DAMNATIONS DAY

A World Awakens

2017 - Sensory Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
02/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

I Damnations Day sono un gruppo australiano fondato nel 2005 dai fratelli Kennedy: Mark (chitarra / voce) e Dean (batteria), musicisti entrambi apprezzati ed assai considerati all'interno della loro scena, in forze anche in altri progetti come Teramaze (Prog. Heavy Metal) e Bane of Winterstorm (Symphonic Power Metal). Una formazione che parte come un duo, ed incide nel 2009 un demo intitolato semplicemente "Damnations Day", contenente cinque brani, totalmente autoprodotto ed indipendente. Tuttavia, tre anni dopo la band avrebbe trovato  il prezioso supporto di Jon King (chitarra solista), divenendo dunque un trio a tutti gli effetti. I Nostri riescono comunque a debuttare soltanto nel 2013, con l'album (licenziato dalla "Nightmare Records") "Invisible, The Dead". Un album che ha riscosso un buon successo e ha portato la band ad intraprendere un'intensa attività live (Europa compresa) a supporto di gruppi ben più famosi e già affermati da tempo (se non addirittura storici, in alcuni casi) quali Nightwish, Soilwork, Helloween e Accept. Non solo attività di supporto, in quanto i Damnations Day riuscirono agevolmente a tenere anche spettacoli da headliner in Australia, la loro terra natia. Tuttavia, dovette passare ancora un po' di tempo prima di far uscire un altro album. Nel 2015 iniziò quindi il processo di scrittura dei brani inediti, i quali vedranno la luce, dopo due anni di preparazione e dopo il passaggio alla "Sensory Records", nel marzo del 2017. Il secondo album della band è intitolato "A World Awakens" ed è l'oggetto di questa recensione. Un articolo che indagherà a fondo circa le reali potenzialità nonché velleità di un gruppo sicuramente in bilico fra molti generi diversi, molti dei quali non certo semplicissimi da afferrare ed assimilare. Partiamo dal principio: la band si autodefinisce "Melodic Heavy Metal", almeno stando alla descrizione che essa stessa fornisce sui propri canali ufficiali. Sempre parlando di ufficialità, in altri lidi si vira verso un altisonante "melodic progressive power metal". Dulcis in fundo, su "Encyclopaedia Metallum" campeggia addirittura verso un perentorio Power/Thrash. Visto che sembra esserci un po' di confusione (sensazione di smarrimento più che mai lecita, aggiungerei), la quale potrebbe alterare non poco le aspettative che ognuno di noi riporrebbe dell'ascolto di questo platter, urge una premessa: la verità è che in questo "A World Awakens" c'è poco Power, pochissimo Prog e quasi zero elementi Thrash. L'album in questione è un concentrato di Metal moderno con alcune spruzzate, molto vaghe e leggere a tratti, dei generi summenzionati. Già dal primo ascolto si nota come il vero fulcro della musica dei Damnations Day sia la voce di Mark Kennedy; sono le linee vocali a reggere la struttura di ogni pezzo, o per lo meno quello è l'elemento che tende ad emergere di più.  Senza dubbio, l'ugola del cantante risulta quanto di più privilegiato in fase di produzione, proprio perché è ciò che sentiamo meglio di tutto il resto, il cardine su cui l'ascoltatore può fare affidamento sin da subito. Anche perché le chitarre, in fin dei conti, non godono di grandissima considerazione: i suoni, registrati e curati da Dean Wells (membro dei Teramaze nonché bassista dei Damnations per l'occasione) e Jacob Hansen, sono sì puliti e limpidi; ma tendono a risultare lievemente "plasticosi", minando la resa finale del prodotto. Una soluzione che potrebbe far pensare ad un modus operandi tipico di alcuni ambienti più commerciali, in fin dei conti. Va però detto che effettivamente il cantante è bravo, ha una voce pulita ed allenata grazie alla quale riesce a prendere note anche particolarmente alte. Inoltre, è autore anche di alcune linee vocali interessanti, che alzano sensibilmente il livello qualitativo di molte canzoni. Quindi, è anche grazie alla sua stessa bravura se gli altri strumenti restano un po' in ombra. Questo però potrebbe essere anche un punto debole, poiché dispiace ascoltare un album Metal in cui le chitarre si limitano soltanto ad un lavoro di essenzialità. E non parlo solo di produzione, il discorso si estende anche ad altri campi che fra poco analizzeremo. In ogni caso, il lavoro si compone di 9 canzoni dalla durata media di 5 minuti. Brani abbastanza potenti, moderni e soprattutto melodici in cui sono la precisione e la pulizia a farla da padrone, di sicuro insieme ad una certa atmosfera malinconica che accompagna quasi ogni pezzo. L'album, dunque, non punta sull'alta velocità (che invece è tipica del Power e del Thrash), ma su ritmiche più cadenzate o medio-veloci su cui la voce di Mark può inserirsi più agevolmente. Scendiamo dunque nel dettaglio con il nostro approccio track by track.

The Witness

L'album si apre con "The Witness" (Il Testimone), una "canzone-manifesto" per cui è stato anche girato un videoclip. L'introduzione è tellurica, con le chitarre a macinare riff dal retrogusto Thrash e la precisa batteria di Dean Kennedy a dettare il tempo. L'inizio della prima strofa però sembra spazzare via tutto questo, proponendo invece un'atmosfera calma in cui svetta la voce di Mark Kennedy (e già qui notiamo quanto sia alto il volume), ora alta e potente ora quieta e quasi sussurrata. Nei versi successivi però le chitarre tornano nel vivo, pesanti come all'inizio, così come la voce stessa si fa più enfatica, più graffiante a tratti, proponendo una sorta di bridge che resta abbastanza impresso nella mente e che, tramite una progressione chitarristica interessante, ci porta ad uno dei versi che rimangono più impressi di tutto il brano: "Then fear becomes the ruler of us all". Un verso che rivedremo, il quale possiede un'innegabile bellezza poetica e reca in sé un non so che di apocalittico. Una sensazione che comunque ben si sposa con la musica espressa finora e con le strofe che seguiranno. La band decide di non lanciare ancora la carta del ritornello, e infatti ripropone una nuova strofa sulla stessa struttura di quella che ha aperto il brano, riproponendo anche la parte più aggressiva, stavolta arricchita di qualche cambiamento: troviamo infatti una brevissima accelerazione e delle backing vocals (sempre ad opera di Mark) più curate e presenti. Il testimone citato nel titolo e nella canzone è una persona che osserva, testimonia per l'appunto, lo scorrere inesorabile della vita mentre, nello stesso tempo, si cerca un suo significato. A questo punto arriva il ritornello che, con la sua melodia, sembra portare un raggio di Sole nel cielo plumbeo che si era creato sopra di noi, grazie soprattutto alle linee vocali di Mark; anche se i versi che lo compongono sono tutt'altro che solari: "We fall as one/ We've gone too far/ Then fear becomes the ruler of us all". Sembra tutta l'umanità a parlare, con la sue speranze svanite in vista della fine. Siamo forse andati troppo oltre, ci siamo spinti verso un qualcosa che ormai non possiamo più contrastare. E' la paura, a dominarci... l'unica, nostra compagna di vita, da adesso in poi. Cadiamo come fossimo una sola unità, all'unisono, senza possibilità di rialzarci. Una batteria molto decisa e dei riff abbastanza lenti e cupi ci conducono verso l'assolo, il quale risulta molto melodico e semplice, non esagera con i virtuosismi e si adatta alla perfezione all'umore generale. All'improvviso però le chitarre virano verso un riff che sa molto di Power e che sembra anticipare un'accelerazione. L'accelerazione in effetti arriva con il bridge e trova il suo coronamento nelle note acute e trascinanti di Mark; purtroppo però dura poco, ed un'altra progressione chitarristica ci guida verso il ritornello che, questa volta, invece di ripresentarci quel verso colmo di paura, recita in modo criptico e chiudendo la canzone: "...The feeling leaves us searching for the sun". Forse, abbiamo ancora una speranza. Che la paura fungere da motore, da spinta per farci finalmente raggiungere una salvezza da agguantare con la forza della disperazione?

Dissecting The Soul

I primi secondi di "Dissecting The Soul" (Dissezionare l'Anima), con le note di pianoforte ad accompagnare la quiete, sembrano far pensare ad una canzone lenta e calma, ma ecco che la batteria interrompe questa sensazione portandoci verso ritmiche medio-veloci condite da riff moderni e ancora dal pianoforte. Su tutto però svetta la voce di Mark che ricorre anche a dei filtri in alcuni frangenti. Essa ci propone ancora delle liriche abbastanza criptiche; è difficile capire di cosa tratti effettivamente la canzone, e questa difficoltà sarà una costante di tutto l'album. Ad una prima lettura, e soprattutto in questa prima strofa, sembra trattarsi di un testo esistenzialista simile al precedente: "Rising/ Am I high enough to see the angels?/ Or have I found there's nothing here to,/ Guide me,/ Now if I could only see the danger,/ All I ever wanted was a sign." ; cerchiamo disperatamente un segno, un qualcosa che possa fungere da guida, un simbolo a cui appigliarci per evader da una situazione non proprio idilliaca. Vorremmo vedere gli angeli, vorremmo toccare il cielo... ma tutto quel che osserviamo è paura, allo stato puro. Paura e pericolo. Attendiamo dunque con ansia, di scorgere una stella in questa oscura coltre. Una piccola luce che ci guidi verso la retta via. Il ritornello arriva subito e senza farsi attendere troppo: la musica rallenta di molto e segue le linee vocali del cantante. Il risultato è piacevole, molto melodico e nello stesso tempo malinconico, proponendo un'altra costante di questo lavoro. Il refrain, comunque, sembra proporre una chiave di lettura diversa da quella espressa poco sopra: "Deprive the boy of all the night,/ Abuse the eyes with all the light,/ Now he's yours without the fight,/ Go and control him?"; la note sembra essere scomparsa del tutto, la luce è finalmente arrivata... eppure, il tutto sembra posto come una trappola. Proprio perché il protagonista sembra in seguito preda di un qualcuno che appunto lo avrà senza che egli possa opporre resistenza. La melanconica melodiosità del ritornello, dunque, si adatta bene al contenuto delle liriche, le quali non parlano certo di argomenti positivi. Che sia la descrizione di una sorta di violenza (psicologica o fisica)? Difficile dirlo con certezza, ma alcuni versi successivi potrebbero confermare questa "teoria", anche se, ripeto, non è certo. Potrebbe trattarsi di un testo simbolico dal quale è difficile estrapolare il vero significato, se non si conoscono bene le metafore utilizzate. Ma bando alle ciance, la strofa successiva ripercorre gli stilemi della prima, risultando più breve riportandoci nuovamente al ritornello. Dopodiché tocca ad un assolo piuttosto breve guidare il brano, assolo che però è impreziosito dalla onnipresente voce di Mark Kennedy in sottofondo che ripete il refrain a bassa voce. Una sezione lasciata ai riff pesanti, vagamente ossessivi e lenti, in cui riemerge anche il pianoforte, sembra voler imitare lo scendere della notte e i timori che essa reca con sé, soprattutto descrivere quanto il momento sia inquietante agli occhi di un bambino. Frangente che ci trasporta verso una nuova strofa identica alle precedenti e, come da copione, al ritornello, il quale anche stavolta si lega ad un breve assolo (contornato ancora dal ritornello in sottofondo). L'assolo lascia presto il posto all'ultimo ritornello e ad una coda affidata a pesanti e lenti accordi di chitarra, che accentuano ancora di più quella sensazione di oppressione e paura. Una struggente melodia chitarristica chiude molto bene la canzone, catapultandoci verso il prossimo brano.

Colours Of Darkness

Anche l'inizio di "Colours Of Darkness" (Colori Dell'Oscurità) risulta particolarmente sommesso, e anche qui si gioca con il contrasto tra l'incedere dei riff pesanti e la delicatezza di alcuni arpeggi in sottofondo i quali suonano su un tempo più lento (si possono sentire anche delle tastiere). Molto importante è il ruolo della batteria; i riff dal canto loro svaniscono non appena entra in gioco la voce di Mark, restano infatti solo il drum set, il basso e gli accordi più delicati a farsi udire. L'effetto è ancora più sommesso dell'introduzione, complice anche il fatto che Mark canta in modo da adattarsi a questo clima: la sua voce qui è calma e bassa, quasi triste a tratti. Essa però si innalza sempre di più con il ritorno dei riff, i quali creano un bel climax che ci porta subito al ritornello. L'umore è sempre lo stesso, la sensazione di malinconia permane, ed infatti siamo quasi di fronte ad una mid-ballad. In ogni caso anche in questa occasione il ritornello risulta ben fatto e trova il suo vero punto di forza nella prestazione vocale di Mark e nelle backing vocals che vanno ad evidenziare alcuni momenti. Il testo poi risulta particolarmente interessante, sfoggiante una vena poetica non indifferente: "In the darkness/ Colours shimmer in light/ In the silence/ Voices whisper in rhyme"; colori che brillano nella notte, voci che parlano pur essendoci silenzio assoluto. Un gioco di ossimori e situazioni particolarissime, degne d'un componimento a tratti quasi decadente. Una bellezza poetica che, tra l'altro, risulta percepibile già nel titolo: i colori dell'oscurità. Come fa l'oscurità ad avere dei colori? La band sembra volerci dire che esistono diverse sfumature di oscurità, soprattutto se rapportate metaforicamente a contesti personali ed esistenzialisti. Nulla è come sembra ed anche in situazioni di particolare "scontatezza" possiamo invece trovare chissà quante variabili, chissà quanti appigli. A seguire, lo schema si ripete, troviamo infatti una nuova strofa ed il ritornello. La sorpresa però arriva poco dopo superata la metà del brano grazie ad un'accelerazione che ricorda molto il Power. I riff si fanno meno cupi ed opprimenti ma più veloci e serrati, l'assolo è più virtuoso e solare del solito, la batteria, naturalmente, si velocizza e con essa anche le linee vocali. La strofa che segue si inserisce proprio in questo contesto ed è composta da un solo verso, il quale è probabilmente il più memorabile di tutto l'album: "Through the seven shifts and the seven seas and the seven's ego...",pParole che vengono ripetute quasi ipnoticamente (anche nella strofa successiva, in sottofondo) facendole stampare in testa, grazie anche all'uso delle allitterazioni e alla gran quantità di "s" che rendono il tutto sibilante e fluido, perfetto per questo momento più veloce. Sembrano quasi le istruzioni per uscire dall'oscurità, ma forse non sono rivolte a chi ci si trova, bensì al salvatore, dato che nel testo troviamo anche un "find me" piuttosto eloquente. La nuova ripetizione del ritornello ci riporta a tempi più lenti, ma neanche troppo, poiché la batteria continua ad essere piuttosto veloce. Questa però è anche l'ultima volta in cui possiamo sentire il refrain, visto che la canzone si chiude con un acuto di Mark. 

I Pray

Anche "I Pray" (Io Prego) comincia piuttosto sommessamente, ma stavolta nessuna introduzione strumentale, abbiamo subito a che fare con la prima strofa. La voce di Mark è bassa e quasi parlata, i riff e la batteria sembrano assenti; è un'introduzione dalle vaghe tinte oniriche e, perché no, anche leggermente cupe. Il perché di tutto ciò risiede nei versi del brano: "Everlasting consequence/ There's a hole in your life again/ Streaming higher consciousness,/ There's a wall in your mind,/ Wall in your mind again." Anche questa volta i Damnations Day ci propongono un testo esistenzialista che parla di dubbi e problematiche personali; soprattutto legate alla ricerca di una risposta ad alcune eterne domande che, irrisolte ed insoddisfatte, ci lasciano un vuoto dentro. Vuoto che a volte permette la creazione di una barriera nella nostra mente, un muro, che non permette di darci una visione completa della vita. A questo punto rientrano in gioco i riff, e la batteria si fa sentire mediante colpi potenti e decisi che sembrano voler trasportarci verso un'accelerazione o comunque verso lidi più aggressivi. Questo però non avviene, perché la strofa successiva è simile in tutto e per tutto alla prima, tranne che per la voce di Mark, la quale nei primi due versi è più alta, piena e meno deprimente. Negli altri versi però torna ad essere onirica, grazie anche all'uso di qualche filtro, ed il Nostro continua a porsi domande ancora più marcate ed esplicite. Domande al limite del filosofico, una vera e propria disquisizione sull'essere e sul pensiero in sé. Seguendo quanto già fatto ad inizio brano, i riff pesanti e moderni fanno nuovamente capolino, ma stavolta ci guidano direttamente verso il ritornello, il quale si presenta sorretto da riff molto lenti ed evanescenti e da un lavoro di chitarra solistica quasi estraniante che non solo accentua quel lato onirico proprio del pezzo, ma riesce anche a dare una sensazione di quieta oppressione. La voce e le linee vocali particolarmente basse e gravi di Mark non fanno altro che inserirsi in questo solco, portando alla mente alcune soluzioni tipiche del Grunge. Il refrain è chiuso da un breve e triste assolo di chitarra che si lega alla nuova strofa. Inizialmente non sembra proporre nulla di nuovo, ma improvvisamente, e un po' a sorpresa, le chitarre fanno il loro ingresso a sorreggere un Mark piuttosto aggressivo e sporco (e anche filtrato) con le sue domande esistenziali. L'oscurità sembra cominciare ad inglobarci, i dubbi esistenziali, il vuoto dentro di noi, il muro nella nostra mente... Tutto sembra avvolgerci come una nera e pesante coperta che ci opprime e non ci lascia respirare. Il ritornello arriva a dare il colpo di grazia, con il suo incedere lento, fangoso ed estraniante. Anch'esso porta con sé dei versi molto poetici e, a loro modo, anche evocativi: "As I lay here wide awake,/ And my mind begins to sway,/ The ends of my life start to fray,/ And the trap me in a trance,/ With their rituals and dance,/ I won't leave it all to chance,/ I Pray." Siamo in qualche modo intrappolati nelle nostre barriere, proprio non riusciamo a capire per quale motivo la vita non si sveli per quel che realmente è. Intrappolati in una trance, con la fine dei nostri giorni che incombe... e la perenne insoddisfazione nei riguardi della nostra esistenza. Verso metà pezzo inizia una sezione molto calma, quasi atmosferica, in cui la batteria detta i ritmi, ma sono alcuni accordi di chitarra evanescenti i veri protagonisti; questi poi vengono anche sorretti da riff più potenti, ma ciò non va a cambiare l'atmosfera e le sensazioni che quella finta calma e pace ci aveva donato. Dopodiché ritorna il ritornello, ma stavolta è diverso da come lo conoscevamo: è infatti lievemente più veloce e decisamente meno cupo e strisciante, sembra quasi voler simboleggiare una sorta di riscossa da parte dell'IO del brano, il suo non voler restare dietro ad un muro mentale a contemplare il vuoto. La canzone si chiude con Mark che lamenta ipnoticamente "I pray", forse la preghiera è un primissimo moto d'azione per staccarsi da una deprimente immobilità. 

Into Black

I primissimi secondi acustici di "Into Black" (Nell'Oscurità) ci fanno subito capire che siamo davanti alla ballata dell'album, acustica per di più. Il vero protagonista è anche qui Mark Kennedy: il quale, accompagnato solo da una chitarra classica, ha davvero la strada libera, anche più del solito. L'inizio è molto delicato, sembra quasi una "canzone da falò", grazie soprattutto ad una linea melodica molto marcata che si ripete per tutta la durata del brano. Mark però non ci sta a cantare delicatamente per tutto il pezzo, e infatti ecco che, dopo non molto, lascia libere le note più alte e piene, senza comunque snaturare l'atmosfera generale (anche se c'è da dire che continuo a trovare il volume della sua voce troppo alto rispetto al resto, a tratti dà quasi fastidio). Ad un primo ascolto sembrerebbe una canzone dolce, ma ad una lettura del testo scopriamo che non è propriamente così, soprattutto grazie al verso che recita: "...And I'm falling into black again." Proprio come se un'eventuale protagonista stesse tracciando un bilancio della sua vita e si fosse reso conto d'essere ormai preda di un'oscurità dura e sorda come il metallo. Una coltre dalla quale non potersi liberare, nonostante cerchiamo in tutti i modi di sfuggirle, di allontanarla. Alla fine, cadiamo sempre lì, dritti nel baratro, senza possibilità di rialzarci. Poco dopo la metà della canzone arrivano anche le tastiere a dare manforte alle chitarre, rendendo il brano un po' più ricco di elementi, ma neanche troppo, quel tanto che basta per creare una certa atmosfera di sottofondo. Mark, in ogni caso, continua a cantare e a metterci in testa le stesse melodie che abbiamo apprezzato ad inizio traccia, cantandole però con più veemenza, più appassionatamente, rendendo più udibile il suo grido d'aiuto che passa dall'iniziale "Find me at the edge of time" a versi come questi: "Home,/ Screaming for my home,/ As the thoughts betray me here,/ Screaming for my home,/ As the world escapes me,/ And I'm falling into black again." Un grido d'aiuto che però non ha una risposta, poiché questi erano gli ultimi versi del brano. La caduta nell'oscurità è cominciata di nuovo e nessuno può fermarla; inoltre, la nostra casa (che possiamo vedere come un nido, un luogo sicuro e conosciuto) sembra essere lontanissima, persa nelle ombre. Non c'è scampo. Il finale del brano è affidato ad un'atmosferica coda di tastiere che sembrano voler creare un ponte tra la tanto agognata casa e il dolore di Mark. Una canzone breve e molto semplice, ma anche una delle prime a rimanere impresse.

To Begin Again

Anche l'inizio di "To Begin Again" (Iniziare Di Nuovo) è soffuso e molto calmo (arrivati a questo punto del disco sembra quasi essere una regola), soprattutto grazie ai dolci ed eterei vocalizzi di Mark. Sembra una nuova ballata. Questa sensazione resta anche quando irrompono riff e batteria: nonostante questo, e nonostante anche la voce sia più potente, siamo davanti ad una canzone che ha comunque le fattezze di una ballata. Ancora una volta il testo è esistenzialista e molto soggettivo. L'Io narrante è giù di morale, parecchio giù di morale, tanto da sentirsi messo in un angolo e sottovalutato. Tuttavia, nello stesso tempo possiamo leggere di un moto verso la guarigione e verso un cambiamento (da cui il titolo). In versi come: "Somewhere,/ I'm healing" e "?And I'm feeling alive". Due facce della stessa medaglia dunque, la sofferenza e la riscossa, entrambe caratteristiche della vita. Un binomio che sembra trovare la sua essenza nella voce di Mark: ora voce principale, ora in sottofondo. Senza troppi indugi giunge il ritornello, il quale, sostenendosi su un tappeto di doppia cassa, accentua il lato malinconico del tutto. Qui vediamo anche che Mark si rivolge a qualcun altro, ad un interlocutore misterioso a cui chiede delle cose: "Tell me your thoughts/ Tell me how to let go/ Tell me your lies?" È forse la figura di un'amante? Non è dato saperlo, anche perché il resto del testo non scioglie il nodo e ci lascia solamente con delle supposizioni. La canzone riprende con i ritmi medi e si sentono anche delle tastiere molto in sottofondo. La prestazione vocale di Mark è molto sentita e appassionata, ricca di note alte e potenti (va detto che è molto simile in tutte le altre canzoni), accompagnata da un continuo porgere domande irrisolte e dubbi. Chi lascia la strada vecchia per quella nuova... non sa mai cosa lo aspetta. Eppure, il protagonista, seppur battuto da paure ed angosce, sente di voler ricominciare totalmente. A metà canzone qualcosa cambia: tutto si distende, i riff svaniscono del tutto, così come la batteria; si sente soltanto una chitarra solistica in lontananza (quasi ovattata) su un tappeto di tastiere. La chitarra ovattata però si evolve, accompagnata da una risorgente batteria, in un assolo vero e proprio, molto appassionato tra l'altro, quasi a simboleggiare un nuovo inizio: proprio come quando stiamo male abbiamo l'impressione che tutto sembri buio e sbagliato, ma ecco che in lontananza scorgiamo un miglioramento, una risposta. Così la chitarra solista parta da lontano, quasi impercettibilmente, per arrivare però con tutta la sua forza a proporre un nuovo inizio. Grazie a questo espediente la canzone sembra guadagnare una certa positività, la strofa che segue, in effetti, ha perso un po' di quell'alone cupo e opprimente dell'inizio. Certo, non siamo davanti ad un cambiamento drastico, il brano non è diventato solare e positiva, però si sente chiaramente che qualcosa è cambiato. A questo punto ritorna anche il ritornello, eseguito soltanto due volte in questo brano, ed esso, sempre accompagnato dalla doppia cassa, ci porta verso la fine della traccia e verso, si spera, un nuovo inizio.  

The Idol Counterfeit

Con "The Idol Counterfeit" (L'Idolo Contraffatto) abbiamo finalmente una traccia veloce e più aggressiva del solito, arricchita da riff meno statici di quanto ascoltato finora. Dopo una lunga serie di canzoni dai ritmi non proprio veloci, di ballate e semi-ballate, una canzone del genere è davvero la benvenuta. La prima strofa segue proprio questo schema, con una batteria molto veloce e più martellante che mai e con un Mark, al solito, adagiato su note alte e lunghe che si adattano molto bene a questa velocità. Poco prima del ritornello i riff diventano più aggressivi, strizzando l'occhio a certe soluzioni del Thrash Metal più moderno e levigato, mentre la batteria scandisce veementemente delle ritmiche vagamente marziali. Il ritornello si adagia su questo letto di spine ma non rinuncia ad essere melodico, pur discostandosi di molto dalla malinconia di quelli precedenti; esso è infatti molto breve e semplice, resta impresso abbastanza in fretta ed è impreziosito di molto dall'incedere generale del pezzo: "Could not believe/ That this is the way/ We are the time again." L'eccitazione continua grazie ad un assolo abbastanza veloce e fluente che, quasi a sorpresa (vista la struttura delle altre canzoni), prende il posto di una nuova eventuale strofa. In ogni caso, la nuova strofa arriva dopo l'assolo e continua il discorso già iniziato, ponendo però qualche dubbio sul significato di alcuni versi, anche se c'è da dire che, come si sarà capito, ched i testi sono abbastanza criptici in tutti i pezzi, e questo non cambia le carte in tavola: "This is so close to me/ A fallen faith in the night/ Something I can't believe?" Non rischierò di dare un'interpretazione troppo totalitaria, ma la band sembra parlare di un avvenimento piuttosto importante che, come viene ripetuto più volte, lascia increduli. Forse ha a che fare con la fede, con gli idoli e le credenze... Ma resta una teoria. Sta di fatto che il protagonista risulta sorpreso non certo in maniera positiva, e proprio per questo non riesce a credere al fatto che tutto stia capitando proprio a lui. Il brano comunque non mostra dubbi e continua senza sosta con la sua corsa la quale porta nuovamente ad un ritornello che, in questa occasione, si ripete anche una volta in più, con le chitarre lievemente alleggerite. I riff Thrashy ci trasportano verso un rallentamento poderoso che sembra stoppare di colpo la canzone, ma il vero cambiamento arriva poco dopo che i riff si sono espressi: cala il silenzio e restano soltanto dei leggeri e lenti accordi di chitarra che aprono la strada alla voce di filtrata di Mark ed alla sua sentenza lapidaria, cantata però delicatamente: "See the waste of life that we are." Ecco cosa siamo, degli scarti. E proprio riallacciandoci al titolo del brano... non lo siamo forse perché siamo pronti a credere a qualsiasi cialtroneria, anche in un "idolo contraffatto"? Forse, di idoli e di eroi non ce ne sono più. Eppure ci appigliamo ai primi che passano, sperando - da poveri illusi quali siamo - di poter andare avanti nella vita. All'improvviso, come per dare forza a quelle parole, ritornano i riff e la batteria, e così la canzone può ripartire aggressiva verso il bridge e, in seguito, il ritornello e le sue ripetizioni (sempre con le chitarre un po' più ammorbidite rispetto alla prima volta in cui si è presentato) che si trascinano verso la fine della canzone, grazie anche ai vocalizzi di Mark. Questa è sicuramente la canzone più veloce e aggressiva dell'album (entro certi limiti ovviamente), e quando finisce viene da pensare che per sentirla abbiamo dovuto aspettare un bel po', forse troppo per un album Metal.

A World Awakens

La title-track (Un Mondo Si Risveglia) riporta la canzone sui binari tipici dell'album, abbiamo quindi: un'atmosfera cupa, una lamentosa melodia di chitarra e una batteria ritmata che cerca di adattarsi all'atmosfera generale senza prendere il sopravvento. È il sonno del mondo, tutto sembra quieto e rilassato, ma nell'aria c'è una sensazione di imminente risveglio... Il risveglio in effetti arriva, sottoforma di riff decisi e moderni (coadiuvati da una batteria scandita e precisa) che spezzano la quiete e trasformano la canzone in un pezzo più aggressivo, in cui però Mark funge quasi da contrasto con le sua vocals alte e pulite. La strofa successiva accelera il tiro grazie ad una doppia cassa molto presente ed attiva. Il tutto è sempre molto melodico, ma la canzone comincia a farsi più eccitante, così come il mondo comincia a svegliarsi sempre più. L'eccitazione raggiunge il picco dopo la ripetizione della prima strofa ed il raggiungimento del ritornello, qui c'è il vero climax. Il ritornello, che è il coronamento del climax, non continua ad accelerare però, anzi, la batteria rallenta lievemente, permettendo ad esso di suonare molto più arioso e melodico rispetto alle altre strofe, sempre condito dalle solite note alte e lunghe di Mark: "When worlds collide and come alive/ And show me I'm not alone/ Sad and gone/ Start alone/ I wasted it all on you." Ancora una volta il testo si rivela essere molto soggettivo, e quindi il risveglio del mondo, a cui fa riferimento il ritornello, potrebbe essere soltanto una metafora da rigirare verso sé stessi. Anche perché, a ben leggere, notiamo come il protagonista si stia riprendendo da una sorta di batosta ricevuta da qualcuno. Un tradimento che lo ha segnato ma che parallelamente gli ha fatto aprire gli occhi: è solo ed abbattuto, ma può ricominciare. Il tempo lasciatosi alle spalle è irrimediabilmente perso, ma non ne sprecherà altro in futuro. Dopo il refrain, la canzone prosegue piuttosto velocemente e con decisione, mostrando dei riff particolarmente interessanti e fluenti, sicuramente molto più rispetto a quasi tutti quelli del resto dell'album. Riff i quali, però, non hanno il tempo di esprimersi appieno e ci conducono verso un rallentamento. L'abbassamento dei toni è molto simile all'introduzione, e anche stavolta spiana la strada ad una piccola esplosione. Il mondo (oppure l'Io) ormai si è svegliato del tutto, quegli attimi di confusione che seguono l'apertura degli occhi e che ci permettono di capire chi e dove siamo sono terminati; adesso, ad occhi spalancati, possiamo accogliere tutta la luce possibile e poter dire di esseri svegli davvero. Come si traduce questa sensazione in musica? In uno dei momenti più belli dell'album: i riff non sono più aggressivi e nervosi come prima, sono più distesi e rilassati, avvolgono la canzone; la batteria anche, nonostante la doppia cassa sia molto presente e formi la struttura portante, ha scansato una certa veemenza in favore di un drumming leggermente meno opprimente e aggressivo. Il tutto però trova il suo punto focale nelle linee vocali di Mark Kennedy, le quali, riprendendo il ritornello, sono altrettanto distese e ariose, ma molto più solari rispetto a quanto ascoltato prima, aiutate anche da delle eteree backing vocals e dalle tastiere in sottofondo che marcano ancora di più il lato Power della proposta. Ora, svegli, a mente lucida e liberi dal sonno della ragione possiamo porci delle domande esistenziali (sì, ancora loro). L'introspezione sembra essere un argomento molto caro ai Damnations Day: "This is life/ Can I stop the bleeding?/ Who am I?/ Did I stop believing?/ When worlds collide and come alive/ To find the safest place inside/ Who am I?/ Did I stop believing?" Chi sono? Smetterò di soffrire? Troverò mai un posto sicuro in cui stare? Forse la risposta a queste domande porterà ad un risveglio vero e proprio, non solo metaforico. 

Diagnose

L'ultima traccia prende il nome di "Diagnose" (Diagnosi) ed è l'ennesimo brano che strizza l'occhio alle soluzioni da ballata. Dopo due tracce veloci ed energiche come le precedenti, risentire nuovamente un'introduzione sommessa e affidata alla chitarra acustica fa quasi male. Non perché sia una cosa negativa in sé, ma perché spezza di molto la tensione, vista anche la gran quantità di brani del genere all'interno dell'album. La voce di Mark non fa che adattarsi al tappeto di chitarre acustiche/classiche con la sua voce pulitissima delicata,  e quasi radiofonica. La prima strofa è molto atmosferica e crepuscolare, Mark prende anche alcune note molto gravi, ma già nella seguente l'atmosfera sembra cambiare lievemente: si aggiunge un'altra chitarra classica, in lontananza si sente il rumore del mare che contribuisce a dare quella sensazione di pace presente anche nelle linee vocali di Mark, qui alle prese con un ritornello, per così dire, ancora abbozzato. Verso il minuto e mezzo entrano in gioco le chitarre elettriche e la batteria, ma la chitarra acustica in sottofondo resta, facendoci capire che, anche con un suono più metallico, la canzone non cambierà molto le carte in tavola. I riff infatti sono avvolgenti e quasi sfuggenti, si limitano a costituire la struttura della canzone, la batteria invece risulta piuttosto convincente e variegata, lascia il segno molto più delle chitarre. Le linee vocali di Mark sono molto simili a quanto già ascoltato nel corso dell'album, quindi ricche di note alte e lunghissime che provano ad essere enfatiche ma che purtroppo risultano leggermente fastidiose e monotone a lungo andare. Una scelta che potrebbe essere giustificata dalle liriche, che, tanto per cambiare sembrano avere delle sfaccettare esistenziali e soggettive: "...I believe/ That you're tearing me from the outside/ I'm screaming higher." E ancora, nella strofa successiva: "Are you here to take me?/ Do you want to take me far away?/ Are you here to take me far away?" Anche questa volta il cantante si rivolge a qualcuno, ma anche questa volta è difficile stabilire chi sia questo "you". La prima cosa che viene in mente, almeno a me, è la figura di una donna, ma devo ammettere che con i succitati versi ho pensato anche alla morte... Entrambe le figure possono portarci lontano, ma in modi totalmente differenti. Purtroppo il testo non possiede altri elementi per provare una o l'altra teoria, ed è un piccolo difetto che colpisce quasi ogni singolo brano di quest'album, anche se c'è da dire che alla fin fine è la musica la cosa che conta davvero. In ogni caso, a queste due strofe segue il ritornello, il quale, ripetendo la stessa melodia che aveva proposto ad inizio pezzo, si inserisce senza che la canzoni cambi di molto ritmiche o riff: al suo posto potrebbe anche starci un'altra strofa e nessuno se ne accorgerebbe. L'assolo che segue invece è ben fatto e passionale, peccato però che dura pochissimo e dobbiamo accontentarci di quei pochi secondi. Al suo termine riappaiono le chitarre acustiche, e con la loro apparizione spariscono quelle elettriche: la canzone torna sui binari iniziali, voce di Mark compresa, ripetendo per l'ultima volta il ritornello, ma questa volta è contornato da delle tastiere in sottofondo, imitanti il suono degli archi, che danno un ulteriore tocco di delicatezza al finale. Il secondo album dei Damnations Day si chiude con questa traccia che, purtroppo però, è anche la più debole del lavoro.

Conclusioni

Tirando le somme, "A World Awakens" è un album strano. Strano perché, al suo termine, ci rendiamo conto di essere dominati da sensazioni fra di loro abbastanzacontrastanti. Se da un lato troviamo canzoni tutto sommato buone, moderne, potenti e pulite, dall'altro facciamo i conti con brani privi di mordente e a tratti monotoni. Uno dei problemi principali della band risiede nella confusione, segnalata nell'introduzione, riguardo al genere proposto dai nostri. Una confusione che emerge anche dall'ascolto dell'album, poiché il Power, il Prog ed il Thrash emergono spesso solo a tratti, facendo pensare al fatto che il gruppo abbia deciso di suonare di tutto un po' senza prendere una vera direzione. L'album viene citato, ad onor del vero, in molti siti specializzati in Prog e Power; tuttavia, la verità è che il Prog appare soltanto in una veste molto leggera sottoforma di cambi di tempo e d'atmosfera. Elemento che, secondo me, non basta per definire Progressive Metal una band, soprattutto se alla fine dei conti quasi tutte le canzoni risultano molto simili tra loro e tendenti a ripetere la solita forma / struttura. Senza contare poi l'intrinseca semplicità dei riff proposti, non certo impossibili e monocorde il più delle volte. Guitar work che, come già fatto notare più volte, si limita a dare un'impalcatura necessaria alla canzone, senza la quale ovviamente non si potrebbe andare avanti; il lavoro dei due chitarristi tuttavia non emerge mai, se non in episodi precisi. La sezione solistica soffre dello stesso problema, spesso e volentieri gli assoli sono brevi e incolori, anch'essi essenziali e nulla più. Se poi volessimo attaccarci al lato Power, beh, troviamo partiture e ritmiche veloci soltanto in 2 o 3 canzoni, il che non è certo tipico del Power. Inoltre, l'atmosfera generale dell'album è troppo malinconica e languida per poter pensare alla potenza, epicità e spensieratezza del suddetto genere. Comunque, senza stare troppo a vedere come etichettare o non etichettare questo lavoro, possiamo dire che si tratta di un generico Metal moderno caratterizzato dall'essere, alla sua base, molto melodico. Di pregi ce ne sono: la sezione ritmica non è niente male, la batteria ogni tanto riesce a proporre dei pattern piuttosto interessanti che riescono a dare più spessore ai brani, così come la voce che - come segnalato più volte nel corpo dell'articolo -è la vera protagonista dell'album. Mark sa cantare per davvero, riesce a mostrare più di una sfumatura, ora è più aggressivo, ora è più delicato ecc... I brani sono costruiti intorno alle sue linee vocali: i riff sembrano dipendere da esse, gli assoli sembrano dipendere da esse... tutto sembra messo a sua disposizione. Il che denota la bravura e la centralità di Mark, ma è anche vero che ciò potrebbe risultare un'arma a doppio taglio, in quanto si potrebbe avere la sensazione di ascoltare un lavoro incentrato su un membro soltanto, un lavoro in cui anche la produzione privilegia la voce oscurando un po' gli altri strumenti (il basso è quasi inudibile per esempio, ma è una cosa così comune da non risultare neanche un vero problema). Un altro punto a favore è legato sempre alla voce, molte linee melodiche e ritornelli risultano piacevoli e riusciti: la cosa strana è che non sono propriamente catchy, ma in qualche modo, e dopo più di un ascolto magari, riescono ad entrare in testa. Questo fa sì che ci siano delle tracce molto buone all'interno dell'album, anzi, a dirla tutta tutte le tracce sono buone. A parte l'ultima canzone, non ci sono veri e propri cali o canzoni davvero brutte, ogni brano ha in sé una melodia, un bridge o un ritornello che riesce a rendere la canzone piacevole o anche più che piacevole. Purtroppo però, nello stesso tempo, questo rende il lavoro un po' piatto e privo di sorprese, visto e considerato che, inoltre, quasi tutte le canzoni hanno lo stesso umore un po' malinconico e drammatico. La mancanza di sorprese fa addirittura tirare un sospiro di sollievo quando arrivano brani come "The Idol Counterfeit" e la title-track (tra i veri highlights del disco), in cui finalmente si sentono dei riff più efficaci e più interessanti. Il sospiro di sollievo è positivo, ma in un certo modo è negativo il fatto che ci sia, in quanto è testimone di una situazione in cui ce n'era bisogno, una situazione che rischiava la stagnazione. "A World Awakens" è un album strano... nonostante le canzoni prese singolarmente siano tutte buone, non riescono a far spiccare il volo all'album. I Damnations Day hanno sicuramente le capacità per creare belle canzoni, le quali riescono ad unire più caratteristiche stilistiche, ma forse devono ancora raggiungere una maturità compositiva che gli permetta amalgamare un "tutto" in un modo più efficace e che faccia incuriosire davvero. Ad ogni modo, è soltanto il loro secondo album, il tempo per migliorare c'è; così come le qualità e gli elementi per farlo.

1) The Witness
2) Dissecting The Soul
3) Colours Of Darkness
4) I Pray
5) Into Black
6) To Begin Again
7) The Idol Counterfeit
8) A World Awakens
9) Diagnose