BURZUM

Fallen

2011 - Byelobog Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
27/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Dopo aver trattato della famosa compilation licenziata dalla "Back on Black" nel 2008, "Anthology", ci apprestiamo dunque ad immergerci nuovamente nella discografia "canonica" del nostro Varg Qisling Larsson Vikernes. Dopo appena un anno dalla pubblicazione del suo settimo full-length (il quale sancì, in definitiva, il ritorno nella scena del metallo nero di Burzum), il 7 marzo 2011 veniva dato alle stampe l'ottavo lavoro del Conte: "Fallen". Era ad onor del vero passato molto tempo da quel periodo in cui la scena Black Metal era contornata da fatti di cronaca, chiese arse ed omicidi attribuiti alla cerchia di ragazzini appartenenti all'Inner Circle. Come il tempo, anche la scena stessa si era dunque evoluta, abbandonando il suo lato più violento ed extramusicale in favore dell'Arte più pura, e della sperimentazione sonora. Non più nudo e crudo, il Black Metal aveva dunque negli anni cominciato ad accorpare anche altre correnti, accogliendo numerose altre influenze (basti pensare alla nascita di numerose sottocategorie ed all'unione di più generi, come possiamo riscontrare con i  Deströyer 666  i quali si ispirano a sonorità thrash e black contemporaneamente). Tuttavia, il Nostro decise di continuare - con coerenza - per la sua strada, come se il tempo non si fosse fermato, perpetrando una sorta di "autocitazione", facendo molto spesso riferimento ai suoi primi lavori in maniera non indifferente. "Belus", così come "Fallen", è dunque la prova dell'iperattività di Varg, della sua volontà di mantenere il suo stile puro, abbastanza lontano da tutti i gruppi Black allora più in voga. Sperimentare pur mantenendo una coerenza di fondo, osare ma senza guardare troppo al panorama. Lo stesso Varg, circa "Fallen", dichiarò quanto segue: "musicalmente parlando, questo disco è un ponte fra Belus e qualcosa di ispirato ai miei primi lavori, piuttosto che a produzioni come Filosofem. Il sound è molto più dinamico che in precedenza -abbiamo trattato il suono come se quest'ultimo fosse musica classica - ed ho deciso di osare molto di più che su Belus. Anche i temi lirici sono molto simili a quelli del primo disco, focalizzati per lo più su situazioni personali ed introspettive, ma non mancano certo riferimenti mitologici". Dichiarazioni, dunque, quanto meno eloquenti.  Del resto, dopo anni di pubblicazioni, sebbene sia intercorso nella sua carriera un periodo "di fermo" di rilievo (dovuto alla carcerazione) il Nostro - lo vediamo -  sembra aver assimilato ed acquisito un'abilità compositiva ed una velocità di produzione notevoli, che risaltano proprio da questo album; lo stesso Conte annunciò che "Fallen" era stato registrato a Novembre 2010, nel giro di due settimane. Sebbene possano sembrare poche, bisogna comunque contestualizzare il tempo che Varg ebbe a disposizione: il compositore di Bergen stava piano piano iniziando a ricarburare e a riproporsi al pubblico, dopo anni di galera e soprattutto dopo quell'assoluto masterpiece della seconda metà della sua carriera, chiamato "Belus". Pertanto, non ci si poteva aspettare tempi maggiori, come avvenne per il tempo che separò il suo debut "Burzum" e l'EP "Aske". Punto primo, perché la sua voglia di creare era molta e soprattutto incontenibile. Punto secondo, perché il Conte aveva giustamente volontà di far tornare a parlare, quanto più frequentemente possibile, l'Artista e non il personaggio. Punto terzo, perché non esistevano più impedimenti legati a guerre intestine da combattersi contro uno o più management (ben ricordiamo le tensioni con l'etichetta di Euronymous, la "Deathlike Silence"). "Fallen" vide dunque la luce sotto i migliori auspici, licenziato nel 2011 dalla "Byelobog Productions", etichetta che da quest'album in poi curerà ogni uscita del buon Varg, essendone lui stesso il fondatore. Inoltre troviamo, sempreverde, la presenza della mano di Pytten, il quale ha svolto in maniera eccellente il suo lavoro di produzione. Il disco è stato di seguito registrato presso i "Grieghallen Studios" di Bergen. Come fu per "Fallen", dunque, con la precisa intenzione di far valere il motto "squadra che vince non si cambia". Passiamo ora all'aspetto estetico del platter, anche quest'ultimo d'assoluta rilevanza: come cover art troviamo infatti un'immagine estrapolata dal dipinto "Élégie" (annata 1899) del pittore francese William-Adolphe Bouguereau. Viene rappresentata, con colori pastello e delicati, una fanciulla che sembrerebbe mortale, poggiata su di una mezza colonna sacrificale ed adornata di fiori; circondata da un bosco di conifere e pini, potrebbe indicare il decadimento dell'animo umano, dell'esistenza. Una sorta di implosione elegiaca (per l'appunto) ed emblematica della debolezza del genere umano. Per dovere di cronaca, bisogna sottolineare la presenza, nel dipinto di un piccolo angelo, posto ai piedi della colonna; la volontà di eliminarlo dalla scena, fa supporre, ovviamente, al sentimento di rivalsa che Varg ha sempre covato dentro di sé. La volontà di anteporre il proprio credo "pagani" ad ogni elemento proprio della religione cristiano-giudaica, rappresentata atavicamente da putti, bambini alati e figure angeliche. Un particolare che il Conte ha dunque deciso di "tagliare", per evitare fraintendimenti e per non essere in nessun modo legato ad una tradizione da lui e da sempre apertamente osteggiata, criticata ed anche attaccata, nel senso "pragmatico" del termine. Fatte dunque le dovute premesse, è tempo di partire con la nostra consueta analisi track by track.

Fra Verdenstreet

Addentriamoci nell'ascolto di quest'altro lavoro con il brano d'incipit, il brevissimo "Fra Verdenstreet (Dall'albero del mondo)". Ci accoglie un suono distorto di sottofondo, mentre la voce sussurrata del nostro echeggia come se ci fossimo improvvisamente ritrovati in una caverna, buia, misteriosa ed inesplorata. Da lì uno stregone elargisce il proprio incantesimo con flemma e coscienza; sebbene non si riesae a comprendere quanto detto, riusciamo comunque a cogliere numerosi particolari, anche ad udire il cadere delle gocce d'acqua sulle rocce sottostanti. Un'ouverture particolare, quasi come se il cantautore di Bergen avesse voluto riprendere e "modernizzare" quel brano di outro che abbiamo già incontrato nel platter di debutto, "Dungeons of Darkness". I

Jeg Feller

In questo climax atmosferico ed ambientale veniamo portati al brano successivo, chiamato: "Jeg Feller (Sto precipitando)". In antitesi con quanto udito in precedenza, ci viene letteralmente sbattuto in viso il suono distorto della Peavey che utilizza il nostro; un riff imperante ed allo stesso tempo avvolgente viene immediatamente accompagnato dall'entrata in scena di un blast beat di rilievo, con il tutto "sancito" da rintocchi di crash non indifferenti. L'atmosfera si riscalda, sembra di essere finalmente usciti da quella caverna dell'oblio e finalmente riusciamo a vedere le stelle. La linea di basso riesce a marcare il brano, la chitarra ritmica si concede la sua parte ed insieme ci preparano al primo minuto e poco più, in cui si staglia il cantato graffiato ed aspirato di Varg, il quale presenta il testo in maniera pressante ed ossessiva. La natura fa da padrona nel panorama che si riesce a scorgere, ascoltando queste parole. Siamo elevati rispetto agli altri, posti su di un gradino superiore.. non perché migliori ma perché capaci di godere dello scorrere del tempo e della semplicità. Subentra un coro evocativo che ripete il ritornello fino allo spasimo; quando all'improvviso scocca la prima metà del secondo minuto, tutto cala, l'atmosfera si gela ed iniziamo a cadere attraverso il fiume della dimenticanza, nella morte. Questo aspetto viene esattamente proposto, musicalmente, mediante un arpeggio della chitarra davvero intimista, per pochi che sappiano percepire. Si sfocia successivamente in un recitato sussurrato del testo da parte del nostro, accompagnato da battiti di rullante e un tremolo picking distorto, un insieme degno di nota. Si continua su questi stessi passi, il testo in norvegese rende ancora di più l'atmosfera e quando la voce definitivamente cala, il riff reiterato del nostro diventa protagonista della scena fino ad arrivare, di nuovo, ad una minimizzazione del suono. Giusto pochi secondi per ripartire più imperante di prima, con l'ensemble d'incipit ed il ritornello cantato che batte il tempo ed echeggia nella mente. Cado, cadiamo.. prima o poi ognuno di noi cade. Questo è il significato. All'improvviso, quel refrain spasmodico cambia per un momento, diventa più crudo e meno ripetitivo, regalandoci un momento di particolare quiete prima del ritorno finale di quella specie di scream aspirato e graffiato che sfocia e sfuma lentamente lasciando spazio al blast beat, il quale chiudere il brano. Siamo nel verde più puro ed incontaminato, bellissimo e caldo; in questa corona d'alberi e di nuvole bianche risiede il mio spirito, lassù, nel tempo. Improvvisamente cadiamo, dal tempo verso il nulla cosmico, nella fine di tutto, dove il tempo non esiste più. Mano a mano che cadiamo, la corteccia degli alberi cambia aspetto, le foglie, le nocciole ed i rami corrono tremendamente, giungendo anche loro al proprio momento ultimo. Nella vita e dalla vita; nella morte e dalla morte tutti veniamo, e quando arriva il nostro tempo, cadiamo e beviamo dal fiume della dimenticanza, concedendoci l'ultimo viaggio col vento del nostro spirito. Questo è il significato "esistenzialista" delle liriche: nascere, crescere, morire. Un ciclo perpetuo di continua evoluzione nel tempo.

Valen

Cadiamo dunque, giungendo alla terza track del platter: "Valen" (Caduto. Spiega Varg sul suo sito personale: "valen" e "feller", in norvegese, hanno lo stesso significato, cioè "cadere"), che si apre con un ritmo ossessivo e veemente, accompagnato da un leggero arpeggio etereo ed evocativo su cui si staglia la voce profonda e semi graffiata del nostro. L'ensemble viene accentuato dalla presenza dei cori, i quali vengono sovrapposti con maestria, in fase di missaggio, alla voce "originale". Continuiamo con il riff d'incipit impreziosito da una linea di batteria che raggiunge lo stremo e con cui arriviamo al ritorno della parte vocale. L'atmosfera risulta particolarmente carica di tensione: siamo caduti, il tempo è giunto. Allo scoccare del primo terzo del brano, tutto cambia il ritmo; il suono diviene più acuto, la plettrata alternata accompagnandosi ad uno scream del nostro leggermente lontano da quello a cui siamo abituati. Cala la notte, siamo in balia degli eventi, il freddo ci accoglie come figli e la melodia diventa sinistra ed ipnotica, reiterata e sulfurea. Su questa scia prosegue l'intero brano, tra parti più evocative e parti più "artiche", fredde e di impatto. Questo carme alla morte si sublima con la lettura del testo; un discorso, uno scambio di pensieri, il quale vede come protagonisti la sorella morte e noi stessi, il tutto posto in terza persona. Giungiamo al termine del ciclo, si cade, si muore, ma solo colei che rispetta sempre la sua promessa può dar risposte e può permetterci di ricevere le chiavi per aprire le porte sigillate della nostra coscienza e del Mondo. Questo divenire catartico promette di riuscire a sciogliere i nodi del mondo e di permetterci di scoprire le rune segrete, conoscitrici della sapienza. La dimenticanza, l'oblio e l'oscurità nient'altro sono che il primordio della luce. Sebbene possa sembrare sbagliato all'animo umano che, per raggiungere la certezza, bisogna affidarsi alla Fine. Una storia che ricorda vagamente il sacrificio di Odino, il quale si appese per ben nove notti al frassino sacro e perse un occhio, pur di recare all'umanità il segreto delle rune.

Vanvidd

Proseguiamo con la track successiva: "Vanvidd (Pazzia)". In mono stereo parte un riff trivellante e veemente, accompagnato fin dai primi secondi dalla voce graffiata del Nostro e dalla percussione della doppia cassa, con qualche battito di tamburo. Un "recitato" rende l'atmosfera più profonda e la consacra al titolo del brano stesso. Questo dualismo di stili, così distanti quanto vicini l'uno dall'altro, rendono perfettamente l'idea di fondo di questo pezzo. E' chiaro il senso di perdizione a cui ci si ritrova d'avanti. Le carte in tavola iniziano a cambiare verso lo scoccare del secondo minuto, in cui la linea di batteria diviene molto più claustrofobica e, come se ci si fosse persi in un labirinto, abbiamo come unico sottofondo il suono gutturale emesso da Varg che si avvicenda ad una sorta di nenia poetica di stampo ermetico. Questo refrain altamente melodico persiste verso il termine del terzo minuto, in cui, dopo un solo di chitarra decisamente ipnotico, scoppia la furia squilibrata e liberante con l'introduzione di una linea di basso e di chitarra ritmica poderosa, un blast beat drastico ed un grido in scream del Nostro, esaltato e pazzo, che si dilunga successivamente con qualche grido e stridulo graffiato. L'aria diventa rarefatta, irrespirabile, pesante e pressante. Come un ululato di un lupo al satellite crescente, le grida sublimano l'atmosfera. Per termine infine il brano, il Conte decide di ritornare al blocco sonoro d'incipit. Una volta persi nel labirinto della Morte, scorgiamo in lontananza una figura oscura che si staglia tra le ombre. Una creatura stracciona e povera, ma al contempo bellissima e ricca. Un ossimoro derivante da una lucida pazzia, un flusso di coscienza rinnovato da parte del nostro essere. Essa cerca di nascondersi sebbene venga amata ed adorata dai migliori ed odiata dai più. Ecco la Pazzia, l'irrequietezza dell'essere che si riflette in una figura i cui tratti non sono ben definiti. Lei viaggia in lungo ed in largo, su vie inusuali e a piedi nudi. Pelle bianca come il latte e la purezza del sentimento, denti bianchi come il gesso, ruvido e denso come il sentimento stesso. Capelli luminosi, un sorriso astuto che spalanca il cielo al suo arrivo, in un momento di passaggio, verso i suoi limiti. 

Envher Til Sitt

Brano numero quattro, con "Enhver Til Sitt (Ognuno ha il suo)" si continua con una sorta di autocitazionismo di genere. Due note concitate ed incalzanti aprono il brano, quando, tutto d'un tratto, il Conte alle pelli rende la situazione più cadenzata. Subito una calma dell'assetto strumentale ci accompagna verso lo stagliarsi della voce graffiata del Nostro, che decanta il testo con un sottofondo melodico essenziale, minimale, reiterato e preciso; lo definirei "prezioso". La doppia cassa diventa parte integrante di tutto questo, e sebbene in fase di missaggio sia stata abbassata di volume, il ritmo e la melodia rimangono avvolgenti nonché facilitano la trance sonora a cui siamo stati soggetti più e più volte durante i lavori precedenti. L'atmosfera sublime viene delineata persino dalla voce di Varg che, per un breve tempo, ripete quasi fino allo spasimo le parole "e ancora.." in segno quasi di voglia di continuare con quello che fu il passato dell'intero progetto. Ma questa, ovviamente, è solo una supposizione non fondata. L'ensemble melodico diviene di nuovo di tono basso e meno allegro ma, con coerenza, minimale. Si riparte incessantemente ed imperanti dopo una breve pausa ben pensata mentre il ritornello lirico si espande nella mente ancora, ed ancora, ed ancora, giungendo fino al termine del brano con una sfumatura sonora dovuta e doverosa, consacrando, secondo il mio modesto parere, questo brano a "miglior brano" dell'intero platter. Ancora una volta si parla di caduta: questa volta ci si ricorda di un momento, ma in maniera talmente nitida che sembra quasi di riviverlo. Si rimembra di quando, al termine della guerra, seguimmo il nostro cavallo che era scappato da quella scena funesta; umidi del nostro sangue, riuscivamo a muoverci a fatica. Cadiamo e ci rialziamo difficilmente, la luna è alta nel cielo, non ci sono nuvole, non c'è vento, sembra tutto calmo e contemplativo. Cadiamo ancora, ed ancora fino a quando decidiamo di abbandonarci a noi stessi vicino al lago della Luna. Perché tutto questo? Perché bisogna continuamente mettere alla prova il nostro destino e poi morire, dimenticando? Queste sono le domande dell'Uomo, domande le cui risposte sono scritte lì dove non è facile arrivare. Nel frattempo la luce della Luna si intensifica, abbracciandoci e venendo a noi come una Dea, chiudendoci gli occhi. ?

Budstikken

Giungiamo dunque al momento di "Budstikken (Il Messaggio)". Come una marcia s'inizia con un suono minimale e ripetuto, cadenzato dal suono di tamburi e rintocchi di crash che idealizzano l'immagine di un corteo che si prolunga nei vicoli del paese. All'improvviso, un riff sistematico e minimalista, isolato, ci accompagna allo stagliarsi dell'ugola del Conte il quale elargisce la parte lirica, nel solito connubio voce graffiata-recitato. L'atmosfera si fa avvincente e quel refrain gradualista e reiterato riprende, riempiendo e catturando all'ascolto. La linea di basso gioca le sue carte in tavola perfettamente, incorniciando quella che rimane un'atmosfera surreale e - si direbbe - contemplativa. Subentra la doppia cassa ed il rintocco dei piatti che, cadenzati, fanno intuire il ritorno della parte strumentale in toto. Di fatti ecco ritornare quella melodia ed ensemble ritmico già ascoltato. Un semplice tremolo picking distorto subito anticipa l'entrata in scena del cantato in pulito del conte che quasi come un sacerdote, declama le strofe e recita il carme, come ode agli Dei e a se stesso. Tutto questo viene poi continuato ininterrottamente fino a fine brano, un pezzo che quindi si conclude con lo sfumare di tutti gli elementi strumentali. Con questo episodio, Varg si fa quasi mentore e figura chiave di un insieme di genti, di un gruppo. Il ciclo sembra ripetersi, ci si risveglia e si lascia che la freccia della Vita possa toccare da casa a casa, donando felicità e nascita. E' tempo di combattere per la propria vita, in alto  gli elmi, le asce, le spade. Riponete le frecce nella faretra e portate con voi gli scudi. Gli Dei antichi sono al nostro fianco, tra i colli e le pianure, tra le montagne innevate e le più umide acque, essi ci proteggono del loro sangue divino, puro ed incontaminato. Estirpare il nemico codardo, infedeli e urlante plebaglia. Che il loro sangue possa fertilizzare il suolo, combattendo insieme per lo Spirito della Terra.  

Till Hel Oh Tilbake Igjen

Arriviamo quindi alla fine dell'album con "Til Hel oh Tilbake Igjen (All'Hel e ritorno)". Come da tradizione nei suoi lavori, anche in questo platter possiamo notare la presenza di un brano ambient creato dal nostro. Sebbene sia una track ambient carica di enigmatica retrospezione ed avventura, con suoni tipici che ricordano l'Oriente, oserei dire, questa outro è abbastanza sperimentale. Possiamo notare la divisione dello stesso brano in due distinte parti: la prima, che è ben corposa, presenta l'ausilio di tamburo e una sorta di sonaglio che, insieme ai sussurri del Conte, creano l'atmosfera di discesa nell'Hel una volta che la nostra anima si è divisa dal corpo morto. Questi suoni, che raggiungono quasi lo stremo, ci accompagnano prima durante il passaggio del ponte Gjallarbrú, che sovrasta il fiume sotterraneo Gjöll, nelle cui acque scorrono lame di spade, poi invece ci fa da sottofondo verso l'entrata nel regno di Hel, dove chi non è morto in battaglia dovrà trascorrere il resto della sua esistenza. Nuvole plumbee, cielo grigio ed un sole freddo sovrastano quanto si protrae d'innanzi ai nostri occhi mentre la figlia di Loki ci aspetta al termine della strada. Nella seconda parte del brano troviamo note di chitarra acustica un po' distorte e talvolta dissonanti, che ci accompagnano alla linea di separazione tra quanto si ha ormai alle spalle e ciò che in vece ci si prospetta dinnanzi. Simultaneamente, alla chiusura del portone del Regno e del brano stesso.

Conclusioni

Giunti quindi alla conclusione definitiva, tiriamo ora le somme circa quanto ascoltato. Come già anticipato, questo secondo lavoro appartenente alla "seconda vita" del progetto ha continuato (come fu per "Fallen") a mostrare la preparazione del Conte in tutti i campi. Varg, ormai possiamo dirlo, ha iniziato a ricarburare alla grande riuscendo a licenziare un ulteriore album, in definitiva molto buono e degno di nota. Da sottolineare anche che nel periodo di uscita dello stesso, al pubblico, arrivavano album come "Celestial Lineage" degli Wolves In The Throne Room, punto da non sottovalutare. Una concorrenza agguerrita che di certo non faceva sconti a nessuno, nemmeno ad una vecchia gloria come il Lupo di Bergen, il quale ha dovuto necessariamente rimettersi in gioco quasi da zero, con umiltà e dedizione, facendo vedere quanto la sua musica fosse assai più forte del suo personaggio. Tuttavia, nell'insieme, il nome Burzum era troppo carico di mistero e di curiosità, quindi sia "Belus" sia "Fallen" partivano senza dubbio con dei punti a favore. "Fallen" soprattutto rappresenta quindi un'ulteriore rivincita nei confronti di se stesso e delle sue capacità. La maturazione personale influì non poco nella riuscita finale del lavoro; come è possibile ascoltare, infatti, ogni singolo brano spazia dall'analisi trascendentale a temi mitologici, storici, non tralasciando, musicalmente parlando, il brano nonché la componente ambientale di rito che. Il brano soprattutto, sebbene non sia un'opera da incidere negli annali del progetto, ha saputo comunque chiudere in bellezza questo ulteriore viaggio offertoci dal Conte Grishnack. Altro tassello da mettere in gioco è la disperata voglia di sperimentazione "alla maniera di Burzum", tralasciando come sempre le "sperimentazioni di moda": sebbene i riferimenti ai primissimi lavori del progetto siano palesi, esse sono state "rivisitate" per aver spazio nel 2011. Notiamo infatti come le sonorità quasi depressive dei primi lavori adesso sono totalmente assenti, dando largo spazio a melodie più lisce e fruibili "da tutti"; chiaramente senza fuoriuscire dagli schemi di partenza, quelli che intendevano la musica di Burzum circoscritta ai solis sacerdotibus. Non un Black propriamente di largo consumo, in fin dei conti, ma pur sempre più accessibile che in precedenza. Il riffing generale è avvolgente e meditativo, il drumming rimane chirurgico e ben congeniato, la voce - che spazia tra diversi stili di canto - riesce a mantenere bene l'atmosfera elegiaca di partenza e, soprattutto, l'aspetto visivo e grafico risulta comunque pulito e coerente con la figura del Nostro, sempre intento a fare dietrologia (basti vedere l'eliminazione del putto suddetta). Nel complesso, quindi, un lavoro ben riuscito che si aggiunge alla discografia del progetto di quel ragazzino che negli inizi degli anni '90 decise di creare qualcosa di magico ed immersivo.

1) Fra Verdenstreet
2) Jeg Feller
3) Valen
4) Vanvidd
5) Envher Til Sitt
6) Budstikken
7) Till Hel Oh Tilbake Igjen
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