BURZUM

Draugen - Rarities

2005 - Back on Black

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
11/06/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Dopo la scarsa approvazione da parte degli ascoltatori più incalliti riguardo la prima antologia discografica del Nostro, uscita nei primi anni duemila, nelle mani di alcune case discografiche si ripropose l'opportunità di rendere omaggio e di riportare ai fasti molti di quei brani che - a causa della carcerazione - vennero meno all'immaginario collettivo. Siamo nel settembre del 2005 ed ancora era lunga l'attesa prima dell'uscita del nostro artista dalle mura carcerarie che - ricordiamo - avverrà in seguito all'approvazione, in Norvegia, di una legge in ambito giudiziario con carattere retroattivo; proprio attraverso la stessa gli verrà concessa una scarcerazione con libertà vigilata il 24 maggio del 2009 (dopo quattro istanze sulla libertà condizionata rifiutate in corte d'appello), segnando così  l'inizio di quello che sarà il suo secondo periodo di attività artistica. Ricollegandoci a quanto dicevamo all'inizio, proprio in seguito alla scarna accoglienza del pubblico, riproporre una nuova antologia, apparentemente ufficiale ma che in sostanza si risolse come un bootleg CD con tracce audio .mp3, risultava una scelta ardua e con non poca responsabilità, soprattutto per il percorrere un progetto di tale portata. Ecco che fece un passo avanti quella che negli anni a seguire, aggiungera' un certo prestigio prorpio grazie a questa pubblicazione: la "Back on Black". Sotto approvazione della "Misanthropy Records" (ma senza il coinvolgimento di Varg in prima persona), la stessa si mise subito all'opera per riuscire, in modo certosino, nella scelta delle varie tracce che avrebbero composto una delle loro prime uscite, visto e considerata la data di fondazione risalente ad un anno prima (2004). La differenza sostanziale con la precedente antologia, si riscontrò fin dal copertina: la runa Algiz, la quindicesima runa esoterica di cui Varg stesso tratta in un articolo sul suo sito personale, simbolo della rinascita, del collegamento ed apertura dall'oltretomba al mondo dei vivi...ebbene, essa viene posta al centro di uno sfondo nero con il nome del progetto sopra ed il titolo della compilation sotto. L'importanza ricoperta, dunque, dalla stessa runa che viene posta al centro della pagina, riassume perfettamente l'intenzione dell'opera ed il retaggio culturale del Nostro, su cui si basa tutta la sua produzione discografica e bibliografica; infatti, tutti i libri scritti e pubblicati e che son tutt'ora in circolazione e reperibili via internet o fisicamente, furono proprio scritti durante gli anni di prigionia, in cui egli approfondi' la prima origine e, come abbiamo visto in "Sol Austan, Mani Vestan", l'origine di tutti noi. Una presentazione più che minimale ma di forte impatto che, per certi versi, donava già l'idea dell'ermeticità e singolarità dell'intero progetto. La semplicità che cattura, il bianco sul nero e questo senso di "luce nell'oscurità" riuscivano a rendere fin da subito sugli scaffali europei e non, riuscendo a presentare, in modo degno, un certo ritorno di Burzum;  proprio come un redivivo (il "draugen" o "draugur" in islandese è una sorta di 'non-morto' del folclore scandinavo, quindi redivivo per certi versi). Ed infondo sappiamo bene quanto abbiano influito i numerosi fatti di cronaca nei confronti della sua musica e questa semplice esposizione non ha fatto da chissa' quale "ponte" verso il mercato, infondo il nome Burzum era famoso a livello planetario, sia con accezione positiva ma anche negativa per coloro i quali rimanevano ancorati ad un passato turbolento e non son ancora capaci di scindere i due aspetti dell'individuo dietro al progetto. Infine, dunque, catturati dall'agevole complesso della cover, il passo successivo è - senza dubbio - quello di apprestarci all'ascolto del cofanetto che, proprio come una "rarità", mostra la peculiarità di esser composto da ben due dischi; con più precisione: un CD ed un DVD. Che saranno mai? Come mai si sono spinti addirittura nella promulgazione di ben due dischi? Immergiamoci dunque per scoprire i passi a ritroso di uno dei progetti più significativi della scena estrema.

A Lost Forgotten Sad Spirit

Ad aprire le porte di questa raccolta, troviamo un brano estratto da due dei più famosi dischi del progetto e della scena: il self-titled "Burzum" (1992) e l'ep "Aske" (1993) proprio su quest'ultimo è impressa l'immagine dello scheletro ligneo rimanente dall'ormai arsa Stavkirke di Fantoft. Scritta nel settembre del 1991 e registrata presso i "Grieghallen Studio" di Bergen, ecco giungere  "A Lost Forgotten Sad Spirit" (trad. Uno Spirito Dimenticato, Perso e Triste).   Siamo nel periodo in cui la controversia relazione di Vikernes ed Aarseth non era ancora venuta a galla, anzi, per meglio dire, non esisteva neppure; in verità, nel 1991-92, siamo propriamente agli esordi della corrente musicale e di pensiero portata avanti dal secondo, grazie anche all'azione militante  di quel gruppo d'individui che prese il nome di "Inner Circle" (i cui fatti di cronaca sono noti a tutti). Proprio lo stesso Øystein  "Euronymous" Aarseth, fondatore della celebre Deathlike Silence Productions (con cui vennero licenziati i due album suddetti ed il cui nome deriva - niente di meno che- dal titolo di un brano dei Sodom), realizzò  il manifesto del movimento col motto: "NO FUN, NO CORE, NO MOSH, NO TRENDS" (trad. "Nessun divertimento, nessuna parte essenziale, nessun pogo, nessuna tendenza") in questi anni, sottolineando la realtà da "morto vivente" del genere, nel senso di "un genere ristretto a pochi, cupo, sinistro e maligno". DI fatti, è  proprio un riff maligno ed ipnotico che apre le porte del brano, in concomitanza con l'imperante battere delle pelli che rendono l'atmosfera molto più acuta. Catapultati in una realtà parallela e distopica, sembra di essere giunti alla fine dell'Uomo; un cambio ritmico molto breve fa da intermediario, dunque, per questo passaggio dimensionale, lasciando subito spazio all'insieme melodico d'incipit. Le stelle sembrano essersi spente, il Sole non governa più il giorno, tutto il "fuoco " nel cielo si è estinto ed allora l'acqua ed il vento non muovono più breccia contro la staticità; le fronde degli alberi ormai sembran stanche di oscillare mentre la pioggia non scende più dal cielo ma le uniche gocce che tendono a cadere, sono quelle di un ragazzo morto in un campo, lì vicino. La voce acuta e luciferina, strigliata del nostro acuisce l'immagine apocalittica che sembra essere un'avvertenza o un'espressione del proprio animo in sofferenza. "Una volta vi era odio, una volta vi era il freddo"?ed a queste parole il ritmo cambia, divenendo più cadenzato, incalzante e non più ipnotico nella sua interezza. Un cambio di tempo che mi ha sempre destato stupore grazie alla sua irrequietezza e - al tempo stesso - senso di desolazione ed auto-commemorazione. Il battito del crash e del tamburo sembra proprio avvolgere i pensieri cancerogeni che risalgono quando ci si sente abbandonati, dimenticati, soli e tristi. Ed allora, in questo viaggio onirico, percorriamo la strada concessa dal nostro, trovando un altare con una grande ed oscura pietra sepolcrale. Quella fredda pietra funge da letto per l'eterno riposo dei sogni degli Uomini; sogni di morte, distruzione, sogni dell'Inferno e di ripresa, sogni che giaccion indisturbati nell'oblio del tempo. Proprio lo scandire di quest'ultimo viene ripreso da un lento movimento delle dita sulla sei corde e della voce in angosciante di Varg che, come un profeta, sul regolare battito del doppio pedale, profetizza l'apertura di quella tomba?apertura che lascerà libera l'Anima di tornare al nostro mondo, questa volta però, come uno "spirito, dimenticato, perso e triste" destinato ad andare alla ricerca per sempre. 

Stemmen fra tårnet

Come un eco dall'abisso del passato, un riff funesto e dall'andatura scandita dalla doppia cassa che si staglia ad alti ritmi, arriva ad aprirci il secondo brano di questa raccolta: "Stemmen Fra Tårnet" (trad. La voce dalla Torre) direttamente dal - già citato - EP "Aske" e scritto due mesi dopo il precedente (dicembre '91) ma pubblicato anche un anno dopo rispetto alla traccia già incontrata. Ebbene, quante cose possono cambiare in un solo anno? Il 1993 non fu affatto un'annata passata in sordina per la scena e per gli artisti stessi. Al solo pensiero mi vengono a mente le numerose pagine di "Grind Zone" su cui venivano chiaramente stampati gli atti drastici ed iconici dell'Inner Circle in quella Norvegia agli inizi degli anni '90?tra i tanti ed il più famoso, fu appunto l'atto di ardere e buttar giù le numerose chiese (in particolare "stavkirke", ovvero quelle chiese risalenti al medioevo create con assi di legno ben lavorate) sul territorio come manifestazione dell'odio provato verso quel monoteismo dissacratore del proprio retaggio culturale (si dice, infatti, che queste "stavkirke" vennero costruite appositamente su terreni sacri in epoca pagana per garantire una certa supremazia religioso-politica su quei territori). Questi atti, di fatto, portarono nel terrore l'intera Norvegia e garantirono numerosi problemi legali ad alcuni membri dei Mayhem, allo stesso Varg Vikernes e al chitarrista degli Emperor Samoth (che - tra l'altro - ha contribuito alle parti di basso in questo brano) nonché al futuro bassista dello stesso gruppo Tchort. Insomma, una vera e propria rappresaglia che sottolineava non solo la coerenza dell'intera scena ma anche una certa popolarità che era sempre in rapida espansione a livello globale. Inquadrata la cornice storica, torniamo nel mondo scelto per noi dal nostro, che si presenta come un richiamo alle terre di Arda, raccontate negli scritti del celebre J. R. R. Tolkien. Da lande desolate, oltre le fitte foreste, nei territori dove nessun anima mette piede, ecco che una voce si staglia in lontananza, proveniente da un'oscura torre, al centro di quel luogo. Allorché la doppia cassa e la sei corde riprendono il lento incedere che crea una perfetta atmosfera sulfurea in quest'immagine accentuata dalla voce infernale del Conte. Siamo agli estremi del mondo da noi conosciuto ed il glaciale tappeto sonoro ne è la prova. Come provenire da un sogno, questa voce simile a quella della regina della notte, ci sveglia, rendendoci partecipi della splendida luna, a tratti nascosta dalle tenebrose nuvole. Ecco che la tastiera fa il suo ingresso, avvolgendo l'insieme come poche volte?quasi ricorda una marcia lenta e funerea che raccoglie in se' le amabili tenebre dell'esistenza. Un lavoro che dopo tanti anni ancora sorprende?certamente ripetitivo ma mai stancante, che nel suo increspante incedere, ci rende partecipi di quel viaggio verso il regno dei pensieri che mai hanno avuto forma, un viaggio freddo, angusto, guidati da quella voce provenire dalla torre.

Dominus Sathanas

Ancor prima della scrittura di "A Lost Forgotten Sad Spirit" e "Stemmen Fra Tårnet"; quando ancora lo stesso Varg usciva, insieme a Olve Eikemo (ndr. Abbath Doom Occulta) e Harald Nævdal (ndr. Demonaz Doom Occulta), fondatori dei celebri Immortal, dagli Old Funeral - in cui si dilettavano in un death metal d'oltreoceano -, nel maggio del 1990, Vikernes iniziò a scrivere l'unica traccia, per altro strumentale, il cui titolo si rifaceva ad una visione del satanismo come nemesi al cristianesimo?un concetto imperante per l'epoca. Stiamo parlando di "Dominus Sathanas" (trad. Maestro Satana). Influenzato, quindi, da gruppi come Carcass e Morbid Angel, vien facile chiarire questa unica traccia di matrice - chiaramente - filosatanista. Ci troviamo, però, sempre nel 1993, anno di pubblicazione dello stesso EP che accoglieva il brano precedente; anche questa volta, questa traccia è stata estratta da quella pubblicazione che - a detta dello stesso Varg ed Euronymous - servì solo per "fare economia" data la quantità di liquidità che il self-titled dell'anno precedente aveva richiesto. Ci troviamo di fronte, come già detto, ad un brano strumentale reso avvolgente e canalizzante nella creazione di un'atmosfera tenebrosa, grazie al susseguirsi di composizione ritmiche della sei corde, in concomitanza con scream lancinanti e sovra incisione di voci decisamente più angoscianti. L'incipit ci mostra perfettamente un organico compositivo cadenzato che ci accompagna ad un cambio in favore di una melodia più sporca, più lenta e più oscura che viene avvolta da un'aria misteriosa grazie, appunto, a quella voce opaca, gutturale e tetra che pronuncia parole difficilmente interpretabili o semplici lamenti, accentuati dal grido luciferino, simbolo ormai dello stesso Conte. Ancora una volta cadiamo in un profondo silenzio e meditiamo sulle note eteree e dolorose di questo brano che sembra esser padre di quello che diventerà "Key to the Gate", presente nel full-lenght intitolato "Det Som Engang Var", uscito lo stesso anno dell'EP in questione. 

Lost Wisdom

Facciamo, ora, qualche passo indietro. Passiamo al 1991. Da poco uscito dagli Old Funeral (diventati successivamente famosi grazie alle vicende che seguirono gli ex membri), l'intento di Varg era quello di riprendere in mano il progetto che lasciò ancor prima di iniziare a fare death metal: gli Uruk-Hai. Scelse dunque di abbandonare le spoglie di quel nome, anche per merito dei suoi ex componenti di cui lui stesso non aveva una bella immagine ed intitolare il nuovo inizio con il nome con cui lo conosciamo noi adesso: Burzum. Dunque, riprese in mano le redini, avendo anche qualche traccia già composta, ecco che era pronto per registrare la prima Demo (Promo 1) da cui, tra l'altro, è estratto il brano in questione che, da lì a poco, verrà scelto per entrare a pieno titolo nella tracklist del secondo full-lenght del Conte, ecco che giunge: "Lost Wisdom" (trad. Saggezza perduta). Di primo acchito, diciamocelo, non è che risulti chissà quale brano data la scarsissima e pessima qualità di registrazione ma è la prima idea che il nostro volle dare di quello che diverrà uno dei migliori (ndr. come se ce ne fosse qualcuno peggiore) brano del periodo pre-carcere.  Il suono ampolloso e graffiante per i più, appunto, non renderebbe onore a tale composizione ma per chi, come me, ha la capacità di cogliere l'essenza intrinseca del black metal, può ben capire il mio entusiasmo nell'ascolto di una traccia talmente mal registrata ma - anche - talmente vera, primeva  e, addirittura, priva della linea vocale. Tuttavia, i cambi di tempo, i riff ipnotici e l'irrompere della doppia cassa, aiutano nel rimanere incantati di fronte a tali capacità strumentali. Le immagini suscitate, le sensazioni provate sono frutto della capacità compositiva del nostro, per l'appunto, talmente - indiscutibilmente -uniche che riescono persino a rendere bene in una veste talmente logora da sembrar quasi essere uscita dalle lande del Niflheimr.

Spell of Destruction

Continuiamo con un estratto sempre di quella prima Demo (Promo 1) che abbiamo incontrato in precedenza; molti dei brani che composero i successivi lavori, come abbiamo già capito, sono frutto di qualche anno indietro rispetto all'effettiva pubblicazione. Ad esempio, ora, ci troviamo di fronte a "Spell of Destruction" (trad. Incantesimo di Distruzione), le cui linee compositive vennero messe nero su bianco qualche mese prima delle precedenti. Siamo infatti nel luglio del 1991 ed il nostro aveva appena 19 anni quando compose questo brano. Il risultato sicuramente eccezionale, non era una rarità pensando che, all'epoca, non era poi così difficile che adolescenti, mossi dalla gemma della rivalsa sociale ed odio comune, incastonata nell'orgoglio e nel cuore, si dilettavano in opere diventate, successivamente veri e propri pilastri (basti vedere Chuck Schuldiner con i suoi Death ed i seminali "Scream Bloody Gore" e "Leprosy", pubblicati ad una ventina di anni, come anche lo stesso Ace Börje Forsberg, in arte "Quorthon", con il suo progetto Bathory e con pubblicazioni come "Bathory" e "Blood Fire Death"). La caratteristica principale, però, che contraddistingue ma non limita il brano, è che, in questa prima veste, risulta privo di cantato e quindi di parole che, come abbiamo visto nell'album di debutto, rendevano giustizia al titolo .Tuttavia, malgrado  la scarna registrazione, la surreale atmosfera venutasi a creare rimane imperturbabile. Fin dall'ouverture, veniamo accolti dal marziale incedere di un riff ipnotico ed avvolgente, sotto le spoglie logore di una distorsione brutale, ci accoglie, di fatti, stagliandosi sul lontano sentore del battere delle pelli da parte del Conte. Basta poco che, tutto quest'insieme di note così oscuro, che si spande come bruma durante la notte, si trasformi in un gelido e velenoso riff. Lo scenario che questo insieme melodico ci pone davanti, sembra quello tipico di qualsiasi topos letterario; immersi nei boschi, quando la Luna è allo zenith, intenti ad iniziare un rituale stregonico secondo le più antiche testimonianze, secondo la tradizione. Accesa una candela, acceso l'incenso rituale, siamo pronti ad addolcire gli spiriti di quei luoghi che proteggono con tanta gelosia. D'improvviso quel che sembra essere un blast beat, calca sul tappeto sonoro così distorto da sembrare lo scagliarsi di tuoni e fulmini in lontananza. Chiudendo con lenti passi di sei corde. La glaciale situazione assume sfumature più tetre con l'alterazione da parte di Euronymous del titolo, diventato  "Black Spell of Destruction" (sebbene la Mysanthropy, con la ripubblicazione, corresse il tutto).

Channeling the Power of Souls into a New God

Proseguiamo con un estratto che chiude, quasi, l'esperienza con la Demo del 1991. Sapete, una cosa che si impara con diversi anni di ascolto e meditazione delle opere del Lupo di Bergen, è quella di non fermarsi alla sfera superficiale e di più facile connessione, bensì scavare affondo e meravigliarsi di ogni possibile collegamento. La prima volta che ascoltai questo brano, rivelatosi strumentale nelle pubblicazioni successive, fu un certo senso di introspezione dell'animo umano. La sottile ma lampante e "pesante" differenza che si erge tra la prima forma di "Channeling the Power of Souls into a New God" (trad. Canalizzando il Potere delle Anime in un Nuovo Dio) - ideata nella primavera del '91 - e quella definitiva presente  nell'album di debutto e self-titled, è - sicuramente - l'utilizzo degli strumenti. Mentre nella seconda, l'intera melodia viene esposta mediante sei corde e qualche  effetto della tastiera, questa volta è diverso; questa volta, l'uso singolare ed unico della keyboard, l'assenza delle linee di voce sussurrata del Nostro e la qualità lo-fi,  rendono questo primo approccio "ambient" di Varg davvero singolare. Sembra di esserci immersi in una di quelle colonne sonore che formarono la cornice del film "Metropolis" del 1927 di Fritz Lang. Ecco, proprio quel suono ampolloso, distorto, crea un'atmosfera che genera sensazioni spaziali ma il collegamento a cui mi riferisco è un altro. Pensando al significato del film suddetto, la trasformazione delle città e dell'uomo, il miglioramento tecnologico e quello industriale, potrebbero benissimo essere riassunti all'interno del concetto di "Nuovo Dio". Di fatti, sappiamo tutti la particolare connessione che Varg ha con il proprio retaggio, con l'antichità e con i propri antenati (ndr. come si può benissimo notare in "Sol Austan, Mani Vestan" e nel suo lungometraggio autoprodotto dal nome "ForeBears"), dunque questo rivedere dell'atto di "canalizzazione" del "potere delle anime" in un "nuovo Dio", facilmente è assimilabile ad un concetto più collettivo, che abbraccia l'intera Umanità, di trasformazione repentina e - talvolta - irreversibile, totalmente discostata dall'essenza della tradizione e dell'antichità. Non a caso, son proprio delle perentorie melodie malinconiche e flemmatiche che si insinuano nella nostra mente fin dal primo secondo di ascolto di questo estratto. Una spirale nera in cui perdersi senza una fine certa ma con la sola certezza di un cambiamento.

Outro

Risalente sempre al 1991, ecco che "Outro", sebbene non menzionata ne Demo (Promo 1), chiude il comparto di estratti risalenti agli esordi del lavoro del Conte. Una scelta saggia e singolare quella di riproporre all'interno di una compilation come questa, brani provenienti da quelle tapes che servirono al nostro per farsi conoscere ed iniziare il suo percorso discografico grazie alla lungimiranza e all'interesse di Euronymous e la sua Deathlike Silence Productions. Dunque, fin dall'inizio, la qualità audio talmente sgranata, disfatta e marcia, fa da padrone a quello che sembrerebbe un brano di chiusura degno dell'epoca. Tra le file del comparto sonoro talmente "raw" da sembrar uscito dalla bocca dell'Inferno, si stagliano delle note che sembrano essere proprio quelle che poi, in altra veste, formeranno il brano "Den onde Kysten" presente nel secondo full-length chiamato "Det Som Engang Var" del 1993. Un vago sentimento di odio, di malvagità e misantropia si spande tramite le note della tastiera del compositore norvegese; una sensazione di abisso oscuro da cui è difficile risalire, fa da cornice all'incedere del brano. Arrivati a questo punto, è ben risaputa ed alla portata di tutti la visione piuttosto peculiare del nostro, incentrato meno sulla violenza sonora a tutto spiano e più sul "raccontare" e creare atmosfere surreali grazie all'ausilio dei vari strumenti, tenendo ben a mente la sola idea di voler fare musica per il piacere di farla; ecco che questa ultima track contenuta nella prima demo è la prova del nove, difatti creò tutti i presupposti di quello che sarebbe diventato con il passare del tempo, sia per volontà personale che per coercizione degli eventi che lo videro coinvolto e tutti conosciamo. 

Et hvitt lys over skogen

Facciamo ora un passo avanti, nel reame de "Svarte Dauen" (trad. Morte Nera), bootleg album del 1998, licenziato dalla "Misanthropy Records". Sul finire degli anni '90, gli eventi che seguirono l'omicidio del famoso direttore del celebre negozio Helvete (Øystein "Euronymous" Aarseth) e che segnarono profondamente la vita di Varg, erano ancora in completa attuazione. La pena giudiziaria impartita dal Tribunale norvegese al compositore, aveva provocato un certo squilibrio dal punto di vista artistico, la cui soluzione e luce fu la fiducia che Tiziana Stupia, giornalista italo-tedesca, pose, misurando nel nostro una certa attitudine e profondità che non potevano assolutamente perdersi nel corso del tempo. Ecco dunque che, se non fosse stato per lei, difficilmente potremmo godere, ora come ora, di "Et hvitt  lys over skogen" (trad. Una luce bianca sopra la foresta). Registrato nei Grieghallen Studios, il brano appartiene a quella schiera di composizioni non rilasciate ufficialmente (come quelle che incontreremo successivamente) la cui memoria non poteva essere abbandonata tanto facilmente. Il 1998 aveva alle sue spalle già la prima pubblicazione intitolata "Dauði Baldrs", facente parte della celebre trilogia incompiuta, registrata tra le mura carcerarie che pose le fondamenta per il cambio di musicalità e tematiche del progetto. Tuttavia, con questo brano, rimaniamo ancorati al "passato" fin dall'inizio della track; ad aprire le fronde della foresta, un cadenzato incedere della doppia cassa in concomitanza di un riffing tormentato, eseguito in modo marziale e glaciale - da cui si presume una certa connessione con gli avvolgenti brani presenti in "Hvis lyset tar oss" del 1994 - e che sfocia nell'imperante grido luciferino dalla singolare e peculiare esecuzione. Immersi in una fitta foresta, protetti dalle fronde degli alberi, all'improvviso un'apertura tra queste ultime, rende possibile il passaggio di splendenti raggi solari. Mentre, di sottofondo, il comparto ritmico continua incessante la sua cavalcata con aggressiva maniera, seguendo il modus operandi del compositore norvegese, il calore dei raggi provenienti dal Sole, al contatto con la nostra pelle ci provoca un grande dolore, generando un fumo che si spande verso il cielo. Il ritmo ponderato fino al midollo fa da cornice a questa dolorante situazione; il connubio di doppia cassa, rullante e tremolo picking alternato ad un riff ripetitivo si staglia nella fitta immagine in cui siamo stati immersi, quando - di soppianto - ritorna il grido del Conte che rende l'inferno che stiamo vivendo. Tormentati da quella luce accecante, non possiamo patire nient'altro di peggio. Ecco che il bridge domina l'insieme, caratterizzato da una sei corde che galoppa senza guardare in faccia a nessuno mentre alle pelle, il nostro, dimostra tutta la sua rabbia con il doppio pedale. Si chiude, con una melodia avvolgente, un brano che riordina e ci riporta ai tempi passati, in cui l'intonazione polemica ed occulta - quindi nascosta - talvolta, mentre di facile interpretazione altre volte, verso il giudaismo, il cristianesimo, il cattolicesimo, erano tema imperante dei testi; basti pensare a ciò che abbiamo potuto assaporare in brani come "Det som en gang var" oppure "Jesus' Tod / Jesu Død", quest'ultimo presente nel full-length "Filosofem", uscito per la "Misanthropy Rec." nel 1996.

Once Emperor

Dopo aver sofferto della luce accecante dei raggi solari, avanziamo incauti nella riscoperta della parte un-released del progetto. Ci troviamo d'innanzi a "Once Emperor" (trad. Una tempo Imperatore), con il cui periodo effettivo di registrazione, ritorniamo ai primi mesi del 1993, stesso periodo, tra l'altro, di registrazione delle tracce che formarono il - precedentemente incontrato - full-length "Filosofem". Quante cose si potrebbero raccontare e, soprattutto, sono state raccontate riguardo ciò che accadde qualche mese più tardi, nello stesso anno; ebbene sì, se con certezza possiamo indicare "marzo" come periodo di entrata in studio del Conte per la registrazione delle tracce della suddetta pubblicazione del '96 e del brano in questione, possiamo certamente dire che cinque mesi dopo la sua vita venne segnata e cambiata radicalmente. Difatti, proprio il 10 agosto del 1993, dopo una serie di vicissitudine di cui abbiamo ampiamente avuto modo di parlare in altre recensioni, Varg Vikernes accoltellava il suo (ex) mentore Aarseth, in arte "Euronymous" guadagnandosi (anche a causa, secondo la Corte d'Appello, della detenzione di armi e tre incendi) una pena di ben - inizialmente - 21 anni di carcere, la massima, per l'epoca, in Norvegia. Inutile dire che numerose furono le voci che iniziarono a circolare riguardo il celebre "omicida", alcune che rasentavano il limite del ridicolo con il solo fine di agguantare il maggior numero di lettori, altre totalmente fuorvianti ed altre ancora, invece, diffamatorie nei confronti della sua famiglia. Oltre alla suddetta pena detentiva massima, il nostro si guadagnò persino l'odio ed il senso di vendetta di tutti coloro vedevano in Aarseth un amico. Ecco che tutta questa situazione, sfuggita terribilmente di mano, facilmente - col senno di poi - viene canalizzata nella qualità di registrazione di questo estratto facente parte della raccolta. Una peculiarità, quella del suono, imprescindibile, a tratti disturbante. Un leggero momento di silenzio ci presenta l'incipit del brano e subito il suono sgranato e rancido di quel che sembra essere una chitarra che intona le note di quella che, fin dal primo ascolto, mi ha lasciato l'idea di poter essere, a tutti gli effetti, una primitiva versione del brano "Decrepitude I" presente nell'album pubblicato tre anni più tardi. Un insieme di stenti di voce accompagnano l'incedere delle note di sottofondo, da cui, la percezione delle parole, viene a mancare; tuttavia, l'accompagnamento di un testo ci aiuta ad immergerci nella storia che il Conte ha scelto di raccontarci. Una distesa di verde; un prato sulla cui superfice, al centro del campo, giace un lacrimevole corpo. Alzando gli occhi al cielo, il Sole si staglia alto ed intorno a lui, come in un dipinto, le nuvole sembran intonare una coreografia, come se stessero danzando. Al ritmo del vento che smuove queste ultime, dagli occhi glaciali di quel corpo, ritenuto "imperatore",  scendono delle lacrime che bagnano quel viso bianchiccio. Dunque il compositore di Bergen ci mette ancora una volta all'allerta riguardo alla Luce di quel Sole: "essa può strappar qualsiasi cosa e portarvi dove non esiste il male", ed ancora: "noi non abbiamo bisogno di questo, non abbiam bisogno della 'grazia di Dio', noi abbiam bisogno sia del giorno che della notte, sia del bene che del male" per raggiungere un certo equilibrio, spodestato - quest'ultimo - dall'accecante Luce. Ecco dunque il perché' di quelle lacrime che accolgono in verità tutti coloro che ne soffrono. Io stesso, una volta carpita la massima di Varg, ne rimasi scioccato al mio tempo, quando ancora ero agli inizi dell'ascolto di questo grande artista. Prese un concetto semplice e lo avvolse di un'immagine tanto sobria quanto di facile interpretazione se seguita da talune conoscenze che solo la curiosità ti può portare quando sei totalmente profano ed indottrinato da certe ideologie

Seven Harmonies of the Unknown Truth

Se i precedenti due estratti avevano dato adito alla scena occulta delle tracce registrate dal nostro nel corso del primo periodo di attività, "Seven Harmonies of the Unknown Truth" (trad. Sette Armonie della Verità Ignota) si porge anche come vessillo di quella peculiarità della scena underground che era la mutua collaborazione. In una realtà - relativamente - "piccola" come quella black metal dei primi anni '90, era quasi d'uopo aiutarsi gli uni con gli altri per riuscire in un intento comune, il quale, in questo caso, veniva ricercato nel famoso "manifesto" del genere, incontrato precedentemente. Lo stesso Varg Vikernes inizialmente realizzò le linee di basso per il celebre "De Mysteriis Dom Sathanas" dei Mayhem di Aarseth (ancor prima dell'omicidio, infatti - si dice che - dopo la morte del figlio, i genitori del direttore dell'Helvete vollero cancellare ogni lavoro del Conte e far riscrivere le linee di basso da Hellhammer), mentre quest'ultimo realizzò l'assolo finale nel brano War presente nel primo full-length "Burzum" del 1992. Questo brano, non è -come molti avranno capito - propriamente frutto della mente geniale del nostro, bensì è un riadattamento del brano della seconda demo promozionale, dal titolo "Seven Harmonies of the Unknown Truths" (classe 1992), di un progetto rimasto molto tempo nelle viscere della scena, figlio primogenito della mente del polistrumentista Vidar Våer, dal nome Ildjarn. Iniziato l'ascolto, sembra - con il senno di poi - di ascoltare uno dei brani genitori dell'attuale proto-sottogenere del black metal e dell'ambient, attualmente definito "dungeon synth", tutto merito di un'ouverture non del tutto canonica, realizzata - sicuramente - con l'ausilio dell'effetto 'organo' del sintetizzatore. Claustrofobiche, sfuggenti e sibilline, ci aprono le porte di un brano davvero particolare; attributo, quest'ultimo, che viene sottolineato quando, all'improvviso, dopo un cambio di melodia, in favore di un suono più monotono sebbene ripetuto, spalanca le porte che erano in chiusura un riff di chitarra incessante e che - perentorio - marcia per tutta la lunghezza della canzone, scortato dal canto graffiato e dalle parole inafferrabili. Proprio per queste ultime non ci sarà mai una vera e propria speranza nel riuscire a carpirle poiché, nel brano originale, Samoth, il chitarrista degli Emperor, sempre per quello spirito suddetto di mutuo soccorso, volle solamente elargire grida ed urla casuali, senza - apparentemente - un filo logico. Poi, se un giorno dovesse essere riesumato il testo ufficiale, ben venga. Ora come ora, ci possiamo limitare solamente a queste "verità ignote" con cui concludiamo gli estratti, presentati in questa antologia, provenienti dal bootleg del 1998. 

My Journey to the Stars

L'ascolto, però, prosegue. Non ci allontaniamo chissà quanto, bensì facciamo un salto temporale di un solo anno, tornando al 1992. Direttamente da "Burzum", ecco che iniziamo un altro viaggio con "My Journey to the Stars" (trad. Il mio Viaggio verso le Stelle). Imbrattato dal disordine e dalla situazione parallela che il nostro polistrumentista era in corso di vivere (e di cui abbiamo ampiamente avuto modo di trattare), ben si chiosa il "dialogo" iniziale delle due chitarre, all'inizio della traccia. Un primo alito di sei corde, preceduto da un fermo silenzio, per poi sfociare in un aperto tremolo picking della chitarra ritmica, fin quando non subentra la sei corde principale che intona pedissequamente quel tono d'incipit. Improvvisamente la melodia cambia, divenendo più avvolgente e sulfurea, come se questa ouverture così "caotica" ma controllata fungesse da sprazzo iniziale per intraprendere quel viaggio nell'Iperuranio. Passati oltre le coltre nubi, giunti fino allo spazio sconfinato, un disarmante ritmo, scandito dal rintocco di crash e - subito dopo - da una doppia cassa imperante, ci spinge verso l'entrata in scena del Conte con il suo stridente vocalizzo. Materializzati verso l'ignoto, andiamo sempre più alla deriva, accompagnati da freddi venti infusi di "anime", mentre le pianure invernali si mostrano intatte. Dunque, cavalcando i nostri elementi, verso stelle mai viste, iniziamo la ricerca verso una conoscenza arcana, nel luminoso astrale. Uno stacco ritmico e subito si riparte in questa assurda e singolare ricerca, sui passi cadenzati dal doppio pedale e da un riffing meno aggressivo. Accostandoci verso una sfera spettrale, dopo aver incontrato centinaia di vite umane, un fetore s'intensifica, mentre il potere di quel corpo spettrale, ci rende immortali. Siam pronti a ritornare sulla Terra, guidati dal ritmo ossessivamente ripetuto ma non logorante, con cui ci accorgiamo che - dopo aver passato così tanto tempo lontani "da casa", che in quelle terre nostrane ormai regna il caos, l'oscurità ed un inverno gelido ed infausto. Una tenebra perpetrata dal nostro in un mondo monotono e troppo luminoso. Infondo è questo il motto fin dal principio; a partire dal nome del progetto. Non a caso esso significa "tenebra", "oscurità" . Lo stesso Varg, a seguito di un viaggio introspettivo, racconta di come egli volle portare notte dove vi era troppa luce?sempre seguendo quella ricerca di equilibrio necessario a noi tutti.

Lost Wisdom

Imprevedibilmente, giungiamo ad un brano il cui titolo non è poi così nuovo all'interno di questa antologia. Difatti, "Lost Wisdom" (trad. Saggezza Perduta), l'avevamo già incontrato ma i più si renderanno subito conto della nuova veste (esattamente quella ufficiale) di questa volta è ormai palpabile, a partire dalla qualità audio. Siamo, infatti, nel 1993, anno di pubblicazione del platter da cui è estratta questa versione: "Det Som Engang Var". Fin dal primo ascolto, l'atmosfera ipnotica del primo riff di apertura, così melodico, ripetitivo ma cadenzato ed aggressivo, si sposa alla perfezione con le aspettative create per questa nuova "veste". Son passati ben due anni dalla nascita della prima Demo, che conteneva la prima prova di quello che sarebbe dovuto diventare più tardi il brano?ed il tempo e la crescita e gli eventi accaduti, si sentono tutti. Qualche battito di rullante e doppia cassa ci preparano all'entrata in scena del definitivo ritmo sulfureo e tipico, palesato insieme al canto luciferino del Nostro. Ebbene, nel corso di questo tempo, il nostro ebbe anche l'ardire di voler aggiungere un testo; dunque immergiamoci ancor più affondo di come abbiam potuto fare con la versione precedente. Dissertazioni filosofiche ci aprono l'ascolto; tutto è manifestazione dell'essenza, tutto è percezione. Questo credere imperturbabile di aver tra le mani la verità, altro non è che una reminiscenza di ciò che la Chiesa, rea di oscurantismo nel corso dei secoli, ha voluto perpetrare tra i suoi adepti: "tutto ciò che non rientra nella parola di Dio, allora non esiste". Ecco, dunque, che  le infinite possibilità, i Mondi, le valli e le pianure che vi sono oltre l'umana percezione, vennero bruciati, messi al rogo, proprio a nome di quel Dio "benevolo" che rese possibile la morte di migliaia di persone. Lo spandersi di ritmiche ripetitive e veementi ad altre più cupe, lenti e funeree, incorniciate da blast beat e rintocchi di crash, a ripetizione,  altro non sono che prove di quella "rivoluzione burzumiana" che lo stesso Varg, nel 1991, volle portare avanti, contro quel death metal definito "trendy" e quei brani così tecnici ma spogli di contenuti. "Burzum was instead supposed to have contents; atmosphere, emotional force and spirit" (trad. Burzum, invece, si suppone avesse dovuto avere dei contenuti; atmosfera, forza emotive e spirito) continuava dicendo: "Burzum is about music, not about each individual musician wanting to show off their skills" (trad. Burzum riguarda la musica, non la voglia di mostrare le proprie tecniche o capacità, tipico di ogni musicista individuale) e proprio questo è sempre stato chiaro. Effettivamente, i main riff son sempre risultati ripetitivi, circolari, ipnotici e mai fin troppo complicati stilisticamente e tecnicamente, proprio perché' - secondo lui - si trattava di "anti-riff", poiché' meno arzigogolati e più diretti?proprio come -talvolta - (ed è in questo brano il caso) i suoi testi carichi di odio e dissenso. 

Dunkelheit

Giungiamo alla chiusura della "Parte I" di questa antologia, dedicata alle sole tracce audio, con uno dei brani più conosciuti del nostro: "Dunkelheit" (trad. Tenebra).  Come in un teatro, dopo un momento di silenzio, ecco che il velario si alza ed inizia l'opera. Ivi presente abbiamo una delle migliori tracce mai composte dal nostro, nota persino ai più profani. Un climax di note generate dalla sei corde di una Wreston del 1987, ci da il benvenuto nell'oscurità fin quando il comparto ritmico delle pelli non entra in scena. Da qui' la melodia si stabilizza, rendendosi ripetitiva come di consueto ed avvolgente come poche. Rimembro ancora quella sera in cui ebbi la fortuna di incappare in questa traccia; al buio della camera, con una fioca e calda luce che accarezzava i contorni delle ombre proiettate sul muro ed in cuffia questa meraviglia. Mi sentii rinato ed ipnotizzato da questo incipit così meditativo ed oscuro. La distorsione -poi - che rendeva ancor più fasciante l'atmosfera, aiutava in quella che poi definii come "catarsi". Le schematiche note di sintetizzatore che avvolgono l'intero comparto strumentale addolciscono ed acuiscono la sensazione di vastità della menta umana tanto capace di creare un'opera simile. D'improvviso la voce del Lupo norvegese si palesa, questa volta nessuno scream, nessuna tecnica vocale con qualsivoglia sintomo di malvagità: la sola voce distorta e quasi "pulita" che rende più vicino il concetto di pulizia spirituale. Freddo, ghiaccio, fuoco, caldo. Ecco che certe note mi van sovvenire altrettanti dualismi. "When night falls, she cloaks the world in impenetrable Darkness" (trad. quando cala la notta, essa ammanta il mondo di impenetrabile oscurità), "?a chill rises from the soil and contaminates the air, suddenly life has a new meaning" (trad. un brivido sale dal suolo, contaminando l'aria, d'improvviso la vita ha un nuovo significato). Parole semplici all'apparenza ma cariche di significato, le quali, accompagnate da un tale ensemble, rendono giustizia a qualsivoglia profondità di pensiero. 

Dunkelheit/Burzum

Infine, ad aprire ed a chiudere (in quanto unico DVD), la "Parte II" di questa antologia è il celebre ed unico video musicale ideato e creato proprio per "Dunkelheit/Burzum". Uscito, a suo tempo (siamo intorno al 1996, anno di uscita di "Filosofem", il full da cui è estratto il brano), per il canale MTV UK, destò non poco scalpore. Effettivamente, nessuno prima d'ora, nella scena underground della fiamma nera, aveva avuto la possibilità di finire con un video musicale (anche se c'è da dire che son pochi i video creati appositamente dai vari gruppi), su un canale musicale dall'utenze talmente vasta e variegata. Ovviamente le tendenze musicali dell'epoca non son per nulla associabili a quelle del presente, tuttavia, questo video rese onore, appunto, al brano; arrivando ai primi posti nelle classifiche del Regno Unito e Norvegia, anche grazie alla ben riuscita realizzazione dell'insieme visivo. Fin dall'inizio del video si staglia l'immagine di un lupo, la cui accezione potrebbe essere riscontrata sia nel nome del compositore "Varg" (ovvero 'lupo" in norvegese) che nella figura mitologica del lupo e quindi si parla di Fenrir o di Geri e Freki (i due lupi di Odino) ma anche di Garmr, il cane-lupo presente nel regno di Hel. Insomma, le associazioni possono essere molteplici ma, di sicuro, in ogni caso, di grande impatto. Subito parte la canzone, accompagnata dalle immagini di una tavola rinvenuto in un sito archeologico, su cui sono incise le rune del futhark antico. Per tutto il corso del brano, immagini di natura incontaminata, foreste e laghi, orizzonti sconfinati e profondi si danno il cambio col passare dei minuti, intermezzati dall'immagine di rune senza un vero e proprio filo conduttore. Così come le immagini, anche i colori si scambiano di tonalità, passando dal gelo del bianco ghiaccio al temperato rosso ed arancione, il tutto con una qualità video mediocre per l'anno di realizzazione e chiudendosi con un'apparente animazione del dipinto di Theodore Kittelsen utilizzato come copertina dell'album Filosofem, dal nome "Op under Fjeldet toner en Lur". Sbalorditivo come un brano simile, sebbene in partenza scartato poiché lo stesso Varg, nella fase di registrazione di "Hvis Lyset Tar Oss" (album al quale doveva appartenere il presente singolo), non si ritené soddisfatto, possa essere diventato un vessillo della musica di Burzum: minimale, ripetitivo, profondo, ermetico, oscuro, carico di atmosfera e forte emotività. 

Conclusioni

Dopo l'ultima antologia, come anticipato, poche erano le previsione della riuscita di un'ulteriore compilation di tutto rispetto...ebbene, possiamo dire con discreta certezza che siamo di fronte alla piu' fedele delle raccolte discografiche per il tempo. Riuscire ad abbracciare i vari aspetti della vecchia fase di Burzum non e' per nulla facile, proprio a causa della singolarita' dell'insieme e proprio per questo che con questo inizio del contratto con la suddetta Back on Black, vien facile dire che l'accordo sia iniziato in modo egregio sebbene con i suoi ovvi limiti. Il susseguirsi di brani estratti dal self-titled, passando per l'ep "Aske", per demo ed addirittura video musicali, ha reso l'ascolto una piacevole esperienza sia per l'udito che per la vista. Sicuramente la perfezione non si potrebbe mai raggiungere poiche' significherebbe disperdere numerose risorse economiche ma ecco che questo episodio, nella discografia del Nostro, sebbene non propriamente accettata dallo stesso Varg, risulta essere una stella rispetto a quanto offerto qualche anno indietro. Con certezza, continuo, ci troviamo davanti ad un qualcosa di spontaneo, che si pone nella maniera piu' old school con il merito di essere riuscito nella presentazione generale per i profani al progetto e per chi ha anni di ascolti alle spalle, riuscendo con l'intento di riportare in auge quell'atmosfera plumbea, oscura, fredda e malvagia che aleggiava negli anni '90. L'aver rispolverato talune tracce non ufficialmente pubblicate, ha permesso una divulgazione maggiore di certe dinamiche intestine come, ad esempio, l'aver scelto di non inserire "Once Emperor" nell'album Filosofem per via della carcerazione e dell'aver passato in sordina e, anzi, nemmeno aver avuto la possibilita' di ascoltare il risultato finale. Ogni brano scelto riesce persino ad evocare precisi momenti storici di particolare impatto, come - ad esempio - gli anni di stesura di alcuni brani risalenti al periodo "Old Funeral", gruppo death metal nel quale lo stesso Vikernes militava sul finire degli anni '80 insieme ad altri nomi illustri della scena. La successione di ogni traccia sembra propedeutica per la traccia successiva, sebbene non inserite in modo prettamente cronologico, la lista permette un'addentrarsi sempre piu' nel profondo delle radici dell'Oscurita', dalle quali riusciamo a risalire proprio grazie al brivido che scompone quell'assenza di luce impenetrabile presente nell'ultimo episodio trattato: Dunkelheit. Astuzia e devozione sembrano essere alla base di questa antologia e null'altro, per lo meno questa e' una delle differenze che hanno ben segnato la riuscita di questa seconda raccolta, a differenza della "Anthology" del 2002, il cui ricavato dalle vendite doveva essere destinato all' AHF/NHF, un'associazione internazionale filo-nazionalsocialista. Del resto, e qui mi ripetero, non e' mai facile avere a che fare con un artista eclettico e sperimentale come Varg Vikernes il quale, proprio in quegli anni, stava ancora scontando la sua pena tra le mura carcerarie ma che, proprio grazie alla sua particolarita', continuava a riscuotere successo ed adorazione. Dunque in tutto e per tutto bisogna ricavare l'insegnamento del "mettersi in gioco" che in questo caso ha riscosso particolare successo sia per la casa discografica americana che per Varg stesso...che proprio come un redivivo non si e' mai lasciato abbattere dalle numerose infamazioni ma, bensi', ha scelto sempre di portare avanti il suo credo, talvolta esagerando e talvolta seminando Conoscenza e Catarsi nel cuore di chi lo segue.

1) A Lost Forgotten Sad Spirit
2) Stemmen fra tårnet
3) Dominus Sathanas
4) Lost Wisdom
5) Spell of Destruction
6) Channeling the Power of Souls into a New God
7) Outro
8) Et hvitt lys over skogen
9) Once Emperor
10) Seven Harmonies of the Unknown Truth
11) My Journey to the Stars
12) Lost Wisdom
13) Dunkelheit
14) Dunkelheit/Burzum
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