BURNING NITRUM

Molotov

2014 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
18/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

Il thrash made in italy ha sempre suscitato grande interesse in Europa e nel mondo, nonostante molti metalheads della nuova (e purtroppo della vecchia) guardia non abbiano mai fatto troppa attenzione alla florida scena estrema che sin dagli albori del genere troneggia fiera ed indomabile nel mondo Metal tricolore. Sarebbe opportuno, per chi è a digiuno di metallo pesante tipicamente italico, ricordare quanti e quali nomi possano tutt’oggi farci sentire orgogliosi di essere nati in questo stivale, divenuto negli anni un vero e proprio anfibio grazie alla sconsiderata velocità di gruppi come Bulldozer, definiti nientemeno che da  Olve Eikemo (per gli amici Abbath, frontman degli Immortal) come degli “eroi”, per non parlare poi della follia thrash venata di speed-punk dei capitolini Fingernails, da poco tornati in pista con una formazione che sa di storia e di tempi d’oro (il reintegro di Marco “Bomber” Santoni ne è un chiaro esempio). E come non citare l’oscura coltre di velocità e malvagità dei liguri Necrodeath, definiti da Phil Anselmo come uno dei migliori gruppi estremi di sempre? Potremmo continuare per ore, amici metalheads, anzi, per giorni: Schizo, IN.SI.DIA, Incinerator.. e chi più ne ha, più ne metta! Una scena di tutto rispetto, un thrash variegato capace di accontentare tutti i palati, dai più raffinati ai più intransigenti, dai più calmi ai più vogliosi di potenza, un panorama tutto da scoprire e da gustarsi, gruppo dopo gruppo. Or dunque, una Storia con la S maiuscola. Ed oggi, il panorama, come si è evoluto? Non perdendo di vista e dalle mani la nostra lente di ingrandimento, possiamo notare come una nuova compagine di band stia pian piano prendendo sempre più piede all’interno del nostro paese e si stia preparando per conquistare (nuovamente) l’Europa, per portare alto ed orgogliosamente il blasone che tanti eroi hanno provveduto a fornirgli. I toscani Violentor e Sofisticator, i romani HI-GH, i romagnoli Game Over: i presupposti ci sono tutti, perché la fiamma non smetta di ardere, e che anzi intensifichi il suo calore / potere distruttivo. Sempre di thrash parliamo, e sempre di assalti sonori. “Percuotere”, ravvivare gli animi di decine di metalheads affamati di pogo ed headbanging.. non è semplice e neppure una “passeggiata”. E proprio ad onorare la Tradizione e a spalleggiare i loro colleghi in questa “risalita” dei nostri giorni sono chiamati i pugliesi Burning Nitrum, nome roboante ed ispiratore, monicker che raccoglie attorno a se cinque validi guerrieri, giovanissimi, massicci, affamati e sanamente arrabbiati, vogliosi di far vedere a tutti che c’è posto anche per loro, in questo mondo di borchie e sfide all’ultimo decibel. Formatisi il tredici febbraio duemiladieci tramite iniziativa del loro cantante Dave Cillo, i nostri, dopo una girandola di formazioni e vari cambi di line-up (dei membri “originari” è rimasto in combo, tutt’oggi, unicamente il batterista Dario D’Ambrosio) riescono a raggiungere una stabilità concreta e sicura grazie all’apporto di validi e giovanissimi musicisti come Francesco Vivarelli (chitarra ritmica), Alessandro De Rocco (chitarra solista) e Nico di Molfetta (basso), apporto con il quale la band vede il suo esordio discografico, datato trenta Aprile 2012, momento in cui il loro EP “Pyromania” vede la luce e consente al nome “Burning Nitrum” di essere conosciuto e preso in considerazione: molte riviste Metal descrivono questo lavoro come uno dei più interessanti nell’ambito degli “esordienti”, indicando la band come una delle formazioni giovani (di sedicenni si parlava, pensate) da tenere maggiormente sott’occhio per il futuro. Passa un anno e la line-up cambia di nuovo: Alessandro lascia il gruppo ed al suo posto subentra il nuovo chitarrista solista, Walter Lanotte. Inseritosi ed ambientatosi il nuovo membro, i nostri giovanissimi thrasher riprendono fierissimi la loro marcia, rilasciando nel 2013 il singolo anticipazione “Turning to Ashes (Nothing Stands Still)”, tellurico antipasto del loro primo full-length. Il pezzo viene giudicato molto positivamente dalla critica e soprattutto dagli amanti della old school, piacevolmente sorpresi e conquistati dalla carica e dal saper imporsi con gli artigli e con le zanne di questo giovanissimo complesso. La formazione cambia nuovamente: il bassista Nico lascia, il suo successore Angelo Fiore viene integrato nel gruppo, ed il quintetto è pronto a conquistare il grande pubblico con il suo primissimo full-length, prodotto dalla “Punishment 18 Records”, che già dal nome fa capire molte cose; un nome schietto, di impatto, semplice, facilmente memorizzabile, capace di incutere timore reverenziale e soprattutto dotato di forte carica evocativa. Molotov, questo il nome della prima fatica (la prima di molte, assicurato) di questa formazione pugliese, è un disco che già nella sua veste grafica si presenta come un elemento da non prendere sotto gamba. Se si è, difatti, amanti di un certo tipo di tradizioni ed “ere”, osservando l’illustrazione in copertina non sarà difficile riconoscere la mano di un autentico maestro del settore cover, quell’Ed Repka autore di disegni leggendari capaci di conquistare l’immaginazione di intere generazioni di metalheads. Basti pensare alle opere create per band come Death (“Scream Bloody Gore” e “Leprosy”), Megadeth (l’indimenticabile Vic Rattlehead di “Peace Sells” e “Rust in Peace”, tanto per far due nomi a caso), o ai vortici infernali realizzati ad hoc per “Eternal Nightmare” (Vio-Lence) e Massacre (“From Beyond”). E potremmo continuare ancora: Sanctuary, Municipal Waste, Evildead.. una nota di old school che farà sicuramente piacere agli appassionati di vecchia data, e che garantirà ai più giovani un biglietto A/R per scoprire le radici, ed i tempi che furono. Dunque, la bomba è innescata, il dado è tratto, il Rubicone è alle nostre spalle e lo abbiamo sorpassato armati di Molotov. Caliamoci nei meandri di questo debutto e lasciamo che i nostri chiodi stridano a contatto con le veloci note dei Burning Nitrum!



Un vociare animato ed una melodia inquietante ed incalzante ci presentano immediatamente la prima traccia del lotto, Subversive Nausea, poco più di un minuto in cui le chitarre dialogano fra di loro ricamando una trama assai fitta e tenebrosa, una tetra “ninna nanna” in grado di farci guardare attorno preoccupati, ansiosi, come se da un momento all’altro possa succedere qualsiasi cosa: un assalto improvviso da chissà che predatore, un’esplosione improvvisa.. tutto. In questo senso, i nostri si dimostrano non solo degli strumentisti di tutto rispetto, ma anche e soprattutto dei musicisti abili a tingere le loro note di personalità, vogliosi di esprimere qualcosa che non sia puramente ricerca e cura del sound o abilità tecnica. Una intro di un minuto, eppure densamente evocativa, in grado di dare alla luce un pathos non indifferente. Se volevano incuriosire i loro ascoltatori con un inizio particolare, direi che il loro intento è riuscito alla perfezione. I Buring Nitrum riescono a mostrare, anche in così poco tempo, una sensibilità compositiva di tutto rispetto, chiara derivazione di un intento – progetto solido, alle loro spalle. Un pezzo creato ad hoc, con lo scopo di suscitare determinate emozioni nell’ascoltatore, il tassello di un mosaico ricamato secondo un proprio codice di auto regolamentazione e non figlio di una sorta di cultura dell’obbligo “true”, che vedrebbe nel Thrash unicamente un motivo / occasione per dar sfogo ad un’aggressività non si sa mai quanto vera e quanto, in fin dei conti, fittizia. Il disco di propone bene, non c’è che dire! Attesa e suspance ampiamente ripagate con l’inizio vero e proprio: la seconda traccia, Remote of Death, si presenta in una veste particolarmente duplice: se da un lato riusciamo a constatare l’effettiva ruvidezza del genere thrash grazie ad un drumming forsennato e ad un basso massiccio e pesante (nel senso buonissimo del termine), dall’altro possiamo riscontrare nelle chitarre, oltre ad un abilità niente male di macinare riff pesanti e martellanti, una sorta di eleganza tipica della chitarra Heavy, lato questo mutuato sicuramente dall’ammirazione che i giovani thrashers provano per colossi del genere come i Judas Priest, fra i grandi dell’Heavy maggiormente vicini ad un sound più speed ed aggressivo. Il sound ben curato in generale ci lascia quindi assaporare un brano quasi tendente al double face, due volti complementari, ora Heavy ora thrash alla maniera soprattutto americana. La voce del frontman Dave sembra, difatti, nella sua particolarità quasi un tributo a due grandi vocalist storici della bay area e della zona di new york, personalità del calibro di Paul Baloff e Bobby “Blitz” Ellsworth. Se da un lato il suo modo di cantare è incentrato su di una profonda aggressività, debitrice agli Exodus prima maniera, dall’altro è possibile spesso udire da parte sua degli acuti caustici e stridenti, in perfetto parallelo con quel che è questo brano, tanto aggressivo quanto elegante nei suoi momenti più heavy. Va elogiata inoltre una splendida non prevedibilità del batterista, concreto e sicuro, ma anche in grado di esprimersi e di mostrare una tecnica niente male. L’assolo è poi il fiore all’occhiello di questa traccia, particolare e mai banale, che si snoda agilmente lungo i tempi dettati dalla sezione ritmica ed arriva a terminare, verso la fine del brano, in un momento quasi “arabeggiante”, riprendendo vagamente e leggerissimamente lo stile di un maestro come Andy LaRocque. Una serie di arpeggi di gusto a tratti barocco chiudono il pezzo, riportandoci alla mente il clima di tensione e pathos instaurato dalla traccia precedente, “Subversive Nausea”. Dal punto di vista lirico ci troviamo, poi, dinnanzi ad una composizione impegnata, complessa quanto la sua base musicale. Il testo difatti è in grado di fornirci quasi una duplice chiave di lettura, riconducente comunque allo stesso tema, quello dell’essere succubi di un qualcuno o di un qualcosa e della conseguente “morte” alla quale andiamo incontro proprio per non aver preservato il nostro libero arbitrio da agenti contaminanti. E’ un brano che può essere inteso sia come una sorta di denuncia contro i poteri forti, rei di soggiogare il popolo anziché fornirgli un governo saldo ed affidabile, instaurando un regime totalitario basato su paure fantoccio con le quali dominare la massa, costringendo tutti (tramite lavaggio del cervello e campagne elettorali) a credere che loro siano la cura ad ogni male, sia  come una sorta di cronistoria di una vita di rimpianti, la vita di un uomo che alla fine dei suoi giorni si ritrova a lottare contro i suoi demoni e fantasmi cercando in tutti i modi di scappare, pur essendo conscio del fatto che ormai è troppo tardi per allontanarli come ha sempre fatto (“They are so strong, your lives in their hand, the chances you had, now they've got your soul! Now you cry, in despair, soul under earth, Like a fool you've been enslaved!” – “Sono così forti, la tua Vita è nelle loro mani, hai avuto le tue occasioni, ora possiedono la tua anima! Piangi, disperato, la tua anima è sotto terra, come uno sciocco ti sei fatto incatenare!”).  Senza indugi proseguiamo con la terza traccia, Apocalypse of Pain, dall’incedere perentorio ed ineluttabile, costruita abilmente sull’alternanza “thrash – heavy” notata già in precedenza. Tuttavia, i nostri sembrano premere maggiormente sull’acceleratore ed intendono sottolineare magistralmente il loro status di thrash metal band, lasciando ad una ritmica forsennata il compito di dettare i tempi e di costruire un tappeto sonoro sul quale lasciar esprimere le asce, in questa circostanza maggiormente orientate sul versante più aggressivo, à la Overkill primissima maniera passando per i Sodom anni ‘90, quelli di “Rotten to the Core” e “Better Off Dead”, per intenderci: riff semplici e serrati, di impatto, che sfruttano a dovere il lavoro di basso e batteria per lanciarsi in un dialogo bilanciato e mai eccessivo fra chitarra ritmica e solista, dialogo nel quale nessuno cerca di prevalere, anzi. Il fine è quello di ricavare una cavalcata thrash veloce e tagliente, non certo una sorta di sterile gara “a chi è più veloce”, e possiamo senza indugio affermare che l’intento è stato più che mai raggiunto! . Cori aggressivi accompagnano poi la voce di Dave, in questa occasione maggiormente meno ruvida ed impostata su registri leggermente più alti che nella scorsa track. Sempre ottimo il drumming di D’Ambrosio, fino ad ora un’autentica macchina del ritmo ma anche un degno conoscitore dello strumento che suona, senza tralasciare la “voce” della chitarra di Walter, chiara e priva di sbavature, la quale può contare su un validissimo compagno come Francesco, in grado di ricamare gli assoli con una ritmica piena e sicura. Essere un chitarrista ritmico è complesso quanto essere un chitarrista solista, è bene che si sappia e che venga sempre sottolineato. Il basso di Angelo dal canto suo partecipa fieramente a questo scatenato toxic waltz, imponendo la sua presenza a mo’ di monolite inscalfibile ed indistruttibile. Un connubio perfetto, che rende “Apocalypse of Pain” un brano veloce e tirato, figlio di una tradizione speed-thrash di grande spessore, uno dei singoli d’eccezione che può trainare perfettamente l’album garantendo l’alimentazione della volontà d’ascolto in chi lo acquisterà. Ancora una volta ci troviamo dinnanzi ad un testo incentrato (e questa volta chiaramente) sulle vicissitudini tipicamente esistenziali dell’essere umano. L’Apocalisse del Dolore è in questo caso l’evoluzione della negatività, la crescita instancabile del mostro dei rimorsi, un’obnubilazione totale con conseguente annichilimento dell’essere. Un tetro carosello al quale prendere parte, ricordando quanto di peggiore sia accaduto nella nostra vita.. e quanto siamo stati effettivamente in grado di fare, per evitare tutto ciò. Poco, molto poco: il dolore ci trascina così in un nostro personalissimo clima apocalittico nel quale, sigillo dopo sigillo, ci ritroviamo a dover affrontare noi stessi ancora ed ancora, perdendo sempre e comunque, ormai totalmente in balia di “quel che sarebbe potuto essere”. Quando si lascia scegliere alla sorte il nostro destino senza mai obiettare, senza mai alzarci in piedi scegliendo di determinare da soli la nostra vita, sarà sempre troppo tardi (“Apocalypse of pain, feeling weaker and weaker again, my mind in despair, that's  what my conscience says! Burning alone! Remorse taking my soul away, <Now is your turn!> Leave me, 'cause I'm burning!” – “Apocalisse del Dolore, mi sento sempre più debole, ancora.. la mia mente disperata, questo è ciò che dice la mia coscienza! Sto bruciando da solo! Il rimorso strappa via la mia anima, <ora è il tuo turno!>, lasciamo in pace, sto bruciando!!”). Dopo questo splendido assalto sonoro, assistiamo ad un repentino cambio di clima con la traccia numero quattro, High Speed Bangers, introdotta da un arpeggio malinconico e “goticheggiante” che non a torto ci fa pensare a composizioni quali “Black Horsemen” del mai troppo celebrato King Diamond o magari, volgendo il nostro sguardo più al “nuovo”, a diversi lavori del francese Psychocalypse, autore di un black metal a tratti molto melodico e sconfinante nel depressive. Innesto “anomalo” niente male, che procedendo come una sorta di crescendo rossiniano abbandona molto presto il clima dimesso per far spazio ad un riff che senza indugi ci introduce al brano “vero e proprio”: riff forsennati, doppia cassa e basso frastornante ci trascinano questa volta in un contesto maggiormente più cadenzato, martellante, “preciso” e battente quanto un martello su di un’incudine. Una splendida alternanza di dinamiche prettamente speed-heavy “sporche” e quell’incedere massiccio e sicuro tipico di molti brani thrash. La velocità viene quindi “mitigata” (ma solo leggerissimamente) da quest’andatura, che cattura il brano e permette nuovamente a Dave di declamare minaccioso i versi della canzone, coadiuvato da cori massicci ed urlanti. Dal canto suo, il bravo vocalist riesce anche ad assumere quasi un tono di velata “ironia” nelle sue parole, adoperando gli acuti a mo’ di “risata di un joker”. Una poliedricità di stili e toni notevole, questo possiamo dirlo senza troppe riserve. Il brano risulta articolato e composto in maniera magistrale: verso il minuto 3 e 43 assistiamo a quel che in un certo senso è la summa perfetta della poetica del brano in questione, momento in cui velocità e cadenza si fondono per dare il vita ad un qualcosa di splendidamente sconvolgente, che inviterà le nostre teste a muoversi all’unisono. Dopo un assolo splendidamente eseguito, il brano si avvia alla conclusione esprimendo appieno, questa volta, il verbo della velocità, tramutando questi ultimi trenta secondi in un vero e proprio assalto in musica, un mitragliatore carico pronto a sparare sui nostri corpi tutti i suoi caricatori. Abbandonate momentaneamente le tematiche più introspettive, i nostri decidono di proporci un bellissimo testo circa la classica vita del thrasher ed in generale del metallaro, spiegando come ci si sente a vivere come noi: perennemente col fuoco nelle vene, dotati di un’inesauribile voglia di divertirsi e di darsi a quella sempre appagante good friendly violent fun decantata dagli Exodus, quella sana consapevolezza di ritrovarsi nel moshpit con un unico intento, DIVERTIRSI. La parola d’ordine per ogni buon thrasher e metalhead che si rispetti, e sfido chiunque a dire il contrario. Dinamici, amabilmente pazzoidi, senza regole, ribelli. Questi siamo noi, il Metal è la nostra bandiera.. perché dovremmo avere timore a sventolarla? Forse per colpa della “morale comune”? O magari per paura di essere “giudicati”? Bando alle ciance ed uniamoci ai nostri amici Burning Nitrum in una danza selvaggia a suon di decibel d headbanging, in barba ai ben pensanti e a chiunque cerchi in tutti i modi di ammazzare il divertimento del prossimo (It's something in the blood which grows inside and something heavy and strong, and moshing harder and feeling's taking the thrash power grows in veins / It's something you'd kneel but full of pride” – “E’ un qualcosa che cresce dentro, nel sangue, qualcosa di tosto e forte! Che preme insistente, senti il potere del thrash che ti cresce nelle vene! E’ un qualcosa al quale ti inginocchierai, ma pieno di orgoglio!”). Si riapproda su lidi di purissimo thrash metal con la successiva Lying Until the End, che non rinuncia ad adottare una sorta di stile cadenzato (udibile soprattutto nelle linee di batteria), ma decide nuovamente di procedere verso orientamenti più prettamente votati alla velocità e all’aggressività tipicamente thrash metal, non lasciando sfuggire ogni tanto un’anima Heavy che i nostri non voglio (giustamente) tenere troppo celata. Il pezzo si mantiene lineare per tutta la prima parte, offrendoci su di un vassoio d’argento la prova che ogni appassionato si aspettava: thrash speed che ripesca a piene mani dagli albori del genere (primissimi Metallica in special modo, Mustaine era. Dal buon Dave i Burning Nitrum hanno sicuramente imparato l’importanza di composizioni NON prevedibili o troppo “asciutte”), unito comunque ad un sound fortemente incentrato sulla personalità più che sull’emulazione. Un sound frutto di una ricerca importante, mutuato dalla passione per il genere ma comunque intriso di forte gusto personale. Subito dopo dei cori anthemici (“ooh! Ooh!”) la chitarra si lancia in un piccolo assolo di Priestiana memoria, salvo dare il via ad un nuovo assalto sonoro che questa volta sembra quasi sconfinare in territori prettamente “Slayeriani”. La batteria comincia a picchiare forsennatamente, le chitarre fanno loro il detto “pedal to the metal” e pigiano l’acceleratore, il basso rende il tutto magnificamente corposo ed aggressivo, un capovolgimento di prospettiva che ben si allinea con la personalità poliedrica di questa band. Un brano, dunque, diviso in due parti, ciascuna delle quali figlia di due modi di concepire il thrash metal: da un lato un thrash speed stile bay area, dall’altro un thrash intriso di maggiore violenza e di maggiore impatto. Le lyrics ritornano nuovamente ad affrontare un problema più prettamente intimo, delineandosi questa volta come un’invettiva diretta più che una riflessione: si parla di menzogne, bugie, tradimenti, tematiche molto care al genere (come non ricordarsi delle celeberrime “Liar” dei Megadeth e di “Practice What you Preach” dei Testament), proprio perché il Metal in toto affonda le sue radici nella Verità e nella schiettezza, non certo nel compromesso e nella paura della censura della Buoncostume. I nostri ragazzi ci vanno giù pesanti, con delle parole taglienti come rasoi che condannano i traditori e chi fa della doppia faccia il suo stile di vita prediletto, non curandosi delle sofferenze che questa sua condotta può causare nel prossimo. La morale è: “meglio voi che me”, ma i Burning Nitrum non sono d’accordo, e non le mandano certo a dire a chi invece vuole peccare di presunzione facendo un po’ troppo il furbo, il classico “furbetto” del quartierino, per capirci. La punizione sarà inevitabile, anche quando si crederà di averla fatta franca, la vita ci ghermirà nel buio e quando meno ce lo aspettiamo, come nemmeno sua sorella Morte è in grado di fare (“Try to live your life this way, but how are you thinking you're satisfied <Try!> You're just a liar, your life is devoured, oh you're now finally gonna taste some fear!” – “Cerchi di vivere in questo modo, ma come puoi pensare di essere soddisfatto? <Ci provi!> Sei solo un bugiardo, la tua vita verrà divorata, oh, finalmente stai gustando un po’ di paura!!”). Scrittura diretta e senza fronzoli, l’ideale per un genere che ha sempre puntato sul uno stile coinciso e mai troppo dispersivo. Altro momento strumentale del disco, la successiva Falling into Slaveryriprende quello stile sommesso e malinconico già udito all’inizio di “High Speed Bangers”, delineando, dopo la furiosa invettiva contro i bugiardi del brano precedente, un clima del tutto diverso, ennesimo cambio di atmosfere che ci sorprende e ci lascia piacevolmente rapiti nell’ascolto. Proprio perché limitare un qualsivoglia genere ad una sola tematica è concettualmente ed intellettualmente sbagliato, i Burning Nitrum decidono di prendersi un altro momento tutto per loro, adattissimo a mostrarci la loro versatilità. Il sound delle chitarre sembra nuovamente assurgere a preludio di un qualcosa di più grande che avverrà in seguito, chitarre che ora tessono arpeggi sommessi ma subito dopo cercano in qualche modo di farli “esplodere”, salvo poi riportarli sui binari iniziali, sino a spingersi ad una conclusione col botto (praticamente una intro per il brano successivo) che abbandona i toni melanconici per riproporre a tutti noi del sanissimo thrash violento ed arrabbiato. E’ come trovarsi in una galleria d’arte ove i generi pittorici vengono sapientemente accolti ed accostati senza barriere né pregiudizi. Se inizialmente possiamo quasi essere rapiti da quelle note leggiadre e commoventi come una folata di vento autunnale, note che delineano un caldo paesaggio d’alberi spogli e viali bruni, proseguendo ed ammirando dell’aggressività finale veniamo messi dinnanzi a tutt’altri disegni. L’aggressività del fuoco e degli elementi primordiali, tempeste, temporali, terremoti. Il tutto cambia, fornendoci dapprima un buon momento di introspezione e subito dopo, proprio per non farci rilassare troppo, ci ributta nella mischia dove dobbiamo ancora dare moltissimo alla nobile causa dell’headbanging. Dopo quest’altra splendida parentesi strumentale, è il momento di goderci quindi la traccia successiva. Veloce e senza troppi giri di note (e di parole), Slave of Lustfa la sua comparsa e si presenta a tutto campo come uno degli episodi di maggiore potenza di tutto “Molotov”, irrompendo nella scena con un riff tagliente e serrato, mescolato ad un drumming a sua volta in perfetta linea con il modus operandi delle asce. Aggressività presto mitigata da un nuovo momento in cui è la cadenza a farla da padroni, ma non per molto. Dopo aver trovato quasi un perfetto equilibrio fra i due elementi citati in apertura, il brano prosegue dritto e senza problemi, fornendoci anche un momento in cui poter udire la sezione basso / batteria quasi in “solitaria”, proprio per ricordarci l’importanza di due elementi. La voce di Dave irrompe nuovamente sulla scena bilanciando come sempre alla perfezione gravosità e toni alti, declamando furiosamente i versi della canzone. I toni divengono maggiormente più aggressivi verso il minuto 3:24, il momento del moshpit per eccellenza, dove il tutto sembra subire un’accelerata improvvisa ancora maggiore della precedente, contesto di potenza dove la chitarra di Walter dialoga con quella di Francesco in maniera magistrale; le due sei corde si dividono i compiti, alla ritmica il compito di mantenere la situazione sempre magnificamente aggressiva, alla solista quello di rendere l’impeto addirittura elegante e ricercato grazie ad una spiccata vena Heavy, un po’ come avveniva anni fa, durante gli esordi di gruppi come i Running Wild o i Blood Money, certamente interessati alla potenza delle nuove tendenze estreme ma con il cuore sempre e comunque affogato nei suoni magici e selvaggi della NWOBHM. Dopo un’altra occasione in cui riusciamo a sentire basso e batteria dialogare (seppur “timidamente”) fra di loro, ci avvicendiamo all’eclettica conclusione del brano, costruita in modo tale da risultare quasi come un conto alla rovescia. Il riff ricamato dalle chitarre suona quasi come un’ineluttabile countdown, la voce di Dave passa da toni cupi ad altri ben più alti, ed il tutto si avvia al finale. Un inizio al fulmicotone ed un finale maggiormente sommesso, non c’è che dire, questi ragazzi sanno come non essere monotoni e come farci appassionare al loro lavoro! Tornano le invettive tipiche del thrash e questa volta ci si scaglia contro chi fa della Lussuria la sua bandiera da ostentare. “Ma tutti sono liberi di fare ciò che vogliono”, direte voi. Vero in parte, visto che i Burning Nitrum giustamente si scagliano contro chi è schiavo della propria “libertà”, di chi fa di un certo modus vivendi un distintivo non per sua scelta, ma per scelta di una società del consumo e di una televisione onnipresente, unica giudice e giuria capace di decidere cosa è vero e cosa no. Riflettiamo: grazie all’approvazione dei mass media viviamo in un mondo dove sembra addirittura giusto concedersi (sia maschi sia femmine) per un pugno di euro o per far carriera come modelli e modelle, dove è addirittura normale che un uomo di quarant’anni stia con una sedicenne perché “è vero amore”. Ad essere condannati sono tutti questi comportamenti a dir poco degradanti, i comportamenti tipici di una generazione vuota, priva di valori o di punti di riferimento, incapace di staccare il proprio cervello dalle baggianate ascoltate grazie alla “magica scatola” che con le sue luci e le sue finte promesse ci ammalia e ci sottrae quanto di più prezioso abbiamo, ovvero il libero arbitrio, quello puro ed incondizionato, non quello presunto e dedotto da qualche “consiglio” (“Greed, vanity, lies, act as society will say. Sex for money, sex for fame, leave the love in pain. Betray your love you're stereotyped by TV image <Slave of your lust> You think it's freedom <Slave of the rule> Have sex be cool” –“Avidità, vanità, bugie, ti comporti esattamente come ti ordina la società! Sesso a pagamento, sesso per fama, lasci l’amore immerso nella sofferenza. Tradisci l’Amore, sei stato stereotipato dalle immagini della TV! <Schiavo della Lussuria!!> Pensi che sia libertà <Schiavo della Regola> fare sesso è la moda!”). Si presenta sulla stessa riga del riff – “conto alla rovescia” udito verso il finale di “Slave of Lust” il brano successivo, Sparkling Splatter, introdotto da un riff turbinante che dà il via ad un pezzo maggiormente lineare del suo predecessore. Proprio per questa sua compattezza, il pezzo fila liscio e velocissimo senza troppi scossoni o cambi di clima, rendendosi un altro singolo perfetto da estrapolare dal contesto, un gran bel biglietto da visita, uno scorcio magnifico di un panorama assai variegato ed impegnativo da assimilare. Le chitarre fanno il loro mestiere trascinando l’intero complesso dietro il loro incedere sicuro e spavaldo, sorrette da una sezione ritmica che anche più che in precedenza si rivela solidissima e capace di reggere un peso incredibilmente ampio. La voce di Dave è ancora una volta trascinante e graffiante, perfettamente a suo agio nell’insieme, che in questo caso punta, più che sulla varietà, sulla concretezza e sulla scorrevolezza. Non certo un difetto, per carità: è bene ogni tanto comporre un pezzo maggiormente più anthemico e semplice degli altri, proprio per accontentare tutti gli appassionati, fra di loro non certo omologati e tutti uguali. Molti pezzi del lotto faranno la gioia di chi ama un thrash metal più complesso ed articolato à la Annihilator, mentre brani come “Sparkling Splatter” aiuteranno chi è là per tirare quattro spallate in compagnia a divertirsi ancora di più. Paradossalmente, anche nel brano forse più ancorato a determinati e precisi stilemi vi è comunque una forte vena di varietà. Veramente, molti punti a favore per questi giovanissimi guerrieri. Data la semplicità (termine da non intendersi in senso negativo, sia chiaro) del brano in questione, una nuova e travolgente presa di posizione contro determinati pseudo valori calzerebbe a pennello, e così accade. E’ questa volta la politica ad essere presa di mira: le contraddizioni dei nostri governanti in special modo, il paradosso del loro giuramento sulla bandiera e sulla costituzione, quelle promesse che prevedono la salvaguardia dei nostri diritti, sempre e comunque calpestati o stravolti per favorire loro, gli ambasciatori che in questo caso portano pena, e che pena. La sostanziale indole malvagia dei ricchi governanti è cosa nota e palese. Il loro popolo è costretto a tirare a campare in ogni modo pur di racimolare qualche soldo da portare in casa, per far mangiare i loro figli, mentre loro se la spassano su yacht di trenta metri circondati da attricette e fedelissimi servi, in barba alle sofferenze della gente comune che disperata arriva addirittura a togliersi la vita. Riusciremo mai a ribellarci a questo sistema così marcio e corrotto? I presupposti ci sono tutti, il tempo ci sarà testimone. L’importante è non abbassare mai troppo la testa. (“Society's crime of our time affects humanity, when evil takes its form and blinds the social way No pity no shame your life saved by no law, and your rights as your will everything's in their hands | Stealing water money slave power only counts, Capitalism wild and uncontrolled ” – “Il Crimine della società dei giorni nostril affligge l’umanità, quando il Male si incarna ed accieca il nostro modo di vivere. Nessuna pieta, nessuna vergogna, la tua vita non verrà salvata da alcuna legge, I tuoi diritti come tutto ciò che hai saranno nelle loro mani! | Rubano l’acqua, schiavi dei soldi, conta solo il potere, Capitalismo selvaggio ed incontrollato”). Con la successiva Nemesis, the Death Star assistiamo al trionfo delle capacità prettamente strumentali dei Burning Nitrum, i quali decidono di mettere da parte arpeggi maliconici uditi in altri episodi per proporci una comunque variegata composizione strumentale di quasi otto minuti, un lungo alternarsi di momenti particolari e stili differenti non certo inseriti a casaccio o comunque buttati lì senza un criterio. Una inquietante folata di vento dà inizio al pezzo, e funge da tappeto sonoro per una voce bassa e quasi indistinguibile, che ci spiega in un certo senso qual è il tema portante di questo pezzo. Il collante che unisce è quello del thrash, le tante perle che formano questa collana provengono da esperienze ed episodi che rimandano a suggestioni sostanzialmente differenti. Anzitutto, incide molto il tema trattato, questa volta quasi sconfinante nello Sci-Fi: regina del brano è infatti la stella (o meglio, l’oggetto astronomico, in quanto solo per supposizione il corpo è ritenuto una nana rossa o una nana bruna) Nemesis, la quale rimane tutt’oggi uno dei più grandi misteri dell’astronomia. Stella o cos’altro, molti studiosi hanno ragione di credere che essa sia in qualche modo coinvolta, seppur in parte, con i cicli di estinzioni di massa della storia della Terra, ovvero radicali cambiamenti di ecosistema che determinarono la fine di molte specie animali (basti pensare ai Dinosauri). Un oggetto a tratti mistico e misterioso, che sicuramente affascina, un po’ come tutta la volta celeste. Dato il suo essere confinata al centro del nostro sistema solare orbitando attorno al sole, la musica sembra assumere, almeno per buona parte della prima parte, tratti ampiamente “spaziali” e futuristici, quasi ci trovassimo ad aver a che fare con il famoso speed UFO thrash degli americani Agent Steel, noti per aver proposto tematiche spaziali perfettamente amalgamate ad un contesto sonoro estremo. I Burning Nitrum sembrano riprendere vagamente questo genere, preferendo comunque fare a modo loro esprimendo loro stessi, piuttosto che sembrare succubi di un modello. La loro musica assume a tratti le sonorità tipiche di molti videogame anni ’80, in particolare quelli trattanti di Alieni come Space Invaders. Le chitarre ricamano melodie pazienti e furiose al contempo, e sembra quasi di trovarsi al cospetto con gli Alien di Giger, tanto l’atmosfera si fa incalzante e sconfinante nella colonna sonora, addirittura. C’è addirittura spazio per degli arpeggi vagamente orientaleggianti, che vanno a cesellare e ad impreziosire un brano sino ad ora ottimo nella sua forma e nella sua concezione. Subito dopo una prepotente elettrica arriva ad interrompere il momento “orientale” per catapultarci nuovamente in una mischia di thrash spaziale, protratto per diversi minuti, nei quali possiamo udire un mini assolo di pregevolissima fattura. Dal momento “spaziale” si passa dunque ad un momento più tradizionale, il quale sfocia presto in un nuovo assalto a suon di batteria martellante e di chitarre forsennate, con un basso che tiene meravigliosamente alto il morale ed ancora una volta riesce a ricamarsi un piccolo spazio in cui poter spiccare in solitaria. Tempo qualche minuto e nuovamente udiamo un riff melodico à la Andy Larocque che introduce una nuova parte parlata, alla quale segue un assolo di maggior ampio respiro, sovrapposto ad un clima quasi da “marcia imperiale”, dall’incedere deciso ed inquietante, interrotto dalla ripresa della melodia serpeggiante poco fa udita, che lascia poi spazio a quegli arpeggi mesti e malinconici che avevamo sentito già in precedenza. Un finale quasi Maideniano, tanto le chitarre sono piene di enfasi Heavy, ci lascia stupefatti e decisamente soddisfatti da una prova fuori dal comune e molto, molto impegnativa. Non è da tutti riuscire a creare un brano strumentale di tale fattura, nel quale spiccano dei momenti “di riferimento” che ci permettono di non smarrirci e che soprattutto ci lasciano dentro più di un qualcosa. Voler proporre una strumentale, molto spesso significa osare. Osare non sempre conduce ai risultati sperati, anzi, c’è il pericolo di toppare vergognosamente e di compiere il cosiddetto “passo più lungo della gamba”. Dopo prove ed esercizio, i Burning Nitrum sono riusciti a confezionare un momento – perla da non dimenticare e da tenere sicuramente d’occhio. Se questo è l’inizio, il futuro appare decisamente dorato per i nostri. Giungiamo alla fine del nostro viaggio con la track finale (nonché singolo di lancio di “Molotov”), Turned to Ashes (Nothing Stands Still), introdotto da quella mesta malinconia (quasi un marchio di fabbrica involontario!) unita però questa volta ad un’aggressività maggiormente più marcata, aggressività che ha poi il sopravvento e spara il colpo della partenza per un thrash metal senza compromessi e senza filtri, nuovamente incentrato sulla compattezza e sulla volontà di mostrare quanto le radici della vecchia suola siano ancora forti e per nulla corrotte. E’ sicuramente il brano più rappresentativo dei Burning Nitrum, tecnicamente bene eseguito e denso di passione per il thrash, genere fiero ed indomabile come un frisone. Tutti i componenti sembrano volersi congedare al meglio offrendoci una rapida panoramica circa le loro abilità come gruppo e come singoli: Dave sfoggia nuovamente il suo cantato sia aggressivo sia maggiormente levigato, Walter e Francesco dialogano senza troppi problemi fondendo i loro stili per ricavarne un tuttuno di ottima fattura, il basso e la batteria di Dario ed Angelo sono la sicurezza per antonomasia. Unico momento in cui la velocità sembra diminuire è il finale, in cui si opta maggiormente per un thrash and heavy quasi rimandante gli Anthrax. Un singolo di lancio perfetto, diretto ma non scontato, concreto ma mai banale. Una perfetta mescolanza (non scordiamo l’intro) di stili che ci mette dinnanzi ad una meravigliosa realtà: i Burning Nitrum non sono certo un qualsiasi gruppetto revival. Hanno personalità da vendere e questo lo si evince anche dal songwriting, nuovamente tosto e diretto come non mai. Questa volta tocca al rapporto uomo – morte, da sempre scandagliato dai più grandi pensatori ma mai approfondito appieno. In molti desiderano credere che oltre la vita ci sia qualcosa, altri si rassegnano all’idea di divenire un tutt’uno col terreno che ci seppellirà, non lasciando alcuna traccia della propria presenza, né fisica né spirituale. I nostri sembrano votarsi ad un pensiero per molti versi pessimista, pensiero nel quale una Vita crudele non sembra concedere poi troppi favori all’umanità, destinata a vivere non proprio nel migliore dei modi e a morire anche in maniera peggiore. Il nostro futuro è dunque la cenere? Aveva ragione Tom G. Warrior, quando sosteneva che “solo la Morte è reale?”. Può darsi, chi lo sa.. magari l’annichilimento totale è il prezzo che sorella Morte intenderà farci pagare per i ripetuti scempi ed offese commessi e rivolte a sua sorella Vita. Prepariamoci dunque all’idea di ridurci ad un mucchio di cenere, da quando scoccherà la nostra ora sino a quando l’eternità avrà voglia di protrarsi (“Turned to ashes nothing stands still, tired of your life in hire. No chances to leave us, be deaths to wipe your sin. Weren't in prayer, now God you won't help. No life through satan's flames, And devil kills...” – “Tramutati in cenere, non rimane più nulla! Stanco della tua vita in affitto! Non ci sono speranze che ci salvino, la morte fustigherà I nostril peccati. Non pregate, Dio non vi salverà, non c’è vita fra le fiamme di Satana.. ed il diavolo uccide..”). Siamo dunque noi umani, gli artefici del nostro destino, e sarebbe bene non lamentarsi delle conseguenze se quest’ultimo risulterà poi essere unicamente il frutto delle nostre pessime azioni.



Giunge così al termine la nostra avventura nel mondo dei Burning Nitrum, freschi d’esordio e con tante buone carte perfettamente giocate nelle mani in cui andavano svelate. Ammetto che non è stata la recensione più semplice da affrontare, per diversi motivi. Primo fra tutti, un discreto elemento sorpresa che mi ha portato ad approcciarmi a “Molotov” in maniera diversa ed ancora diversa, ascolto dopo ascolto. In un album thrash metal di ragazzi così giovani è facilissimo, molto spesso, riscontrare unicamente la voglia di “spaccare tutto”, o comunque un attaccamento morboso alla “old school” atto a compiacere i thrashers più incalliti, che sentendosi cullati e vezzeggiati da sonorità che ricordano il “passato”, sicuramente garantiranno il loro supporto. Questo è purtroppo il difetto maggiormente riscontrabile in molte nuove uscite di thrash odierno, sia a livello europeo si a livello mondiale. Dalla Germania sino agli Stati Uniti, tutti sembrano fare a gara a “chi è più figlioccio degli anni ‘80” anziché seguire il vero esempio che i padri fondatori del genere hanno voluto lasciare ai posteri, con la loro intensa e febbrile attività: OSARE, provarci, esplorare territori che ai più sembrano impervi ed impraticabili, e che per troppa paura vengono lasciati desolati e brulli. Chi lo sa, dietro quel cespuglio di rovi può celarsi una magnifica oasi.. ma tanta è la paura di graffiarsi con le spine, che quel paradiso rimarrà sempre nascosto e mai goduto da nessuno. Ci si taglia, è vero. E le ferite sanguinano, fanno male. Disinfettarle brucia.. ma cos’è un graffio se paragonato all’intensità della propria voglia di scoprire, di avventurarsi.. di volersi esprimere, quanto meno? Gli innesti melodici e malinconici sui quali ho fatto particolarmente leva su questa recensione sono senza dubbio un elemento di grande caratterizzazione, che ci fa capire quanto questi ragazzi siano certamente debitori alla vecchia guardia, ma anche quanto da essa abbiano seriamente imparato. Ad esprimersi, non certo a copiare riff o modi di vestirsi. Dinnanzi ad un disco tecnicamente più che discreto, ricco di pathos, in cui l’aggressività è alternata ad una certa classe dal sapore Heavy, l’ascoltatore non può che rimanere soddisfatto, anche e soprattutto per il primo passo compiuto da una band di giovanissimi che pian piano sta cercando di trovare il proprio spazio, di costruirsi la propria dimensione. Chi siamo noi, per scoraggiarli? La Molotov è stata lanciata ed ha fatto un gran bel fuoco, staremo a vedere ora se i Burning Nitrum riusciranno a riconfermarsi, quanto prima. Il sottoscritto confida molto in loro, inutile negarlo!


1) Subversive Nausea (Intro)
2) Remote of Death
3) Apocalypse of Pain
4) High Speed Bangers
5) Lying Until the End
6) Falling into Slavery
(instrumental)
7) Slave of Lust
8) Sparkling Splatter
9) Nemesis, The Death Star (instrumental)
10) Turned to Ashes
(Nothing Stands Still)