BURZUM

Belus

2010 - Byelobog Productions

A CURA DI
FEDERICO PIZZILEO
06/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Ci eravamo lasciati alle prese con l'ultimo lavoro di Varg Vikernes, pubblicato nell'ormai lontano 1999. Come ben possiamo ricordare, si era detto che il nostro aveva decretato, con la pubblicazione di "Hlidskjalf", una rottura sostanziale con il mondo del Metal, definendo quest'ultimo sempre più incline a vedute troppo "ampie" (le incorporazioni "rap" del Nu, i nuovi sound Alternative) o comunque "giustificate" dalla voglia di far cassa. Un movimento ormai spoglio della sua carica rivoluzionaria, che tendeva (in quegli anni) pericolosamente a perdere i propri valori primari, quelli che furono in grado di definirlo: spirito di protesta, emancipazione, libertà nei riguardi di una società soffocante. Un'involuzione che non piacque al Lupo di Bergen, per il quale l'intero movimento stava ormai perdendo pericolosamente di credibilità. Qualcosa stava comunque per cambiare, ma per capire fino in fondo le dinamiche dell'ulteriore evoluzione della carriera del Nostro, è necessario compiere un salto temporale di ben 11 anni, durante i quali Varg continuò a rimanere nell'ombra della propria cella (come ho ben spiegato negli articoli precedenti), assieme al suo progetto Burzum, il quale (come il suo fondatore) venne messo "in letargo" e di fatto non vide la luce per molto tempo. Improvvisamente, poi, come un terremoto, la svolta decisiva:  24 maggio 2009, Vikernes viene definitivamente scarcerato, libero di iniziare una nuova vita. Un cammino intrapreso insieme a sua moglie Marie Cachet ed i suoi quattro figli, un cambiamento che iniziò subito con un cambiamento di nome. Esatto, avete capito bene: una "correzione" anagrafica che dunque ribattezzò il nostro con il nominativo di Louis Cachet. Sebbene il cantautore continui ancora a riferirsi a sé stesso come Vikernes, secondo alcuni tabloid norvegesi il "cambio" avvenne in concomitanza del rilascio, a causa di alcune possibili ritorsioni "postume". Varg dà tutt'oggi la colpa ad "avvocati sin troppo avidi", tuttavia il cambio generale gli fu utile per "disperdere" momentaneamente le tracce, facendo in modo che nessuno potesse trovarlo reperibile e dunque cercare di "riesumare" reati che il Nostro aveva ormai scontato dopo due decadi passate in prigione. In molti, difatti, cercarono di "monetizzare" sulla sua persona, intentando nuove cause (poi naufragate) per i vecchi roghi di chiese. Insomma, un nuovo inizio in tutti i sensi, sia personale, sia famigliare, sia "legale". Dopo quel decennio di vuoto, il nostro ritornò più imperante che mai, con la pubblicazione (nell'8 marzo 2010) dell'album di cui andremo a parlare in sede: "Belus", il definitivo ritorno sulla scena di Burzum. Un full-length pubblicato nello stesso anno di uscita di album importanti come "Axioma Ethica Odini" degli Enslaved, "Demonoir" dei norvegesi 1349 ma anche (passando per l'underground del metallo nero) di "Estorat Taghoot" della band Al Namrood, black metallers provenienti dall'Arabia Saudita nonché band famosissima per la sua denuncia pubblica nei confronti dei reati dell'Islam (e che straconsiglio, a tutti gli amanti del genere Black e Folk). Insomma, la scena era sempre in fermento, nessuno era stato a braccia conserte e nessuno aveva di certo bloccato la sua Arte per aspettare il ritorno di Varg. Un ritorno col botto, il quale recò con sé e sin da subito non pochi dubbi e domande. Effettivamente, pochi sono gli artisti che sono riusciti, dopo ben 11 anni di fermo artistico, a riprendere dal proprio passato e portare in auge il loro suono emblematico. In merito a questo, lo stesso Varg (nel suo blog personale) annunciò qualche tempo addietro l'uscita di questo nuovo disco, con cui sarebbe (stando alle sue dichiarazioni) ritornato alle radici, di fatto "tradendo" quanto detto all'epoca di "Daudi.." ed "Hlidskjalf", tornando ad abbracciare dunque gli stilemi più tipici del suo sound. Inizialmente, il titolo per questo nuovo lavoro sarebbe dovuto essere "The White God" o "Den Hvite Guden" (traduzione in norvegese) ma il Nostro, capendo bene che un nome del genere (il quale, per lui, rappresentava solamente uno pseudonimo del dio della luce Baldr) avrebbe potuto scatenare un autentico putiferio, facendolo nuovamente accusare dei razzismo e filo-nazismo, si vide costretto a dover utilizzare il titolo che ormai tutti noi conosciamo. In spiegazione alla scelta del nome ultimo, lo stesso Varg scrisse sul proprio blog che il tutto era da ricondursi ad alcuni dei tanti nomi con i quali veniva etichettato proprio il Dio della luce o Dio bianco, una figura "iniziata" da una divinità denominata proprio Belus, di origine indoeuropea. Baldr sarebbe stato quindi un suo "discendente", come del resto molti altri dei; tra i tanti suoi "corrispondenti" ricordiamo infatti Bel (nella mitologia mesopotamica), Apollo (mitologia greca) e Belobog o Byelobog (nella mitologia slava). Una sorta di opera storiografica, dunque, che portò Varg a coniare questo titolo. E proprio come in una sorta di coerenza (voluta o meno), sebbene non ci sia dato saperlo, questo suo settimo LP venne distribuito proprio dalla "Byelobog Productions" a causa della chiusura della storica "Misanthropy Rec.", avvenuta agli inizi di questo  secolo e dovuta alla scelta della fondatrice Tiziana Stupia di dedicarsi unicamente al ruolo di sacerdotessa pagana, ruolo che svolgeva all'interno di una comunità. Il platter consta di ben otto brani spalmati in cinquantadue minuti continui, presentandoci certamente un Black Metal "canonico" ma per molti versi totalmente differente rispetto ai primi lavori del Conte. Sebbene la registrazione avvenne, come di usanza, negli studi "Grieghallen" di Bergen con la cooperazione dell'onnipresente Erik "Pytten" Hundvin (il quale, nel tempo in cui il Nostro era stato in prigione, aveva collaborato in qualità di produttore alla registrazione di album imprescindibili come "Pure Holocaust" degli Immortal ed "Eld" degli Enslaved), il suono risultò sin da subito decisamente migliorato, più nitido e sicuro, con meno distorsioni di chitarra e voce, in un ensemble equalizzato abbastanza bene anche grazie all'aiuto nel mixaggio di Davide Bertolini e l'apporto nel mastering di Tim Turan. Prima di avviarci all'ascolto, diamo un'occhiata all'immagine di copertina, nata dalle mani del Lupo di Bergen e di Adrian Wear (un grafico di cui non si sa poi molto); un'immagine emblematica che nasconde intrinsecamente il significato di "rinascita": perché si, effettivamente qui abbiamo una rinascita in tutto e per tutto. Varg è appena stato scarcerato e quindi pronto è pronto a cominciare una nuova vita nella società che lo aspetta; "Belus" rappresenta la fenice che rinasce dalle sue ceneri dopo ben undici anni di fermo e due album strumentali non del tutto acclamati. Tutta una serie di concetti che riguardano la vita nella sua interezza, che rimandano al paganesimo dal Conte tanto amato (la presenza del dio della luce Baldr). Questi elementi non potevano che essere rappresentati meglio se non da un'immagine del genere, in cui una luce abbagliante spunta da dietro un tronco massiccio che, altrimenti, ne occluderebbe la vista; come sempre negli artwork del Conte, poi, ci ritroviamo in una foresta di abeti imponenti i quali, in questo caso, sembrano accompagnare i raggi solari tra le proprie fronde, non ostacolandoli.  Subito risalta, inoltre, un logo differente; un logo che adotta caratteri più "elfici" se vogliamo, differenti da quelli "mordoriani" ai quali fummo abituati sin dal primo disco. Particolare che stupisce, insieme alla numerazione di ogni singolo brano, sul retro del CD, in numeri romani. Dovute premesse fatte, avviamoci dunque all'ascolto del disco.

I. Leukes Renkespill (Introduksjon)

Questo nuovo viaggio concettuale è di fatto avviato con la opening track: "I. Leukes Renkespill (Introduksjon)" (L'intrigo di Leuke - Introduzione). Un titolo che nasconde un nome a noi famigliare, dato che "Leukes" altro non è che un modo alternativo di chiamare Loki, dio dell'inganno e della discordia. Il brano risulta essere un'intro atipicamente ambientale, in cui a farla da padrone è un semplice suono; un qualcosa di estremamente particolare, il quale sembra ricalcare lo scivolare di una biglia di vetro, "giocata" dalle mani del destino, lasciata cadere a terra. Un suono che viene proposto in un ciclo continuo, messo definitivamente in loop per una trentina di secondi. Un'atmosfera che non calza con il testo associato nel libretto e scritto in norvegese (come del resto tutti gli altri testi), il quale ci introduce ad un'immagine differente da ciò a cui potremmo pensare, udendo questo rumore. Il rombo di un tuono si dipana nell'aria, elettrizzandola, lasciando che un bastone cada sul terreno, colpendo la testa di un serpente. Questo scenario potrebbe di fatto essere allegorico, rappresentare un'allusione alla notizia che diede Frigg al dio sbarazzino Loki. Quest'ultimo, travestito da donna anziana, si fingeva "curioso" ed in realtà cercava di estorcere informazioni sugli oggetti che avrebbero potuto scalfire il dio della luce, reso invulnerabile a tutto meno che al vischio. Appresa la notizia, immediatamente Loki si dirige nel giardino di Asgard, trovando in una quercia un rametto della tanto agognata pianta.

II. Belus' død

Così, dopo poco più di trenta secondi, veniamo portati alla seconda track dell'opera: "II. Belus' død" (La morte di Belus, anche conosciuto soprattutto con il nome di Baldr, come già visto). Prodotta a cavallo tra il 1993 ed il 1994 a Bergen, non è nient'altro che il rifacimento di quel brano strumentale e composto di synth che abbiamo incontrato nell'omonimo "Daudi Baldrs". Questa volta, però, veniamo immediatamente introdotti al brano da un suono di chitarra, il quale recita di fatto e pienamente le note che abbiamo già incontrato nel "vecchio" brano, facendolo rivivere. Successivamente, il doppio pedale subentra in lontananza e con poca violenza, ben coadiuvato anche da "rintocchi" di tom. Quasi inaspettatamente torniamo a riascoltare la voce del Conte che appare, in tutta trasparenza, molto più matura e meglio registrata che in passato. Sebbene lo scream sia presente, la peculiarità del "vecchio" tratto luciferino viene a mancare per dare di fatto il benvenuto ad una resa vocale differente, ma di tutto rispetto. La voce viene accompagnata dunque in background dall'intero ensemble strumentale, dal quale spiccano poi rintocchi di crash e piatti che acuiscono la tensione avvertita in quei momenti all'assemblea degli Aesir. Improvvisamente, la voce in pulito (quasi come un recitato) appare misteriosa dopo una leggera pausa, ma ecco ancora il cantato estremo del Nostro riemerge in tutta la sua potenza, in concomitanza del ritornello, momento in cui il testo viene scandito in maniera avvolgente e profonda. Si continua impavidi ed imperanti con la stessa melodia e lo stesso ritmo, ed in tutta coerenza raggiungiamo la metà del brano; volenti o nolenti, possiamo dire che il tutto è caratterizzato da un suono "statico" di chitarra, alcune volte interrotto ma solamente per far tornare ancor di più in pompa magna il suono dominante, il quale ci accompagna quindi verso il termine, caratterizzato dall'allontanamento delle dita dalla chitarra; un espediente che riproduce un suono - così dire - "liberatorio", capace di rilasciare tutta la tensione accumulata sino ad ora. Ci troviamo, dal punto di vista del racconto ed in maniera del tutto lapalissiana, a continuare quanto si era iniziato a narrare nel testo precedente. Loki, una volta direttosi nel giardino, scala l'albero con fare irruento, quasi aspettasse da anni quel preciso momento. Siamo circondati da alberi da frutto dei più svariati, il sole risplende nel cielo e tocca la nostra pelle rigenerandone ogni minima cellula; gli uccelli cinguettano festaioli insieme agli altri Dei per la festa iniziata in onore di Baldr, tutti sono allegri ed ovviamente ancora all'oscuro di quanto era prossimo ad accadere. Raggiunta la cima della quercia, il dio "stregone" (appellativo che Varg attribuisce a Loki) trova il vischio "malvagio", e prontamente ne recide alcuni rami con le forbici, lasciandolo cadere il tutto sul tappeto di erba ai piedi dell'imponente albero. Cosi ha inizio tutto, con l'invocazione degli spiriti e la recitazione dell'incantesimo da parte dello stregone, il quale tiene nella mano la potenza del Sole, l'oceano di luce che rende fertile la Terra. Baldr è inconsapevole del fatto d'essere ormai nelle mani del suo acerrimo nemico, e di essere prossimo alla morte. Proseguendo la lettura del testo, dunque, arriviamo alla conclusione che Varg, in questo suo lavoro, farà ampio uso di allusioni. Trasformando Loki nella figura dello Stregone, il male della terra come la foglia di vischio e la potenza del Sole racchiusa nella mano nella capacità di Loki di decidere della morte del figlio di Frigg (Baldr), tutto prende quel senso logico che ci accompagnerà in questo viaggio.

III. Glemselens Elv

Un riff ipnotico sorretto da un leggero tremolo picking di sottofondo della chitarra ritmica, qualche pedalata sul charleston e di conseguenza il delinearsi di un sound di sei corde figlio dei migliori viaggi trascendentali, ci introducono al terzo brano: "III. Glemselens Elv" (Il fiume dell'oblio, scritta ed ideata nella prigione di Tromsø nel 2008). Immediatamente, subito dopo i primi secondi d'ouverture, la melodia della prima chitarra si fa più "statica" (tuttavia in una variazione leggerissima), portandoci al primo minuto in cui i battiti di tom si aggiungono a quelli dei piatti; improvvisamente tutto il background sonoro tace, tranne la chitarra in foreground. Il ritmo scandito da rintocchi di crash, ponderati e ben assestati, ci fanno arrivare al cantato in scream del nostro, che con quel fare profetico e sulfureo mischia perfettamente le due componenti del brano: da una parte la sensazione di desolazione e frustrazione per la morte del dio, dall'altra la tematica avventurosa tipica di determinate saghe e leggende. Ancora una volta, continuando con lo stesso ritmo, ci si ripresenta poi il cantato "recitato" del Conte, proprio come avvenuto nel pezzo precedente. Un modo di fare assai "liturgico": sembra come se il Conte stesse invocando qualcuno o qualcosa, come se stesse personificando lo stregone narrato in precedenza. Si continua dunque il viaggio con la stessa particolare melodia fino al quarto minuto, in cui il riff principale cambia leggermente, portandoci presso una sezione assai particolare. La fedeltà intrinseca agli stilemi della fiamma nera rimane inalterata, tuttavia la voce sublima una sorta di atmosfera glaciale che viene comunque aumentata dall'invariato cambio di melodia. Il tasso tecnico, notiamo, si è alzato abbastanza da rendere il tutto più interessante. All'ottavo minuto circa, poi, il Conte sembra quasi voler iniziare un tapping, in una sorta di assolo,  rendendo ridondanti quelle note ripetute quasi fino allo spasimo. L'epicità è qui resa come la narrazione musicata di un viaggio, caratterizzata da un sonoro perfettamente avvolgente. Il testo è, di fatti, un racconto stilizzato ed al contempo una sorta di monologo interiore. E' morto il Dio della Luce, è morto ed ogni creatura, vivente o meno, dimostra il proprio cordoglio e profondo dolore. L'anima della divinità dipartita vaga in una terra in cui il Sole è morente e la Luna fioca è prossima allo spegnimento. Ogni animale presenzierà al funerale mentre la salma verrà disposta in una tomba di pietra, prossima alla pira funeraria. Il freddo ed il gelo pervadono ogni cosa, l'inverno ha vinto (il trabocchetto di Loki) e l'Estate muore inesorabilmente insieme al pianto della Madre Terra (la morte di Baldr).  La nave tomba dunque salpa per il suo ultimo viaggio, scomparendo dietro le nuvole, verso occidente, terminando il suo percorso giungendo nelle profondità dell'Helheimr. Il Dio racconta di provare freddo e solitudine; in quegli abissi solo le ombre nascono e vivono, è troppo buio e solo le bestie striscianti riescono a sopravvivere (un'allusione al Miðgarðsormr altresì chiamato Jörmungandr, figlio di Loki, che al momento del Ragnarök avvelenerà il Mondo sorgendo dalle acque). In quel luogo, guardandosi attorno, si notano ovunque i morti vestiti di bianco che riposano in grandi e pesanti lastre di pietra, intonando una specie di canto. Il Dio, continuando il suo monologo, promette di ritornare, un giorno. La Luce ritornerà quando l'anima dell'Inverno sarà più labile e pronta a lasciar spazio ad una tiepida Primavera.

IV. Kaimadalthas' Nedstigning

Il platter viene diviso quindi dalla quarta track: "IV. Kaimadalthas' Nedstigning" (La discesa di Kaimadaltha - scritta ed ideata nel 2009 a Bø i Telemark), la quale si presenta come un colpo alla testa, sfruttando un riffing work veloce e reiterato, accompagnato da un doppio pedale veemente di sottofondo. La linea di basso è presente più che mai ed incornicia perfettamente il cantato del nostro che, fin da subito, come un fiume in piena, straborda il testo in uno screaming graffiato ma ben percettibile, non eccessivamente grezzo. L'atmosfera di tensione venutasi a creare viene in qualche modo placata da alcuni secondi sparsi, frangenti in cui il ritmo pugnace viene sostituito dal solo suono dei doppi piatti e dal recitato del Conte, rendendo perfettamente l'impresa di creare un qualcosa di solenne ma di fatto lasciando subitamente il posto agli stilemi precedenti. Giungendo così fino al termine del secondo minuto abbiamo una parentesi che consta di quasi un minuto nella quale, in un leggero climax sonoro di sottofondo dato dalla batteria, il testo cantato in pulito viene introdotto ad una sovrapposizione di un'altra voce in stile recitato, portandoci alla prima metà del terzo minuto, in cui le sei corde intonano un ritmo più pulito e non prettamente Black Metal, il quale personalizza a grandi linee il brano, rendendolo quasi avant-garde, con tutte le dovute distanze e differenze. Come di consueto, l'ensemble viene ripetuto fino quasi a raggiungere l'esagerazione, sebbene sia stato eseguito in modo eccellente. Belus è morto ed ora Kaimadaltha (Hermoðr), suo fratello e suo inconsapevole carnefice, viene incaricato di scendere nel Kelio (Helheimr). Il dio cieco, come sappiamo, venne ingannato da Loki il quale lo spinse a partecipare ad un singolare tiro al bersaglio. Baldr si divertiva infatti a farsi lanciare contro di tutto, per testare la sua invulnerabilità. Non volendo partecipare per via della sua cecità, Hermodr venne spinto però da Loki a scagliare la freccia di vischio. Non potendo vedere né sapere del tallone d'Achille di suo fratello, il dio cieco partecipò volentieri, condannando a morte il consanguineo. Per espiare le sue colpe si offre dunque di scendere nell'aldilà, per portare indietro l'anima di Baldr. Il viaggio è lungo e tortuoso, verso quel regno dell'oscurità. Ed una volta varcata la soglia ci si accorge subito della rovina di quel luogo: il cielo è plumbeo, l'aria è pesante, lungo le pareti lunghe lance appuntite adornano mura spettrali, mentre sulle panche numerose cotte di maglia si avvolgono. Le ceneri del rogo del fratello si trovano sotto i suoi piedi, sul terreno, mentre i morti silenti siedono forzati ed obbligati rimanere lì, a viaggiare nelle distese solitarie di quel mondo. L'impavido si incammina verso la sala del trono, spalancando la porta di quella camera di pietra; il tetto è ricoperto di scudi, elmi, cinture, spade e pugnali, ed in lontananza si intravede la figura sfocata di una donna (la figlia di Loki, regina di quel regno: Hel). Al di fuori di quel posto ferruginoso, su un albero, lo stregone (Loki) china la testa e riceve il sacrificio dei morti: una vacca urla e sanguina senza sosta mentre quel losco figuro raccoglie i suoi doni; elmi, dolci, vestiti, rune e versi, frutti secchi e cotte di maglia permettono di aprire le porte della bianca tomba.

V. Sverddans

Ecco che, come prima, un bel riff deciso delle sei corde con palesi influenze death/thrash, quasi assimilabili all'intro brano "Pleasure to Kill" dei Kreator, ci accoglie nel quinto brano: "V. Sverddans" (La danza delle spade, scritta ed ideata nell'ormai lontano 1989 a Bergen; questo fa capire l'influenza death più che presente in quel periodo della vita di Varg). Su quel suono d'incipit si staglia immediatamente una sorta di canto sussurrato e graffiato (stile Nocturno Culto) del Nostro, che recita il testo quasi come se, di nuovo, si fosse alle prese con una sorta di racconto. Il ritmo varia, a tratti diventando quel giusto più veloce ed atto rendere il brano violento, ma non allontanandosi troppo dal Black puro e minimale. Un leggero fermo degli strumenti aiuta a riassettare le idee e a ripartire imperanti, proprio come una giusta colonna sonora per una battaglia che subito, a partire dal primo minuto, riparte con un leggero riff virtuoso che incornicia l'interezza della Track; il tutto viene scandito da precisi rintocchi di crash, ben calibrati e disposti. Sicuramente un momento, questo, di acme della capacità tecnica con la chitarra da parte del Nostro, un musicista di tutto rispetto. Si riprende con l'ouverture già presentata all'inizio, raggiungendo la fine del brano quasi in modo inaspettato. Il pezzo, come si può intuire dal titolo, è il racconto della lotta, quella tra l'Inverno (Loki) e l'Estate (Baldr). Una foresta è il luogo del ritrovo e tutto sembra ormai scritto, l'Inverno è debole ed il lupo e l'orso soccomberanno al tepore dell'Estate, rappresentata da una luce abbagliante. Inizia la battaglia, l'aria si elettrizza e le spade vengono sguainate e librate nell'aria; fuoco e fumo, grida e sofferenza ci saranno, e nulla potrà essere più fermato. Lo stesso stregone che poco tempo prima aveva recitato la parte dell'impavido ora scappa tra gli alberi in cerca di un riparo, lanciando dietro di sé le foglie e la fuliggine, per riuscire a depistare l'Estate e la Luce.. ma presto il Sole splenderà, egli verrà sconfitto e vi sarà la nascita di un Mondo Nuovo.

VI. Keliohesten

La tracotanza dello stregone verrà ripagata cara e molto presto, già nel brano successivo, ovvero "VI. Keliohesten" (Il cavallo di Kelio, scritta nel 2008 a Tromsø), nel quale Baldr avrà la sua vendetta definitiva. Una leggera plettrata glaciale e fulminea ci inizia all'ascolto della traccia, creando una forte atmosfera; almeno finché il doppio pedale di staglia in maniera decisa su tutto il resto insieme alla prima chitarra, la quale lo accompagna con una melodia anch'essa d'impatto e molto particolare. Quella sinfonia d'incipit viene dunque interrotta già dal primo minuto con un cambio di ritmo e note, rese decisamente più spettrali e figlie dei lavori d'inizio carriera del Conte. La voce straziata e quasi sussurrata narra delle vicende percorrendo le righe del testo, quando fulmineo il tempo diviene più "allegro" grazie all'uso concitato, alternato e dinamico del doppio in un ensemble di rara perizia esecutiva. Come di consueto, la ripetizione di questo trancio di brano diviene il tratto distintivo del pezzo tutto: pertanto, in modo spasmodico (seppur per niente noioso), arriviamo alla conclusione accompagnati dall'aria grezza e minimale creatasi. L'Inverno è stato sconfitto, finalmente, e la neve inizia il suo lento scioglimento mentre tutte le creature dell'Estate danzano e gioiscono del ritorno della stessa. Circondati da una sorta di foschia che accompagna il levar del Sole, abbassando lo sguardo, si scorge dal basso giungere uno spirito (Kelio, anche conosciuta come Hel) che cavalca il suo destriero per preparare l'umanità, facendo tremare ogni sasso.

VII. Morgerøde

Eccoci arrivati verso il traguardo con il penultimo brano: "VII. Morgerøde" (Alba, scritta nel 2009 a Bø i Telemark), il quale viene aperto da una melodia ipnotica data dall'esecuzione delle sei corde insieme ad un leggero uso del doppio pedale, e qualche battito di tom / crash. Un tutto che incornicia / cesella il suono, trasportandolo al momento successivo, in cui un piccolo riff di chitarra consacra il brano ad uno dei migliori dell'album, già sul nascere. La voce graffiata fa la sua apparizione e come il primo atto di uno spettacolo teatrale apre il sipario, svanendo però quasi subitamente e lasciandoci ad un cambio di melodia. L'aria diviene più penetrante e gelida, come il brivido profondo e glaciale che accompagna in un sodalizio eterno il levare del Sole ogni mattina. Di nuovo appare alle nostre orecchie la voce pulita, la quale recita il testo, susseguita da un ritmo più pacato e quasi funeral doom. Tuttavia, l'ensemble si distanzia presentandoci un qualcosa di più sporco e veloce; sebbene apparentemente simile agli Evoken del loro album di debutto "Embrace the Emptiness" del 1998. L'oscurità sta calando e l'occhio inizia a discernere in quell'ambientazione ciò che appartiene alle tenebre e ciò che invece viene dal Sole; il bosco si risveglia, le fronde degli alberi sembrano prender vita data la fresca brezza mattutina e all'orizzonte un colore bianco ed azzurro si leva nel cielo, dipingendone la sua totalità. E' quasi giorno e noi giungiamo al termine di questo ennesimo brano. L'Inverno è terminato, la notte è passata e l'Estate è arrivata con l'alba del mattino, seguente di Primavera. Il lutto è terminato ed ogni creatura della Terra percepisce questo grande ritorno: le lepri corrono libere nel prato, la natura si risveglia, i fiori e l'erba crescono rigogliosi sul tumulo di pietra. In lontananza ad est, oltre la cima delle montagne più alte, si scorge un Sole Rosso che, come un imperatore, estende la sua luce su tutto il mondo.

VIII. Belus' Tilbakekomst (Konklusjon)

Con l'ultimo brano del LP, ovvero "VIII. Belus' Tilbakekomst (Konklusjon)" (Il ritorno di Belus - Conclusione, anch'essa scritta e prodotta nel 2009 a Bø i Telemark) si conclude definitivamente questo viaggio, continuando in modo del tutto coerente con le prime note atte ad introdurci un episodio solamente strumentale. Riprendendo le note precedenti, troviamo nell'ouverture un cambio di melodia facilmente tracciabile in cui viene acuita, da parte del Conte, la glacialità del ritmo e del sound dato dalle sei corde. Non troppe note pretenziose e nemmeno troppo oscure, ma semplicemente cariche di tensione. Improvvisamente, la seconda chitarra leggermente distorta viene eliminata lasciando spazio ad un ensemble complessivo caratterizzato da un vuoto strano, anche se per poco, data la ripresa immediata, ma che disperde tensione di chi ascolta. Finalmente Belus ritorna da chi aveva abbandonato, il cielo è cristallino, gli uccelli cinguettano, i corvi volano in aria come sempre hanno fatto prima di quell'accaduto. Un leggero venticello incornicia quell'atmosfera carica della felicità e dell'impazienza degli Aesir, soprattutto della madre (Frigg) e suo fratello che attendevano questo momento da molto, troppo tempo. Come era stato anticipato, dalle ceneri del Vecchio Mondo ne è rinato uno Nuovo; mentre noi terminiamo, con quell'insieme melodico reiterato fino allo scandire dei nove minuti e (poco più di) trenta secondi, questo viaggio. Si conclude quindi la storia del redivivo Dio della Luce, Belus.

Conclusioni

A conti fatti, possiamo in definitiva parlare di un ritorno più che deciso ed importante del cantautore di Bergen, il quale (dopo tanti anni di prigionia scontati per - ricordiamo - l'omicidio del chitarrista dei seminali Mayhem, Øystein "Euronymous" Aarseth) può finalmente disporre dell'ambiente adatto alla creazione di musica e soprattutto di un ensemble svariato di strumenti, ai quali accedere senza le restrizioni dovute alla vita carceraria. Un ritorno più imperante, che rivede poi e definitivamente la partecipazione dell'onnipresente Pytten, il quale spennella allegramente nel disco la sua esperienza in materia di recording, definendo definitivamente il suono del progetto del nostro. L'elemento di "distacco" più importante, difatti, è dato proprio dalla resa sonora. Mentre nei precedenti lavori siamo stati sempre abituati a quel suono "raw" e talvolta volutamente distorto, qui si parla invece di una qualità audio senza precedenti, naturalmente se si parla di qualcosa di circoscritto al solo Burzum. Parlando di esecuzione, poi, notiamo come il concept generale, unito a dei testi magnifici e a questa importante qualità sonora, abbia reso questo ritorno come uno di quelli tra i più riusciti nella musica. Una degna consacrazione, un ruolo importantissimo per questo "Belus", senza ombra di dubbio il disco al migliore dell'era post-prigione. Quello che, sostanzialmente, avrebbe dovuto essere lo sviluppo in chiave più Black di un album come "Daudi Baldrs". L'idea del nostro di creare un full-length composto da un'introduzione ambientale ed una conclusione strumentale, infatti, delinea comunque la sua ferrea volontà di raccontare alle persone delle storie appartenute alle sue genti ed al suo retaggio culturale, senza alcun secondo fine propagandistico o politico. L'ensemble emozionale che scaturisce dal perfetto connubio fra esecuzione ed idea del concept, poi, risulta essere una chiave di volta importante per comprendere a fondo la maturità musicale e personale di un Varg dedito a testi abbastanza criptici per i non addetti ai lavori, nonché a riff certo minimali ma anche atmosferici, le cui sensazioni si dipanano a corrente alternata. Come del resto succede anche dal punto di vista vocale, in quell'alternanza stupefacente fra voce graffiata / scream  e quella in pulito, con la recitazione ed il sussurrato. Dopo i proclami, dunque, una scelta di coerenza con le proprie radici. Una coerenza nel modus operandi e nel sound che di fatto amplifica la grandezza di questo artista poliedrico il quale ha scelto, dopo molti anni, di ritornare a sé stesso senza alcun ripensamento, sebbene le precedenti affermazioni. "Belus" può infatti essere facilmente associato a molti dei lavori storici del Conte, quindi alla profondità di "Hvis Lyset Tar Oss" ed alla brillantezza atmosferica di "Filosofem", rimanendo però un lavoro a sé stante, l'inizio di una nuova era. Una favola musicata in maniera impeccabile e magistrale, degna di essere il sottofondo perfetto per un viaggio, magari inaspettato, ma degno di essere vissuto. 

1) I. Leukes Renkespill (Introduksjon)
2) II. Belus' død
3) III. Glemselens Elv
4) IV. Kaimadalthas' Nedstigning
5) V. Sverddans
6) VI. Keliohesten
7) VII. Morgerøde
8) VIII. Belus' Tilbakekomst (Konklusjon)
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