CORONER

Mental Vortex

1991 - Noise Records

A CURA DI
ANDREA MARTELLA
30/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione recensione

Compagni avventurieri, questo percorso iniziato negli anni 80', importantissimo per il metal e a dir poco strabiliante, ci ha permesso di compiere migliaia e migliaia di chilometri e di incrociare un numero ragguardevole di realta' musicali, quest'ultime, assolutamente fondamentali per l'intero circuito. Tutto cio', ad onor del vero, e' stato possibile grazie alle grandi capacita' di Madre musica, la quale, in completa balia affettiva nei confronti di un estroso Padre metallo, ha concesso ai fruitori di note, una sequela di perfetti esempi d'arte sonora. Infatti, con immenso piacere, potremo ricordare l'alba gloriosa posta in essere da "Kill 'Em All" dei Metallica e "Show No Mercy" degli Slayer, impronte superlative di un genere grandioso, in grado di rivoluzionare il concetto stesso di heavy metal. Un pensiero sanz'altro importante, divenuto oltremodo veritiero, per merito di quelle altrettante ipergiganti stelle che, a ragion veduta, hanno contribuito a disegnar ancor piu' maestosamente il firmamento, ovvero, "Killing Is My Business...and Business Is Good" dei Megadeth, "Fistful of Metal" degli Anthrax, "Feel the Fire" degli Overkill ed ovviamente "Bonded by Blood" degli Exodus, "We Have Arrived" dei Dark Angel e "The Legacy" dei Testament. Questo iperbolico insieme di composizioni, proveniente dalla terra dove tutto ebbe inizio, ha consentito, parallelamente, lo sviluppo di energie altrettanto efficaci anche in Europa, difatti, dalle lande germaniche, come non ricordare la triade composta da Kreator, Sodom e Destruction, i quali, rispettivamente con "Endless Pain", "Persecution Mania" ed "Infernal Overkill", aggiungendosi ai sopracitati colleghi statunitensi, hanno incrementato l'inestimabile insieme di luci astrali. Questa parentesi nel tempo, agghindata di tutto punto, ci riporta, inevitabilmente, all'accecante bagliore manifestatosi con "R.I.P.", prima grande testimonianza dei paladini rossocrociati Coroner, quest'ultima, capace di integrarsi in maniera fulminea alla summenzionata volta celeste. Ovviamente, le pietre miliari forgiate dall'insieme di bands appena citate, oltre ad aver contribuito al consolidamento della scena thrash metal, in compagnia delle numerose opere, successivamente, da loro composte hanno reso memorabile un decennio senza eguali. Tuttavia, come spesso accade nelle storie piu' incantevoli, gli anni 90', associandosi ad un periodo non troppo florido per l'intera scena metal, attribuiscono alla nascita del grunge la principale causa, poiche', le major e le emittenti musicali come MTV, fiutando l'impatto di bands come Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam ed  Alice in Chains, decidono di distogliere l'attenzione verso la nostra corrente protagonista. Nonostante cio', il 1990, anno apripista dell'infausta decade, verra' sempre ricordato con smisurato orgoglio, grazie ad album colossali come "Rust in Peace" dei Megadeth, "Season in the Abyss" degli Slayer, "Souls of Black" dei Testament e "Never Neverland" degli Annihilator. Sulla scia delle magnificenze appena menzionate, risulterebbe eccessivamente anacronistico continuare un certo tipo di discorso iniziato con premesse cosi poco lungimiranti, ciononostante non sara' cosi', poiche', la proverbiale luce astrale, incontrera' realmente una megalitica ombra celeste. Fortunatamente nel 91', ancora privi del malaugurato "appuntamento", esce "Horrorscope" degli Overkill, album decisamente in grado di abbattere il muro dei bpm (battiti per minuto n.d.r.), grazie al massiccio trivellamento del batterista Falck e dal lavoro fresco e preciso del duo Cannavino-Gant. Sempre negli Stati Uniti, viene dato alla luce "Time Does Not Heal" dei californiani Dark Angel, importantissima consegna ai fruitori di note, dacche', composta da poesie lunghe ben oltre i sette minuti, quest'ultime, contaminate da strutture progressive ed impregnate di stacchi e cambi di tempo spaventosi, sempre immensa opera dell'orologio atomico Gene Hoglan. Anche i concittadini Metallica, in un paio di mesi, scrivono il "Black Album" ma, in questo caso, l'uscita coincide con l'inizio del loro lungo ed inesorabile declino stilistico, infatti, lontani dalle sonorita' che hanno dato il via al filone thrash metal, rilasciano una composizione che ne aumenta la popolarita' (oltre 25 milioni di copie vendute), tuttavia, seguita da notevoli critiche da parte dei fans. Saltando di qualche migliaio di chilometri, piu' precisamente ad Umea, in Svezia, esce "Contradictions Collapse" dei Meshuggah, primo lavoro di chiara matrice californiana, eppure, inizio di un filone successivamente chiamato djent. Nel frattempo, tra le mura di Turicum (Zurigo), i cavalieri confederati sono decisi a continuare la personale ascesa musicale e senza dar troppa importanza a cio' che li circonda, con Mental  Vortex, ci consegnano l'ennesima perfetta testimonianza sulle mastodontiche e lungimiranti capacita' del trio. Le articolate trame, marchio inconfondibile del combo svizzero, in questa nuova e sublime testimonianza, aumentano ancora una volta la propria intensita' e ricollegandosi, per le sempre piu' frequenti tessiture prog, al precedente lavoro, ci regalano un incredibile insieme di drappi d'alto lignaggio. Senza dubbio alcuno, ci troviamo di fronte all'ennesima evoluzione stilistica, difatti, il progresso sempre palese in ogni album, mai scontato e sempre volto ad arricchire le nostre anime, qui, oltre a consegnarci poesie mediamente piu' lunghe, raggiunge ed abbatte barriere mai lontanamente avvicinate prima d'ora. Ovviamente anche i testi, sempre opera del filosofo Marquis, oltre ad occuparsi, come sempre, dell'enigmatica ed oscura materia, in veste piu' folle, analizzano quelle sfaccettature se non altro interessanti, presenti nelle squilibrate menti dei protagonisti scelti per l'occasione. La voce di Royce, glaciale, controllata ed assolutamente mai sopra le righe, assieme al lavoro di Kent Smith alle tastiere, completa un insieme semplicemente perfetto e da ascoltare. Ancora una volta possiamo ammirare la geniale copertina, quest'ultima, raggiungendo un nuovo livello creativo in virtu' della raffigurazione scelta, risulta essere un altro esempio della grande ed ingegnosa voglia di stupire da parte di Marky, poiche' sempre collegata da un raffinato filo logico alle argomentazioni trattate con cosi tanta preparazione. Questa volta ad accoglierci, con un effetto vorticoso, troviamo un'immagine dello psicopatico Norman Bates, protagonista del capolavoro di Alfred Hichcock "Psycho" del 1960. La scelta appena citata, ancora una volta mostruosamente intelligente, risulta assolutamente in grado di continuare l'elegante collezione delle rappresentazioni visive, iniziata con la prima e significativa opera "R.I.P.", difatti, aggiunge alla nostra personale teca un quadro di assoluto valore. Anche in questa uscita, ad ultimare cotanta sostanza, posto in basso a destra e sempre ad opera di Mischa Good, apprezziamo il logo della band, ovvero, il teschio a tre teste con i nomi dei cavalieri confederati. Il capolavoro in questione, sempre registrato negli Sky Track di Berlino, viene prodotto da Tom Morris e ancora una volta portato oltreoceano per essere mixato nei Morrisound Recording. Qui, in Florida, con la regia nella mani sempre di Morris, il 12 agosto 1991, viene pubblicata l'immensa opera d'arte, ovviamente, sempre promossa dall'etichetta tedesca Noise Record. Ed ora lor signori, il nostro funzionario pubblico, forte di nuove e vigorose pozioni magiche, vi accompagnera' attraverso i misteri della psiche umana, toccando con mano la Morte.

Divine Step (Conspectu Mortis)

Con grande scelta temporale, ormai giunti al quarto capitolo, veniamo subito proiettati all'interno di una sala operatoria, laddove, attraverso l'utilizzo di una sequenza verosimile ed in quello che potrebbe definirsi come uno spaccato di vita reale, dottoressa ed assistente sono impegnate a salvare una vita in bilico con la morte. All'interno della sgradita collocazione, protagonista in sottofondo, la macchina per il monitoraggio intraoperatorio, quest'ultima, intonando il pericolo imminente, allerta le due specialiste, le quali, dopo un ultimo ed estremo utilizzo del defibrillatore, con proverbiale rettitudine, ascoltano inermi, lo strumento emettere il suo ultimo ed assordante avviso. All'improvviso, le pregiate tessiture del combo elvetico, si impadroniscono della mistica scena e come il lancio di un benevole sortilegio, le dinamiche in perfetto stile thrash, possono cosi assalire il fausto fruitore di note. Su questo nerboruto e veloce selciato, splendidamente costruito dalla precisione del signore del tempo Marky e dalla tagliente linea dell'alfiere dalle sei corde Baron, la rabbiosa ed isterica voce del messaggero dal violaceo mantello, realizzando il profondo pensiero del colto autore, descrive il Divine Step (Conspectu Mortis), ovvero, il Passo Divino (Prima della Morte). L'ambasciatore, con piglio assai indottrinante, si rivolge al malcapitato protagonista e quest'ultimo, giacente sul funereo letto ospedaliero e destinato al "passaggio dimensionale", in eterna rassegnazione ne ascolta le parole. Il messaggio destinato al morente, sputato con lucida follia, risulta come una alienante cronaca verso il prossimo trapasso, poiche', l'attenzione posta sull'ultimo flebile battito cardiaco, ne diviene il malsano resoconto dei suoi istanti finali. Imperterrito, come non volesse lasciare nulla al caso, l'ambasciatore, evidenziando il precedente attimo come il primo passo verso l'ascesa al cielo, ne distrugge palesemente le difese, facendo cadere il malaugurato primo attore nell'angoscia piu' profonda. Ormai caduto nella piu' viscerale disperazione, l'infausto protagonista, sempre sul medesimo lastricato old school, viene oltremodo schiacciato dalle parole di Ron, dacche', anche le preghiere, forse piu' utili nel mondo dei vivi, risulterebbero futili nella "nuova"dimensione. In completa dissoluzione morale, il nostro malcapitato e' destinato ad una presa di coscienza non indifferente, ovvero, il momento tanto temuto, scomponendo l'anima dal corpo, diverra' la sola via di salvezza. Quest'ultima dilatazione emotiva, drammatica per i piu', ci trasporta nel fantastico ritornello e sulle precise vie battute dalla doppia cassa del signore del tempo, accompagnate da una rigenerante trama dell'alfiere delle sei corde, prettamente thrash, l'ambasciatore decanta la sua piu' totale perplessita' nei confronti del divino, difatti, faccia a faccia col malcapitato, si chiede cosa significhi veramente "peccare" e rincarando la dose, chi sia effettivamente "Dio". Purtroppo, per il nostro figurante, non esiste piu' una seconda possibilita' e sempre sulle accattivanti trame disegnate dal trio, l'integerrimo portavoce, evidenziando l'attimo precedente il trapasso, rimarca la veridicita' del momento vissuto, incitandolo, ad oltrepassare definitivamente il portale per la terra delle anime perdute. Semplicemente distrutto davanti al prossimo ed ultimo viaggio, il ripresentarsi del ritornello, efficace come la migliore anestesia, trasporta il nostro malaugurato di fronte ad un'ultima interrogazione, la quale, poggiata su una dinamica dissonate, rivela le diverse eventualita', senza dubbio consequenziali, riscontrabili al cospetto della mietitrice. Ovviamente l'intenzione e' far capire, attraverso il suo vissuto, se ad accoglierlo trovera' la beatitudine, oppure una sofferenza senza fine. Assolutamente inconsapevoli verso cio' che sarebbe accaduto, la trama improvvisamente diminuisce il suo impeto quasi a voler dipingere l'attimo della transizione. Su questo nuovo selciato, semplicemente "divino" grazie ai suoi orditi quasi floydiani, la maestria di Baron prende la meritata scena e completamente fluttuanti nel vuoto, quest'attimo di leggerezza ,viene di colpo spezzato dalle dinamiche dissonanti precedentemente ascoltate. Ed e' proprio al termine di questo redivivo selciato, che il solitario spazio dell'alfiere delle sei corde si mostra nuovamente in modo raggiante, riempiendo lo spazio circostante, con col completo utilizzo della sua classe, prima con tratti molto marcati, in un secondo momento con trami piu' leggeri, il tutto, sopra un intelaiatura molto old school. Ricondotti agli stilemi iniziali e ribaditi i fondamentali concetti espressi dall'ambasciatore, lo schema, volgendo al termine, non chiarisce la destinazione del nostro malcapitato, rassicurandoci tutti, sull'unica mortale certezza.

Son of Lilith

L'acuta ed intricata genialita' del filoso Marky, in questo episodio, ci conduce direttamente tra gli antichi manoscritti religiosi mesopotapici e piu' precisamente, nella prima religione ebraica. Lilith, rappresentata come il demone femminile della tempesta, malattia e morte, era considerata dagli antichi ebrei la prima moglie di Adamo, successivamente ripudiata e cacciata, perche' si rifiuto' di obbedire al marito, il quale, pretendeva di sottometterla, in particolar modo a livello sessuale. Indubbiamente, come spesso accade quando si parla di religione, il significato e le gesta dei suoi protagonisti, risulta spesso tradotto in maniera congeniale rispetto ai propri interessi e cosi, anche questa volta, sembrerebbe che il valore del nostro personaggio principale, sia stato modificato ad hoc. Infatti, parrebbe alquanto veritiera', la tesi per cui, quest'ultima, era originariamente rappresentata come una grande Dea, protettrice delle partorienti e dei neonati quindi, essenza divina della vita e dell'inizio di ogni vita, successivamente, spodestata dalle divinita' patriarcali e dai potenti modelli delle religioni monoteistiche. In un certo senso, senza esagerare eccessivamente, potremmo considerarla come il primordiale simbolo dell'emancipazione femminile, tant'e', che quest'ultima originaria tesi, rende il giusto valore ad una Donna, capace di scegliere l'indipendenza a costo di un dolore enorme, preferendo la compagnia dei demoni da persona libera, piuttosto che schiava nel sognante paradiso. Questa doverosa premessa ci porta al soggetto declamato con assoluta efficacia dal messaggero Ron, ovvero,  Son of Lilith (Figlio di Lilith), uno delle migliaia di figli senza nome della Dea Lilith. Quest'ultimo, che chiameremo come l'intero inseme di discendenti maschili Jinn, sopra un sentiero assolutamente technical thrash ma, sempre colorato dalle gia' immancabili tonalita' prog, si presenta al mondo con piglio assai perentorio. Perfettamente personificato dall'imponente voce dell'ambasciatore dal violaceo mantello, inizia la sua magica avventura nella terra dei vivi e raccontando la sua turbinosa venuta, scortato da numeroso anime in pena, quanto poco importante possa essere l'attribuzione di un nome, davanti al reale valore della sua nomea. Grazie a questa assoluta presa di coscienza e sempre sull'inflessibile incedere del trio, il figliol prodigo, aumentando il livello del suo ego, zittisce la platea con la sua forza, dimostrando quanto il suo potere mentale possa superare quello fisico. Ormai completamente padrone della quinta, il tappeto ricamato da  Kent Smith, aggiunge una sfumatura solenne all'ascesa dell'immortale, il quale, sempre attraverso la mitologica voce dell'arcano portavoce Royce, si presenta come il figlio di Lilith, impenetrabile grazie alla giovane eta' e con l'essenza della Madre nelle vene. Completamente assorti dall'atmosfera epica intonata dal lungimirante trio, il ritornello, come volesse vestirsi da rappresentante della stessa voce della Dea, scaglia la sua proverbiale ira verso i fruitori di note, rimarcando ancora una volta, la dinastia del volenteroso erede. Ed e' proprio al termine di questo splendido fraseggio, che una sorta di ponte quantico si fa strada nell'infinito e sulle mattonelle thrash, progressivamente ben incastrate dall'asse Royce-Marquis, vede la luce il magnifico drappo tramato dal pizzicatore Baron, ovvero, il suo proverbiale solitario spazio, in un primo momento, agghindato da ricami in stile rock neoclassico, successivamente seguiti, da altrettante rifiniture di assoluta magnificenza epica. Dopo il ripertersi del solenne ritornello e delle introduttive e personali nozioni del millenario successore, la profonda architettura musicale ideata dal combo, collocata per traghettarci verso la fine, mostra la sua ipnotica radice e grazie al dondolante arpeggio del barone, lentamente...lentamente...si allontana all'orizzonte.

Semtex Revolution

Questo episodio, molto probabilmente, risulta essere una giusta conseguenza partorita dall'acume del pensatore Marky, poiche', dopo aver descritto scenari e situazioni a dir poco riprovevoli, ormai buttato il seme della discordia, la vista dei i primi germogli, puo' cosi coincidere con una pronta e decisa risposta. Senza dubbio, alle prese con il lento declino morale patito dall'intera esistenza, la sensazione volta ad una imponente e necessaria guarigione spirituale, diviene Semtex Revolution (Sentenza Rivoluzione). Qui, i dettami thrash in stile Coroner, adoperandosi come un perfetto manto oscuro, possono dolcemente avvolgere i fruitori di note, consegnando alla follia, la giusta via per rigenerare gli animi impuri. Ancora una volta, la voce perfettamente enfatizzata del messaggero dal violaceo mantello, si veste con fare indottrinante e sopra un mitragliante percorso di guerra, puo' vomitare l'ambasciata. Infatti, le prime parole, raccontano le cause del rivoluzionario sentimento, ovvero, la percezione dell'emarginazione da parte della societa', quest'ultima, capace di accantonare l'intelligenza e lo sviluppo, a favore di una malsana lobotomizzazione sempre piu' retrograda. A rendere ancor piu' pesante il precedente pensiero, il portavoce del nostro amato filosofo, evidenzia come possa essere difficile diventare propositivi, dacche', davanti a continui e prepotenti rifiuti, ci si ritrovi completamente intrappolati, dal gioco oltremodo stupido dei potenti governatori del mondo. La lenta demoralizzazione, adoperata come arma di distruzione assoluta dai sovrani del declino, ci conduce alle porte di quello che puo' essere considerato un primo ritornello, difatti, le trame lungimiranti disegnate dal combo, perfettamente ideate come la chiamata verso la liberazione, sono una chiara incitazione alle armi. A questo punto, raccolte le energie psicofisiche e sempre sulle vie battagliere incastonate ad inizio opera, continua la preparazione volta alla ribellione, ovviamente, abbandonando l'artefatta quotidianita' e muovendosi nell'ombra. Ormai preparato a tutto, caricato dal disgusto e deciso a rifiutare lo scempio malcelato ai propri occhi, veniamo condotti nel vero e proprio ritornello, quest'ultimo, magicamente arpeggiato come fosse una parentesi dilatata lentamente e progressivamente nel tempo, risulta essere un salto fra i pensieri piu' intimi del protagonista, ossia, la radicale esigenza di vivere libero da coatte restrizioni e naturalmente, pronto ad uccidere. Con la determinazione ai massimi livelli, anche il componimento subisce un incantato cambiamento e con logica conseguenza, sopra un nuovo selciato ancor piu' rivoltoso, la proverbiale technical thrash dei cavalieri Ron-Baron-Marky si manifesta. Cotanta rigenerante condizione, agghindata da perfetta premessa, apre le porte al solitario spazio dell'alfiere delle sei corde, il quale, con grandissime capacita', unisce l'intelligenza melodica a sentimenti di pura rabbia, donandoci un esempio da consegnare ai posteri. Teletrasportati ai dettami iniziali, la riproposizione del primo ritornello ci permette di non dimenticare lo scopo della missione e ormai giunti davanti al nemico, sul sopracitato mitragliante percorso, il cambiamento puo' finalmente avere inizio. Dopo aver reso visibili i bersagli attraverso la loro sporca essenza, in maniera veloce e senza lasciar traccia, uno a uno cadranno per terra. Ed e' proprio in questo momento, iniziata la viscerale depurazione, che la parentesi dilatata lentamente e progressivamente nel tempo si ripresenta, pesantemente leggera ed incastonata perfettamente sul discorso radiofonico posto al termine dell'opera. Il piano rivoluzionario sta riuscendo, il primo Governatore e' morto.

Sirens

L'analisi dell'enigmatica ed oscura materia, proposta con grande capacita' intellettuale dalla mente del signore del tempo, e' sempre stata affrontata attraverso l'utilizzo di scenari differenti ed anche in questo componimento, per mezzo di un fantastico viaggio onirico, ci viene ripresentata. In assoluta perdizione, nell'infinito mare dei pensieri, il condottiero Marquis sembrerebbe voglia associare la nostra protagonista, a quel sentimento capace di vere e proprie follie, ovvero, l'amore. Ovviamente il binomio risulta essere perfetto ed e' cosi, una volta mollati gli ormeggi, che la nave battente bandiera a tre teschi puo' iniziare il suo lungo navigare. Sirens (Sirene), e' senza dubbio una sublime poesia, non solo nelle sue parole ma, come vedremo assieme, anche nella musica. Subito, la proverbiale capacita' del trio, si presenta con le proprie inconfondibili dinamiche thrash e grazie all'emblematico lavoro del pizzicatore Baron, in compagnia della splendida sessione ritmica del duo Royce-Marquis, veniamo avvolti dall'emozionante manto creato abilmente per l'occasione. Una volta preso il largo, in completa balia del mare, un rilassante inserimento prog ci prepara alla favella e qui, l'ambasciatore dal violaceo mantello, abilmente rivestito da nostromo, inizia a raccontare la visione del suo comandante. Sulla rotta ben disegnata dalle ritmiche thrash/prog del combo, viene ricordato il gioco sentimentale dei primattori, quest'ultimo, oltremodo invulnerabile rispetto alle tristezze della vita e leggero ed innocente, come le loro anime. Anche la memoria dei momenti piu' intimi, accomodati da avvolgenti drappi di velluto nero, gli ha permesso di affrontare la vita con la giusta serenita', dacche', senza superflui intralci e legati, dal quell'invisibile filo forgiato dal desiderio. Tuttavia, le prime difficolta' nel ricordare perfettamente ogni successione, incominciano a destabilizzare la sua rimarcata sicurezza e sulle splendide trame accelerate come ad indicare una rottura, i loro cuori si allontanano percettibilmente, celando a loro volta, gli impenetrabili rifugi della mente. Ormai il declino e' in atto, poiche' il suo dolore, accusato per la prima volta e paragonato alle penetranti spine di una rosa, lacerandolo da dentro, inizia a consumare  le sue vitali energie. A rendere l'attimo ancor piu' devastante, la spaventosa sensazione che il loro momento stia lentamente volgendo al termine, purtroppo, con la stessa pacatezza dello scegliersi di una candela, difatti, scomparendo pigramente, diviene capace di una fine ancor piu' angosciosa. La situazione appena descritta, assolutamente tendente all'auto distruzione, introducendoci al ritornello, delinea con strutture molto prog l'infelice attimo vissuto dal nostro protagonista, poiche', ormai in catalessi per mezzo del melodioso canto di immaginarie sirene, scambiate per la suadente voce dell'amata, inopportunamente dipingono nella sua mente il futuro decesso. Fortunatamente, il solitario momento del signore delle sei corde, bramante di edonismo, ripropone il suo profondo valore. Dopo un veloce intermezzo prettamente introspettivo, quest'ultimo capace di rendere materiale il suo stato d'animo, scaglia definitivamente la sua arcana potenza e a suon di melodie rock n' neoclassical metal, prepara con matura concezione il tappeto verso la difficile dipartita. Innegabilmente, gli ultimi passi equiparabili agli ultimi attimi di speranzosa coscienza, ripropongono il maremoto emozionale posto ad inizio opera, infatti, sulle medesime rotte ascoltate precedentemente, il nostro protagonista rivive, nuovamente, cio' che lo ha reso felice. Dopo aver provato le stesse sensazioni, fianco a fianco col calore scaturito dall'amore e al di spora di ogni possibile delusione, ripiomba nell'onirico viaggio verso il nulla piu' assoluto, poiche', nelle grinfie dell'oceano della perdizione, il nostro comandante navighera' senza trovar mai pace.

Metamorphosis

Circondati dalla desolazione e colpevolmente inerti difronte alla dissoluzione spirituale del nostro essere, un introduzione alquanto inusuale dei nostri prodi cavalieri, paragonabile al primordiale plenilunio di un lupo mannaro, spinge, molto probabilmente, il nostro filosofo a catturare la voglia di un cambiamento radicale, peraltro gia' argomentato in precedenti maestosi componimenti. Infatti, l'appeno citato grande desiderio spontaneamente ritornato alla luce, raccogliendo ancora una volta i necessari elementi chimici, si prepara ad un cambiamento risolutivo ed e' grazie a questa orditura, che la Metamorphosis (Metamorfosi) puo' incominciare. A seguito della sopracitata, inusuale ed ordinaria premessa, il lungimirante prodotto della geniale mente del trio, a suon di incalzanti ritmi in pieno Coroner style, si fa strada nella notte dei misteri. Il protagonista di questa oscura vicenda, sempre ben interpretato dalla penetrante e glaciale voce dell'ambasciatore dal violaceo mantello, questa volta e' accompagnato da un "mortale" figurante, il quale, in assoluto silenzio, vive in prima persona le arcane mutazioni bramate dal nostro primattore. Presumibilmente, il significato di tale opera, potrebbe associarsi, oltre al summenzionato desiderio, alla malcelata voglia d'estinzione di quelle molteplici figure estremamente dannose per l'intero globo e da qui, l'inserimento di uno di questi da sacrificare. Quest'ultimo, assolutamente incapace di parlare e altresi pietrificato, risulta essere il perfetto candidato scelto come rappresentante, infatti, le prime mutazioni, danno inizio alla sua lenta sofferenza, ovvero, dall'asfissiante stretta di un malefico serpente, viene successivamente usato come bambola vodoo. Un solo spillo forgiato nella rabbia, penetrato fino in fondo nella sua carne. Sempre su selciati a forti tinte prog, il supplizio continua con la sua folle vena, dacche', la biforcuta lingua passata sulla sua immobile schiena, lo rende capace di percepirne l'essenza fino a farlo crollare in un pianto infantile. Ormai privo di ogni possibile difesa, su dinamiche palesemente prog rock, il ritornello fa risaltare lo scopo di tale tortura, poiche' il protagonista, indottrinando il malcapitato, lo mette in guardia sulla tragica fine che lo aspetta, evidenziando come se fosse un sogno il suo non risveglio. Ritornati sui dettami iniziali sicuramente piu' thrash, il primattore rincara ulteriormente la dose di terrore, difatti, costringe il malaugurato a ricordare assiduamente il suo ultimo momento, perche', trasformatosi in una comoda bara, lo esorta a provarne subito l'agiatezza. Simultaneamente al suo sprofondare sempre piu' in basso, il solitario spazio dell'alfiere delle sei corde si ripresenta per  risollevare almeno i fruitori di note. Dopo un veloce stacco, un importante tappeto rosso sangue ed infinitamente thrash, viene magistralmente ordito dal duo Marquis-Royce e il seguente solo, inizia il suo iperbolico percorso. Le caratteristiche di questa nuova e sempre mostruosamente valida sezione, raccontano trame di pura tecnica, quest'ultime, seguite dal suo proverbiale timbro neoclassico, capaci di rendere imparagonabile il grande Baron e a chiudere un momento inimmaginabile, una scontata migrazione dal corpo. Tornati all'interno del nostro corpo materiale, una piccola parentesi old school si veste da anticamera per il passaggio finale, infatti, ripresi gli stilemi iniziali, l'ultimo assalto puo' cosi cominciare. Probabilmente voglioso di passare a miglior vita, viste le plurime torture subite, il nostro figurante si appresta a subire la razione finale, dacche', assordato dalle sue stesse urla e senza fiato, non puo' far altro che assistere all'ultima mutazione, quest'ultima, oscura come la notte, sottolineando il suo prossimo decesso, li permette di rivivere gli ultimi tragici avvenimenti, ossia, dalla stretta dell'arcano serpente, all'esalazione del suo ultimo respiro.

Pale Sister

Il lato tenebroso ed allo stesso tempo fascinoso, proprio dell'enigmatica ed oscura materia, in questo episodio viene analizzato in maniera surreale dalla mente creativa del pensatore Marquis. Forse per esorcizzare l'infausto scenario o forse per distogliere l'attenzione dall'appena menzionato sfondo, non ci e' dato saperlo ma, persiste la certezza che la presenza inquietante partorita dal suo cervello, non si limitera' a sola comparsa bensi, svolgera' un compito di primaria importanza. A rafforzare questa tesi, l'impatto istantaneo che l'immensa Pale Sister (Sorella Pallida) sfoggia per l'occasione, ovvero, un veloce e alquanto violento treno in corsa, magica unione tra mastodontiche carrozze technical jazz thrash, le quali, a loro volta, sono il perfetto risultato delle difficilissime trame del duo Marky-Royce e del folle tecnicismo del pizzicatore Baron. Proprio su questi nerboruti selciati, l'ambasciatore dal violaceo mantello non esita a presentare la summenzionata minacciosa presenza, quest'ultima, con le ginocchia simmetricamente rovinate, con l'odore della morte fra i capelli e trapassata dal proverbiale gancio dell'eterna devozione. Il sentimento appena citato, e' il risultato dell'unione spirituale con il nostro filosofo ed il suo gancio, il cordone ombelicale che li unifica. Purtroppo, il suo palesarsi, diviene l'ultimo tentativo atto a rigenerare l'ormai marcio sentimento comune, difatti, il primo stadio della guarigione, passa dalla copiosa fuoriuscita del denso e liquido prodotto rosso dalle sue stigmate, esattamente come l'incessante pianto di coloro che guardano il mondo distruggersi con maniacale puntualita'. A completare il primo atto del risanamento, la promessa che le anime impure, assieme alle loro finte lacrime, lasceranno questa dimensione terrena per trovar l'eterno riposo nella citta' degli Dei. Sopra un granitico selciato ancora piu' veloce, continua il racconto volto alla suprema conoscenza della pallida sorella, dacche', sempre presente sul nostro pianeta e dotata di parola, tuttavia, invisibile ed incomprensibile. Una volta ritornati sui folli tecnicismi iniziali, il pensiero della sua forzata castita', delinea la conseguente e logica scena, poiche', bianca ed umile come il candore della neve, avrebbe potuto affollare piu' saggiamente il pianeta. Malauguratamente, raccontato lo spiacevole passato impedimento, riprende con risoluzione il suo piano rigenerante, cio' nonostante, guadagnato nuovamente il primo atto rigenerativo e  copiosamente bagnata dal suo corposo fluido color rubino, raccoglie le ultime summenzionate anime impure destinate alla citta' eterna. Per rendere ancor piu' comprensibile il significato posto dall'inquietante figura protagonista, il ritornello si manifesta con assoluto tempismo e sopra un ritmo progressivamente decelerato, la magnifica sequenza di Baron, offrendosi come pregiato tappeto, accompagna la rivelazione per cui il nostro "angelo" insanguinato, servira' la nostra causa. Il secondo atto della guarigione, come e' spesso accaduto nelle composizioni del trio rossocrociato, e' affidato al solitario spazio dell'alfiere delle sei corde, il quale, su basi thrash n' jazz, divide i tempi  per la ripresa spirituale, ossia, ci delizia con la sua neoclassica grandezza prima, per poi annichilirci con una dinamica molto heavy metal. Una volta riproposto l'ammaliante e al contempo sanguinante ritornello e dopo una digressione follemente geniale del trio al suo completo, gli iniziali percorsi ci vengono ancora una volta suggeriti, tuttavia, quest'ultima volta, per portare a compimento l'antica predizione, poiche', apparentemente paralizzata, la sua apparizione coincide con l'inizio del lungo cambiamento. Dolcemente coccolati dalla sua immensa forza psichica, al rintocco di campane significanti gioia eterna, un secondo solitario spazio prende la meritata prima scena ed in maniera molto rock blues, per non farci mancare assolutamente niente, il pizzicatore Baron ci accompagna, piano piano e in dissolvenza, nella rigenerata dimensione.

About Life

In maniera molto chiara ed assolutamente riepilogativa, il saggio Marky arrivato a questo punto, riassume in un unica lirica i filosofici, nonche' lungimiranti pensieri, partoriti con notevoli capacita' fino ad oggi. Le argomentazioni sviscerate dalla sua mente, partendo dall'enigmatica ed oscura materia, sono state in grado di toccare quei molteplici aspetti, oltremodo fondamentali come gli stessi ingranaggi che muovono il nostro mondo, ovvero, religione, politica, vita e morte, come aria, acqua, terra e fuoco. Indubbiamente non dev'essere stato semplice constatare, con immenso disgusto, la quantita' di scempi capaci di portare alla deriva l'umanita', cio nonostante, sia Lui che l'intera band, pronti a percorrere la giusta via, nelle parole e nella musica. Forse, a questo punto, l'episodio che andremo ad analizzare potrebbe diventare una definitiva formula magica ma, questa volta, talmente potente da rigenerare l'intero globo per farci seriamente riflettere About Life (Sulla Vita). Questa volta, gli antichi dettami tipici del thrash, nella prima parte del componimento si fondono con la superba tecnica neoclassica del pizzicatore Baron, per poi sfociare nella cavalcata old school propria delle radici del genere. Su queste basi nerborute, il messaggero dal violaceo mantello inizia subito a divulgare la sua missiva, poiche', in un mondo lacerato dal nulla piu' assoluto e dove potremmo pensare d'aver visto tutto, per gli sporchi individui ampiamente descritti nelle liriche del nostro amato filosofo, la sensazione di controllo totale, risulta veloce e consequenziale come la loro stupidita'. Ovviamente, la frenesia posta in primo piano dalle infami figure appena menzionate, spinge l'essere "normale" ad alzare la voce per essere riconosciuto ed ormai nel bel mezzo di una terra destinata al continuo scontro, risulta difficile riconoscere i fondamentali diritti umani. Sempre sulle linee cosi ben marcate sin dal principio, le esposizioni rafforzano la tesi per cui ogni diatriba fra popoli, risulta come un falso tentativo di divulgazione del proprio interesse, senza dubbio come la religione, purtroppo, incapace di unione fra la gente ma, arma di controllo e di distruzione di massa. Improvvisamente, su un lastricato punteggiato con stupendi controtempi in stile prog, nasce la voglia di gridare alla totalita' degli esseri viventi, quanto possa essere vomitevole tale infame comportamento e successivamente, riconquistando ritmiche old school, il ritornello si presenta come un'arma magica. Quest'ultimo, in poche e semplici parole, riesce ad evidenziare il totale dissenso nei confronti degli ignobili signori del declino e quindi, con estrema facilita', viene rimarcata l'incapacita' nel comprendere il reale senso della vita, attraverso l'utilizzo dell'elementare ma efficace frase: "You...don't know nothin", ossia: "Tu...non conosci niente". A rendere ancor piu' lampante il concetto appena espresso, viene menzionato il pubblico "pagante", poiche', inutilmente preoccupato della sola importanza economica, vive consapevole dei segreti che hanno reso invivibile l'esistenza sulla terra, oltremodo menefreghisti verso le reali condizioni del palese decadimento. Anche i bambini, gioiello per il nostro futuro, risultano il prodotto di tale tormento, dacche', cresciuti su falsi insegnamenti e preparati ad ignorare il prossimo. L'abilita' dei nostri cavalieri confederati, dopo una superba parentesi assolutamente thrash prog, ci conduce nel solitario spazio dell'alfiere delle sei corde, il quale, dopo un primo momento tecnicamente veloce, ci fa assaporare un iperbolico attimo di suspance, difatti, le seguenti trame interrogative costruite con perizia, ci catapultano istantaneamente nel ritornello finale. Senza ombra di dubbio, incastonato per sottolineare il messaggio portante, assieme alle gia' citate venature prog, conclude l'anatema scagliato verso la feccia ampiamente ricordata nel presente poema.

I WANT YOU (SHE'S SO HEAVY)

Questo immenso lavoro, tesoro per i posteri, si arricchisce ulteriormente per merito di una canzone molto azzeccata per le linee folli ed oscure di Mental Vortex, infatti, I Want You (She's So Heavy), ovvero Ti Voglio (Lei E' Cosi' Pesante), da molti critici considerata il primo pezzo heavy metal della storia, si presta meravigliosamente per concludere questo splendido platter. La traccia appena citata, scritta da Lennon, e' una delle molteplici opere dei leggendari Beatles ed e' presente nell'album "Abbey Road" del 1969. Ci troviamo, indubbiamente, di fronte ad un componimento molto particolare, dacche', oltre ad avere una durata di quasi otto minuti, certamente superiore ai classici tre minuti adottati dalla band, si compone di sole quattordici parole, inoltre, e' una delle ultime canzoni scritte insieme in studio dal gruppo e si conclude improvvisamente come se il nastro si interrompesse.  Quest'ultimo espediente, certamente emblematico, risulta essere il frutto della geniale mente di John, difatti, durante l'ultimo arpeggio di chitarre, superati abbondantemente gli otto minuti, il chitarrista di Liverpool con un gesto a sorpresa, decise di troncarne il flusso. Questo gesto, apparentemente simbolico, potrebbe ricollegarsi alla presunta scomparsa di Paul, infatti, aggiungendo mistero alla leggendaria diatriba, continua cosi quell'enigmatico discorso iniziato nella copertina dello stesso album. La copertina in questione, molto probabilmente, e' quella prestata alle interpretazioni piu' variegate, poiche', oltre agli abiti ricollegabili ad una processione funebre, il bassista cammina scalzo e con gli occhi chiusi. A dare ancor piu' seguito alle voci, la targa del Maggiolino bianco parcheggiato a sinistra, quest'ultima, con la sigla LMW28IF, per i sostenitori della fantasiosa tesi, rivelerebbe molto di piu' delle semplici lettere e numeri che la compongono, ovvero, potrebbero significare "Living McCartney Was 28 Se". Sistemando grammaticalmente il concetto, la traduzione diventerebbe: "Se McCartney fosse vivo, avrebbe 28 anni". Indubbiamente il discorso non avra' mai fine, del resto non e' questo il luogo di sviscerarlo nella sua completezza. Tornati nella terra elvetica, i nostri altrettanto favolosi tre cavalieri confederati, riprendendo in egual maniera la stravagante linea musicale originale, aggiungendo alla stessa pregiati drappi come il doppio pedale e sfumature di chitarra integrate egregiamente all'autentica prima uscita. La logica conseguenza dovuta all'eccellente risultato, e' la creazione di un'atmosfera fantastica e congeniale alle altre tracce presenti. Tutto inizia con il maestoso arpeggio riconducibile ad un viscerale vortice emozionale, quest'ultimo, seguito dal timbro azzeccato dell'ambasciatore dal violaceo mantello, ricrea le stesse sensazioni di oscura magnificenza, assaporate per tutta la durata del prodotto. Le parole utilizzate dipingono la profonda ossessione da parte dell'autore nei confronti dell'amata Yoko Ono, infatti, la continua esigenza nel volerla a tutti i costi, delineando oltremodo il morboso attaccamento nei confronti della prediletta, attribuisce all'opera un senso di malsano tormento psico-fisico e tutto questo, su un tappeto blues eseguito con grande perizia dal combo. Ad avvalorare questa tesi, anche per merito del calzante lavoro del messaggero Ron, entra in gioco la successiva frase, difatti, evidenziando il crescente impazzire del suo artefice, diviene appunto rivelatrice nel suo contenuto. Il ripresentarsi del sopracitato arpeggio, introducendoci nel ritornello, risulta essere un piacevole spazio rilassante nella musica, tuttavia, angosciante nella lirica, poiche', nonostante le fantastiche linee vocali sfoggiate dal trio, marchia a fuoco la pesantezza di tale rapporto, molto probabilmente, gia' nell'aria per i mitici quattro musicisti inglesi. Spettacolare il seguente solitario momento dell'alfiere delle sei corde, il quale, sopra un nerboruto selciato posto in essere dalla doppia cassa del signor del tempo Marquis e dal controllore delle nostre anime Royce, attraverso linee rock e blues, ci regala un solo semplicemente paradisiaco. Ritornati ai percorsi iniziali e quindi alla seconda e conclusiva parte della canzone, la linea portante, arricchendosi di una struttura piu' heavy, ripete le stesse preoccupanti ossessioni, fino a terminare bruscamente come l'originale melodia, quest'ultima ideata, perche' una soggezione cosi disperata non puo' dissolversi o placarsi ma, puo' solo interrompersi bruscamente. 

Conclusioni

Questa splendida avventura, compari viaggiatori, disegna con costruttiva follia l'andamento oltremodo instabile dell'intero globo, piu' precisamente del periodo storico tra la fine degli anni 80' e la quasi totalita' degli anni 90'. Ovviamente, non solo in base al crescente smarrimento creativo musicale ma, anche nei meccanismi socio-politici di quel periodo. Fortunatamente, tornando al solo aspetto musicale, non tutte le realta' si sono macchiate di cotanta pochezza a livello inventivo, infatti, ancora una volta, il nostro funzionario pubblico e' stato capace di regalarci l'ennesima cristallina gemma, per continuare il completamento di una delle piu' significative collezioni di sempre. A differenza di molte pubblicazioni, i Coroner, sono sempre stati in grado di riempire spazi mai accuratamente chiusi prima, infatti, oltre alla grande capacita' nell'accostare il loro inconfondibile stile technical thrash con lungimiranti impronte progressive, rock e a sprazzi anche jazz e fusion, l'intelligenza filosofica di Marky, mai fine a se stessa, ha sempre partorito lapalissiane lezioni di vita. Anche l'artwork e' sempre stato in grado di vincere la monotonia, infatti, l'utilizzo del folle Norman Bates, ha reso ancora una volta unico e completo il loro lavoro, evolvendolo sempre nel migliore dei modi. A questo punto, risulterebbe alquanto scomodo rincarare la dose su realizzazioni buone per certi versi ma, destinate a diventare i primi mattoni costituenti il muro del pianto, ciononostante, l'effettiva ascesa del genere grunge, peraltro interessante visto da angolazioni particolari, ha inevitabilmente costretto molte band a rivedere il proprio sound. Quest'ultimo concetto potrebbe risultare assurdo per molti interlocutori ed in effetti, anche per il sottoscritto, assurdo piu' che mai. Indubbiamente, con le major preoccupate solo a lucrare, il discorso diventerebbe piu' assimilabile, tuttavia, sempre per il sottoscritto, ancora piu' indecente, poiche', pur comprendendo l'importanza della "moneta" in questo mondo, vendere la propria identita' per il vile denaro, ancora oggi penso sia deplorevole. Esempi come gli Slayer non risultano facili da trovare, d'altro canto, Megadeth, Testament, Kreator e Dark Angel, per citarne alcuni, hanno sicuramente continuato il loro personale percorso, inciampando un paio di volte ma, rimessi in piedi a colpi di un "credo" piu' forte di tutto il resto. Al contrario, su tutti, i Metallica, capaci di vendersi a suon di dollaroni, sputando letteralmente in faccia ai loro sostenitori e purtroppo, assolutamente non in grado di capire, che se la musica puo' trasformarsi in soldi, e' solo grazie a chi li ha spesi per loro. Detto questo, considerando la piena liberta' espressiva per ognuno di noi, rimangono inevitabilmente gli autori di una sequela di album a dir poco vomitevoli. Per convalidare ulteriormente la disamina appena fornitavi, possiamo felicemente ritornare a Mental Vortex, sublime insieme di tracce incapaci delle falsita' appena raccontate. In Divine Step (Conspectu Mortis) Passo Divino (Prima della Morte), oltre ad un ingegnoso inizio, oltremodo equiparabile ad una scena reale, abbiamo potuto assaporare le classiche trame thrash old school perfettamente rivisitate dal loro inconfondibile marchio di fabbrica, quest'ultime, oltre ad elevarsi grazie al valore aggiunto posto in essere dai magnifici drappi progressive facilmente accostabili a floydiane memorie, posano per la magnifica lirica splendidamente ordita dall'uomo pensante. Altro magico esempio e' Son of Lilith (Figlio di Lilith), sempre assolutamente riconducibile al loro stile compositivo, risulta l'unione tra le dinamiche appena citate, un solo neoclassical rock mozzafiato e un tema assai imprescindibile, ovvero, la comparsa della Dea mitologica Lilith. L'arcana figura, diviene importantissima perche' riconosciuta come la primordiale Donna capace di vivere nel dolore e piuttosto che diventare succube di un dittatoriale maschilismo, in questo peoma, presenta il figlio al mondo per condannarne l'umanita'. Anche Semtex Revolution (Sentenza Rivoluzione), conservando gli stilemi appena dibattuti, offre un saggio rivoluzionario a tutti i fruitori di note, infatti, ormai usciti vittoriosi dalla prima estenuante battaglia con in mano la testa del primo defunto Governatore, attraverso inserimenti progressive leggermente piu' accentuati, riempie di coraggio il nostro cuore, conservando ed aumentando la necessita', di impugnare nuovamente le nostre armi non solo verbali per la successiva battaglia. Superba e' la rotta disegnata da Sirens (Sirene), poiche', in grado di ammaliarci per via delle avvolgenti dinamiche del duo Royce-Marky e per le parentesi introspettive create magnificamente dal maestro Baron, inoltre, distinguendosi per lo sfondo sentimentale ben evidenziato dalla poesia scritta dal pensatore, ci consegna un altro esempio della sua profonda facolta' nel condurci in aspetti decisamente variegati e di non facile disamina. Assolutamente inquietante Metamorphosis (Metamorfosi), quest'ultima e' in grado di cambiare la sua forma non soltanto nella lirica ma, in egual maniera nella musica, perche' grazie alle sessioni thrash prog perfettamente costruite dal combo, trasforma in un mistico ed allarmante viaggio anche il nostro ascolto. Al contrario in Pale Sister (Sorella Pallida), la prima preoccupannte impressione viene piacevolmente spazzata via dalle rivelazioni del sanguinante angelo del cambiamento, dacche', in connessione spirituale col filosofo Marquis, si mostra come salvatrice dell'umanita' e a completamento di una traccia superba, le trame a forti tinte jazz presenti nel solo e in quasi tutto il resto del componimento. Con About Life (Sulla Vita), pregiato riassunto delle tematiche trattate sin dagli albori, i dettami thrash old school vengono sottolineati in maniera ottimale, chiaramente, utilizzando sempre il loro fondamentale marchio di fabbrica, difatti, inserendo il loro stile alle dinamiche tipiche del genere, riescono a far esplodere letteralmente le nostre anime. A chiudere questo magico pacchetto musicale I Want You (She's So Heavy), prima ed unica canzone dei Fab Four lunghissima nella sua forma, accostabile alla stessa prolungata linea delle tracce apprezzate, per la prima volta, in questo album, nonche' misteriosa testimonianza di una fine annunciata. La traccia in questione, di grande ispirazione per molti artisti futuri, ci viene riproposta perfettamente grazie alla geniale creativita' del nostro funzionario pubblico, inoltre, riprende ed amplifica quel sottile velo di follia piacevolmente riscontrabile nell'originale. Questa meravigliosa e lunga storia, composta da plurimi avvenimenti degni della piu' valente copertina, completera' il suo maestoso profilo con la prossima disamina. Infatti, la successiva fatica, dopo aver toccato ed aggiunto piu' stili musicali nel suo lungo percorso, chiudera' un cerchio magico assolutamente unico, poiche', l'incremento di nuovi e lungimiranti elementi lungo il loro cammino, ha reso possibile la sempre costante crescita della nostra curiosita' ed ovviamente, quest'ultima risulta essere una medicina imprescindibile per tutti noi.

1) Divine Step (Conspectu Mortis)
2) Son of Lilith
3) Semtex Revolution
4) Sirens
5) Metamorphosis
6) Pale Sister
7) About Life
8) I WANT YOU (SHE'S SO HEAVY)
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