CORONER

The Unknown Unreleased Tracks 1985-95

1996 - Indipendente

A CURA DI
ANDREA MARTELLA
07/09/2018
TEMPO DI LETTURA:
5

Introduzione recensione

Oh voi che salutate con rispetto la fascinosa, nonché enigmatica ed oscura materia...ben ritrovati. Siamo nel 1996 ed è passato solo un anno da ciò che abbiamo definito un ulteriore esempio di grande capacità artistica, difatti all'interno della compilation matriosca Coroner, con immensa letizia, abbiamo goduto di una nuova scarica di indottrinante acume intellettivo profuso dal lungimirante genio del trio confederato. A consolidamento della tesi appena divulgata, con raziocinio, basterebbe aver memoria delle emozionanti cavalcate riproposte con efficace valenza e quest'ultime, talvolta attraverso l'utilizzo di inconsuete vesti come la techno-logica versione di Grin e la cover, della cover, di una I Want You (She's So Heavy) dal gusto ska. Per chiudere il cerchio filologico e con effetto per l'appunto a matriosca, il mini album magicamente amalgamato alle restanti opere composto da sette nuove testimonianze. Intanto, seppur nel bel mezzo di un preoccupante vuoto creativo, il mondo non placa il suo incedere e Madre musica in compagnia di un debilitato Padre metallo continua la procreazione di figli non sempre riconosciuti, tant'è che migliaia di chilometri più in là rispetto alla confederazione elvetica, ovvero in America e più precisamente nella città di New Jersey, gli Overkill rilasciano "The Killing Kind". Nonostante la dipartita del duo storico Cannavino-Gant alle chitarre, con l'entrata in scena di Joe Comeau e Sebastian Marino il risultato diviene comunque interessante. Ad onor del vero il sound vira su dinamiche più groove, tuttavia il summenzionato apporto, di ottima fattura, riesce a non far gridare allo scandalo, in virtù di trascinanti tappeti musicali e di ottime parti corali, quest'ultime più in evidenza nella costruzione delle tracce. Oltre all'appena citato album, gli stessi, assemblando la cover del gruppo canadese The Subhumans, poi scelta come significativo titolo per la release, raccolgono momenti live e momenti estrapolati dalla propria discografia, consegnando alla critica la compilation "!!!Fuck You!!!...and Then Some". Spostandoci esattamente nella parte opposta dell'immensa unione di stati, a Los Angeles, gli Slayer decidono di cimentarsi in un progetto particolare, difatti l'uscita di "Undisputed Attitude", concentrando cover di pura energia punk e tre nuovi episodi, assegna agli ascoltatori dalle radici fortemente accusatorie verso la società consumistica...e non solo, un prodotto non del tutto da ricordare. Gli inediti "Ddamm" e "Gemini" non lasciano assolutamente il segno per noia e lentezza, mentre "Can't Stand You", scritta a metà degli anni ottanta e mai usata per l'estrazione fortemente punk, oltre a regalare un assolo degno di un gruppo da ricordare anche per questa peculiarità, risulta velocissima, incisiva e prepotentemente azzeccata. Sempre immersi nel sole californiano, ovvero nella città del Golden Gate Bridge (San Francisco), i Testament raccolgono il meglio dal proprio periodo di maggior successo e per sigillare la chiusura contrattuale con l'etichetta Atlantic, producono, per la gioia dei fans, "The Best of Testament". Risulta differente il discorso per i vicini canadesi Annihilator, difatti dopo l'insufficiente "King of The Kill", il fuoriclasse Jeff Waters, in compagnia del solo Randy Black a scandire il tempo e delle sporadiche apparizioni del chitarrista solista Dave Davis, occupandosi anche delle linee vocali e del basso dà alle stampe "Refresh The Demon". L'appena menzionato prodotto, indubbiamente superiore al precedente, evidenzia il quasi logico ammodernamento stilistico ad opera dell'ingegnoso fondatore ed in virtù di componimenti degni di nota come la title track, può essere considerato a tutti gli effetti un buon lavoro. Anche l'Europa non resta a guardare ed in Germania Sodom e Kreator, unendosi in "raccolta" ai colleghi, rilasciano rispettivamente "Ten Black Years" e "Scenarios of Violence". Leggermente più in là attraverso le dimensioni del tempo, tra le mura della fortificata città svizzera di Zurigo, il nostro funzionario pubblico si appresta a mostrare l'unico neo di una carriera semplicemente perfetta. "AncoraThe Unknown (Unreleased Tracks 1985-95)", seconda compilation dei nostri amati, seppur nonAncora verrà ricordata come l'ennesima espressione artistica di un gruppo formidabile, presentandosi nel formato dal nastro color marrone, regala, in virtù del lavoro di Sys.gfx e la clamorosa lungimiranza di Marky, una copertina molto interessante. Come fosse la prima pagina di un quotidiano, attraverso colorazioni di arcaica memoria bianche e nere, fotografa il nostro protagonista in procinto d'opera, difatti nel taglio medio e presumibilmente sul lettino di un'ambulanza, il cadavere di un malcapitato si appresta al trasporto nello studio del nostro amato primattore, quest'ultimo supportato da un collega. Ovviamente, sopra i due capi, la testata riporta il nome della band e nel taglio basso, a chiudere un'avvincente facciata, il titolo del manufatto. Purtroppo, come anticipato, la musica non presenta notevoli spunti su cui riflettere, poiché il lato A del prodotto, quest'ultimo composto da tracce  remixate già presenti nei precedenti album e composizioni inedite simili ad ambient music, non può considerarsi sufficiente per i soli due componimenti estrapolati da "Death Cult" con il supporto vocale dell'immortale Tom G. Warrior. Il lato B, d'altro canto, è suffragato da testimonianze in presa diretta e, più precisamente, tratte dal "Live at the Coroner Funeral" del 29 settembre 1995 all'Atelier Stern Brut della stessa Turicum (Zurigo). Autoprodotto dalla stessa band, voliamo all'interno di una parentesi di vita composta da sfumature poco chiare e, ad onor del vero, molto probabilmente tenute nascoste per validi motivi.

Oriental Vortex

Ho sempre trovato geniale il metodo attraverso il quale il nostro funzionario pubblico ha sempre  modellato trame intricate, difatti Oriental Vortex (Vortice Orientale) sembrerebbe portare alla luce l'ennesima buona riuscita, poiché grazie a capacità sensoriali sempre in primo piano, il presente componimento si accosta alle plurime "parentesi" artistiche già incrociate lungo il fantastico percorso intrapreso dai cavalieri erranti sin dall'alba dei tempi con R.I.P.. Attraverso una manciata di secondi, quest'ultimi rigorosamente ambientali e assolutamente distensivi, veniamo effettivamente trasportati all'interno di un vortice emozionale e senza proferir parola, inermi ed in stato catatonico, lasciamo che tutto proceda come da copione. Le primissime sfumature dipinte da sillabe orientali, subito seguite da rilassanti campane, lasciano spazio ad una trama sintetizzata magistralmente e questa, con ipnotici risultati, risulta in grado di estraniare momentaneamente il nostro spirito dal corpo. Ancora avvolti da magnetiche, nonché fluttuanti esplosioni umorali, veniamo completamente invasi dalla certezza per cui, il capolavoro in questione, avrebbe potuto vestirsi da pregiato arazzo per moltissime testimonianze presenti nei lavori precedenti ed estremizzando il concetto, se dilatata nel tempo, avrebbe facilmente brillato di luce propria.

Der Mussolini (DAF cover, remix)

La seguente pillola ad essere ingerita con estenuante attesa, tuttavia non risulta essere motivo di gaie aspettative, poiché Der Mussolini (Il Mussolini), composta originariamente da un paio di accordi musicali in forma elettronica, qui viene riproposta senza testo e considerando quest'ultima una parte fascinosa del tutto, non resterebbe molto altro da dire. Ad onor del vero, considerando la lungimiranza del trio elvetico, risulta assolutamente difficile percepire il significato di tale produzione, nonostante si tratti di un prodotto non del tutto ufficiale. Difatti le dissonanti pizzicate iniziali, prodotto del sintetizzatore, divengono il tappeto su cui poggiano le (uniche) note della traccia dipinte dalla chitarra registrata del barone Vetterli e senza mostrare altre facce, la musica elettronica proposta scorre inalterata, quasi, per l'intera sua durata. Gli ultimi sintetizzati secondi espressi senza l'apporto dell'alfiere delle sei corde, sono in grado di mostrare uno squarcio di vita post apocalittica, dacché le variazioni risultanti dal lavoro computerizzato, quest'ultime forse manifestatesi sinteticamente, riescono nell'intento di far sembrare tutto autonomamente eseguito. L'aspetto musicale appena citato, estrapolato al contesto, oltre a distinguersi per creatività, accresce le perplessità sul reale motivo per cui, lo spazio in questione, non sia stato maggiormente lavorato.

Octopus

Ancora una volta è la scelta ambientale a dettare legge a sipario alzato, in virtù dei rilassanti moti ondosi subito incontrati e dei dissonanti accenti che ci accompagnano, in egual maniera, sino al termine dei due minuti scarsi che compongono la traccia. I dissonanti accenti appena citati, ad onor del vero, all'orecchio di chi vi scrive parrebbero essere note vuote, quest'ultime suonate nella parte superiore del manico della chitarra funzionale all'accordatura, tuttavia non avremo mai la certezza di tale impressione. Effettivamente, il gioco tra il mare e la cacofonica dinamica, disegna il movimento del tentacolare amico indicato nel titolo, sennonché Octopus (Polpo), francamente, non trova nello spazio e nel tempo una logica collocazione. Nonostante sforzi al limite dell'umano, questi simili ad infinite scalate verso il nulla, diviene impossibile comprenderne il significato, dacché risulta assolutamente al di fuori di ogni aspetto funzionale alla musica. Quello che potrebbe essere definito come un "esperimento", difficilmente troverebbe corso nella discografia dei nostri e molto probabilmente, l'estrema esigenza volta a continuare questa splendida storia, potrebbe risultare l'unica motivazione per aver reso possibile questo mastodontico errore.

Old Man Bickford (feat S. W. Bouroughs)

Completamente presi in contropiede ed assolutamente esterrefatti, ad accoglierci è un tappeto dalle fattezze jazz il quale, somigliante all'incedere di un musicista ubriaco, trova compagnia nella figura di William Seward Burroughs II. Nato nel 1914 a St Louis (Missouri), Burroughs è stato uno scrittore e artista visivo americano, inoltre era considerato come un esponente della Beat Generation ed un notevole autore postmodernista. "The Place of Dead Roads" è un romanzo del 1983, il secondo libro della trilogia che inizia con "Cities of the Red Night" del 1981 e si conclude con "The Western Lands" del 1987. È proprio dal primo titolo appena menzionato che, con fattezze anch'esse simili ad avvinazzati soggetti, viene estrapolata una registrazione del buon vecchio William intento a personificare il manoscritto. Quest'ultimo, utilizzando la vasta conoscenza dello scrittore sulle armi da fuoco, risulta essere un racconto sulla storia di un pistolero gay nel West americano e come se non bastasse, fuso con temi contrastanti ed episodi di viaggi nel tempo. Tuttavia, seppur riconosciuta la massima valenza dell'autore, tutto appare insignificante e privo di senso tanto da rendere Old Man Bickford (Il Vecchio Uomo Bickford), un passaggio obbligatorio del quale avremmo fatto volentieri a meno.

S.W.A.T.

La S.W.A.T. (Armi Speciali e Tattiche), in origine chiamata Special Weapons Assault (Assalto d'Armi Speciali), nasce negli anni sessanta in California (contea di Kern) e più precisamente a Delano ad opera di William H. Parker, capo del dipartimento di polizia di Los Angeles. Il termine, ovviamente, è usato negli USA per indicare particolari unità di polizia in grado di portare a compimento imprese ad alto rischio, come operazioni anti-terrorismo, salvataggio di ostaggi e antisommossa. Questa doverosa premessa, in realtà, è stata possibile a causa della mancanza di vere e proprie argomentazioni su cui trattare all'interno dei due minuti componenti il "brano", infatti la sola ed unica dinamica, sintetizzata ad onor del vero in maniera costruttiva e capace di rendere frenetica la percezione nel suo insieme, resta l'unica cosa su cui porre un flebile accento. D'altro canto, seppur "agitati" come fossimo nel bel mezzo di una pericolosa operazione, l'insieme di numeri e parole raccolte da fittizie comunicazioni radiofoniche non consegnano nuovo materiale interessante e la conclusione della traccia, fortunatamente, si palesa come l'unica buona notizia. Ovviamente, anche in questa circostanza, diviene oltremodo difficile pensare ad un inserimento logico nei precedenti capolavori, dacché le argomentazioni trattate in passato, seppur possano considerarsi "parenti", non troverebbero in nessun modo un filo conduttore rispetto a ciò che è presente in questa traccia.

Theme for Silence (Original Version)

Magicamente, seppur per pochissimi secondi, il tanto amato didgeridoo presente nel caposaldo avanguardistico del prog thrash, ovvero Grin, si ripresenta a suon di ossigenazioni emesse dal gran lavoro di Chatfield, fortunatamente per regalarci attimi di sollievo considerando i pochi contenuti generali. Difatti, se dovessimo considerare il summenzionato strumento come viatico rigenerativo al pari delle sue parallele funzioni, il risultato ne diviene una splendida cura non solo per il protagonista della traccia. Senza alcun dubbio, la sostanza rilevabile da questo ponte ancestrale pressoché identico a ciò che abbiamo apprezzato nel sommo "sogghigno", eccezion fatta per alcune dinamiche respiratorie figlie della potenza di Tim, è riconducibile al concetto per cui il silenzio possa valere più di mille parole. A questo punto, con sublime arguzia, le menti dei nostri hanno reso possibile qualcosa di incredibilmente lungimirante, ovvero creare un Theme For Silence (Tema Per il Silenzio) e considerando i plurimi sproloqui in grado di soffocare il mondo, il componimento in questione può vestirsi come immaginifica cura. Infatti l'impervio percorso intrapreso dall'immaginario protagonista, in questo componimento giunto alle porte della consapevolezza, viene rimarcato attraverso il maestoso utilizzo dello strumento sopra citato, dacché le melodie adottate, vestite da armoniose stoffe oltremodo leggere, aiutano in questa manciata di secondi il nostro primattore ad aprire l'uscio tanto agognato.

Grin (No Religion Remix)

Dopo sporadici raggi di sole, viene riproposta la versione elettronica di un componimento a dir poco stupendo, quest'ultima già apprezzata nella precedente compilation e qui "invitata" in veste esclusivamente musicale. Una scattante trama piena di effetti espansivi, questa risultato delle abilità  fantastiche di Baron, introduce ciò che diverrà il mood dell'intera opera, poiché la prestazione del rossocrociato Paolo Fedrigoli, marchierà in forma sintetizzata la scena. La sostanza, nonostante le dinamiche prettamente techno, risulta riconducibile all'originale, tant'é che i selciati rigorosamente thrash divulgati dal pizzicatore delle sei corde, riescono a costruire un muro equivalente al Grin (Sogghigno) tanto apprezzato nella sua forma primaria ed in grado di combattere le avversità poste in essere dalla vita. In questa trasposizione, seppur non venga decantata la filosofica parola, nell'aria persiste comunque il concetto per cui le summenzionate difficoltà si manifesteranno sempre e l'immagine evidenziata dalla seconda parte del titolo della traccia, ovvero Nails Hurt (Le Unghie Fanno Male), nella sua forma così lapalissiana aiuta a non dimenticarlo. Sopra questo funzionale tappeto emotivo, un veloce accento techno thrash introduce il refrain coadiuvato dai drappi d'altri tempi del barone e lasciato quest'ultimo, le tenebrose vie battute dall'animo scorbutico del sintetizzatore, magiche nel loro incedere, disegnano ciò che nel primordiale arrangiamento si adagiava per supportare il ritornello. Sempre immersi nelle evoluzioni iniziali il componimento continua la sua missione, dacché il messaggio portato alla luce dalle intricate evoluzioni psicologiche del nostro pensatore, per quanto, come già ampiamente sottolineato, non venga divulgato, prende comunque forma attraverso le iperboliche evoluzioni musicali proposte dal combo. Ad onor del vero, la digressione appena sviluppata risulta facente parte di un metodico sistema adottato dai nostri, poiché, lungo tutto il percorso, le indiscusse facoltà nel dipingere stati d'animo sempre simbiotici rispetto alle melodie, ha sempre reso possibile la fruizione della sola linea partorita dagli strumenti nelle mani del funzionario pubblico. Fatte le dovute precisazioni, dopo un nuovo assaggio del rigenerante refrain, le apprezzabili metodiche tecnologiche, prendendo per mano l'attento ascoltatore, lo accompagnano fino al termine della costruzione e i piccoli ed apprezzabili inserimenti vocali di Paul Degayler, qui tenuti scrupolosamente, senza la consueta mitragliata finale mettono la parola fine all'ennesima grande produzione. Una piccola chiosa finale risulta d'obbligo per il binomio thrash-techno, difatti quel maestoso lavoro sviluppato dal connazionale Fedrigoli, per l'esattezza proveniente da Lugano e in grado di rendere mai scontato un lavoro facile da far cadere nel ridicolo, rende fruibile il prodotto grazie alle sue avvincenti intelaiature, queste saldate con grande capacità "metallurgica" alle complesse forme artistiche promosse dai nostri.

Twenty Eight

Twenty Eight (Ventotto) credo possa risultare inutile anche al più introspettivo amante della riflessione presente sulla terra, infatti l'uso sicuramente "pensato" del triangolo, in questa testimonianza, è in grado di creare sensazioni opposte rispetto alle palesi volontà del trio svizzero. Qui, nonostante l'utilizzo di fantasie non riconosciute all'umanità, è veramente impossibile capire anche solo il motivo della creazione di questa condanna, poiché, pensando e ripensando alle ineguagliabili compagne d'avventura, la traccia non trova in nessun modo una razionale collocazione temporale. Difatti l'azione perforante del succitato componente orchestrale, nel presente incubo utilizzato come arma distruttiva, oltre a diventare pericolosa per lo stato d'animo, annulla la percezione della realtà ed ipnotizzando il nostro lato più oscuro, l'ascolto andrebbe raccomandato intrappolati in ambienti sicuri e sigillati. Sinceramente credo che tali esempi fossero ben celati al prossimo, dacché inevitabilmente scritti in momenti indirettamente proporzionali alla musica e senza fallo, risultanti il prodotto di allegorici momenti di pura follia. All'interno dei quasi tre minuti, ripeto...quasi tre minuti, il "nulla" tanto caro al film dell'84', ovvero "La Storia Infinita", si auto incorona per poter essere facilmente detronizzato istantaneamente ed ovviamente mai e poi mai, potrebbe essere considerata, né un'introduzione, né un tema a se stante.

Time Vortex - Back To '88

Con Time Vortex/Back To 88' (Vortice Del Tempo/Ritorno All'88) continua il nulla di fatto, tant'é che lungo tutta la traccia, poco più di due minuti, le ormai frequenti scelte ambientali qui riproposte in maniera monotematica, non aggiungono assolutamente niente. Le uniche "note" da ricordare vanno ricercate nei primi e negli ultimi secondi, poiché la trama iniziale, tessuta dal basso di Royce in perfetto stile flamenco, oltre ad essere menzionabile perché veramente molto piacevole, accresce i dubbi sul reale motivo per cui non sia stata sviluppata. Infatti, regredendo nel tempo, la performance adottata dal pregevole custode delle anime potrebbe fondersi con testimonianze passate e giocando con la fantasia, in questo caso con vesti purificate, l'integrale sviluppo del tema in questione avrebbe potuto personificare un componimento a se stante. Per quanto concerne la parte conclusiva, la sensazione estasiante ricreata sinteticamente, poteva trovare evoluzioni più ampie lungo tutto l'episodio tanto da farci credere, un po' forzatamente, nella qualità della stessa adoperata come introduzione. Onestamente, considerando l'insieme proposto, due miseri "accenti" risultano scarsi per rendere anche solo fruibile codesta nenia, tuttavia, conoscendo il valore dei cavalieri elvetici, diviene spontaneo rimarcare la sensazione per cui avremmo potuto parlare di qualcosa di speciale.

Spectators of Sin

Fortunatamente la potenza del sole difficilmente può essere placata, tant'é che direttamente dal fondamentale demo Death Cult, viene incastonata una gemma pura come la freschezza cristallina dell'acqua, proprio come fossimo tutti Spectators of Sin (Spettatori del Peccato) appena promosso. Introdotta da un frammento poliziesco radiofonico, inizia la sua fortificante cavalcata su registri simili al gruppo per cui il nostro funzionario pubblico ha prestato servizio prima di cominciare la propria intensa attività, ovvero i connazionali Celtic Frost. A completare un impareggiabile insieme di emozioni, col suo proverbiale bagaglio sulfureo, proprio Tom G. Warrior, cantante e autore della lirica. Dopo una prima testimonianza frostiana viene subito mostrato ciò che si ergerà quale stemma di famiglia, ossia quel moto ondoso, ad onor del vero ancora acerbo, che i virtuosismi di Baron e del duo Marquis-Royce produrranno soprattutto nei seguenti R.I.P. e Punishment for Decadende. Riconsegnati ai dettami originariamente partoriti, la voce del summenzionato ospite infrange il muro del silenzio attraverso epiche similitudini, difatti il peccaminoso, nonché millenario scontro fra religioni, questa volta viene descritto come fosse al suo stadio finale e tra innocenti spettatori non paganti, il lato oscuro forgiato nelle fiamme infernali sembra avere la meglio. Ovviamente, il componimento, si snoda sui fraseggi inconsciamente dettati dai capiscuola di un certo genere, ovvero quel primordiale thrash dei succitati connazionali capace di colorare le liriche del guerriero e quelle dinamiche tecnicamente prodotte dalla lungimiranza del combo, quest'ultime in grado di riempire con tonalità accese i momenti privi del surreale racconto. Sempre sui selciati musicali appena descritti, tra finte lacrime solenni, i soggetti religiosi capaci di tenere in scacco l'umanità cominciano l'irrefrenabile caduta. A questo punto un affascinante parentesi abbraccia il fortunato fruitore di note, infatti, utilizzando cadenze molto simili al doom, con accenti ben evidenziati da campane funeree, l'indottrinante lirica di Tom scuote il cielo, dacché la vittoria del nero maestro, dopo secoli dipinti nella menzogna, risulta inevitabile. Completamente assorti tra scambi, molto probabilmente, un po' noiosi per la loro ripetitività così prolungata nel tempo, un piacevole stacco rende possibile l'incontro col solitario spazio del nostro fidato alfiere delle sei corde. Quest'ultimo, trattandosi della prima traccia del demo citato in apertura, si presenta al mondo in forma assai prolungata e tra originari tecnicismi di stampo metal, risulta subito palese ciò che di maestoso troveremo lungo i successivi lavori. Al termine di questo primo emozionante sviluppo emotivo, un ultimo suggestivo stacco ricollega il tutto alle sonorità incontrate ad inizio opera e senza aggiungere materiale su cui dibattere, nonostante risulti ancora evidente il guscio intorno alle geniali menti rossocrociate, il primo episodio termina con la convinzione per cui l'impegno del nostro funzionario pubblico verrà ricordato nel tempo.

The Invincible

La potenza irradiante della stella madre, quest'ultima meticolosamente in grado di dare la vita, non si placa ed è proprio grazie a questa particolare virtù che The Invincible (L'Invincibile), sempre facente parte del primo indispensabile demo, continua la sua opera di abbellimento. I primi battiti sembrano provenire direttamente dal cuore sabbatiano, infatti la pesante lentezza che accompagna gli ascoltatori riesce a personificare Tony Iommi e soci. Su questa base la voce del guerriero, anche in questo caso autore della lirica, si presenta con il solito fare accattivante ed evidenziando l'eterna capacità nel smascherare le falsità sempre presenti nelle tradizionali religioni, inizia la personale lode nei confronti dell'infernale presenza. Come nel precedente episodio, il componimento vive su una particolarità ben precisa, ovvero le dinamiche riconducibili ai più tradizionali gruppi e generi metal, vengo intervallate da quelle intelaiature capaci di forgiare definitivamente il technical thrash, quest'ultimo, effettivamente, caposaldo del nostro amato funzionario pubblico all'interno delle prime sue testimonianze. Il duetto può così prender forma e gli sviluppi thrash, conclusi dai virtuosismi di Baron, non si lasciano attendere neanche questa volta. Ritrovati gli stilemi iniziali, la fermezza posta in essere dalla timbrica di Tom diventa risolutiva, infatti, non dimenticando le atrocità commesse da vigliacchi seguaci esperti nell'incoronare finti re, dipinge attraverso l'utilizzo di metafore molto incalzanti la venuta di colui che, impugnando la spada creata dalle menzogne, annienterà l'effettivo male patito dall'essere umano. Dopo uno stacco in pieno stile Coroner, il solitario spazio del primordiale alfiere delle sei corde diviene suo fedele aiutante, difatti a suon di iperboliche elaborazioni e qualche sfumatura neoclassica, ci conduce al fatidico giorno del giudizio. Lasciata solo per un attimo la dolce via della purezza, i dettami originari si impossessano nuovamente dello spazio circostante e sopra queste vie battute dalla voglia di ridipingere il mondo in modo notevolmente diverso da tutto ciò che lo ha colorato prima, l'importante voce del guerriero detronizza il falso imperatore. Ancora una volta impietriti dai cambiamenti umorali dettati dalla linea dell'opera in questione, ad onor del vero anch'essa troppo lunga e ripetitiva, i medesimi contenuti fatti nostri all'inizio si ripetono per essere scolpiti nella memoria del tempo e quando tutto sembrerebbe volgere al termine così come ci è stato presentato, un ultimo stacco, prepotentemente, si impossessa dei nostri corpi. Questa volta impietriti per la solitaria entrata in pieno regime thrash di Baron, tutto diventa chiaro una volta divenuto tutt'uno con il muro eretto da Marquis-Royce, difatti percepito il reale potere di questa magica pergamena, il filosofo e portavoce si prepara a sferrare l'ultimo decisivo attacco. Sopra l'indistruttibile selciato appena citato, la forza della spada forgiata nel peccato compie il proprio destino e dopo un solenne coro innalzato dal gruppo nella sua interezza, quest'ultimo inneggiante l'"invincibile" protagonista, improvvisamente e a compimento del tutto trova la meritata fine.

Benways World

A conclusione del primo lato ritroviamo la versione originale di ciò che abbiamo conosciuto nel precedente lavoro, ovvero Benways World. Sperimentata come un insieme di parole intricato e spesso al contrario, qui, seppur rimanga inalterata nella sostanza, viene allungata la sua durata, tuttavia, nonostante l'apprezzato effetto simile ad un battito cardiaco già avvertito dianzi, il risultato diviene quasi inquietante, tanto da farlo sembrare estrapolato da un film dell'orrore. Ovviamente l'intenzione non è volta a cambiare radicalmente opinione sul componimento, però, forse in balia di moti pessimistici nei confronti dell'intera opera in questione, anche il menzionato brano si veste di interrogazioni. Difatti se nella precedente disamina poteva essere tradotto come una sorta di rinascita spirituale, quest'ultima con soggetto principale il pubblico ufficiale, inserita in questo contesto potrebbe essere percepita come una lenta agonia. Ad onor del vero, il mancato inserimento di un testo capace di fugare i dubbi sulle parole e sulle frasi utilizzate, in questo caso, trattandosi di una dose raddoppiata, avrebbe portato sicuramente a conclusioni diverse, quest'ultime, come detto in apertura, non completamente opposte rispetto all'efficacia mostrata nella compilation Coroner, tuttavia oltremodo positive rispetto al sentimento riscontrabile senza la loro esistenza.

Golden Cashmere Sleeper (part 1)

La serata, nella cittadina svizzera, continua con la riproposizione di quel fantastico componimento reperibile nella compilation precedente, ovvero Golden Cashmere Sleeper Part 1 (Dormiglione Dorato In Cashmere parte 1), in questa circostanza non accompagnato dalla seconda parte. Il funzionale apporto di Stoessel, in virtù delle ipnotiche ed inquietanti trame espresse, ci proietta istantaneamente nella cervellotica mente del duo inventore Marquis-Vetterli e quando quest'ultimo unisce le sue inquisitorie pizzicate al tappeto sintetizzato, la stessa eccitazione si ripresenta nella sua forma più pura. La miscela creata con metodiche scandite dall'anima, viene subito raggiunta dalla lettura maniacale del signore del tempo e quando il custode dell'infinito Ron riassesta l'equilibrio, la paralizzata presenza dei fortunati fruitori di note può cominciare il viaggio surreale. Attraverso una proposta del tutto fedele alle quattro mura domestiche, l'introduzione posta in essere dai quattro funamboli, rivestendo le amate intelaiature progressivamente thrash, definisce, inequivocabilmente, l'onirico ed angosciante percorso. Le splendide sequenze sfumate dalla perentoria abilità dell'alfiere delle sei corde, purtroppo come già sottolineato senza la reperibilità della lirica del pensatore Marky, rinvigoriscono la dominante voce del messaggero dal violaceo mantello e grazie alla sagacia adottata nel vestire abiti non propri, la visione onirica travolge definitivamente le perdute presenze. A questo punto, per allentare la morsa viscerale e con acume mai scontato, le ordite trame del nostro amato pizzicatore introducono quello che potremmo definire ritornello e nonostante la visione annetta particolari modulazioni psychedelic rock, il turbolento sogno divenuto presenza avviluppante tra i presenti, nella maniera più assoluta, si allontana dal focus primario dello sconvolgente miraggio. Ricondotti sui pericolosi binari incrociati ad inizio opera, il maestoso gioco ipnotico continua e ormai spinti in una profonda fase R.E.M., grazie alla perizia del combo, viene rimarcata la destrezza musicale nel gestire momenti umorali di diversa natura. Proprio su questa differente gestione compare nuovamente l'arioso ritornello e per sollevare ancor più dall'incessante incubo, condotti in un formante limbo, il solitario spazio proposto dall'alfiere si manifesta. Infatti, sulle prime, con sfumature heavy contrassegna il risveglio letargico, mentre, sviluppata l'enorme energia, con l'ausilio di dinamiche progressive, quest'ultime fuse con le appena citate sfumature, permette di comprendere il pericolo presumibilmente appena scampato. Nuovamente, come a voler definitivamente accentare l'illusorio sollievo, il ritornello decanta l'ultimo atto, nondimeno, in questa circostanza, la rinnovata comparsa del mutaforma Stoessel, basilare per le complesse emozioni insite nel componimento, investe con infausto metodo il concetto verosimilmente nascosto nella favella, ovvero l'abissale torpore compagno fedele del personaggio principale, non cela un semplice incubo ma...il suo perenne sonno

Divine Step (Conspectu Mortis)

Qui, molto probabilmente per la gioia degli attenti fruitori di note, inizia la testimonianza in presa diretta del concerto tenuto fra le mura di Turicum (Zurigo) il 29 settembre 1995, tuttavia, trattandosi di una autoproduzione, il risultato non è assolutamente dei migliori, ovviamente, non per la prova dei nostri ma, per l'appunto, a causa della risoluzione audio. Ad aprire i battenti, con gioia infinita, è quel capolavoro contenuto nell'immenso Mental Vortex, ovvero Divine Step-Conspectu Mortis (Passo Divino-Prima della Mortee a completare l'organico, alle tastiere, Dani Stoessel. Sfortunatamente tutto comincia senza la splendida sequenza tanto abile ad immergerci all'interno dell'ormai famosa sala operatoria, ciononostante, dopo il perfetto attacco del signore del tempo Marky, la sublime magnificenza si manifesta per portare a compimento la sua opera attraverso la medesima accuratezza esecutiva riscontrabile nel prodotto registrato in studio. Subito le dinamiche rigorosamente thrash incontrano il piacere non solo degli avventori e ad unirsi all'appena menzionato funambolo, le capacità del custode delle nostre anime Royce in comunione con le pizzicate dell'alfiere delle sei corde Vetterli. Il passaggio dimensionale vissuto dal malaugurato protagonista, quest'ultimo in attesa del definitivo trapasso ed immobile all'ascolto, diviene la completa traduzione del lungimirante pensiero proposto dall'irreprensibile messaggero dal violaceo mantello, poiché il resoconto delle azioni compiute in vita dallo sciagurato, evidenziate dall'ultimo battito cardiaco, definiscono i suoi ultimi istanti terreni. La funzione indottrinante dell'ambasciata, oltremodo schietta e adeguata alla situazione non cessa, dacché il momento appena vissuto, sottolineato come l'inizio di un profondo riscatto, annulla le barriere dello sventurato trascinandolo nell'abisso. Su queste dinamiche umorali, avvolto da infauste sensazioni e concentrato nella supplica, il contenuto della parola espressa dal nostro amato portavoce comprime ulteriormente lo spirito del primattore, poiché, senza abbandonare le caratteristiche vie old school, la ricerca del perdono, ormai assolutamente fuori tempo, risulta inefficace, là, dove la vita è cessata. Ormai sprofondato nel baratro e senza appigli su cui poggiare le ultime forze, lo sciagurato protagonista attende l'eterna soluzione, ovvero l'ultimo saluto alla sua mortale carcassa perché possa il suo spirito raggiungere la pace. Quest'ultima non facile manifestazione propone le nostre anime al sognante ritornello ed in virtù della grande abilità doppiamente marcata dal signore del tempo con evoluzioni rigorosamente thrash, sopra le variopinte sfumature dell'acrobatico barone, il messaggero Ron, recapitando la missiva del filosofo, consegna ai fortunati fruitori di note due rilevanti interrogazioni, ovvero l'effettiva esistenza del "divino" e quale sia la reale attribuzione al verbo "peccare". L'imperscrutabile portavoce, faccia a faccia col poveretto, ponendo l'accento sulla mancanza di una seconda possibilità e consolidando la veridicità del momento vissuto, lo spinge al completamento di un passaggio temporale di non facile esecuzione e quest'ultimo, riproposto il ritornello ed ormai privo di energie psichiche, si domanda se la meta diverrà una piacevole sorpresa, oppure, considerando l'insieme delle sue azioni, verrà eternamente condannato. Ovviamente ignaro su ciò che lo accoglierà, il passaggio successivo di floydiana memoria creato dai drappi di inestimabile valore tramati da Baron, accompagnano la spirituale transizione per pochi attimi e la riproposizione delle particolari sensazioni precedentemente ascoltate, aprono definitivamente la via al solitario spazio. Difatti per evidenziare l'emozionante cammino, ad onor del vero consci delle infinite peculiarità del nostro pizzicatore, a rivelarsi è un frenetico assolo pieno di momenti schizoidi, i quali, sul finire, si snodano con fare più avveduto, con tessiture old school e con una precisione eguale alla versione in studio. Ricondotti ai principi originariamente incrociati, la maestosità del componimento chiude la sua imponente marcia e seppur non venga resa nota la destinazione tanto agognata dal nostro protagonista, l'evidente certezza sulla morte rimane l'unica inconfutabile verità.

Status: Still Thinking

Direttamente da quella pietra miliare recante il nome Grin, il meeting procede con Status: Still Thinking (Stato: Continuo a Pensare) e con la grande performance imposta dal trio, infatti il grande percorso battuto dall'accoppiata Marquis-Royce e dalle splendide trame groove perfettamente imbastite da Baron, in virtù della loro grande capacità nel controllare anima e cuore, risultano in grado di farci percepire il faticoso processo subito dal protagonista della lirica. Quest'ultimo, ormai prossimo ad un radicale cambiamento, nel componimento in questione raggiunge un fondamentale momento riflessivo, dacché, il difficile lavoro ricostituente attuato su mente e corpo, inevitabilmente necessita di un profondo giudizio. Su questa base, la perforante timbrica del messaggero dal violaceo mantello Ron, incontra il favore dei fruitori di note e questa, anticipata da una splendida ed armoniosa digressione dettata dal barone e capace di parafrasare musicalmente il succitato attimo meditativo, rivolge la propria spietata critica nei confronti di quelle personalità, malauguratamente, in grado di distruggere ogni cristallina coscienza. Senza dubbio, l'appena menzionata azione disfattista, crea nel primattore l'esigenza volta all'eliminazione definitiva di tutto questo scempio e, molto probabilmente in maniera scontata, amplifica il suo desiderio di conoscenza verso le reali motivazioni di tale sfacelo, tuttavia consapevole che non cancellerà mai ciò che è divenuto un dolore eterno. Dopo un leggero volo pindarico, quest'ultimo simbiotico grazie alle pizzicate di Tom, i dettami iniziali ci ripresentano la sagoma del protagonista il quale, sempre assorto nelle logiche dei suoi pensamenti, prendendo ancor più le distanze da quelle figure colpevoli d'aver trascinato il mondo così in basso, nonostante percepisca il malefico piano pone fine al loro sproloquio. A questo punto, per rendere inespugnabili le redivive difese mentali, la comparsa del ritornello risulta incredibilmente azzeccata e la sua duplice composizione diviene magia. Il primo incantesimo evidenzia il suo viscerale sentimento, dacché, adagiato sopra le imperiose vie battute dal martello degli dei Marky, nel domandarsi come possa aver covato tale odio, subito, si rende conto che nella stessa domanda si cela la risposta, dipoi, lanciando il secondo sortilegio e sopra strutture magnetiche, l'incredibile capacità indottrinante del portavoce Royce raccoglie in un unica orda, pronta alla battaglia, l'intera popolazione dal cuore puro. Palesemente segnato dall'episodio vissuto, il nostro protagonista, non riesce a trovar la pace tanto meritata, tuttavia, per buona sorte, il nuovo intervento marcato dal ritornello, forte delle evidenti virtù terapeutiche, riesce nell'intento ed a sigillare ermeticamente il nuovo percorso, l'alfiere delle sei corde compare con gran ardore. Difatti, attraverso splendide strutture fusion rock, il pizzicatore avvolgendo tutti i presenti, riesce a trasportali al di fuori del contesto appena vissuto ed inserendo sfumature neoclassiche sublimi all'ascolto, ne diviene il loro condottiero. A conclusione di questa laboriosa operazione encefalica, dopo un nuovo incontro con monsieur ritornello e sopra oscillazioni tribali, l'ipnotico incastro di Chatfield chiude l'ennesima splendida esecuzione del combo.

Metamorphosis

Il mosaico risplendente grazie alle esecuzioni così tanto fedeli all'originale, proietta la sua luce sopra una di quelle introduzioni, ad onor del vero, inusuali, poiché le inquietanti trame molto simili ad ululati in procinto di mutazioni genetiche, non sono state adottate spesso dal combo. L'appena menzionato inizio sui generis, ancora una volta frutto di lungimiranti sviluppi cerebrali, risulta perfettamente ricollegabile allo stato d'animo del primattore, quest'ultimo scelto, perché in grado di individuare l'agnello sacrificale da destinarsi alla cruenta mutazione, quest'ultima simbolicamente adottata come atto purificatorio per la rigenerazione spirituale dell'intero globo. È così che il maestoso componimento, presente anch'esso su Mental Vortex, cominciala sua splendida cavalcata, ovviamente raccontando la Metamorphosis (Metamorfosi) subita dal prescelto. Così, sulle ordite trame genialmente prodotte dai cavalieri confederati in pieno technical thrash, l'ambasciatore dal violaceo mantello, utilizzando gelidi registri di radice ancora sconosciuta ai mortali, racconta di un  malcapitato protagonista immobile e silenzioso, poiché ormai soggetto a primi superficiali cambiamenti, questi subito accompagnati da lancinanti sofferenze. Difatti la tangibile sensazione equiparabile all'asfissiante stretta dell'ofide più malvagia, successivamente, diviene estremo dolore, perché improvvisamente mutato dal suo aguzzino in una bambola vodoo perforata da un unico spillo forgiato nella rabbia. La macabra trasformazione continua su dinamiche fortemente prog, cosicché l'immagine di una viscida lingua, quest'ultima capace di provocare in lui umide sensazioni lungo tutta la schiena, ne risveglia le più intime emozioni tanto da farlo scoppiare in un pianto infantile. Ormai senza protezioni nei confronti del destino, le seguenti metodiche prog rock ci consegnano al ritornello ed inaspettatamente tutto assume connotazioni più chiare, dacché l'imminente tragica fine viene sottolineata dal suo carceriere il quale, attento nell'impartire l'emblematica lezione, rimarca la differenza tra sogno e realtà. Tornati sui selciati originariamente thrash, l'esortazione nel provare la materializzazione di una bara, ad opera del carnefice, spinge definitivamente nel labirinto del terrore il prescelto ed è a questo punto, che il solitario spazio dell'alfiere delle sei corde si manifesta per il pieno gradimento degli ascoltatori. Poggiato sopra una creazione maestosamente thrash del duo Marquis-Royce, l'assolo, tra iperboliche sequenze, mostra ancora una volta i grandi tecnicismi del barone e con neoclassiche tinteggiature poste sul finale, tutto assume valenze assolutamente da vivere almeno una volta. Dopo un veloce assaggio old school posizionato come prologo al finale, i ritrovati dettami iniziali introducono una scontata evoluzione nel sistema umorale del moribondo, infatti, ormai in fin di vita a causa delle torture subite, attende con ansia l'ultima trasformazione, ovvero, il passaggio definitivo da carne a cenere.

Internal Conlfict

Ad accoglierci, continuando la funerea cavalcata, è l'altrettanta magnificenza posta in essere da Internal Conflicts (Conflitti Interni), quest'ultima sempre contenuta nel mastodontico Grin. Ciò che risulta essere la conseguenza della geniale mente del filoso Marky, ovvero un nuovo e combattivo episodio introspettivo, è posto in primo piano dalle prime sequenze musicali così capaci di evidenziare il difficile momento affrontato dal nostro primattore, difatti, dopo il proverbiale tocco del battitore di pelli, le tanto amate dinamiche thrash cominciano il loro frenetico disegno. Ovviamente sempre in compagnia delle importanti trame dell'alfiere delle sei corde Vetterli e del controllore delle anime Royce, queste, tutte perfettamente amalgamate in quella che potrebbe essere definita come una corsa contro il tempo, riescono ad avviluppare attraverso oscure sensazioni il parterre. Anche il messaggero dal violaceo mantello, in egual maniera preparato a circostanze sfavorevoli e sempre in grado di personificare il suo maestro, con metodica timbrica filtrata e glaciale comincia la sua forma espressiva. I vocaboli utilizzati sono diretti e subito comprensibili, poiché l'estremo desiderio nel porre fine ad un'esistenza priva di gioie non lascia spazio all'immaginazione. Il seguente intermezzo arpeggiato, incastonato con intelligenza per recare sollievo al nefasto copione, introduce l'ennesima analisi sugli avvenimenti che molto probabilmente accadranno, infatti, quando il momento risulterà propizio, un copioso flusso dal color rubino  cancellerà quelle tristi linee disegnate sul suo volto. Ancora una volta schiacciati dall'intermezzo appena menzionato, il successivo spazio, eretto dalla penetrante doppia cassa del signore del tempo e dalle seducenti evoluzioni di Ron, ci conduce al ritornello e quest'ultimo, sottolineando l'insindacabile termine di questo faticoso percorso, rimarca piu' volte la necessaria voglia di chiudere il capitolo esistenziale. Come accade nei riti più nefasti risulta incessante la continua umiliazione del proprio essere e le restanti parole, in grado di completare allontanamento, sono seguite da un fioca luce di sano rinvigorimento spirituale, dacché la principale argomentazione malcelata nel componimento, dopo aver riproposto il ritornello, conclude la sua forma con audacia ritrovata. Il malaugurato protagonista, a questo punto, ritrova forze ormai dimenticate e sulle rinvigorenti trame ben tradotte dalla meravigliosa sei corde del barone e da un indovinato inserimento di Stoessel, questo ad onor del vero creato originariamente dai neuroni di Kent, attraverso il loro iperbolico incedere guidano la sua rigenerazione emozionale. Sempre con precisione equiparabile al vinile tutto scorre con naturalezza ed il solitario spazio dell'alfiere delle sei corde Baron, manifestatosi con poteri curativi e attraverso melodie e tecniche infinitamente evidenti, con inserimenti thrash 'n' heavy assai avanguardistici consegna ai fortunati presenti un momento che si chiude con neoclassici evoluzioni. È così che sulle fantastiche dinamiche old school apprezzate per l'intera durata di questo incessante saliscendi emotivo, la voglia di trovare un proprio scopo all'interno del convulso spazio mondiale chiude del tutto questo episodio fondamentale.

Grin (Nails Hurt)

Senza tregua e senza parte dell'introduzione, ancora dal magnifico Grin, con l'attacco del messaggero violaceo mantello inizia Grin Nails Hurt (Sogghigno - Le Unghie Fanno Male). Subito le tanto apprezzate dinamiche prog thrash si diffondono nell'aria ed è così che il nostro protagonista, assorto  in raccoglimento e provato dalle fatiche poste in essere dalla vita, attraverso energie fin d'ora inimmaginabili e uno sfrontato ghigno si appresta a risorgere, seppur non dimenticando che le avversità non scorderanno mai la strada del ritorno. Sempre sul medesimo percorso progressivo, risultato della valente preparazione di un eccelso Marquis e di uno sfavillante Baron, l'ambasciatore dal violaceo mantello, utilizzando il pensiero del suo mentore e con un'invidiabile autorità, evidenzia l'atto di forza del malcapitato primattore. Infatti il ripresentarsi di sopite percezioni oppressive e depressive, quest'ultime riscontrabili in molte declamazioni lungo il cammino del funzionario pubblico, questa volta, con malcelata aggressività, preparano il percorso per la tanto acclamata rinascita spirituale. La confusione interiore non esita a placarsi e molto probabilmente a causa di una fondamentale confessione, ossia la totale assenza d'amore nella sua vita e questa, malauguratamente, risulta essere una motivazione più che plausibile per una condotta oltremodo squilibrata. A questo punto, sommersi nel nuovo scontro, le metodiche vocali estremamente thrash che precedono il refrain, riportando le sopracitate avversità incrociate lungo l'esistenza, spalancato brutalmente la porta al ritornello e quest'ultimo con l'incedere assillante proprio delle virtù del genere doom, descrive attraverso il suo sogghigno la palese ed unica arma di difesa. Alla stessa stregua, le successive parole sempre ben supportate dalle tanto apprezzate trame prog thrash iniziali, delineano con terminale vigore il moto interiore a questo punto irrefrenabile, considerando il sentimento di rabbia esploso come la perfetta medicina contro le innumerevoli prepotenze subite. Dopo una nuova esposizione delle nostre anime al successivo manifestarsi del refrain, il nostro soggetto principale scaglia ancora una volta la sua condanna verso lo sconsiderato utilizzo della religione, dacché oltre ogni misura adoperata per subdoli motivi e, come se non bastasse, evidenziata come unica via per la salvezza. Questa volta, privi di un completo solitario spazio, un secondo impatto frontale innalzato dal ritornello ci spinge con forza nella dissennata trama finale, poiché il magnifico paragone musicale scandito dall'elaborata potenza del signore del tempo Marky, in comunione con la profondità delle note di Baron, è in grado di spiegare con terrena immaginazione l'iperbolico percorso patito dal nostro primattore. A compimento di una prova inconfutabilmente uguale all'originale prodotto e lasciando anche in sede live immobili i presenti, la tanto acclamata mitragliata finale, anche qui valorizzata, perché molte volte unica "soluzione terminale" da concepire per la perenne cancellazione di alcuni errori.

Conlcusioni

Con fare alquanto approssimativo siamo giunti al termine di quello che, senza dubbio, resta l'unico passo falso commesso dal combo svizzero. Purtroppo succede, nel corso della propria esistenza, di arrivare a conclusioni non sempre consone rispetto al percorso disegnato fino a quel momento e questo risulta essere, a pieno titolo, uno di quei momenti. Ovviamente, ciò che andremo ulteriormente ad analizzare, non modificherà, nell'aspetto e nella sostanza, il magnifico ritratto che è stato dipinto nel corso degli anni. La scelta volta all'autoproduzione, ad onor del vero stimabile per certi versi, nasconde motivazioni, molto probabilmente, riconducibili al materiale non esattamente all'altezza rispetto all'abituale punto di forza promosso dal nostro amato funzionario pubblico. Difatti l'insieme di lungimiranti evoluzioni tecniche riscontrabili nelle pizzicate del virtuoso Baron, l'imprescindibile simbiosi con le pregiate trame del funambolico Royce e le maestose vie battute dalla macchina del tempo Marquis, hanno sempre reso possibile la perfetta fusione con i filosofici pensamenti dello stesso Marky e la grande capacità nel personificarle del glaciale Ron. Questa volta, diversamente, la scarsa considerazione da parte delle Major e, quasi certamente, la stessa mancanza da parte di migliaia di fans, quest'ultimi, molte volte, solo attenti a seguire il "NOME" o le mode del momento, hanno costretto il trio elvetico a manifestarsi attraverso questa modalità. L'analisi del prodotto in questione, per motivi emozionali tutt'altro che semplice, può essere elaborata scomponendo lo stesso in tre distinti episodi, ovvero la copertina, come sempre  geniale, il lato A dell'ormai arcaico tramite sonoro composto pressoché da ambient music e la registrazione del live del concerto tenutosi a Zurigo contenuta nel lato B, quest'ultimo da non confondersi con prelibate curve pericolose. Il primo, già ampiamente sviscerato nell'introduzione, va ad integrare l'insieme stupefacente di introvabili gemme a nostra disposizione, poiché il soggetto principale scelto per l'occasione, mette in evidenza la principale attività svolta nel corso di questa grande storia dal pubblico ufficiale, ovvero quella proverbiale rettitudine mista ad una profonda sagacia, in grado di risolvere i plurimi ed intricati casi sempre presenti nelle opere fin qui incontrate. Il secondo episodio, pieno zeppo di ombre, racchiude ciò che, lungo il cammino, non è stato mai preso in considerazione e, senza alcun dubbio, per validissimi motivi. In realtà questo capitolo parrebbe iniziare nel verso giusto, dacché Oriental Vortex (Vortice Orientale), opener colma di ambientali soluzioni oltremodo distensive, seppur sviluppata attraverso l'utilizzo di pochissimi secondi, risulta molto piacevole per la grande capacità avviluppante mostrata ai fortunati ascoltatori e nonostante possa essere considerata come introduzione ad una canzone, anche vestita da solitaria congiunzione all'interno di un album, mostrerebbe comunque la sua palese fruibilità. In effetti anche Theme For Silence (Tema Per il Silenzio), componimento presente nell'album Grin, aggiunge, ovviamente, valore al contesto, in virtù del magico utilizzo del didgeridoo da parte di Tim Chatfield. Ad unirsi al binomio Grin-Nails Hurt (Sogghigno-Le Unghie Fanno Male), dacché la maestosità conosciuta anch'essa nell'ultimo lavoro in studio e qui, come in Coroner, mixata in chiave techno da Paolo Fedrigoli, malgrado non venga riprodotta con l'abilità teatrale dell'ambasciatore dal violaceo mantello, colpisce in egual maniera. Il punto d'arrivo relativo alle piacevoli sfumature, quest'ultime logico effetto creato da sublimi pennellate, è ben evidenziato da Spectators of Sin (Spettatori del Peccato) e The Invincible (L'Invincibile). Infatti i due brani integrati nel demo Death Cult, tralasciando la "velata" ammissione riscontrabile nel primo titolo, l'eccessiva lunghezza dei brani e lo stato palesemente acerbo di quello che da lì a poco diverrà un prelibato frutto, si rendono capaci di notevole interesse grazie alla percepibile veste futura e per il contributo del guerriero Tom, quest'ultimo autore delle epiche liriche e personificatore delle stesse. Risulta assolutamente opposto il discorso per Octopus (Polpo), Old Man Bickford (Il Vecchio Uomo Bickford), S.W.A.T. (Armi Speciali e Tattiche), Twentyeight (Ventotto) e Time Vortex/Back to 88' (Vortice del Tempo/Ritorno all'88'). Le parentesi appena menzionate, insieme di pochi minuti, non aggiungono niente sotto tutti i punti di vista, dacché l'insieme di dialoghi miscelati a ritmi ambientali, seppur possano considerarsi il risultato di stravaganti evoluzioni mentali, non trovano una ragionevole collocazione neanche se valutati come collegamenti ai temi presenti all'interno dei capolavori dei nostri. Anche Der Mussolini (Il Mussolini), già incrociata nella precedente compilation ed in questo caso ripresentata senza la sessione vocale, appare per quello che è, ossia un monotono accompagnamento per l'intera durata che la compone e Benways World, apprezzata precedentemente, qui pare eccessivamente prolungata nel tempo tanto da far percepire un leggero senso dispregiativo. Per quanto riguarda la registrazione in quel di Turicum, apparentemente indispensabile, siamo al cospetto di esecuzioni estremamente fedeli alle originali, tuttavia immortalate in maniera a dir poco insufficiente, poiché solamente i preparati fruitori di note al corrente del fantasmagorico percorso intrapreso dal combo, riusciranno ad avvertirne il risultato. In conclusione, se il primo lato potrebbe raggiungere, molto faticosamente, una votazione pari ad un 5, il secondo, purtroppo solo per bionici intenditori, meriterebbe un 9 per le esecuzioni ma un 4 per la registrazione.

1) Oriental Vortex
2) Der Mussolini (DAF cover, remix)
3) Octopus
4) Old Man Bickford (feat S. W. Bouroughs)
5) S.W.A.T.
6) Theme for Silence (Original Version)
7) Grin (No Religion Remix)
8) Twenty Eight
9) Time Vortex - Back To '88
10) Spectators of Sin
11) The Invincible
12) Benways World
13) Golden Cashmere Sleeper (part 1)
14) Divine Step (Conspectu Mortis)
15) Status: Still Thinking
16) Metamorphosis
17) Internal Conlfict
18) Grin (Nails Hurt)
19) Conlcusioni
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