BLOODROCUTED

Disaster Strikes Back

2015 - Punishment 18 Records

A CURA DI
MAREK
31/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Recensione

Il Belgio: uno stato che non potrà certo vantare la cultura Metal di paesi come il Regno Unito o gli Stati Uniti, ma non per questo, pur nella sua “piccolezza”, deve essere preso sotto gamba. Andando a cercare, scavando instancabilmente all’interno di una Scena che sicuramente ha donato alla storia dei grandi dischi un po’ in tutte le branche del nostro genere, possiamo sicuramente trovare qualche nome divenuto di culto ed in possesso di tutti i requisiti richiesti per potersi fregiare della definizione di “classico”. Quali e quante band, dunque? Cominciando dalla tradizione (e parlando dunque di Heavy Metal)  non  possiamo certo non citare due dei nomi più torreggianti di tutto il territorio e la Storia belga, come gli Ostrogoth ed i Crossfire, fra i primissimi gruppi ad aver iniziato le loro carriere quando l’Heavy stava vivendo il suo periodo di sviluppo e consacrazione maggiore. Siamo nei primi degli anni ’80, il mondo ha già potuto accogliere a braccia aperte delle vere e proprie pietre miliari come “The Number of The Beast” od il blasonatissimo “Kill ‘em All”.. una concorrenza devastante, sia sul piano musicale sia su quello più prettamente logistico ed organizzativo: il Belgio era sicuramente ricco di band valide, come i già citati Ostrogoth o Crossfire, tuttavia la realtà più piccola e contenuta (anche a livello di industria discografica) rendeva ben difficile il poter competere con i colossi stranieri. I nostri però non demorsero, ed arricchirono il panorama metal con dischi non certamente leggendari, ma all’epoca più che validi ed in grado di farsi comunque notare, anche se solo dai più appassionati. “Ecstasy and Danger” (1983) o “See You in Hell” (sempre 1983), prodotti non certo ai livelli di Iron Maiden o Metallica, fanno comunque il loro lavoro (andando anche oltre le aspettative) in maniera più che determinata, facendo notare la volontà di una piccola realtà come quella belga di emergere e dimostrare al mondo che la geografia non è un limite troppo “castrante”. Proprio negli stessi anni di questi gruppi irrompevano anche gli Acid, forse uno dei nomi maggiormente di “culto” della scena belga, capitanati dalla grintosa Kate De Lombaert ed autori, nel 1983, del celebrato “Maniac”, un vero e proprio concentrato di Heavy e Speed Metal che mostrava lungo i suoi solchi un’attitudine ed una cattiveria per nulla da trascurarsi. Proseguiamo il nostro Metal Tour del Belgio e giungiamo a nominare loro, i più famosi nonché pionieri del Metal belga.. esatto, stiamo parlando dei padri Killer, arcigni speed metallers che esordirono nel lontano 1980; subito paragonati ai Motorhead (dei quali vennero definiti i “cugini”, se non proprio “rivali”), il gruppo guidato da Paul Von Camp (ad oggi l’unico membro originale della formazione) fu in grado di regalarci degli autentici gioielli di velocità e pesantezza, come “Ready for Hell” (1980) e “Wall of Sound” (1982), album ad oggi divenuti, come dicevamo prima, dei veri e propri classici. La lista è ben lungi dall’essere conclusa, giungiamo alla seconda metà degli anni ’80 e ci imbattiamo nei Warhead, autori di due soli album a cavallo fra l’85 ed il 1986 ma comunque ampiamente celebrati da ogni appassionato che si rispetti (è cosa buona e giusta dormire con una copia di “The Day After” sul proprio comodino). Insomma, una paese “piccolo” il Belgio, ma di certo non sonnacchioso od accidioso, tutt’altro. La storia c’è e lo abbiamo dimostrato, con questa breve dissertazione; tutto sta ora nel vedere quanto quest’ultima sia stata studiata, con quanta passione e quanta intensità i giovani belgi abbiano deciso di approcciarsi alla loro tradizione. E’ tempo dunque di raccogliere i frutti di tutte quelle avventure compiute a suon di dischi e borchie, e possiamo tornare al presente approcciandoci allo splendido (e devastante!) lavoro compiuto dai giovanissimi Bloodrocuted, giunti ormai al loro secondo full-length dopo soli due anni di attività. Il gruppo vede la luce nel 2013, grazie alla sinergia venutasi a creare fra i quattro componenti originali, vale a dire Bob Briessinck (chitarra solista e voce, precedentemente in forza con i thrashers In Vain, autori delle demo “In Vain” [2007] e “Living in Memory” [2010]), Jason Bond (chitarra ritmica), Daan Swinneen (basso) e Gaetan De Vos (batteria, presente nell’ultimo disco ma non più membro effettivo della band. Il suo posto è stato preso da Sander Vogt, proveniente dai sempre conterranei Deserter). I ragazzi si fanno subito notare grazie alla loro prima uscita, risalente al 2013 ed autoprodotta: “Doomed to Annihilation” è difatti una vera e propria bordata di sanissimo thrash metal, che molto deve all’esperienza della tradizione prettamente belga (Warhead e Killer, come già detto) ma che al contempo incorpora in se tutti gli stili dei gruppi che hanno reso famoso il genere; non è un caso che i Bloodrocuted citino, come loro massimi ispiratori, complessi come Slayer, Aura Noir, Kreator e Testament, gruppi famosi per la carica inconfondibile che sono in grado di trasmettere a suon di decibel e note sparate in sequenza come proiettili di una mitragliatrice. La storia continua, e dopo “Doomed to Annihilation” i Nostri hanno dapprima sfornato un EP nel 2014, intitolato “Persecution of the Misanthrope” e composto di soli tre brani; un anno dopo e quindi nell’immediato presente è in fine arrivato il tanto atteso bis ufficiale, un disco che sancisce il definitivo ritorno dei nostri sulle scene ed al contempo rimarca la loro grande voglia di continuare a combattere il mondo impugnando i loro strumenti e facendo sentire il loro urlo di guerra. Disaster Strikes Backè il simbolo di questa irrefrenabile corsa a ritmo di Thrash Metal, un album che già iconograficamente ci fa capire a cosa stiamo andando effettivamente incontro. Il “disastro” ritorna, la voglia di sconvolgerci a suon di Metallo Pesante non è certo scemata.. e nell’artwork vediamo uno zombie intento a risorgere da un infernale fiume di lava, presto braccato da un malebranche intento a divenire il suo flagello. Come potersi tirare indietro, dunque? Il richiamo del Thrash è la voce della giungla, è il nostro io “primitivo” e voglioso di violenza che prepotentemente risorge, è il demone che cerchiamo di tenere celato ma presto o tardi si manifesta.. or dunque, non ci resta che assecondarlo, premendo il tasto Play ed invitando i nostri Bloodrocuted ad intonare tutta una serie di inni che potranno assurgere a perfetta colonna sonora per un viaggio all’inferno. It’s time to Play the Game!



Cominciamo subito col cosiddetto “botto”, in quanto la intro presentataci come prima traccia, 71:52 Leikezealtro non è una splendida citazione / omaggio ad una delle più celebri opere del regista Quentin Tarantino. Provate a leggere per bene il titolo.. ancora nulla? Proprio non vi sovviene? Allora ascoltate attentamente le parole che, accompagnate da un sottofondo simil Horror d’annata, ruggiscono perentorie e minacciose dal nostro stereo: “..e la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissimo sdegno e curiosissima vendetta”.. è chiaro, ormai, che stiamo parlando del celeberrimo monologo di Jules Winnfield, gangster fra i protagonisti della pietra miliare Pulp Fiction. Il discorso, presentatoci a mo’ di citazione bibilica, altro non è un “collage” di vari passi delle sacre scritture, tutti riuniti sotto la dicitura “Ezekiel 25:17” (“Ezechiele 25:17”). Il discorso veniva in genere pronunciato da Jules nel momento in cui quest’ultimo era obbligato ad uccidere qualcuno; un po’ per teatralità, un po’ per istrionico sadismo, il gangster si lanciava in questa breve predica come stesse in quei tragici momenti legittimando il suo lavoro di killer a pagamento, come se l’atto che stesse per compiere fosse giusto e più che legittimo. Un Killer predicatore, che con il suo fascino da antagonista è riuscito a divenire uno dei volti più noti dell’intera pellicola, surclassando persino i più quotati John Travolta e Bruce Willis. Il titolo del brano, poi, non è altro che la dicitura “Ezekiel 25:17” scritta al contrario, proprio per mantenere fino all’ultimo l’effetto sorpresa. Devo sinceramente confessare che udire le parole di Jules in apertura di brano mi ha fatto ben sperare. I nostri, proprio come Winnfield, hanno voluto metterci in guardia: stanno per spararci contro una raffica di proiettili di thrash metal, e noi siamo indifesi ed inermi proprio come lo era Bret nel momento in cui Jules decise di pronunciare le ultime parole del suo discorso.. “E TU SAPRAI CHE IL MIO NOME E’ QUELLO DEL SIGNORE, QUANDO FARO’ CALARE LA MIA VENDETTA SOPRA DI TE!”. Inizio vero e proprio affidato al secondo brano, Revolution of the Enslaved, aperto in puro stile Slayer. Sentiamo dapprima una chitarra lenta ed a tratti malinconica, aggressiva ma comunque venata di “tristezza”.. un inizio molto simile a quelli che potremmo udire in tracce come “Seasons in the Abyss” o comunque “South of Heaven”, delle note che sembrano scorrere via in maniera melodica ma che invece spianano la strada ad un vero e proprio assalto sonoro che si paleserà di lì a breve. Fulminea galoppata di batteria e, difatti, il brano prende definitivamente quota: un riff assassino si diffonde lungo tutto lo scheletro ritmico del pezzo, Gaetan e Daan non si fanno pregare e, da precisi metronomi / bulldozer, decidono di scandire il tempo “assassino” sul quale si muovono le asce di Bob e Jason. I due chitarristi decidono di tributare letteralmente i loro grandi maestri Slayer e Sodom, andando a riprendere ampiamente uno stile che oscilla a metà fra la scuola U.S.A. più estrema (in aggiunta, qualche lontana eco dei Possessed) e quella teutonica; è difatti impossibile non percepire, in queste note, qualche richiamo ai Sodom più recenti, quelli di “M-16” ad esempio, richiamo reso ancor più acuto dallo stile acido ed urlato di Bob, certamente un ottimo chitarrista ma anche un vocalist di tutto rispetto, ed in grado di rendere il brano ancor più grezzo e possente. Il nostro sfodera una timbrica da novello Tom Angelripper, solo “esagerando” ancor di più e rendendo il suo cantato un arma micidiale, ruvido quanto carta vetrata. Ottima prova sino ad ora, il brano è un purissimo assalto in stile thrash che segue determinate coordinate, votandosi alla violenza propria del genere e decidendo di non lasciare prigionieri. L’assalto funziona e tutti gli amanti dell’estremo possono gioire dinnanzi ad una prova così onesta e concreta. Giungiamo al minuto 1:58, un improvviso rallentamento fa capolino dopo due minuti molto intensi e viene ripreso lo stile degli Slayer dei vari “Seasons..” ecc. Un momento solista che giunge su tempi assai dilatati e che ci permette di ammirare in toto la tecnica di Bob, il quale non è avaro di melodia ma comunque riesce a non svirgolare “fuori tema”, costruendo un assolo che nell’economia del pezzo tutto si sente interamente a suo agio. La ritmica scandita da Jason aiuta molto in questo senso, così come il basso di Daan e la batteria di Gaetan; quest’ultimo, al minuto 2:55, sembra quasi “impazzire”, percuotendo il suo drum kit e sferrando una serie di colpi velocissimi ed assai precisi. Un frangente che inasprisce la prova solista di Bob, il quale decide dunque di ripartire trascinandosi dietro tutta la band e ritornando sugli standard Sodomiani già uditi in precedenza. I piatti di Gaetan, in queste fasi finali, vibrano ossessivamente, ogni colpo di rullante è un’autentica “mazzata” sulle gengive e tutto il resto della band decide di avviarsi alla conclusione accelerando a più non posso. Il brano viene dunque troncato di netto, lasciandoci ancora attoniti dopo una nuova fase “estrema” ancor più estrema (passatemi la ripetizione – gioco di parole) di quella antecedente al momento più “introspettivo”. Ottima open track, sicuramente coinvolgente, che giova di una linearità di intenti e che di sicuro non aggiungerà nulla di nuovo alla causa.. ma d’altro canto, chi vuole ascoltare del sano Thrash non richiede orpelli o trovate geniali: qui c’è da pogare e da rompersi il collo, tanto basta. E proprio in linea con il Thrash Metal, il testo di questo brano si configura come uno splendido urlo contro chiunque cerchi di rubare la sacrosanta libertà di ognuno di noi. Chiesa, Politica, nulla è lasciato al caso ed i Bloodrocuted decidono di impugnare le loro armi per guidare una rivolta che ci riporterà nuovamente ad ottenere lo status di uomini e donne liberi. Sin da quando nasciamo veniamo marchiati come schiavi, costetti a servire questo e quel padrone, addirittura veniamo convinti a “ringraziare” chi ci schiavizza con la scusa del “lavoro offerto sì magnanimamente”. Dietro quei sorrisi c’è solo ipocrisia, quelle mani che ci tendono il cibo sono sporche del sangue dei nostri fratelli, ai ricchi ed agli oligarchi nulla importa del nostro benessere.. no, siamo e saremo sempre manodopera a basso costo, un gregge di pecore da governare come meglio si crede, costretti per l’eternità a prendere ordine ed a subire severe punizioni, qualora sbagliassimo in qualche cosa. Come ci dicono i nostri giovani belgi, però, “ormai siamo giunti al limite”, l’argine si è rotto ed il fiume degli schiavi straripa, inondando la feccia oligarchica di violenza e rabbia represse. Siamo ormai capaci di riprenderci quel che è nostro, con la forza della nostra rivolta ed il chaos da essa generata; spazzeremo via ogni certezza ed ogni sicurezza degli immondi patroni del Dio Denaro, la loro sicumera verrà tramutata in paura, quando si troveranno faccia a faccia con la rabbia di chi, per una vita, si è visto privare di tutto ed, in molti casi, di tutti. Inizio molto più deciso per la traccia numero tre, Burning the West, che sembra ricalcare maggiormente uno stile più “a stelle e strisce” e parte in quarta rinunciando alle atmosfere melodiche udite in apertura della precedente track. La ritmica è serrata e precisa quanto le due chitarre ed il brano sembra scorrere deciso e fiero come un treno sparato a mille km orari su di un rettilineo, salvo arrivare al secondo 00:29, momento in cui tutto diviene più cadenzato. La batteria di Gaetan si fa meno aggressiva ed anche le due chitarre vogliono in un certo qual modo galoppare diversamente, con il basso di Daan che similmente a Gaetan sfoggia un’andatura meno guerrafondaia e più ragionata. Il tutto è destinato comunque a durare per una trentina di secondi, in quanto presto si riprende l’assalto thrash in piena regola ed i nostri tornano a ruggire come i Maestri Slayer, solo decidendo di cercare piccoli espedienti melodici nei duetti fra Bob e Jason; gli accenni alla melodia sono a dir poco fulminei ma comunque perfettamente ben innestati, andando a creare un bellissimo contrasto fra la ritmica spacca ossa e questa tendenza “alla luce”, alla ricerca di un qualcosa meno aggressivo e di maggiormente pulito. Siamo comunque entro binari precisi ed è il Thrash che domina, ce lo ricorda la voce di Bob che ci fa venir il mal di gola solo ad udirla. Ruvida e sfrigolante come una colata di acido solforico su di una parete, è un vero e proprio valore aggiunto in grado di “imbastardire” la proposta musicale dei Bloodrocuted, rendendoli dei veri e propri badassess del Thrash Metal. Anche questa volta l’assolo è ben congeniale all’atmosfera che respiriamo, le note emesse sempre da Bob sono magnificamente sorrette dall’aggressività di Jason. Un assolo che gode di un’ottima produzione e che ci lascia ascoltare ogni singola nota che lo produce, nuovamente oscillante fra la luce (la melodia) e l’oscurità (la rabbia primordiale del Thrash), fra cenni di matrice Heavy ed altri tipici del genere proposto dai nostri bisonti belgi. Si riprende con le accelerazioni selvagge e, come già accaduto in “Revolution..”, i Bloodrocuted sembrano tornare ancor più massicci ed “incazzati” dopo il momento di riflessione. In certi momenti andiamo addirittura a sfociare in una sorta di Death Metal: minuto 3:00, si rallenta nuovamente, ma questo frangente sembra in effetti l’inizio di un qualsivoglia brano Death della tradizione americana, in quanto una manciata di secondi più tardi Gaetan si lancia in un blast beat “a rotta di collo”, mentre Bob e Jason esagerano letteralmente, sfruttando il momento di furia selvaggia del loro batterista, il quale continua sino alla conclusione a mettere a dura prova la resistenza del suo drum kit, fra blast beat e percosse degne di un autentico macellaio. I richiami al proto Death dei Possessed è in questo versante molto chiaro ed esplicito, verso il minuto 3:52 si ritorna a tempi maggiormente più cadenzati ma ecco che Gaetan ri-detta il tempo imponendo le sue coordinate al resto del gruppo, che non può far altro che accompagnarci verso un finale questa volta meno “tagliato con l’ascia” e più “telefonato”. Ritorna ampiamente lo stile Death, in uno dei momenti più duri dell’intero pezzo (riusciamo persino a sentire in solitaria, seppur per pochissimo, il basso di Daan), che decreta la fine di un altro ottimo momento, qualitativamente superiore alla precedente track. Nuove liriche di protesta, questa volta viene approfondito un tema assai scottante e di attualità, vale a dire la guerra. Guerra intesa in più modi, dalla volontà di prevaricare con la forza i popoli più deboli all’aura di santità che avvolge ogni conflitto, quell’aura che in qualche modo legittima o rende più accettabili degli atti aberranti e sconvolgenti. Proprio su quest’ultimo punto i Bloodrocuted sembrano insistere maggiormente, parlando forse in maniera velata degli interventi militari statunitensi ai danni delle popolazioni del medio oriente, facendo comunque assurgere a protagonisti entrambi gli schieramenti. Da una parte abbiamo gli americani o comunque gli occidentali, “brava gente timorata di Dio”, dall’altra invece i crudeli musulmani, estremisti religiosi ed esecutori spietati della legge del Corano. Fra i due eserciti non sembra comunque esserci differenza, visto che la band condanna l’atto di combattere “per un Dio” che, alla fine, nemmeno esiste o meglio, non è quel che tutti credono. Vendersi l’anima scendendo sul campo di guerra significa infatti inginocchiarsi all’unico vero Dio, il Denaro, venerato dalla volontà di potenza dei maledetti politicanti. Eppure crediamo che, ostentando un crocifisso e una mezzaluna, i nostri atti saranno meno crudeli agli occhi di chi un giorno sarà chiamato a giudicarci, perché stiamo compiendo la volontà divina, e stiamo uccidendo dei “pericolosi nemici” della nostra “cultura”. Si combatte a suon di armi e bombe, giovani ragazzi vengono ogni giorno sacrificati in nome dell’egoismo e dell’avidità della politica, un chaos dal quale nessuno sembra riuscire a venir fuori. “Dogs of War”, “bestie da guerra”, è così che i belgi chiamano chi sceglie di imbracciare le armi per difendere una causa in apparenza giusta ma in realtà marcia fino al midollo: il Vaticano e gli Imam continuano imperterriti a predicare violenza fatta passare per giustizia, ed intanto chi ci rimette è qualche anima facilmente plagiabile dai “bei discorsi”. Il sangue colora il terreno, e questa follia sembra non riuscire a terminare come invece dovrebbe. Cadenza “assassina” ripresa anche nell’inizio della quarta track, Consumer of Death, che parte leggermente “baldanzosa” salvo poi scivolare di nuovo, a tutta velocità, lungo il toboga dell’estremo senza quartiere. I tempi sono di nuovo dettati da Gaetan, che a suon di “martellate” funge nuovamente da cervello del gruppo, che lo segue senza esitazione. Piccolo momento di “pausa” nel quale riusciamo a sentire egregiamente il basso di Daan che finalmente decide di accaparrarsi un posto maggiormente illuminato all’interno di questa splendida manifestazione di potenza Thrash, e si può ripartire a tutta birra senza la paura di lasciarsi qualcuno indietro. Lo stile torna nuovamente a sfociare verso un proto Death che, nella sua componente thrash, rimane fedelissimo alla rabbia asfaltatrice di Slayer e Sodom seconda maniera. Soprattutto lo stile di Angelripper e co. sembra quello maggiormente consono ai nostri belgi, che sicuramente decidono di guardare con un occhio di maggior riguardo la scena più prettamente europea che U.S.A. La voce di Bob è sempre un violento piacere per le nostre orecchie, ed assieme a Jason il cantante chitarrista decide di dar vita a degli autentici riff da k.o. tecnico, i quali non lasciano dubbi su quale sia il genere definitivo dei nostri. That’s Extreme Metal, boys!! Minuto 2:41, più che “sfociare”, questa volta i nostri abbracciano letteralmente il Death Metal, recuperandone gli stilemi tipici (chitarre ossessive, tempi serrati scanditi da blast beat continui, basso martellante) e fornendoci un ulteriore saggio della loro rabbia bestiale. Il basso di Daan continua a farsi ascoltare meravigliosamente, la batteria di Gaetan dovrebbe essere schedata come arma letale, mentre le chitarre di Bob e Jason esagerano splendidamente, oscillando fra il Thrash ed il Death come se nulla fosse. Un brano che scorre liscio e non dura neanche molto, che si basa su pilastri solidi e sicuri. Di certo, lo ripetiamo, non ci troviamo dinnanzi a chissà quale innovazione, ma non è un difetto. Questi ragazzi sembrano aver interiorizzato alla perfezione ed aver fatto proprio un genere musicale che, per essere suonato, richiede unicamente passione e convinzione. Entrambe le componenti ci sono, e la corposità che i nostri riescono a donare al proprio sound lo dimostra: non siamo dinnanzi ad un sound piatto ed iper curato, monotono e plasticoso.. tutt’altro, qui la convinzione viene percepita nota dopo nota, traccia dopo traccia.. e non possiamo essere più felici di così. Un po’ di vecchia scuola fa comunque sempre bene, mai scordarsi il piacere di apprezzare un qualcosa di più “stomacale” che “intellettuale”. Altra dura presa di posizione nelle lyrics ed altro tema che i nostri vogliono affrontare in maniera diretta e non certo inzuccherando il tutto. Questa volta si puntano i riflettori contro l’uso e l’abuso che l’uomo sta compiendo del dono generosamente offertogli dalla madre terra: la nostra brama di conquista e di distruzione ha devastato un autentico paradiso immanente, estinguendo specie di animali, distruggendo foreste e provocando gravi ed irreparabili danni a svariati ecosistemi. Oscure nuvole di gas si addensano all’orizzonte, lo smog riempie i nostri polmoni e ci uccide pian piano, senza che neanche ce ne accorgiamo. Eppure, i risultati del nostro menefreghismo sono evidenti sotto i nostri occhi; foreste incendiate, piogge acide.. il tutto compiuto sotto l’ordine dell’impulso consumista che ci corrode sino alle ossa. Schiavi del cosiddetto “progresso” e guidati dalla volontà di consumare, di acquistare e di farci acquistare, ormai non siamo neanche più persone, anzi, ci siamo ridotti a numeri, a codici a barre che si ritrovano a camminare ed a pensare (per puro modo di dire). Dove ci porterà, tutto questo? Abbiamo teso la mano alla morte e stiamo solamente attendendo che essa ci porti sull’orlo del baratro, per spingerci all’interno di quelle profondità una volta e per sempre. Figli di parto e di voler figliastri, se Giacomo Leopardi ci concedesse di capovolgere un suo noto verso, non siamo stato certo buoni e generosi con madre natura e presto ne pagheremo le conseguenze. Quando anche l’ultimo albero verrà abbattuto e l’ultimo fiume prosciugato.. allora ci renderemo conto che il denaro non si può mangiare. Quel che rende il tutto ancora più amaro è che, quella fossa, ce la siamo scavata con le nostre mani senza che nessuno ci obbligasse. Partono in solitaria le chitarre di Bob e Jason, ed è già il momento di approcciarci alla traccia numero cinque, Soulclaimer. Un inizio che segna un nuovo assalto estremo senza troppi complimenti, con un Jason che nelle fasi iniziali si limita a sferrare colpi “ad intermittenza” ma che presto ritorna a suon di ritmiche serratissime a suonare la carica. Un brano a dir poco classicheggiante, che come il precedente gioca molto sull’alternanza Thrash / proto Death, andando a però a preferire maggiormente la prima componente. Le sonorità europee sono ben presenti fra le corde dei due chitarristi, possiamo udire la vecchia scuola teutonica prendere letteralmente forma (in questo senso possiamo anche citare i Destruction, vecchi e nuovi) e rimarcare con forza le radici europee dei nostri, che in effetti propongono un thrash “americaneggiante” ma saldamente ancorato all’acidità ed alla ferocia tipiche del panorama europeo. Pensiamo alla triade tedesca (Sodom, Destruction, Kreator) ma anche alla prorompente forza di altre band come Onslaught.. i riferimenti ci sono, ed una bella “presa di posizione” nonché fierezza delle proprie radici non può che far piacere, soprattutto alle orecchie di chi, come noi, fa parte del suolo europeo e difende a spada tratta il “suo” Metal. Un brano che scorre via imperterrito e non si ferma proprio mai, un assalto ancor più marcato e “tronfio” del precedente, che si svela immediatamente per quel che è: un’autentica guerra a suon di decibel che non vuole lasciare prigionieri. Tre minuti abbondanti di pura malvagità e chitarre frastornanti, di ritmica spaccaossa e di voce disturbante, un amante del thrash non potrebbe proprio chiedere di meglio o di più. Un brano che più di tutti assurge al ruolo di “bordata” coinvolgente, il pezzo che suonato in sede live farà letteralmente infuocare il pubblico facendo scatenare l’inferno sotto il palco. Mi prenoto un posto in prima fila per il moshpit, come minimo! Le lyrics di questo brano, in questa particolare circostanza, si tingono di “horror” pur mantenendosi comunque sugli standard delle precedenti; protesta unita ad una metafora assai convincente, nella quale ci viene presentata, difatti, la figura del “Soulclaimer”, ovvero il “Mietitore di Anime”, un’entità che, seminando panico e terrore sulla terra, giunge a portare con sé chiunque si sia macchiato di colpe o comunque “peccati”, intesi nel senso laico del termine. La nostra razza viene presentata come un grottesco insieme di ladri, bugiardi e truffatori, i Bloodrocuted non sono certo benevoli nei riguardi della razza umana ed anzi, vedono il tutto come un qualcosa di marcio e corrotto alla sua basa. Passiamo una vita a comportarci malamente, a votarci ad un Dio che forse neanche esiste ma che nella nostra testa c’è, ed è sempre benevolo e comprensivo, quando c’è da legittimare il male che compiamo così gratuitamente. Tuttavia, la statua dinnanzi alla quale ci inginocchiamo non sembra propriamente avere i tratti eterei e rassicuranti della Madonna, né tanto meno il volto severo ma giusto di Cristo. I belgi ci parlano di una statua “cornuta”, facendo forse riferimento al paradosso umano: crediamo di venerare dio e fuggiamo a gambe levate da satana, quando invece con la nostra ipocrisia e le nostre menzogne ci gettiamo fra le grinfie del demone supremo. Ecco dunque che giunge il Soulclaimer, che brandendo la sua falce fa incetta di “peccatori” da trascinare con se nelle profondità infernali. Non ci sarà mai paradiso o beatitudine per una razza come la nostra, al contrario. Ad attenderci saranno demoni alati e fiumi di lava bollenti, nei quali le nostre carni verranno ustionate e consumate per l’eternità. Un riff che ricorda vagamente la mitica “Madhouse”, fiore all’occhiello dei sempiterni Anthrax, apre la traccia numero sei del lotto, The Sickened Mind. L’impressione che si ha è quella di trovarsi dinnanzi ad un pezzo che sembra ricalcare, nello stile, un certo tipo di speed metal grezzo e rozzo, sulla falsariga di gruppi come Exumer e Whiplash, il tutto però condito con la “solita” pesantezza alla Sodom che non lascia prigionieri. Un altro pezzo che non riserva fin troppe sorprese e si prefigge il benemerito obbiettivo, quello di distruggere il muro di decibel senza troppi intermezzi “particolari” o soluzioni imprevedibili. Bob e Jason fanno il loro senza il minimo ripensamento o timore, intenti a martoriare le loro asce per ricavarne dei riff che sprizzano old school da ogni dove; gli fanno eco i compagni Daan e Gaetan, con quest’ultimo forse leggermente più “prevedibile” che in altri episodi del disco. Poco male, il nostro ha già dimostrato di essere un validissimo batterista, dunque non è il caso di condannarlo se ha scelto in questo frangente la via più “semplice”, svolgendo un lavoro onesto e preciso. Alla fin fine un bravo batterista lo si riconosce dalla sua capacità di mantenere il tempo e di dettare il ritmo di gioco alla squadra.. ed in questo, Gaetan ha dimostrato di saper eccellere non poco. Si procede spediti e senza soste sino al minuto 2:39, momento in cui il tempo rallenta vertiginosamente ed i Bloodrocuted sfoggiano una cadenza a dir poco assassina, assestata sul preciso battere di Gaetan. Rallentamenti quasi à la Obituary, se non fosse per la voce troppo acuta di Bob e la chiara impronta thrash dell’insieme. Si ritorna a galoppare ad alta velocità, ed il pezzo si conclude con un altro impeto di furia metallica. L’impressione che si sta avendo è che forse la qualità e la quantità stiano un po’ scemando, tuttavia il gruppo riesce ad assestarsi su livelli qualitativi mai sotto la media. Il testo sembra riprendere una tematica assai delicata, quella delle malattie mentali: similmente a quanto avvenuto in “Welcome Home Sanitarium” ma di certo in maniera meno poetica, viene esplorato il punto di vista di una persona affetta da gravi patologie psichiche. Il Malato è perfettamente cosciente dei sintomi che lo torturano crudelmente, lo vediamo parlare da solo in preda a deliri allucinanti, convinto d’essere circondato da amici che a noi appaiono “invisibili” ma a lui tranquillamente palesati dinnanzi ai suoi occhi. Forse queste voci lo spingono a compiere atti violenti e crudeli, è proprio il nostro protagonista ad informarci di cosa succede quando le crisi psicotiche delle quali è vittima hanno il sopravvento: la sua mente si “rompe”, la vista si tinge di rosso sangue ed egli non riesce più a controllare la sua furia, divenendo un grave pericolo per chi lo circonda e per egli stesso. Risate inquietanti ed immotivate, escandescenze, urla, disturbi di ogni tipo che lo portano ad essere mentalmente instabile e dunque costringono “gli uomini in bianco” (probabilmente gli infermieri) a bloccarlo tramite camicie di forza e sedativi continui, dal protagonista considerati come delle vere e proprie sostanze mortali. Egli, tuttavia, in un impeto di lucidità arriva ad urlare che la gente sa solamente giudicarlo ma che nessuno ha mai provato a mettersi nei suoi panni.. ed arriva a giurare vendetta. Un giorno sarà lui a rinchiuderci tutti in una stanza / manicomio, sarà lui ad infliggerci certe umiliazioni e sarà lui a deumanizzarci totalmente, facendoci finalmente capire cosa si prova ad essere considerati “pazzi”. Altro inizio killer per la traccia seguente, Human / Beast, la quale si fregia dapprima di un’andatura tipicamente Thrash, ed in seconda battuta vede estremizzarsi il suo contesto, grazie sempre allo splendido lavoro di Gaetan, il quale decide finalmente di ritornare prepotentemente in cattedra. Riff di chiara scuola Thrash americana e drumming altrettanto a stelle e strisce, solo in seguito il nostro batterista decide di ricorrere a violentissimi blast beat, mentre le chitarre di Bob e Jason emettono lunghe note tendenti a melodie oscure, proprio per rendere l’ambiente quanto più opprimente possibile. Si ritorna su binari più classici ed è la solita voce da belva rabbiosa di Bob a scandire per bene l’andazzo di una track che sembra aver recuperato uno smalto che, a dire il vero, sembrava un po’ scemato, come detto nella descrizione della precedente track. Lo stile delle due asce oscilla fra un violento Thrash a quello di un Death Metal d’oltreoceano, accorgimenti come eco e cori riescono a farci percepire nitidamente il carico di violenza che i Bloodrocuted stanno riversando lungo queste note. Ogni martellata di Gaetan è ben percepibile, le chitarre macinano riff imperterrite e forse, per quel che riguarda il cantato, ci troviamo dinnanzi alla prova migliore del disco tutto. Questo è cantare in maniera estrema, c’è poco da dire o da fare! Ascoltiamo per bene la voce di Bob, acida, ruvida, arrugginita e dolorosa da ascoltarsi come una lama spuntata che struscia sulla nostra pelle: in quanti saprebbero essere così convincenti, parlando sempre di gruppi emergenti dello stesso ambiente dei nostri belgi? In molto pochi. In questa track ritorniamo inoltre ad udire nitidamente il basso di Daan, il quale non teme i volumi troppo alti dei suoi colleghi ed anzi, decide anch’egli di alzare i suoi per mostrarci la sua presenza e la sua volontà di cesellare il sound con il suo essere un bassista certamente preciso, ma anche sanguigno quando serve. Senza timore alcuno, Daan riesce a supportare degnamente il suo collega di reparto Gaetan, ed il combo riesce a supportare meravigliosamente il duo Bob & Jason, instancabili macchine dello Speed Thrash. Un brano che fila via liscio ed in maniera “prevedibile”, ma si fregia di una violenza particolare, distinta, percepibile. Un decollo come questo, dopo alcune tracce non propriamente esaltanti, ci voleva e non poco. Un brano che inizia e finisce senza incontrare ostacoli, ma come un tornado lascia dietro di se solo macerie e distruzione. Il testo riprende le tematiche già espresse in “Consumer of Death” e questa volta decide di focalizzarsi maggiormente sulla figura dell’uomo, più che sul suo rapporto con la natura. Come suggerisce già il titolo, i Bloodrocuted paragonano l’essere umano ad una belva selvaggia, sostengono che tutti i valori che fieramente potevano distinguerci dalla categoria delle bestie (la capacità di empatia, di ragionare ecc.) sono andate completamente perse nel corso dei secoli, in parallelo con il presunto “progresso”. Abbiamo inventato di tutto e compiuto grandi passi verso il futuro, tuttavia ci siamo ridotti ad una mandria di cavernicoli violenti ed assetati di sangue, intenzionati solo a prendere tutto quel che Madre Natura ci mette a disposizione, senza nemmeno un grazie o senza nemmeno un “per favore”. Arriviamo ad ucciderci fra di noi per un’inezia, l’omicidio sembra il nuovo valore imperante in questi anni 2000.. insomma, con il progresso è arrivato, sostanzialmente, un sostanziale impoverimento della nostra rete di valori. Privi di scrupoli o dignità, non abbiamo problemi ad innalzare le bandiere della violenza gratuita, o sì vigliaccamente ad inginocchiarci davanti al padrone, facendo tutto ciò che egli ci richiede. Pecore o Lupi, ma tutt’altro che umani. I Bloodrocuted tuttavia vogliono mostrare il loro dissenso, ed ammettono di non voler finire come molti umani. Loro per sempre vivranno in maniera differente dalla massa, e per sempre si ricorderanno di essere PERSONE, non animali o automi. Un inizio insolito, quello della traccia numero otto: Mors Indecepta, per un momento, sfodera un riff che molto rimanda ad alcuni episodi certamente fedeli al genere dei belgi ma comunque orientati verso sonorità più moderne. Un riff carico di groove, particolarmente debitore a quella tradizione iniziata dai Sepultura di “Roots” o ai Pantera di “Cowboys From Hell”, senza dimenticare i Metallica dei vari “Load” e Reload”. Inizio che in seguito si estremizza lungo il proseguire del brano, il riff viene mantenuto su certe coordinate mentre sono Jason e Gaetan a tessere l’apparato più “marcio” e vecchia scuola, andando a creare un connubio che per nulla risulta sgradevole o bypassabile, al contrario. Inizio col botto, che poco dopo si tramuta in un assalto Death Metal, complice il folle blast beat ed i riff ossessivi che i due chitarristi decidono di farci ascoltare. Sembrerebbe quasi di trovarci dinnanzi a dei giovani Slayer, il che è ancora più stupefacente dato l’inizio un po’ inconsueto (e proprio per questo motivo vincente). L’idea che questo pezzo trasmette, successivamente all’apertura, è che la crudeltà già ascoltata in “Human..” sia stata a dir poco aumentata ed elevata, ora assurge a vera regina del contesto tutto e come al solito è la voce di Bob a rendere il tutto ancor più possente. Giungiamo quindi, dopo tanta furia alla “Reign in Blood”, al minuto 2:00, in cui il drumming di Gaetan diviene meno forsennato e più preciso e distaccato, proprio perché il rallentamento che ne consegue riesce a far rifiatare la band, la quale ora si muove su una cadenza non dissimile da quelle già udite lungo i momenti di “pausa” già riscontrati in altre tracce. Un momento gradevole che si estende per un lasso di tempo non importantissimo, poco dopo le asce (minuto 2:54) emettono lunghe note dal gusto melodico “oscuro”, preludio a quella che è una folle ripartenza verso gli estremi della velocità, assistiamo ad un bell’assolo suonato da Bob (la sua chitarra emette note acutissime e sembra quasi soffrire sotto i colpi del bravo chitarrista) ed in seguito giungiamo alla chiusura di questo ottimo brano, che si conclude con i due chitarristi dediti all’emissione di lunghe note destinate a sfumare pian piano. Ottimo connubio fra accenni di nuova scuola e chiara devozione allo stile dei padri fondatori.. mirabile esempio di Thrash Metal senza confini o barriere. Dieci e lode! Le lyrics, questa volta, sembrano richiamare una tematica di tipo storico, a partire dal titolo, un’espressione latina traducibile in italiano come “Morte Inevitabile”. I riferimenti al latino sono molteplici, troviamo anche l’espressione solitamente utilizzata dai gladiatori prima di scendere nell’arena, quando erano soliti rendere omaggio all’Imperatore urlando all’unisono “Morituri te Salutant”. In questo caso è direttamente tradotta in inglese (“We Salute you, those who’ll die”  - “Ti salutiamo, noi che stiamo per morire”), e l’abbondare di queste citazioni “romane” ci fanno in effetti pensare alla storia del gladiatore Spartacus, nobile guerriero capace di capeggiare, nell’antichità, una rivolta contro l’aristocratico romano reo d’aver trattato lui ed i suoi compagni gladiatori come delle bestie da soma. Esasperato per questo trattamento, l’uomo si ribellò dichiarando letteralmente guerra a Roma. La sua avventura finì nel peggiore dei modi, ma è comunque ricordato come un ribelle anticonformista, il simbolo della rivolta proletaria contro un’aristocrazia sorda e cieca, piena di se ed autoelettasi giudice e giuria del mondo. Le liriche sembrano difatti parlare proprio di determinate vicende, si parla di schiavi, di uomini vissuti nell’oscurità ma finalmente usciti allo scoperto. Alla luce del sole, capitanati da un leader carismatico, decidono di spezzare le catene dell’ignoranza e di cambiare le cose, facendo girare il mondo (per una volta) dalla parte degli oppressi. E’ una guerra a senso unico, visto che l’avversario è forse troppo forte e le speranze di vittoria, per un manipolo di insorti, sono purtroppo pari allo zero. Gli eroi saranno costretti alla fuga, l’esercito nemico (ben più numeroso ed organizzato) aspetta il loro definitivo fermarsi per sferrare il colpo di grazia.. ma tanto coraggio non andrà perduto. “Raccoglierai ciò che hai seminato, alla fine”, dicono i Bloodrocuted, poco prima di annunciarci che la morte sta per ghermire i rivoltosi. Un sacrificio che, si spera, non andrà perso e permetterà alle generazioni future di insorgere contro un potere totalitario e dittatoriale. Arriviamo dunque al termine di quest’a Thrash Adventure con l’avvicendarsi dell’ultima canzone, nonché titletrack: Disaster Strikes Back, come la precedente, ci stupisce con un incipit assai particolare. Qualora non avessimo mai ascoltato i Bloodrocuted, ascoltando questa intro ci verrebbe subito da pensare di trovarci dinnanzi ad un gruppo per caratteristiche musicali molto vicino a realtà come Nifelheim o Aura Noir, tanta è la dose di Black Metal “Thrash oriented” che percepiamo lungo queste note iniziali. Il tutto viene reso meno “scandinavo” con il proseguire della track, la quale va a recuperare un’aggressività à la Slayer e ci presenta un nuovo assalto total Thrash. Lo stile U.S.A. è in questo senso dominante, sentiamo le chitarre di Bob e Jason abbandonare il “gelo” norvegese – svedese per spostarsi nella ben più calda Bay Area, donandoci un ennesimo e potente saggio della loro attitudine estrema. Un brano che dunque prosegue dritto e veloce, senza fermarsi mai, che vede una piccola variazione unicamente verso il minuto 2:07. Il ritmo cambia, ritorna la cadenza alla quale siamo abituati, e riusciamo ad ascoltare in tutto il loro splendore sia Gaetan sia Daan, il quale viene addirittura lasciato solo in determinati frangenti. Il drumming eclettico di Gaetan cambia registro di lì a poco, torna velocissimo e forsennato in concomitanza dell’arrivo del momento solista di Bob, il quale si lancia in questa occasione nell’assolo migliore del disco, andando a sfoggiare uno stile alla Jeff Hanneman: certo possente e privo di fronzoli, aggressivo, ma comunque mostrante un notevole gusto per la composizione, e contemporaneamente grande personalità. C’è tempo per l’ultima strofa, e non appena il cantato si interrompe, possiamo udire chiaramente un ottimo lavoro strumentale. Le chitarre, il basso, la batteria.. tutto è distintamente percettibile, in un insieme realmente devastante. L’ascia ritmica emette lunghissime note a mo’ di “countdown”, la solista ricama un riffone Thrash 100%, il basso di Daan riempie meravigliosamente il suono dei due chitarristi mentre la batteria di Gaetan è al solito un monolite incrollabile. Questi, signori, sono i Bloodrocuted, nella loro manifestazione più pura e genuina. Una chiusura col botto che non ci lascia per nulla amareggiati, anzi, ci fa venir decisamente voglia di riascoltare tutto daccapo. In linea con la violenza sonora, anche le lyrics sembrano del tutto prive di delicatezza e vogliose di shockare. Si parla, in questi versi, dell’Apocalisse di San Giovanni e difatti ci viene mostrato un mondo vittima di terribili calamità, sopraggiunte con l’arrivo del temuto giorno del giudizio. Le acque si tingono di sangue, il cielo cade a pezzi, lava incandescente solca il terreno e cavallette fameliche straziano le nostre carni; guardiamo i nostri cari morire, non possiamo fare nulla per evitare il castigo che sopraggiunge perentorio, proprio per farci capire quanti e quali strazi abbiamo compiuto ai danni del Mondo e della Vita. Tutte le nefandezze fino ad ora trattate nell’analisi dei testi arrivano in questa conclusione a sommarsi, il conto da saldarsi è altissimo e tutti noi pagheremo con la nostra vita. Ovunque è il caos, il cielo è ormai un’enorme agglomerato di materia oscura ed indefinita, piogge di fuoco flagellano il nostro pianeta e noi, esseri insignificanti, non possiamo fare altro che osservare inermi la nostra miserabile fine. I più coraggiosi cercheranno di combattere ma verranno annientati. I più codardi cercheranno di scappare, ma verranno presto scoperti e giustiziati, in quanto non v’è posto al mondo che possa proteggere chicchessia. Poi ci saranno altre persone, come il protagonista delle lyrics.. quelle che decideranno deliberatamente di porre fine alla loro esistenza, non volendo essere più testimoni di quel disastro e di tutto quell’orrore. Un cappio attorno al collo, in un clima di distruzione e di totale annichilimento, sembra difatti la prospettiva migliore.





Bonus Track:



C’è spazio, in coda, per una track inserita come “bonus”, l’effettio brano numero dieci, dal titolo Rise Ov Evil, originariamente contenuta nella demo “Persecution of the Misanthrope” del 2014. Andando a spulciare nelle dichiarazioni della band, notiamo come questo pezzo sia considerato, dai Bloodrocuted, come una sorta di “esperimento” e variazione sul tema; udendolo, in effetti, possiamo capire come poco c’entri con la proposta musicale con la quale abbiamo avuto modo di approcciarci sino ad ora. Il pezzo è, dichiaratamente, un brano “Blackthrash”, cioè una contaminazione di Thrash e Black Metal, seguendo l’esempio di band che abbiamo citato già nella descrizione dell’intro del precedente brano, ovvero Aura Noir e Nifelheim, senza comunque scordarsi altri gruppi come i giapponesi Sabbat ed Abigail. In effetti la struttura è quella tipica di un brano che poggia le sue fondamenta sugli stili ivi mescolati: riff ossessivi e raggelanti però uniti ad una qualità generale non certo lo-fi come quella dei primi Mayhem o Darkthrone: al contrario, possiamo notare delle variazioni significative sia all’interno delle parti per chitarra che per batteria (del resto la poliedricità di Gaetan è stata ben esplicata lungo tutto l’articolo), un contesto che dunque fonde le atmosfere più tipicamente Black Metal ad un modo di eseguire invece più vicino a generi come il Thrash e lo Speed Metal. Anche la voce di Bob cambia notevolmente, quest’ultimo difatti sfoggia uno scream sguaiato, esasperato ed esasperante. Sembra quasi di ascoltare i Carpathian Forest collaborare con i Destruction, senza scordarsi un pizzico di attitudine Death alla Obituary, percepibile soprattutto nel rallentamento del minuto 1:40, in cui i tempi si dilatano ed i riff si trascinano come zombie famelici. C’è spazio anche per un certo “sfavillio” sonoro della chitarra di Bob, in seguito si riparte a folle velocità, recuperando l’attitudine più Blackened e chiudendo di fatto una track magistrale, che avrebbe meritato maggior considerazione (visto anche il ri-arrangiamento che comunque ci fa fortemente percepire la componente Thrash) in virtù del fatto che, in “Disaster..”, avevamo udito comunque un frangente molto simile. Le liriche non sono pervenute, tuttavia è facile ascoltare e percepire tranquillamente la tematica principale del brano, anche facendo riferimento all’artwork del disco. “Rise ov Evil”, il sorgere del male, una tematica cara a tutte le band che adottano questo tipo di sonorità appena ascoltate. L’idea è proprio quella di un essere immondo che sorge da un abisso senza fine, una mostruosità senza nome intenta a ghermirci con i propri artigli, spalancando le sue fauci per meglio mutilare la nostra carne. Un male innominabile, il concetto primo di malvagità, il demone alato che fustiga i peccatori e fa in modo che essi affoghino perpetuamente nelle pozze di lava, proprio per evitare a questi ultimi anche le più passeggere e momentanee delle gioie. Annaspando perennemente per un po’ d’aria, cerchiamo di divincolarci dalla presa di quegli artigli, ma nulla è in grado di salvarci, ed il nostro destino è quello di soccombere dinnanzi alla torreggiante agonia. Il Male è ormai sorto, per noi comuni mortali non ci sarà più scampo e tanto vale rassegnarci, vista soprattutto la forza del nostro oppositore.



Alla fine della fiera, dopo aver riposto il disco nella custodia, tutto quel che si può dire è: coerenza. Esatto, un termine dalla forte polisemia imposta, che per alcuni si configura come un difetto o come “chiusura mentale”, mentre per altri è sinonimo di grande virtù. E’ bene tuttavia considerare questo termine nella sua sfaccettatura più estremamente positiva, andandoci a ricordare cosa veramente vuol dire, essere coerenti. In poche parole, avere delle idee, un modo di vedere la vita, essere se stessi senza preoccuparsi troppo delle lamentele o dei “rimproveri” di chi vive giudicando e sputando sentenze. I nostri Bloodrocuted non hanno affatto l’aria da professorini (e meno male!), non sono qui per insegnarci nulla e non sono qua per predicar morali, tutt’altro, si sono mostrati a noi nella maniera più schietta e genuina possibile, mostrando a tutti qual è il loro intento.. suonare THRASH METAL, nella maniera più fedele possibile alle origini. Con grande umiltà e passione hanno concepito un disco come questo, nel quale possiamo udire dei ragazzi sinceramente catturati dalla bestialità primordiale di un genere che prima di tutto va suonato con il cuore e solo in seguito con la mente e con le braccia. Questo è ciò che sono, questo è ciò che vogliono essere, e nessuno può di certo condannarli per aver abbracciato l’ideale che più sentivano vicino. Un disco più che discreto, che non aggiunge nulla ma nemmeno leva, un prodotto concepito con la volontà di divertirsi e far divertire. Cosa dovremmo pretendere, di più? Tecnica sopraffina e fraseggi imprevedibili, tastiere ed inserti elettronici? Quelli è bene lasciarli a chi, a sua volta, LI SCEGLIE, proprio come i nostri hanno SCELTO di suonare un Thrash grezzo e potente. Nessuno deve sentirsi condannato o “sacrificarsi” in nome della “morale comune”, l’Arte in fin dei conti è una chimera folle e variopinta, che non si lascia domare e che permette ad ognuno di scegliere il colore che più sembra bello ed adatto alla propria personalità. Quattro ragazzi hanno deciso di suonare in questo modo.. ite, missa est. Non si può polemizzare sulle scelte di chi decide di assecondare la propria natura, ed in queste note si percepisce tutto meno la volontà di essere accettati. Certo, c’è chi suona questi generi (Thrash, Speed ecc.) unicamente per dimostrare al prossimo quanto si è “veri metallari”.. ma gli impostori vengono sgamati SUBITO, e lì non parliamo nemmeno più di coerenza. I Bloodrocuted, lo ripetiamo, non vogliono insegnare nulla, ma solo coinvolgerci nelle loro folle scorribande, a suon di birra e di metallo pesante. Volete veramente rifiutare un invito a divertirvi? Suvvia!


1) 71:52 Leikeze
2) Revolution of the Enslaved
3) Burning the West
4) Consumer of Death
5) Soulclaimer
6) The Sickened Mind
7) Human / Beast
8) Mors Indecepta
9) The Disaster Strikes Back

Bonus Track:

10) Rise ov Evil