BURZUM

Det Som Engang Var

1993 - Cymophane Records

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
21/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Atto III. Correva l'anno 1993 ed il teatro delle relazioni tra Varg Vikernes ed Aarseth giungeva a calare un triste sipario sulla scena. Un conflitto acuito da tensioni personali, economiche e mediatiche, un diverbio che era prossimo a sfociare in una scena drammatica e granguignolesca. Era un anno cruciale per il black metal, proprio con questo periodo coincideva un'esplosione del genere derivante dal rilascio di album come "Pure Holocaust" degli Immortal, "Under a Funeral Moon" dei Darkthrone ed il "Live in Liepzig" dei Mayhem, proprio per citare dischi fra i più blasonati. In quello stesso anno, proprio quest'ultimo gruppo ed in particolare Euronymous decisero di assumere un nuovo chitarrista che fungesse da secondo nella successiva registrazione di "De Mysteriis Dom Sathanas"; in seguito ad accurate selezioni il prescelto fu Snorre Ruch in arte "Blackthorn" (niente poco di meno che il fondatore di un altro dei celeberrimi gruppi norvegesi facente parte della schiera della fiamma nera: i Thorns) il quale assunse, da lì a poco, il ruolo del proverbiale "ago della bilancia" della situazione. Era ormai noto l'astio che Aarseth covava nei confronti di Varg, accusandolo di essere il fautore delle sue disgrazie (economiche e personali) e, parallelamente, un ipocrita che agiva sottobanco per l'organizzazione della sua definitiva dipartita. Il problema del chitarrista dei Mayhem era però la sua ingenuità; il suo continuo e lamentoso sfogarsi, la perpetua nonché fastidiosa ricerca di appoggio non fecero altro che screditarlo agli occhi dei suoi amici, aumentando quell'insofferenza dapprima nascosta ed in seguito plateale che molti dei metalheads norvegesi provavano nei suoi confronti. Euronymous era fortemente convinto che il piano di Varg fosse stato sin da subito chiaro: farlo apparire come un pappamolle, screditarlo, renderlo un inetto agli occhi di tutti. Le aspettative di quel che era prossimo a verificarsi sembravano ormai chiare, e stavano via via diventando, in maniera sempre più inquietante, delle vere e proprie certezze. Una sera d'Agosto del 1993 Ruch, ospitato a Bergen da Varg, ricevette la chiamata di Øystein, il quale cercò di ricevere il consenso del chitarrista in merito ad una questione dai risvolti assai inquietanti. Euronymous aveva un modo per risolvere al più presto la "questione Varg", e ne parlò apertamente con Snorre perché lo considerava un vero amico, una persona con la quale fidarsi..  tuttavia, durante la conversazione telefonica Varg era proprio lì, intento ascoltare ogni minima parola: la frase "per il bene comune, Varg deve scomparire" rimbombò pesante nella sua testa, caricandolo di rabbia ed in seguito confermando tutto ciò che egli aveva sentito dire. Prima di allora non sentì mai direttamente, dal diretto interessato, minacce di morte o simili. Tuttavia, il chiacchiericcio da bar a cui Euronymous era abituato aveva fatto giungere alle orecchie di un Vikernes sconcertato storie di piani folli, i quali includevano torture e sequestri di persona. Sebbene Varg sapesse e fosse convinto dell'inettitudine di Aarseth, inizialmente non diede molto peso alla cosa. Tuttavia, una serie di circostanze non proprio felicissime fecero in modo di cominciare a farlo preoccupare: era sicuro del fatto che l'ex amico fosse sull'orlo della pazzia, vista la condanna a quattro mesi di prigione che quest'ultimo si beccò per aver ferito gravemente due ragazzi con una bottiglia rotta, affermando che lo aveva fatto perché i due "avevano guardato la sua ragazza ad una fermata del bus". Aarseth era teso, nervoso, una molla pronta a scattare anche per un'inezia. E cosa da non sottovalutare, era impaurito. A detta del Nostro, pericoloso proprio perché anche l'ultimo dei codardi, se messo alle strette, è capace di compiere insani gesti di "autodifesa". Tutto prendeva forma e le sorti iniziarono ad invertirsi; ora, quello pericoloso era paradossalmente Euronymous, il quale non aveva mosso un dito sino ad allora, ed in quel momento si era mutato in un aspirante assassino. Proprio la stessa mattina della telefonata, poi, Aarseth recapitò una lettera presso casa Vikernes in cui discuteva di un contratto da firmare, e convocava Varg per discuterne; il tutto in toni amichevoli ed entusiastici, distensivi e per nulla celanti chissà che piano malvagio. A Varg sembrò una provocazione bella e buona, il cui fuoco venne alimentato dagli altri "amici" di Euronymous che svelarono il piano definitivo del folle chitarrista, dicendo che la sua intenzione era di incontrarsi con Varg, inibirlo con un teaser, legarlo e portarlo in aperta campagna. Legandolo poi ad un albero, lo avrebbe torturato a morte riprendendo il tutto con una videocamera. Cosa sarebbe potuto nascere nel cuore del Nostro, dopo tutto questo, se non rabbia? Ed infatti, proprio la sera stessa (era il 10 agosto 1993), lui e Snorre partirono verso le 21 da Bergen con la macchina di Vikernes per arrivare ad Oslo alle 3-4 del mattino. Snorre aveva scelto di accompagnare Varg nonostante tutto, comportandosi da ignavo. Era contemporaneamente amico di entrambi, e si recò ad Oslo per consegnare ad Aarseth un tape con dei riff scritti per i Mayhem. Arrivati davanti alla casa di Euronymous, Varg non aspettò due volte prima di citofonare ad Aarseth, il quale non rispose subito perché, vista l'ora, dormiva. Decise in seguito di rispondere, e dopo un attimo di tentennamento aprì il portone. Varg iniziò a salire le scale del condominio mentre Snorre rimase giù a fumare. Arrivato davanti la porta, si accorse subito del nervosismo plausibile di Øystein, ed entrando con la scusa di dovergli rendere il contratto firmato (quello fittizio speditogli il giorno della telefonata) gli chiese subito cosa avesse in mente; Varg fece un passo in avanti ed Aarseth, impaurito, lo respinse con un calcio sul petto. Subito Vikernes reagì lanciando Aarseth contro la porta, il quale si rialzò in modo fulmineo recandosi verso la cucina, luogo in cui teneva il suo coltello da macellaio. In tutto questo, Varg non si mostrò certo impreparato: non di certo sorpreso da un'evenienza del genere, estrasse prontamente il suo coltello da stivale (in assenza di quello nascosto nella cintura che era rimasta nel bagagliaio della macchina) e si lanciò verso Euronymous, tuttavia senza l'intenzione di pugnalarlo. Cercò di fermarlo e calmarlo prima che raggiungesse la lama ma, in preda al panico, Aarseth corse verso la stanza da letto cercando, presumibilmente, un'altra arma (forse il fucile con cui Dead si suicidò poco tempo prima, o forse il teaser). Venne inseguito e, a questo punto, Varg gli sferrò una prima coltellata alla schiena. Impaurito ed in lacrime, Aarseth si lanciò lungo la tromba delle scale, suonando ai campanelli dei vicini e continuando a fuggire, gridando. Venne però raggiunto ed accoltellato alla spalla sinistra tre o quattro volte, inciampò mandando in frantumi un lampione sul muro e cadde sui vetri rotti, provocandosi varie ferite. Snorre, nel frattempo, era al piano superiore, in cerca della casa di Euronymous perché preoccupato dalla snervante attesa. Essendo un tipo molto distratto (a detta di Varg) egli non ricordava dove fosse precisamente l'abitazione del musicista, e per sbaglio raggiunse l'attico in cima al condominio. In seguito, scendendo raggiunse i due,trovandosi dinnanzi una scena macabra e surreale. Aarseth era riuscito a rialzarsi in piedi, sembrava ormai sfinito, ma subito contrattaccò cercando di colpire Varg con un calcio; quest'ultimo, a quel punto, lo finì definitivamente, conficcando il coltello nel cranio dell'ex amico, il quale morì seduto, appoggiato al muro, precipitando subito dopo dalle scale, quando Varg estrasse il coltello. La caduta del cadavere  provocò un rumore ridondante, che destò subito le preoccupazioni di Snorre e Varg. Le prove dell'omicidio, il sangue e il corpo dovevano sparire. Decisero immediatamente di salire in macchina e scappare dirigendosi prima verso l'autostrada in direzione di Bergen e poi, a causa di un posto di blocco, verso Trondheim (città natale, tra l'altro, di Ruch), svoltando ad ovest e fermandosi presso un lago in cui, spogliandosi e legando i vestiti sporchi a delle pietre, occultarono le prove lanciandole in acqua, lì dove questa era più profonda. Varg ebbe dunque modo di metter su un "completo" di fortuna, rivestendosi con una una delle t-shirts del suo gruppo, destinate alla vendita presso Metallion e precedentemente sistemate nel bagagliaio; indossò poi una felpa che aveva dimenticato nella sua macchina macchina Jorn degli Hades (ironicamente era una felpa dei Kreator, raffigurante la cover di "Pleasure to Kill", ndr); per finire, la fortuna volle che ci fossero anche dei pantaloni, sempre trovati sotto il sedile (anche se sporchissimi e dimenticati lì per chissà quanto tempo). Decisero di ripartire alla ricerca di una cabina telefonica, dalla quale poter avvisare un amico di Varg, rimasto in casa Vikernes quando  i due decisero di partire per Oslo. L'ordine tassativo era quello di tornarsene a casa sua per non avere guai. Snorre (nel frattempo ancora sotto shock) e Varg si fermarono dunque ad Honefoss, ma decisero ben presto di proseguire verso la seconda cabina telefonica della città, poiché la prima era affollata di adolescenti (naturalmente, non dovevano essere visti). Lì, proprio nel momento esatto in cui Snorre era sceso per chiamare, scorsero in lontananza una macchina della polizia  intenzionata a raggiungerli (probabilmente per un disguido, visto che vi erano state varie denunce di atti vandalici da parte di adolescenti, presso quelle cabine). Spaventati, ripartirono velocemente ingaggiando un inseguimento con la macchina della polizia, riuscendo comunque a seminare gli agenti. I due si ritrovarono quindi sull'autostrada per Bergen (esempio lampante della Legge di Murphy). Iniziarono ben presto a costruirsi un alibi in modo tale da far svanire qualsiasi ipotesi della polizia e, nel frattempo, arrivarono a casa. La mattina seguente il corpo di Euronymous venne trovato e la voce della sua dipartita fece il velocemente il giro della nazione. Giornalisti e polizia si diressero subito presso la casa del Conte che, inizialmente, venne appoggiato dal suo amico rimasto nell'abitazione la sera prima. Al ragazzo era stato raccontato qualcosa da Snorre, e riuscì ad evitare problemi. Tuttavia, nessuno aveva ancora fatto i conti con lo shock di Snorre; il quale, messo a dura prova dalla polizia, raccontò dell'omicidio e dove si trovasse il nostro. Alle 2-3 del mattino del 19 agosto 1993, Varg Vikernes venne dunque arrestato all'uscita di un locale notturno. Lo spogliarono e lo misero in una cella d'isolamento con la luce impostata 24/7, senza dargli alcuna coperta ma non riuscendo a far crollare l'alibi. Stessa cosa accadde ad Andreas Nagelsett, l'altro ragazzo coinvolto nella faccenda. Il quale, messo però alle strette, crollò e confessò  ogni minima cosa di quanto era a conoscenza. Quando la polizia si era presentata a Bergen per prelevare Vikernes, nella sua abitazione erano vennero addirittura trovati 150 chili di dinamite e glinite, raccolti (si diceva) per far saltare in aria la chiesa Nidarsodomen di Trondheim, un meraviglioso edificio risalente all'XI secolo, monumento nazionale, all'interno della quale erano custoditi persino i gioielli della Corona. Vikernes negò fortemente questo addebito, come, d'altra parte, aveva sempre negato tutti i crimini che gli erano stati ascritti. Dopo nove mesi si aprì il processo: in prigione, Varg aveva addirittura lamentato che, dopo tutto, le carceri norvegesi non erano abbastanza brutali. Questo l'aveva deluso, perché lui sperava di essere gettato in una prigione terribile e di essere anche torturato. "Qui è tutto troppo bello", dichiarò. "Non è per niente infernale". Addirittura, ulteriore riprova delle sue bizzarrie, quando un medico gli manifestò l'intenzione di fargli un prelievo di sangue usando una siringa, Vikernes si rifiutò fieramente, affermando che un guerriero vichingo quale lui era poteva essere trafitto solo da una vera lama. Oltre all'omicidio di Aarseth, Vikernes era accusato anche di detenzione di materiale esplosivo e della distruzione col fuoco di almeno tre chiese. Lui si proclamò innocente su ogni fronte, sostenendo di aver ucciso Aarseth soltanto per legittima difesa, poiché aveva saputo da un amico che Aarseth aveva manifestato tutte le intenzioni di farlo fuori. Fra le tante storie che si erano venute a creare attorno alla vicenda, ce n'era anche una in cui si diceva che qualche giorno prima di essere ucciso, Aarseth era stato da un sensitivo il quale lo aveva messo in guardia dalle mire assassine dell'ex amico, avvertimento che lo aveva spinto a meditare a sua volta di uccidere il Conte. Forse (in considerazione dell'atteggiamento assunto dal suo cliente), l'avvocato difensore di VikernesTor Erling Staff, intendeva convincere la corte dell'infermità mentale di Vikernes. Il più mordace avvocato della Norvegia era il massimo che la signora Lene Bore (madre del fu Christian) potesse garantire a difesa di suo figlio. Erling Staff  suggerì difatti l'ipotesi che Vikernes non fosse in grado di intendere e di volere quando aveva compiuto il suo efferato crimine. Peccato che due diversi psichiatri incaricati dal tribunale, valutate le condizioni psichiche e mentali del Conte, erano arrivati in via del tutto indipendente alla conclusione opposta, ossia che Varg sapeva esattamente quel che faceva. Da parte sua, inoltre, Vikernes non avrebbe mai e poi mai accettato di chiedere l'infermità mentale, perché l'ammissione avrebbe intaccato il suo orgoglio vichingo. Pensò che se fosse stato condannato al massimo della pena previsto per quel tipo di reato dalla legge norvegese, ossia ventuno anni di carcere, tutti i suoi seguaci lo avrebbero esaltato come un eroe sprezzante, e avrebbero tenuto fede ai suoi precetti brutali e malvagi. Se invece avesse accettato di essere riconosciuto come un folle sarebbe stato solo un debole, come quel "finocchio comunista" che aveva da poco fatto fuori. Una cosa era certa: al Conte Grishnackh non interessava un bel niente cercare di accattivarsi la simpatia della corte. "Voi avete cristianizzato la Norvegia con la spada, noi la faremo ritornare pagana con il fuoco e le armi", sostenne baldanzosamente in aula. Un'altra volta, quando gli venne chiesto che cosa avrebbe provato nel sentirsi dichiarare colpevole, semplicemente replicò: "Credo che questa risulterà un'esperienza molto positiva per tutta la comunità e la musica black metal". In merito alla premeditazione dell'omicidio di Aarseth, Vikernes non aveva dato alcuna risposta, continuando a sostenere che era stato provocato. Stando al rapporto del medico legale (che Vikernes ancora oggi contesta), Aarseth ricevette ventitré coltellate, sedici delle quali sulla schiena, cosa che certo non faceva apparire così convincente la tesi difensiva dell'autodifesa. Il Conte, comunque, sembrava tenere in modo particolare a mettere in rilievo il motivo per cui il suo rapporto con quello che era stato il suo mentore si era alla fine guastato, mediante dichiarazioni pesanti: "Era un comunista e fantasticava di una società multirazziale". Lui, al contrario, si batteva affinché in Norvegia prevalesse la purezza della razza bianca. Nel corso di una delle sue tante testimonianze ad effetto, si era rivolto sorridendo alla corte con queste parole: "Mentre voi, gente, vi aggrappate alla vostra morale giudaica e volete vivere in pace, io mi sento dentro un'anima germanica ed è per questo che bramo morire in battaglia". Quando, alla fine, Vikernes fu condannato per l'omicidio di Aarseth e per la distruzione col fuoco delle tre chiese, fu indubbio che sul giudizio finale pesò anche il continuo suo atteggiarsi da neonazista, nelle sue risposte alla corte. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Norvegia aveva patito l'invasione tedesca e un collaborazionista passato alla storia, Vidkun Quisling, si era reso colpevole di aver mandato ai forni crematori dei campi di concentramento migliaia di ebrei. Vikernes, nella sua esaltazione, sosteneva di ispirarsi proprio a Quisling. L'avvocato Erling Staff, dichiarò duramente: "Si tratta di una sentenza chiaramente compromessa dalla condanna di un'ideologia e di una fede". Comunque, proprio mentre il giudice Ivar Haug lesse la condanna a ventuno anni di carcere, il massimo della pena, Vikernes si limitò semplicemente a sorridere. Nella sua fantasia delirante, ma anche nell'immaginazione di tutti i suoi fans, da quel momento in avanti il Conte Grishnackh era diventato una superstar. A riprova di ciò, la notte successiva alla condanna altre due chiese vennero messe a fuoco. Poco prima della sua condanna e delle vicende ad essa collegate, inoltre, venne pubblicato (dopo più di 26 ore di registrazione) il secondo album della one man band Burzum: "Det Som Engang Var" (traducibile in italiano come: "Il tempo che fu"; inizialmente chiamato "På svarte troner" - "Sui Troni Oscuri"), di cui andremo a parlare oggi; un album avvolto dalle tenebre della follia, del sangue delle lotte fratricide. Sebbene fosse stato già registrato nell'aprile del 1992, il disco venne pubblicato un anno dopo presso la casa discografica dello stesso Varg, ovvero la "Cymophane?", a causa dei continui ritardi e della sostanziale incapacità gestionale mostrata dalla "Deathlike Silence" di Euronymous. Burzum diede quindi vita all'ennesimo parto discografico, lavorando sempre insieme all'ormai onnipresente  Pytten nelle vesti di produttore. "Det.." venne pubblicato dapprima in formato CD ed in un numero limitato di sole 950, copie per poi essere ristampato più tardi dalla "Mysanthropy Records" in versione CD digipak ed in versione LP limitata a 1000 copie con allegato il poster raffigurante l'artwork. Un'ulteriore versione in LP limitata sempre a 1000 copie venne poi stampata dalla "Back on Black". La copertina, in bianco e nero, è direttamente ripresa da un modulo del gdr "Dungeons&Dragons", chiamato "Il tempio del male elementale". Essa ritrae uno spaventoso portale le cui mura sono adornate da immagini demoniache, il tutto accerchiato da un cielo nuvoloso e solcato da lampi. La parte inferiore, nebbiosa, mostra sulla sinistra la stessa figura misteriosa ed incappucciata che troviamo nel primo inedito "Burzum".  La particolarità dei primi tre lavori di Burzum è che effettivamente "Burzum", "Aske" e "Det som engang var" presentano brani scritti in meno di un anno e non pubblicati in ordine: per tanto, il materiale presente in "Det som?" è  paradossalmente più vecchio di quello presente nel debut album. Altra particolarità di questo lavoro del Conte è il titolo dell'album, che viene presentato anche nel terzo full-lenght "Hvis lyset tar oss" sotto forma di brano e con una grafia diversa: "Det som en gang var". Addentriamoci dunque in questo nuovo viaggio nei meandri dell'oscurità più totale.

Den Onde Kysten

Le porte di questo secondo inedito -che non presenta la divisione del disco in due lati opportunamente rinominati, come abbiamo visto per i due precedenti - si aprono con "Den Onde Kysten - La costa del male", uno dei tre brani strumentali presenti in nell'album; composto nel gennaio del 1992, presenta una melodia concentrata in due minuti e venti secondi di dark ambient allo stato puro. Si alternano suoni tetri di tastiera a qualche schitarrata malinconica, un ensemble che crea un'atmosfera d'apertura a tratti isolazionista, misantropa nel suo incedere, colma di sentimenti negativi e recante con sé un generale senso di oppressione. Come abbiamo potuto vedere già negli articoli precedenti, fu sin da subito peculiarità di Burzum il puntare non solo sulla violenza effettiva delle composizioni; il Black Metal di Vikernes è un concetto astratto, impossibile da catalogare in pieno: riff freddi come la morte uniti a strumentali come questa, nelle quali è un'atmosfera tetra e desolante a vincere su tutto e tutti. Oppressione generata dalla melodia e non dalle chitarre a motosega. Un primo, importante "strappo" dal sentiero che i Mayhem tracciarono con "Deathcrush", lavoro invece noto per i riff allucinanti, il cantato estremizzato e dei testi colmi di violenza e parossistica esagerazione di stampo "Venomiano". Andando avanti nel suo percorso, Burzum ci svela dunque una nuova crescita, mettendo in musica la sofferenza e l'isolamento, facendo in modo di farci toccare con mano le gelide atmosfere della perdita d'ogni sogno e speranza. E' proprio questo, il senso di episodi come questa prima traccia: un sound sepolcrale, pregno di disillusione e disfattismo. Quel suono che potrebbe quasi identificare il lento dipanarsi del fiume Gjöll, nelle cui acque scorrono lame di spade. Fiume che possiamo scavalcare tramite il Gjallarbrú, il ponte d'oro custodito dalla fanciulla Móðguðr, strada capace di condurci verso il regno di Hel; la dea degli inferi, figlia di Loki e custode dell'Helheimr, l'aldilà della mitologia norrena le cui porte sono sbarrate.

Key to the Gate

E la cui chiave, astrattamente, la possiamo trovare in questo brano, ovvero "Key to the Gate - La chiave del cancello". Si tratta di un pezzo che risale all'agosto del '91, della durata di 5:14; i primi secondi di apertura sono caratterizzati da un riff tipico della cosiddetta "prima ondata" del Black Metal (Celtic Frost su tutti), accompagnato da blast beat concitati e qualche rintocco di crash. Notiamo un'alternanza di tempi che di seguito finisce con lo sfociare in un ritmo sempre più incalzante, il tutto unito al palesarsi della demoniaca voce del Conte. Arriviamo così al trentesimo secondo, in cui inizia imperante lo scream luciferino e disgraziato di Varg, accompagnato in background sempre dal concitato e reiterato blast beat e dal riff di inizio, il quale risulta in questo frangente molto più velocizzato. Sempre con un avvicendarsi di tempi e di grida, si raggiunge il culmine al minuto 1:07 momento in cui tutto si infrange, come un'onda su uno scoglio, in un suono molto più tipico del Nostro: una sorta di declassazione, tempi lenti in cui battiti di rullante e rintocchi di crash danzano parallelamente ad un riff di chitarra ripetuto e gelido. Al minuto 1:35 compare la voce quasi "pulita" di Varg, alternata a qualche parola emessa in uno scream forzato, sempre dotata di quel carattere gelido ed atipico. La marcia cambia direzione allo scoccare del secondo minuto. Mantenendo lo stesso tempo e con la stessa ritmica veniamo accompagna verso il minuto 2:37, momento in cui inizia un breve solo di chitarra e basso. Il tutto prelude alla presentazione del riff successivo, caratterizzato da un andamento più ""allegro"", sancito da rintocchi di crash che mutano, al minuto 2:50, in un blast beat funesto. Minuto 3:00, sopraggiunge un riff di chitarra davvero particolare, trasportatore, catartico ed innovatore, tipico esempio dello sperimentalismo del quale la musica di Burzum si è fregiata sino ad ora. Un riff pulito, quasi non si direbbe fosse stato composto da Varg, assimilabile ad un qualsiasi refrain tipico dell'Epic Heavy Metal classico. Una melodia cambia al minuto 3:59, divenendo più oscura e gelida. Viene mantenuta intatta una sorta peculiarità atipica.. un susseguirsi di note che dunque ci trasportano, mano nella mano, al termine del brano. Il testo è, senza troppe pretese, quello che vuole sembrare essere. Testuali le parole di Varg, con il quale abbiamo avuto l'onore di poter scambiare due parole tramite email circa le liriche ed il contesto generale delle parole. Il Conte ce lo descrive dunque cosi': "Hi Frederico, Well, I would say it's not very cryptic. It's simply a text about having different values and ideas than those embraced by the 'society', and how society tries to force you to fit into their 'format'. And also about how this can force you into depression, and even suicide. We are all individuals, and we are all different from each other. No society will be ideal for everyone, and everybody should not be forced to 'fit in' if they have other priorities. I guess that's it. Best, V.  PS. I was 18 when I wrote that text". Tradotto: " Ciao Federico! Non è un testo particolarmente criptico. E' semplicemente un testo riguardante l'avere differenti idee e valori rispetto a quelli abbracciati dalla 'società' e su come questa spinga ognuno di noi nel rientrare in questi schemi. Inoltre riguarda il come questa costrizione possa portare alla depressione, persino al suicidio. Ognuno di noi e' una persona a se stante, ognuno e' differente da un altro. Nessuna società andrà bene per ognuno, e nessuno dovrebbe essere forzato a rientrare negli schemi se si hanno diverse priorità [?] P.S. Ho scritto questo testo quando avevo 18 anni ". Insomma, una strenua difesa tenuta in favore di quella che è la sacrosanta libertà individuale di ognuno. Nessuno può costringerci ad essere ciò che non siamo, nessuno è in grado di mutarci e soprattutto nessuno dovrebbe neanche solo pensare di doverlo fare. E' importante conservare le proprie radici, preservare il proprio retaggio culturale, essere fieri di ciò che si è. Il nostro corredo spirituale è quanto di più sacro esista, non dobbiamo lasciare che qualcuno ce lo porti via.

En Ring Til Aa Herske

Ci addentriamo nel terzo brano, "En Ring Til Aa Herske - Un anello per regnare"; come possiamo intuire dal titolo, ritorna prepotente l'immaginario Tolkeniano molto caro al nostro Varg. Il brano, dal canto suo, si presenta con rintocchi di crash e cori simil-monastici, procedendo con un ritmo lento e cupo. Partono le grida del Conte al minuto 1:19, le quali aprono definitivamente il pezzo che, il minuto 2:30, si dipana in un riff ipnotico creato e suonato con l'intento di rapire, portando letteralmente l'ascoltatore in un altro stato mentale. Un riff che risulterà imperante per buona parte dei  7 minuti e 10 di canzone, la quale decide dunque di unire malvagità ed atmosfera in un letale unicum, che non ci lascerà scampo. Verso il minuto 3:43 ha dunque spazio un ritmo molto più decadente, il quale risulta unito ai cori di incipit, che ritornano magniloquenti. Urlo sgraziato e belluino di Varg che permette al brano di ripartire imperante mediante un riff sempre gelido ed ipnotico, sul quale ben si staglia il "lamento dell'orco", ovvero il cantato del Conte. Parallelamente ad un momentaneo stop del canto luciferino, dal minuto 5:00 abbiamo anche la comparsa dalla doppia cassa (riprodotta da una drum machine), coadiuvata da cori dannati in sottofondo. Var riprende dunque a cantare, in parallelo alla ripresa di una marcia molto più ipnotica, oscura e sostenuta, atta a rendere il panorama assai triste, logorato, sofferto. Dal minuto 5:58 possiamo addirittura parlare di un carattere "funeral doom" molto accentuato del contesto. Il tutto acuisce il leitmotiv del buon Varg, totalmente differente da quello dei suoi coevi. Il nostro punta molto sulle capacità della musica di creare particolari atmosfere, espediente che molto spesso avviene anche grazie a testi particolarmente adatti e mirati al compiersi del "dipinto". Un testo, in questo caso, che sottolinea come già detto la venerazione del Nostro nei riguardi del buon vecchio Tolkien: siamo in un bosco oscuro, accerchiati da alberi tetri e laghi dalle acque gelide come la morte, in quel luogo in cui Illùvatar (il Creatore, il "padrone del mondo") non può osservare cosa stia succedendo. Si parla dunque dell'ascesa del lato oscuro, dei due signori delle tenebre (Morgoth prima e Sauron poi) che complottano affinché la supremazia sia finalmente donata alle terre nere di Mordor. Un testo molto breve, quasi ricordante la fortumula di un Sabba: un testo in cui i Re di ogni terra si consacravano all'Anello, all'unico anello del potere. Legati per sempre all'oscura maledizione, dando inizio all'oscurità della notte dei tempi. L'ora è giunta, siamo nel cerchio nero e privi di difese. Schiere di orchi cavalcano minacciosi verso di noi, creature mostruose dominati da un cuore buio come la notte più tetra che potremmo mai immaginare.

Lost Wisdom

Inizia successivamente la quarta traccia di questo LP: "Lost Wisdom - Saggezza perduta", scritta e composta nel giugno del 1991 ed ormai entrata a far parte dei classici di Burzum. Si parte con un riff insolitamente catchy (orecchiabile), assai melodico, qualche battito di rullante e cassa della drum machine ipnotizzano l'ascoltatore e lo preparano all'avvento del definitivo riff sulfureo, funereo, caratterizzante della one man band, il quale si palesa al secondo 0:34 accompagnato dal solito canto straziato e demoniaco del Nostro. Arriviamo a metà brano, momento volutamente sancito da un cambio di ritmo magistralmente eseguito, un cambio di assetto assai particolare; passiamo da quel duo di riff iniziali ad uno molto più cupo e lento, anche più del tristo/funereo dipanarsi di note in precedenza ascoltato. Il brano continua con questa melodia reiterata, sebbene non stancante fino a quando, imperante,  al minuto 2:55 esplode di nuovo il grido del nostro, parallelamente ad uno "switch" di note molto più elettrizzanti che danno luogo ad un assolo coinvolgente, ipnotizzante. Sembra di essere in una fiaba ma ecco che il sogno si frammenta con un ritorno alle iniziali ritmiche funeree e quasi "doomeggianti", frangente apertosi con la combo di rullante-crash e presto sormontato da un canto luciferino. Il tutto ci accompagna dunque al termine del brano, con uno sfumare del suono, fino al suo stacco finale. Le sue parole presenti nel testo sono in questo caso parole di dissenso, odio ed astio nei confronti della Chiesa, rea di essere un organo profondamente oscurantista e dedito alla privazione della libertà di ognuno: oltre ciò in cui possiamo credere, oltre il nostro mondo, la nostra realtà, può esserci difatti molto, molto altro. Il tutto non è altro che la manifestazione dell'essenza, una manifestazione da noi percepita mai in maniera univoca. Ognuno può vedere nella manifestazione ciò che vuole, può percepirvi ciò che la sua anima gli suggerisce. Altre pianure esistono oltre il recinto del "senso normale" e delle strade comuni. Luoghi inizialmente sconosciuti ma non per questo meno reali di ciò che vediamo, tocchiamo o sentiamo. Una concezione rifiutata dalla cieca Chiesa, poiché non in riga con le parole del loro Dio, lo stesso Dio che vietò all'uomo la facoltà di conoscere. Sono parole pesanti, ricche di significato per chi sa intenderle; parole derivanti dal cinismo di Varg e dal suo puro sangue pagano, ribollente nella sua mente, per lui motivo di orgoglio. Un tutto accentuato da successioni armoniche decise e tristi.

Han Som Reiste

Siamo arrivati a metà album, momento in cui il nostro Lupo norvegese ci presenta "Han Som Reiste - Colui che viaggia", altro episodio strumentale che segna un punto importante nelle composizione di Burzum. Il brano, interamente ambient, anticipa quello che sarà il corso della one-man band nelle produzioni successive. Un pezzo che si sviluppa su un tema di synth che verrà ripreso dallo stesso Varg nella traccia "Ansuzgardaraiwô" contenuta nell' album "Hlidskjalf" del 1999. Un brano che sembra incentrato sulla volontà dell'uomo di partire alla ricerca delle sue vere origini, alla riscoperta delle sue imprescindibili radici. Le cinque note utilizzate da Varg fanno si che questo grido venga ascoltato, che gli antichi Dei siano benevoli nei riguardi del viaggiatore. Chiudendo gli occhi ci si immerge in un mondo isolato, per alcuni freddo per altri idilliaco, che si configura geometricamente nei confini propria mente. Un trionfo dell'immaginazione umana che rende gloria a quanto di più intrinseco possa esistere nella propria specie, sottolineando il binomio semplicità-bellezza. Varg è maestro in questo senso, riesce con poco a creare atmosfere uniche, in questo caso descrivendoci senza parole un viaggio fisico e mentale incentrato sulla scoperta della nostra vera essenza. Chi siamo, dove andiamo, perché.. questa strumentale sembra conservare in sé ogni tipo di risposta, sembra poterci svelare il significato ancestrale del nostro senso di inadeguatezza nei riguardi della contemporaneità. Che sia veramente questa, la nostra natura? Quella di viaggiatori mai stanchi? Forse. E' certo comunque il fatto che, decidendo di non muoversi mai, decidendo di rimanere confinati entro i recinti nominati nel brano precedente, non si potrà mai conoscere nulla di importante e profondo. Perché limitarsi a vivere in quella che ci viene propinata come "realtà"? Ognuno deve essere libero di trovare la propria.. viaggiando, abbandonando i sensi a queste note, lasciandosi andare senza timore di perdersi.

Naar Himmelen Klarner

Proprio camminando a nostra volta  ci dirigiamo quindi alla sesta track del disco: "Naar Himmelen Klarner - Quando i cieli si schiariscono"; terzo brano strumentale dell'inedito, composto nel febbraio del 1989, assume quindi la peculiarità di essere il pezzo più vecchio dell'intero album. Si sviluppa in 3 minuti e 51 secondi, e  questa volta coinvolge i canonici strumenti: quindi chitarra, basso, e batteria. Nella sua semplicità disarmante presenta un ritmo lento, cupo, quasi doom, singolare e molto coinvolgente. L'ascoltatore viene spinto nuovamente a mettersi in viaggio; il cielo è nuvoloso, il sole oscurato dalle nubi ricche di acqua e prossime allo svuotarsi, alle spalle c'è la nosrta casa ed avanti c'è il mondo. Chi non sa dove andare è impossibile che si perda, e proprio per questo non dobbiamo avere paura. Viaggiare significa letteralmente approcciarsi al mondo con uno sguardo adamitico, conoscere, sperimentare, toccare con mano. Trovarsi a vivere una situazione tutta nuova, scoprire il fascino di approcciarsi ad essa. Mettersi in gioco, cadere, rialzarsi.. ancora una volta, pur non dicendo assolutamente una parola, il Conte riesce nell'intento di costruire una storia dalla trama ben delineata. Verrebbe quasi da pensare che le due strumentali fossero praticamente un unico pezzo, se non fossero state composte (come abbiamo già visto) in momenti differenti. Un bello spettacolo in due atti che ha dunque avuto il pregio di presentarci una sostanziale peculiarità della musica di Burzum: quella di essere fortemente elitaria, in grado d'esser compresa dai pochi che, effettivamente, abbiamo il coraggio di viaggiare per trovare la loro vera essenza, non limitandosi solo a ciò che sentono dire e vedono "da sempre. Il cammino prosegue, prossimi a raggiungere la meta.

Snu Mikrokosmos Tegn

Il cielo inizia a schiarirsi e ci addentriamo nel penultimo brano: "Snu Mikrokosmos Tegn - Gira il segno del Microcosmo". Si inizia con una marcia imperante di doppia cassa e chitarra, ensemble che ci propone una violenza e una cattiveria atipiche per certi versi, almeno fino ad ora, per quel che è stato il nostro viaggio all'interno dell'album. Si aggiunge ben presto lo scream luciferino del nostro a condire con ulteriore grimness (ferocia) la situazione. Il riffing dominante -simile a quello di "Dies Irae" di Bathory- viene surclassato al minuto 2:06 da un cambio di assetto melodico e ritmico, non tanto per quel che concerne il blast beat, visto che è il riff generale a mutare pelle. Il suono prende un ritmo molto più nefasto e altisonante, accompagnato da un sistematico abbassamento della melodia ; il tutto coadiuvato dalle urla del nostro, sparse qua e là. Arriviamo al minuto 5:30, in cui cori oscuri viaggiano su di un nuovo cambio di atmosfera, la quale mantiene intatte le sembianze pacate ascoltate già in precedenza ma questa volta molto più gelide, "ghiacciate" dalla superba maestria dei vocalizzi di Varg che si sovrappongono al canto in scream sgraziato, quasi sofferente. L'ensemble ci permette di entrare in uno stato mentale favorevole e propedeutico all'elevazione dello spirito; i cori si fanno più presenti e sebbene non mutino e tendano a ripetersi, ci rimangono impressi per magniloquenza, scavando nella nostra mente, radicandosi in essa. Questo clima frigido quasi ci porta al termine del brano, se non fosse per  il ritorno della doppia cassa che, fungendo da "gong", ci risveglia dall'ipnosi acustica venutasi  a creare, sino allo sfumando definitivo che preannuncia il termine della track. Il testo è un vero e proprio manifesto di divergenza del Nostro verso la società che lo circonda: troppo tranquilla ed apatica per i suoi gusti, Varg sottolinea infatti il suo pensiero cardine, quello di "portare il buio nella luce" (Il sovvertimento del microcosmo, titolo della canzone) vero e proprio intento del progetto Burzum. Non c'è altro tranquillità lì fuori, dove regna la luna.. sembra quasi un sogno. Nessun pericolo circonda il Nostro, il bosco è totalmente privo di qualsivoglia sfida o avversità. Nessun lupo, nessun orso, nessun troll. Il nulla cosmico che respira e si fa udire, con i suoi fastidiosi rantoli. Il protagonista prova ad aspettare.. il nulla respira di nuovo, apatico e quasi scostante. Arriverà un giorno in cui ci sarà la notte definitiva, la notte e lui, proprio in quel momento, il Nostro potrà viaggiare fino all'inferno. La fine dei giorni e la vittoria suprema delle forze oscure. Non ci è dato sapere se Varg auspichi una sorta di Ragnarok.. sta di fatto che la monotonia lo sta letteralmente uccidendo, ed egli brama un confronto. Come già dichiarato in tribunale, egli avrebbe trovato onorevole morire in battaglia. Un guerriero vichingo votato alla guerra, che mal tollera i momenti di pace.

Svarte Troner

Eccoci dunque arrivati al termine del disco, il quale viene chiuso da un brano quasiu strumentale: "Svarte Troner - Troni Neri". Un brano che pochi riescono a sopportare e soprattutto a capire, vista la sua natura sfuggente, complessa ed assai inquietante. Di fatti non ci troviamo dinnanzi ad un brano vero e proprio, come potevano esserlo gli altri: "Svarte.." è un pezzo a dir poco terrificante, gelido, nebbioso, maligno.. in generale, potete tranquillamente affibbiargli tutti i tipi di sinonimi ed altri aggettivi atti a descrivere una terrificante oscurità. Come finire in bellezza, se non con un bel brivido che, partendo dal centro della spina dorsale, si ramifica verso tutto il nostro corpo? Sono esattamente due minuti abbondanti di suoni ininterrotti e non ben definiti, quasi scelti senza una soluzione di continuità. Suoni orribili accompagnati da una voce opacizzata e lugubre, la quale emette faticosamente lettere e -in certi casi- frasi aspirate e sofferenti . Quasi Varg avesse voluto farci vedere com'è fatto, l'inferno: rumori assordanti e cori maledetti, lamenti di anime fustigate a morte mediante fruste infuocate. Lacrime di sangue versate dagli occhi, viscere rigurgitate.. musica quasi priva di parole che riesce comunque a comunicare più di quanto molti testi "imponenti" saprebbero fare. Il tutto prosegue dunque in questo modo, provando le nostre orecchie e facendoci ansimare per la fatica, salvo concludersi quasi  concludendosi con un suono simile ad uno spiffero d'aria, unito in sottofondo allo sferragliare di una motosega non poco malandata ed arrugginita.

Conclusioni

In definitiva, "Det som Engang Var" è sicuramente considerabile come un vero e proprio capolavoro; certamente non troppo discostante dall'opera prima del Lupo di Bergen, ma comunque più impegnato ed atto a sfruttare, in termini di qualità maggiore, tutti gli espedienti che il Nostro riversò nel suo debut album. Se l'intento era di far vivere un'avventura immaginaria, con questo album Burzum ci è riuscito alla grande. L'imperante ed ormai caratterizzante qualità lo-fi, ancora una volta assai ben sfruttata, è anche in questo caso una conditio sine qua non dell'intero progetto, il quale non vuole certamente stupirci per tecnica raffinata e pulizia sonora.. ma riesce comunque a farci muovere pur stando seduti, catapultandoci in altre dimensioni che nemmeno avremmo mai potuto sognare. I riff movimentati e talvolta lenti da un lato, i blast beat concitati ed espressivi conditi dalla voce tipica del nostro, il tutto poi unito ad una magistrale capacità di esecuzione del basso.. un intero ensemble calibrato al millimetro, strumenti e voci ispiratissimi che rendono un album nato in un periodo non proprio tranquillo, un vero e proprio blasone dorato. Anzi, diamantato, un disco che pone letteralmente le basi per quelli che saranno i lavori futuri del Conte e non solo. La sempre più presente sonorità dark ambient preannuncia quel che il progetto Burzum sarà, e di conseguenza quel che Varg diverrà: un musicista per nulla scontato, banale o prevedibile. Tutt'altro, un fine sperimentatore, una mente geniale da troppi sottovalutata. Non troppo raramente Varg viene ridotto a macchietta o simbolo fine a sé stesso; un "clown" sul quale fare dell'humor nero, una figura sulla quale in troppi sono abituati a scherzare, non sapendo però nulla delle sue produzioni musicali. Le quali, possiamo dirlo, sono letteralmente offuscate dalla sua "fama" personale. Un vero peccato, perché in troppi potrebbero imparare più di qualcosa, da album come "Det Som Engang Var". Quanto accaduto tra Varg ed Euronymous è stato sicuramente terribile ma, ancora una volta, siamo qui per giudicare la musica, il personaggio, non certo la persona; che sia giusto o sbagliato, quanto accaduto non ha sicuramente intaccato l'animo rivoluzionario ed innovatore del nostro, il quale si rivela in questo secondo LP ed ancora una volta un vero e proprio condottiero/alfiere della fiamma nera. Innovando e proponendo, permettendo al Black Metal di mutare la sua anima. Un disco che al contempo è Black Metal ma che contemporaneamente già preannuncia ciò che il genere sarebbe diventato nel corso degli anni! Se non fosse per lo scream magistrale e per l'ambientazione venutasi a creare, diremmo senza dubbio di trovarci dinnanzi ad un genere estremamente più camaleontico e complesso, ben più pregno di sperimentalismo di quel che furono album (comunque ottimi) suoi contemporanei e predecessori. Lasciatevi semplicemente travolgere da questo mondo parallelo, da questa dimensione oscura.. fatevi abbracciare dalla nebbia, perdetevi nei boschi, siate come quella figura incappucciata che vaga nella foresta, alla ricerca della chiave del cancello. Abbandonatevi, quindi, al ritmo gelido ed imponente della musica, e perdetevi in quelle parole che, per quanto si possa dire, avevano, hanno ed avranno per sempre quella peculiarità filosofica/decadente, quella profondità e quella sensibilità tipiche del nostro  ma francamente atipiche per un ragazzo così giovane.

1) Den Onde Kysten
2) Key to the Gate
3) En Ring Til Aa Herske
4) Lost Wisdom
5) Han Som Reiste
6) Naar Himmelen Klarner
7) Snu Mikrokosmos Tegn
8) Svarte Troner
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