CIRITH UNGOL

King of the Dead

1984 - Enigma

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
20/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

L'Epic Metal è un sottogenere dell'Heavy davvero affascinante. Il suo periodo di massimo splendore è senza dubbio quello consistente nella prima metà degli anni '80, un lasso di tempo in cui una manciata di band decise di cominciare a staccarsi dai dettami della N.W.O.B.H.M., creando una proposta tutta nuova; in linea, tra l'altro, con quanto stava succedendo anche (sempre negli U.S.A.) con le band del neonato movimento Thrash. Tra questi gruppi troviamo nomi altisonanti come Manowar, Virgin Steele e Manilla Road, le band Epic più smaccatamente Epic che più di tutte sono riuscite a non fermarsi ai primi anni '80;  vi sono anche nomi meno conosciuti ai più, nomi più sfortunati che non sono riusciti a trovare continuità di sorta, dopo aver inciso pochissimi album o addirittura un solo EP. Riuscendo, nonostante tutto, a diventare comunque band di culto fondamentali per il genere. Questo per vari motivi: ora per pura sfortuna, ora per ragioni puramente musicali, ora per problemi legati alla scena in generale. Non starò qui ad analizzare i singoli casi, anche se sarebbe molto interessante cercare di scrivere una storia dell'Epic, lo ammetto. Fatto sta che nel Metal è molto comune trovare band che avrebbero meritato "di più". Gruppi come Warlord, Medieval Steel, Omen e soprattutto Cirith Ungol. Quest'ultimi sono un caso davvero particolare, in effetti, con 4 album che vanno dal 1981 al 1991 non si può certo dire che la band abbia sparato tutti i suoi colpi migliori in 3 o 4 anni, anzi, i Notri hanno coperto un intero decennio. In verità il nucleo originario della band esisteva addirittura sin dal 1972, fattore il quale spiega molto circa il loro sound ed approccio musicale. Stiamo comunque parlando di musicisti con una certa esperienza, all'epoca non certo dei veterani, ma neanche dei giovincelli per la prima volta alle prese con uno strumento, insomma. L'esordio arrivò soltanto nel 1981, come accennato pocanzi, con la firma del contratto per Enigma Records ed il rilascio dell'album "Frost and Fire". Invero, l'album presenta ancora moltissime influenze Hard Rock, forse troppe per essere definito come album puramente Epic... eppure, contemporaneamente rappresenta anche l'inizio di un percorso musicale che in breve avrebbe portato proprio al suddetto genere. D'altronde già in quel debutto c'erano molti elementi chiave, se così si può dire, per capire al meglio lo sviluppo della band e anche l'Epic Stesso. Prima cosa fra tutte: il suo bellissimo e celebre artwork, rappresentante Elric di Melniboné, l'eroe Fantasy nato dalla mente di Michael Moorcock e qui disegnato da Michael Whelan proprio per la copertina di uno dei libri della saga dello scrittore statunitense. Una copertina che parla molto chiaro dunque, giacché ci inserisce subito in un determinato contesto Fantasy/Sword&Sorcery che attira l'attenzione; soprattutto se si è lettori di determinati libri e generi ovviamente, ma è chiaro che in un contesto come l'Epic, legato alla mitologia, ai poemi eroici e ai generi succitati, una copertina come quella di "Frost and Fire" risulta una chiara dichiarazione d'intenti che va a creare addirittura una vera e propria estetica del sottogenere. Cosa assolutamente non da poco, se pensiamo che anche i Manowar avrebbero fatto lo stesso ed in modo anche più esagerato (positivamente) e vistoso. Come quasi tutti i generi e sottogeneri più importanti, quindi, anche l'Epic ha una sua estetica ed i suoi stilemi, è verissimo che le prime band Epic erano tutte diverse tra loro, ma è proprio grazie a questi due elementi che si può ascrivere il tutto in una determinata, "unica" scuola. L'altro elemento chiave è senza dubbio il nome stesso della band. Un nome elfico di derivazione "tolkieniana" che anche qui tradisce una passione per i temi trattati poco più su. CirithUngol, tradotto come "Il Passo del Ragno" è uno dei luoghi più oscuri e pericolosi della Terra di Mezzo durante il periodo de "Il Signore degli Anelli"... e anche questo la dice lunga sulle intenzioni musicali della band! Dopo "Frost and Fire" il gruppo compie una piccola apparizione nella compilation "Metal Massacre" (1982) con il pezzo "Death of the Sun", ma è nel 1984 con l'album "King of the Dead" (l'oggetto di questa recensione) che arriva il vero salto di qualità. Purtroppo, proprio nell'82 la band aveva detto addio al chitarrista Greg Lindstrom, comunque autore di molti dei pezzi presenti anche in quest'album, e si presentava con una line-up formata da Tim Baker (voce), Jerry Fogle (chitarra), Michael "Flint" Vujea (basso) e Robert Garven (batteria). Anche stavolta il primo elemento che scorgiamo è una copertina di sicuro impatto, tra le mie preferite in assoluto, presa nuovamente dai lavori di Michael Whelan per la saga "Elric di Melniboné"; per la precisione da un'illustrazione intitolata proprio "King of the Dead". In ogni caso, in quest'album i Cirith Ungol non abbandonano del tutto le influenze Rock, anzi, il suono e lo stile chitarristico risultano tremendamente simili a quello proposto dai Black Sabbath più di 10 anni prima; eppure il tutto suona decisamente più (Epic) Metal, più pesante, più cupo, più malsano e più maturo di quanto proposto nel debutto. Qui la band riesce a trovare il modo di unire sonorità oscuramente epiche a ritmiche lente e monolitiche che sfociano in soluzioni più vicine al Doom, il tutto impreziosito dalla straziante, urlante, e maledettamente espressiva voce di Tim Baker, che molto probabilmente è il vero punto di forza  e originalità dei Cirith Ungol, anche se nello stesso tempo è anche il motivo per cui molti non riescono ad ascoltare le canzoni della band, trovando la sua ugola alquanto fastidiosa. Le canzoni sono mediamente più lunghe rispetto a quanto proposto 3 anni prima, e questo permette alla visionaria chitarra di Fogle di lasciarsi andare a progressioni e ad assoli che hanno dell'onirico, andando così a creare delle tracce apparentemente semplici ma in cui ci si può perdere e restare intrappolati, circondati da riff opprimenti, da un basso profondo e pulsante e dalla voce di Tim Baker che echeggia nei meandri della struttura stessa dei pezzi. L'epicità dei Cirith Ungol, dunque, non è quella boriosa e battagliera dei Manowar, né tantomeno quella romantica e raffinata dei Virgin Steele: è un'epicità molto più cupa, quasi malsana e sofferente, pessimistica, in cui spesso viene descritto il Male più che l'eroe che lo combatte. Un'atmosfera che ricorda molto le situazioni in cui Conan il Barbaro si ritrova a combattere all'interno di rovine sperdute contro malvagi stregoni o contro creature demoniache, ma ricorda anche la copertina stessa dell'album, che in questo senso rappresenta alla perfezione ciò che c'è all'interno del disco, riportandoci al discorso fatto prima sull'importanza dell'estetica in un genere come il suddetto. Detto questo, cominciamo quindi il nostro percorso nell'oscurità con il track-by-track.

Atom Smasher

L'arduo compito di dare il via all'album va a "Atom Smasher" (Acceleratore di Particelle), traccia scritta addirittura nel 1978, ovvero anche prima di "Frost and Fire". Nei primi secondi c'è solo un misterioso fruscio, ma in poco tempo interviene la batteria di Garven a scandire i primi colpi, permettendo quindi a Fogle di eseguire il frizzante riff dal retrogusto Hard Rock, aiutato dal profondo basso di Flint. Il riff sarà la colonna portante di tutto il brano, ma il vero mattatore è Tim Baker, che già dai primi versi si rende protagonista con il suo particolare stile canoro: "Welcome to the brave new world/ The Future'shere or haven't you heard?/ The sons of man have fell from grace/ Till the Smasher comes to save his race". Niente Fantasy o Sword&Sorcery qui, bensì un futuro distopico che richiama esplicitamente il famoso "Brave New World" (1932) di Aldous Huxley, un futuro in cui l'uomo è caduto in disgrazia e attende una sorta di riscossa che forse sarà portata proprio dall'Atom Smasher del titolo, che potrebbe quasi essere visto come una specie di supereroe, quindi. D'altronde, neanche a farlo apposta, Atom Smasher è anche un personaggio della DC Comics presentato per la prima volta nel 1983. Il breve e semplice ritornello arriva in un attimo dopo questa strofa, il riff rallenta lievemente, così come rallenta anche la batteria; le linee vocali di Baker si adattano al rallentamento e si fanno meno repentine e più distese, con note più lunghe e anche più acute, quasi stridule. Dopodiché la canzone riprende con le ritmiche a velocità controllata dell'inizio ed il riff portante riprende in mano la situazione, mentre Baker questa volta descrive il presunto eroe: un essere umano nato in provetta (proprio come nel romanzo di Huxley), campione dell'era dell'atomo pronto a distruggere tutto per riprendersi il suo trono! Bisogna ricordare che siamo negli anni '80, in piena Guerra Fredda ed in piena paura atomica, ergo una canzone con questo tema è figlia dei suoi tempi. Ritroviamo quindi il ritornello rallentato con le altalenanti linee vocali di Baker, il quale riesce a portarci sul serio in un malato e oscuro mondo futuro in cui una cosa positiva come la salvezza passa per una negativa come la distruzione, la quale appare nel cielo come un bagliore velocissimo. Come fosse un'esplosione da cui scappare: "Here it comes, there it goes/ Just a flash in the sky/ Atom Smasher, here he comes/ Better run for your lives". A questo punto il brano rallenta nuovamente e sembra farsi più rilassato, il movimentato riff portante infatti lascia il posto ad un riff leggermente più cadenzato e calmo sorretto dalla sempre presente batteria di Garven. Su questo tessuto si inserisce Jerry Fogle con un lungo assolo davvero ben fatto, anche qui debitore di certe sonorità del decennio precedente, che sembra quasi descrivere con una visuale dall'alto una città futuristica e distopica bisognosa di ricominciare da capo. In effetti, come ci raccontano i CirithUngol nella nuova strofa, dopo l'intervento dell'AtomSmasher le terre e le città vengono spazzate via (come se egli stesso fosse una bomba atomica) rendendo l'uomo pronto per una nuova alba. Il futuro diventa così un passato da cui ricominciare, provando a non commettere gli stessi errori che hanno portato proprio a quel mondo distopico e terribile. La canzone si chiude quindi con l'ultima ripetizione del ritornello e siamo pronti per proseguire.

Black Machine

"Black Machine" (La Macchina Nera) vede subito Fogle come protagonista, dapprima con il riff introduttivo poi con un breve assolo che lancia tutto il pezzo. Stavolta le ritmiche sono più lente, non come saranno nelle tracce a seguire, ma sicuramente più caute rispetto alla più frizzante opener, quasi sospettose. La voce di Baker si adatta a questo tessuto con linee vocali che comunque restano sempre declamatorie ed urlanti, dando quel tipico tocco di mistero caro alla band. Un mistero che sta nel titolo stesso, in quanto non si sa cosa sia questa "black machine", neanche la band lo sa! Eppure, l'immaginazione viene in nostro aiuto, sostenuta dalla prima strofa, e ci porta ancora una volta in un futuro distopico in cui salire su questa macchina è un modo per evadere da una realtà che non permette più emozioni, ma anche un modo per lasciarsi andare a pensieri malvagi che forse sarebbero vietati nella società: "Climb aboard the Black Machine/ Fills your head with evil dreams/ Fills your head with thoughts of fire/ A quick escape - your one desire". Il ritornello è molto semplice e scarno: sullo stesso riff portante, infatti, Tim Baker con semplici parole ci invita a salire sulla macchina oscura, cavalcandola. Con la seconda strofa cominciamo a sentire una certa desolazione nell'aria, una desolazione nera (forse influenzati dal titolo) in cui la batteria di Garven non è mai troppo statica e risuona pulita e preponderante, così come il basso di Flint e la sua voglia di non limitarsi a ricalcare i riff della chitarra. Tutto suona come ossessivo, in un certo modo: il futuro, o un qualsiasi scenario che ci immaginiamo, non è certamente dei più lucenti e felici, anzi? La voce di Baker ci invita nuovamente a saltare sulla macchina nera, e noi quasi ci immedesimiamo nelle persone che ne usufruiscono, dei drogati che per fuggire da una realtà terribile ricorrono anche ad una misteriosa, malata e malvagia meccanica. L'assolo di Fogle, il quale si inserisce sulle stesse identiche ritmiche che ci accompagnano dall'inizio (tanto per ribadire il lato ossessivo), è a metà tra l'incubo ed il sogno, né troppo lento né troppo veloce, sembra però simboleggiare il legame tra la macchina nera e coloro che la cavalcano; un legame ormai indissolubile che lega l'uomo a quell'oggetto sconosciuto. Eppure è l'unico modo per evadere dalla realtà e andare in posti in cui non si è mai stati, e lo si fa anche se il prezzo è quello di essere assorbiti completamente sia dalla macchina sia da chi l'ha costruita?: "Climb aboard the Black Machine/ To that place you've never been/ The Black Machine will take you higher/ Your burning soul our one desire". La tagliente e acuta voce di Baker ci invita ancora a salire sulla macchina nera, come fosse uno slogan pubblicitario, ma a questo punto non siamo più così sicuri di farlo, tanto più perché l'atmosfera intorno a noi comincia a farsi sempre più cupa e pesante.

Master of the Pit

Se le tracce appena finite hanno fornito una buonissima partenza all'album, è con "Master of the Pit" (Padrone della Fossa) che entriamo nel vivo del lavoro. Questa infatti è la prima di una breve serie di canzoni a presentarci il vero stile dei Cirith Ungol: il loro lato più cupo, sacrale ed oscuramente immaginifico. Già la durata del pezzo (poco più di 7 minuti) ci fa capire che probabilmente non siamo davanti ad una canzone come le prime due, ma la conferma vera e propria ci arriva non appena il brano parte. L'introduzione è affidata al solitario basso di Flint e alle sue note gravi e desolate, che danno la sensazione di una calma apparente. Dopo pochissimo tempo intervengono anche la cadenzata batteria e la chitarra di Fogle, la quale si lascia andare ad un lungo assolo davvero notevole, dal suono sporco e un po' retrò, ricco di note veloci al limite di certe scale virtuosistiche. L'iniziale calma apparente è stata appena spazzata via. All'improvviso però tutto si zittisce, il silenzio sembra tornare per un attimo, ma è ancora una volta il basso di Flint ad intervenire dando il LA a tutti gli altri strumenti. La chitarra di Fogle si lega quindi al basso ed esegue un riff denso, ma nello stesso tempo trascinante, che ci trasporta sempre di più dentro la fossa e dentro uno scenario mesto e plumbeo, in cui la voce di Baker riecheggia malignamente e ci avverte quasi ghignando di stare attenti al Padrone della fossa ed ai signori dell'oscurità, intenti a mescolare le loro pozioni per chissà quali oscuri piani distruttivi. La colonna vertebrale del brano è senza dubbio costituita, oltre che dai riff, dalle strofe: questo perché ogni strofa si ripete con la stessa melodia e con le stesse linee vocali (con liriche diverse, s'intende), dando quindi vita ad un incedere schematico e che resta subito impresso; il che rende la canzone quasi una filastrocca demoniaca. In ogni caso, il Padrone della fossa ed i suoi alleati continuano con i loro piani malvagi nella seconda strofa, e scopriamo che i loro intenti sono più distruttivi che mai: "Pray you never kneel/ To the one  whocalls you slave/ With the hearts and tongues of the Gods in their hands/ The Legions of Hell bellow forth their commands". Agli dei sono stati strappati cuore e lingua, le Legioni dell'Inferno si preparano ad invadere e a distruggere tutto ciò che gli si parerà davanti. Il Padrone della fossa è ormai uscito allo scoperto e Tim Baker ci ordina di inginocchiarci, ma nella stessa strofa descrive anche come ci sia un qualcuno pronto a sguainare la spada per combatterlo. Una sorta di eroe tipico delle storie Sword&Sorcery pronto a fronteggiare tutto quanto sia stregoneria o magia nera; tra l'altro Michael Moorcock è lo scrittore di un racconto intitolato proprio "Masters of the Pit" (1965), anche se non sono sicuro se sia stato proprio quello l'ispirazione per questo brano, dato che è ambientato su Marte. Nella strofa successiva inizia il combattimento tra questo misterioso eroe e le forze del Caos: il riff portante non accenna a proporre cambiamenti, il basso resta minaccioso e avvolgente, la batteria paradossalmente suona quasi morbida, ma è sempre lì presente con il suo sound vivo e barbarico. Tim Baker è il solito narratore eclettico con le sue linee vocali che vanno dal basso all'alto all'improvviso e con un'espressività unica nel suo genere. A questo punto, sopra le stesse ritmiche cadenzate, inizia la sezione solistica di Fogle. L'assolo è impreziosito dall'overdubbing e sembra quindi che ci siano due chitarre a suonare: come a simboleggiare lo scontro tra la spada fiammeggiante dell'eroe e la magia nera del Padrone della fossa, in una sfida decisiva e fatale per uno dei due. Nella strofa seguente Baker ci indica il vincitore: "You know you'll never kneel/ To the Master of the Pit/ Feverish prayers of life ever after/ As your doom driven bladed rinks the soul of the Master". L'eroe misterioso non si inginocchierà mai, la sua spada si è appena dissetata con l'anima del Padrone, come se fosse la famosa Stormbringer di Elric di Melniboné, e forse è proprio lui l'eroe in questione. A questo punto, a quasi due minuti dalla fine, inizia la lunga e notevole parte de finale del pezzo: le ritmiche cominciano ad accelerare in una sorta di celebrazione di una vittoria appena avvenuta e Fogle è libero di sfoderare nuovamente la sua 6-corde, come fosse una spada, e lasciarla correre libera fuori dall'oscurità. Finita la canzone usciamo dalla fossa anche noi, sporchi e con gli occhi abituati al buio... stavolta il Caos non ha prevalso. Stavolta...

King of the Dead

Il Caos avrà anche perso, ma ora ci dirigiamo direttamente nelle sue braccia? "King of the Dead" (Il Re dei Morti) è in assoluto una delle tracce migliori dell'album e una delle più famose della band, una di quelle che incarnano il vero spirito degli Ungol. È un minaccioso basso ad aprire le danze, un basso grave, lento e pulsante come il cuore delle profondità della terra. La batteria di Garven segue l'esempio e lentamente, anch'essa, comincia a dare un ritmo molto lento, quasi Doom, ma inesorabile ed inarrestabile. Abbiamo la sensazione di avvicinarci a qualcosa, oppure che qualcosa si avvicini sempre di più a noi... ci sentiamo osservati ma non sappiamo da chi, da cosa o da dove provenga quello sguardo. Dopo non molto anche la chitarra elettrica fa il suo ingresso senza alterare le caratteristiche appena descritte, anzi, le conferma con il suo andamento lento e tipicamente "sabbathiano". Dopodiché Fogle si lascia anche andare ad un paio di assoli che non fanno che avvicinarci al pericolo: il primo si inserisce sulle ritmiche appena descritte, il secondo invece su un cambio di tempo non troppo brusco che dona un certo groove in più al brano e lo velocizza lievemente. Questo momento però dura poco, infatti la band riprende subito con i ritmi lenti e pesanti, riportandoci su lidi più cupi e tenebrosi. Ora non si può più scappare. Dopo quasi 3 minuti di introduzione arriviamo al cospetto del Re; ci ritroviamo in un attimo all'interno della copertina, spada in mano e terrore negli occhi, con il Re dei Morti che esce dalle sue antiche stanze per affrontarci in tutta la sua scheletrica regalità. Tim Baker, con la sua voce ululante (aiutata da effetti echeggianti che ne risaltano i toni alti) ci narra quanto sta per accadere: "Thunder howls, The King will rise again/ The time has come, to pay for all your sins/ Silence shattered by his gasping cries/ His savage touch will end your world of lies". Il ritornello arriva improvvisamente ed è molto semplice: le ritmiche si fanno ancora più lente e a tratti si fermano quasi, Tim Baker nel frattempo annuncia a tutti che la figura davanti a noi, con la corona in testa, è proprio il Re dei Morti. Immediatamente parte la seconda strofa, sempre cupa, sempre minacciosa, sempre affascinante. Il Re è stato svegliato da qualcuno... il suo sonno secolare è stato disturbato da qualche povero incauto che per questo affronto si ritroverà subito ad affrontare il risvegliato stesso e a perire nella sua mortale presa. La corona è nuovamente sulla sua testa scarnita, il Re dei Morti è tornato. Baker indugia sull'ultima nota del ritornello rendendola lunghissima e disperata, in una sorta di grido d'aiuto che vorrebbe uscire dalle antiche rovine e arrivare alle orecchie del mondo esterno e soprattutto di qualche muscoloso eroe, in grado di fare qualcosa. Le ritmiche continuano ad essere come ad inizio pezzo, il sound è ossessivo ed asfissiante, come se il Re in persona ci stesse soffocando. L'ultima strofa non cambia le carte in tavola ed è sicuramente la più minacciosa di tutte, la più terribile. Una strofa rimata, quasi profetica ed apocalittica, in cui la sempre più straziante ed acuta voce del cantante ci avvisa di quello che succederà una volta che il Re sarà uscito dalla sua cripta: "The sword descends, the blood shall fal llike rain/ Its rising tide will cleanse your world of pain/ His grip will rob the living of their breath/ For as he ruled in life, he rules in death". Dopodiché le ritmiche si velocizzano di pochissimo e la 6-corde di Fogle si lascia andare ad un assolo estatico ed assetato di sangue che guiderà la canzone verso la sua fine definitiva. Le porte della cripta si chiudono dietro alle spalle del Re dei Morti, ora libero di regnare ancora.

Death of the Sun

Con "Death of the Sun"(Morte del Sole) torniamo su lidi meno cupi e tenebrosi, con un approccio più energico che, inoltre, si snoda su un minutaggio decisamente più contenuto. Una traccia che può dunque essere accostata alle prime due. Come "Atom Smasher", poi, anche questa era già stata scritta molto prima della pubblicazione dell'album, con la sola differenza che qui abbiamo una prova tangibile di quel che asseriamo, in quanto il brano fu pubblicato nella raccolta "Metal Massacre" (1982), come già accennato nell'introduzione. Il riff iniziale è sicuramente il più veloce e tagliente di tutto l'album, e anche le ritmiche stesse si assestano su una certa velocità che contrasta molto con i due pezzi monumentali precedenti. Da notare soprattutto la linea di basso di Flint: davvero accattivante ed eccitante, segue perfettamente il riff chitarristico ma, nello stesso tempo, riesce anche ad emergere e ad avere una sua personalità. Baker intanto, nella prima strofa, descrive uno scenario assolutamente negativo e apocalittico in cui il problema non è dato da uno stregone malvagio o da un re redivivo, bensì da un pericolo ancora più grande e contro cui non si può nulla: la morte del Sole. L'Uomo può semplicemente limitarsi a guardare e ad accettare il suo destino, non è né giusto né sbagliato, è semplicemente così. Il ritornello rallenta lievemente il tiro e possiamo apprezzare di più il tambureggiare di Garven. Baker si esprime sempre su toni alti e striduli, quasi dissonanti e cacofonici in questo preciso momento, facendoci capire come mai molti ascoltatori lo trovino fastidioso; ma ci porta anche in un momento di rassegnata disperazione in cui il centro del Sistema Solare sta per abbattere tutto e tutti: "We are coming to the end/ I see my life and I have sinned/ It's too late to change our ways/ For man has seen his final days". Riff e ritmiche veloci riprendono senza troppi indugi, gettandoci in un vortice fatto di tempeste solari e raggi ultravioletti che ci corrodono e bruciano le carni. Ma non siamo solo a noi a prendere fuoco, anche la nostra Terra viene devastata dai venti solari e diventa così un globo squagliato e luminoso visibile nell'oscurità dell'universo. Il ritornello ci ricorda quanto sia straziante tutto questo, anche se Baker sembra quasi raccontarcelo con un malefico ghigno da iena. A metà canzone parte la gran bella sezione solistica affidata interamente a Fogle, il quale con i suoi assoli che si accavallano uno sull'altro, in sovraincisione, va a sottolineare l'anima vorticosa e trascinante del brano. È davvero la fine, però! Il Sole ormai è davvero prossimo alla morte. Forse c'è ancora qualcuno in grado di vederne gli ultimi istanti, qualcuno che per miracolo è riuscito a salvarsi, ma è solo questione di tempo, poiché il refrain finale ribadisce quanto già detto prima: il tempo dell'uomo è ormai terminato.

Fingern of Scorn

Il Sole è morto con una canzone abbastanza veloce per gli standard della band, ecco quindi che con il capolavoro "Fingern of Scorn" (Dito dello Sdegno) torniamo su di una traccia che suona Cirith Ungol al 100%. Questa risale addirittura al 1977 e porta la firma dell'ex chitarrista Greg Lindstrom, il quale può di certo vantarsi di aver scritto un pezzo monumentale. L'introduzione è sorprendentemente acustica e quieta, dal retrogusto sognante e pacifico, anche basso e batteria suonano piuttosto calmi e soffusi, permettendo anche alla chitarra acustica di risaltare di più e creare un'atmosfera davvero bella. Tutto questo però viene spazzato via da un riff profondissimo, lentissimo e molto grave, praticamente Doom, che dà alla canzone quel tocco di oscurità e pesantezza il quale, dopotutto, stavamo aspettando. Il basso è anch'esso molto grave e pulsante, minaccioso nella sua lentezza e aiutato dalla batteria di Garven, la quale suona meno primitiva e variegata del solito, così da creare un tessuto strumentale di grande impatto che si basa ovviamente su ritmiche lente e sulfuree. La voce di Baker è arricchita da echi che la fanno sembrare ancora più ululante e come proveniente da qualche remoto palazzo caduto in rovina sperduto tra le terre di Aquilonia o di Melniboné. Le liriche sono misteriose ed accattivanti, siamo attratti e catturati dall'incedere del brano e dall'aura malvagia sprigionata dai versi stessi. Con la seconda strofa il mistero si arricchisce di importanti dettagli e nel contempo, inoltre, notiamo subito come la chitarra di Fogle si faccia più decisa, pesante e dal volume più alto, come per sottolineare la descrizione fatta da Baker: "From age to age its talked the earth/ The apish scum of evil birth/ Up from slime it has seen man crawl/ It waits to see our final fall". La vediamo quasi apparire davanti a noi, quella feccia scimmiesca più antica dell'uomo (come molti nemici di Conan il Barbaro) che ha atteso per millenni e ora si appresta ad emergere dalla fanghiglia per guardarne la caduta. A questo punto troviamo l'epico ritornello che chiede di essere cantato: le ritmiche cambiano e da sulfuree diventano rocciose e muscolose, grazie soprattutto all'apporto della batteria di Garven, tornata per ora sullo stile a cui ci aveva abituati. L'antropomorfo dito dello sdegno ci indica e ci indica la direzione verso la nostra fine. Con decisione Tim Baker ripete le semplici e perentorie parole del refrain, facendoci immaginare un'enorme mano con il dito puntato che con disprezzo ammonisce tutta l'umanità. Dopodiché ritroviamo il riff "sabbathiano" che funge da colonna vertebrale della canzone, il quale sembra acquistare potenza e tridimensionalità con il proseguire dei minuti, così come anche gli altri strumenti, tra l'altro. Un terribile climax che ci trascina verso l'apocalisse, dunque. Eppure l'umanità conosceva il suo destino: neri idoli ora giacciono nelle profondità marine (forse un piccolo omaggio a Lovecraft) e contengono ogni spiegazione sul nostro fato, purtroppo però molta conoscenza è stata dimenticata e perduta... e l'umanità, nel suo presente, è rimasta senza risposte. Il ritornello riappare con tutta la sua epica enfasi, così come l'enorme dito riappare in cielo penetrando le nuvole e puntando verso di noi: un'umanità destinata a cadere mentre una bestia scimmiesca l'osserva ghignando. L'assolo di Fogle è cupo e quasi triste, impreziosito da una sovraincisione in cui l'altra traccia chitarristica suona note decisamente più veloci che spezzano l'apparente tristezza e rendono il tutto più nervoso e malsicuro. All'improvviso, però, torna la pace. Le grigie nuvole spariscono e i primi raggi di Sole tornano ad accarezzare i volti degli esseri umani. Abbiamo infatti un intermezzo acustico che riprende proprio le note apprezzate in introduzione, con le stesse modalità. Forse tutto è finito, forse non ci sarà nessuna caduta, forse non ci sarà nessuna fine... oppure questa è soltanto la calma prima della disfatta totale? Il riff monolitico e la strofa che segue ci danno la risposta con dei versi di rara potenza poetica e profetica. Essi costituiscono l'apice narrativo ed emotivo del brano, non solo perché parliamo dell'ultima strofa, ma anche perché in questo frangente si chiude tutto, qui viene enunciata l'amara sentenza: "The Beast will rule the hearts of men/ 'Till mankind falls to ape again/ And when our souls are stripped and torn/ Still we face the Finger of Scorn". L'Uomo tornerà indietro, tornerà ad essere una scimmia, ma solo dopo che la Bestia (Satana?) l'avrà torturato e devastato, e pure allora, dopo la caduta, il dito dello sdegno sarà lì presente come una presenza ingombrante, troppo per ricominciare da capo. Tim Baker si lascia andare ad alcune drammatiche ripetizioni del ritornello mentre le ritmiche sembrano accelerare veementemente; mentre Fogle, con un brevissimo e lamentoso assolo, chiude gli 8 minuti e più di brano: in assoluto uno dei migliori della band e un esempio perfetto di Epic misto a Doom.

Toccata in Dm

Con "Toccata in DM" (Toccata e fuga in Re minore) abbiamo l'opportunità di prendere un attimo il respiro e ascoltare il brano più calmo e rilassante di tutto il lotto. La canzone è una strumentale che, come si evince dal titolo, altro non è che una cover della famosissima opera per organo scritta da Johann Sebastian Bach nel 1703 circa. Le redini sono tenute completamente in mano da Jerry Fogle e la sua chitarra, con la quale ricalca perfettamente la linea melodica del celeberrimo pezzo barocco; aggiungendo inoltre qua e là anche qualche sovraincisione che sembra ricordare lo stile di Brian May, mentre il basso di Flint risuona molto leggero e quasi impercettibile in sottofondo, in un modo molto diverso dalle altre canzoni, dunque. La strumentale prosegue così senza sorprese e senza virate, risultando forse un po' monotona, ma presentandoci anche un certo gusto raffinato di Fogle. Un gusto per la musica classica che, non dimentichiamocelo, avrebbe trovato un'espressione fondamentale per gli sviluppi del Metal proprio nello stesso anno di uscita di "King of the Dead" anche con "Rising Force" di Yngwie Malmsteen.

Cirith Ungol

A questo punto siamo giunti alla traccia 8, che è anche l'ultima dell'album. Il suo titolo è "Cirith Ungol", un nome in elfico, preso dall'universo di Tolkien, che significa "Passo del Ragno". Molti lo ricorderanno sicuramente per l'episodio legato al ragno gigante Shelob e la conseguente cattura di Frodo, il quale venne catturato dagli orchi e portato proprio nella torre di Cirith Ungol. C'è una piccola ma importantissima curiosità per quanto riguarda questo nome (che poi è anche il nome della band): la vera pronuncia non è "sirithungol/angol" come molti credono e come Tim Baker stesso canta: bensì, dato che è elfico e non inglese, "kirith ungol". Mi raccomando, ricordatevelo! In ogni caso, anche questo brano è stato concepito negli anni '70, e si sente. I riff iniziali, infatti, suonano oscuri, pesanti e con un piglio Doom che ricorda molto da vicino l'Hard Rock dei primi Black Sabbath. C'è però una sorta di seconda partenza con una chitarra più attiva e meno sulfurea, coadiuvata da linee di basso più agili e da colpi di batteria più vari che rendono il ritmo più dinamico e meno melmoso. A questo punto Baker comincia il suo canto maligno con la prima strofa, che poi, ritmicamente e stilisticamente parlando, è la stessa che troveremo per tutta la durata della canzone, seppure con liriche diverse; anche qui in una sorta di filastrocca del male che ha come ultimo verso sempre le stesse parole: "...In Cirith Ungol, Tower of Fire". Dopo queste parole il brano pare rallentare ed incupirsi, come se il pronunciare il nome di quella torre pullulante di orchi abbia fatto venire in mente, a Frodo e Sam o chicchessia, pensieri più che negativi. D'altronde, come se non bastasse, devono anche stare attenti e nascondersi dal guardiano del passo, ovvero Shelob: "Try to run, try to hide/ If you don't you'll surely die/ Screaming in terror there you'll lie..." Il rallentamento però viene spazzato via dalla seconda strofa e le sue ritmiche nuovamente varie ed accattivanti ma, nello stesso tempo, inesorabili e minacciose come le grida che si odono in lontananza e che gelano l'animo dei due poveri hobbit, ormai in mezzo al nulla ed in balia del traditore Gollum. Possiamo immaginare che siano loro i protagonisti del pezzo, ma può anche darsi che la band faccia una semplice descrizione del luogo senza per forza inserirvi un riferimento preciso. Anche qui, comunque,ritroviamo il rallentamento e l'incupimento, sui quali però si inserisce il solito "doppio assolo" di Fogle che mantiene il tutto su un'atmosfera stranamente calma ma sempre crepuscolare e per niente rincuorante. In effetti, nella terza ed ultima strofa, il paesaggio si fa ancora più pericoloso ed inospitale: le creature alate solcano i cieli in cerca di intrusi, ormai non si può più tornare indietro; il peggio consiste nel fatto che, inoltre, sentiamo di essere osservati da qualcosa. Un occhio ci ha scovati, a nulla sono serviti gli sforzi per nasconderci da Shelob o dagli orchi, l'occhio di... Satana ci ha scovati: "Demons circle the smoky skies/ Your fate hangs before you, on a wheel of fire/ As you stand revealed to Satan's eye/ In Cirith Ungol, Tower of Fire". Come si sarà notato l'occhio non è quello di Sauron ma di Satana. Il che è molto strano e stona un po' con il resto della canzone, in effetti risulta difficile dire perché i CirithUngol abbiano fatto questa virata e questo miscuglio, possiamo solo fare supposizioni, ma tant'è. Poco prima dello scoccare del quarto minuto inizia la lunghissima coda della canzone, che è sicuramente uno dei momenti migliori non solo del brano ma anche di tutto l'album. Essa infatti è una lunga, cadenzata ed inesorabile progressione fatta di riff e assoli che sembrano sempre chiudere il tutto ma che alla fine si rivelano essere soltanto dei finali falsi che allungano la traccia e anche l'agonia dei poveri malcapitati ormai intrappolati nella torre di Cirith Ungol; luogo dove rimarranno rinchiusi per sempre e dove forse periranno dopo aver subito atroci torture perpetuate da famelici e sadici orchetti.

Conclusioni

 Anche noi, in qualche modo, rimaniamo intrappolati nei cunicoli e nei passaggi oscuri di Cirith Ungol; anzi, per dirla meglio, rimaniamo intrappolati grazie ai Cirith Ungol ed al loro "King of the Dead". La sensazione finale è proprio quella di aver attraversato un angusto passo di montagna con un essere mostruoso a guardia, ci sentiamo come se avessimo esplorato profondi e bui anfratti e affrontato creature demoniache degne di Robert E. Howard e Michael Moorcock, creature che non siamo sicuri di aver sconfitto, in quanto addosso ci rimane un senso di pesantezza e fatalità che trova il suo essere proprio nel sound della band. I pesanti riff Doom di Fogle creano un muro sonoro di difficile penetrazione, che ci investe inesorabilmente ma con una lentezza tale da permetterci di rendercene conto e di poterne così apprezzare ogni nota, godendo quindi di quell'epicità a tinte lugubri e pessimistiche che si trova in quasi ogni pezzo dell'album. La sezione ritmica poi, affidata a Flint e Garven, rende il tutto ancora più compatto e pieno; grazie a delle linee di basso mai banali che serpeggiano intorno alla spina dorsale delle tracce e grazie anche alla batteria di Garven stesso: massiccia come dei tamburi di guerra dalle profondità dei monti. La produzione è ottima e porta la firma della band, non c'è nessun altro dietro ad essa. Un punto molto importante questo, in quanto possiamo apprezzare il lavoro della band in toto e senza aiuti (o intrusioni) esterni; fattore che contribuisce a rendere "King of the Dead" il vero capolavoro del gruppo e un vero album di culto per gli amanti dell'Epic Metal e, volendo, anche del Doom. La forza dell'album, comunque, risiede soprattutto in un quartetto di altissima qualità formato da "Master of the Pit", "King of the Dead", "Finger of Scorn" e "Cirith Ungol", ovvero le canzoni che più di tutte rappresentano lo stile e le intenzioni dei Nostri. Dei veri e propri manifesti, insomma. È soprattutto grazie a canzoni come quelle se possiamo immergerci in un'atmosfera particolare e dal sapore antico in cui l'Uomo è in balia di forze malvagie e primordiali che tentano continuamente di spodestarlo. Tutto in salsa Fantasy, ovviamente. Bisogna poi ricordare che il 1984 è stato un anno di grazia per l'Epic Metal, un'annata in cui il genere ha potuto esprimersi nel migliore dei modi sfornando veri e propri capolavori che avrebbero fatto la storia. Proprio in quell'anno i portabandiera del movimento, i Manowar, danno alle stampe ben due album, ovvero i rocciosissimi ed epici "Hail to England" e "Sign of the Hammer"; gli Omen debuttano con il battagliero "Battle Cry", i Warlord provano a confermare la magia dell'EP "Deliver Us" con "And the Cannons of Destruction Have Begun..." e i Medieval Steel rilasciano il loro leggendario omonimo EP. Insomma, un anno perfetto in cui far uscire "King of the Dead". Purtroppo però, come molte delle band citate qui sopra, i Cirith Ungol non riuscirono a sfondare o a diventare una "band fenomeno" e, nonostante la qualità di questo album in esame, in non troppo tempo entrarono in una crisi che li avrebbe portati allo scioglimento e che li avrebbe rilegati nel grande calderone delle band quasi dimenticate, quelle che avrebbero meritato di più. Ad onor del vero, i Cirith Ungol potrebbero essere più famosi oggigiorno di quanto non lo fossero negli anni '80, grazie soprattutto all'avvento di internet che ha permesso di rispolverare vecchie glorie e poterle valutare nuovamente sotto una luce diversa, magari. Basti pensare anche all'interessante revival che sta vivendo l'Epic Metal in questi ultimissimi anni, il quale ha permesso alla band di riunirsi e di suonare per la prima volta in Europa (precisamente al Keep it True 2017, ovvero il festival Epic per eccellenza), che per le band del genere rappresentava , e forse rappresenta ancora, il vero mercato da conquistare. Forse i Cirith Ungol stanno raccogliendo soltanto ora quello che hanno seminato tanto tempo fa, ma è anche vero che probabilmente la colpa non è tutta della sfortuna (e neanche dei Manowar, come spesso ho letto in giro...), essa c'entra sicuramente, ma bisogna analizzare anche altri fattori musicali e relativi al contesto. Ora, la qualità di "King of the Dead" non si discute, e neanche l'importanza della band nell'Epic Metal; però, in un periodo come i primi anni '80, fatto di fermenti inarrestabili e voglia di creare qualcosa di nuovo, un sound così "settantiano" come quello degli Ungol potrebbe non aver incuriosito moltissimo come invece sono riusciti a fare altri colleghi contemporanei. Oggigiorno l'Epic Metal è uno dei generi più puristi e conservatori della scena, ma, se ci pensiamo bene, all'epoca rappresentava comunque una novità, rappresentava un modo, tutto americano ma paradossalmente con un occhio rivolto al Vecchio Continente, di discostarsi dal monopolio inglese con sonorità epiche ed enfatiche che nessuno aveva mai sentito prima: a modo suo, era una sperimentazione a tutti gli effetti. I Cirith Ungol invece si presentarono sul mercato con alcuni brani scritti nel decennio precedente e dalle evidenti influenze "sabbathiane", non che questo sia un problema in sé, ma, come scritto poco su, all'epoca il pubblico chiedeva novità, molto probabilmente. Non è un caso, infatti, che i due album successivi della band abbiano sonorità più Metal e meno Rock. Oggi però siamo liberi da questi pensieri e possiamo giudicare l'album per quello che è, senza calarlo troppo in un contesto storico-artistico, in quanto la sua qualità ha resistito alla prova del tempo. "King..." è tuttora considerato un grandissimo album da ascoltare e venerare, un album di culto dal fascino misterioso e tenebroso a cui consiglio vivamente di cedere.

1) Atom Smasher
2) Black Machine
3) Master of the Pit
4) King of the Dead
5) Death of the Sun
6) Fingern of Scorn
7) Toccata in Dm
8) Cirith Ungol
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