CHILDREN OF BODOM

Blooddrunk

2008 - Spinefarm

A CURA DI
PAOLO FERRANTE
05/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Nel 2006 i Children of Bodom celebravano il primo decennio della loro carriera, e nell'album precedente, "Are You Dead Yet?" (2005), Laiho mostrava i segni di una contaminazione Punk/Hardcore, o comunque la voglia di scegliere un sound più grezzo e sguaiato, che rappresentasse meglio l'attuale umore del frontman. Con "Blooddrunk" (2008 - Spinefarm Records), i Children of Bodom - guidati da Laiho anche in veste di compositore - continuano a percorrere la strada appena intrapresa. Anche la formazione è rimasta invariata: Alexi Laiho che si occupa di voce e chitarra solista: Janne Warman alla tastiera; Alexander Kuoppala alla chitarra ritmica; Henkka T. Blacksmith al basso e Jaska Raatikainen alla batteria. La produzione è ancora una volta affidata ai Finnvox Studios, con l'eccezione della voce, registrata nientemeno che da Peter Tägtgren, e della tastiera, registrata dal tastierista stesso. Tutto il materiale, poi, converge verso le sapienti orecchie di Mika Jussila, che si occuperà del mastering. Le premesse di questa pubblicazione stanno tutte nel titolo, che poi è il nome del singolo col quale l'album è stato anticipato solo qualche mese prima: ci si aspetta un qualcosa di ruvido, diretto, sporco, aggressivo... ma non privo di quel tocco melodico che - specie negli ultimi tempi - è offerto dal comparto elettronico. La presenza di Tägtgren, noto per il suo stile Industrial, sembra suggerire che in questo lavoro l'effettistica sintetica potrebbe essere più presente. La casa discografica si è sbizzarrita in ogni modo quanto alle versioni della pubblicazione: CD, edizione CD + DVD contenente i quattro videoclip realizzati per altrettanti brani dell'album, digipak, edizione limitata, super jewel box, edizione deluxe e tanto altro ancora; edizioni diverse per il mercato giapponese ed anche il vinile. Insomma, il fenomeno Children of Bodom è all'apice, un vulcano in continua attività che non smette mai di sputare... sangue! Ancora una volta, infatti, il sangue è un tema ricorrente e, a onor del vero, nella precedente pubblicazione non occupava un posto nel titolo, ma appariva in più brani; adesso il tema del sangue - visto anche come ricorso alla violenza fisica - associato a quello dell'ebbrezza - non è certo un mistero che questo fosse per Laiho un periodo di frequenti degustazioni alcoliche - promette di certo qualcosa di aggressivo. Possiamo anticipare qualche considerazione che, anche solo guardando i dati, dovrebbe essere immediata: stessa formazione, stessa produzione, grossomodo stesse tematiche; si può immaginare di trovare un sound molto simile a quello del precedente lavoro (c'è giusto qualche piccola differenza che non mancherò di segnalare), con i pro ed i contro che ne conseguono. Quanto alla cover art si può notare un ritorno alla tradizione, parzialmente spezzata con la precedente pubblicazione, di composizioni grafiche - con l'immancabile Tristo Mietitore - in una posa che ci si aspetterebbe di trovare nella locandina di un film per il cinema. Per quanto possa sembrare strano, visto che la grafica si pone in chiara continuazione rispetto al passato, l'artista non è Saramäki, ma è Jussi Hyttinen. Il tocco di questo nuovo grafico si rintraccia nei dettagli: si abbandona il vezzo della grafica monocromatica, si adotta un approccio che privilegia il movimento ed un aspetto più grottesco, quasi gore. I tratti disegnati a mano, il ghigno soddisfatto del Mietitore con la tunica imbrattata di sangue che zampilla fino agli occhi dell'osservatore. Anzi, per certi versi sembra proprio che il sangue provenga dall'ascoltatore! Sembra che il gioco di prospettiva voglia mostrare la scena dal punto di vista della vittima che si ritrova, in un vicolo buio, falciato dall'inesorabile Mietitore che, compiaciuto della propria opera, si lascia sfuggire un ghigno. Graficamente il lavoro è più crudo, più grezzo e più cattivo rispetto ai precedenti: il Mietitore non è un uomo dallo sguardo impassibile, con tratti quasi fantastici, non è nemmeno un'ombra fugace catturata da una telecamera di sorveglianza... adesso è una minacciosa e grottesca presenza che mostra una malsana goduria nel portare a termine il proprio lavoro. Tornando all'aspetto musicale, non resta che notare che, anche questa volta, la durata dell'album si attesta sulla mezz'ora e qualcosa, mentre i brani sono nove; tutto perfettamente in linea con quanto avvenuto nel precedente album.

Hellhounds On My Trail

Colpi di piatti, riff di chitarra scanzonati e quasi dissonanti, poi le tastiere che eseguono le stoppate tipiche del sound del gruppo: così si presenta "Hellhounds on My Trail (Segugi infernali sulle mie tracce)". Non proprio originale, come inizio. Altra serie di stoppate, poi una carica che apre le porte ad una raffica di colpi alla cassa, con una voce graffiante che contende lo spazio alla chitarra mordace e sporca. Le tastiere, che rivestono anche un ruolo ritmico, sono l'elemento principale della melodia: il resto degli strumenti porta avanti un ritmo incalzante e sporco; da un lato questo approccio mostra un altro Laiho, più sanguigno, dall'altro affossa (ulteriormente) il ruolo del chitarrista Kuoppala. Cori di risposta, breve passaggio melodico alla chitarra, poi altro scatto furioso e parte una nuova strofa rabbiosa, la chitarra solista tira fuori delle luccicanti melodie acute che, però, non sono propriamente barocche... sembrano quasi l'ombra degli antichi fasti. Il testo vuole portare l'attenzione sulla velocità, quindi abbiamo una raffica di frasi sparate in rapida successione. Fra allusioni sessuali, il protagonista del brano si trova a percorrere una strada a velocità elevata, con troppe svolte, e deve pensare in fretta, se vuole raggiungere la sua destinazione; lo scorrere del paesaggio, degli eventi, lo lascia indifferente, forse perché va troppo veloce. Egli rimane infine senza sentimenti, per via di un odio autodistruttivo che adesso lo spinge ad andare verso la fine. Non gliene frega più niente, continuerà nella sua corsa fino a quando non riusciranno a fermarlo, crescere è un fenomeno che lo porta a cadere sempre più in basso e non c'è nessuno pronto ad afferrarlo mentre cade, non gli resta che stordirsi sempre di più. Amare riflessioni, insomma, che chiudono definitivamente il sipario di quel periodo più epico ed avventuroso. La musica non convince pienamente: suona che è una meraviglia ma, a livello compositivo, sembra un compito ben svolto (ma pur sempre un compito...). Melodie un po' banali, poi ecco un assolo a svegliarci dal torpore, si innesca una gara di assoli tra chitarra e tastiere in stile Fusion; i riff prendono una piega ancora più pesante e la voce incalza marcando il ritmo, le tastiere poi creano suspense con una melodia da thriller/horror. Un'altra bella botta di Thrash, che viene lucidata con un intervento melodico non proprio convincente, quindi il pezzo si conclude, lasciando tanti dubbi. Il testo prosegue nello stesso schema, con delle variazioni che spostano l'attenzione su riflessioni più profonde: l'insoddisfazione, il non riconoscersi più, il desiderio di tornare alla giovinezza, quando le cose - pur non essendo propriamente felici - andavano comunque meno peggio. In questo pezzo, l'impressione è che sia la musica che il testo tendano a rievocare il passato, facendolo in un modo un po' maldestro, o poco convincente. È una fuga dal presente, alla ricerca di un passato ormai archiviato; il desiderio di una resurrezione mentre si prosegue in quella affannosa fuga dai segugi infernali che è la vita.

Blooddrunk

Riponiamo ogni speranza nella titletrack: "Blooddrunk (Ebbro-di-sangue)". Ancora una volta una citazione sfacciata degli antichi splendori: tastiera misteriosa con robuste e fugaci intrusioni degli altri strumenti, uno schema che porta ad un crescendo di colpi alla batteria, e quindi il riff può andare avanti nella sua completezza. Stacchi, stoppate, alternanze di chitarre, ritmo coinvolgente da Groove Thrash, una voce narrante scura e poi via con lo scream cattivo che si incastra tra le ritmiche di chitarra. Il suono si appesantisce, diventa più estremo e il basso emerge ancora di più, in uno stile che si avvicina molto al Death pur conservando un cuore Thrash. Di nuovo alternanze di chitarre, e la strofa si sviluppa con intarsi solistici; il basso è nel pieno della potenza. Il testo propone dilemmi marzulliani, facendo notare come si dica che bere è un modo di morire, ma - allo stesso tempo - morire è un modo di bere. C'è una sete insaziabile di qualcosa, le rovine di una mente ormai bruciata reclamano un qualcosa; un degenerato con una lametta che si dissangua da solo, già pronto ad un'altra bevuta. Forse dovrebbe disintossicarsi, ma il solo pensiero gli fa venire un'ansia tale che può affrontarla solo con la prospettiva di un altro sorso, uno solo... Aggressività, qualche sprazzo di melodia presto divorato da un coro feroce, poi melodie di tastiera che sembrano voler rappresentare lo stato di percezione alterata dall'alcool. Stoppata, rullata quasi militaresca, poi un riffone bestiale, grosso, pompato, quindi la tastiera salta fuori prendendosela comoda con melodie Fusion snocciolate con naturalezza; la chitarra subito dietro con qualche riferimento neoclassico, presto spezzato da una stoppata di tastiera che dà inizio ad una nuova strofa. Ebbro di sangue, ancora una volta combinato uno schifo, così da far sparire tutto il dolore che si sente dentro; lo chiamano pazzo, deviato, degenerato autolesionista. Il ritornello si ripete, lascia spazio ad una fase che dà risalto alle sinfonie, mentre la voce si ripete con effetti vocali che mostrano l'impronta Industrial che ci aspettavamo di trovare. Un brano ben fatto, ma privo di quell'irruenza sfacciata che si sperava di trovare: è tutto ben costruito, ma è lontano quel guizzo geniale, quella voglia di strafare che ha reso celebre il gruppo. Il testo ci offre l'esperienza di un alcolizzato, il quale si rifugia nel bere non tanto per cercare l'ebbrezza, ma piuttosto per trovare momentanea pace dal dolore. Non si parla di un ubriaco che fa baldoria, se la spassa e si diverte; si parla di un poveraccio degenerato che beve per dimenticare e che, non soddisfatto, si infligge delle ferite con una lama. Tutto questo va letto anche alla luce di quanto espresso nel testo precedente: l'odio verso di sé (rappresentato dall'autolesionismo) ed il rimpianto del passato, misto all'autocommiserazione che porta all'alcolismo. In brani del genere, con testi del genere, inserire dei passaggi Fusion dal carattere brillante e sbarazzino è quantomeno improprio.

LoBodomy

"LoBodomy (LoBodomia)" suona immediatamente diverso dagli altri brani: stacchi di batteria e poi dei riff di chitarra aperti, che riportano quelle influenze Symphonic Black che non si sentivano da un po'; le tastiere si fanno glaciali, poi il ritmo cambia piega e le influenze Death/Thrash diventano più evidenti fino a conquistare la scena. La voce è una specie di scream acuto e tagliente, il ritmo non lascia indifferenti e certi passaggi ricordano i Death. Un'altra cosa che distingue questo brano è il fatto che il testo è stato scritto da Kimberly Goss, infatti lo stile si avvicina molto a quello che poteva avere Laiho diversi anni prima: il protagonista ha una lama in mano e tanta voglia di uccidere, attaccato da ogni lato si erge e resiste contro ogni previsione. Sa che prima o poi cadrà, ma i nemici dovranno pagare un caro prezzo, prima di riuscire ad abbatterlo. Fa valere le sue origini nei bassifondi, l'asprezza della vita lo ha temprato rendendolo indomabile (del resto, Laiho è il "wild child"!), un pazzo psicopatico che nessuno osa guardare negli occhi, ma cercano di legarlo, perché è un maniaco e cercano di lobotomizzarlo. Nuova fase strumentale, i toni acuti di chitarre e tastiera lasciano spazio al basso che prende un'andatura imponente, poi si alterna con una martellante fase Thrash/Death, il ritmo pesta feroce e si crea una bella alternanza tra voce e strumenti, il coro si inserisce in brevi risposte ed il pezzo sembra spostarsi in stili Thrash/Heavy/Groove. Altro momento sinfonico, doppio pedale a manetta ed epicità, poi lo sfogo Fusion con un basso che rimbalza da una corda all'altra, la chitarra risponde sullo stesso tema e poi si fa più eccentrica, la tastiera non vuole essere da meno e si spende in barocchismi, la chitarra riacquista vigore con un graffiante solo che oscilla tra Heavy e barocco. Dalla bocca del maniaco escono fuori urla e latrati notturni; davvero pensavano di riuscire a domarlo? A lui non frega un cazzo di niente, è un selvaggio, non hanno alcun potere né autorità, su di lui; devono solo lasciarlo in pace. Il testo si ripete integralmente, così come la parte musicale (salvo qualche variazione), altro ritornello epico, in cui le influenze Black la fanno da padrone, stoppate di tastiera e rullante, poi la parte Groove che si fa strada come un cingolato; impatto garantito anche dalle risposte del coro e dalle evoluzioni della chitarra, il ritmo prende una piega feroce e brutale, poi una stoppata improvvisa chiude il brano. Ecco, questo è un pezzo che si differenzia davvero molto dai precedenti e riesuma - molto bene - lo spirito dei Children of Bodom di molti anni prima: sia nella musica - che riprende alcune influenze Symphonic Black che aveva perso per strada, senza però rinunciare alle nuove sonorità che si sono ben integrate - ma specialmente nei testi che esprimono ancora una volta ribellione e non quell'amara e compassionevole accettazione della sconfitta che sembra caratterizzare gli ultimi testi di Laiho.

One Day You Will Cry

Proprio a tal proposito, un pezzo dal titolo "One Day You Will Cry (Un giorno piangerai)" è abbastanza significativo: si rivolge immediatamente alla stronza che l'ha condannato a vivere una vita nell'oscurità. Non succederà mica che lei avrà bisogno di lui o gli mancherà, mentre il mondo là fuori è così freddo; lui si rende conto di essere uno stupido e si chiede che stia facendo, ha bisogno di capire. Atmosfera oscura, poi effetti elettronici di tastiera, ritmo pulsante in sottofondo, poi esplosione chitarristica, passaggi alle pelli, melodie sempre più cristalline in un crescendo, poi influenze Industrial con dei riff millimetrici e meccanici, ripetitivi; la voce è quasi strozzata e si fa strada con l'irruenza, altri effetti in fade-in ai riff, sempre più inserti elettronici. Tendenze da Death svedese in cui si sente molto la sapiente mano di Tägtgren; ogni cosa è al suo posto e c'è un profluvio di effettistica che si incastra a regola d'arte donando movimento e varietà alla musica. Tutto è preciso, forse un po' troppo inquadrato per un gruppo che vorrebbe essere "selvaggio", perfino il ritornello orecchiabile sembra un po' azzardato. È dispiaciuto ma la lascerà andare via, per quel regno che lei ha aiutato a costruire per lui; è ancora un dio, sì, ma non vuole sapere cosa avrà in serbo per lui il futuro. Lui l'aspetterà per sempre, se ne vuole andare? Bene, lui continuerà a penzolare su quel cappio e l'unica soddisfazione che avrà sarà quella di un sorriso nel vederla piangere. Parentesi strumentale, numerose e continue stoppate, poi esplosione di rabbia con uno scream ed un'evoluzione tastieristica, squilli di chitarre, poi voci che si sovraincidono, ritmo sincopato ed assoli di chitarra, veloci e rabbiosi, la tastiera la rende morbida con un timbro vellutato e velocissime melodie Fusion. Il sound si distende, stoppate ed accordi aperti, malvagità che sottolinea l'importanza dell'ultima frase. Si può cogliere un qualche riferimento alla ex di Laiho, che tra l'altro ha scritto il testo del brano precedente, tanto che questo può essere letto come una risposta. Di nuovo il ritornello coi passaggi Industrial, un qualcosa di inedito nei Children of Bodom e che lascia un po' spiazzati, nonostante sia tutto orchestrato a regola d'arte. Un brano in cui c'è davvero tanta carne sul fuoco, non si brucia e ha dei momenti superlativi, però la costruzione fin troppo macchinosa non fa emergere il lato selvaggio (che da sempre è stato il punto forte della formazione).

Smile Pretty for the Devil

Passiamo a "Smile Pretty for the Devil (Fai un bel sorriso per il diavolo)", che inizia con l'ormai consueta serie di stoppate che, almeno questa volta, mettono in mostra il basso. Si crea quindi un botta e risposta strumentale, spezzato da uno scream che dà inizio alla strofa vera e propria, in stile Thrash e con innesti di tastiera. Le chitarre sono taglienti, la voce si propone in stile Death e si concede quella punta di melodia che si combina bene con le apparizioni della tastiera. Anche in questo caso il brano sa di già sentito, e il gruppo sembra limitarsi a riproporre alcuni fortunati clichés della propria carriera - specie il repertorio centrale in cui iniziavano a fare capolino le influenze Thrash - senza una vera e propria rielaborazione. Anche il testo ricalca quei momenti: ambientato nella strada, fra lotte urbane e scontri contro i prepotenti che vorrebbero prendersi gioco di lui; ancora una volta l'autocommiserazione di chi afferma di essere morto tante volte, senza aver invocato il suo aiuto, non è mai riuscito a trovarla e l'ha lasciato a morire, ma ora se ne fotte perché lei è il diavolo. La variazione porta ad una componente Thrash/Death, con un ritmo incalzante e ben marcato, le chitarre ruggiscono a dovere e le tastiere arrivano saltuariamente a portare innesti di melodia. Il sound si apre, riff più larghi e tastiere che si prendono più spazio spostandosi in secondo piano, la voce continua a marciare a ritmo e quindi prevale e si impone più facilmente sul resto. Una fase strumentale permette di apprezzare meglio il lavoro della chitarra ritmica, col rullante che pesta la battuta con vigore, si cerca l'impatto e l'irruenza senza rinunciare a qualche fill di chitarra. Solo di batteria durante un feedback discendente alla chitarra, i tempi raddoppiano, la voce prende una piega quasi Industrial, poi si torna alla strofa. Adesso arriva il momento della vendetta, della battaglia, lei dovrebbe vivere all'inferno ed è divertente il fatto che adesso che le cose si mettono male lei non sembri più chissà chi; adesso farà bene a ricordarsi che sarà meglio per lei fare un bel sorriso per il diavolo. Mentre i testi, ai quali questo si ispira, parlavano di strada, corse, ribellione e battaglie per difendersi dai prepotenti in cui la ragazza era casomai la damigella da salvare; adesso, con questo album, la ragazza diventa il nemico principale, colei che con la sua indifferenza causa un dolore ben più profondo. In alcuni testi c'è unicamente la commiserazione, in altri, come questo, la rabbia sfocia e diventa un tentativo di rivalsa. Una variazione melodica, piazzata a centro brano, offre un attimo di ristoro; stoppate di rullante e la tastiera si lancia in melodie da thriller; momento melodico alle chitarre che sfociano in un passaggio Fusion sincopato. Un finale che, a conti fatti, poteva essere piazzato in qualsiasi altro pezzo con lo stesso risultato.

Tie My Rope

"Tie My Rope (Annoda la mia corda)" si presenta immediatamente diverso: una tastiera con un effetto digitale, con un suono che sembra uscito da un vecchia arcade game, poi colpi di cassa a tempo, quindi stoppata e può iniziare il caos. La chitarra ritmica è devastante, un ritmo ostinato e "casinaro", un incedere che appare subito delineato da influenze Industrial. Le tastiere si dedicano a colorare sinfonie che accompagnano questa marcia, il ritmo prende una spinta ancora più violenta, con un basso che si ritaglia ulteriore spazio e fischi di chitarra che aggiungono violenza; intanto, le tastiere retrocedono. In questo momento, quando la componente Death è più evidente, si presenta la voce che è uno scream aggressivo e tendenzialmente soffocato, mentre il sound si fa sempre più pesante ma non rinuncia ad un coro di fine strofa, che apre le porte ad una variazione melodica che pone fine alla violenza estrema. Il testo inizia con fare quasi ironico: come se si rivolgesse al proprio diario, il protagonista del brano si chiede se sia tutto un trip o se è desto; ma poco importa: è sveglio ed ha una storia da raccontare. L'inferno, a dirla tutta, sarebbe soltanto un altro fottuto sogno, mentre la realtà in cui si è svegliato lo fa sentire come se il suo corpo fosse una "mappa stradale di dolore", come se la sua mente fosse una "terra di vergogna", mentre la corda attorno a lui viene legata ancora una volta. A sorpresa, fanno capolino influenze Punk a rendere più ribelle il ritornello, con fischi e chitarre graffianti, poi riprende la melodia portata avanti dalle tastiere. Il tocco Industrial è una semplice sfumatura, si intravede giusto nel modo in cui le sinfonie si collegano alla bestialità del riff ostinato che le chitarre continuano a riproporre. Una variazione selvaggia, in stile Thrash, con cori di risposta e momenti Punk/Groove; nella parte centrale plettrate aperte scandiscono i tempi di una melodia di tastiera, misteriosa e tenebrosa. Quindi è la volta di un assolo di chitarra, che inizia melodico ed Heavy, poi prende velocità raddoppiando, la voce si fa sentire senza coprire completamente la chitarra che continua a proporre il tema. Pausa e quindi si riprende con la sinfonia caotica, variazioni mettono in risalto il lato melodico che poi si trasforma in un tripudio di classicismi che danno spazio, alternativamente, a chitarra e tastiera, quindi si svolge una nuova fase solistica con un avvicendarsi di strumenti. Finalmente un momento avvincente, che solleva le sorti dell'intero album!  Torna a rivolgersi al diario, dicendo di sapere bene cosa gli ha detto la scorsa notte, ma non si stava certo avvicinando con l'intento di attaccare briga, batteva la testa su un muro di cemento dicendosi che non avrebbe fatto alcun bene, quando si sarebbe svegliato, in preda al dolore ed alla vergogna. Ma adesso vuole porre fine a questa sua condizione: si arrampicherà sulla corda che lo lega e questa volta dovrà essere sparato, ucciso definitivamente, per essere messo a tappeto. Anche in questo pezzo c'è voglia di rivalsa, che si ottiene interrompendo quella spirale di sofferenza, quella tortura: a quel punto preferisce farla finita, pur di risollevarsi dalla condizione opprimente alla quale non si rassegnerà più. I passaggi melodici, in questo brano, sono introdotti meglio e si collegano bene col resto, è un pezzo che mostra i Children of Bodom più ricchi di inventiva. 

Done with Everything, Die for Nothing

Si ritorna all'amarezza con "Done with Everything, Die for Nothing (Ho chiuso con tutto, muori per niente)". Sporchissimi riff iniziali si alternano a scariche di rullante, e l'influenza Punk si fa valere; si prende una piega Thrash, con innesti Heavy e melodici. La strofa cantata in scream si arricchisce di componenti Death, e c'è da dire che anche questo brano mostra originalità ed inventiva; il basso fa un bel lavoro e spicca nella sua monolitica lentezza, alternata a raffiche veloci. Il protagonista è spietato, la mette a tappeto con facilità e non le lascia via di fuga, lei lo prega di smettere ma a lui non importa, non ha proprio ritegno e si farà una bella risata vedendola morire. Si passa ad un movimentato assolo Heavy, una rincorsa che porta ad acuti ad alta velocità, poi si torna alla strofa che prende una piega ancora più melodica con l'intervento delle tastiere, fino a diventare un lento ritornello, scandito con calma e ricco di sinfonie crescenti. Un'altra fase strumentale introdotta da chitarre fischianti, in cui la sezione ritmica può ritagliarsi uno spazio più ampio, poi il groove del pezzo aumenta considerevolmente con un dialogo drum'n'bass. Non c'è niente da fare: lui non sarà il suo servo e lei, in tutta risposta, se ne libera; a quel punto saranno le sue mani a rispondere per lui. Perde il controllo di sé e la picchia, la sotterra, non ne vuole sapere più niente. Il testo crudo si scontra con una musica apparentemente allegra, poi si passa ad un momento più Progressive con una tastiera in prima linea, fineché la chitarra sfodera un altro assolo melodico e veloce, che diventa una serie di assoli con un ritmo che cambia continuamente. Si passa ad un Symphonic Black Metal dai contorni gotici che più si adatta alle tematiche; in quest'ultima fase si svolge l'epilogo del testo: è finita e adesso non gli importa più di niente. Una cosa è sicura: non si innamorerà più, non si fiderà più di nessuno, ha chiuso con tutto e la sua morte sarà inutile. Un pezzo sicuramente più breve dei precedenti, ma forse più ricco di spunti e più fresco - se vogliamo - visto che non si limita a riproporre gli stilemi ormai assodati del gruppo, ma si spinge un pochino oltre puntando anche sulla varietà. Un pezzo che si evolve, progressivo, potremmo dire, cominciando da sfumature Punk/Thrash passando per Heavy e Death, e concludendo con un Symphonic Black che oscilla tra toni epici e gotici. Tutto ciò è tempestato di assoli, di chitarra e tastiera, tipici del gruppo e sempre graditi; in questo brano si incastrano alla perfezione e vengono introdotti senza necessariamente spezzare la strofa. Un brano grintoso e variegato.

Banned from Heaven

Senza dubbio epici, i toni di "Banned from Heaven (Bandito dal paradiso)"; si inizia con melodia Heavy, accordi lunghi che lasciano suspense, poi la batteria che se la prende comoda. Il pezzo cresce lentamente, la chitarra vibra, poi fischia e la voce si fa strada in una strofa che combina molti generi in un qualcosa che sa essere melodico e ritmato in parti uguali. La voce si prolunga, quindi la tastiera si prende più spazio in una fuga che dà inizio ad una nuova fase strumentale, come nell'inizio. Ora tutti gli angeli gli sono nemici, ma noi probabilmente già avevamo capito che è perduto; forse, a questo punto, potremmo pensare che mollerà, che si darà per vinto, ma non lo farà: pur incolpandosi ogni secondo sa che brucerebbe tutto pur di stare dalla parte di lei, l'unica. C'è del romanticismo, l'epicità dell'eroe maledetto, che in musica si traduce in melodie avvincenti ed una vocalità aspra e sofferente; all'improvviso, una svolta Industrial porta ad un momento di maggiore aggressività e ritmo, che progressivamente rientra per portarci ad un ritornello lento e ben scandito. Il soggetto del brano si chiede perché sia stato tagliato fuori: si è venduto l'anima al diavolo, ne sapeva poco pensando di essere colui che ha la luce (il riferimento è ovviamente all'Angelo Caduto per eccellenza: Lucifero); da quando hanno parlato, lui dorme nel fuoco. In questo passaggio, l'essere stato abbandonato assume una veste addirittura mitologica: come una cacciata dal Paradiso. Si intravede quel tocco da swedish Death, se non altro nel ritornello, in cui le melodie pulite e curate si scontrano con uno scream graffiato e sporco, una nuova fase strumentale mette in mostra il lavoro di batteria sul timpano, poi fa partire un assolo struggente alla chitarra; un solo da Rock che poi si concede un virtuoso classicismo finale. Svegliarsi in una pozza di sangue, dopo essere stati banditi dal Paradiso, non è certo una bella esperienza; si vede scorrere il sangue addosso, ma non si scompone più di tanto, è pronto a stabilirsi nel luogo cui appartiene davvero. Questa ultima parte viene ripetuta diverse volte, è proprio il succo del discorso: cacciato via dal paradiso, gettato a terra e ricoperto di sangue, trova la forza di rialzarsi e decide di adattarsi al luogo cui - a quanto pare - appartiene. Il pezzo si fa aggressivo, con cori da Groove Thrash che si alternano a sinfonie epiche, chitarre squillanti e pompate. Un assolo da guitar hero prende il centro della scena, in evoluzioni spavalde, poi ancora una volta il ritornello, con la coda dell'assolo; si ripete con ostinazione per rinforzare il concetto. Si conclude rallentando con una dinamica quasi da live.

Roadkill Morning

L'inizio di "Roadkill Morning (Giornata di uccisioni stradali)" tiene fede al titolo: una raffica adrenalinica e veloce di violenza travolgente. Un Thrash in stile Exodus, anche la voce sembra ispirarsi a quello stile con coltellate veloci e letali, il classico tupa tupa alla cassa, rincosa alla chitarra con rullata malefica, poi di nuovo la scarica di violenza incontenibile: la voce si rinforza di un coro e la cassa sbatte con ferocia i tempi, la tastiera si propone timidamente e si limita a sottolineare le melodie di chitarra, ritmo incluso. Ancora una variazione ed il ritmo si distende leggermente, consentendo plettrate meno serrate. Un porco, un malato, uno schiavo... con la pulsione ad accelerare sempre più, fino a schiantarsi, a bruciare tra i rottami e le macerie. Il Bastardo di Bodom è a rapporto, non ricorda nemmeno come si sia trovato in questa situazione, deve sparare per sopravvivere, un altro sorso lo farà stare meglio , allontanerà la paura ed il dolore. Qualche sprazzo Punk nella voce, il riffing è ancora tagliente e potente, le melodie ad un certo punto si fanno più evidenti e fanno da controcanto alle chitarre, poi una chitarra si occupa della melodia e continua un tema assillante. Stoppate, altro ritmo e velocità alternato alle tastiere, poi un assolo cafone introdotto graffiando e continuando squillando, è un ruggito continuo che poi si alterna ad una tastiera vellutata ed aristocratica che si destreggia in barocchismi; la parola torna ancora una volta alla chitarra, selvaggia e primitiva, in un Rock sguaiato e strafottente, molte variazioni col sapore dell'improvvisazione, poi classicismi e si torna alla strofa dopo stoppate di tastiera. Tutto il brivido e l'adrenalina della corsa, mischiare birra e vino, trovare la propria sicurezza sulla punta del bicchiere, fin quando non viene sbalzato da quella ferraglia e si rotola sull'asfalto, giù come una troia, come un fulmine dal cielo. Una stoppata tronca di netto la strofa e porta al ritornello, forse si è abusato di questa pausa  un po' troppo drastica, ma ci pensa il ritornello a farci stare tranquilli, con le melodie orecchiabili e avvincenti. In strada, spezzato e distrutto, adesso c'è solo il tempo per un ultimo addio. L'incedere baldanzoso del ritornello viene scosso da un'ultima sfuriata che si conclude con una serie di stoppate. Un pezzo che ci mostra un lato inedito del gruppo che, in qualche modo, riesce ad infilare la tastiera anche in un contesto dove mai ci si aspetterebbe di trovarla. Niente di clamorosamente originale, sia chiaro, ma un qualcosa realizzato con coerenza ed una certa dose di inventiva; alcuni passaggi risultano un po' troppo rigidi ma - vista la situazione - sarebbe stato strano il contrario!

Conclusioni

Abbiamo ascoltato un album che non convince pienamente, che sembra voler assumere un determinato approccio, stile concept; ma non lo fa, o nella migliore delle ipotesi lo fa soltanto in parte. In alcuni casi si scorge il senso del nuovo approccio in passaggi più crudi, estremi e pesanti, che riescono anche a conservare lo stile tradizionale del gruppo, rinnovandolo ed incorporandolo in qualcosa di più ambizioso; in (molti) altri casi questo non avviene, e quindi ci troviamo dei pezzi che sanno di già sentito, oppure che scorrono privi di collante. Manca la compattezza, la coerenza forse, anche se il sound è quanto mai azzeccato: un lavoro sonoro che sa come valorizzare al massimo ogni sfaccettatura, quello che manca sono solamente le idee. Forse uno dei pochi casi in cui la varietà diventa un limite, se non altro perché non si capisce bene dove il gruppo voglia andare a parare. Ci sono dei brani molto riusciti, "Tie My Rope" ad esempio funziona alla grande e mostra come questi fragili equilibri, altrove traballanti, riescano a dar vita a qualcosa di davvero bello; altri brani sono meno riusciti, tanto che viene da pensare che siano dei riff avanzati da qualche altro album, spolverati e tirati a lucido per fare quantità. L'elemento che, probabilmente, più di ogni altro crea problemi, è la nuova malinconia di Laiho, che mal si concilia con quegli assoli selvaggi e gioiosi che lo caratterizzano. La coerenza vorrebbe che anche gli assoli rappresentino questo cambio di mood, ma non lo fanno, risultando quindi fuori luogo. Buono quindi l'intento, la voglia di offrire dei concetti più maturi, la voglia di incorporare ulteriori influenze in quel calderone che è lo stile del gruppo; ma questo appare come un tipico "album di passaggio", in cui passato e futuro si scontrano, dando alla luce quell'occasionale guizzo. Ammirevole come il divario tra le parti violente e quelle più orecchiabili sia aumentato, poiché con questo aumenta anche la difficoltà compositiva, dimostrando quindi che il gruppo si è reso le cose più difficili. Da un punto di vista lirico, invece, i testi appaiono essere grossomodo legati da un filo comune che tira fuori spesso il concetto dell'abbandono da parte dell'amata, di come lei sia spietata e insensibile, delle eventuali vendette contro di lei. I testi diventano più fisici, anche se in alcuni brani troviamo l'ironia e l'arroganza selvaggia, ma si tratta di brevi momenti cui spesso segue quella consapevolezza e disfattismo fatalista che ha preso piede nel cuore di Laiho. Blooddrunk, ebbro di sangue, è un titolo che trasuda violenza e depravazione; calza a pennello con l'ultimo brano, ma con quasi nessun altro! È più che altro un proposito, parzialmente realizzato; è una promessa, della quale questo album diventa foriero ma non realizzatore. Da un punto di vista stilistico il gruppo si destreggia tra una base Thrash/Death, talvolta condito di Punk/Hardcore, altre più groovy, con innesti melodici che attingono a piene mani da Heavy (molto meno dal Power, forse proprio per niente), con un approccio melodico compatibile col Death svedese che prevede, grazie anche all'intervento di Tägtgren, l'eventuale contaminazione Industrial ed il ricorso al ritornello orecchiabile (di scuola In Flames ed altri), ma anche a passaggi Progressive Death che ricordano talvolta gli ultimi Death; in rare occasioni salta fuori una vena Symphonic Black che sembra essere riesumata dal passato del gruppo, ed utilizzata in modo forse più maturo; resta stabile il ricorso alla Fusion per gli assoli di tastiera, con gli eventuali barocchismi e classicismi del caso. Già solo snocciolando tutta questa interminabile serie di influenze possiamo comprendere come non fosse affatto facile cavarvi fuori qualcosa di coerente, specie se ci si propone anche di conservare un marchio stilistico riconoscibile ed apprezzato a livello mondiale. Una missione suicida, che ha avuto un risultato degno - considerata la difficoltà - ma nulla di più. 

1) Hellhounds On My Trail
2) Blooddrunk
3) LoBodomy
4) One Day You Will Cry
5) Smile Pretty for the Devil
6) Tie My Rope
7) Done with Everything, Die for Nothing
8) Banned from Heaven
9) Roadkill Morning
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