CIRITH UNGOL

One Foot in Hell

1986 - Restless Records / Metal Blade

A CURA DI
FABIO FORGIONE
13/11/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il 1986, si sa, per gli amanti del nostro genere musicale, è un anno topico. Allo stesso tempo crocevia e punto d'arrivo di tendenze musicali, rappresenta l'anno in cui, tra il picco massimo toccato dalla N.W.O.B.H.M. (in grado di regalarci perle del calibro di "Somewhere In Time"), l'esplosione del thrash più genuino e intransigente ("Reign In Blood" ," Master Of Puppets" ,"Peace Sells...","Pleasure To Kill", sono lì a svettare incontrastati sia nelle preferenze dei fans che nei giudizi della critica specializzata) e l'affermazione di un filone heavy/prog di origine statunitense che vede in Queensryche, Crimson Glory ("Trascendence" docet!) e Fates Warning i suoi massimi esponenti, l'Epic Metal sembrava invece vivere di fasi alterne (analizzeremo in seguito questo aspetto del fenomeno). Dopo aver dato alla luce quel capolavoro di Epic/Doom che risponde al nome di nome "King Of The Dead" nel 1984, disco straordinario per impatto e iconicità, oltre che per originalità in senso stretto, i Cirith Ungol, orfani del dimissionario Greg Lindström, ormai ai ferri corti con il resto della band, danno alle stampe il loro terzo full, "One Foot In Hell", licenziato per la Metal Blade e prodotto sotto l'egida del mastermind Brian Slagel. È necessario, a tal proposito, fare una sorta di punto della situazione delle condizioni in cui versava l'Epic nel 1986. Sotto la spinta e l'effetto propulsore dato da album come "Sign Of The Hammer", "Hail To England", "Crystal Logic", "The Deluge", "Battle Cry", "Noble Savage", il neonato genere sembrava aver dato già il meglio di sé. In questo contesto, "King Of The Dead", essendo foriero di sonorità Doom, aveva aggiunto ai già citati elementi innovativi dell'Epic (si vedano a tal proposito gli articoli relativi al debut "Frost And Fire" e proprio al successivo "King Of The Dead), atmosfere lugubri e cupe, riff cadenzati e monolitici che sembrano sgorgare dagli stessi baratri dell'Inferno, quell'aura tetra e selvaggia che, fondendosi alla perfezione con le tematiche fantasy tanto care alla band, aveva dato vita ad un linguaggio musicale del tutto peculiare, una sorta di marchio di fabbrica che aveva reso i Cirith Ungol riconoscibili a miglia di distanza, grazie a pochi accordi. Con "One Foot In Hell" la band californiana fa registrare, se non proprio un mezzo passo indietro rispetto al predecessore, un certo calo, e di sicuro non riesce nel compito di far evolvere le sonorità della release di due anni prima, di sublimarle e cristallizzarle in un'opera che, per il solo fatto di piazzarsi cronologicamente più avanti negli anni, dovrebbe se non altro mostrare un processo di crescita e di sviluppo. Non che manchino pezzi da novanta, sia chiaro: brani come "Chaos Descends", "War Eternal", "Nadsokor", "Doomed Planet", figurano non solo tra i più interessanti dei Cirith Ungol, ma tra i più rappresentativi dell'intero filone. Manca però qualcosa, quel qualcosa di pressoché unico che avevamo ascoltato nel precedente disco, e che ci aveva tenuti incollati all'hi-fi a ripetere gli ascolti fino all'inverosimile, che ci aveva meravigliati e al tempo stesso smarriti, quasi incapaci di dare un nome o di ascrivere ad un genere ben preciso ciò che stavamo ascoltando. No, "One Foot In Hell", per quanto sia un ottimo album, che vanta una produzione addirittura superiore a quella del predecessore, sa, per certi versi, di già ascoltato, e per una band che viene annoverata tra i capiscuola di un sottogenere, questo non è ammissibile, se non nella misura in cui si cirscoscriva il fenomeno a determinate dinamiche (che esamineremo). Fermo restando che, nonostante tutto, questo "One Foot In Hell" resta a buon diritto, per spirito e concezione, un album Epic a tutti gli effetti.  È, caso mai, la resa sonora effettiva del platter a difettare alquanto di stilemi e caratteristiche ascrivibili al genere, generando nell'ascoltatore l'impercettibile sensazione di una qualche sorta di "forzatura" che ne comprima le peculiarità e ne limiti i geni dell'appartenenza. Non ultimo, il fatto di dover incentrare nuovamente il proprio sound non più su due chitarre, com'era agli esordi, ma su una soltanto, avendo perso un prezioso punto di riferimento e una fucina di idee come Lindström già dal precedente full length. Tutto questo potremo valutarlo insieme ascoltando i singoli brani, come sempre i migliori referenti di tutte le ipotesi o interpretazioni possibili.

Blood & Iron

Si parte con Blood & Iron (Sangue e fuoco), e direi che si tratta di una partenza a razzo. Tre minuti e mezzo sparati a grande velocità, in quella che è un'autentica emulazione della tipica "cavalcata maideniana". Chitarra, basso e batteria partono all'attacco simultaneamente, come un plotone d'esecuzione pronto ad abbattere le sue vittime prescelte. Prendete uno dei pezzi più epici e snobbati dei Maiden, ossia "Sun And Steel", aggiungetegli una certa dose di potenza in più, sostituite i possenti e nitidi scream di Dickinson con i vocalizzi sgraziati e terrificanti di Baker, ed ecco prendere forma l'ossatura di questa opener, un brano assolutamente debitore nei confronti della N.W.O.B.H.M, ma che fa della teatralità di Baker il suo punto forte. L'interpretazione del singer è di quelle memorabili, un drammatico e belluino susseguirsi di urla atroci che sprizzano sofferenza e angoscia da tutti i pori. Baker, l'anti-singer della scena heavy ottantiana, il cantante in grado, con la sua timbrica acida, malefica e intrisa di pathos, di erigere un imponente contraltare alla vigente e rassicurante autarchia delle voci nitide e pulite, incarnate magistralmente da personaggi come Adams, Dickinson, Halford, Dio, Tate, Midnight, Kiske. Fin dalle prime battute del pezzo, la sua asperità vocale è marcata e ci rimanda alle vicende narrate nelle lyrics. In un mondo che ormai conserva ben pochi tratti di umanità, in cui non sembra esserci più spazio per sentimenti nobili quali la pietà, l'altruismo o il coraggio, si muovono personaggi che, con i loro caratteri antitetici, si candidano a paradigmi di forze assolute. La razza che ha invaso il mondo, che possiamo facilmente immaginare come capeggiata da Urish, l'essere avente fattezze di mostruoso pesce a sei zampe, raffigurato seduto sul trono nella meravigliosa cover di Michael Whelan, mira inesorabilmente a ridurre suo schiavo il genere umano, se non di annientarlo del tutto. Sono lontani i tempi in cui i bambini e gli eroi, camminavano fianco a fianco coi re, con i più grandi re di tutte le Ere. Ora il mondo è corrotto, così come lo sono gli animi di coloro i quali avevano combattuto contro il Male. Solo uno è scampato alla debacle, ed è Elric, l'eroe Albino, nato malato in un corpo troppo forte, e quindi incapace di contrastarne l'impeto. Elric, con la sua fida Stormbringer, la spada magica in grado di incamerare le anime dei nemici che uccide, contrasterà imperterrito le avanzate delle schiere del Male, cercando con tutte le sue forze di guardarsi da quelli che sono forse i suoi nemici più terribili, ossia gli animi degli uomini corrotti. La sezione ritmica non conosce tregua, la galoppata forsennata degli strumenti è appena attenuata dal meraviglioso, epico, travolgente assolo di Fogle, con "Flint" Vujea ad accollarsi, col suo basso, parte del comparto ritmico lasciato vuoto da Fogle, nel momento in cui quest'ultimo si stacca per eseguire il solo. Il refrain è poco più che un sussurro in calce ad ogni strofa, un impercettibile, venefico, sinistro monito che inneggia al sangue e alle spade. Non vi è altra alternativa, la salvezza si otterrà soltanto attraverso il tributo del sangue, e i riff dirompenti e inarrestabili che accompagnano il brano fino alla conclusione ne sono una più che diretta testimonianza.

Chaos Descends

L'anima doom che aveva caratterizzato in larga parte "King Of The Dead" torna prepotentemente in auge in Chaos Descends (Discende il Caos), seconda traccia del platter. Urla belluine precedono un riff monolitico, morboso, ossessivo, inquietante nell'incedere. Al pari delle urla strazianti e sofferte di Baker, l'andamento della strofa evoca ritmi che sembrano scandire il terrore dell'Inferno stesso, e sprigionano dolore e disperazione. La teatralità di questo pezzo è mefitica, e lo stesso pare partorito da una mente in preda ai più macabri deliri. Oscuri presagi ammantano una tetra atmosfera di battaglia, i cui tempi marziali vengono spaventosamente scanditi dal drumming cadenzato di Garven, mentre i riff malsani di Fogle continuano a martellare incessantemente. La battaglia è ardua, poiché è lo stesso Caos primordiale che viene in soccorso delle forze infernali. In quello che sembra uno scontro tanto impari da risultare titanico, gli eroi/guerrieri si preparano all'agone con la consapevolezza di andare incontro ad una probabile, terribile morte. Non vi è melodia nella strofa, non vi sono armonie né linearità espressiva, solo le urla cacofoniche e sgraziate di un Baker superlativo, in grado di farci cogliere appieno tutta la disperazione e il terrore che emerge dalle lyrics. L'incedere, fin qui cadenzato, cede il posto, a metà brano, ad una repentina accelerazione, anch'essa in pieno Maiden style. Garven aumenta l'andatura, subito seguito da Vujea, in un turbine ritmico che non fa che rievocare la drammaticità di uno scontro epocale, che si svolge tra spesse nebbie e nere coltri di fumo, che narra di colpi mortali inferti senza pietà alcuna. "Il Caos discende", domina, annichilisce, stermina. È l'anatema blasfemo e irriverente di un refrain che Baker quasi lacera con la sua timbrica cruenta. L'assolo di Fogle è invece il vero, indiscutibile, inappuntabile momento epico di tutta la traccia, il solo raggio di sole in un mondo dominato dalle tenebre, l'unico barlume di speranza in un quadro psichico/emotivo agghiacciante e disperato. Ma è una sensazione destinata a svanire ben presto, al riprendere della strofa e dei suoi claustrofobici tempi, quando Baker torna a dilaniare i versi col suo scream più ruvido e stridulo. Tra le ceneri del campo di battaglia, portate via dal vento, svaniscono e vengono spazzati via i sogni dell'umanità, mentre il mondo brucia tra le fiamme e la maledizione del genere umano prende totalmente il sopravvento, in uno scenario che non lascia scampo e che è in grado di abbattere il sia pur minimo sentore di speranza di salvezza. A ben vedere, stretto nella morsa di un'epicità appena accennata oltre che fugace, il pezzo lascia trapelare un vago senso di negatività. È il sentimento tipico dell'individuo di metà anni ottanta, l'individuo che guarda al futuro, ma lo fa con timore, incertezza e sconforto. L'individuo massificato e passivo voluto dalla società tecnologica, quasi incapace di imporre il proprio ego in un contesto che lo vuole immobile e inerte a tutti i costi. L'individuo la cui componente etica e psicologica è figlia degli effetti stranianti della guerra fredda e dei deliri del "tecnologismo" più esasperato, la cui più palese incarnazione era proprio quella del cittadino medio statunitense.

The Fire

La terza traccia, The Fire (Il fuoco), paga anch'essa dazio al British Heavy, solo che stavolta le linee guida sembrano essere più i Priest che altri. Lo si evince sin dalle prime battute del brano, quando, dopo una rapidissima introduzione dovuta al basso di "Flint" Vujea, un power chord minaccioso produce un riff serrato e affilato. Quanto basta per aprire alle urla sgraziate di Baker, che ci catapulta in un altro testo dalle lyrics sulfuree e bellicose. A proposito della voce di Tim Baker, va detto che è proprio in brani come questo, ove l'interpretazione del singer risulta quanto mai peculiare e dalla fortissima personalità, che l'ascoltatore impara ad amarlo o ad odiarlo, a seconda che prediliga o meno la marcata drammaticità di talune soluzioni vocali, ricche di variazioni al limite del concetto canonico di melodia. Baker trascina le strofe fino all' inverosimile, squarcia letteralmente i versi, di sofferenza possibili ad un brano che, manco a dirlo, si nutre dello spirito eroico e di rivalsa di un'umanità che si ritrova ridotta in ginocchio dinanzi alle schiere dei malvagi demoni dominatori. Il ritmo, marziale e cadenzato come si conviene a brani di siffatta tipologia, è dettato magistralmente dalla batteria di Garven, mentre Fogle e Flint percuotono a dovere con le loro robuste nerbate. Nell'oscurità della notte, un manipolo di coraggiosi guerrieri forgia nel fuoco le armi che serviranno loro per affrontare e annientare le orde demoniache nemiche. La notte è loro alleata, ed essi puntano le loro speranze di vittoria sul fatto che il nemico non si aspetta certo un attacco notturno. Ma nulla è impossibile per chi ha il fuoco dalla sua parte. I vampiri che hanno ridotto il genere umano al rango di schiavi, annullandone la dignità, impareranno a loro spese quanto grande sia il potere del fuoco. E lo ribadisce Baker nel ruvido refrain: "siamo tutt'uno con le tenebre...e stiamo forgiando il fuoco". Il fuoco con il quale, abbatteranno uno ad uno i malvagi demoni nemici, sottraendo loro le forze e le armi letali, nella stessa maniera in cui si può privare un mendicante dei mezzi che gli occorrono per svolgere la sua attività, grazie alla quale si tiene in vita. Dopo il secondo refrain, i ritmi accennano ad un lieve rallentamento, Fogle serra i ranghi prima, per esplodere subito dopo in un micidiale assolo, che diventa via via più aspro e prodigo di distorsioni a mano a mano che lo stesso si estingue nella terza ed ultima strofa. I demoni sono stati soggiogati una volta per tutte, ed ora devono prostrarsi al cospetto degli eroi, il cui più valoroso rappresentante, siede sul trono dapprima usurpato. È difficile, quasi impossibile opporre resistenza ai vincitori, i quali hanno nella notte la loro più grande alleata.

Nadsokor

Eccoci dunque giunti alla quarta traccia che è poi anche quella che chiude l'A Side del platter. Nadsokor è, a tutti gli effetti, l'apice compositivo dell'intero album, nonché uno dei picchi massimi mai toccati dalla band nell'arco della sua fulminea carriera. Inutile aggiungere che si tratta di una delle pietre miliari dell'Epic Metal. Circa cinque minuti di puro delirio, in cui, chiudendo gli occhi, è facile, davvero facile, perdersi nell' universo tetro e visionario creato dalla mente di Fogle e Baker,e straordinariamente messo in atto da un'esecuzione da brivido da parte dei quattro. Garven che picchia sui Tom nei secondi iniziali è il degno segnale di apertura di quello che sarà un viaggio fantastico e al tempo stesso angosciante. Così come angoscianti e ossessivi sono i riff inanellati da Fogle, sorretti dalle consuete linee di basso di "Flint" Vujea, una frustata continua al nostro apparato uditivo. I ritmi ossessivi del brano accolgono nel migliore dei modi il solito cantato pungente, stridulo, altissimo di Baker, in una strofa che sembra concepita nel dolore e giacere nell'oscurità dei baratri infernali. Le lyrics ci raccontano della strenua resistenza opposta dai potenti guerrieri di Melnibonè, guidati dall' intrepido Elric, alle orde infernali del Male, che hanno una delle loro roccaforti, nell' immaginario multiverso moorcockiano, nella città di Nadsokor. Quest'ultima, altrimenti conosciuta come la città dei mendicanti, è uno dei centri nevralgici delle forze avversarie. Un putrescente ricettacolo di reietti, folli, meschini, storpi e mentecatti, completamente soggiogati dal potere di Urish, il mostruoso re-pesce a sei zampe al quale obbediscono ciecamente. Il testo è tutto un susseguirsi di immagini che ritraggono i nobili guerrieri, i quali, nel corso dei secoli, hanno imparato a ribellarsi alle forze del caos, gli invisibili padroni del loro destino. Le spade, innalzate al cielo in segno di sfida, sono le interpreti e giudici dell'oracolo dell'ordine supremo, e stabiliscono chi sarà il prossimo a morire. A Nadsokor, urla Baker come in preda ad un raptus di follia mista a disperazione, dopo aver appena sussurrato il nome della turpe città nel refrain, la spada incantata, Stormbringer, si nutre delle anime delle vite che spezza, spedendo dritte all'inferno quelle che lo meritano. Il main riff, fin qui onnipresente, cede il posto allo strepitoso assolo di Fogle, che, occupando circa due minuti della durata complessiva del pezzo, di fatto spacca letteralmente lo stesso in due tronconi, variandone l'unità compositiva. È il momento più alto toccato dal brano, il momento in cui, all'indole sfrenata e lugubre della prima parte, foriera di tristi presagi e ancestrali credenze, si affianca lo spirito epico nella sua incarnazione più nobile ma al tempo stesso più selvaggia. La chitarra del compianto Fogle, come posseduta dal sacro furor, traccia linee maestose, disegna iperboli sinuose che stridono non poco con il riffing sporco e truce della prima parte. Ma è poco più di un fugace strale, un raggio di sole che squarcia le nere nubi, per poi farsene subito dopo sopraffare. Le trame morbose del primo scorcio di brano riprendono a infestare i nostri sensi. L'urlo ferino e disperato di Baker, nel finale, è di quelli che fanno gelare il sangue nelle vene.

100 mph

L'heavy ruspante e stradaiolo di 100 mph (A cento miglia orarie), quinta traccia del full, è forse il primo esempio di brano del lotto che davvero si stacca del tutto da una tipologia compositiva riconducibile a stilemi epic, per favorire, in sua vece, un approccio assai più straight dalla formula semplice ma ormai ben collaudata, nel 1986. Come se la band tenesse a rimarcare, ove mai ce ne fosse bisogno, le proprie origini e le proprie radici, sceglie di pagare dazio a sonorità più prettamente heavy, nel senso stretto, a discapito dell'austerità dei precedenti brani (Nadsokor su tutti), e lo fa rendendo omaggio alla band che prima tra tutte aveva osato oltrepassare i rigidi limiti dell'hard rock per trasformarlo in heavy metal, ossia i Judas Priest. Ed in effetti, nonostante questo pezzo non sia stato, a suo tempo, del tutto immune da critiche, riguardanti soprattutto l'inopportunità di inserire un pezzo ritenuto troppo semplicistico in un contesto musicale piuttosto complesso, quale quello dei Cirith Ungol all'indomani di "King Of The Dead", la sensazione che se ne ricava ascoltandolo è quella di un brano estremamente energico e ben concepito. Il tributo ai Priest, oltre ad investire, com'è ovvio che sia, il campo sonoro, con le sue taglienti rasoiate di chitarra, semplici ma dirette, i suoi fantasiosi pattern di batteria (la cui coloritura riporta alla mente i mitici seventies), i consueti arcigni scream dello scalpitante Baker, è più che mai tangibile nella scelta dei testi. In uno scenario in cui l'ingresso, la missione, l'estetica, le attitudini del rocker (o del metalhead, in alternativa) nella società, erano stati abbondantemente diffusi e ostentati da decine di bands, i quattro californiani vogliono comunque dire la loro, tanto per non sfigurare. Ed ecco allora, presto detto, il messaggio viene lanciato senza troppe remore: "lo chiamano heavy metal? e noi siamo quelli che ve lo suoneranno, a forza di calci in culo"? "Arriviamo come un uragano, a cento miglia orarie, e niente ci fermerà, poiché il potere è nostro", è il refrain altezzoso e irriverente urlato da Baker col suo solito fare sgraziato. L'assolo di Fogle è come una lama che graffia in superficie, senza affondare nelle carni, ed è subito seguito dalle ulteriori dichiarazioni ai limiti dell'invasamento. "I nostri nervi sono fatti d'acciaio e nelle nostre vene scorre il ghiaccio. Siamo fuoco e siamo ghiaccio, siamo piacere e dolore". Il brano, tanto per far fede al titolo, corre davvero a cento miglia all'ora, tanto che i suoi circa tre minuti e mezzo di durata sembrano in realtà la metà. Ancora il tempo di declamare i propri intenti nel refrain, che un secondo assolo, il quale di fatto chiude il brano, ci assale con la sua straordinaria forza d'urto, per poi addivenire a passaggi più studiati e di inequivocabile matrice classica. La sola testimonianza di epica solennità in un contesto oltremodo sfacciato.

War Eternal

Il ritorno a sonorità più auliche da parte di chi aveva votato la sua anima ad un'epicità gotica ed oscura, facendone il proprio credo, torna in auge in War Eternal (Guerra eterna). Brano straordinario e immenso per rievocazioni dal sapore atavico, per la capacità di far riemergere lo spirito più truce e malvagio di un comparto lirico che si nutre di atmosfere decadenti. A partire dai solenni cenni iniziali, dettati dai colpi serrati sui Tom da parte di Garven, dai misticheggianti riff intessuti da Fogle, sapientemente coadiuvati dalle morbose linee di basso del solito "Flint", il pezzo è un continuo riecheggiare di richiami alla componente più doom della band, miscelata a quell'attitudine classic heavy che è ormai una costante sin dall'inizio del platter. Dopo una breve ouverture assai evocativa, ecco Fogle macinare riff assassini e dall'aura inquietante, su cui ben presto il mefistofelico Baker inizia a ricamare i velenosi versi del testo. Un testo che pare concepito e forgiato nella più totale mancanza di speranza da parte di un genere umano ormai totalmente incapace di opporre resistenza alle forze degli inferi. È facile, ascoltando questo brano, immaginarsi nelle lande maledette di Mordor, a ingaggiare una lotta improponibile contro le orripilanti orde del Caos guidate da Sauron. Il Nostro eroe è dinanzi ai cancelli infernali, e il diavolo tenta sin da subito di rapire la sua anima, trascinandolo dalla sua parte. I bridge rapidissimi e brucianti tra verso di strofa e refrain, con Baker che dopo aver letteralmente straziato la sua voce con scream al limite dell'umano ripete ossessivamente un "guerra eterna" raggelante, servono a rendere concretamente l'idea di un contesto sinistro e drammatico, fatto dei fulminei scambi tra le unghie demoniache pronte a ghermire e gli impotenti colpi di spada inferti dal Nostro sulla viscida e coriacea corazza del diavolo. È come un tragico susseguirsi di fotogrammi che ritraggono un uomo in balìa del suo potentissimo nemico, un eroe (l'eroe più che mai "umano" e conscio dei suoi limiti, ma sempre pronto a dar battaglia, vendendo cara la pelle), un uomo che è consapevole di essere destinato a un'atroce debacle. L'assolo di Fogle, uno dei più passionali dell'intera scena Epic, è il miglior interprete dei vani tentativi del Nostro di infliggere colpi mortali, subito fustigati dalle diaboliche sferzate nemiche. La lotta è ormai uno scontro titanico, in cui l'impari contrasto di forze si risolve in una sconfitta annunciata, "l'eterna battaglia che non può essere vinta", declama Baker nell'ultima strofa. Il diavolo vuole imporre il suo potere e le regole sul mondo. Se non dovesse riuscire nel suo scopo, egli trascinerà il mondo stesso nei baratri infernali e brucerà insieme a lui. L'opprimente e frustrante senso della disfatta viene solennemente sottolineato dall'eccezionale assolo finale di Fogle, espressione di una genialità fuori dal comune, un momento che riesce a toccare le corde più intime e sperdute dell'animo.

Doomed Planet

Oscuri presagi e immagini raccapriccianti che narrano di un mondo e di un'umanità morenti ammantano Doomed Planet (Pianeta condannato), settima traccia del full. Si torna a cavalcare il doom più oscuro e pregnante che aveva caratterizzato il disco precedente, con una produzione che però tende a mettere più in risalto i connotati tipicamente heavy rispetto al sulfureo "King Of The Dead". Un suono più aperto e pulito, il tanto che basta per permettere ai riff di Jerry Fogle di spaziare su un terreno solidamente classico, ma che strizza l'occhio all'anima più epica del modus compositivo della band. Sin dalle prime battute del brano è chiaramente percepibile un mesto senso di oppressione e dannazione, con il riff di Fogle che esala morbosità e angoscia ad ogni singola nota, mentre il solito, straripante Baker interpreta i versi da par suo, imprimendo alle strofe una malsana teatralità. È un pezzo dai tratti stilistici allucinanti, in cui la monotonia dei ritmi non fa che aumentare, secondo dopo secondo, il senso di angoscia e di assenza di speranze. Un comparto lirico ai limiti del pessimismo cosmico, celebra le esequie di un mondo ormai ridotto alla più totale corruzione fisica e morale. È l'uomo stesso, afferma Baker, a "marciare presso la sua sepoltura. "Viviamo su un pianeta condannato, ormai impossibile da salvare", recita il chorus, mentre la strofa successiva risulta prodiga di particolari inquietanti. Immagini di nuvole nere che si addensano nel cielo, producendo una pioggia acida che semina morte sul terreno su cui cade, acque venefiche che si riversano in mare, avvelenandolo a sua volta, possono rappresentare, volendo esulare per un attimo dalla realtà fantastico/onirica che sottende ai testi dei Cirith Ungol, le disastrose conseguenze dello sfruttamento intensivo delle risorse naturali e del progresso industriale famelico e inarrestabile. Calando i testi nella realtà degli anni ottanta, tutto ciò che viene tragicamente descritto può essere considerato come lo scotto da pagare ad una "modernità" invasiva e deleteria. In un mondo così corrotto, uomini senza scrupoli, i "falsi profeti che governano con gli inganni", impongono il loro potere nocivo e distruttivo. Non vi è speranza di salvezza, il genere umano verrà spazzato via per sempre, con un verdetto terribile e folle al tempo stesso. Il mondo è ormai in completa balìa dell'odio, e non resta che augurarsi che si estingua il prima possibile. È una vera e propria marcia funebre, e l'assolo di Fogle ne è l'emblema più significativo, con i suoi passaggi acidi e maligni, complice la pressoché totale assenza di una linearità melodica che ne attenui la drammaticità. Quando Baker riprende a squarciare i versi lo fa soltanto per lanciare il terrificante anatema conclusivo: "possa la pena essere lenta, e il colpevole di cotanti misfatti scorticato vivo!".

One Foot in Hell

La chiusura del platter è affidata proprio alla title track, ottava ed ultima traccia del lotto, e non poteva esserci epilogo più inquietante per un album che ha fatto delle atmosfere tetre e decadenti la sua arma migliore. One Foot In Hell (Un piede all'inferno) è un brano che già nel titolo reca i geni di un esito predestinato. Le terrificanti atmosfere apocalittiche in esso descritte costituiscono il più idoneo commiato della band, dopo aver narrato, nei trentacinque minuti di durata del full, le vicende più oniriche, sulfuree, angoscianti che mente umana possa concepire, attingendo, come sappiamo, all'epopea fantasy tolkieniana e moorcockiana, ma calando quasi sempre gli episodi descritti in un contesto che non esuli del tutto dalla realtà oggettiva. Il microcosmo descritto dai Cirith Ungol non è mai un qualcosa di fine a sé stesso, ma, trovando spesso il suo ideale corrispettivo nella realtà quotidiana, induce a riflettere su quelli che potrebbero esseri i risultati di condotte di vita poco ortodosse, come abbiamo avuto modo di riscontrare in diverse lyrics. Sovente viene immaginata un'umanità ridotta in ginocchio dai suoi stessi errori, e che, messa al colpetto del Male supremo, finisce con l'esserne soverchiata. Non sfugge dunque alla regola questo ultimo pezzo, che ci offre una visione dai tratti apocalittici di un immaginario giudizio universale, in cui il genere umano finisce con l'essere totalmente soggiogato dal Male. Il riff iniziale di Fogle, estremamente trascinato e quasi cantilenante, è l'atto iniziale della marcia funebre suonata all'umanità da parte della band di Ventura. Garven segue a ruota, dettando ritmi blandi, e subito le prime, deliranti immagini vengono poste dinanzi ai nostri occhi. Con il suo consueto fare sgraziato e abrasivo, Baker ci parla di grida. Grida di dolore che si spargono in ogni dove, accompagnate da schiocchi di frusta e da rintocchi di campane. L'uomo sta per perdere per sempre il suo mondo, sta per mettere un piede all'inferno. L'ingresso del basso di Flint nel brano si attesta soltanto nella seconda strofa, e subito conferisce pienezza e profondità ad una struttura ritmica, bisogna dirlo, meno avvincente che in altre occasioni, anzi, alquanto monotona. Ma alla fissità sonora fa da contraltare un testo dai toni agghiaccianti. Alle urla umane si aggiungono, un po' alla volta, quelle delle anime dannate che emergono dagli inferi e vengono accompagnate da grida di vendetta per i torti subiti. È uno scenario pseudo dantesco, quello messo in piedi dai quattro, un insieme di immagini drammatiche e da incubo di cui essi costituiscono la colonna sonora. Dopo appena due strofe, il chorus, sgraziato all'inverosimile, fa da preludio ad un lungo assolo di Fogle, anch'esso assai cupo (la venatura doom è assai più pregnante di quella epic, in questo brano) ma dall'andatura quasi schizofrenica, a palese testimonianza dell'asperità del tema trattato. Quindi, un altro cavernoso refrain anticipa l'ultima strofa. Nel continuo e incessante altalenare di un riff morboso, Baker emette il giudizio finale, la definitiva condanna del genere umano. Non giungerà nessun salvatore, benché invocato, ad alleviare le sofferenze degli uomini. Essi udranno presto le urla della Bestia, uno sciacallo dallo sguardo malvagio che sancirà la totale estinzione della specie umana. L'uomo, con un piede all'inferno, incurante ormai di qualsiasi conseguenza, è al cospetto del suo ultimo giorno sulla Terra. Un altro memorabile assolo del geniale Fogle decreta la fine delle pene patite dall' umanità. E assieme ad essa quella dell'album.

Conclusioni

Tirando le somme, posso dunque affermare che, pur essendo un eccellente disco, questo One Foot In Hell non è propriamente quello che può definirsi un capolavoro. Pur contenendo diverse chicche, l'album mostra, qua e là, piccoli segni di debolezza e lievi cali qualitativi che gli impediscono di ergersi tra le pietre miliari dell'Epic Metal.  Anzi, a ben vedere, la componente che più risalta in questa release è forse più quella doom, che si muove però lungo un solco prevalentemente fatto di sonorità N.W.O.B.H.M. Come accennavo nell'introduzione, tutto ciò ha un motivo, ed è da ricercarsi quasi unicamente nelle mutate tendenze discografiche in seno all'Heavy Metal, figlie, ovviamente, di un progressivo ma incisivo cambiamento nei gusti dei fans dell'epoca. A metà anni ottanta il filone Epic, complici uscite clamorose da parte di Manowar, Virgin Steele, Manilla Road, Jag Panzer, sembrava aver già dato quanto di meglio potesse offrire: dischi monumentali e zeppi di ingredienti ascrivibili al genere si imponevano maestosamente all'attenzione degli ascoltatori. La boria eroica e un po' tamarra dei Manowar, la raffinatezza stilistica dei Virgin Steele, la "anthemica" coralità dei Manilla Road, l'ancestrale aggressività degli Jag Panzer, la blasfema sacralità degli Omen sono lì a testimoniare la straordinaria bellezza e la complessità compositiva di un sottogenere dall'appartenenza geografica quanto mai peculiare. In questo contesto si inseriscono alla grande proprio i Cirith Ungol che, con il superbo "King Of The Dead", incidono nella roccia delle glorie discografiche anche il loro nome, con un disco talmente epico, oscuro e mefitico da rappresentare la voce fuori dal coro di un filone fortemente standardizzato; che poi è il principale motivo del fascino che quell'album esercitava ed esercita tutt'oggi in chi lo ascolti. La release di cui leggete, invece, fa registrare un piccolo passo indietro rispetto non solo all'eccezionale predecessore della stessa band californiana, ma più in generale rappresenta un po' la Cenerentola delle uscite Epic. Grandissime potenzialità rimaste però parzialmente inespresse, come imbrigliate in una sorta di forza superiore che ne limita la piena e genuina espressività. In quegli anni faceva il suo prepotente ingresso nella scena metallica il Thrash Metal, che con i suoi ritmi furiosi, i suoi riff tritasassi, le sue voci acri e selvagge, i suoi assoli al fulmicotone riusciva a conquistare fans, critica e soprattutto mercato, con un impeto e una forza che erano forse state pari solo all'invasione del mondo da parte dell'acciaio albionico tra la fine del decennio settantiano e l'inizio di quello successivo. Adolescenti e non erano troppo infervorati dalle taglienti sfuriate di Metallica, Slayer, Megadeth o Kreator, per potersi perdere negli eroici meandri dell'Epic Metal. Di conseguenza, anche il music business si sintonizzava sulle medesime frequenze, iniziando via via a snobbare un po' le release che si muovessero su binari diversi da quello Thrash, un genere che come un vorace, famelico cannibale divorava tutto ciò che incontrava sulla sua strada, ingrossando e lievitando sempre più. L'unico filone in grado di opporre una fiera resistenza a cotanto slancio era proprio quello classico, la veneranda e beneamata N.W.O.B.H.M., peraltro anch'essa sulla strada di un incipiente declino. Brian Slagel, da vecchia volpe del merchandising discografico, ebbe l'indubbia capacità di captare la criticità e la delicatezza del momento, dando in pasto ai fans del metallo quello che forse più si aspettavano: "One Foot In Hell", un album infarcito, oserei dire letteralmente intriso, di sonorità heavy che vanno però a discapito di quelle prettamente Epic. Ciò che i fans volevano dall'Epic lo avevano avuto, in maniera più che abbondante, dalle bands sopracitate. Il progressivo affievolirsi delle velleità del genere aveva spinto Slagel a cambiare decisamente rotta, con i Cirith Ungol, e questa si era rivelata, in parte, una mossa azzeccata, poiché l'ennesima release rispondente ai crismi del filone non avrebbe certo invogliato i fans all'acquisto del platter, né a riempire le arene. Cosa che invece non accadde con questo "One Foot In Hell", che di certo non permise alla band di scucirsi di dosso la scomoda etichetta di gruppo di nicchia o sottovalutato (cosa che i Cirith Ungol, tutt'oggi sono e restano), ma che, paradossalmente, le consentì di essere ricordata nel futuro, per il disco forse meno caratterizzante della sua intera produzione (peraltro esigua, fatta di appena quattro full-lenght).Ragion per cui, reputo quest'album un ottimo disco heavy sporcato di doom, ma decisamente poco Epic, dando al termine un'accezione a tutto tondo o che si rifaccia ad un fedele pedigree. Resta, nonostante tutto, un album eccezionale, ben suonato e dalla produzione ruffiana (anche qui la grandezza di quel marpione di Slagel), laddove i due precedenti album erano suonati, il primo come estremamente essenziale, il secondo come più che mai cupo e cavernoso. Indipendentemente dalla categoria sotto la quale lo si voglia etichettare, è un disco che deve obbligatoriamente fare bella mostra di sé sugli scaffali di ogni buon metallaro degno di questo epiteto. 

1) Blood & Iron
2) Chaos Descends
3) The Fire
4) Nadsokor
5) 100 mph
6) War Eternal
7) Doomed Planet
8) One Foot in Hell
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