CARCASS

Symphonies of Sickness

1989 - Earache Records

A CURA DI
ALBERTO BIFFI
09/05/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Evoluzione. Curioso come una band che fa della morte la propria bandiera e vessillo, che fa della staticità di una carcassa in decomposizione la propria ossessione, punti invece ad evolversi continuamente, in un dinamismo sonoro che nel metal estremo ha ben pochi eguali. Invero la band di Liverpool riesce a donare la vita alla morte, rendendola pulsante, palpitante, tangibile. Ne descrive gli umori, i fetori, la vita che nasce dalla morte (attraverso larve ed insetti) cibandosi della morte. Quindi... forse... nulla è mai stato immobile e immutabile intorno al trio composto da Ken Owen, Bill Steer e Jeff Walker. Qui un trio per l'ultima volta. Sì perché per molti questo disco rappresenta l'epitaffio e il canto del cigno (quello avverrà discograficamente e letteralmente solo nel 1996) della prima incarnazione di una band che parla di carne. Per molti i "veri" Carcass, quelli legati al primigenio grindcore finiscono con "Symphonies Of Sickness", qui preso in esame come ulteriore tassello del nostro mosaico raffigurante la vita musicale di questa eccezionale band, ennesima (e terza, calcolando il precedente EP "The Peel Sessions", 1989) strada percorsa nella virtuale corsa che il trio intraprese nel pieno del suo adolescenziale entusiasmo condito da violenza testosteronica. Qui... qui finiscono i Carcass "ignoranti", quelli che si cimentavano in gare di velocità con gli amici Napalm Death e che si godevano con gioviale sorpresa tutto ciò che misero in moto intorno a loro. Forse volevano solo fare casino... forse. Forse volevano davvero solamente suonare veloce e bersi birre gratuitamente. L'abbiamo già ripetuto, il gruppo è uno dei più intelligenti e ironici che il metallo estremo ricordi e nulla è dato per scontato. Testi che sembrano atti solamente a nauseare l'ascoltatore di turno, diventano invece riflessi (su vetri sporcati di sangue e budella) di una società malata e marcescente, dove ci si avventa sulla carcassa di un uomo utilizzandola (come cibo) anche dopo che ha adempito, in vita, ai suoi doveri (produrre ricchezza per altri, riprodursi per generare coloro che produrranno a loro volta altra ricchezza, in un circolo vizioso che ci marchia virtualmente come carne da macello). Oppure... e qui il dubbio generato dai loro sorrisi nelle foto promozionali... puntavano davvero solamente alla nausea? I Carcass riescono a farci sentire stupidi, come quando fissiamo un quadro astratto valutato milioni di euro e cerchiamo nelle parole degli esperi d'arte, una motivazione per quel valore che non capiamo. Chi è il pazzo? Il pittore? Chi ha esposto il quadro? L'esperto di turno che vi vede un capolavoro? O noi che non capiamo il valore intrinseco di un qualcosa a noi alieno? Una situazione in cui i tre terroristi sonori ci sguazzano tutt'ora. E ridono. E nel frattempo, mentre ridono e si beffano di noi, quasi per confonderci ulteriormente le idee vedono bene di esercitarsi sui loro strumenti e di migliorare come musicisti e compositori. Allora fanno sul serio. Forse. Tutto inizia a prendere la "forma Carcass", tutto inizia a girare nel migliore dei modi gettando le basi di quelle che saranno poi caratteristiche imprescindibili del suono carcassiano. La voce di Walker cambia, mutando dal demoniaco e acuto rantolo in un ringhio che diventerà il suo marchio di fabbrica. Parole maggiormente intellegibili (a volte chiaramente comprensibili), una maggiore sicurezza dei suoi mezzi (anche se, a tutt'oggi, durante le interviste il simpatico cantante/bassista dichiara di non saper cantare) e sopratutto, semplicemente l'aver trovato la "propria voce". Da quel ringhio abrasivo e muriatico il nostro (allora) giovane singer non si discosterà più, allontanando invece (sempre più) il profondo growl del proprio compagno di band. Evoluzione? Che il doversi dedicare a parti di chitarra sempre più complesse ed articolate  abbia spinto Bill Steer a dover abbandonare (almeno fino al suo parziale ritorno vocale con "Surgical Steel") il microfono? O il volersi allontanare dalla classica  impostazione grindcore è sintomatico di una ferma intenzione di avvicinarsi maggiormente al death metal? E Ken Owen? Non è mai stato un batterista pirotecnico, limitandosi ad essere funzionale. Era il Phil Rudd del grindcore. Poche cose, fatte bene. Qui ci mette anche la fantasia, aiutando i propri compagni nella loro evoluzione e aiutato dai propri compagni nella propria. Dietro questo disco ci sono evidentemente ore e ore di sala prove e ore e ore di pratica solitaria sui propri strumenti. Dietro a questo disco c'è la ferma intenzione di crescere, maturare e non marcire in un corpo musicale immobile e incarcerante. Per la band anche la morte è vita, e lo dimostrano sempre, anche attraverso il proprio approccio alla composizione. L'avevamo scritto poco sopra queste righe digitali: questo è l'epitaffio dei Carcass nella loro prima incarnazione. Il death metal fa capolino in questo "Symphonies Of Sickness" e si affaccia come un verme dal corpo in decomposizione da una carcassa. O come una mosca che si appoggia sulla carne putrida, l'assaggia, ne gusta il sapore (e il valore) e poi vola via, verso altri cadaveri. I Carcass hanno fatto così con questo disco essenziale: hanno gustato e provato il sapore del death metal e poi, dopo, non solo lo suoneranno, ma lo cambieranno per sempre. Vale la pena sottolineare che non è un impressione di chi vi scrive: è storia che i tre di Liverpool provarono già a contattare Michael Amott dei Carnage che rifiutò la gentile offerta, motivandola con il fatto che disprezzava quanto fatto dalla band inglese sino a quel momento (si riferiva a "Reek Of Putrefaction", considerato dal tagliente chitarrista  come puro "rumore"). Alla seconda chiamata, dopo aver sentito questo disco passato poi alla storia, non potè far altro che accettare, annusando (oltre l'odore di carne decomposta) le intenzioni future di un gruppo dal potenziale enorme. I Carnage si sciolsero, dando poi vita ai Dismember e il chitarrista svedese prese un aereo alla volta di Liverpool. Ma questa è un altra storia.

Reek of Putrefaction

Curioso come la titletrack del disco precedente, "Reek of Putrefaction (Tanfo di putrefazione)" sia in realtà presente su questo, successivo "Symphonies Of Sickenss". Forse perché iniziava a palesare i primi vagiti death metal allora inconciliabili con una tracklist allora devota al più ferale grindcore? Forse una scelta? Anche qui, durante le interviste nel corso degli anni sono state date diverse interpretazioni dagli stessi protagonisti che, ancora una volta, si divertono a confonderci. E qui la confusione regna sovrana. Perché se è vero che il sound carcassiano è ancora riconoscibile, ci accorgiamo subito che qualcosa è successo. Qualcosa di grosso. Eppure è passato solo un anno dall'uscita discografica precedente. Solo... un... anno. E loro signore e signori sono ancora dei ragazzi. Steer e Walker avevano vent'anni quando uscì il disco che stiamo "ascoltando" insieme, mentre Owen era più giovane di un anno. Incredibile. Intenzione, motivazione, maturità, talento, caparbietà. Quanta energia in un gruppo che parla di cadaveri. Premiamo play? "Odore Di Putrefazione" è il primo brano... quindi. E qui, le descrizioni degli odori prodotti dalla decomposizione sono dettagliate al punto da sentirci quasi pungere il naso ("Pizzicando le tue narici nel momento in cui tu le irrighi di flato proveniente dall'emaciato rigido corpo"). Il fetore è qui usato come una droga lisergica ("Annusa la decomposizione del corpo corrotto. Viaggio allucinogeno"), nell'ennesima interpretazione di quanto anche un cadavere possa essere sfruttato, e qui addirittura come dispensatore di droghe e sensazioni stranianti ("Un dipendenza un poco macabra. Un deteriorato, rigonfio corpo. Arde la decomposizione. Fiuta il tanfo della carogna"). Produzione notevolmente migliorata rispetto al disco d'esordio e non può che concorrere al rendere tutto meno caotico. Attenzione, non stiamo parlando dei Beatles, non abbiamo confuso l'allora terzetto di Liverpool con il ben più famoso quartetto. I Carcass non si sono messi a suonare in modo melodico, tutt'altro, ma la maggior padronanza tecnica della band viene appunto valorizzata da una produzione finalmente all'altezza, in grado di rendere giustizia ai traguardi raggiunti (in brevissimo tempo) dai giovani macellai musicali. Anche la durata (e il conseguente numero dei brani) è indicativa sull'evoluzione attuata dal gruppo. Dieci brani, abbandonando così la legge non scritta (in parte anche da loro) del gore/grind: moltissime tracce della durata di pochi secondi. Qui i pezzi sono ragionati, ponderati, composti con maggior sicurezza e sopratutto... arrangiati. Brani stratificati che mostrano il desiderio dei Carcass di non fermarsi musicalmente mai, forse per paura di venir divorati da quelle stesse larve di cui tanto cantano. Il brano si apre con un riff tipicamente "steeriano", per poi (sorpresa!) sentire dei suoni elettronici, invero una tastiera che emula una sorta di "coro" che si toglie subito dai padiglioni auricolari per lasciar posto a un furioso Ken Owen che sembra aver fretta di mostrare tutti i suoi progressi. Riff quasi sabbathiani su tappeti ritmici tipicamente grindcore. I Carcass, qui, hanno capito che forse si può suonare anche in questo modo, senza muoversi per forza di cose come un corpo unico, ma unendo diversi approcci e incastrandoli alla perfezione ai fini della riuscita del brano. L'assolo di Steer è ancora legato (in questa prima traccia) agli stilemi da lui delineati durante l'esordio discografico: armonici artificiali strazianti dalla leva del tremolo come un macellaio farebbe con delle carni sanguinanti, usando un gancio di metallo. Sangue, carne, metallo, chitarre; c'è tutto il mondo dei Carcass.

Exhumed to Consume

"Exhumed to Consume (Riesumato per essere mangiato)", probabilmente uno dei testi più raccapriccianti di questo disco. Ma una passo alla volta. Se siamo rimasti parzialmente sconvolti dopo il primo brano, non aspettandoci una produzione così pulita (ovviamente contestualizzando genere e tempo) e una tecnica maggiormente affinata, con la traccia numero 2: 'Exumed To Consume' il nostro shock è completo. Qui finalmente udiamo tutto ciò che il lungocrinito chitarrista è riuscito a fare con la sua 6 corde, le sue dita, il suo cuore, e il suo cervello (avremmo potuto riassumere il tutto con un'unica parola: talento). Questo pezzo rappresenta un ottimo ponte tra i primi esperimenti musicali dei Carcass e la loro voglia di mutare, migliorando i punti deboli e dando maggior enfasi ai punti di forza. Qui tornano quei giovani che si lanciavano a testa bassa in prove di caotica velocità, ma alcune parti smaccatamente death metal iniziano a far capolino, sopratutto nel lavoro di un grandioso Owen e nella chitarra del pluri-citato Steer. Esattamente dopo un minuto e mezzo dall'inizio dell'attacco all'arma bianca operato contro di noi, un break palesa tutta l'enorme crescita tecnico compositiva del chitarrista. Non si nasconde più dietro chitarre urlanti e fischianti, ma suona scale musicali con velocità e perizia e... un pizzico di melodia. Spinti dal motore propulsivo di un'instancabile Ken Owen il basso e la chitarra riprendono la folle corse in questo brano che parla di necrofagia. Leggendo il testo di questa festa a base di carne decomposta, raggiunta in modo spasmodico e febbrile scavando la terra per portarla alla luce ("accanitamente smuovo il manto erboso per rimuovere il cadavere corrotto, mentre tento di contenere l'eccitazione quando dissacro fetide cripte"), non possiamo non immaginare la scena, in quel processo mentale che ci vede registi del nostro film horror preferito, scritto da noi e per noi e per questo il più spaventoso che la nostra mente potrebbe masochisticamente partotire. Leggendo il testo e ascoltando la musica è facile pensare a questa persone, che segue le esequie per un defunto attendendo la sua tumulazione per poi, quando il cimitero è chiuso e coloro che hanno amato quel morto si sono allontanati, scavare con la bava alla bocca per poter consumare il proprio pasto. Spersonalizzazione di un individuo: in vita ognuno di noi crea contatti, in una rete sociale che coinvolge diverse sfere emotive. Quel morto era (senza dubbio) un/a figlio/a e (forse) un padre (o una madre). Aveva amici e persone che provavano amore per lui/lei. Colleghi, amanti, amici, figli, genitori, nemici. Ora è solo cibo. "Un corpo strappato, inumato di fresco. Qualsiasi cosa eccita il mio capriccio per soddisfare la mia gratuita geofagia, la mia culinaria necromanzia". Agghiacciante. Il testo è scritto in prima persona come una sorta di confessione, di diario. Lo stiamo leggendo o lo stiamo scrivendo? "Le casse io scortico. La mia dispensa è una fossa. Io ne sono morbosamente ossessionato". Colui che scrive sembra quasi che pensi di far parte del rito che ha visto il morto salutare il mondo dei vivi: "Di resti putrescenti mi nutro. Carne purulenta. Che gran banchetto funerario". Si inserisce nel rito religioso come uno spazzino, come colui che è preposto ad eliminare il guscio ormai vuoto di un anima che ormai si trova altrove. Si ciba di qualcosa di inutile, trovandone però quel piacere che lo porta letteralmente a sbavare (Sgranocchio carne ulcerata. Corpi in putrefazione son il mio spuntino .Sopra le ossa io amo masticare). Proseguendo nel testo chiama in causa anche i parenti (che si siano accorti di quanto successo? O forse... orrore, lo sta facendo davanti a loro? Incurante di tutto?): "Parenti in lutto non son divertiti quando il loro caro dipartito febbrilmente io divoro". Leggendo questo testo è difficile non fare un'accostamento con la setta indiana dei monaci cannibali Aghori, che vivono nei luoghi di cremazione per cospargesi il corpo con la cenere dei morti, morti dei quali consumano le carni, bevendo poi dai loro teschi. Leggere un testo sugli esiliati monaci Aghori di Varanasi non è un'esperienza poi molto lontana dall'ascoltare una canzone dei Carcass. Che questi cruenti asceti siano fan del grindcore?

Excoriating Abdominal Emanation

"Excoriating Abdominal Emanation", ovvero un terrificante incrocio tra colostomia, stupro e tortura rappresenta il testo di questa canzone, come sempre libera di essere interpretata nei più svariati modi. Chi scrive questa ennesima "confessione" o cronaca dei propri atti, ad un certo punto dice: "Sadicamente sodomizzato con i miei strumenti per le nefandezze, facendotele ingoiare a forza nella tua gola se solo avessi il tempo". Si tratta forse di un normale intervento chirurgico che stimola le fantasie malate del medico? Normale collegarlo a Patrick Bateman, che dopo le descrizioni di sadiche azioni aggiunge, dice quasi sconsolato e deluso: "avrei dovuto farle davvero". Cosa sta succedendo quindi in questa canzone? E la cosa che non si comprende (e per questo ancora più spaventosa) è se il "proprietario" di queste carni violentate e invase sia un paziente da curare o un cadavere sul quale sfogarsi o... ancora peggio... un essere umano ancora vivo che che sta subendo la mortificazione del proprio corpo da parte dell'ennesimo pazzo partorito dalla mente di Walker. Leggendo il testo, credo che tutti noi spereremmo (per quell'uomo) che sia ormai l'ennesimo guscio vuoto e ormai incapace di provare dolore. "Gl'orifizi aspirati ed otturatiLa membrana rettale strappata. Distillando i tuoi intestini si lacerano i muscoli anali". Si, speriamo sia già morto. Al testo viene altresì data una valenza smaccatamente sessuale: "L'orifizio ora lindo. Sterilizzato .Arrossato ed infiammato. Mentre impalo brutalmente il tuo retto. Questo è il processo ch'io adoro". Viene anche palesato un forte odio, una rabbia atavica verso le carni ingabbianti e le ossa incarceranti. Questo medico/killer/sadico odia quello che sta facendo, in un bipolarismo che vede sia soddisfazione fisica (sessuale) che odio febbrile: "... io aborrisco questo processo. Le tue budella io evacuo con i miei crudeli metodi di odio" e ancora: "Sbudellando nella mia ira, nella tua colostomia soffochi". Strumentalmente l'incipit del brano ci avvicina ancora di più al death metal, con un riff di Steer doppiato dal basso di Walker e una doppia cassa che supporta il tutto. Ben presto sono i tempi grind a prendere il sopravvento con i riff di chitarra che anche nei momenti più veloci mantengono le proprie coordinate maggiormente tecniche e non si lasciano andare a successioni di accordi hardcore. Come nel pezzo precedente, dopo poco più di un minuto e mezzo Steer si ritaglia il suo spazio, invero qui tornato ad essere maggiormente preda degli effetti cacofonici piuttosto che di scale ragionate e "orecchiabili". Uso quasi continuo della doppia voce scream/growl per questo terzo brano che tocca quasi i 4 minuti e mezzo confermando quella che è ormai una chiara intenzione: prendersi il proprio tempo per sviluppare con calma tutto ciò che si ha da dire, relegando l'istintività punk in un angolo, chiamando in causa riff maggiormente ragionati, aperture melodiche (che non sono ancora nulla rispetto a ciò che ci riserveranno in futuro) e pattern di batteria più fantasiosi e meno furiosi. In poche parole, siamo ancora nel grindcore, o meglio, nel goregrind,   ma abbiamo un piede nel death metal, in quel genere così pesante e veloce che riserva però maggior libertà di azione. Ed è ciò che cercano i Carcass.

Ruptured in Purulence

Bello il pattern di batteria che apre questa "Squarciato Nella Purulenza". Pattern al quale si aggiunge subito il bel basso di Walker seguito a ruota dal riffing compatto di Steer. Qualcosa di inedito per la band inglese: groove... o forse dovremmo chiamarlo gore-groove? Un perfetto incastro di trame ritmiche, voci e cambi di tempo è questa bella traccia posta in quarta posizione nella tracklist. Si può percepire l'istintività delle idee e il ragionamento nell'arrangiamento: ergo, possiamo pensare che l'incipit del brano sia nato da una jam, per poi sovra strutturarvi parti maggiormente articolate e pertanto ragionate. Davvero piacevole seppur per pochi secondi sentire il solo basso di Walker dialogare con il suo partner in crime, quel Ken Owen che rappresenta il 50% della sezione ritmica della band. Si possono sentire diverse "finezze" nel drumming del batterista, il quale sembra davvero sperimentare in questo brano da lui apparentemente così lontano, lontananza subito accorciata dal successivo attacco grindcore che sguinzaglia un batterista chiaramente stimolato dai pluri-citati progressi dei due compagni. Si possono sentire già alcuni passaggi che diverranno poi ricorrenti nel riffing di Steer, che alterna mastodontici bicordi ribassati a brevi filler maggiormente tecnici, quasi come un cuoco che, ancora insicuro, dosa i propri ingredienti un poco alla volta per testarne la bontà. Il brano è circolare, con l'ennesimo sviluppo solista a metà durata e un ritorno, sul finale, dei tempi cadenzati che ci hanno accolti. Forse uno dei pezzi più atipici per i Carcass dannatamente d'annata. Si passano ancora nuovamente i 4 minuti per questa canzone che parla di... carne marcia, pus, tumori e putrefazione. Non ci si sposta di una virgola. E ancora i dettagli tendono a illustrarci al meglio quando succede al nostro interno (dettaglio non da poco), e non all'esterno. Vogliamo trovarci un risvolto politico? Un'aulica interpretazione? I Carcass ci aprono gli occhi, denunciano attraverso questi testi "splatter" che all'interno della società, dove risiede il potere occulto e laddove non possiamo vedere, esiste il marcio e vi è una dinamica purulenta, atta a consumare la carne (noi). Un chiaro esempio? Leggiamo insieme: "Organi intestinali infestatida dilaganti larve fameliche. Rosicchianti rigaglie lacere sono bolle solidificate. Enteriti dissolvono il ventre. L'auto-digestione è in atto. Autolisi del tessuto somatico. Enzimi che logorano le ossa". Ma non ci stancheremo mai di ripeterlo: forse questo testo parla davvero solo di pus e bile? Maledetto humor inglese.

Empathological Necroticism

"Empathological Necroticism", "Necrosi Empatologica" è la forzata traduzione per il quinto brano di questo disco assurto a capolavoro e ormai comunemente accettato (con un accetta, che apre le carni ormai morte e ricche di pus. Il lirismo carcassiano è infettante!) come uno dei picchi compositivi della band di Liverpool, che qui chiude un era, ben consapevole di ciò che avverrà in seguito. Qui il testo è chiaro e parla di un camera mortuaria dove si sta ricucendo un morto (forse vittima di un incidente): "Il macabro, pacato corpo vien dissezionato, smembrato e sminuzzato. La vita da artista mortuario è complicata. Gl'umori densi aleggian diretti alla mia testa". Sottolineiamo la parola "pacato", perché qui finalmente si accenna alla vita che prima c'era, ed ora è fuggita da questa corpo che un tempo era una persona. Ecco allora che se prima questo cadavere era scosso dall'energia della vita ora è "calmo" e "pacato". Non aspettatevi però pietà in questa canzone. Il bipolarismo spesso presente nei testi di Walkert non tarda a farsi vivo: "tutto quel che rimane è una severa mutilazione che ristagna nella pellicola per alimenti. Svuota il contenuto sulla lastra mortuaria". Sembra quasi di percepire il disgusto di chi sta operando sul cadavere, la rabbia nel fare un lavoro che non si ama ma al contempo il grave biasimo, avvilimento e desolazione nei confronti dell'oggetto inanimato che un tempo ospitava la vita: "fluenti croste di sangue. Il corpo è totalmente decomposto sino al nucleo. Il miserabile, infestato cadavere. Lo dischiudo con il mio seghetto". Questo in netta contrapposizione con, ad esempio, il testo di "Exhumed To Consume", dove colui che narra si bea di ciò che fa, addirittura arrivando ad avere la bava alla bocca per la smania verso le proprie inenarrabili nefandezze. Un finale quasi triste, che rappresenta al meglio la caducità della vita: "Il tavolo mortuario. Ora lo spazzo, assorbo le impurità e lo pulisco lavando via gl'avanzi di vita. La lastra ora rifulge". Qualche colpo di spazzola insomma, e di quell'essere vivente ora sistemato in modo artificioso per l'estremo saluto, non esiste più nulla. Un operaio che pulisce il proprio posto di lavoro, rispettoso non di ciò che ha fatto, ma di ciò che farà dopo. Ciò che non si sistema, ciò che non serve, si getta: " Massacro bocconi e pezzi rimasti. Li dispongo nel bidone". Un altro corpo, altro lavoro. Avanti un altro, pronto ad esser disposto su questa "lasta che ora rifulge", perché il tavolo mortuario vedrà molti cadaveri, ne assorbirà forse le storie, le lacrime dei suoi cari, il sangue delle sue vene. Ma poi, quel freddo metallo non tratterrà nulla, restando immutato, immune dall'empatia per quello che, dopo la vita, è come lui. Un oggetto freddo. Musicalmente? Forse, pur restando su livelli compositivi molto alti, questo è il brano meno riuscito del lotto, se non fosse per l'outro riff che, avvicinandoci al quinto minuto di durata, scaturisce dalle dita di Steer e viene poi arricchito da un ottimo lavoro di Owen e del suo ride, tratto distintivo di un batterista che nella sua semplicità avrà non pochi emuli. La sua doppia cassa va ad ingrossare il sound di quello che paradossalmente è il riff più riuscito del pezzo, pur palesato solo alla fine del brano, che ci traghetta oltre il quinto minuto. La voce di Walker sembra fare un passo indietro, apparentemente tornata più acida e muriatica, con il profondissimo growl di Steer a seguirla come un ombra per l'intero pezzo. Lasciamo questo brano con un consiglio elargito verso la fine del testo: "Divertiti all'obitorio".

Embryonic Necropsy And Devourment

"Embryonic Necropsy And Devourment (Divoramento e Necroscopia embrionica)"Sesta traccia di questo fantastico lavoro, dove si possono ascoltare le intenzioni della band visto che per molti versi (e non parliamo di growl e scream) la band ci mostrerà, come in una sfera magica, quello che sarà il futuro musicale del gruppo. Maggior melodia (palesata sin dall'attacco iniziale), maggior avvicinamento al death metal e... curiosità: è con questo brano che il nostro amato e putrefatto trio inizierà a dare un nome agli assoli di chitarra. Sono due le prove soliste di Sterr (per ora unico chitarrista): "Parturient Paste Sandwich", ovvero "Panino Con Salsa Di Partoriente" e "Pasteurized Fetus Goulash", traducibile con un abominevole "Goulash Di Feto Pastorizzato". Quello che accade strumentalmente dal terzo minuti in poi è puro death metal in (futuro) stile Carcass: un pizzico di metal classico e tanto death inglese stimolato da iniezioni di grindcore dopante. Per chi conosce il futuro dei Carcass e quei due capolavori che rispondono al nome di "Necroticism - Descanting The Insalobrious" e "Heartwork" il sentirne qui i profumi e le intuizioni è a tratti quasi commovente. Vorremmo essere li, in quel 1989 a sostenere i ragazzi urlandogli: "sì! Siete sulla strada giusta!". Di cosa parla questo brano? Aborti, embrioni, mutilazioni fetali. Si spingono ancora più in là con le descrizioni, mischiando tabù come infanticidio e cannibalismo: "... il nostro scarto abortito... Il necrotico pargolo prematuro allevato nello smembramento post parto. Bevi la bile da un calice. Tracanna il suo catarro da un vasetto. Rimpinzati del suo muco su un piattino. Soffocati sul suo grumo embrionale". La partoriente, o meglio, quella futura madre che non arriverà mai al parto, si vede qui privata del suo bimbo ("Gestazione abortita. Mutilazione fetale"), sul quale vengono sfogati i più bassi istinti ("Fluente rilascio uterino d'un abbondante utero rivestito di incisioni. Il mutilato mai nato maciullato dal frustante cordone ombelicale"), spingendoci, nel leggere l'ennesimo testo splatter, ad immaginare controvoglia quello che sta succedendo a quel potenziale bimbo, a quella persona che avrebbe potuto fare grandi cose nella vita: creare una famiglia, essere una buona persona. Ma in fondo... secondo la logica carcassiana sarebbe solo diventato l'ennesimo ingranaggio, e alla luce di questa considerazione il suo valore è legato al suo utilizzo, quindi slegato da un vincolo temporale. Se ora, in questo momento, serve come cibo o sadico sollazzo, allora la sua vita (in funzione dell'occulto potere decisional/gestionale) pre-nascita ha avuto tanta importanza quanto quella post parto. Viene addirittura visto come un parassita infestante, e quindi trattato come tale: asportato. "I suoi testicoli recisi. Il feto liquefatto. Percuoti il parassita". Ne viene sottolineata la fragilità, quasi ci si beasse del potere su di lui e della sua impossibilità contro il mondo (la nostra debolezza verso il potere?): "Fragili arti polverizzati. Il dissezionamento è così crudo. Fradici organi e brodo da partoriente". Ecco allora che il mangiare i bambini diventa forse il tabù maggiore e l'atto contro natura per antonomasia. I bambini dovrebbero "uscire" da noi. Non entrare. Siamo noi a donar loro la vita, e non il contrario, cibandoci delle loro carni. Qui l'invito non è solo quello di mangiare le carni straziate, ma di gustare il brodo primigenio che avrebbe dovuto cullare il feto ("Dona sapore a questo malsano minestrone mischiando insieme succhi post-natali"). Un testo disgustoso per uno dei pezzi più taglienti ed elaborati di questo disco. Tornano a parlare di assoli abbiamo l'ennesima prova della crescita tecnica di Steer come esecutore, sicuro di se stesso al punto da evidenziare gli assoli donandogli un nome, quasi fossero brani all'interno del brano. Siamo molto lontani dai veri e propri capolavori solisti che ci aspettano, dove gli assoli diventano cantabili e riconoscibili, ma siamo sulla strada giusta. 

Swarming Vulgar Mass of Infected Virulency

"Swarming Vulgar Mass of Infected Virulency" è un'altra canzone che ci avvicina ancor più ai futuri Carcass e al futuro del genere estremo che, non abbiamo paura di esagerare, la band inglese contaminerà in modo irreparabile. I Carcass, come i Bathory, attraverseranno diverse fasi della loro evoluzione e in ognuna delle loro reincarnazioni rappresenteranno un punto fermo per le band a venire. Grindcore primigenio e caotico, death/grind, death melodico... ogni tassello verrà incastonato in modo permanente nella storia del metal, in quel monolite nero che rappresenta il storia del genere, pregno di intuizioni pionieristiche, idee azzardate e tonnellate di coraggio e talento. Un virtuale monolite dove chiunque, imbracciando la chitarra (o un qualsiasi altro strumento rock) potrà andare ad attingere in cerca di influenze. A proposito di "influenze", questo pezzo parla di una vera e propria epidemia purulenta. Non si parla di cadaveri, di morti, di carcasse, anzi, qui sembra quasi che nessuno sia (ancora) morto. Ovviamente non aspettatevi un testo positivo che parli di speranza e prati fioriti. Non ci si discosta di un millimetro e si torna alle crude descrizioni di quello che può essere un ipotetico virus: "Croste infettanti...  punti neri e bolle... pelle infestata... vesciche e sfoghi...". Certo rispetto ai testi precedenti questo è davvero "soft" enon lascia adito a molte (e spesso forzate) auliche interpretazioni. C'è da soffermesi invece sul lato prettamente strumentale, qui davvero vicino non solo a ciò che ascolteremo sul successivo (e storico) lavoro, ma anche (ovviamente in versione più grezza) a quella musica che ci sconvolgerà nella pietra miliare intitolata "Heartwork". Qui il riffing diventa davvero caratterizzante, quasi cantabile e assolutamente riconoscibile. Certo merito anche di una produzione più nitida ma sopratutto di un arrangiamento atto a valorizzare il lavoro di Steer, senza affossarlo in un edonistica gara di velocità o di pesantezza. Controllando il nostro lettore noteremo che dopo il minuto 2:30, quasi ormai sul finire del brano, i Carcass sono tremendamente vicini al loro futuro musicale, lasciando appunto verso la fine questo piccolo "assaggio", quasi fossero timorosi nell'esporre troppo le loro nuove idee. La sensazione, ascoltando questo pezzo e il disco tutto, è che la band avesse già chiaramente in mente cosa fare, e che addirittura già trovassero obsoleto questo disco nell'esatto momento in cui lo stavano registrando. Si percepisce una sensazione di urgenza, di consapevolezza spavalda in questo fantastico ""Symphonies Of Sickness", che ci mostra non solo l'evoluzione incredibilmente rapida di un gruppo giovane  e affamato di musica, ma palesa anche la quasi incapacità di reggere il passo alle stesse proprie idee (e crescita tecnica).

Cadaveric Incubator of Endo Parasites

"Cadaveric Incubator of Endo Parasites" è il secondo brano di questo disco dove agli assoli vengono assegnati dei nomi. I Carcass ci stanno prendendo gusto e con il prossimo disco, ve lo anticipiamo, avranno di che sfogarsi i due (!) chitarristi. Il primo assolo si chiama "Parasitic Flesh Resection" (Resezionare La Carne Parassitaria), mentre il secondo, eseguito ovviamente sempre dal biondo Steer, si intitola "Matted Fungus, Spawn, Eggs, Bacteria, Germs, Mould And Meat" (Ruvidi Funghi, Larve, Uova, Batteri, Germi, Muffa E Carne). Il pezzo comincia con una secchiata gelata. La band evidentemente vuole ricordarci che suona ancora grind (per ora almeno) e la sfuriata iniziale è da manuale carcassiano. I tre musicisti ci illudono, perché poco dopo 40 secondi di puro grind caotico e violento, i ritmi rallentano, esibendo ancora quel groove che solo un anno prima sembrava non far parte del bagaglio artistico del temibile e terrificante terzetto. La parte del leone... o meglio, la voce dell'orco la fa Bill Steer, qui impegnato come lead vocal con il suo terrificante growl che ruba gran parte della scena allo screaming scartavetrante di Walker. Qui il dualismo è prettamente musicale, con un alternanza di sfuriate mutuate dall'hardcore più oltranzista e partiture di chitarra ragionate e fredde. Veniamo virtualmente colpiti con una mazza di ferro e poi tagliati da una sottilissima a sterile lama. La denuncia sociale qui è chiara come mai prima: "La tua carne sostiene organismi ostili. Muffa, uova e larve". La nostra carne e la nostra vita sostengono organismi che ci sfruttano come cibo, come batterie, come forza lavoro, donandoci solo l'illusione di non essere numeri, di essere utili più di altri e non "come" gli altri. Illusione. "Endoparassiti incubati nel calore. Strumenti da becchino per attingere e far sanguinare". Rileggiamo... "per attingere". Questo siamo, e non sono certo i Carcass a farcelo capire. Loro ce lo ricordano. Una sensazione atavica di consapevole inutilità permea l'essere umano, per questo sempre alla ricerca di una virtuale immortalità, attraverso opere grandiose, attraverso l'arte. Il solo ricordo di noi non basterà mai a far sopravvivere la nostra essenza, tramandata di vita in vita ma sempre più diluita fino a sparire e dissolversi o venir spazzata via come i nostri resti sul freddo tavolo di una camera mortuaria (ricordate "Empathological Necroticism"?). Può sembrare una forzatura, questa elevate lettura di un testo goregrind, ma non è forse vero che come già detto diverse volte, quello che succede alla nostra carne dopo la morte non si discosta poi così tanto da quello che facevamo in vita? Ci consumiamo donandoci ad altri (o venendo presi dagli altri). Siamo alimenti e a nostra volta consumatori di altre vite. Non dimentichiamo poi, fattore importantissimo che Walker e Steer sono due vegetariani. In un'intervista Steer rispondendo a una domanda sulla sua alimentazione dice: "People come up and say that my band is why people have stopped eating meat! That's great to hear!" ("la gente arriva e mi dice che è stata la mia band uno dei motivi che l'ha portata a smettere di mangiare carne! Fantastico sentirselo dire!"). Non fatichiamo a capirne i motivi, dopo le disgustose descrizioni che il gruppo ci ha propinato. Aggiungiamo ora quindi, un plus-valore nelle interpretazioni dei testi carcassiani. La caducità della carne, il suo marcire e produrre miasmi e pus, larve carnivore... il tutto come parallelismo con la nostra corrotta società e come mera descrizione di quanto la carne vista dalla band come un qualcosa di ben lontano dall'essere cibo. Cibo per per chi ci domina in vita, rifiuto di esserlo dopo la morte? Si aprono nuove interpretazioni e discussioni.

Slash Dementia

Impressionante come i Carcass riescano a scrivere testi così efferati e fondamentalmente monotematici (al di là delle possibili e a volte forzate interpretazioni) senza mai annoiarsi e, come nel caso di questa "Slash Dementia", così lunghi e mai ripetitivi. Al di la dei "ritornelli" (strano chiamarli così, visto che per convenzione pensiamo a parti musicali che appunto "ritornano" per stamparsi nella nostra testa, rappresentando la parte più melodica e distintiva del brano) i Carcass non utilizzano quasi mai le stesse frasi per le strofe, riuscendo a trovare letteralmente (nel corso della loro carriera) migliaia di parole per dirci, più o meno, le stesse cose. Carni invase e oltraggiate, pus, viscere esposte e spesso mangiate, cadaveri riesumati, arti mutilati. In questo brano è ancora la necrofagia a far da padrona. Qualche esempio? "Il tuo scheletro dissezionato collassa mentre mangio le tue congestionate interiora". Ancora? Tanto ormai immaginiamo che non stiate mangiando mentre leggete queste righe digitali, o quanto meno avete smesso: "La tua vena cava è sdrucita. Sulla tua sacca pericardica io banchetto". E ancora: "Bocconi tra le tue cosce e ed il tuo sedere che strisciano assieme alle tenie... mi rimpinzo sul tuo lombo. Erepsina e salamoia consumate. Gorgogliante pelle emaciata. Vaporosi resti ridotti in un cumulo". Musicalmente il brano inizia con un riff che ci rimanda ad un famoso tema  hitchcockiano, e onestamente non sappiamo se la band inglese abbia citato volontariamente il loro connazionale o si tratti di pura coincidenza. Già presente sull'EP precedentemente eviscerato (musicalmente) "The Peel Sessions" (1989, Strange Fruit Records), insieme a "Crepitating Bowel Erosio", "Cadaveric Incubator Of Endoparasites" e "Reek Of Putrefaction", questo pezzo presenta la tipica dualità compositiva dei tre giovani macellai sonori. Dualità sempre e da sempre presente... e per sempre, se ci riflettiamo. Pensiamo alla doppia voce, pensiamo altresì alla doppia interpretazione che si può fare dei testi solo apparentemente superficiali nella loro crudezza. Pensiamo anche al futuro dei Carcass e a quegli assoli pregni di melodia che permetteranno ai furiosi brani di prendere aria e respiro. Immaginate proprio una camera mortuaria all'interno della quale la band suona i suoi serrati riff sospinti dalle ritmiche di Owen... ora pensate al tanfo della morte che attanaglia le nostre vie respiratorie, l'ansia primigenia che colpisce il nostro cervello che ci ripete "vedi quel morto? Guardalo. Guarda il tuo futuro". Pensate a come la morte colpisca il nostro stomaco il nostro cuore e il nostro cervello e ora, improvvisamente arrivano gli assoli di Amott e Steer che aprono una finestra. Entra la luce del sole che scalda il freddo ambiente, entra la luce a rendere tutto meno tetro ed entra aria fresca, che porta via l'odore della morte e della carne. Ma poi... la finestra si richiude. Questi saranno i Carcass del futuro ma questa loro caratteristica è presente a partire da questo disco (ci correggiamo, da "The Peel Sessions", visto che presenta 4 dei brani qui presenti). Velocità e midtempo che, come nel caso di questa "Slash Dementia" li riavvicina moltissimo ai cugini Napalm Death. Un assolo che porta il nome di ""Complete and utter dismantlement of torso with carnage" ("Completo E Totale Smantellamento Del Torso Tramite Carneficina") chiude il brano che si sviluppa in modo circolare: dopo la prestazione solista di Steer (invero scale suonate con perizia ma molto lontane da ciò che farà in futuro, e molto più simili a un esercizio didattico piuttosto che l'espressione di uno strumentista) ed un brevissimo break torna il pachidermico main-riff che qui, grazie ad Owen che vi aggiunge la doppia cassa, acquista in dinamica. 

Crepitating Bowel Erosion

Ultimo brano: "Crepitating Bowel Erosion", "Erosione Di Viscere Gorgoglianti". Ovviamente non ci discostiamo di un centimetro dalla proposta lirica che ha accompagnato i Carcass sino ad ora. Incredibile quanto Walker canti con estrema convinzione decine di testi che raccontano le stesse cose. Incredibile come se li possa ricordare dal vivo. Walker che in questo ultimo pezzo torna a cantare in quel modo demoniaco con il quale si presentò al mondo musicale circa un anno prima. Screaming acidissimo, tirato sino alla distorsione naturale delle corde vocali sature come un amplificatore valvolare. Arriva a sembrare una creatura ultraterrena che parla una lingua a noi sconosciuta, forse antica quanto la Terra, forse aliena a questo mondo. Come succede spesso quando Walker estremizza così tanto il suo range acuto viene supportato dalle profondità cavernose del growl di Steer, qui impegnato in una serie di riff che rendono il brano davvero vario e dinamico. Forse uno dei pezzi con maggior cambi di tempo, questo "Crepitating Bowel Erosion", a riprova (se ancora servisse) di quanto anche Owen sia migliorato come batterista. Un batterista che (lo ripetiamo) non fa della tecnica il suo stendardo, in quanto oggettivamente superato da moltissimi colleghi di band estreme che in quegli anni fiorivano come pustole su un corpo malato. Un batterista che non usa la tecnica in modo esibizionistico, perché consapevole che avrebbe perso questo testa a testa con moltissimi drummer, in un'improbabile gara di dragster con grancassa, tom e piatti. Un batterista "furbo", che comprende che deve usare la fantasia e non solo gli arti allenati. Qui... nella fantasia, nel sapere fare la cosa giusta al momento giusto o magari non fare la cosa che tutti si sarebbero aspettati (non fare la cosa giusta al momento giusto) è la sua grande capacità e talento. Un batterista da sempre sottovalutato e come spesso accade rivalutato solo nel momento in cui non può più suonare con i compagni. Coloro che lo hanno poi sostituito (ne parleremo ampiamente, ve lo anticipiamo) hanno avuto modo di dimostrare maggior precisione, maggior potenza... ma non erano lui, e qui si va ben oltre un discorso di mera malinconica metallica nostalgia. Ascoltate come il drummer inglese riesca, nonostante il suo vocabolario musicale ancora limitato, a riempire il sound di questo pezzo, assolutamente sintomatico di quello che i Carcass erano, stavano divenendo e saranno poi. Cavalcate su tempi terzinati, riff circolari e ossessivamente ficcanti, sfuriate, doppia cassa e ride (con quel tocco mutuato da Dave Lombardo nel tenere il tempo sul suo famoso piatto dal diametro di 22 pollici), e cambi di tempo appunto. Tanti. Il testo ci riporta ancora alla necrofagia, al cibarsi di un qualcosa di inutile, scartato. Cos'è il nostro corpo dopo la morte se non uno scarto? Un contenitore vuoto da gettare maleducatamente e ignorantemente dal finestrino di un auto in corsa. Un testo difficilmente comprensibile (non che si tratti di aulica poesia o si disquisisca sulle leggi dell'universo) sul punto di vista da assumere nella letture e nell'ascolto. Chi sta parlando? Chi sta mangiando chi? A volte il testo è in prima persona, come in questo caso: "My diaphragm pickled in meths", rivolgendosi poi ad una seconda: "Your scrotal sac torn open". Il tutto in un orgia di pus, urina, sangue e feci. Continui inviti (nel seguente esempio sembra invero una costrizione) a cibarsi di un corpo: "La tua bocca forzatamente spalancata mentre sei costretto a masticare le tue emorroidi". Forse, chi scrive è colui che è morto e vede la scena dall'alto, sconvolto ("Mentre le mie piagate budella evacuano così tanto che precipito in un profondo sgomento") dalla peggior esperienza extra corporea che si possa pensare di avere. Vedersi mangiati, guardare la propria carcassa utilizzata come pasto. Ci piace pensare che sia la giusta interpretazione, che va a chiudere un cerchio dove colui che in vita è stato sfruttato, riesce a staccarsi dal quel corpo maltrattato e abusato e vedere il tutto da una posizione elevata, comprendendo di quando anche da morto ogni suo brandello di pelle sia ancora una risorsa dalla quale attingere. Non ci stancheremo mai di dirlo... magari questo testo parla solo di gente che mangia i cadaveri. Forse.

Conclusioni

Con questa raccolta di inediti, questo secondo ufficiale full length si chiude il primo periodo dei Carcass, alla stregua di grandi pittori che attraversano diversi momenti di ispirazione e conseguente espressione artistica. Nel giro di due dischi (calcolando sempre e solo gli LP) il trio inventa il goregrind, lo porta alla sua massima altezza e poi lo lascia precipitare nelle acque del death metal, sigillandolo in una cassa che giacerà per sempre sul fondo di questo mare di liquami organici e carcasse purulenti. I Carcass scrivono le leggi del goregrind, le imprimono a caldo su un corpo mutilato e lo consegnano ai posteri e ai poster appesi nelle camerette di tanti musicisti che saranno influenzati da questi tre scanzonati bevitori di birra. Quanti feti strappati prematuramente dai venti delle madri ormai morte, anzi... usciti dalle loro genitrici facendosi strada divorandone le carni. Perché tanta impellenza? Per esprimere la propria musica così pesantemente e irrimediabilmente corrotta dal verbo carcassiano. Ci piace pensare a questa donna incinta, questa partoriente con tanto di cuffie musicali (magari mentre ascolta "Embryonic Necropsy And Devourment" ) che colta da atroci dolori vede il proprio prematuro figlio farsi strada tra le sue carni. Vero... forse stiamo ascoltando troppo questa band. E chi sono i figli deformi dei Carcass? Chi ha portato avanti la loro iniziale formula musicale? In Inghilterra ci furono i Gorerotted (poi rinominatisi The Rotted), autori di dischi storici come 'Mutilated In Minutes' (Dead Again Records, 2000) e "Only Tools And Corpses' (Metal Blades Records, 2003), in Spagna i grandissimi Haemorrhage, che si esibiscono addirittura vestita da chirurghi pazzi. Il nome della loro prima demo risalente al 1992? "Grotesque Embryopathology". Familiare vero? Negli States l'accoppiata Exhumed/Impaler è assolutamente imprescindibile. Non solo è da sottolineare l'assoluta dedizione della band verso il goregrind della scuola di Liverpool, ma anche il fatto che le due band (sopratutto gli Exhumed) hanno sempre seguito i Carcass come dei veri e propri messia, ricalcando le loro orme anche nell'evoluzione tecnico melodica. Ascoltate (prendendo un brano a caso) 'Coins Upon Your Eyes' tratta da 'Necrocracy' (2013): ascoltate bene gli assoli e ditemi che non sembrano estrapolati da 'Heartwork'. Sono impressionanti. Impressionante quanto tutto ciò che rappresentavano i Carcass fino a questo 'Symphonies Of Sickness' venne elaborato, capito e assorbito da gruppi musicali letteralmente devoti al trio britannico. E non è solo la musica e non sono solo i saccheggiati testi a farci capire quanto il gruppo di Walker fu importante. Il modo di pensare. Il modo di ragionare e colpire a fondo con pugni nello stomaco pesanti come macigni. Questo è. Pensate agli americani Cattle Decapitation, ovvero una band musicalmente abbastanza distante (ovviamente si parla sempre di metal estremo influenzato da goregrind e death metal) dai Carcass ma che ne ha appreso il mood e le auliche intenzioni. I Cattle Decapitation sono un gruppo di vegetariani che condannano la società attraverso testi che ci parlano di sfruttamento delle carni, di indottrinamento forzato e di quanto noi uomini che ci sentiamo in vetta alla catena alimentare ne siamo comunque parte, auto-fagocitandoci in un orgia necrofaga. Pensate quanto hanno rappresentato i Carcass più "ignoranti", pensate quanto la loro rabbia ed il loro essere così diretti, brutali e privi di freni (anche e soprattutto liricamente) sia stata una preziosissima fonte dalla quale attingere, per tanti. Gli esempi che ho posto, dopo tutto, parrebbero di per se stessi evidenti, senza bisogno di aggiungere altro. Il fervore, la potenza, la noncuranza ed il cuore tipico della gioventù. "L'ignoranza", appunto. Beata, intelligente, profonda e coraggiosa ignoranza.

1) Reek of Putrefaction
2) Exhumed to Consume
3) Excoriating Abdominal Emanation
4) Ruptured in Purulence
5) Empathological Necroticism
6) Embryonic Necropsy And Devourment
7) Swarming Vulgar Mass of Infected Virulency
8) Cadaveric Incubator of Endo Parasites
9) Slash Dementia
10) Crepitating Bowel Erosion
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