grigie giornate senza gioia. Cosa succederebbe se io potessi unire il mondano e la magia, si chiede la Sigland nel coro centrale, vorrei forgiare una nuova identità sconosciuta. Ho lasciato che i miei sogni attraversassero il nulla e poi tornassero indietro, cosa accadrebbe se potessi unire il mondano e la magia, laddove si trova il buio in cui mi sono spinto. In quegli ultimi giorni in cui il tempo a tua disposizione andrà esaurendosi, i ricordi non ti consentiranno di vivere serenamente, i sospiri silenziosi saranno la tua sola compagnia, in quegli istanti nuovamente forte sarà, in te, il desiderio di adagiarti nelle tenebre, la morte ti sembrerà la sola via di salvezza possibile. A fronte dell'ignoranza e della paura, ho gettato via tutto quanto era divenuto superfluo, alcune cosa, in fondo, non hanno mai avuto un significato autentico ed originario, l'oggettività non è nient'altro che la verità negata.

Conclusioni

L'ottavo studio album dei Dark Tranquillity è un prodotto che, sia nella forma che nella sostanza, poco si discosta da quanto la band ha iniziato a mostrare noi a partire dall'acclamatissimo Damage Done. All'interno di una tracklist compatta ed omogenea, nessuna delle dieci canzoni poc'anzi descritte può davvero definirsi come un autentico filler, ma, sul versante opposto, va anche detto che poche sono quelle che potremmo catalogare quali vere e proprie hit indimenticabili. Rimarchiamo, in sede in giudizio conclusivo, il nostro apprezzamento particolare per la potente Nothing To No One, abilmente scelta come opener di Fiction, (proporla come anteprima non sarebbe stata una cattiva idea), l'ingiustamente snobbata Blind At Heart, in cui Jivarp si staglia sugli scudi con un drumming di assoluto valore e la conclusiva The Mundane And The Magic, che letteralmente esploderà in tutto il suo potenziale, qui in parte inespresso, grazie allo spettacolare duetto tra Stanne e Nell Sigland che il pubblico italiano avrà il privilegio di poter ascoltare nella memorabile esibizione milanese del 31 ottobre del 2008, (dal quale, non a caso, verrà estratto il doppio live Where Death Is Most Alive con tanto di faraonico dvd annesso). La produzione affidata al danese Tue Madsen, uno degli elementi di novità maggiormente significativi, tende ad enfatizzare i momenti più diretti e serrati del platter, mentre qualche criticità in più la riscontriamo durante i passaggi più cadenzati e carichi di melodia. Venendo ora ai singoli componenti la band, il biondo Mikael regala una prestazione certamente non da disprezzare, ma con qualche insolito momento di down qua e là, abbastanza inconsueto per un singer formidabile come lui. Il grosso del lavoro è affidato al sempre più protagonista Martin Brandstrom, il quale si divide abilmente tra moderne e nevrotiche tastiere e synth, ed il tradizionale ed ermetico pianoforte. Mentre con le prime egli si ritaglia un ruolo da prim'attore grazie ad arrangiamenti fastosi ed iperbolici, con il secondo si limita ad offrire un contributo più diligente ed ordinato, restando sullo sfondo, nel ruolo di colui che tira le fila nel backstage. La batteria offre il meglio nella prima metà dell'album, ma, in linea di massima, risulta essere abbastanza sacrificata e non esattamente al top della forma, troppo spesso insabbiatasi in up tempo poco originali e ripetitivi. Positiva e carica di una personalità quasi inedita è, viceversa, la prova al basso assicurata dall'umile Nicklasson, bravo a farsi trovare pronto proprio in quegli spazi solitamente occupati dal drumming. Venendo, infine, alle due chitarre, i momenti di rilievo si contano sulle dita di una mano, gli assoli sono tendenzialmente brevi, ma piacevoli e ben distribuiti nel corso dei 45 minuti in cui l'album si dipana. I tecnicismi degni di nota sono anch'essi ben calibrati e mai ridondanti, anche se un minimo di coraggio in più non avrebbe guastato, in fondo, quando facciamo riferimento a Sundin o ad Henriksson, non stiamo parlando di due imberbi musicisti alle primi armi. Il songwriting, da ascrivere per la stragrande maggioranza proprio al secondo chitarrista del gruppo, nel complesso è di buon livello, anche se dobbiamo rimarcare come l'unica canzone interamente composta, (liriche e musica), dallo stesso Sundin, l'articolata ed oscura Inside The Particle The Storm, a nostro avviso, è proprio quella che si aggiudica la palma di miglior brano in assoluto dell'album, a riprova ulteriore delle doti eccelse di cui Niklas dispone, il fatto che, sempre più sporadicamente, (e forse anche controvoglia), egli le metta a disposizione dei DT lascia non poco amaro in bocca. Ancora una volta la band sceglie come primo singolo promozionale un pezzo piuttosto leggero e solo in minima parte connotato di elementi death metal, le ingerenze di carattere commerciale dietro ad una mossa del genere sono evidenti ed innegabili, la battaglia senza esclusioni di colpi tra la casa madre Century Media Records e l'acerrima nemica Nuclear Blast impone, evidentemente, scelte scomode e, musicalmente, non particolarmente felici. Fiction, in definitiva, appare come la prosecuzione ideale del suo predecessore Character, (definirlo una sua copia fedele sinceramente ci pare eccessivo ed ingeneroso), l'ennesimo capitolo di una memorabile ed epica saga discografica su cui il sole pare destinato a non tramontare mai.

1) Nothing to No One
2) The Lesser Faith
3) Terminus
4) Blind at Heart
5) Ichiper
6) Inside the Particle Storm
7) Empty Me
8) Misery's Crown
9) Focus Shift
10) The Mundane and the Magic
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