BURZUM

Svarte Dauen

1998 - Misanthropy Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
16/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Si ritorna a fare un passo indietro. Siamo, questa volta, nel 1993, anno di diffusione di platter essenziali quali "The Somberlain" dei Dissection, oppure "Under a Funeral Moon" dei norvegesi Darkthrone e persino "Det som Engang Var" e l'EP "Aske" dello stesso Varg Vikernes. Un anno che vide, oltre alle due perle pocanzi citate, anche la realizzazione dei brani poi confluiti nel bootleg "Svarte Dauen", perla dimenticata eppure indimenticabile del progetto Burzum. Sebbene il periodo di effettiva registrazione dei pezzi di questo bootleg risalga allo stesso di carcerazione del cantautore di Bergen, come per quanto riguardò "Det Som.." le registrazioni dei tre inediti qui presenti risalivano già al 1992. Era un periodo florido per la - così definita - "seconda ondata" del Black Metal: quelle sonorità crude, violente, espressive e cariche di ribellione vedevano il loro fulcro anche e soprattutto in quelle terre di miti e leggende, di storia e di rituali pagani. L'intera penisola scandinava, dunque, era una fucina di band e differenti sonorità, differenti modi di intendere il Black; il tutto riconducibile soprattutto alla Norvegia, luogo in cui ebbe modo di nascere la prima vera scena Black a livello europeo ed anche mondiale. Scena che vedeva in Varg Vikernes, inutile dirlo, uno dei membri più prolifici e creativi in assoluto. Come abbiamo già avuto modo di vedere, prima di dare alle stampe il definitivo album omonimo e di debutto, il Nostro dovette fare una sostanziale scrematura dei brani che aveva composto nel periodo intercorso tra il suo ruolo negli Old Funeral e quello da one-man band. Tutti ormai conoscono i brani inseriti in quel primo LP, quel "Burzum" così carico di misticismo e di volontà di intraprendere un percorso unico nel suo genere; tuttavia, pochi si sono chiesti che fine abbiano fatto i restanti singoli lasciati fuori per via di tutta una serie di cose e situazioni. Ecco, molti finirono successivamente in alcuni suoi lavori effettivi (in "Filosofem" e "Hvis Lyset Tar Oss", per esempio), altri furono registrati e pubblicati come "bootleg" oppure come vere e proprie release;  tutto questo materiale fu dunque licenziato prima per la "Deathlike Silence Productions", di proprietà del celebre direttore del negozio di musica estrema "Helvete" di Oslo (nonché chitarrista dei Mayhem), Øystein "Euronymous" Aarseth, e per la "Misanthropy Records" prima e "Back on Black" ed "Agat Records" dopo. Piccola curiosità: le pubblicazioni per conto della "Misantropy..", possiedono come numero di catalogo "Amazon 002/ Eye 001", proprio come fu per "Det Som Engang Var". Ci accostiamo dunque a "Svarte Dauen" (trad. Morte Nera), un bootleg molto particolare, uscito nel 1998 proprio per la "Misanthropy.." (la quale curò in seguito un'uscita dello stesso per la sola Slovenia, nel 2011). Un mini disco che concentra tre dei suddetti inediti, in un "colpo solo". Tre inediti che, forse, avrebbero potuto esser pubblicati in un vero e proprio album e ben prima del 1998, ma che di fatto rimasero nel dimenticatoio anche per via dei problemi che Varg, proprio nei primi dei '90, ebbe con il suo amico e mentore Euronymous. Quest'ultimo, reo di intralciare il lavoro di Varg mediante i suoi comportamenti invidiosi e le sue procrastinazioni. Vikernes, difatti, aveva scelto proprio la "Deathlike.." per la pubblicazione dei suoi lavori; dischi che non videro mai la luce almeno sotto quell'etichetta, in quanto Euronymous, come detto, dimostrava una sostanziale incapacità gestionale, non rivelandosi all'altezza di poter condurre un'etichetta discografica. L'immagine di copertina viene molto spesso associata alla cover art incontrata nel primo album di Burzum (un'illustrazione ripresa anche dal francese Vociferian nel 2006 ed usata come copertina del suo album "Bredesamkeit"); di fatti, anche qui, troviamo una figura incappucciata, di colore nero profondo ed immersa in un "saio" avvolgente. Una figura che impugna, così sembrerebbe, una falce. L'ambientazione è caratterizzata da toni di grigio e bianco, i quali raffreddano ulteriormente l'ensemble visivo. Le conifere incorniciano un paesaggio collinare che accoglie un piccolo sentiero erto il quale sembrerebbe condrre alla cima della collina, sulla quale si staglia una tipica baita in legno. Ad avvolgere la scena ritroviamo, ancora una volta, i corvi che abbiamo già incontrato nella copertina di "Hvis Lyset Tar Oss". La scritta in gotico ci fa ritornare al primo periodo dei lavori del Nostro: un periodo giovane, inesperto ma allo stesso tempo più provocante e d'istinto. Piccola nota: alla produzione di tutti e tre i pezzi troviamo il sempiterno Pytten, sin dagli anni '90 fedelissimo braccio destro di Varg Vikernes.

Et Hvit Lyss Over Skogen

Iniziamo questo breve ma intenso viaggio nella parte un-realeased della discografia del Conte Grishnákh con "Et Hvit Lyss Over Skogen" (trad. Una luce bianca sopra la foresta), brano registrato nei "Grieghallen Studios", che ci fa ritornare immediatamente indietro, nella parte old-school del progetto. Il blast beat, un riff tormentato ma anche discretamente orecchiabile, il tutto unito ad una qualità lo-fi che contraddistinguerà l'intero bootleg: un ensemble già noto e codificato, che apre di fatto questo brano. Qualche secondo ed immediatamente la batteria si fa da parte per dare la possibilità al Conte di iniziare un "gioco" di chitarra in climax di velocità, che sfocia quindi nel suo classico grido luciferino. Sembra di essere stati trasportati con la mente in una foresta di pini al calar della notte, tanto cupa è l'atmosfera suscitata. L'incedere del tempo viene scandito dalla doppia cassa e dal riff portante, che permea l'intero brano di incertezza e mistero. Lo scream demoniaco di Varg continua la sua cavalcata e falcia ogni cosa che possa venire dall'esterno delle cuffie. L'ensemble melodico ci accompagna di conseguenza sino al bridge, caratterizzato da un riff ipnotico e reiterato, diversamente sorprendente rispetto a quello d'incipit e su cui continua a stagliarsi il cantato. Camminiamo in cerca di una via d'uscita attraverso quella boscaglia così fitta, sembra di esserci persi ma ecco che il riff iniziale ritorna; ma, questa volta, solo per accompagnarci verso una successione melodica il cui tratto peculiare risiede nella cavalcata del Nostro alle pelli, con il connubio di ride, doppia cassa e rullante. Si ritorna all'ouverture, il sound è ponderato nei dettagli; e sebbene la qualità registrazione non renda quanto effettivamente dovrebbe, questo brano risulta essere assolutamente magnetico e capace di rapire. Il testo che spalanca dinnanzi ai nostri occhi il portale, ci conduce dritti dritti verso l'inizio di questo viaggio, il quale risulta essere "diviso2 nella stesura delle liriche. Mentre la prima parte è in norvegese, la seconda venne volutamente scritta in tedesco, senza alcuna ragione certa. Il percorso è arduo, un'apertura nel bosco fitto rende possibile il passaggio dei raggi solari; i quali, al contatto con la nostra pelle, iniziano a bruciarcela ed a rilasciare un fumo che sale in alto, fino al cielo. Tormentati dalla "bontà" di Dio, chiusi dai rami degli alberi, non possiamo patire nient'altro di peggio.. abbiamo già visto l'Inferno. I rami sono dunque la sopraffazione del credo giudaico, il sole la sapienza somma. Una sapienza che purtroppo non possiamo acquisire. Vivendo sin da sempre nell'oscurantismo cristiano, infatti, percepiamo come doloroso e pericoloso tutto quel che se ne trovi al di fuori. Questo brano può racchiudere molti significati ma quello che spicca più di tutti risulta essere, senza dubbio, in linea con il pensiero dei primi lavori del nostro: molto più diretti, trascendentali e con una vena dietrologica non indifferente. La sopraffazione del cristianesimo è la linea portante, sembra di essere tornati ai primi due / tre lavori del Conte, in cui si trattava dell'odio nei confronti di quella religione abramitica, utilizzando figure meno esplicite come la foresta, i raggi solari e parole dirette come "bontà di Dio" ed "Inferno"

Once Emperor

Continuiamo ora con "Once Emperor" (trad. Una volta, l'Imperatore); risalente al periodo di registrazione di "Filosofem" (intorno al marzo del 1993), questo brano risulta essere più appartenente al contesto di "Hvis Lyset?" che ad altro.  Una chitarra con una miriade di effetti di distorsione ed una registrazione fatta, per utilizzare un eufemismo, nelle profondità della Cloaca Massima, aprono la track. In background e con poca possibilità di comprensione, si riesce a percepire il canto del Nostro che elargisce con un testo in lingua inglese, dopo un'iniziale insieme di lamenti e gemiti surreali. La batteria ed il basso risultano assenti, mentre la linea delle sei corde continua a stagliarsi sull'ensemble sonoro. Apparentemente potrebbe sembrare una versione primitiva di quello che diventerà poi "Decrepitude I", presente per l'appunto full-lenght "Filosofem". Effettivamente presenta note cadenzate, ripetute e capaci di far cadere in trance persino il più sveglio degli ascoltatori. Un brano gelido e profetico di ciò che sarà il lavoro successivo. Davvero interessante notare che, sebbene lo stesso Vikernes non abbia ascoltato l'intero "Filosofem" al termine della realizzazione dello stesso, l'idea sonora e melodica, quel cambiamento stilistico, era già in atto e non differiva dall'opera conclusasi successivamente. Quelle note rarefatte e perpetue accompagnano l'incedere del canto distorto e a malapena percettibile del Nostro. L'ambientazione sembra quella di un prato, un corpo triste e solo giace al centro del campo. Il Sole è alto, è giorno, le nuvole sembrano danzare nell'empiezza del celeste, mentre dagli occhi "freddi" dell'imperatore (possibile allusione al tipico colore freddo delle popolazioni nordiche) scendono le lacrime; sembra come se il protagonista sia intento a ricordare i tempi passati e, ricordando, si dispera. Come giace il corpo, così il fardello in suo possesso deve cambiare possessore ed essere portato da qualcun altro, una volta per tutte. Ancora una volta il Nostro ci mette in guardia: attenzione alla luce, essa può portar via ogni cosa per poi accompagnarci dove non esiste il male, facendoci lì rimanere per sempre. Bene e male, lo ricordiamo, non hanno l'accezione "nostrana", nel mondo di Burzum. Il bene è il male in quanto "grazia di Dio", il male (quello che la chiesa identifica come tale) è invece il bene, perché rappresenta tutto quel che è slegato da dogmi e convinzioni artefatte. Noi non abbiamo bisogno di nessun Dio "straniero" né del bene. Abbiamo bisogno della Notte, la bellissima Notte; è essenziale tanto quanto il Giorno. Con questa ultima massima il cantautore norvegese ci invita ancora una volta a pensare: numerose possono essere le interpretazioni ma persiste l'idea che la cultura giudeo-cristiana possa essere portatrice del male, o meglio, la luce del loro Dio possa portarci dove non esiste alcuna Notte.. ed è proprio qui, che il Nostro fissa il concetto. Abbiamo bisogno di un equilibrio, abbiamo bisogno sia del male che del bene per poter vivere; per questo l'uomo giace solo in quel campo, per questo piange. Si sente perso, si sente morto poiché ucciso da un credo profanatore, divoratore ed illusorio. Il suono decadente narra tutto questo.

Seven Harmonies of the Unknown Truth

Infine concludiamo questo ex cursus con "Seven Harmonies of the Unknown Truth" (trad. Sette Armonie della Verità Nascosta). Delle note di sintetizzatore, in stile organo, fanno la loro entrata ed aprono questa ultima track.  Sono note misteriose ed angoscianti ma che ci inducono senza dubbio verso un ascolto più approfondito, ipnotizzandoci ed ammaliandoci. Di fatti, sebbene sembrava che il brano dovesse essere così monotono, dopo questa leggera intro iniziale di stampo 'dungeon synth' (che ricordiamo essere un proto-sottogenere del black metal in quanto i primi a suonare secondo gli attuali stilemi furono proprio alcuni componenti della scena contemporanea alla nascita del Black Metal come lo conosciamo oggi - un esempio è lo stesso Vikernes con questa ouverture- ), parte la vera e propria canzone. Un omaggio/cover al primo brano della seconda demo di un'altra one-man band norvegese di stampo black: Ildjarn (un progetto davvero interessante e di culto oramai conclusosi nel 2005). Non era una cosa strana vedere atti del genere, in fondo il black metal nasce in una cerchia di piccoli membri e la propaganda, la pubblicizzazione, la condivisione degli uni con gli altri faceva parte della scena, già di per se scarna di conoscenza e di interesse da parte del pubblico. Ritorniamo ora al brano: una composizione primitiva caratterizzata da un riffing ripetuto incalzante e funesto, che ammanta l'ensemble di malinconia. La doppia cassa scandisce il ritmo e la voce luciferina di Varg continua ad essere presente; questa volta molto più comprensibile di prima. La seconda parte quindi è semplicemente un susseguirsi dell'unico riff portante e lo stagliarsi del canto infernale. La componente lirica risulta essere assente in quanto, nel brano originale, Samoth degli Emperor si limitò semplicemente a registrare qualche urlo. Le vere parole, "nascoste", sono ancora sconosciute".

Conclusioni

Come si può definire un bootleg del genere, pur tenendo in considerazione numerosi fattori? Sicuramente si tratta di un lavoro discreto, che mette in risalto tre tasselli "nascosti" del progetto Burzum ma soprattutto tre brani da cui il Nostro si ispirò successivamente per la creazione di ciò che conosciamo di lui e che venne in seguito (ricordiamo: sebbene la raccolta risulti del 1998, i pezzi furono composti nei primi '90). Forse brani troppo primitivi, derivanti sicuramente dal seminale e grezzo stile degli Hellhammer e/o dei Von (entrambi gruppi che era solito ascoltare lo stesso Varg). Troppo "acerbi", dunque, per essere inseriti in qualche full-lenght ma comunque brani ricchi di ciò che Burzum ha sempre voluto trasmettere. Come abbiamo visto, la qualità lo-fi la fa da padrona, tuttavia non le do alcuna colpa: del resto, è certamente una registrazione amatoriale in studio che ci ha lasciato il "beneficio del dubbio" riguardo quanto poteva effettivamente essere, se il tutto fosse stato svolto con mezzi migliori; ma d'altra parte, questo espediente più "raw" ci fa contemporaneamente ritornare alla mente quel periodo di massimo splendore del genere, ovviamente tralasciando gli avvenimenti attribuibili all'Inner Circle, insieme al quasi imminente omicidio commesso da Varg ai danni di Euronymous. Insomma, parlando di musica, una preziosissima testimonianza del grande Black che fu. Quello viscerale, potente, privo di fronzoli o di filtri troppo invadenti. Un'autentico stralcio della Norvegia anni '90, quella in cui la musica estrema dominava incontrastata, ed il trend misantropico e disfattista andava via via contaminando ogni produzione rilasciata, in ambito Black. Risulta davvero interessante, poi, capire e realizzare quanto l'idea di fondo del nostro sia reale, pura ed incontaminata, come la scena stessa degli inizi degli anni '90. Ebbene si, perché se la seconda ondata era caratterizzata da suoni di ribellione e di anticonformismo, col tempo poi si evolverà in tendenze artistiche vere e proprie; basti pensare ad album come "The Dreaming I" degli Akhlys o "Litourgiya" dei polacchi Batushka, senza tralasciare i lavori post carcere dello stesso artista norvegese. Uno sviluppo certamente interessante, ma che è passato e passa tutt'oggi lungo i solchi di queste registrazioni così veraci. Da qui è nato tutto, questo è il sound primordiale. Un sound al quale approcciarsi con curiosità e rispetto, decisi a capire da dove effettivamente derivi il Black Metal che oggi conosciamo.

1) Et Hvit Lyss Over Skogen
2) Once Emperor
3) Seven Harmonies of the Unknown Truth
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