CARCASS

The Peel Sessions

1989 - Strange Fruit

A CURA DI
ALBERTO BIFFI
11/04/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Ci furono tempi in cui speaker radiofonici, giornalisti e deejay erano famosi come e quanto le rockstar di cui parlavano. Tempi in cui vi erano tante lune quanti esistenti soli, ognuna di loro pronta a vivere di luce riflessa, pronta a gloriarsi della notorietà altrui, ben consapevole di esserne parte e in parte colpevole e fautrice. Era una rapporto ambiguo e atavico, una simbiosi perfetta e che rappresentava tutta l'essenza ancestrale dell'uomo e del rock. Pensiamo a Neal Kay, il disc jockey inglese che fu di vitale importanza per la nascita della New Wave Of British Heavy Metal (NWOBHM), termine da lui stesso coniato. Pensate all'importanza del suo locale, un rock club chiamato "Neal Kay's Heavy Metal Soundhouse", da dove il nostro amico trasmetteva musica rock e accoglieva le giovani leve del metal anglosassone. Vogliamo ricordare il nome della demo degli allora sconosciuti Iron Maiden? "The Soundhouse Tape". 5000 copie esaurite in un soffio e prodotte sotto l'egida dello stesso Neal Kay. Tutto torna no? La musica è spesso un circolo vizioso e virtuoso. Uno di questi mitici deejay si chiamava John Peel (pseudonimo di John Robert Parker) voce storica della radio inglese che lavorò per la BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto in Perù, il 25 ottobre 2004. Nato nei pressi di Liverpool, in una cittadina situata nella penisola di Wirral, John avrà i primi contatti con le onde radio durante il servizio militare, come operatore radar nella sua permanenza nell'artiglieria. Trasferitosi con il padre negli Stati Uniti inizierà a lavorare per la WWR Radio di Dallas e con lo scoppiare della febbre dei Beatles otterrà (grazie al suo legame con Liverpool) un lavoro come corrispondente ufficiale della band per Dallas. Girò altre radio minori prima di tornare in terra d'Albione e accasarsi (come un virtuale squatter) presso la radio pirata Radio London. Trasmetterà un programma chiamato The Perfumed Garden, dove, in piena era flower power, il lungimirante deejay darà spazio ai più svariati gruppi musicali: Doors, Pink Floyd, Led Zeppelin, Jefferson Airplane, Bob Dylan e Cream (solo per citarne alcuni). Con la chiusura di Radio London, avvenuta il 14 agosto 1967, John Peel si spostò presso l'allora nascente BBC Radio 1 e gli venne affidata l'allora versione embrionale del futuro format chiamato Top Gear. Era una trasmissione radiofonica che parlava di auto veloci, moda e... ovviamente musica. Resterà alla guida, è proprio il caso di dirlo, della trasmissione dal 1965 al 1975. Lavorerà in moltissimi programmi radiofonici, legando definitivamente il suo nome a quello della BBC Radio 1, dove oserà sperimentare e sbizzarrire la sua mente fantasiosa e artistica (quanto, appunto, quella dei musicisti dei quali parlava), pur permettendosi "fughe" davvero estreme, come quelle in Finlandia presso Radio Mafia  (Helsinki), Rockradio e YleX. Lavorerà anche in televisione, contribuendo al successo di un altro famoso format: Top Of The Pop, che condurrà dal 1982 al 1987. La sua eredità resterà però impressa nei solchi di quei dischi facente parti delle famigerate 'Peel Sessions', ovvero esibizioni che avevano una effimera vita lungo soli 4 brani della carriera della band di turno. Le registrazioni furono necessarie dopo le limitazioni a trasmettere senza i permessi brani che facevano parti di precedenti pubblicazioni. Questi limiti, imposti dall'organizzazione britannica "Unione dei musicisti" e dalla "Phonographic Performance Limited", che curava i diritti delle etichette dei gruppi EMI e Decca, imponevano alle stazioni radio le potenziali   trasmissioni dei brani solo in specifici orari della giornata, chiamati "needle time". La BBC si vide costretta a ingaggiare i propri artisti, oppure a far risuonare, a quelli al di fuori del proprio rooster, le proprie canzoni dal vivo, de facto ovviando alle restrizioni facendogli suonare cover di brani già pubblicati. Le 4 incisioni ed il mixaggio dovevano essere eseguiti nello stesso giorno e questo accrebbe l'aurea mistico-musicale intorno a quegli storici EP. Peel lavorò alla BBC Radio 1 per 37 anni, durante i quali furono oltre 2.000 i musicisti che suonarono in quegli studi pregni di musica, energia ed arte. Alcuni nomi che incisero negli studi di Maida Vale a West London: Peter Hammill, David Bowie, Gary Numan, Nirvana, Napalm Death, Sex Pistols, Pulp, Def Leppard, Pink Floyd, The Clash e... Carcass. Quattro brani tratti dall'imminente 'Symphonies Of Sickness', quattro brani già registrati e quindi "coverizzati" dalla stessa band in sede live. Tutto rientra nella legge musicale per una band che musicalmente voleva infrangere ogni regola. Pubblicato il 2 gennaio 1989, 'The Peel Sessions' segue dopo sei mesi lo sconvolgente esordio intitolato 'Reek Of Putrefaction' e precede il sopra citato 'Symphonies Of Sickness' di circa 10 mesi. I Carcass erano ormai una realtà nota, famigerata... dopo il loro primo mostruoso vagito. 'Reek Of Putrefaction' fu un disco di rottura, un'aberrazione sonora nata dall'estremizzazione del proto death metal, a sua volta evoluzione maligna di ciò che gruppi come Possessed e Mantas stavano esplorando. C'era tutta la furia del punk nelle dita allora incapaci del giovane trio, laddove l'hardcore era il genere tecnicamente più accessibile per poter esprime sugli strumenti tutta la propria rabbia e adolescenziale frustrazione. Velocità esibizionistica nata dall'eccesso ormonale di giovani imberbi, sfide all'ultimo blast-beat tra inconsapevoli batteristi ed esperimenti chitarristici che sfoceranno in un'incredibile evoluzione tecnico-compositiva sono gli ingredienti di un genere atto a triturare e macinare ("grind") i padiglioni auricolari di masochistici ascoltatori. Il grindcore era ed è l'espressione più violenta e fuori da ogni schema che il metal abbia mai visto. Non dimentichiamo i testi, caratteristica che sin dalla loro nascita ha sempre identificato i Carcass: pus, carne marcescente, ossa spezzate, malattie degenerative, fetore. I Carcass si gettano a capofitto nei testi medici per estrapolare le giuste parole, le giuste definizioni e le corrette descrizioni dei processi fisici che si innescano dopo la morte. Compongono cantando decomposizione.

Crepitating Bowel Erosion

Il terribile e temibile scapestrato trio tritaossa trasforma in musica la propria emozione, lanciandosi in una carica versione di "Crepitating Bowel Erosion (Erosione di viscere gorgoglianti)", qui rivitalizzata dall'adrenalina dei giovani Carcass, evidentemente onorati e galvanizzati dal fatto di apparire al cospetto di "sua maestà" John Peel. Come una sorta di seguaci di Herbert West (il folle studente di medicina, protagonista del film "Re-Animator", cult movie diretto da Stuart Gordon nel 1985 e tratti dal racconto "1922 Herbert West Rianimatore" di Howard Phillips Lovecraft), danno vita a un cadavere, o meglio... ridanno nuova vita ad un brano mortifero e devastante. Velocità superiore rispetto all'originale e una furia vocalmente distruttiva che a volte riesce davvero a spaventarci. Qui domina il tutto il growl cavernoso di un giovanissimo (e ancora molto lontano dal chitarrista pregno di blues e contaminazioni hendrixiane che diverrà in futuro, cantore dei suoi brani così vicini ai Cream e narrati con la sua futura e "nuova"  voce suadente e delicata) Bill Steer. Ovviamente la sua controparte e partner in crime Jeff Walker esibirà il suo ringhio stridente e muriatico con ferale maestria, facendoci davvero accapponare la pelle. Musicalmente il brano è già qualcosa di spiazzante, mostrando una notevole evoluzione maturata nel giro di pochissimi mesi. Potenzialità infinite già lanciate sul tavolo come un poker d'assi. Senza nemmeno bluffare. I Nostri passano da caotici brani di un minuto a una canzone che  supera i cinque minuti, mostrando riff intellegibili e un costrutto musicale molto più ragionato e qui maggiormente influenzato dal death metal, laddove il punk/hardcore aleggia solo nel "mood", nel nichilismo distruttivo e menefreghista che riemerge nel momento in cui i tre ragazzi decidono che è il momento di premere il piede sul pedale dell'acceleratore. Riff maggiormente articolati per un arrangiamento che, paragonato solo a quelli pensati ed incisi pochi mesi prima, lascia senza parole. Quello che inquieta (positivamente) è il capire l'atteggiamento dei Carcass: imparare, migliorare, evolvere per avere maggior controllo sulla propria musica. Se prima lanciavano una granata e si nascondevano dietro un muro di cemento armato, aspettando che deflagrasse per poi osservare compiaciuti gli effetti della devastazione, ora stanno imparando a sparare con un fucile di precisione o meglio... uno di quei bisturi che tanto amano e cantano. Stanno diventando più precisi, chirurgici e freddi, il tutto senza perdere quella passione che li (ri)anima. Anche il tanto bistrattato Ken Owen sembra rendere il suo drumming più vario, giocando maggiormente sui tom, mantenendo come sua peculiarità il suo frequentissimo uso dei piatti e ampliando notevolmente la sua tavolozza di colori, includendo fill e pattern decisamente più vari (restando ovviamente, per ora, nei canoni del genere). Dal punto di vista lirico non si discostano di una virgola, continuando il loro lavoro di denuncia sociale attraverso la metafora della decomposizione dell'effimera carne. 'Erosione Di Viscere Gorgoglianti' è il titolo tradotti di questa prima traccia e sembra che i Carcass vogliano subito nausearci, sconvolgerci. Ci riescono? Decisamente si. Il testo è scritto in prima persona, come se un cadavere raccontasse della sua marcescente condizione, quasi fiero di come il suo corpo ormai abbandonato continui in qualche modo a "vivere": "Sebacei cumuli incrostati di verruche, sanguinanti ammassi ricchi di pustole, son ciò di cui mi faccio vanto". Il cadavere invita qualcuno a cibarsi di lui, sperando forse che la sua carne, all'interno di un altro corpo continui a vivere: "Trippa fecale, dai un morso. Brodo urinale, fai il pieno". Ancora? "Strizza il pus, Perfora la pustola, mastica le croste ammuffite, lecca animatamente la settica cicatrice. Croccanti intestini erosi". Il testo sembra non aver senso, visto che proseguendo questa disgustosa litania in cui vengono narrate tutte le ataviche repulsioni umane, leggiamo che (forse) colui che si sta cibando del cadavere è forzato (da chi?) a farlo e non solo... forse si sta cibando anche di se stesso: "Lacerata ernia che recide il tuo inguine. La tua bocca forzatamente spalancata mentre sei costretto a masticare le tue emorroidi". Forse i giovani inglesi parlano di come i ricchi e potenti siano così avidi da cibarsi delle classi meno agiate e... non ancora sazi (di potere e denaro) arrivino all'auto-cannibalismo? Un circolo vizioso che, come il corpo di un malato terminale, arriva a cannibalizzare il proprio tessuto muscolare perdendo forze e vitalità? O forse, molto probabilmente, il malefico e simpatico trio ha solo cercato le parole e le immagini più forti per colpirci lo stomaco? Arrivando anche al risultato di tirarci un tremendo scherzo. Dopo decenni, siamo qui a fare voli pindarici per interpretare un testo "semplicemente" disgustoso. Non lo sapremo mai, e Jeff Walker, davanti a una Guinnes ghiacciata non ce lo svelerà mai.

Slash Dementia

Una scala musicalmente inquietante e suonata con la tecnica del tremolo picking ci accoglie a braccia aperte in questo nuovo incubo musicale. "Slash Dementia" è il secondo brano scelto dal terzetto di Liverpool per questa esibizione negli studi della BBC Radio 1, davanti al guru John Peel. Rispetto al brano precedente scendiamo di minutaggio, arrivando quasi ai tre minuti e mezzo, comunque una durata ragguardevole rispetto agli standard seguiti dal loro primo disco, totalmente ossequioso verso le leggi non scritte definite da gruppi come i Napalm Death. L'incipit della canzone decreta comunque in modo inequivocabile l'inizio della ricerca della melodia (in ambito estremo) da parte del trio di macellai musicali. Ancora una volta è Bill Steer l'apparente titolare del microfono, vista la predominanza del suo bassissimo e gutturale growl per tutto il brano. Jeff Walker, il cui screaming particolare diventerà in futuro un vero e proprio marchio di fabbrica (copiato e saccheggiato), si limita a raccapriccianti controcanti che sembrano quasi imitare le grida di una strega antropofoga. Musicalmente non ci discostiamo dai mid-tempo tipici della band, con un riff reiterato sul quale Ken Owen varia il tempo donando dinamismo. Ancora una volta si parla di dare la vita a qualcosa di (apparentemente) immobile. Mentre si compie un passo indietro a livello di arrangiamento rispetto al brano eseguito (live) precedentemente, il lirismo non si discosta dal binomio decomposizione/antropofagia. Scavando tra le note, immediatamente dopo il caotico assolo troviamo un riff sabbathiano fino al midollo, il tutto seppellito in un marasma di note pensate solo per colpire in viso l'ascoltatore... per lo stomaco ci pensano le sopra-citate liriche. "Le vene son strappate e sferzate, con emorragia, bile e sudore. Deliziosi squarci son conservati". Quell'aggetivvo... "deliziosi", è abbastanza per farci entrare nel mood giusto (o forse sbagliato) del testo. Ancora una volta tutte le paure ed i tabù ancestrali dell'uomo vengono riuniti in un unico malato testo: morte, decomposizione, cannibalismo. Significati? Tanti, ma forse, come detto, l'unico è quello di voler colpire tanto la morale quanto le orecchie educate a tutt'altra musica. "Squarcio le cavità pettorali per divorare il mio pasto ancora fumante... ". Ancora: "Sorseggiando il lardo e gli umori tuffandomi nel sangue rappreso lacero ad ogni crepitio saltellante per trangugiare su d'un fetido fagotto". Una vera, orripilante abbuffata. Pensate ad una stanza dove domina il fetore della morte, dalla decomposizione, che ci colpisce e ci nausea. Il vomito, naturale reazione repulsiva del nostro corpo ma... sopratutto... la paura, il terrore del riconoscere in modo naturale quell'odore che prima o poi anche noi emaneremo. Carne marcia... la stessa carne che glorifichiamo ogni giorno attraverso i vizi e la vanità. La stessa carne che i Carcass rappresentano come un insieme di tessuti purulenti e puzzolenti, non solo umiliati dal tempo e dai vermi, ma anche gettata in pasto come fossimo nulla... come se avessimo vissuto anni, collezionando emozioni ed esperienze solo per arrivare a soddisfare il palato e lo stomaco di qualcuno. La rappresentazione estrema della caducità della vita. "I resti macellati vengono spolpati e collezionati nel cellofan alimentare... ", siamo prodotti? "Ceste di tiepide interiora ove attorciglianti stomaci s'agitano. Bocconi tra le tue cosce e ed il tuo sedere che strisciano assieme alle tenie". Le tenie... vermi e carne sono un tutt'uno, ennesima invasione del nostro corpo, tanto curato e importante in vita, quanto inutile ammasso di carne senza vita dopo la morte. Umiliante. "Trascurate viscere fumano e imputridiscono. Ora anfitrioni per fameliche mosche". Ennesima rappresentazione dell'inutilità del nostro effimero guscio. I Carcass sono ospiti in un programma storico, che ha ospitato David Bowie e Pink Floyd, e con malcelata passione stanno cantando di carni fumanti ingoiate da malsane fauci. E mancano ancora due brani.

Cadaveric Incubator of Endo Parasites

 "Grassi saponificati schiumano come una zuppa mentre tu flemmatico divori te stesso". "La disgregazione dei tessuti morti alimenta il gas metano, un ribollente cumulo di compostaggio umano di una autodigerente emorragia". In "Cadaveric Incubator of Endo Parasites (Incubatrice cadaverica di endoparassiti)" i Carcass denunciano (attraverso la metafora del disfacimento del corpo umano) la società odierna, che alimenta le persone come se caricasse delle batterie, esaurite le quali vengono gettate. O meglio, in un ottica carcassiana, i "potenti" attingono dalle classi sottostanti come fossero una fonte coscientemente esauribile di energia e manovalanza, e anche dopo la morte (la pensione? La vecchiaia? Il non essere più produttivi e quindi solo un peso per l'economia?) trovano il modo di sfruttare coloro che ritengono solo una risorsa dalla quale attingere ("compostaggio umano"). Ancora larve, vermi, mosche. Forse coloro che sembrano così piccoli, sono solo i grandi parassiti che banchettavano con le nostre vite anche quando il sangue all'interno delle nostre vene era ancora caldo ("latenti funghi crescono sul desto ospite umano"). Avevano solo forme diverse... e magari indossavano giacca e cravatta ("la tua carne sostiene organismi ostili"). Musicalmente il brano è un attacco duro quanto la severità della malcelata denuncia sociale. Si rifà vivo l'hardcore che tanto ha dato alla nascita del grind e ci sono tre elementi sui quali porre la nostra attenzione. Il primo: le parti vocali sono leggermente diverse, con un growl decisamente meno cavernoso ma più baritonale. La voce di Steer è sicuramente più bassa, con un uso intenso del riverbero che sembra quasi farla entrare in risonanza con le nostre casse toraciche, ma le parole sono maggiormente intelligibili e chiare. Che i Carcass non volessero disperdere un messaggio così intenso? Secondariamente possiamo finalmente ascoltare un basso in rilievo, distinguere quelle note mangiate dalle frequenze bassissime delle chitarre sul loro disco d'esordio. Ultima cosa? La riprova di un costante studio e ricerca di miglioramento della band (e in questo caso di Bill Steer) è l'assolo di chitarra qui presente. Niente che faccia gridare al miracolo, sia chiaro, ma un controllo sicuramente maggiore delle sei corde è evidente, con un solo veloce ma eseguito con una pulizia sino ad ora sconosciuta nel sound di questa purulente band. Dal punto di vista dell'arrangiamento siamo ancora un passo indietro rispetto al brano posto in apertura di questo breve concerto/EP, reiterando lo stesso riff (indiscutibilmente Carcass) sul quale Owen innesta diversi pattern ritmici e la premiata coppia Steer/Walker inanella una sequenza di parti vocali raggelanti. Un brano, da un certo punto di vista, freddo e cinico, in cui la musica legge il testo che le è stato affidato e sfoga la sua frustrazione con la violenza che le è stata insegnata dai musicisti a lei consegnati. Violenza, cinismo e freddezza nichilista. E siamo in radio...

Symphonies Of Sickness

Siamo al quarto e ultimo brano di questa storica esibizione dei Carcass, consegnata poi a poster(i) attraverso questo splendido e storico EP. Curioso che questo brano, poi presente nel full length "Symphonies Of Sickness (Sinfonie Malate)" si intitoli come il loro primo disco che, de facto, manca della propria title-track. Diventa il primo brano del LP successivo, quasi a disegnare un linea comune, a costituire un fil rouge dove, ovviamente, nel caso dei Carcass quel "rosso" (rouge) non può che essere sangue coagulato. Splendido il pur semplice inizio chi chiama sfacciatamente in causa gli Slayer più dark del periodo 'Seasons In The Abyss'. Si parte con un attacco ragionatamente thrash/hardcore in cui Steer torna ad utilizzare la sua voce da orco nella modalità più "umana", bassa, tonante ed echeggiante, ma comprensibile (o quasi) e per questo decisamente più inquietante. Musicalmente il brano si snoda attraverso la solita dualità di voci e il riff diretto e relativamente semplice che viene sospinto dal motore di Owen, che sul finale sembra lasciarsi andare e si lancia su tempi velocissimi guidati da un ride martellante e su una chiusura giocata sui piatti che, negli anni a venire diventerà un marchio di fabbrica del suono carcassiano. Dal punto di vista del testo, qui è puro voltastomaco.  "Odore Di Putrefazione" è il titolo del brano (così come quello, come già detto, del disco d'esordio). Odore... quindi... e i tre ragazzi fanno di tutto per farcelo sentire. Badate bene... non immaginare... ma annusare. "Intossicato dagl'odori dei nauseanti corpi e dai vomitevoli sbuffi tiepidi, pizzicando le tue narici nel momento in cui tu le irrighi di flato proveniente dall'emaciato rigido corpo". "Stagionando il cadavere lo stantio aroma di decomposizione e imputridimento. Una disgustosa asfissia. Rivoltanti resti zampillano, viscere mutano in poltiglia con parziale liquefazione". Non basta? La band stessa ci invita ad aprire bene le narici e respirare il cadavere: "Annusa la decomposizione del corpo corrotto". Ad un certo punto, circa a metà del testo la situazione evolve... o meglio... perde il controllo. Il gruppo ci lascia tra i gli effluvi tossici del corpo ("Sniffando il lezzo dei latenti effluvi... " "Viaggio allucinogeno. I vapori dei tessuti fuoriescono. Un tiepido, spiacevole odore") i quali annebbiano la nostra lucidità, creando quasi una dipendenza (" Un dipendenza un poco macabra"). I funghi coprono la nostra naturale ripugnanza verso la carne purulenta e marcia, spingendoci invece a ricercare l'oblio, annusando... annusando ancora. Anche questa una allegoria? La band ci sputa in faccia il suo odio e la sua accusa per essere dei drogati? Drogati di benessere fittizio, indotto da una società che ci fa consumare quello che noi stessi produciamo, in un circolo vizioso, in quell'auto cannibalismo tanto celebrato dai Carcass. Tutto torna allora... così giovani e così maturi. O forse, lo ripetiamo, volevano solamente nausearci? In ogni caso, sono riusciti a farlo... facendoci pensare. Non male per un gruppo grindcore.

Conclusioni

Si conclude l'avventura dei Carcass davanti al mitico John Peel. Pensate a questo trio, che suonando il genere più "ignorante" e veloce del tempo, si ritrova a suonare negli studi che hanno assorbito le vibrazioni di band come Pink Floyd, Sex Pistols e The Clash (tra i moltissimi altri). Pensate a quel misto di sensazioni ed emozioni, a volte complici tra loro, come felicità e orgoglio e a volte annullanti e contrastanti, come paura e voglia di spaccare il mondo (musicale e non solo). E pensate a John Peel... a cosa può aver visto in un combo così giovane e acerbo... pensate a quanto era lungimirante. Pensate a questo DJ affermato, influente e musicalmente potente. Basta un disco, strano, mal registrato ma indiscutibilmente pionieristico e coraggioso per attirare il suo orecchio e il suo cervello su quei tre giovanotti con il braccio perennemente bloccato nella classica "beer position". Gli guardi strafottenti e che nascondono quell'inquietudine della trasformazione, del passaggio tra bambini pieni di sogni ma senza responsabilità a uomini e musicisti influenti. Una tecnica non ancora affinata ma sufficiente per suonare quell'insieme di accordi veloci e urla disumane. Bastava concentrarsi e dare il 100%. Bastava andare a tempo e seguire Ken, attenti al suo "battere" e tutto sarebbe filato liscio. Qualche parola dimenticata? Basta digrignare i denti e pronunciare un suono foneticamente simile... chi se ne sarebbe accorto? Un assolo perso nella sequenza armonica? Fuori tempo? Si gioca con la leva del tremolo, così come hanno insegnato gli Slayer, producendo armonici artificiali poi sadicamente torturati fino a far urlare le corde. Un orecchio alla batteria e appena arriva il momento giusto si torna dentro il tempo. Insomma... il genere dei tre imberbi musicisti era paradossalmente a prova di errore... perché in pochi se ne sarebbero accorti, forse nemmeno lo stesso Peel, e forse nemmeno gli stessi Carcass. Ecco allora che la band inglese, forte di questa sicurezza, di questo "salvagente" si lancia in una prestazione ai limiti della perfezione, in cui i loro efferati testi vengono sbattuti in faccia a tutta la benpensante Inghilterra, che dopo i deliri per i Beatles, l'avvento dell'irriverente punk e la nascita del metal, sperava ormai di averle viste tutte. In realtà, parlando dei Carcass... il bello deve ancora venire. Proprio perché, e lo ripeto, questo trio stava portando con sé un qualcosa di grande spessore, facendosi promotore di una rivoluzione musicale che avrebbe portato l'estremo ancor più in là, spingendo oltre la barriera, distruggendo confini che sembravano appunto innalzati per non venir mai più abbattuti. Invece... l'impensabile stava succedendo. Già "Reek of Putrefaction" aveva scosso gli animi, trasformando i Carcass da ragazzini comuni a pionieri del nuovo in via di avanzamento. Come fu, del resto, per tante altre realtà estreme come i Mayhem, esplosi giusto un attimo prima con il possente "Deathcrush", anch'esso un decisivo pezzo di storia. La compagine norvegese gettava le basi per l'odierno Black Metal così come i Carcass scrivevano una porzione della loro, personalissima storia, successivamente inseritasi (a mo' di tassello di lusso) all'interno di un ricco mosaico; il quale, una volta completo, avrebbe delineato un quadro ancor'oggi apprezzato e decisamente venerato. Stiamo per l'appunto godendone gli inizi, i primi incerti ma al contempo sicuri passi, mossi all'interno di una scena che - per l'ennesima volta - stava conoscendo una rivoluzione di notevole spessore, sia dal fronte "scandinavo" sia da quello nella cui prima linea troviamo appunto il nostro trio. Desideroso come non mai di mostrare al mondo le proprie capacità, la propria lungimiranza... il loro essere, meravigliosamente ed irrimediabilmente, se stessi.

1) Crepitating Bowel Erosion
2) Slash Dementia
3) Cadaveric Incubator of Endo Parasites
4) Symphonies Of Sickness
correlati