CIRITH UNGOL

Frost and Fire

1981 - Liquid Flame Records

A CURA DI
FABIO FORGIONE
24/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Cirith Ungol, il Passo Del Ragno, altrimenti detto Passo Di Morgul, è un luogo di Arda, l'universo immaginario creato da J.R.R. Tolkien. Ungoliant il Maia, avente forma di ragno gigante, che distrusse con Morgoth gli Alberi di Valinor e che fu madre di Shelob e della razza dei Ragni Giganti. Facciamo la conoscenza di Shelob, di Cirith Ungol e dell'omonima Torre eretta a baluardo della regione dell'Ephel Dùath, una vasta zona montuosa ad Ovest di Mordor, nell' opera omnia dello scrittore britannico, il celeberrimo "Lord Of The Rings", precisamente nel terzo ed ultimo dei tre libri che lo compongono, ovvero "Return Of The King". Frodo della Contea Baggins, il portatore dell'Unico Anello, insieme al suo fedele e inseparabile amico Samvise Gamgee, sono in viaggio per raggiungere il Monte Fato allo scopo di distruggere, tra le sue fiamme, l'Anello che soggioga la volontà di chi lo indossa, facendola votare al male. Sul tragitto per il Monte Fato i due Hobbits, ingannati dal viscido Smeagol,si imbattono proprio nella famigerata Torre di Cirith Ungol e nella terribile Shelob, che paralizza Frodo e sta per divorarlo, quando viene ferita gravemente da Sam, il quale riesce a trarre in salvo l'amico. La Torre, che si ergeva a metà strada tra l'Orodruin e Minas Morgul ed era circondata dall'altopiano di Cirith Ungol, era stata eretta nella Seconda Era dall'esercito dell'Alleanza con lo scopo di sorvegliare il passo, ma era stata poi successivamente conquistata dagli Orchetti di Mordor, che ne avevano fatto un bastione al servizio di Sauron. Una premessa che, sia pur approssimativa e piuttosto sbrigativa, ritenevo fondamentale ai fini della comprensione della proposta e dell' stetica della band: i Cirith Ungol, appunto, che è oggetto del nostro articolo e che proprio dell'immaginario tolkieniano (ma non solo) si nutre. E pensare che l'universo fantastico creato dal visionario scrittore inglese era, agli albori della carriera dei Nostri, quanto di più distante si potesse immaginare dallo scenario culturale e musicale degli stessi. Trasferiamoci nella California del 1971, precisamente nella città di Ventura, dove quattro giovani poco più che adolescenti danno vita ad una band folk-rock, i Galligan Family, che però ha vita assai breve. Dalle sue ceneri traggono infatti origine i Titanic, che vedono Greg Lindström al basso e voce, Jerry Fogle alla chitarra solista, Robert Garven alla batteria e Pat Galligan (fondatore del primissimo nucleo primordiale della band) alla chitarra ritmica. Con questo monicker i quattro iniziano ad esibirsi nei maggiori locali "di tendenza" della California di inizio anni settanta, i più sensibili alle istanze di rivoluzione musicale provenienti dal Regno Unito. Proprio in ragione delle mutate tendenze che hanno nell'Inghilterra del periodo la loro direttrice principale, la band, dapprima intenta a riproporre quasi esclusivamente brani dei Beatles e degli Stones, muta radicalmente prospettiva, puntando l'obbiettivo su band come Black Sabbath, Mountain e Deep Purple. Ed è in questo contesto che si inserisce la decisione di cambiare monicker per la seconda volta, adottando quello di Cirith Ungol, che accompagnerà la band per tutto l'arco della sua carriera. Siamo nel 1972, e in concomitanza con il cambio di nome, si registra una serie di mutamenti in seno alla line up: Pat Galligan viene allontanato dal gruppo, Michael Flint sostituisce Lindström al basso, mentre dietro il microfono viene reclutato Tim Baker. Stretto nella morsa di Flint e Baker, che gli "usurpano" di fatto il suo doppio ruolo nella band, Lindström vira sulla chitarra ritmica, cominciando ad accollarsi anche le parti di tastiera. Con questa formazione definitiva e ben consolidata, i Cirith Ungol continuano la loro intensa attività live, cominciando ad affiancare alle cover, durante le loro esibizioni, pezzi originali. Nonostante gli sforzi, le numerose apparizioni in pubblico e il grande impegno profuso nella causa, i quattro non riescono ad attirare l'attenzione di nessun discografico, tanto che decidono di metter su, a proprie spese, la "Liquid Flame", casa discografica sotto la quale vede la luce il loro primo full, quel "Frost And Fire" che ci apprestiamo ad analizzare. Siamo arrivati nel frattempo al 1981, quasi un decennio trascorso, per la band, tra difficoltà e stasi, un decennio che però, nel Vecchio Continente, è foriero di novità rivoluzionarie che, negli anni a venire, avrebbero prodotto il loro effetto magmatico anche oltreoceano. La NWOBHM è nel pieno del suo impeto e del suo vorticoso divenire, le band che in seguito sarebbero state gli esponenti di spicco della corrente avevano già marcato i loro debutti discografici (Iron Maiden, Saxon, Motörhead, Angel Witch, Raven), mentre solo i Judas Priest con il fantastico "British Steel" andavano ad ampliare e rinvigorire il solco da essi stessi scavato ben quattro anni prima con l'embrionale "Sad Wings Of Destiny". Una adeguata distribuzione del disco di debutto dei Cirith Ungol si deve al provvidenziale intervento di Brian Slagel,amico dei membri della band e futuro mastermind della Metal Blade. Slagel, al tempo commesso in un negozio di dischi, riesce a mettere i quattro in contatto con il distributore, la Greenworld Records, che  interessato e incuriosito dal loro lavoro, prende in carico la produzione del platter sotto l'etichetta Enigma. Successivamente, il brano inedito "Death Of The Sun" viene inserito nella Compilation "Metal Massacre vol.I". I Cirith Ungol riescono dunque, finalmente, ad imporsi all'attenzione del grande pubblico, valicando peraltro i confini prettamente geografici entro i quali sinora si erano mossi, facendo conoscere il proprio nome anche oltreoceano. Come inserire dunque una band come i Cirith Ungol all'interno dello scenario hard dell'epoca? Come valutare la loro opera? Di quali novità, sia pur a livello embrionale, il loro sound è alfiere? L'importanza dei Cirith Ungol è strettamente legata alla genesi e all'evoluzione del filone Epic che, un po' paradossalmente, sarebbe successivamente stato sviluppato e portato ai massimi livelli espressivi da Manowar, Virgin Steele, Manilla Road e Omen. Pur rimanendo ancorati, com'è ovvio che sia, a sonorità hard rock oriented di chiara impronta seventies, corroborate dalle influenze della nascente NWOBHM, i Nostri apportano non pochi elementi innovativi ad un sound che faceva della tradizione il suo punto di forza. Linee di basso marcate, talvolta ossessive, riff quadrati e compatti, refrain corali, assoli stridenti e veloci, sono, a livello sonoro, l'equivalente innovativo di liriche che si ispirano in maniera massiccia al Fantasy e al mondo immaginifico dello "Sword And Sorcery". In questo contesto, oltre al già citato Tolkien, grande importanza riveste, nell'opera della band, il ciclo di racconti di Elric di Melnibonè di Michael Moorcok, padre del Champion Eternal, il Campione delle saghe nordiche che affonda le radici nella mitica figura di Conan il Barbaro, eroe delle Weird Tales di Robert Ervin Howard. Tolkien, Moorcock, Howard: queste dunque le Muse ispiratrici dei Nostri per quel che concerne l'impianto lirico; l'hard rock settantiano e i primi vagiti della NWOBHM, invece, per ciò che attiene all'aspetto musicale. Non c'è affatto da annoiarsi ascoltando questo Frost And Fire, benché, è opportuno premetterlo, gli apporti innovativi a livello sonoro rappresentano qui poco più che un lieve cenno. Andiamo dunque ad esaminare le sette tracce che lo compongono.

Frost and Fire

Apre le danze proprio la title track, Frost and Fire (Ghiaccio e Fuoco), e lo fa con una intro di chitarra seguita a breve da basso e batteria, i quali scandiscono un ritmo che ben presto si tramuta in una sorta di cavalcata dal vago sapore maideniano (i primissimi Maiden, beninteso), in cui Fogle tiene dietro alle frustate di un Flint indemoniato. È bene precisare sin da subito che è proprio il basso a fare la parte del leone nel comparto ritmico del brano (ma più in generale dell'intero album). Registrato a volumi notevoli, non risulta però mai invadente, anzi, non fa che enfatizzare il resto degli strumenti, accentuandone il dinamismo. Qualcuno ha paragonato, a tal proposito, questo pezzo dei Cirith Ungol a talune composizioni dei Rush più hard rock oriented, oltre ai già citati Iron Maiden, proprio in virtù del ruolo di leader assunto dal quattro corde che, nella fattispecie, si avvale di due interpreti del calibro di Geddy Lee e Steve Harris. L'ingresso di Baker nella strofa è stridulo e al tempo stesso acuto, ad anche in questo caso, i paragoni con altri celebri singer della scena contemporanea non si sono fatti desiderare: alcuni (i più) hanno tirato in ballo Rob Halford, altri Bon Scott, altri ancora, più avanti nel tempo, King Diamond. Quel che è certo e che, aldilà dei fin troppo facili accostamenti, Tim Baker resta un cantante dalla timbrica assolutamente personale e che fa sì, ascoltandolo, che i Cirith Ungol divengano riconoscibili al suo solo aprir l'ugola. Il testo ci riporta, come già accennavamo nell'introduzione dell'articolo, in un'epoca remota e fantastica, sicuramente frutto della fantasia visionaria dei quattro (di Lindström in particolare), un'era dominata da forze supreme contrastanti che si contendono il potere sul mondo e sull'umanità. Due forze antitetiche, il Gelo e il Fuoco (il Bene e il Male), con le loro reciproche confluenze l'uno nell'altro, a riprova del fatto che nel sistema universale non esistono valori assoluti, ma uno può "contaminare" l'altro in un continuo divenire. Nessuna certezza, nessuna stabilità alberga nell'animo umano, che dello spazio infinito rappresenta lo specchio. Lo sa Baker quando afferma "I feel the burning, and I feel the freeze/the frost, the fire it burns inside of me" (sento bruciare e sento gelare/ghiaccio e fuoco bruciano dentro di me). L'uomo è in continua, perenne balìa di Angeli e Demoni, gli esseri posti a sentinelle di due regni lontani ma tra loro anche molto attigui. L'uomo, la figura eroica di questo microcosmo, dev'essere in grado di non farsi influenzare troppo da nessuna delle due, conservando equidistanza ed equilibrio. L'assolo di chitarra è un classico esempio di come si possa suonare hard rock ed heavy allo stesso tempo. Fogle è un fiume in piena e lo dimostra senza remore, riportando alla mente, per interpretazione ed esecuzione, il momento solista di "Killers", di maideniana memoria. Troppi richiami e troppe citazioni, potreste obbiettare, ma, del resto, non siamo che nella primissima fase di attività della band, che avrebbe mostrato appieno le sue peculiarità a partire dal successivo "King Of The Dead". La personalità, comunque, è già forte.

I'm Alive

Attacco ultra classico per il secondo brano, I'm Alive (Sono vivo), in cui ad un breve ma conciso lavoro a tre (chitarra/basso/batteria) dalla sincronia perfetta, segue un torrenziale assolo introduttivo di Fogle, con Garvin alla batteria a dettare i tempi di una improvvisa quanto esaltante accelerazione, la quale si stempera subito dopo in un rallentamento pregno d'atmosfera. La cornice ideale per le linee vocali schizofreniche e sincopate di un Baker assolutamente sugli scudi per la carica emotiva di cui permea la sua interpretazione. Splendido istrione, si cala nel ruolo con grandissima enfasi, recitando la parte di un re, uno dei più grandi che la storia dell'uomo ricordi. Egli rabbrividisce dinanzi ai ricordi di tutto ciò che ha vissuto. Ha conosciuto la luce e le tenebre, ha camminato affianco ad esseri invisibili. È stato un re invincibile, ma nella sua immensa grandezza non ha mai perso umiltà. È stato il più povero tra i poveri, ha fatto tremare i potenti tirandoli giù dai loro troni e li ha derisi in punto di morte. Quel che accade in concomitanza del refrain ha dell'incredibile: il ritmo cresce d'intensità, i tre agli strumenti premono sull'acceleratore, accompagnando Baker nel suo trionfale "I'm alive", ripetuto quattro volte. I ritmi rallentano nuovamente, con un carico di pathos impressionante, atmosfere cupe, pesanti, claustrofobiche, chitarre e basso accordati sotto le consuete tonalità (questa caratteristica ha fatto parlare dei Cirith Ungol come precursori delle sonorità Doom) ci introducono nella seconda strofa, in cui Baker continua il suo delirante monologo. Egli ha vagato per il mondo, con la morte che seguiva la sua scia, alla ricerca della verità, imparando più di quanto potesse prendere. Ha conosciuto i più grandi misteri del mondo, e tutto ciò lo ha fatto invecchiare troppo presto. Ha pagato profumatamente il pifferaio, ma questi, dopo tanto tempo, gli chiama ancora la melodia. Ma non importa, perché egli è vivo, come declama nuovamente nell'arrembante refrain. Meraviglioso è l'assolo seguente di Fogle, un'interpretazione che lascia intravedere spiragli di quello che sarebbe stato il modo di intendere il momento solista nelle partiture e nello spirito Epic. C'è ancora tempo per un'ultima strofa. Il re è stato tradito, ferito nel suo orgoglio, avvilito nelle sue aspirazioni. Ma tutto ciò non scalfisce minimamente la sua straordinaria grandezza e la sua potenza. Rabbrividisce ancora una volta dinanzi ai ricordi del passato e dei giorni trascorsi in solitudine. Il tradimento patito gli ha fiaccato l'anima e minato lo spirito, ma non ha perso la forza. No, quella non l'avrebbe mai persa, perché egli è vivo. Un pezzo che viaggia tra continui cambi di tempo e che testimonia della grande abilità di una band che interpreta il verbo metallico in maniera molto originale e fuori dagli schemi. L'Epic in embrione passa anche da questa traccia.

A Little Fire

Attraversato longitudinalmente da un main riff di matrice hard rock, il terzo brano, A Little Fire (Un piccolo fuoco) è quello che più, tra quelli sinora ascoltati, rientra nel solco della tradizione classica. Le chitarre, in bell'evidenza, la fanno qui da padrone, mordendo e graffiando, con il basso di Flint che, sia pur pulsante, tende leggermente a nascondersi rispetto ai due pezzi precedenti. Baker pare davvero Halford qui, ma, procedendo nell'ascolto, si ha un po' la generale sensazione di trovarsi dinanzi a un brano dei Deep Purple cantato dal singer dei Priest. Struttura assai semplice, ma proprio per questo estremamente diretta e coinvolgente, non occorrono particolari arzigogoli per stupire l'ascoltatore, poiché questo brano fa della semplicità espressiva il suo punto forte. Un tappeto sonoro, forse, un tantino in contrasto con il tema affrontato nelle lyrics, che vedono come protagonista un uomo che, svegliatosi improvvisamente nel cuore della notte, si rende conto di essere solo. La sua presa di coscienza, esasperata oltremodo dal continuo ticchettio dell'orologio, lo porta a riflettere angosciosamente sulla sua solitudine. Lo induce ad invocare un piccolo fuoco (da intendersi, fuor di metafora, come una compagnia umana) che lo riscaldi e lo faccia sentir vivo. E lo sottolinea proprio nel refrain, mentre le chitarre continuano incessantemente, morbosamente a macinare riff, martellando l'udito. Quando poi giunge l'assolo, straordinario e straripante, di Fogle, il pezzo acquisisce una carica epica che fino a quel momento gli era stata un po' estranea, ricordandoci che questa è una band che di lì a poco avrebbe stravolto gli schemi, rivelando la sua reale natura. Una band che non si è mostrata subito per ciò che è, ma che ha preferito piuttosto scoprire le carte un po' alla volta, aumentando il fascino, innegabile, che da sempre l'accompagna. L'incedere ritmico, ossessivo, sempre uguale a sé stesso, ammanta la seconda strofa. Il Nostro si chiede se ci sarà mai un giorno chi si possa chiedere come ci si sente a ritrovarsi immersi nella solitudine. E lui spera di poter essere là a spiegarlo, lui che, purtroppo, lo sa bene. Ciò che chiede è solo un fuoco, un piccolo fuoco che lo riscaldi nel corpo e nell'anima.

What Does It Take

La quarta traccia, What Does It Take (Cosa ci vuole), fa registrare il primo calo qualitativo del platter. Nel generale contesto di un album che, lo ricordo, non è un capolavoro, questo pezzo ne rappresenta forse il gradino più basso, assumendo i connotati di un vero e proprio filler. Un riff quanto mai essenziale, oltre che breve, precede un synth di tastiere e dei giri di basso dall'incedere ipnotico, dando vita ad un ensemble quantomeno insolito, se commisurato a quanto ascoltato sinora. Anche il cantato di Baker pare essere meno convincente, oserei dire quasi svogliato. I suoi micidiali scream acri e striduli, che lo avevano reso un po' la scheggia impazzita nel paradiso di ugole nitide e pulite del tempo, lasciano qui il posto ad un'impostazione quanto mai "normale" e lontana da iperboli vocaliche di un certo rilievo. L'incedere del pezzo è pigro e a tratti cupo, le chitarre sono pesanti, le linee di basso, come sempre, pulsanti e pregnanti, ma si fa fatica a decollare, rimanendo imbrigliati nei meandri di un brano di difficile assimilazione e dalla natura spiazzante. Anche il testo è quanto di più lontano possa esservi dai cliché lirici di una band che avrebbe dato il là niente meno che al genere Epic, con le sue tematiche ridondanti, boriose e nobili, essendo una sorta di sfogo (chiamiamolo così), di un giovane innamorato che, avendo visto la sua bella preferirgli il suo "rivale" in amore, non manca di mostrarle il suo disappunto circa la scelta da lei fatta. Ecco che allora, con quell'incessante, costante ronzio delle tastiere sintetizzate in sottofondo, il Nostro rimprovera la sua amata di non saper guardare aldilà delle apparenze, o meglio, di guardare solo ciò che vuole. Lei lo guarda con occhi apparentemente disinteressati, come se non le importasse nulla di lui. La verità però è sempre e soltanto una: aldilà delle apparenze che possono differenziarli l'uno dall' altro, gli uomini sono tutti uguali. Egli sa di non essere da meno al suo rivale, ma nemmeno di essergli superiore. Il dilemma è dunque uno e uno soltanto, e viene ossessivamente ripetuto nel refrain, "cosa ci vuole per arrivare a te"? Conscio di essere lontano dall'ideale di uomo perfetto, il Nostro si cruccia, tanto più, di uscire sconfitto da un confronto con un uomo che non è poi tanto diverso da lui. La sua bella resta comunque irraggiungibile, per lui. Il vero valore aggiunto di questa traccia resta il guitar solo, magistrale esempio di rock stradaiolo e verace, grezzo e ruspante, ma con in più quel tocco di classe che resta forse un po' nascosto, ma che di lì a breve sarebbe esploso in tutto il suo sontuoso fragore.

Edge of a Knife

Che i Cirith Ungol non siano ancora una band dal profilo espressivo peculiare e personale è tanto più evidente in una traccia come Edge Of A Knife (Sul bordo di un coltello), quinto estratto del platter, una sorta di calderone musicale al cui interno i Nostri si divertono a infilare tutte le maggiori influenze disponibili all'epoca. Dall'attacco purpleiano che rimanda al celeberrimo riff introduttivo di "Smoke On The Water", il brano è tutto un dipanarsi di tributi e omaggi più o meno spontanei a mostri sacri dell'hard 'n heavy coevo. La stessa impostazione vocale di Baker, non ancora il teatrale cantore di esperienze surreali e fantastiche che avremmo conosciuto in seguito, sembra voler fare il verso al superbo Halford del 1981, senza però con questo difettare in personalità. Ed in effetti, sin dalle prime battute, abbiamo la sensazione di trovarci al cospetto di un pezzo interpretato in maniera davvero convincente, oltre che suggestiva, proprio in ragione delle linee guida adottate dalla band di Ventura. Il basso di Flint, nel primo break centrale, non può non far balzare alla mente le scorribande del primo Steve Harris, dita che sfiorano impazzite le quattro corde come mai nessuno aveva fatto prima, imprimendo alla sezione ritmica un ritmo frenetico, ossessivo, il modello precursore della caratteristica, futura cavalcata maideniana. Quando Baker inizia poi a declamare i primi versi della strofa, il quadro assume una connotazione definitiva, essendo il comparto lirico un surrogato delle tematiche di cui proprio i Priest avevano fatto il proprio cavallo di battaglia tra la fine degli anni settanta e l'inizio del decennio successivo. La genesi e l'affermazione del giovane rockettaro nella società, con tutto quel che ne consegue, dalle risatine malevole e beffarde delle ragazzine per dei jeans stracciati, agli sguardi attoniti e un po' disgustati dei benpensanti dinanzi a tagli di capelli fino a quel momento mai visti. Come ama ricordare nel refrain, cantato in tonalità più basse rispetto alle strofe, al giovane piace vivere come sul bordo di un coltello, vale a dire al limite di tutte le esperienze umane, senza freni, senza limitazioni. Come impone l'etica del rocker, del resto. È questo, soltanto questo il vero senso della realtà e della vita intera. Anche se il suo stile di vita lo porta ad essere schernito dai più, a lui sta bene così, sempre meglio che essere ignorato. Tanto per tornare al discorso delle influenze, l'assolo di chitarra sembra invece preso pari pari da un album dei primi Black Sabbath, anche se, ovviamente, la chitarra di Fogle, accordata in maniera convenzionale, manca di quella asfissiante e claustrofobica pesantezza della Gibson SG di sua maestà Iommi. Il refrain, ripetuto più e più volte sino alla fine, congeda un brano interessante ma ben lontano da canoni stilistici caratterizzanti, ma pur sempre un pezzo che mette in mostra abilità e virtuosismi fuori dal comune.

Better Off Dead

Quanto detto a proposito del precedente brano vale ancor più per il successivo, sesto pezzo, Better Off Dead (Meglio da morto), una traccia in cui l'attitudine stradaiola dell'hard rock a tinte blues dei Nostri diviene ancor più marcata, oserei dire sfacciata. Il brano si apre con i colpi ritmati sui tom di Rob Garvin, ai quali si unisce subito l'onnipresente basso di Flint, seguito a ruota dalle chitarre selvagge di Ljndström e Fogle. Baker si inserisce da par suo e, va detto, la somiglianza con Halford è davvero impressionante, sia sul cantato basso che sulle parti acute. Le chitarre, essenziali ma ruggenti, svolgono il loro mestiere in maniera più che brillante, dando vita ad un comparto ritmico esaltante, pur nella sua semplicità strutturale. Un ensemble in cui, come sempre, è il basso pulsante di Flint a rappresentare la voce fuori dal coro, il vero valore aggiunto della sezione strumentale. Il testo risulta essere piuttosto interessante, essendo una riflessione sul senso di alienazione e inutilità che pervade chi, avendo commesso uno o più errori nella vita, comincia a credere che non avrà altre chances, non gli saranno concesse ulteriori opportunità di riscatto ("lo stesso treno non passa mai una seconda volta"). Cade allora in una sorta di estraniamento regressivo che lo porta a pensare di vivere la sua vita come spettatore, piuttosto che come attore protagonista. La massima forma di degenerazione di questo stato d'animo depressivo è quella di ritenere che sia di gran lunga preferibile provare l'esperienza "da morto". Quale spettatore più inerme può esservi? Un morto assiste alle sue vicende, ma anche a quelle altrui, senza poter intervenire per modificarle, abbattendo così a zero le possibilità di commettere errori. Fuor di metafora, pertanto, la lezione che i Nostri vogliono impartire in queste lyrics sembra essere quella di non lasciarsi sopraffare dall'ignavia. Per quanto possa rivelarsi sbagliata o foriera di risultati negativi, abbiamo il dovere di prendere una decisione. Chi non osa è sicuro di non sbagliare, ma non è degno di essere considerato un uomo. Viceversa va lodato chi, pur rischiando di incappare in passi falsi, ha il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte. Il brano viaggia sui confortevoli e rassicuranti binari dell'hard rock più intransigente, e l'assolo - davvero eccellente - di Fogle, non fa che conferire ulteriore forza ad un pezzo che fa della sanguigna genuinità compositiva il suo punto di forza. Un linguaggio semplice, snello e diretto che facciamo fatica ad immaginare abdicare, in un immediato futuro, a favore di sonorità ben più complesse e ricercate, ma comunque e sempre ben radicate nella tradizione. Una canzone che si lascia piacevolmente ascoltare, dal primo all'ultimo secondo, ma che è forse quanto di più lontano dal futuro trademark della band di Ventura.

Maybe That's Why

La chiusura del platter è affidata alla strumentale Maybe That's Why (Forse è per questo). Paradossalmente, dopo sei tracce all'insegna di un robusto ma derivativo hard 'n heavy, la band mette in luce, proprio alla fine, quello spirito epico oscuro e solenne che la caratterizzerà negli anni a venire. La canzone, a mio avviso una delle più belle instrumentals di sempre, è un lungo duello chitarristico (quasi cinque i minuti di durata) tra Ljndström e Fogle. Il primo apre con dei sognanti ed evocativi arpeggi, a cui fanno eco i primi sparuti cenni del chitarrismo eclettico ed incline ai virtuosismi del secondo. I toni sono pacati, l'atmosfera è onirica e misteriosa, e rimanda a paesaggi sperduti e tempi remoti. Man mano che passano i secondi, come un'onda che, avanzando, acquisisce volume e vigore, il brano si carica di una crescente intensità. I toni si innalzano, i licks tra le due asce divengono via via più complessi: Ljndström, padrone assoluto della sezione ritmica, non svetta per tecnica solistica, ma mette la sua bravura al servizio del pezzo, impregnato di una malinconica e crepuscolare melodia, ma soprattutto cede il passo agli slanci e ai moti perpetui del collega. Il quale, ben presto, fa esplodere la sua chitarra, tirando fuori una cascata di note incandescenti. Con stile fiero e con immenso talento, Fogle percorre velocissimo la tastiera della sua ascia, da su a giù e viceversa, dando vita ad una inarrestabile corsa, in cui Ljndström è chiamato a tener dietro con estrema precisione. Si ha la percezione di un lavoro nettamente diviso in due, con i protagonisti che corrono fianco a fianco all' unisono, senza che uno sovrasti l'altro, ma autonomamente. I virtuosismi di Fogle rappresentano la summa di quanto ascoltato nel disco,e il suo stile, benché sensibilmente diverso da quello del collega, gli è comunque speculare. I toni si abbassano nuovamente per qualche istante, e le due chitarre disegnano linee armoniose e lievi,trasportandoci in una dimensione da sogno. Ma è una sensazione breve, fugace, quasi un momento di ristoro e di sollievo in un campo di battaglia,che pullula di guerrieri stanchi e feriti. Un campo che però, come ci ricorda Fogle con un assolo straripante e rapidissimo, torna ben presto a risuonare del clangore delle spade e delle lance che si urtano l'un l'altra. Calato in quella sua perenne sensazione di tristezza, il brano prosegue la sua corsa, tra bending e sweep picking, mettendo in mostra tutta la genialità dei due compositori, ma soprattutto l'estro di Jerry Fogle, uno dei tanti chitarristi prematuramente scomparsi, come Rhoads, Oliva o Darrell, giusto per citarne qualcuno. L'epilogo del pezzo vede il progressivo affievolirsi dell'impeto di Fogle a vantaggio di passaggi più docili e ragionati, che si esauriscono nei lievi arpeggi conclusivi di Ljndström.

Conclusioni

Fin dal meraviglioso artwork della cover ad opera di Michael Whelan, raffigurante il Campione Eterno, protagonista della saga di Elric di Melnibonè di Michael Moorcock, la percezione di trovarci dinanzi ad un'opera che, pur muovendo dalla tradizione classica del rock anni settanta, riuscisse a coniugare elementi di originalità con gli stilemi della nascente N.W.O.B.H.M., è più che mai tangibile. Lo stupore, semmai, nasce nel momento in cui si mette il disco a girare sul piatto. È quello il momento in cui ci si rende conto, malgrado le premesse a livello grafico, che i Cirith Ungol sono una band sì talentuosa e assai preparata sotto il profilo compositivo, ma per niente, o quasi, foriera di novità stilistiche in senso stretto. Anzi, per quel che mi riguarda, la primissima impressione a caldo, appena ascoltai il platter, fu quella di un piacevole smarrimento, di una sordida mancanza di punti di riferimento che riuscissero a farmi collocare l'opera in un filone ben definito. Venni assalito dall'hard rock più intransigente e sguaiato (in certi casi), da atmosfere cupe e ipnotiche, da lievi cenni di psichedelia, anche da sprazzi di proto-speed metal, oltre che da una innegabile attrazione esercitata sui cinque californiani dalla neonata corrente britannica. Tutto, tranne che Epic Metal. Ma allora perché i Cirith Ungol vengono definiti, al pari di Manowar, Virgin Steele, Manilla Road e Omen, tra i capiscuola di un sottogenere ben preciso? A ben vedere, è un problema che investe non solo la componente musicale ma anche, e forse ancor di più, quella testuale. Leggendo le lyrics, fatta eccezione per la title track e il brano "I'm Alive", e l'ultima traccia strumentale, non ci troviamo affatto al cospetto di draghi, intrepidi guerrieri, villaggi incantati, maledizioni, elfi o belle fanciulle da salvare. Tutt'altro, il comparto lirico dei Cirith Ungol vive del retaggio di certi topoi fin troppo abusati dalla tradizione hard/heavy, che vedono la genesi e l'affermazione della figura del rockettaro/metallaro nella società, con tutto quel che ne consegue in termini di accettazione del "diverso", ferma restando la fiera intransigenza mostrata dagli stessi adolescenti nell'ignorare i commenti malevoli e le occhiatine maliziose dei benpensanti. Alla luce di tali considerazioni va allora detto che, se è vero che i Cirith Ungol vengono considerati tra i battistrada dell'Epic, lo è nella misura in cui si collochi il fenomeno in un periodo di tempo successivo al 1981, vale a dire circa due-tre anni dopo, quando la stessa band di Ventura diede alle stampe il seminale, straordinario "King Of The Dead", il vero manifesto programmatico del filone Epic della band californiana, al pari di "Sign Of The Hammer" e "Hail To England" dei Manowar, o "Crystal Logic" dei Manilla Road o ancora "Battle Cry" degli Omen, usciti lo stesso anno o l'anno prima (come nel caso dei Manilla Road). Ma allora qual è il disco che possiamo, a buon diritto, realmente considerare come il primo, vero Epic album della storia? La risposta è semplice, si tratta di "Battle Hymns", di manowariana memoria, licenziato nel 1982, anno in cui i futuri colossi della N.W.O.B.H.M. licenziavano alcune loro pietre miliari ("Screaming For Vengeance" e "Number Of The Beast" su tutti), ma senza ombra di dubbio frutto di una gestazione che affonda le radici negli anni a cavallo tra la fine degli anni settanta e l'inizio del decennio successivo. Vale a dire che, mentre i Nostri si dimenavano e si sbattevano tra mille problemi e difficoltà derivanti dal non aver ancora trovato un'etichetta che li promuovesse, i quattro guerrafondai di New York capitanati da Joey Di Maio, esattamente dall'altra parte del continente nordamericano, davano alle stampe un gioiello dai contenuti a dir poco fondamentali per la genesi dell'Epic.Un disco sì intriso di heavy classico e di hard settantiano, ma in cui per la prima volta è possibile percepire i prodromi del genere. Pensate ad esempio a due brani come Dark Avenger o la stessa, monumentale title track. Mi si perdoni la digressione, che ritenevo essenziale, ai fini della comprensione di un fenomeno che va ben aldilà del mero e semplice album di debutto dei Cirith Ungol, ma che investe un campo di disamina assai più ampio, e che non può essere circoscritto e limitato all'analisi di un singolo disco. La nascita dell'Epic Metal non si deve a "Frost And Fire", vorrei che questo fosse chiaro, essendo un album dalle mille influenze stilistiche, la cui unica componente di novità è data dall'artwork e dall'approccio dei singoli musicisti: la fortissima personalità espressiva di Tim Baker, l'eclettismo e la classe di Jerry Fogle, la fantasia visionaria e sconfinata di Greg Ljndström, il modo rivoluzionario di suonare il basso da parte di Michael Flint. Tutti ingredienti che, a ben vedere, non identificano e non codificano un genere, ma che, una volta incanalati in un percorso già tracciato, hanno saputo produrre risultati più che mai apprezzabili, se non addirittura eccellenti (vedasi "One Foot In Hell). La grandezza dei Cirith Ungol, caso mai, sta nell'aver saputo gettare le basi del Doom in quanto sottogenere codificato, essendone stati invece i Black Sabbath i precursori inconsapevoli. In questo senso, un album come "King Of The Dead" è quanto mai significativo ed esplicativo. L'Epic, sottogenere tutto statunitense (alla pari del thrash), nasce dalla fusione tra l'hard rock anni settanta e l'heavy di matrice britannica, ed aggiunge al tutto uno spiccato gusto per episodi di marcata teatralità che si espletano nella scelta di riff monolitici e maestosi, o di refrain corali e ricchi di pathos. Analogamente, anche gli assoli di chitarra tendono a "gonfiarsi", ad acquisire una carica drammatica e un appeal solenne che li colloca in una dimensione pressoché unica (fatta eccezione per una band come i Rainbow, che con un brano come "Gates Of Babylon" aveva osato per prima un simile esperimento). Nei brani Epic la boria dei testi fa meravigliosamente il paio con tematiche alte e nobili; l'eroismo dell'uomo, che nella società contemporanea era poco più che un semplice spettatore soverchiato dal sistema e vessato dalle istituzioni, trova il suo ideale corrispettivo in vicende narranti l'onore e la morte in battaglia quale unica possibilità di riscatto per un'onta subìta o per una colpa commessa.Nel caso dei Manowar, che, proprio in ragione degli argomenti trattati, si sono costruiti nel tempo la fama di "Defenders of true metal", ponendo in una condizione di subordine tutte le altre band, il fenomeno ha assunto i contorni della "tamarraggine", termine piuttosto colorito con i quali si è soliti identificare un certo tipo di approccio comportamentale nei confronti della realtà. Non è però il caso dei Cirith Ungol, i quali hanno piuttosto preferito puntare la loro attenzione sulla Sword And Sorcery più intima e genuina, divenendo gli oscuri cantori, oltre che di Moorcock, anche, come già accennato, di Tolkien e del suo immenso microcosmo. Non è però "Frost And Fire" la sede prediletta di tali ambientazioni, ma bisognerà attendere ancora un po'. L'America cinica e arrivista degli anni ottanta, invischiata in tutti i conflitti internazionali possibili, arrogante e spavalda sentinella del mondo, chiedeva nuovi eroi, eroi che solo la musica poteva darle, alienando, ma non troppo, l'individuo dalla realtà. I tempi erano maturi, ed una nuova Era stava per affacciarsi all'orizzonte. Un'Era che, però, in troppi avrebbero rifiutato o rinnegato, visto lo scarsissimo riscontro commerciale fatto registrare dal genere in questione (ad eccezione dei Manowar, evidentemente più ruffiani o se preferite più abili ad accaparrarsi i consensi delle masse). La perdita dei rassicuranti "anti-valori" tipici dell'epoca moderna deve aver fatto molta paura.

1) Frost and Fire
2) I'm Alive
3) A Little Fire
4) What Does It Take
5) Edge of a Knife
6) Better Off Dead
7) Maybe That's Why
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